Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda

Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda

Un buon corso di comunicazione nella moda, dovrebbe assumere tra i suoi compiti, la responsabilità di esporvi ad un confronto serrato con parole (e ciò che ne segue dal loro uso) particolarmente suggestive, grazie alle quali le conversazioni sul luogo di lavoro appaiono feconde.
Tenete conto che nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare più con le parole che con le cose (delle moda).
Senza un uso appropriato di alcuni termini privilegiati dal contesto operativo che ci interessa, sembrerebbe improbabile il depositarsi di qualità individuali come la competenza e la professionalità.
E’ curioso notare come siano le espressioni che discendono dall’uso delle parole più frequenti ad ingannarci.
Infatti, il problema che io vedo è di quest’ordine: la parola/concetto che mi accingo a presentarvi è talmente abusata da rendere improbabile la sua significanza all’interno di un quadro teorico coerente.
Questa tipologia di parole, le vede spesso profferite come se fossero dei concetti con i quali creare soluzioni a problemi. Invece, il loro attuale abuso produce ciò che vi propongo di definire l’effetto buco nel vaso: più le usiamo a sproposito più si svuotano di significati operativi.
Riflettere su queste parole ci permetterà di dare spessore ai contenuti che danno forma all’idea di una competenza, sempre a rischio, ma anche in grado di correggersi e di cogliere i limiti degli enunciati ai quali ancoriamo pensieri, relazioni, pratiche.
Consideratelo un semplice lavoro di manutenzione semantica, reso necessario dalle inquietanti capacità dei bipedi parlanti di fraintendersi e di prendersi troppo sul serio.
E’ chiaro che non può esserci manutenzione senza una idea preliminare su cosa intendiamo per buon uso delle parole decisive (per il lavoro, per il successo, per vivere meglio… i contesti cambiano ma il problema rimane).
Sorpresa! Del buon uso delle parole ne so veramente poco. Qui casca l’asino, penserete. Forse è proprio così. Ma a mio favore posso dire di avere un metodo per impedire che l’asino voli.
Per me il buon uso delle parole risiede nel riportarle sempre al mondo di fatti che sono chiamato ad orchestrare.
Non so dirvi se in tal modo mi avvicino di più alla verità o me ne allontano. Diciamo che applico a me stesso una sorta di principio di precauzione che suona così:
dal momento che la verità (e la precisione che vorrebbero per essa i filosofi) sembra così difficile da stabilizzare e di così scarso significato pratico, preferisco misurare la portanza delle parole commisurandole ai fatti che le impongono.
Forte di questi presupposti esplorerò una parola che giganteggia negli enunciati quotidiani, spesso invocata come una divinità dal corpo sottile, sul cui altare sacrificare il buon senso; altre volte viene profferita come un farmaco per le frequenti patologie che colpiscono chi deve agire nella moda, parola dietro alla quale nascondiamo abissi di ignoranza. Succede raramente che l’indaghiamo, per discernere in essa le autostrade che non portano da nessuna parte, dagli stretti sentieri che ci elevano, consentendoci di guardare il mondo con più chiarezza, con più spazio.
La parola che vi propongo di indagare è “tendenza/e”.

“Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto - 1967
“Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto – 1967

1. Nei contesti del capitalismo evoluto e di conseguenza nei territori concettuali che frettolosamente archiviamo come moda contemporanea, dei quali essa è una protesi estetica e magnificativa, gli apparati aziendali non si limitano a vendere ciò che la gente vuole. E’ più corretto dire che le marche e le aziende che operano nella nostra forma di vita tentano di vendere quello che la gente crede di volere o non sa (ancora) di desiderare.

Questo processo è costantemente alimentato da narrazioni che trasformano in fatti, gli atti di comunicazione prodotti dai dispositivi della moda.

Cosa sono le narrazioni? Sono storie che le aziende raccontano di se stesse, dei propri prodotti e di vite possibili di sembianti dei consumatori, concepite e create per poter influenzare il comportamento della gente.

Ovviamente queste narrazioni non seguono quasi mai lo stesso canovaccio ma variano stagione dopo stagione.

Ogni narrazione implica la temporalità. Si può dire che molti aspetti del Tempo sono una invenzione della nostra mente, particolarmente incline a cibarsi di piccoli e grandi miti.

Ma qual è l’aspetto del tempo che di solito viene valorizzato di più nella moda? Senza ombra di dubbio, ma forse sino a ieri, era il tempo che non c’è ancora ma che è possibile conoscere, ovvero ciò che normalmente definiamo il futuro anteriore.

Perché ho scritto “fino ad ieri”? Molti studiosi hanno cominciato ad allertarci sul fatto che uno degli effetti della post modernità è proprio la scomparsa del futuro (si veda il libro di Marc Augé, Dove è finito il futuro?).

Cosa comporta questo riconoscimento? La conseguenza sembrerebbe essere una moda sempre più schiacciata sul presente, incapace di raccontarsi, attratta dallo spettacolo di se stessa. La scomparsa del futuro dunque getta un velo sul passato e tende a far perdere senso alle tecniche attraverso le quali le aziende operativizzavano la scansione temporale che avrebbe dovuto contenere ciò che esse producono in anticipo sull’effettiva circolazione dei prodotti.

In sintesi, oggi, assistiamo ad una crisi di credenza sull’efficacia del concetto di tendenza, a cui erano aggregate le strategie motivazionali che avevano il compito di preparare un atterraggio morbido dei prodotti sul mercato.

La presentificazione dei processi di moda impliciti nel successo del fast fashion, sta facendo sorgere dubbi sulla effettiva consistenza dei modi con cui nel recente passato venivano configurate le tendenze e di riflesso costringe a ripensare le strategie di comunicazione.

Si tratta di un problema serio che va affrontato nella sua complessità.

Il crollo di fiducia nei confronti delle narrazioni sulle tendenze comporta una ristrutturazione del nostro modo di pensare e di progettare l’immaterialità che accompagna i prodotti moda.

2. La moda contemporanea comunica con una pluralità di dimensioni. Mi piace definire “comunicazione allargata” la propensione delle aziende moda-orientate a trasformare in dispositivi di induzione passionale molti degli elementi del processo di modazione (per esempio, la scelta del posizionamento di un punto vendita è rilevante per la sua comunicabilità; la scelta dell’architetto, del concept del negozio, l’uso delle vetrine, l’articolazione degli spazi interni, sono tutte dimensioni che possono essere pensate anche dal punto di vista del loro potenziale di comunicazione).

Ora, mi chiedo, quali sono i concetti “ponte” che connettono le eterogenee dimensioni della comunicazione allargata?

Uno di questi concetti è senz’altro l’identità della marca.

Ma avanzo l’ipotesi che una ulteriore struttura concettuale che le connette sia in qualche modo collegata anche a ciò che chiamiamo tendenza/e.

L’orchestrazione delle dimensioni della comunicazione che permettono alle marche la massima pressione comunicazionale sul mercato, oltre alle sintesi aggiuntive che tengono insieme una identità fatta a/di pezzi riconponibili, richiede la presenza di un concetto utile per scardinare il problema del divenire (di un prodotto, di una marca…).

Interrogarsi sul futuro, ovvero inventarsi delle tendenze, significa sincronizzarsi con la qualità temporale strutturante il mondo utopico della moda.

Infatti uno dei miti ricorrenti della moda ci racconta di continuo le vicissitudini delle novità.

Notate che, l’ossessione per la novità (prodotti, collezioni, spazi, eventi…), in realtà, a livello empirico ci proietta in un invadente qui e ora spettacolare.

I mass media amplificano questo presente evenemenziale, contribuendo a dargli il senso dominante di una anticipazione del futuro (che assume la forma di un discorso o di immagini create ad hoc, sulla pertinenza al nuovo dei prodotti che di lì a poco sembrerebbero poter rivoluzionare i mercati).

Ora, dal punto di vista di chi deve creare e produrre queste novità (stilisti, manager, aziende) diventano strategiche domande del tipo: cosa possiamo collocare nel futuro? Che forma estetica può assumere? Cosa sono disponibili ad accettare i consumatori?

3. Con la piena maturazione del sistema moda ovvero per il fatto che molto è già stato sperimentato e tutti sono pronti ad imitare in tempi brevi chi indovina le scelte giuste, l’effettiva novità è molto rara a livello di prodotto-mercato. Le sperimentazioni di prodotto che si definiscono tendenze quando raggiungono la notorietà possono essere facilmente emulate. Inoltre, funzionando come ricerca di pura differenza, sono moltiplicabili, sovrapponibili, seriali. Non è un caso se molti osservatori interni al sistema moda, da tempo denunciano il fatto che le tendenze in realtà non esistono più. Esisterebbero al loro posto serie di oggetti moda d’avanguardia, tra i quali, grazie a strategie indovinate, emergeranno tendenze moda efficaci sul mercato.

Tuttavia essi dimenticano che il concetto di tendenza ha a che fare più con il simbolico che con la realtà materiale di un oggetto.

Gli addetti ai lavori sanno benissimo che perlopiù ciò che va di moda oggi è ciò che ci appassionava sei mesi fa. Fatto salve piccole differenziazioni, il sistema moda non cambia poi così in fretta la sua struttura.

Per contro, le enunciazioni sulla moda che percepiamo come strutturanti il suo effettivo potere, sono centrate quasi sempre sull’esaltazione dell’effetto novità delle nuove collezioni.

Quindi come minimo dovremmo ragionare su due modi del cambiamento presupposto dalla novità:

cambiamento 1: sarebbero variazioni di superficie che lasciano intatta la struttura;

cambiamento 2: le modificazioni che intaccano la struttura.

Per risolvere il paradosso della novità che spesso non esiste, la tendenza viene costantemente ri-creata attraverso una pratica semiotica che culminerà nella magnificazione dei presunti valori che rivestono i prodotti moda del momento. Questo spiega la preferenza dei protagonisti delle fasi costruttive della messa in discorso delle mode, per la comunicazione asimmetrica e per atti simbolici che assomigliano ai “performativi” teorizzati da J.Austin. I performativi sono atti linguistici che non descrivono cose o fatti, bensì permettono all’enunciatore/enunciazione di compiere una specie di azione. E’ altresì utile ricordare un performativo non ha l’obbligo di essere né vero né falso, bensì semplicemente efficace.  Gli enunciati tipici della moda, ottenuti attraverso elaborate immagini, suggeriscono ai clienti la “promessa” che l’oggetto imbricato nelle narrazioni scelte, ha i caratteri del nuovo e della tendenza.

Devo aggiungere che aldilà degli abiti o degli accessori sbandierati come novità, oggi per una marca è strategico essere lei stessa di tendenza. Quindi, anche la costruzione simbolica del “mondo possibile” di marca, spesso subisce il tipico andamento work in progress riservato alle collezioni.

Immagino che quanto dico non sia affatto intuitivo da comprendere. Conviene dunque spendere qualche parola.

Ma arriviamoci per gradi e chiediamoci: che cosa vogliamo afferrare con la parola tendenza? Come funziona il suo uso (o abuso)? Che funzioni svolge nei processi della moda?

4.Secondo alcuni commentatori, “tendenza” pare che sia una parola usata nel contesto moda fin dall’800.

Il grande Paul Poiret nel suo Vestendo la belle époque, pubblicato nel 1930 quando la sua maison era già crollata, scriveva: “Ci sono molti segnali che preannunciano la fine di una moda, anche se sono pochissime le persone in grado di riconoscerli. Per questo il giorno che ho profetizzato che di lì in avanti i cappelli sarebbero stati semplici, lho fatto perché mi ero accorto che ormai erano coperti di foglie, fiori, frutti, piume e nastri, e ogni eccesso, quando ritratta di moda, segnala la fine. Ciononostante, allindomani di quella predizione, mi si è presentata una delegazione di industriali produttori di fiori, frutti, foglie, piume e nastri, chevenivano a supplicarmi di tornare alle guarnizioni. Ma cosa si può fare contro la volontà o il desiderio di una donna? I cappelli rimasero semplici, e lo sono ancora, malgrado io biasimo questo fattotengo a ripetervi che sono solo un sensitivo capace di percepire le reazioni del vostro gusto, uno scriba meticoloso che registra le tendenze dei vostri capricci” (pag.274-275).

Paul Poiret ci consegna una interpretazione del concetto di tendenza che ribalta la percezione del senso comune.

Sostanzialmente ci dice:

  1. l’inizio di una nuova moda è reso necessario dalle conseguenze psicologiche del successo di una moda conclamata (forme troppo imitate ed emulate);
  2. alcune persone sono in grado di intravedere prima di altri la linea di confine che segna il drammatico passaggio, per una certa forma moda, dal successo alla demodazione;
  3. la nuova tendenza che a questo punto viene proposta appare al pubblico come l’atto creativo assoluto di un genio della moda;
  4. in realtà il creativo non fa che rispondere alle attese di un desiderio che per primo riesce ad intercettare.

Christian Dior doveva conoscere le parole di Poiret dal momento che in una famosa conferenza che fece alla Sorbonne nel 1954, propose una interpretazione simile:

je crois que chaque couturier, par de moyens qui lui sont propres, capte plus ou moins des tendances générales. Un romancier, un auteur dramatique donnent forme à des idées dont on dit quelles sont plus ou moins < dans lair >. Ce ne sont pas à proprement parler des idées, mais des proportions que la Mode fixe ainsi. Il y a, pour chaque année, puor chaque saison, une proportion juste du vetement feminine, proportion qui sera démodée la saison suivante. Pourquoi? Parce quen vertu de ce processus dimitation qui caractérise essentiellement la Mode, ces proportions seront devenus banales, si communément adoptées quelles créent lennui. Cest lennui qui détrone les mode set incit à una perpétuel besoin de renouvelement (Conférences écrites par Christian Dior, Edition du Regard, 2003, pag.46-47).

La funzione del captare o dellindovinare le variazioni del gusto che sono nell’aria, è divenuta uno dei tratti che, da quei giorni, stabiliscono la differenza tra il grande creativo e il semplice interprete di tendenze in realtà già date.

Se a tal riguardo devo esprimervi il mio pensiero, la metterei giù così:

penso che i couturier si inventassero le tendenze e come tutte le invenzioni qualche volta funzionassero e molto più spesso no. Quando funzionavano nasceva il problema cognitivo di giustificarne il valore e capire cosa le aveva reso possibili. Ma le variabili in gioco erano troppe per permettere una razionalizzazione semplice ed economica (comprensibile a tutti). E ai protagonisti della modazione dispiaceva che le preferenze della gente avessero un rapporto con la casualità, tale da trasformare il divenire delle mode in un colpo di dadi. Ecco dunque perché divenne suggestivo immaginare l’esistenza di un talento particolare verso il divenire posseduto da creativi, particolarmente sensibili nei confronti dei segnali deboli del mercato.

C’è stata dunque una lunga fase della storia della moda dominata dallo stilista eroe che trascende dall’immanenza delle forme e riesce a connettersi con il loro divenire.

5.Creativi a parte, da almeno trent’anni la parole tendenza è divenuta un concetto operativo soprattutto per giornalisti e opinionisti della moda.

Per quanto ne so, per chi opera nella comunicazione, il concetto di tendenza è divenuto una ossessione all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

A partire da quel decennio abbiamo assistito ad un veloce passaggio in determinate classi di individui che potremmo definire gli intermediari culturali della moda, da una generica verbosa adeguazione positiva, di rado critica, all’ideologia della moda dominante, ad un evidente interesse nei confronti dello stile di vita e delle tendenze.

Analizziamo l’uso del concetto di stile dal punto di vista della sua ricezione e diffusione.

In questa prospettiva, per stile intenderemo l’adeguazione di un determinato cluster di modanti, al contratto fiduciario con un creativo (o con una marca).

E i soggetti che non si adeguano che fine fanno?

E’ chiaro che, non riesco infatti ad immaginarmi altro, effettueranno scelte alternative agli stili dominanti.

A questo punto appare una nuova piega nel campo di significazione del concetto di tendenza. Infatti, da un lato rappresenta l’ovvio lavoro da sviluppare per ricoprire con l’aura della novità, collezioni proiettate nel futuro anteriore. Ma, sulla scorta del ragionamento precedente, sembrerebbe razionale pensarla ora in connessione con la potenzialità che, in un modo o nell’altro, avrebbero alcuni modanti particolari di stabilire in modo autonomo determinate scelte espressive a livello di gusto.

In breve dunque, l’idea è che a partire dalle scelte di consumo imprevedibili di questo gruppo possiamo indovinare una direzione “altra” per il mutamento.

Di conseguenza il discorso sulla tendenza assunse nuove sfumature. Sembrava ovvio distinguere tra: a. la tendenza inventata da uno stilista (un atto creativo capace di far desiderare qualcosa che non si sapeva di poter desiderare); b. la tendenza che si propone come sintesi di segnali deboli direttamente collegati con il sociale (immaginati quindi congruenti con il problema dell’anticipo delle dinamiche di mercato presupposte dal gioco della novità permanente); c. la tendenza spontanea, ribelle verso le estetiche della moda normale, di scarso impatto sul mercato (ma ricca di suggestioni).

Nel secondo e terzo caso, immaginando aziende o creativi sensibili alle effervescenze dell’arte e agli insight estetici di gruppi di soggetti marginali al mainstream, la tendenza come concetto si predispone a rendere operativi un insieme di indizi, chiamiamoli pure “segni”, per sottolineare la loro propensione a significare qualcosa che attendiamo con ansia; indizi e segni dunque, immaginati di essere capaci di esprimere con buona approssimazione il futuro.

Grosso modo l’epistemologia debole che sorregge l’uso e l’abuso del concetto di tendenza funzionerebbe in questo modo.

Assumiamo come dato il fatto che il mutamento (la percezione novità) sia la qualità decisiva.

Per una moda divenuta stile di vita la domanda fondamentale diviene: come cambiano gli stili di vita? A questo punto, tutto ciò che ci consente di focalizzare l’evoluzione dello stile ha a che fare con le tendenze che ci interessano. Il compito di uno stilista diviene dunque una sorta di trasduzioni dei segni stile di vita in forme del look ad essi congruenti.

6. Di solito, chi lavora nella moda, quando usa il concetto di tendenza non è interessato a fare riferimento a domande logiche e facilmente comprensibili del tipo: come comincia il mutamento? Chi lo decide? Dove appare? Quindi è abbastanza sospettoso verso tutte le teorie sociologiche che lo spiegano grazie ad idee come l’imitazione, la distinzione, la differenziazione…. Piuttosto cerca di costruire delle “immagini” dei flussi di orientamento basati su un insieme di segni eterogenei, che sono immaginati potersi cristallizzare in idee suscettibili di poter essere tradotte in fashion frame, in qualche modo misurabili o calcolabili (con la speranza che potrebbero poi trasformarsi in mode compiute).

In effetti, se osserviamo le fluttuazioni del mercato dal punto di vista delle singolarità che vi operano (per esempio gli atti d’acquisto del consumatore) emerge una realtà in apparenza sconfortante per chi ambisce ad un controllo sicuro delle sue variabili: l’impossibilità di modellizzare una volta per tutte il comportamento del consumatore (per poterne prevedere con certezza le mosse).

Gli assunti che normalmente vengono postulati dagli esperti per inquadrare in schemi razionali il comportamento dei clienti di solito non tengono.

Insomma se osserviamo la microfisica dell’acquisto dobbiamo accettare l’idea che il comportamento del soggetto/cliente non è facilmente modellizzabile perché è influenzato da reazioni private e da variabili imprevedibili dei comportamenti collettivi.

Lhomo aesteticus è profondamente influenzato da fattori psicologici ed emotivi.

Di conseguenza la moda non può autoregolarsi e non tende all’equilibrio.

Ecco perché, la tendenza è quasi sempre il tentativo di creare una sorta di bolla speculativa, gonfiata ad arte da modalità comunicazionali.

Le tendenze allora si legherebbero all’idea di una moda non lineare (in perenne disequilibrio), che però può essere regolata con continui innesti di creatività.

7.Potremmo chiamare tutto ciò, in ossequio alla dominante lingua inglese, il lato cool della moda.

L’espressione cool sembra più promettente, dal momento che implica, nelle conversazioni moda, una dominanza dell’oggetto (cool) correlato ad un soggetto senziente. In altre parole, riconosco, scelgo l’oggetto cool attraverso una relazione porosa che lo mette in relazione il corpo del modante.

La parola “tendenza” in contesto moda/mercato, invece, fonde due stringhe di senso: indica la disposizione di una forma a cambiare in un certo modo; e nello stesso tempo suggerisce la traiettoria del cambiamento, immaginata culminare nella “novità”. Si capisce bene dunque, come “tendenza” abbia finito anche per divenire sinonimo anche di “creatività”, generando ancora più crampi mentali. Alla fine di tutto, ho il sospetto che, senza averne piena consapevolezza, una moltitudine di parlanti usi “tendenza” come una sorta di Fiat Lux, tale per cui nel loro dire, dato qualcosa di presentato ed enunciato secondo una ritualità accettata e riverita, è il futuro che direttamente ci parla. Insomma la parola tendenza sembrerebbe possedere una dominante cognitiva e dipendere da credenze; la parola cool invece presuppone una pro attività del modante che ne riconosce la pertinenza in quanto ne sperimenta gli effetti.

Naturalmente anche la parola cool si presta a numerosi usi. Per esempio posso dire: His Manner was very cool, per significare che i modi del soggetto sono un po’ freddi; ma posso dire anche: It’s really cool!, per significare qualcosa che sembra avere la proprietà di riscaldarmi.

Tuttavia, a me pare che “cool” in contesto moda, abbia il vantaggio di orientare il senso verso il promettente campo delle reazioni del soggetto (più facilmente sottoponibile a misura e ad analisi empiriche, rispetto al più evocativo “tendenze”).

L’interessante libro di Steven Quartz e Anette Asp, intitolato, “Cool: How the Brain’s Hidden Quest for Cool Drives Our Economy and Shapes Our World”, centrato sull’indagine neurobiologica delle relazioni tra decisioni di acquisto (di moda cool) con il cervello, penso possa essere una conferma delle mie congetture.

Gli autori citati, con la loro ricerca, hanno inaugurato nel campo della moda e in particolare nello studio delle tendenze, il riferimento alle pratiche di indagine delle neuroscienze. Attraverso esperimenti innovativi essi pensano di aver dimostrato che lo studio delle propensioni della gente nei confronti di oggetti estetici, possa ambire alla precisione e alle certezze che hanno raggiunto altri campi del sapere. Usando la risonanza magnetica funzionale (Frmi), i due autori ritengono di aver osservato come reagisce il cervello quando viene esposto ad oggetti cool. Ad attivarsi sarebbero le zone della corteccia celebrale legate alle emozioni e alla percezione del sé. Quindi, il nostro cervello si orienterebbe verso gli oggetti che accrescono la nostra autostima e l’immagine sociale utilizzata nella vita di relazione. Ovviamente questi oggetti hanno implicazioni economiche ragguardevoli dal momento che per essi siamo per-disposti a spendere tanto. Non so dirvi se per raggiungere questi esiti conoscitivi fosse veramente necessaria la costosa Fmri. Tutto sommato fino a lì ci si poteva arrivare anche con banali osservazioni o ragionamenti. Tra l’altro, Martin Lindstrom, nel suo libro intitolato “Neuromarketing” (Apogeo 2010), aveva già anticipato quasi per intero le acquisizioni concettuali, derivate dall’indagine neuroscientifica dell’attività cerebrale connessa con i comportamenti d’acquisto di Quartz/Asp, anche se questi ultimi hanno il merito di aver centrato la loro ricerca sulla specificità del lato cool.

Comunque possiamo pensarla, non possiamo nasconderci che questo trattamento del lato cool della modazione, lascia intravvedere eccitanti sviluppi di ciò che potremmo definire la “neuromoda” che come la “neuroeconomia” sta attirando l’attenzione degli addetti ai lavori. Secondo neuroscienziati come David J.Linden attività apparentemente lontane tra loro come lo shopping, l’assunzione di cocaina piuttosto che oppio, un orgasmo, il gioco d’azzardo, produrrebbero segnali neuronali che convergono su un piccolo gruppo di aree cerebrali interconnesse, nelle quali troviamo gli ammassi neuronali grazie ai quali percepiamo il piacere.  Con Linden dunque, potremmo congetturare che la propensione verso la dimensione cool abbia una significazione biologica che coinvolge i substrati neuronali che attivano i centri del piacere estremo.

Ritorno e termino la breve digressione sulla parole/concetto utilizzate in contesto anglosassone (e divenute fondamentali con l’ascesa dell’inglese a lingua universale), ricordando che l’espressione Fashion Trends, apparentemente vicina all’arcipelago semantico di “tendenze”, in realtà si presta a numerosi fraintendimenti: trend, nella lingua italiana possiede una dominante connotazione economica; anche l’espressione inglese si mantiene in equilibrio tra mercato e riferimenti allo stile.

Molto più vicino alle nostre “tendenze” è la parola Trendy. Ma rispetto agli usi della parola italiana, il termine inglese sembra introdurre sfumature negative (una novità un po’ sciocchina, a bassa valenza etica, effimera).

8. Evidentemente il campo della moda è molto più vasto del linguaggio attraverso il quale lo raccontiamo. Per esempio, per molte persone il prodotto-moda, avrebbe una centralità di gran lunga superiore ai discorsi che lo attraversano. Ma, come ricordavo all’inizio, non si devono sottovalutare le narrazioni. Nella moda che diventa discorso, tutto sembra indicare come centrali, pur con le differenze che ho sottolineato sopra, le dimensioni cool e tendenza.

Probabilmente, e chiedo scusa ai tanti uomini prodotto con i quali ho conversato, in questo momento il discorso sulle tendenze o sul cool anticipano, plasmano, orientano le produzioni.

Come mai sono diventate così importanti? In parte ho già risposto. Aggiungo che nella post modernità raramente le mode, vissute nel simbolico, seguono un andamento normale.

Nella moda discorsivizzata, le variazioni significative sono molto più comuni di quelle previste dai modelli standard immaginati dai manager focalizzati sul prodotto.

Se prendiamo sul serio ciò che le varie marche “parlando” sembrano dirci, siamo portati ad immaginare una realtà simbolica caratterizzata da brusche, improvvise, oscillazioni del gusto, seguita da rari momenti in cui prevalgono delle invarianti.

Quindi, il riconoscimento dell’impatto strutturale delle narrazioni sulle tendenze  nel contesto del sistema moda costringe le aziende a una doppia operazione. A livello della concezione del nuovo prodotto, si deve separare il tempo dell’equilibrio dominato da ripetizioni formali (sequenze di piccole variazioni); dal tempo caratterizzato dalla rottura dell’equilibrio (bruschi cambiamenti di paradigma). La situazione contingente, azienda per azienda, deciderà quale delle due opzioni sarà sviluppata.

A livello di comunicazione del prodotto, la disposizione dei clienti a vivere in una semiosfera in cui la novità deve essere di tendenza (deve aver un senso), costringe ad una trasfigurazione semiotica del prodotto: eccolo apparire, fin dai comunicati stampa, come sempre innovativo, creativo, nuovo… In breve, di tendenza.

Nel corso del tempo, l’enfasi discorsiva sulla novità ha causato la superfetazione di pseudo tendenze, generando l’implosione del concetto è provocando la nostalgia di un ritorno al prodotto.

Ma, ricordiamolo, in realtà l’oggetto moda più fragile e strategico  è il prodotto che non c’è ancora ovvero quello della prossima collezione. Un prodotto che idealmente devo collocare in un futuro anteriore. Che senso e forma dare al prodotto che non c’è ancora? Ecco allora, la vischiosità delle tendenze, uscite per un attimo dall’ingresso di servizio, fare ritorno, trasfigurate, dalla porta principale. Possiamo pure dire che esse non hanno più senso, ma poi quando dobbiamo agire ci riesce difficile sfuggire al fascino di questa parola. In particolare se al posto degli eroi della moda, al posto dei trendsetter abbiamo a nostra disposizione i neuro scienziati con i loro test, forti di correlazioni spacciate come spiegazioni scientifiche.

9. Continuo questa breve riflessione nei dintorni dei molteplici usi del concetto di tendenza, affrontando l’ennesimo paradosso della moda, del quale ho già parlato nel primo paragrafo.

Abbiamo visto che il discorso della moda si basa soprattutto sull’enfatizzazione della novità permanente. Tuttavia secondo i sociologi più ascoltati, oggi ci troviamo di fronte ad una forma di vita che ha tolto valore al futuro. Ma se il futuro non esiste cosa fare del concetto di tendenza? Non è un caso se M.Augé nel suo libro che vi ho già citato,“Che fine ha fatto il futuro?”, scrive: Il problema è che oggi sul pianeta regna una ideologia del presente e dellevidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, unideologia impegnata a rendere obsoleti gli insegnamenti del passato, ma anche il desiderio di immaginare il futuro. Da uno o due decenni il presente è diventato egemonico. Agli occhi del comune mortale, non deriva più dalla lenta maturazione del passato, e non lascia più trasparire i lineamenti possibili futuri, ma si impone come un fatto compiuto, schiacciante, il cui improvviso emergere offusca il passato e satura limmaginazione del futuro (pag.88).

La post modernità quindi sta uccidendo il passato e di conseguenza sta smobilitando il futuro.

Proiettiamo la visione del grande antropologo e sociologo sulla moda.

Noi pensavamo che la tendenza fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro.

Invece ora siamo invitati a pensare che la moltiplicazione delle tendenza sia al tempo stesso vittima e complice di uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.

Potremmo chiamare questo effetto, la presentificazione della moda.

Ecco perché quando pensate alla tendenza (in previsione dell’attualizzazione del gioco della novità) dovete predisporvi in realtà ad azioni di auto legittimazione.

E’ inutile che vi sottolinei quanto la legittimazione delle tendenze dipenda meno da elucubrazioni sulla presunta realtà di una certa idea del futuro o da analisi del passato, rispetto al potenziale di comunicazione (in tutte le dimensioni che abbiamo incontrato) che siamo in grado di scaricare sul mercato dei media.

Notate come in questa prospettiva nel concetto di comunicazione risuoni non solo l’istanza manipolatoria nei confronti dei pubblici di riferimento, ma anche la produzione di conflittualità (d’altra parte non parliamo forse di campagne di comunicazione, di scenari, di obiettivi da raggiungere?).

A questo punto è chiaro che la tendenza/e è una tattica che ci serve per affinare la strategia necessaria per competere in un mercato caratterizzato da una ineliminabile casualità e incertezza.

La tendenza, oggi, non apre il futuro ai nuovi prodotti. Li rende semplicemente presenti più di altri sulla scena decisiva del mercato, rivestiti delle narrazioni che consentono loro un accesso al tempo discorsivo.

In questa prospettiva ovviamente il mercato non è più la classica produzione/circolazione delle merci ma è produzione anticipata di desideri, passioni e consensi per i nostri prodotti e marche. E il tempo discorsivo è la catena di rappresentazioni che offriamo alla gente per dare valore (senso) agli oggetti che produciamo.

Perché le persone ci credono? Sono degli inguaribili creduloni? Forse. Ma è possibile scindere il tempo dalla narratività? In parte il tempo non è forse una nostra invenzione?

Esistono molte dimensioni temporali: il tempo geologico, quello dell’orologio, delle stagioni, dell’alternanza notte/giorno…Esiste dunque anche il tempo della moda. Un timing inventato dalle sue narrazioni provvisto di qualità assolutamente centrali. Le tendenze sono una di queste qualità, senza le quali sarebbe difficile pensare alla modazione come progetto/previsione/strategia.

10. Vorrei ora soffermarmi su un altro aspetto delle tendenze che merita di essere indagato.

Insieme alla presentificazione della moda si sono moltiplicati a dismisura i soggetti che parlano di tendenze.

In tempi di feroce crisi e di saturazione dei mercati, da parte dei manager strategici è aumentato in modo esponenziale il bisogno di certezze. Quindi chi è chiamato ad esprimere una valutazione sul futuro, diventa oggetto di aspettative molto alte.

E’ quasi impossibile nella moda resistere alla tentazione di debordare nel protagonismo usando un linguaggio decisamente troppo assertivo. Come se su questo tema fosse possibile mantenersi sempre e solo nel “vero”.

Come ci dobbiamo comportare nei confronti di personaggi e discorsi a rischio di ciarlataneria?

Io vi suggerisco di prendere sul serio questa sequenza di massime:

  1. le tendenze dovrebbero essere presentate usando il linguaggio del “probabile” o del “possibile”;
  2. ciò che un supposto esperto di tendenze dovrebbe fare è di proporre ipotesi sensate su cause ed effetti e confrontarle con i dati empirici a disposizione;
  3. aldilà di ogni entusiasmo e nostra personale convinzione dobbiamo sempre tenere presente che il massimo a cui possiamo aspirare è di non essere smentiti e di fornire congetture e indicazioni probabilistiche;
  4. è chiaro che per agire abbiamo bisogno di previsioni e di prescrizioni, ma comunque vada, qualunque sia il grado di precisione c’è sempre un margine per l’errore;
  5. anche per la moda valgono le raccomandazioni che K. Popper per tutta la sua lunga vita ha fatto agli scienziati e ai filosofi: il sapere efficace procede per congetture e confutazioni, una teoria può essere empiricamente falsificata, ma non definitivamente provata. La tendenza è una sorta di teoria sul futuro che non può essere dimostrata prima che eventualmente si realizzi. Possiamo però facilmente falsificarla misurandone i livelli di pertinenza.
  6. la ricerca delle tendenze non ha fine.

11. Ritornate per un attimo a riflettere sulle conseguenze della prodigiosa superfetazione di tendenze, de facto o semplicemente asserite, che stanno caratterizzando la presentificazione della moda. In realtà ciò che tende ad essere cancellato (o rimodellato in narrazioni heritage) è il passato storico. Permane la memoria del consumatore cioè l’adesso che sta per essere soppiantato dalle novità. A tal riguardo potrebbe essere utile distinguere tra: a. tendenze che presentificano i prodotti della marca che vogliamo distinguere dal loro recente passato (l’adesso); b. tendenze che allargano lo spessore del tempo e dello spazio della moda.

Possiamo applicare alle tendenze (b) le riflessioni di F. Nietzsche sul bisogno di essere inattuali: agiamo contro il presente per favorire l’emergenza di un futuro nuovo. Quando notiamo che la moda diventa sempre più volgare o terrific, ci illudiamo di assistere o partecipare a una logica estranea alle tendenze. In realtà la sperimentazione spericolata, il capriccio artistico, la spudoratezza stilistica, la volontà di dissacrare, non fanno che aggiungere un segno negativo ad un concetto in origine creato per togliere angoscia al dilemma del futuro di un progetto di modazione. In questi casi estremi,  operiamo dunque in contro-tendenza. Scegliere fantasie devianti o l’inattualità, per chi agisce in aziende strutturate, costringe tuttavia a battersi su due fronti: si devono prendere le distanze dal rischio di omologazione (la pseudo tendenza, ovvero ciò che troppe altre aziende o esperti ha battezzato come novità) e si deve prendere delle precauzioni contro il rischio dell’eccentricità inefficace, contro l’immediatismo da fascinazione mediatica, contro la creatività capricciosa, romantica non pertinente con il nostro dilemma creativo.

Se è vero che, in ultima istanza, le tendenze e le contro-tendenze oggi, nel tempo della moda smisurata, è utile considerarle come una nostra costruzione, allora possiamo distinguere tra la fase di ricerca e la fase dell’attivazione. Io credo che attualmente funzioni meglio una ricerca che assomigli sempre di più al trovare degli artisti.

Per contro, nella fase di attivazione è importante demarcare ciò che merita di essere operativizzato perché pertinente ai problemi (e valori) della nostra azienda da ciò che è meglio lasciare alla grande pattumiera della moda (avete mai contato quante tendenze ci sono finite dentro?).

Insisto su questo aspetto dal momento che mi pare di registrare una grande sproporzione tra ciò che si auto proclama come tendenza e gli esiti del mercato.

Senza nulla togliere alla ricerca e agli sforzi concettuali che comporta, voglio ricordarvi che “l’attivazione” reclama a sua volta un’applicazione intellettuale e un impegno in progress che non può limitarsi alle pratiche di legittimazione mediatiche messe in capo dagli investimenti economico in comunicazione e con gli eventi.

Infine, registriamo che la tendenza (b) è il più delle volte soggetta ad una curiosa inversione temporale. Sembra più facile Essere inattuali quando agiamo come se le tendenze fossero un distillato d’annata dei residui di un passato della moda che non si conosce più (in quanto tale inesistente e quindi coevo alla presentificazione). Dagli anni novanta le reliquie vintage, lo stile retrò sono divenute vere e proprie riserve di caccia privilegiate dai cool hunter e dai trend setter.

Il rischio che corriamo è di scivolare dall’inattuale all’anacronistico.

E’ una questione di gradation e di sapienti contaminazioni. Kate Moss ha costruito buona parte della sua straordinaria notorietà grazie alla sua stupefacente capacità di creare look fondendo pezzi d’abbigliamento vintage.

Ma è più facile che cada nell’anacronismo (e nel ridicolo che come un partner fedele lo segue come un’ombra), chi delle vestigia del passato non vede le incongruenze che si prolungano nel tempo che non c’è ancora ma che arriverà, dal momento che è contenuto nel presente.

12. Che riflessioni conclusive possiamo trarre dalla breve indagine sulla parola tendenza? Diffidate di chi fa previsioni; sia che provengano dai celeberrimi cacciatori di tendenze, soprattutto se si presentano come guru, e sia se si presentano come modelli tratti da ricerche di mercato con ambizioni quantitative: di solito non affrontano i risultati delle loro previsioni in modo rigoroso.

Le tendenze si basano sullo studio di processi non lineari, quindi il margine di errore è grande, tanto da escludere ogni atteggiamento improntato a “certezze” che non hanno ragione di esistere.

Imparate invece ad osservare “singolarità” che agiscono ai bordi di ciò che temporaneamente sembrano essere i confini della moda. Per gli antichi romani il Limes aveva due significati: era la linea di confine (dell’impero); ma indicava anche “la strada” che introduce in territori ancora da conquistare.

Trovo il secondo dei due significati di Limes particolarmente attraente per chi si trova esposto ad un lavoro sulle tendenze.

La “strada”, oltre la barriera, che ci porta nei nuovi territori dello stile è più difficile e tortuosa. Ci mette a confronto con processi estetici, artistici che in prima battuta sembrano il “negativo” della moda. Percorrendola, incontriamo soggetti che spesso la detestano, la combattono. Ma è facile comprendere che la loro debolezza è anche la loro forza, dal momento che mettono in gioco la loro identità, rifiutandosi di interpretare semplicemente dei ruoli già programmati. E’ lungo questa via che incontriamo i “mostri” di cui parla Danilo Venturi in Momenting the Memento (Skira), grazie ai quali la moda si ri(e)voluziona.

 P.S.:

Per illustrare l’articolo avevo a disposizione tantissime immagini tratte dalla cronaca degli ultimi mesi. Troppe, forse.

Ho scelto quindi di presentare una sola immagine, la straordinaria Venere degli stracci realizzata da Pistoletto nel 1967/68, interpretata a mio modo.

Fin dalla sua prima apparizione l’istallazione fu considerata uno dei manifesti dell’Arte Povera. Pistoletto giocava sull’accostamento irriverente tra la copia della Venere con mela dell’artista neoclassico Bertel Thorvaldsen, con un mucchio di stracci, accumulati alla rinfusa, sino quasi a sovrastarla.

Io perso che l’artista, realizzando una copia di una scultura neoclassica, che a sua volta evocava pose rinvianti alla celeberrima Venere di Milo, volesse ricordarci l’ambiguità dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Walter Benjamin). Infatti, sia il calco in gesso che gli stracci fanno pensare alla serialità. Ma oltre a queste significazioni, perfettamente in linea con alcuni dei temi più dibattuti negli anni sessanta/settanta, io vi vedo una presa di posizione etica. La Venere sembra in procinto di immergersi negli stracci, come se questo fosse il destino dell’arte e della bellezza nel nostro tempo.

Dal mio punto di vista dunque, l’armoniosa statua metaforizza l’idea di una moda ancorata alle sue tradizioni, in qualche modo rispettosa di un canone estetico di lunga durata. Gli stracci, per contro, possono evocare l’immagine di una moda che nasce dai residui, dagli scarti, dalla merda se volete. Se ricordate, proprio nei déchets (rifiuti, immondizia), nella parte finale del mio articolo ho creduto di poter intravvedere uno dei possibili esiti positivi dei molteplici usi della parola “tendenza/e”. L’idea è che la moda possa continuare ad essere una delle espressioni più euforiche del desiderio umano se accetta di fronteggiare la merda. 

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

100 Responses to "Riflessioni sull’uso della parola/concetto “tendenza” nella moda"

  1. Rossana   29 aprile 2015 at 15:30

    Mi chiedo se la moda possa fare a meno di parole come quelle analizzate nell’articolo. Io credo di no. Quindi malgrado l’ambiguità causata dal loro abuso, dobbiamo continuare a piegarci di fronte alla loro doppia faccia: da un lato sembra che attraverso esse possiamo afferrare con maggior forza qualcosa di sostanziale della moda; dall’altro lato ciò che scivola dalle mani sembra essere proprio l’essenziale. Chiedo all’autore di spiegare questo bizzarro rapporto che la moda intrattiene con il linguaggio.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 maggio 2015 at 16:41

      Scusa il ritardo Rossana. La questione che hai posto mi ha messo in difficoltà. Non credo esista una “cosa” che chiamiamo tendenza. Si tratta piuttosto di una nostra costruzione che vede interagire l’immaginazione e il linguaggio.
      L’immaginazione ci serve per estrarre dalla supposta realtà degli “oggetti” ( li definisco provvisoriamente cosi: niente ti impedisce di chiamarli diversamente) che proiettiamo in una messa in scena particolare (una sorta di fantamoda). Gli “oggetti” possono essere gesti, individui, forme, colori, suoni, stati della materia…che, presi insieme, consideriamo come una forma dell’espressione alla quale attribuire specifiche organizzazioni di senso. Ora, la domanda è: il “senso” preesiste alla forma discorsiva che l’organizza oppure nasce con questa? Io credo che non dobbiamo essere schiavi di una idea di linguaggio modellata sulla scrittura o sul linguaggio lineare; in altre parole gli “oggetti” possono essere concepiti come forme di segni diversi da quelli del linguaggio naturale; forme di segni che possono far emergere significati che spesso il linguaggio naturale non riesce facilmente a trasmettere.

      Rispondi
  2. Alex   30 aprile 2015 at 21:39

    La parola tendenza appartiene al linguaggio fondamentale della moda, come creatività, glamour etc… Forse l’autore ha ragione quando dice che ciò a cui si riferisce la parola tendenza è qualcosa di non molto determinato. Ma se non usassimo la parola comunicheremmo meglio? Non penso proprio. Però ha ragione quando suggerisce di effettuare ogni tanto un po’ di manutenzione semantica.

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  3. Adri91   1 maggio 2015 at 08:10

    Sai che noia sarebbe la moda senza le tendenze! A parte il fatto che le giornaliste non saprebbero cosa scrivere, le aziende come potrebbero giustificare tutte le micro/macro novità che ci propongono? Il prof. ha ragione nel criticare la parola, ma che mondo ci sarebbe senza le tendenze? Avremmo una moda che non cambia quasi mai, quindi una moda gerarchica, distintiva ma autoritaria. Sappiamo tutti che la maggior parte delle tendenze che leggiamo sulle riviste di moda sono fasulle. Ma a me pare che siano menzogne fatte per il nostro piacere. E’ piu carino un mondo di stile dove puoi illuderti di rivoluzionare la tua vita in fretta, senza troppi pensieri e spesso!

    Rispondi
  4. Rebecca Betti   2 maggio 2015 at 00:40

    La moda, secondo me, ha costantemente bisogno di essere affiancata (se così si può dire) e sostenuta da parole come appunto “tendenza”. Fare tendenza e seguire la tendenza appartengono a due mondi diversi. Tutti, o per lo meno stilisti, stylist e tutte quelle persone che girano all’interno del settore moda, credono di creare tendenza. Io non credo nella parola tendenza. La tendenza secondo me è qualcosa che si trova per le strade, una personalità che spicca, un modo di vestirsi fuori dagli schemi, uno stile di vita particolare. Non è assolutamente una cosa che si può trovare in passerella, nelle riviste di moda. E’ un’invenzione e basta. L’invenzione del sistema moda. Una moda che sta smettendo di esistere e che ha bisogno di rinnovarsi, evolvere. L’essere fasullo che è la tendenza colpisce le persone che seguono le tendenze, l’altro mondo. Non voglio criticare chi segue i trend del momento, ma sono convinta del fatto che siano individui che hanno bisogno costantemente di credere in qualcosa, credere in un sistema bello e perfetto.
    A mio parere una parola che potrebbe funzionare di più è “controtendenza”. Non seguire i trend e crearsi una moda propria. Dalla controtendenza nasce una massima differenziazione con un minimo sforzo. Ma poi questa controtendenza viene “copiata” e diventa tendenza. Forse siamo dentro ad un loop? La moda non ha più significazioni e valori?

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  5. Luciano   2 maggio 2015 at 08:43

    Tra gli aspetti che l’autore non rileva a sufficienza ci sono le relazioni che le tendenze hanno con le “previsioni”.
    Il problema è anche di natura etica. Voglio proporre queste due citazioni che mi hanno incuriosito:
    “Troppe persone si illudono di vedere il futuro attraverso oroscopi e varie forme di magia. Molto influisce la televisione che con trasmissioni appositamente dedicate, rischia di fare da volano a questa forma di superstizione in cui spesso cadono i soggetti deboli” (Papa Benedetto XVI- 2010).
    “È superstizioso voler prevedere il futuro delle cose umane, dalla politica all’economia, perché questo dipende dall’uomo. Volerlo sapere a prescindere è l’arroganza di una conoscenza che si crede illimitata, ma che non lo è” (Giulio Tremonti, ex Ministro dell’Economia – 2010).
    Quando leggo sui giornali i giornalisti che scrivono di moda, spesso ho la sensazione di trovarmi di fronte a forme ridicole di oroscopo e superstizione. Significa forse che chi opera nella moda ci considera tutti “soggetti deboli”?
    Se è così, capisco perché le mode spontanee della gente o le mode dei giovani, risultano a volte scioccanti. In realtà mettono con i piedi per terra le fantasie di fasi profeti. Da questo punto di vista sono proprio le mode più assurde ad essere le più sincere.

    Rispondi
    • Anna   3 maggio 2015 at 03:00

      Sì Luciano, anche a me la moda sembra superstiziosa e proprio per questo cerca dei feticci dietro cui nascondere le proprie ansie. Ma sono superstizioni fatte a fin di bene. Non ci vedo pericoli. Servono senz’altro a qualcosa di meno banale di quello che pensa la gente. Il problema è capire a che cosa servano veramente i feticci della moda che chiamiamo tendenze.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   3 maggio 2015 at 21:41

        La superstizione è una credenza irrazionale. Chi ne rimane prigioniero crede in forze occulte capaci di influenzare il prossimo. E, ovviamente, possiamo definire “superstiziose” pratiche e ritualità dettate da tali credenze.
        Non c’è dubbio che determinati usi del concetto di tendenza nella moda, hanno a che fare con credenze irrazionali.
        Vorrei portare alla vostra attenzione un esempio. Qualche anno or sono, apparve sui giornali nazionali la notizia che era arrivata nel nostro Paese la trendsetter più famosa al mondo. Incuriosito, lessi con attenzione l’intervista che una troppo reverente giornalista di moda fece a Lindewij Edelkoort. Ad un certo punto della lettura mi venne da ridere…” Sono nata per prevedere tendenze – dichiarava con enfasi la trendsetter – è qualcosa di cui mi sono resa conto crescendo e che ho toccato con mano arrivando alla Scuola di Belle Arti. Avevo questa capacità di capire quale direzione avrebbe preso la moda. Il talento era lì, la sola cosa che potevo fare era coltivarlo”.
        Ora, il problema non è tanto quello che pensa di sè o del futuro Lindewij Edelkoort. Non posso escludere infatti che, in modo surreale, stesse prendendo per il culo tutti. Il vero problema è chi crede veramente in queste narrazioni.
        Ma cosa sapeva realmente la trendsetter? Ascoltiamola dunque: “Man mano che passa il tempo, mi convinco sempre di più che saranno gli agricoltori gli attori più importanti del prossimo scenario mondiale. Quella che ho scherzosamente chiamato la lobby dei farmers diverrà potentissima. Saranno loro a decidere cosa mangiare e cosa invece no, avremo nelle loro mani la salute, che è la cosa più importante del prossimo futuro”.
        Leggendo queste parole ho capito il trucco. Si prendono delle verità universali che tutti condividiamo (salute, cibo sano…) come prova dell’efficacia della propria visionarietà e si sposta l’attenzione su uno scenario problematico (come sfamare il mondo?) dal quale far discendere a cascata valori che tutti desideriamo: amicizia, felicità…Se aggiungiamo che la trendsetter probabilmente era a conoscenza del tema dell’Expo italiano, allora è facile riportare la narrazione al suo livello generativo, in nessun modo dipendente da facoltà divinatorie della protagonista.
        Per la cronaca, mi fa obbligo aggiungere che l’intervista alla trendsetter aveva lo scopo di allertare i partecipanti a Pitti Immagine 2012, sulla luminosa conferenza tenuta in città dalla protagonista, alla quale avrebbero potuto partecipare per la simbolica cifra di 500 euro cadauno. Non si iscrisse nessuno. La conferenza fu cancellata. Non ho più sentito parlare di Lindewij Edelkoort.
        Questo modo, tutto sommato divertente, di interpretare le tendenze, non deve però farci perdere di vista i presupposti logici che hanno imposto alla nostra attenzione il concetto. Se la novità è la benzina per continuare a far desiderare la gente, allora, come stilista/imprenditore devo costruirmi una visione del futuro prossimo. Ma questo non significa che per forza devo trasformarmi in un incantatore di serpenti. Posso semplicemente raccogliere gli indizi che sembrano avere attinenza con il mio problema (il mio mercato, i miei clienti…) e trarre da essi lo spunto per configurare un oggetto che sarà la forma espressiva di una forma del contenuto immaginata poter sostenere narrazioni sul “nuovo”. A questo punto un lettore attento come Luciano potrebbe obiettarmi: ecco, con le narrazioni, di nuovo le superstizioni che rientrano in gioco. Ma appunto di un gioco si tratta! A mio avviso c’è una bella differenza tra l’atteggiamento di chi è superstizioso e chi semplicemente vuole giocare con la moda. Il primo vive nella paura (di sbagliare, di non piacere…), il secondo ha bisogno di altri giocatori, di regole, di un mondo esterno che non si confonda con il gioco.

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  6. Margherita Anichini   2 maggio 2015 at 16:11

    Io credo che non possa esistere persona ,che si interessi di moda, che prima o poi non sia soggetta a tendenza.
    Anche coloro che si definiscono, o vengono definiti, “fuori tendenza” ed adottano uno stile che rimane pressoché invariato, tanto che potrebbe sembrare veramente personale, avranno fatto una scelta di questo tipo (che sicuramente tuttavia prende a modello un personaggio, uno stilista, un concept store di riferimento, un’epoca che a sua volta, in un altro arco spazio-temporale, avrà fatto tendenza) proprio perché convinti di scegliere qualcosa fuori dalle proposte della moda di tendenza, ma dentro alle proposte della moda “fuori tendenza”, cioè di una moda alternativa che crea ugualmente una tendenza di nicchia e che inevitabilmente diventerà ,in un futuro non troppo lontano, una tendenza mainstream. In quel momento, il soggetto “fuori tendenza” avrà sicuramente giocato d’anticipo eliminando tutti i dettagli significanti tendenza e sostituendoli con dettagli propri della nuova “fuori tendenza”, ma in modo così delicato ed impercettibile che risulterà ugualmente non aver cambiato niente.
    Nonostante il discorso sicuramente eccessivamente arzigogolato, ciò che mi premeva sottolineare è che, dal mio punto di vista, la parola tendenza è da riferirsi a tutti quei soggetti della moda che ci appaiono “fuori tendenza”, cioè portatori ed anticipatori di una tendenza che a breve verrà gettata in pasto alla folla affamata di moda, e che a quel punto non sarà già più di tendenza.

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  7. Martina Teodoli   2 maggio 2015 at 20:09

    La tendenza è un fantoccio che si è creato la moda per cercare di direzionare i gusti del consumatore. Fondamentalmente i brand hanno bisogno di qualcosa di concreto o pseudo-concreto per sviluppare delle collezioni che siano apprezzate e acquistate. Un po’ per mettersi in salvo, un po’ per non rischiare, con delle azioni mirate di marketing i brand di moda introducono la tendenza nel grande e furioso mondo dei consumatori di moda e si aspettano che esso reagisca in maniera euforica accogliendo la tendenza e facendola propria, possibilmente prima di tutti gli altri.
    Sostanzialmente la moda si è auto-legittimata come creatrice di tendenze, come Napoleone che si incoronò da solo. Questa auto-legittimazione è giustificata agli occhi del pubblico con l’introduzione di figure come il cool hunter o il trend setter: figure preposte alla ricerca di tendenze ancora in erba, persone che vanno alla scoperta di come i giovani si vestono e di conseguenza come essi vorranno vestirsi in un prossimo futuro.

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    • Luigia   4 maggio 2015 at 06:32

      Mi trovo d’accordo con quanto detto da Martina, in quanto Tendenza vuol dire “direzione di un processo; orientamento dell’evoluzione di un fenomeno”. É questo quello di cui hanno bisogno e quello in cui credono i Brad. Oggi come oggi purtroppo, non esisterebbe moda senza Tendenza.

      Rispondi
  8. Natalie Balkivskaya   3 maggio 2015 at 13:00

    Cos’è la tendenza per me? Questo sono le piccole leggi, quasi insignificanti che tutte le fashion girl (e non sono loro) devono conformarsi con un sacro terrore con l’arrivo di ogni nuova stagione per essere sempre fashionable e dare consigli su questa materia alle amiche che non capiscono nulla nella moda. Naturalmente, la tendenza è una parte, oppure per dire meglio, concetto nel mondo della moda basando al quale designers sviluppano nuove collezioni. Senza queste piccole condizioni contribuendo ad adattarsi a nuovi ideali che cambiano ogni sei mesi, alle sfilate di moda, credo, avrebbe regnato il caos completo e disperato di stili, tessuti, silhouette ed ideologie mescolati che hanno seguito i creatori della nostra guardaroba di oggi.
    Secondo me, la tendenza riunisce insieme tutti i lavoratori del settore moda, rendendo il lavoro come un meccanismo armonico e omogeneo per ricevere in una fase finale il prodotto che viene apprezzato e immediatamente comprato in boutique più vicina.
    Però io non riesco a capire coloro che segue ciecamente tutte le istruzione dettate da designer, image-makers, redattori di moda. Un conto è quando si prende qualcosa di unico, davvero prezioso e attraente e si aggiunge alla propria guardaroba, diluendola con qualcosa di nuovo e fresco. L’altro fatto è un cambiamento completo di tutto l’armadio con ogni nuovo stagione buttando via tutta la roba che sembra vecchia e “fuori moda”, spendendo di nuovo i soldi per trends che a volte sembrano profondamente assurdo e assolutamente incomprensibili (ci sono tanti, non voglio puntare il dito).
    Lasciate che mi ritenessero di un vecchio e proponessero di andare via dalla università di moda, ma io preferisco la classica. Credo che lo stile è più importante nella moda. Anche se si mette tutti i fashion trends insieme, non si diventa mai fashionable senza il proprio gusto e stile che non si impone nessuno e che rivelano la tua personalità. Essere se stessi, avere il proprio stile-secondo me è la tendenza migliore.

    Rispondi
  9. Chiara Pistillo   3 maggio 2015 at 17:27

    “Interrogarsi sul futuro, ovvero inventarsi delle tendenze, significa connettersi con la qualità temporale strutturante il mondo utopico della moda.”

    Mi trovo pienamente d’accordo con quanto da lei espresso nel secondo punto dell’analisi.
    La moda ha bisogno di parole che creino sogni ma anche riferimenti oggettivi e concreti, per poter esistere. Non bastano le immagini, e i racconti dietro agli abiti. Servono dei concetti che diventino “punti fermi”, delle certezze pronte a sostenere un mondo tanto versatile e in continua evoluzione come quello del Fashion.
    Allora la tendenza è, secondo me, un mezzo per permettere alla moda stessa di sopravvivere: è concreto, viene studiato mesi prima di essere diffuso, e da esso parte il resto. Ma prima della tendenza c’è lo studio, c’è il marketing, c’è un’analisi attenta di ciò che il consumatore vuole ed è pronto a ricevere. Parlo quindi di un mezzo arguto e ben progettato per poter sentire gli applausi alla fine della sfilata, per poter raccogliere i consensi dagli operatori della moda, per vedere le donne e gli uomini vestiti come si era previsto.
    Chapeau quindi a chi è capace di individuarla correttamente, chapeau a chi riesce a realizzarla e chapeau a chi riesce a venderla, e chapeau al consumatore che la adotta consapevolmente e non passivamente.

    Rispondi
  10. Eva Bagnoli   3 maggio 2015 at 20:49

    Come per le religioni, i costumi della società e tutto ciò che ne conviene, la tendenza non è altro che un’ennesima immaginaria linea guida che l’uomo si crea da sé, o che meglio, lascia venga creata da una personalità che innalza a figura di guru, ispiratore e guida.
    Se ci fermiamo un attimo e proviamo a pensarci, non è solo nella moda che l’essere umano denota il bisogno di una figura a cui affidarsi, qualcuno che rappresenti l’autorità e che segnali la via da seguire. E’ quasi come se senza questa linea guida avessimo paura di perderci nell’immensità delle possibilità che ci si pongono davanti. Come sentirsi “alla moda” dovendo scegliere fra una miriade di capi tutti diversi fra loro? Senza la tendenza, come faremmo a decidere cosa è di moda o cosa no?
    Dalle tendenze (quelle che propongono cambiamenti importanti soprattutto) possono nascere periodi ben delineati della moda, perciò se le tendenze non esistessero tutto quello che ci troveremmo fra le mani oggi sarebbe un caos senza una minima delineazione.
    Io trovo quindi che l’esistenza della tendenza sia fondamentale, e ricollegandomi a ciò che ha detto Margherita molto prima di me, credo che niente possa prescindere dalle tendenze.
    Solitamente ci troviamo di fronte a un flusso di tendenza maggiore che è allo stesso modo il più semplice da seguire e che è per questo il punto di riferimento per la massa, ma anche uscendo da questo grande flusso ci scontriamo con tante altre piccole tendenze che però sempre tendenze sono. E allora sta a noi decidere se essere di nicchia o mainstream, ma sempre inclusi in una tendenza.
    Non so, forse solo qualche forma di pazzia riesce a uscire a momenti dal turbinio che tutto inghiotte di cui stiamo parlando, ma se un suddetto genio (riferendosi al significato etimologico che prende spunto dal verbo latino gèno) riesca anche in qual caso a portare alla luce qualcosa di completamente estraneo alle tendenze già esistenti, ecco che presto vediamo nascere una nuova tendenza, che ingloba anche quest’ultimo qualcosa.
    Siamo perennemente contornati di tendenze, nella moda, nel nostro lavoro, nella quotidianità e nelle scelte di vita, attenzione, non certo completamente dipendenti da queste in modo negativo, ma piuttosto volontariamente (anche se in superficie involontariamente) influenzati da una o dall’altra tendenza, a seconda di quale più si avvicina alla nostra personalità. Scegliamo di seguire uno dei flussi che più ci aggrada a seconda delle nostre convinzioni, e in questo modo ci sentiamo al riparo, giustificati e sollevati dall’approvazione che una tendenza ha già avuto in precedenza, senza la quale non potrebbe esistere.
    Solo un’altra delle tante impalcature immaginarie che l’uomo si costruisce per giustificare le proprie scelte e comportamenti, per giustificare la propria vita. Nient’altro che un ennesimo antidoto alla perenne insicurezza dell’uomo.

    Rispondi
  11. CriCorbo   3 maggio 2015 at 22:11

    T-R-E-N-D

    The word “trend.” I would say that most of us would define it along the lines as a ‘pop-up fad.’ In other words: a short-lived tendency. In fashion, a trend can be translated into a simple timeline that shows its evolution. What do I refer to? I refer to Laver’s Law that explains the fashion change and overall attitude of fashion styles. A trend goes through a cycle; before it hits the markets it’s seen as ‘bold’ or ‘daring.’ In its present time (once on the market), it then becomes a ‘smart’ trend, to then become overdue, and ‘not in-style.’ Afterwards, with the passing of a few decades, the “trend” then re-cycles in the fashion world.
    I would say Laver’s Law does make sense, no? I would agree with him if we were still in the twentieth century, but we’re not. The fashion world of today, in other words, the twenty-first century, has transformed into a much more complex system of mass markets as well as niches. Especially with the growth of social media, the life of a trend can die overnight; with influences from celebrities or that of Instagram, a trend becomes much harder to manage. The influences of social media is much stronger than one may think. It has the ability to constantly, and I mean within seconds, of virally spreading trends worldwide.
    However, as of today, I would say a trend no longer focuses on the masses (of people), but rather, aims for niches. In other words, fads have been directed to different groups of people. The attitude of a trend has changed. What does this mean? I mean to say that a trend is no longer meant to be short-lived. In the fashion community, we are shifting towards a lifestyle. A lifestyle in which, a person is defined by their character, philosophy, and adaptation of life, all of course, expressed through fashion. A person has the capability and power to decide whom to follow on Instagram, Facebook, or other social medias. The individual searches and follows their own interests based on their lifestyle.
    So, when mentioning “trends,” I reasonably associate it within sub-cultures. I analyze the micro-trends in the fashion niches to better understand exactly their lifestyle.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 maggio 2015 at 09:51

      Thank you CriCorbo for your contribution. Your words about the lifestyle are correct and important. But I am no sure that all the people of fashion subculture “has the capability and power to decide..”, in situation of desire. Your and my idea of lifestyle depend of this question: Who is the subjet of fashion action?; for you the subjet is a “character, philosophy..”; for me is a breaking line …. For you is a “Ich”; for me is a bricolage between I and Es.

      Rispondi
  12. Antonietta Criscuolo   3 maggio 2015 at 22:52

    Tendenza è una parola che in me ispira simpatia e antipatia. Il fatto però innegabile è che nell’ambito della moda è una parola, un concetto ma soprattutto una realtà innegabile e necessaria. La moda non sarebbe tale se non mutasse costantemente e questo mutamento, tralasciando tutti i fattori che concorrono a provocarlo, può essere chiamato tendenza. Fatte queste necessarie premesse la mia percezione di questa parola è solitamente negativa poiché a volte percepisco la tendenza come un’imposizione, come un qualcosa che vuole condizionare i miei gusti personali deviandoli verso quelle che sono i trend proposti dalla moda. La mia idea è quindi che concettualmente la tendenza è del tutto naturale e intrinseca nella moda, il problema è come la sua necessità venga sfruttata e manipolata dai brand che attraverso advertising a volte pressanti e poco sottili scoprono la loro strategia mal nascosta in affascinanti spot mal concepiti. Il fatto è che il consumatore medio secondo me ha sviluppato una certa immunità ai condizionamenti subdoli delle pubblicità e, grazie al suo scetticismo, smaschera il gioco e ne rimane irritato, si sente preso in giro e in lui si radica un’avversione verso tutto ciò che i mass media suggeriscono come trendy. Questo “odio” inevitabilmente cresce quando accade che viene fuori un trend che incontra i gusti del consumatore o che in qualche moda lo conquistano e fanno breccia nel muro di scetticismo “saggiamente” costruito, in questo modo si accorge di essere caduto nella “trappola” pubblicitaria di un qualche brand che solo passivamente rifiuta ma segue ugualmente accettando la sua occasionale ingenuità giustificandosi con un’antipatia stavolta solo dimessa nei confronti della tendenza.

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  13. Andria   4 maggio 2015 at 00:27

    La moda per sopravvivere ha bisogno di crearsi un mondo autoreferenziale in cui parla sì al consumatore ma principalmente a se stessa, arrivando ad inglobare anche quest’ ultimo al suo interno. Lo fa attraverso immagini, parole, emozioni, segni che intrappolano come in una ragnatela chi si avvicina troppo. La “tendenza” è quella sostanza sui fili della complessa trama che riesce ad attirare gli individui, sia che venga vista come puro frutto del marketing sia che nasca da un evoluzione sociale sempre più rapida e mutevole. Proietta verso il futuro, rende obsoleto il passato ma in realtà è solo puro presente, pronto a cambiare di continuo, così veloce che a volte ti toglie la terra sotto i piedi e ti costringe a correre, qualsiasi sia la velocità, per non avere la spiacevole sensazione di cadere.
    Inoltre mi trovo molto d’accordo con Chiara su quanto ha detto e credo che riuscire ad individuare, modellare a proprio piacimento e diffondere una tendenza non è sicuramente cosa da poco e richiede un studio approfondito ed un’ ottima analisi, anche perché, come ha detto lei, si basa sullo studio di processi non lineari, quindi direi affatto semplici da controllare.

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  14. Camilla Violi   4 maggio 2015 at 00:45

    tendènza s. f. [der. di tendere]. – Con riferimento a cose, fatti, situazioni, disposizione a evolversi o modificarsi in un dato modo.
    L’abuso del termine tendenza fatto dagli operatori di moda ne ha portato ad una totale snaturazione. La tendenza non può essere creata, è bensì il frutto di un agire rispetto a cose, fatti e situazioni.
    La vera tendenza moda proviene, citando Rebecca, dalla strada. Ma non parlo degli street style tanto fotografati al giorno d’oggi. La strada è un metafora, in quanto essa ogni giorno raccoglie centinaia e migliaia di persone diverse che l’attraversano, vestendo abiti che li differenziano in base a credenze, idee, convinzioni, sogni e ambizioni.
    Sono proprio le persone a determinare la tendenza con le loro reazioni ad effetti che governano la vita di tutti i giorni.
    L’assunto che vorrei portare agli occhi di tutti è che la tendenza moda si autocrea in seguito alle azioni che l’uomo compie in relazione alle forze che giornalmente governano la sua esistenza. È così che oggi si assiste ad un proliferare folle di tendenze, tutte differenti e difficilmente incanalabili, causate da un forte individualismo che spinge molti verso l’alternativismo galoppante.
    L’individuo che in passato era fortemente influenzato da ciò che i grandi punti di riferimento (i grandi couturier) proponevano, oggi preferisce essere il protagonista della scena, ascolta le narrazioni della moda ma è lui a dargli senso e a reinterpretarle a suo piacimento. Questo determina che rispetto al “prima” quando la tendenza era più semplice da definire e incanalare, oggi non è più possibile farlo in quanto ne sussistono molteplici.
    I brand qui si trovano di fronte ad una scelta: che strada prendere?
    Perché in fondo questo è. Non è il brand a creare la tendenza. Questo la può seguire e proporla a gran voce al suo pubblico ma non può sicuramente assumersene il merito.
    Un brand per creare realmente una tendenza dovrebbe fare qualcosa di realmente innovativo e che non proviene da indagini su presunti comportamenti che i consumatori esercitano in un dato momento del loro percorso di vita. La tendenza diverrebbe realmente prodotto di un brand nel momento in cui un cluster più o meno esteso di consumatori aderisce alla proposta innovativa del designer.
    Quello che mi chiedo è esistono proposte realmente innovative? Credo di no.
    Oggi si assiste ad un forte intervento del marketing che tenta di prevedere un futuro anteriore ma che poi così futuro non è. Si può indagare qui e ora e avere un’idea di quel che sarà domani ma “di doman non c’è certezza”.
    Credo che il totale affidamento alla ricerca delle tendenze sia un “riduttore di rischio” che il marketing utilizza per cercare di non cadere in errore e non rischiare troppo quando i soldi in gioco sono tanti, soprattutto tenendo in considerazione la totale incertezza che l’attuale crisi economica ci pone di fronte giorno dopo giorno. Questo genere di strutturazione che pone sul mercato prodotti non totalmente innovativi, ma che hanno già una cerchia di utilizzatori, costa meno in termini economici piuttosto che rischiare il tutto per tutto con qualcosa di inaspettato e che può rivelarsi un flop totale.
    Se di morte si vuol parlare l’elemento che ha raggiunto il regno di Ade è la pura creatività. Un’eccessiva schematizzazione applicata tramite l’utilizzo del marketing ha portato ad originare una creatività limitata che fluisce nei canali prestabiliti da previsioni future totalmente incerte e considerate forse eccessivamente determinanti.
    Vorrei che il mio contributo non fosse considerato come l’ennesima critica alle strette linee guida che il marketing propone. È appurato che la pura creatività molto spesso non paga, visti i molteplici casi in cui i designer sono stati costretti a vendere le proprie aziende per sopravvivere alla bancarotta. Quello che però auspico alla moda di domani è una co-operazione fra marketing e creatività che permetta il reale sviluppo dell’innovazione.

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  15. Costanza Mirto   4 maggio 2015 at 00:47

    Dopo aver letto il suo articolo, ritengo che la prima cosa da fare sia una distinzione tra la parola “moda” e la parola “tendenza”. Intendiamo con la prima, un movimento superiore che arriva a durare anni e coinvolge un numero cospicuo di persone, a partire dagli stilisti, influenzati nell’ideare le proprie collezioni, a finire con i giornalisti del fashion system che hanno il compito di captare e decifrare i “messaggi” che vogliono trasmetterci ogni stagione sulle passerelle. La tendenza è un entità sottile e misteriosa che nasce silenziosamente in città diverse tra loro, tra persone con stili di vita differenti che ricevono input dal mondo circostante spontaneamente. E’ importante dedicare una particolare attenzione alle tendenze e a cosa nasce dalla strada. Sono proprio esse che muovono il Dio Moda e che animano stagionalmente le differenti collezioni. Prima del Regno Unito, prima degli anni ’70, prima dei Sex Pistols e di Vivienne Westwood, nessuno si sarebbe mai sognato di indossare vestiti strappati, borchie e spille da balia. Si trattava semplicemente di un qualcosa che esisteva e risultava poco compreso dal mondo circostante. Un qualcosa che di lì a dieci anni, nel momento in cui è salito in passerella e si è nobilitato, sarebbe diventata una vera e propria moda che oggi giorno periodicamente viene riproposta.
    La differenza vera e propria è questa dunque, una tendenza nasce, cresce e se viene sufficientemente compresa, stimata ma soprattutto, se si ha fiducia in essa, si evolve e diventa una creazione da passerella. Succede talvolta di assistere a comete, che nel giro di pochi mesi esauriscono il loro ciclo di vita, e ciò che resta un capo acquistato che non farà mai parte della storia della moda.

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  16. Angelica Cesaroni   4 maggio 2015 at 02:46

    E’ interessante soffermarsi su una parola che si è sempre usata o interpretata senza troppo rifletterci sopra. “Tendenza”molto superficialmente è sempre stata per me sinonimo di “via da seguire” , moda del momento attuale, canoni per chi vuole essere fashion e che durano l’arco di una stagione. Ma cosa c’ è dietro tutto questo? L’articolo mi ha fatto capire che non mi sono mai posta queste domande: chi detta quei canoni? “novità” rispetto a quando? se li detta per il futuro come può sapere cosa collocare nel futuro? e poi pero’ ci si è anche chiesti “che fine ha fatto il futuro”? si parla di “presentificazione”della moda. E ancora, cambiamenti che lasciano intatta o intaccato la struttura?
    Il vero creativo è colui che intuisce “le variazioni del gusto che sono nell’aria” piuttosto che un “semplice interprete di tendenze in realtà già date”. Ma ciò non è semplice in un mercato fluttuante dove è pressoché impossibile schematizzare i comportamenti dei consumatori e poterne prevedere le scelte. Talvolta le variazioni dei comportamenti collettivi sono imprevedibili, governati da variabili emotive e psicologiche.
    Perciò, soffermandoci con l’aiuto dell’articolo sulla parola “tendenze” sinora usata banalmente, si apre una serie di interrogativi che dimostra l’assoluta assenza di certezze, “una strada che intraduce in territori ancora da conquistare”.

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  17. Daniela Birnhäupl   4 maggio 2015 at 07:36

    Secondo il dizionario Treccani questa è la definizione appropriata della parola tendenza: ”Disposizione o inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire”.
    A mio parere non esiste una definizione vera o giusta bensì “tendenza” dovrebbe essere vista più come sinonimo dello stato d’animo che di per sè è davvero naturale e spontaneo anche se ciò ha subito un cambiamento nel momento in cui è nata l’industria, la pubblicità ed infine i media facendo della tendenza un vero e proprio strumento di manipolazione della società al punto di dirigerne a priori il comportamento in direzioni ben studiate ma soprattutto prestabilite usando metodi sempre più raffinati, sofisticati e spesso senza freni. La naturalezza come caratteristica originaria della tendenza é ormai quasi scomparsa perchè siamo circondati (o circuiti) su tutti i fronti 24/7 da una tendenza “imposta” che fa di tutti noi, escluse rare eccezioni, gli strumenti di un concerto senza neanche esserne consapevoli.
    La tendenza vera ed autentica è invece “libera”, cioè definita dal nostro stato d’animo giornaliero che ci influenza nelle scelte (e non solo quelle di moda) senza però l’imposizione voluta direttamente o indirettamente da chi ci “guadagna”. Si tratta quindi di tendenza verso scelte per un certo motivo, in un certo momento ma sempre e soltanto “proprie” vale a dire nate e create dalla nostra natura e non certo da un “trend” o un “must have” proposto (o imposto) online o offline martellandoci il cervello con tutti i mezzi e senza limiti nè di tempo nè di denaro tramite un’enorme massa in crescita di pubblicità a tutti i livelli che finisce per limitare sempre più il bene fondamentale ed essenziale per l’essere umano che è la propria libertà.

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  18. Francesca Bargiacchi   4 maggio 2015 at 09:29

    Tante tendenze arrivano dalla strada e quando cammini per le strade di New York,Milano,Parigi,Londra in questo mix di culture e gusti capisci quanto la moda guardi alla strada, si ispiri a gente normale, a persone che camminano per le vie o entrano nei negozi. Per seguire le tendenze bisogna essere capaci di dosare e tener conto del proprio aspetto fisico. Talvolta chi vuole sentirsi sicura cerca nelle nuove mode elementi che la aiutino a rafforzare la propria personalità. Scelta pericolosa, che può lasciare la donna quasi anonima perché avvolta da griffe e tendenze che poco hanno a che fare con ciò che lei realmente è. Fare tendenza significa seguire un’idea, avere un concetto e una grande e vera conoscenza della moda. Al di là delle classi sociali ed economiche. I soldi non fanno tendenza e se spesi solo a seguire le tendenze degli altri è uno sperpero inutile.

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  19. ELisa Marina Melagrani   4 maggio 2015 at 10:25

    Parliamo di tendenze.
    Parliamo quindi di ciò che un paio di persone decidono sarà di moda, sarà bello ed interessante per tutti noi.

    Chi sono queste persone?
    “Critici” di moda, esperti del settore, cultori di estetica… ?
    Alle volte.
    Sono blogger, ragazze di buon gusto che sanno abbinare le scarpe con la borsa … ?
    Spesso.

    Nella nostra costituzione vi è un bellissimo articolo che ci garantisce il diritto di esprimere apertamente il nostro pensiero, e un altro che ci assicura di poterlo incidere su carta.
    Aimè anche se ciò che viene detto e scritto alle volte fa rima con “sciocchezza”, bisogna essere tolleranti, possiamo sempre imparare dalle “bischerate” altrui.

    La questione su cui forse bisognerebbe riflettere (una delle tante) è “perché ascoltiamo o ascoltano ciò che viene detto” ?
    I nostri filtri morali, culturali dovrebbero essere ben calibrati da poter distinguere il giusto dallo sbagliato.

    L’interpretazione personale ricopre un ruolo fondamentale nelle tendenze o in qualsiasi pensiero che viene abbracciato dalle masse.
    Certamente, al giorno d’oggi non abbiamo bisogno di affreschi per comunicare con chi non sa leggere o scrivere ma sarebbe il caso di aggiungere qualche nozione, ben ponderata, ad una nuova nuance di colore per smalti ed ombretti.
    È forse necessario occuparsi anche della “cultura” della moda, forse anche dell’estetica, e renderla endemica quanto le stampe floreali e le frange….

    Temo però che non sia la mancanza di nozioni sull’argomento o l’ignoranza di esse a generare apparati di breve durata, semplici cose che non passeranno agli annali.
    Chi usufruisce delle tendenze, più di chi la crea o la commercializza, sembra non essere poi così interessato se ciò che indossa o ciò che fa non è altro che una nuova massificazione stagionale.

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    • Martina   4 maggio 2015 at 20:55

      Elisa, mi è piaciuto quello che hai scritto. Ma sono anche in imbarazzo, perché sono una di quelle che seguono le tendenze. Cioè, credo di essere informata e mi piace scegliere le cose che altri non hanno ancora. Perciò io non mi sento una massificata. Io credo che cerco di essere un po’ diversa da ciò che funziona come moda seguita dalle masse. Lo so che hai ragione tu. Dopo un po’ la mia diversità diventerà una norma. Ma allora cosa dovremmo fare? Seguire solo ciò che sentiamo? Ma io sento solo il desiderio di essere ogni tanto un po’ diversa e mi riesce più facile esserlo se guardandomi intorno scopro delle proposte per me nuove. È grazie agli stilisti se abbiamo sempre nuovi abiti per comporre nuovi look. Ammetto anche che qualche volta sono influenzata dalle esperte del settore. Tu quando sfogli Vogue non pensi mai a quanto ti piacerebbe metterti l’abito presentato come le tendenza del momento? Scrivi anche che probabilmente sono così perché non conosco a sufficienza la moda e quindi sono suggestionabile. Ancora una volta hai ragione. Ma io non ci trovo nulla di sbagliato nel farmi suggestionare da qualcosa che mi piace. Per me è importante che io sappia di essere sedotta cioè che sia una mia scelta quella di farmi desiderare un bel oggetto. Non so se mi sono fatta capire. Voglio dire che io partecipo attivamente alla faccenda. Non ho la sensazione di essere una manipolabile.

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      • Gabriele   6 maggio 2015 at 09:43

        Ma una persona manipolata è ancora libera mentalmente per esprimere un giudizio indipendente? Voglio dire, se la moda ci manipola bene, dovremmo nello stesso tempo, non sapere di essere manipolati, altrimenti che manipolazione sarebbe? Se crediamo alle tendenze e non ci rendiamo conto di essere manipolati, allora possiamo anche credere di essere noi a sceglierle sulla base di giudizi estetici personali. Quindi un buon costruttore di tendenze deve essere molto abile anche a far credere che il suo prodotto non è solo una novità ma è qualcosa che produce la sensazione nel manipolato che parte della scoperta appartiene a lui.

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  20. Adele Ioime   4 maggio 2015 at 10:35

    LE TENDENZE SUL WEB

    Mi permetto di citarla poichè è leggendo questa frase che mi è venuto in mente l’argomento.

    Noi pensavamo che la tendenza fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro.
    Invece ora siamo invitati a pensare che la moltiplicazione delle tendenza sia al tempo stesso vittima e complice di uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.

    “Uno stile di vita e di pensiero che ha disattivato il futuro.”
    Forte caratteristica della nostra epoca, caratterizzata dall’uso quotidiano del web, emblema secondo me del concetto che ha chiamato presentificazione, poichè in rete tutto si vive in diretta, nell’attimo.
    Come ha spiegato lei , viviamo oggi in un mondo che si concentra esclusivamente sul presente escludendo ogni insegnamento passato o proiezione futura. Nel postmoderno tutto si è accellerato ed è diventanto effimero, nella moda, come in tanti altri ambiti.
    Vedi la musica, bruciata dall’esplosione dei cantanti “usa e getta” che seguendo le tendeze musicali del momento, sopravvivono un estate ma vengono presto dimenticati.
    Questo fenomeno del “dimenticatoio” è ancora più visibile sul web e i social che generano tendenze fortissime ma di brevissima durata.
    Da qualche anno infatti osserviamo una quantità di sfide o applicazioni per smartphone che in pochissimo tempo si diffondono viralmente e colpiscono gruppi molto estesi. Questi fenomeni pero’ spariscono alquanto rapidamente, più velocemente di come si sono creati.
    Parliamo concretamente.
    Vi siete già scordati la sfida della neknomination apparsa sui social l’anno scorso? La sfida alla base consisteva in bere una pinta di birra alla goccia filmandosi e pubblicarlo su Facebook. Il gioco ha avuto origini in Australia ma in pochi giorni si è diffuso in tutto il mondo. In quel periodo non potevamo aprire Facebook e sfuggire ai video dei nostri amici (a volte anche un po’ imbarazzati…) che bevevano quantità disumane di alcool pur di far parte di questo fenomeno.
    Sprecare tutto quell’alcool in un unico sorso, che per tanti è anche finito nel water, solo per non rimanere fuori da una micro tendenza banale.
    La caratteristica di queste “web tendenze”, se possiamo chiamarle cosi’, è che diffondendosi cosi’ rapidamente portano alla loro esasperazione. Cioè si ripropone il concetto in svariate forme per farlo sembrare inedito, cambiano soltanto il luogo in cui il video è girato o l’eccessiva quantità di alcool ingurgitata (che ha anche causato la morte di cinque ragazzi nel Regno Unito…).
    Ci sarebbero’ tantissimi altri esempi di questo genere come l’applicazione Dubsmash, l’ice challenge buckett e cosi via.
    Cio’ che me colpisce di più è il forte impatto che hanno queste tendenze su di noi ma sopratutto la loro breve durata. Siamo bombardati da queste idee banali e sopratutto fini a se stesse, che a causa nostra diventano fenomeni planetari, poichè anche criticandole le gonfiamo involotanriamente. Dopo averne parlato tutta le settimana, la tendenza svanisce come se non fosse mai esistita. Nessuno ha mai riparlato delle neknomitation mesi dopo, sicuramente perchè tutti se ne sono scordati ma tanto non ci sarebbe niente da aggiungere.
    Osservando questo fenomeno sul web, vediamo che gli utenti generano contenuti privi di senso ma cosi’ potenti da fare tendenza, forse è proprio per il non senso che funzionano queste tendenze. Sono cosi’ insulse che non provocano niente a parte numerosi “likes”,condivisioni e commenti, percio’ vengono dimenticate e rimpiazzate in un attimo senza che nessuno se ne accorga.

    La “viralizzazione” di queste tendeze sul web puo’ attingere a casi ben più importanti e cio’ rende il problema più fastidioso . Se quasi tutta la nostra rete condivide lo stesso video “divertente” penseremo a quanto poco originali siano ma se cio’ accade per il sostengo ad un attentato allora il giudizio cambia.

    Qualche ora dopo l’attentato a Parigi contro Charlie Hebdo, tantissimi miei contatti italiani anche di 12-13 anni hanno pubblicato la famosa foto nera “ Je suis Charlie”.
    Sono profondamente convinta che neanche la metà di essi conoscesse il giornale o i fatti dettagliati ma hanno solamento seguito il flusso come sempre avviene online.

    I social, per un certo aspetto, hanno dunque indotto questa leggerezza nei contenuti che provoca l’effimero e il disinteresse, ma alle volte il contenuto non è cosi leggero da poterlo banalizzare .

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    • Luca   4 maggio 2015 at 21:24

      Adele io sono uno di quelli che pur non avendo mai letto Charlie Hebdo ho messo la foto nera in internet. Non mi importava nulla del giornale. Mi sembrava giusto affermare il mio sostegno a una vittima di spregevoli assassini. Come fai a dire che non conoscevamo i fatti dettagliati? Ne ha parlato il mondo! E poi cosa c’è da sapere? a quali dettagli ti riferisci? Perché ti stupisci se il web viene utilizzato per creare condivisione? Capisco che se non lo avessi visto fare da tanti altri forse non avrei partecipato. Ma il fatto che io abbia partecipato ad un evento virale non esclude la realtà dei miei sentimenti di partecipazione. Comunque non prendertela. Hai ragione nel web tendenze quasi sempre sono cazzate. Nel finale secondo me hai presentato un esempio discutibile.

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  21. Davide Battaglia   4 maggio 2015 at 11:22

    Per mio canto l’affermazione del sociologo Auge secondo il quale il futuro non esiste risulta essere profondamente corretta e contemporanea se viene intesa come l’asserzione dell’inesistenza di un “tempo a venire” non inteso nel senso classico e consono del termine. Da sempre il futuro risulta essere imprevedibile, ma da qualche decennio o poco più il futuro è considerato irreparabilmente inafferrabile e pertanto sostituito con un presente schiacciantemente sfuggente.
Se si adatta questa visione al mondo della moda si potrebbe pertanto affermare l’imprevedibilità più totale della tendenza intesa nel suo senso più tradizionale, e l’incapacità della stessa di attecchire in un terreno in costante cambiamento. 
Probabilmente il rapporto di causalità legato al concetto di subitaneità. della moda va ricercato in alcuni fenomeni che hanno caratterizzato l’ultimo decennio del fashion system, ovvero l’avvento del fast fashion e la presenza oppressiva dei social network legati all’immagine moda.
Soprattutto gli ultimi hanno dimostrato una sempre impellente necessità di essere presenti; assistere, esserci, viverlo, ma soprattutto condividelrlo è la nuova tendenza.
Va affermato, però, che il consumatore dell’oggetto moda, insicuro del proprio io, trova la concretizzazione delle certezze di cui ha bisogno nel concetto di novità. Pertanto esso si rivolge ai brand di moda affinché questi gli assicurino la “novità”, visibile agli occhi di tutti, confermata da un logo che si porta dietro un’aura di novità insita nel brand stesso. Vi è quindi una profonda verità nell’affermazione “il brand dev’essere esso stesso di tendenza”, qualità conferitagli dagli atti di comunicazione e affermazione positiva da parte di “autorità” della moda nei suoi confronti.
In conclusione posso dire di essere in completo accordo con gli operatori moda che sostengono l’anacronisticità nel parlare di tendenze legate al modo di vestire.
A mio avviso esistono delle “macro tendenze” legate ai brand.

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  22. Giulia Muscolino   4 maggio 2015 at 11:49

    Io credo che la tendenza sia da una parte uno strumento di marketing e di controllo per manipolare le masse ed arricchirsi e dall’altra uno strumento attraverso cui l’individuo cerca di rifugiarsi per sentirsi maggiormente accettato e conforme.
    È come una difesa per il consumatore, una sicurezza, un modo semplice per sentirsi membri di una società definita e dominata. Questa non è tendenza, è semplicemente “una pecora che segue il gregge, il pastore”, in questo caso il sistema moda perché non ha il “coraggio” di differenziarsi, di cambiare direzione.
    Si crede che la tendenza nasca dalla genialità dello stilista. È sbagliato. I designer propongono idee spacciandole per nuove ed autentiche mentre in realtà è tutto già visto. Non esiste più la moda. È tutto simile, tutto uguale. Oggi l’obiettivo è solo quello di vendere. Cercano cose di tendenza nel passato, per essere maggiormente sicuri della loro riuscita e le ripropongono. Non vogliono più rischiare.
    Un lavoro molto importante oggi è occupato dalla comunicazione che è la principale responsabile di questo fenomeno di “manipolazione” chiamato tendenza e che fa percepire un determinato marchio o prodotto necessario per sentirsi meglio e membri della società.
    Non è questa la vera tendenza, non può essere il designer a decidere cosa è di tendenza e cosa no.  
    La vera tendenza invece secondo me è un individuo che va contro corrente, che se ne “infischia” di quello che dice il sistema moda e che esalta la sua diversità, la sua personalità individuale.

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  23. Sissas   6 maggio 2015 at 20:32

    Sono d’accordo con Giulia anche se penso che le aziende o gli stilisti non pensino a dominare le masse.vogliono semplicemente avere successo. E chi arriva per primo a sfruttare una tendenza parte avvantaggiato. Perché le aziende dovrebbero investire tanto se non avessero fatto l’esperienza che non essere di tendenza è pericoloso per il business? Mi piace l’idea che ci siano persone che vogliano costruirsi la propria tendenza. Ma mi chiedo fino a che punto questo sia possibile. Le culture giovanili come fu il punk sembrava inassimilabile per la moda. Ma abbiamo visto tutti come è finita. Oggi ci si veste punk anche per andare a scuola! Forse dobbiamo cominciare a pensare che la moda è molto più flessibile di quanto appaia. Con un po di tempo riesce ad assorbire tutto. Soprattutto che si proclama contro.

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  24. Erika Bertini   10 maggio 2015 at 22:22

    La moda è un fenomeno sociale complesso, riguarda tutte le manifestazioni esteriori dell’uomo, ed è definita molto spesso come l’atteggiamento di una collettività che manifesta uno stile predominante in un determinato periodo.
    La moda è creatività, intuito, ma anche strategia. E queste due componenti, apparentemente contrastanti, devono convivere e amalgamarsi per assicurare il successo di un’idea imprenditoriale. Oggi la moda non è un comparto a sé stante ma, coinvolgendo diversi settori, (creativi, produttivi, culturali, psicologici, tecnologici), si presenta come un comparto multidimensionale che s’integra con tanti aspetti della vita.
    Il dizionario Garzanti scrive: “la moda è quell’usanza più o meno mutevole, che diventando gusto prevalente, si impone nelle abitudini, nei modi di vivere, nelle forme del vestire”.
    Nel linguaggio comune, un fenomeno, un prodotto, un comportamento sociale, è considerato di moda se nell’istante in cui se ne parla, ha raggiunto un diffuso apprezzamento da parte di un certo pubblico e in un determinato contesto, che può essere geografico oppure di tipo socio-culturale.
    La moda nasce da un’innata tendenza all’imitazione; essa solleva gli individui dal problema della scelta, facendoli sentire parte di un gruppo e allo stesso tempo soddisfacendo il loro bisogno di distinzione e differenziazione.
    E’ davvero un mondo che vive di tendenze, di modalità che cambiano nel giro di una stagione; un mondo in cui lo studio sociologico del consumatore non diventa solo fondamentale, ma quasi irrinunciabile.
    Per questo motivo, primaria priorità di chi studia e vive delle dinamiche di quest’affascinante sfera, è cercare di fare chiarezza e comprendere cosa c’è dietro questa inclinazione, chiamata ormai “tendenza”.
    Ciò non è affatto semplice; la tendenza ha perso la sua aurea, ha perso di considerazione, non è più capace di veicolare il suo valore più grande: quello del “protendere a”, quello di vivere nel suo tempo: il futuro anteriore.
    Assistiamo ad una crisi di credenza sull’efficacia di questo concetto; perché “tendenza” oggi significa PRESENTE. Significa “tendenza tutti i giorni”.
    Ma in un presente liquido e sfuggente, dove ogni cosa nel momento in cui acquisisce valore lo ha già perduto.
    Potremmo continuare a fare moda sulla base di questo criterio, mi chiedo allora?
    Se questo, per evolversi non può più vivere nel suo tempo, (il futuro anteriore), per quanto ancora la moda potrà cibarsi di una “tendenza dell’adesso”?

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  25. Menghan Tang   10 maggio 2015 at 23:09

    Sono d’accordo “Di conseguenza la moda non può autoregolarsi e non tende all’equilibrio.Ecco perché, la tendenza è quasi sempre il tentativo di creare una sorta di bolla speculativa, gonfiata ad arte da modalità comunicazionali.”
    La tendenza sembra essere un’illusione, i consumatori richiamo continuano a comprare, dal punto di vista dei consumatori non devono perseguire ciecamente tendenza, dovrebbe essere il consumo razionale, visione razionale della moda. E dal punto di vista dei stilisti, manager, aziende dovrebbe creare qualcosa di nuovo,qualcosa collocare nel futuro.

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  26. Ting Zhang   10 maggio 2015 at 23:19

    Che cosa significa “tendenza”? La tendenza è in un periodo, un gruppo di persone, guidato da un qualche tipo di coscienza, l’imitazione, a caccia di alcune cose innovative o forma, e diffuso fenomeno sociale. Tendenze generalmente passano attraverso cinque fasi: l’innovazione, la crescita e la diffusione, ampiamente accettate dal pubblico, la tendenza sbiadito, restringimento fino fuori dal mercato.Chi decide il “tendenza”? Penso che ora la “tendenza” è già presente, alcune companie impositivi e designer hanno preparato una “tendenza” come concetto presto , dopo le celebrite fanno pubblicità per guidare la spesa dei consumatori.”Tendenza” è una parola abusato, che cosa è l’uso corretto? è che abbiamo bisogno di pensare.

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  27. Silvia   10 maggio 2015 at 23:36

    Credo che la moda non possa che nutrirsi di tendenze. Si tratta di un ciclo di flussi e riflussi che vanno, vengono, ritornano. D’altronde senza variazioni di tendenza sarebbe complesso ricreare ciclicamente nei consumatori nuovi bisogni e desideri. Come sosteneva George Simmel “La moda ha il fascino dell’inizio e della fine insieme, il fascino della novità e nello stesso tempo della caducità”.
    Quello che pare difficile è invece legare il concetto di lusso alla parola tendenza. La “luss-azione” è per sua natura senza tempo. Il lusso, quello vero, non ha stagioni né scadenze, di conseguenza non può essere legato a tendenze passeggere. Gli “intellettuali” ribelli della moda, da Yamamoto a Rei Kawakubo, hanno sempre basato la propria sperimentazione sul tentativo di decostruzione della tendenza. Lo dimostra la stessa fugacità dei Guerrilla Store: ecco che, non appena qualcosa acquisisce fama e successo, scompare, muta, per riapparire in una nuova forma; non è dato sapere dove, né quando. Mi verrebbe forse da chiedermi se, per alcuni livelli di prodotto, la tendenza non sia forse quella di rompere le tendenze stesse prima ancora che queste prendano forma.

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  28. Giuseppe Nardozza   11 maggio 2015 at 00:27

    L’abuso incessante di alcune parole al punto tale che esse arrivino a perdere il loro significato “svuotandosi” del loro reale contenuto è un problema serio e purtroppo di attualità. Se in passato l’aspetto del tempo che maggiormente veniva valorizzato era il futuro, oggi questo tempo e questa prospettiva sono scomparse. Tale scomparsa incastra la moda nel tempo “presente” e quindi la tendenza perde il suo significato/scopo di “proiettare verso il nuovo” che le permetteva di condizionare le scelte e i gusti del pubblico.
    Una delle cause principali dello svuotamento delle tendenze è sicuramente il fast fashion (vero emblema dell’abuso di tale termine) con questa continua ossessione per la novità a livello di prodotti e con uscite sempre più numerose e in tempi sempre più stretti. Ormai molto è già stato sperimentato e realizzato e tutti sono pronti ad imitare chi indovina le mosse giuste. Non essendoci un futuro dai connotati nitidi, il mondo della moda segue dunque la cosiddetta “logica fuzzy” tipica di un sistema di relazioni complesso dove non esistono certezze e garanzie per nessuno.
    Forse con continui innesti di creatività possiamo regalarci l’utopica ambizione di poter condurre tutto nella direzione da noi desiderata, ma, paradossalmente, ciò che pensavamo fosse un modo per aprirci la strada verso il futuro (la TENDEnza) si è rivelata un’arma a doppio taglio che ci ha portato alla graduale disattivazione del futuro stesso.
    Un’azienda di moda dovrebbe relazionarsi alla tendenza senza però perdere la propria Brand Identity (per questo parlo di relazionarsi e non di omologarsi) identificando i trend più consoni alle nuove esigenze di acquisto del consumatore. Ma se la tendenza perde il suo significato originario, di conseguenza i brand perdono un importante punto di riferimento, e ciò va a discapito dell’intero sistema moda, andando ad innescare una preoccupante perdita di valori e significati.
    In uno scenario del genere il consumatore perde il gusto di acquistare un prodotto di tendenza: acquista un prodotto privo di narrazione, un prodotto decontestualizzato che non dà emozione. E sappiamo bene che se viene a mancare l’emozione la moda non ha più senso.

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  29. Gabriele R.   11 maggio 2015 at 14:41

    Non esistono tendenze, tutto cio’ che vediamo oggi, sono solo modifiche di oggetti portanti da subculture di altre epoche, che esprimevano forme di ribellioni….
    Ci sono designer che in ogni loro collezione non riportano nessun prodotto innovativo, ad esempio HEDI Slimane, seguono un concetto, più che designer si potrebbe definire stylist, riproponendo lo stile Rock/punk e allo stesso tempo Glam degli anni 80….
    oggi non c’è creatività nel prodotto ma in altre forme come ad esempio la comunicazione…
    non prendiamoci in giro, fashion is dead!

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    • Gabriele v   11 maggio 2015 at 17:21

      Se fashion is dead allora siamo tutti degli zombie vestiti meglio di quelli che ci terrorizzano nei film horror. Io credo che Gabriele R. interpreti la creatività in modo troppo elitario. Non è vero che tutto è già stato presentato. E poi l’altro errore è pensare che la gente misuri le sue preferenze sulla base di una conoscenza perfetta di tutte le subculture del passato. Non conoscendole vive l’eventuale revival come una novità. E questo basta per far funzionare la moda. Lo so che suona un po’ ipocrita ma è la realtà. Io credo che pretendiamo troppo dalle parole. La moda non è solo parole e concetti ma anche l’emozione che mi dà l’incontro con l’oggetto o i prodotti moda. Dovremmo imparare ad usare le parole strategiche della moda senza uccidere lo specifico della moda, cioè senza rimuovere il momento fusionale con un oggetto o stile.

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  30. Yuan peiwen   11 maggio 2015 at 15:08

    Penso che la tendenza è molto complesso, La tendenza della parola appartiene al linguaggio di base della moda, come la creatività, fascino,anche è uno dei modi. Siamo perennemente contornati di tendenze, nella moda, nel nostro lavoro, nella quotidianità .anche Influenzare le nostre scelte. Penso che dovremmo essere razionali per affrontare le tendenze, per capire il suo vero valore e significato.

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  31. Michela Pinci   11 maggio 2015 at 19:26

    Riguardo cosa sia al giorno d’oggi una tendenza, se essa possa essere definita realmente tale o se esista solamente nell’immaginario comune, se sia semplicemente una parola che circola sulla bocca di tanti, ignari del significato reale, o abbia basi realmente radicate nel passato, ne hanno ampiamente discusso le mie colleghe in precedenza.
    Quello su cui mi vorrei soffermare per portare alla riflessione è un altro ‘problema’, se tale può essere definito, che ha iniziato ad impazzare nella mia testa appena ho terminato di leggere il suo articolo.
    Dando per scontato che le tendenze esistano (anche perchè, come ci insegnano, le parole e la scrittura tendono a configurare nella nostra mente un mondo in qualche modo plausibile fino a divenire per noi vera e propria realtà palpabile) la domanda a cui non riesco a dare una risposta che mi sembri sensata è: da dove nascono realmente le tendenze di moda?
    Ho cercato in primo luogo una risposta nel mio database, ma non era soddisfacente, troppo fumosa e incompiuta.
    Allora mi sono detta, abbiamo un mezzo di ricerca così veloce ed efficace come internet, perchè non sfruttarlo? Bene, fatto.
    Ma, per quanto esso possa essere valido, è talmente ricco di informazioni da rischiare di cadere nel confusionario e i miei pochi neuroni operativi restanti sono andati in totale confusione.
    Ad esempio Giulia Ceriani, docente di comunicazione pubblicitaria ed esperta di ricerche di mercato, in “Hot spots e sfere di cristallo” afferma che ‘vi piaccia o meno, per far nascere (e durare) le tendenze di moda – quelle con cui vi riempite la bocca, gli armadi o le pagine dei vostri magazine – c’è bisogno di un approccio scientifico: fatto di teorie economiche e regole matematiche’.
    Dunque sono qui a domandarmi/vi: le tendenze di moda sono un fenomeno casuale che prende vita da una /più coincidenze o dal genio di un ignoto personaggio qualsiasi che inciampa per puro caso in un oggetto che a breve diventerà fatalmente ‘di moda’ oppure sono studiate a tavolino nei ben che minimi dettagli e vengono fatte passare al ‘volgo ignorante’ come tali?
    A lei l’ardua sentenza.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   22 maggio 2015 at 08:18

      La teoria sull’inciampo non mi convince e non è applicabile. E’ come la teoria del didietro: nessun piano marketing potrà mai emulare il successo di una solenne botta di culo…A volte la dea fortuna può sorriderci, ma non possiamo trasformarla in una pratica ordinaria.
      Il riferimento all’approccio scientifico di Giulia Ceriani è in linea con le attese dei soggetti evoluti del nostro tempo. Ma attenzione agli scientismi cioè al fraintendimento di ciò che è scientifico e ciò che non può esserlo, e alla sopravvalutazione della possibilità della scienza di stabilire certezze inconfutabili (in particolare nelle cosiddette scienze dell’uomo).
      Definire scientifici ( nel senso di assolutamente certi) gli onnipresenti quadrati logici greimasiani dell’autrice a me sembra un azzardo. Sono, per certi versi efficaci, pertinenti a determinati livelli di analisi…ma, per favore, lasciamo perdere verità e certezza.
      Quando usiamo la parola tendenza proiettiamo nel futuro qualcosa che elaboriamo a partire da tagli sul mondo che più o meno consciamente effettuiamo, basandoci su modelli che riducono a complessità del reale.
      Ammetto che c’è una grande differenza tra le profezie di uno dei tanti guru che spadroneggiano nella moda e la matematica dei frattalli di Mandelbrot. Nel suo libro intitolato “Il disordine dei mercati” questo geniale matematico, trasforma il caos in qualcosa in cui si intravede l’orizzonte del “prevedibile”. Anche Albert-Laszlo Barbási, nel suo “Lampi” è convincente quando cerca di dimostrare come i comportamenti umani ritenuti casuali possano rivelare ” ” “leggi”che si possono stabilire con esattezza. Questi due studiosi applicano una matematica sofisticata e quindi il linguaggio preferito dalla scienza ( e dalla natura, come pensano in molti). Tuttavia rimangono modelli e ipotesi che se applicati come se fossero dogmi, ci renderebbero ciechi ai cosiddetti cigni neri di Taleb, ovvero incapaci di affrontare ciò che invece è assolutamente certo: l’irriducibile fondo di casualità del futuro per sistemi aperti e complessi.

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  32. Sissas   18 maggio 2015 at 08:55

    Domanda all’autore: mi paredi aver capito che non possiamo più fidarci delle ricerche ufficiali sulle tendenze. È’ così? Ma anche i guru sono da mettere sotto osservazione? Allora cosa dobbiamo fare?

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  33. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 maggio 2015 at 14:06

    Intanto potreste cominciare a studiare le tendenze da soli, senza prendere per oro colato solo una fonte. Ci sono tante sorgenti informative sulle quali riflettere. Evitate i luoghi comuni, gli stereotipi, i falsi profeti e soprattutto ciò che piace a voi. Seguite i sentieri lungo i quali si incanalano le passioni, osservate i soggetti che hanno maggiore propensione a ribellarsi alla moda, studiate le manifestazioni di creatività spontanea e le espressioni artistiche che toccano i nervi della gente…da questa prospettiva potrete farvi una idea delle traiettorie centrifughe delle mode.
    Ma, al tempo stesso, potranno apparirvi anche i contorni delle tendenze centripete (quelle che si presentano come novità, ma che in realtà sono una conferma del provvisorio status quo del sistema moda).

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    • Michela   10 giugno 2015 at 14:54

      Volevo chiedere quale sarebbe per l’autore l’approccio più scientifico alle tendenze. Quali discipline dovremmo tenere sotto osservazione? Oppure possiamo evitare ogni riferimento alla scienza fidandoci dell’intuizione di personaggi talentuosi ?

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   15 giugno 2015 at 18:09

        Osserva come normalmente si parla di tendenze. La stragrande maggioranza dei discorsi sembrano la continuazione dei racconti mitici e fantastici che gli essere umani hanno fatto per migliaia di anni, su questioni apparentemente non affrontabili con metodi empirici. In questi discorsi il futuro diviene uno spazio nel quale vengono proiettate fantasie stabilizzatrici ( se tutti ci crediamo allora, in un certo qual modo, funzionano).
        Ma per fortuna esiste da sempre un altro modo per affrontare ciò che non appare direttamente davanti ai nostri occhi. Immagina quegli stessi uomini che la notte prima avevano trovato ristoro intellettuale ed emotivo nei miti, ora, alle prime luci dell’alba, impegnati a cercare nel terreno le tracce di animali commestibili. Fa parte del gioco della vita che la loro sopravvivenza dipenda dalla capacità di trarre da impercettibili dettagli della realtà segni dai quali dedurre quello che non possono vedere direttamente. Seguendo quei segni possono avere una chance per sfamare chi li attende.
        E’ chiaro che possono sbagliarsi…le tracce possono confondersi, rendendo necessario trovarne delle nuove. Ma con abilità e perseveranza, oggi, noi sappiamo che i nostri antenati ce l’hanno fatta. Seguire le tracce, capire dove portano e chi le sta lasciando, è l’immagine della scienza che mi sento di raccomandarti.
        Io trovo che la moda, non solo con le tendenze, confonda molto spesso queste due attività umane: inventare storie e seguire le tracce per trovare qualcosa.
        A volte la confusione è dovuta al fatto che i confini tra queste due attività diventano labili. I miti, basta che ci crediamo, modificano la realtà… Anzi diventano più reali del reale. In termini di efficacia a volte succede che una narrazione fasulla valga più di un ragionamento razionale (scientifico). Non possiamo nemmeno dimenticare il fatto che la scienza si è spesso cibata di miti e che le nostre mitologie quotidiane sono intrise di scienza.
        Cosa ci occorre dunque? Un metodo per differenziare il diverso valore conoscitivo delle due attività che ho citato.
        Per tornare alla tua domanda quali sono i saperi che mi sento di raccomandarti? Sono le pratiche scientifiche che affrontano la realtà del soggetto in situazioni di desiderio ovvero le neuroscienze ma anche le psico-analisi, le sociologie ma anche lo studio dei sistemi complessi di senso (le semiotiche); l’economia come analisi del mercato ma anche l’economia come risultato di innumerevoli e imprevedibili scelte più o meno libere. Senza dimenticare che per la moda la variabile estetica ha implicazioni di carattere etico e quindi implicanti la volizione del soggetto.
        Stiamo complicando troppo la moda? Certamente sì! Possiamo farne a meno? Come no! Non ho mai detto che i creduloni non siano tanti e che non siano funzionali al business. Può la moda continuare ad essere un dispositivo per creduloni? Su questo ho dei ragionevoli dubbi.

        Rispondi
  34. Mary   12 ottobre 2016 at 07:47

    Mi interessa molto la controtendenza della quale parla l’autore nel finale. Dal punto di vista costruttivo è poi così diversa dalla tendenza?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   17 ottobre 2016 at 13:38

      Il concetto di controtendenza ha senso se assumiamo come verosimile una realtà contraddistinta da una pletora di asserzioni su ciò che la tendenza sembra richiedere. Allora vado in controtendenza quando evito accuratamente ciò che i miei concorrenti stabiliscono sia la richiesta del mercato in termini di gusto o stile di vita. Un esempio pregnante di controtendenza è il modus operandi di Miuccia Prada. Attraverso accostamenti di materiali a volte innovativi, altre volte tradizionali, e a sintagmi di elementi moda imprevisti, spesso ai bordi del cattivo gusto o del kitsch, Proda si presenta sempre come una singolarità creativa assoluta, fortemente differenziata da altre marche.

      Rispondi
  35. Micki   12 ottobre 2016 at 08:03

    Tendenza, cool, controtendenza, trendy, un mucchio di parole per dire semplicemente che un abito è fico. Siamo noi che amiamo confonderci le idee oppure tutto questo ha delle ragioni?

    Rispondi
  36. Antonio Bramclet
    Antonio bramclet   12 ottobre 2016 at 17:11

    Perché non mettere delle immagini relative a tendenze, cool o altro? Il testo sarebbe risultato più chiaro. Ciò che per me è una tendenza per un altro potrebbe essere il contrario. E poi per la moda le immagini sono più importanti delle parole.

    Rispondi
    • Fabio   16 ottobre 2016 at 13:36

      Hai ragione. Parlare di tendenze senza immagini di stilisti è come andare al ristorante e pranzare soltanto leggendo il menù.

      Rispondi
      • Andrea   16 ottobre 2016 at 16:50

        Parlate come se fosse più facile capire le immagini invece che dei concetti. Io credo che le immagini ci illudano di sapere. Però sarebbe stato bello vedere e commentare immagini di Look considerati di tendenza per capire di più.

        Rispondi
        • Silvio   16 ottobre 2016 at 18:56

          Se invece che dire “questa stagione è di tendenza il blu” io ti faccio vedere degli abiti blu, lo capisci meglio cos’è la tendenza o no!

          Rispondi
          • Andrea   16 ottobre 2016 at 19:11

            Si però se non scrivi da qualche parte la parola tendenza gli abiti blu sono solo abiti blu.

  37. Loredana   12 ottobre 2016 at 19:15

    Ci sono dei settori dove le T sono necessarie. Non dovrebbero mai essere esasperate. Troppo chiasso le uccide trasformandole.

    Rispondi
  38. Roberto   13 ottobre 2016 at 08:07

    Essere di tendenza o essere di moda? C’è poi una differenza così importante? Che cosa ci fa pendere da una parte o dall’altra?

    Rispondi
    • Alice   13 ottobre 2016 at 18:04

      Caro Roberto c’è una grande differenza. Essere alla moda significa adeguarsi all’estetica dominante. Essere di tendenza significa rompere con la massa.

      Rispondi
      • Roberto   13 ottobre 2016 at 18:11

        Mah! Guarda il fast fashion come collabora con grandi stilisti e come si integra con la moda alta. Io questa gran differenza non la vedo. La moda intesa come differenziazione oggi la fanno le persone con il loro stile.

        Rispondi
  39. Nicole P.P.   14 ottobre 2016 at 12:09

    Parto dal presupposto che per me nella moda si abusa di tutto, dalle parole agli oggetti.
    Il filo conduttore su cui il sistema moda ancora oggi riesce a reggersi in piedi è il concetto del sogno e del far credere al consumatore di avere la necessità di comprare un nuovo capo.
    Le parole novità, tendenza, trend, cool sono il solito escamotage per cadere ai piedi di coloro che governano il sistema.
    La parola novità sta a significare qualcosa che si presenta per la prima volta in questo caso sul mercato. Nel settore però si abusa dunque di questa parola, presentando articoli del passato come nuovi. Si crea così un fraintendimento solamente per ingannare la gente.
    La vera novità, ovvero qualcosa che non esiste ancora è futuro, la tendenza invece può essere tutto presente, passato e futuro. Sono portata a pensare però che le tendenze siano qualcosa che venga riesumato dal passato. Non tutti coloro che comprano moda sanno cosa ci sta dietro un prodotto. Ai loro occhi può apparire come una novità quando si tratta solamente di un oggetto rivisitato. Le tendenze esistono da sempre, solo che una volta non ci soffermava magari sul significato in se della parola. Una duchessa poteva lanciare la moda di indossare le piume e veniva così seguita a ruota da tutte le altre, ed ecco fatta la tendenza.
    Nel mercato di oggi penso che indossare qualcosa di tendenza sia all’inizio del lancio di essa generalmente una cosa per ricchi, passatemi il termine. Una volta che arriva nei negozi di fast fashion esplode. Domandiamoci allora se quelle persone che sono state le prime ad indossare la tendenza continuino a seguirla o se ne cercano direttamente un’altra? La differenziazione è importante nella società, coloro infatti indosseranno già una novità o una nuova tendenza.
    Le tendenze sono imprevedibili così come le novità. Nessuno studio e nessuna scienza potrà mai prevederle. L’unica cosa che riuscirà sempre è colpire dritto alle emozioni del consumatore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 ottobre 2016 at 13:20

      Le informazioni asimmetriche tra chi crea una tendenza è il consumatore sono una intuizione giusta. La precaria possibilità dei clienti di collocare lungo l’asse storico gli elementi utilizzati per configurare un Look, permette di presentarlo come se fosse una vera novità. A questo punto diviene necessaria la complicità del giornalismo di moda e la potenza di fuoco della comunicazione pubblicitaria. Tuttavia bisogna ricordare che non viviamo più in una società nella quale le informazioni sono scarse o particolarmente rare. Direi che è vero il contrario: di informazioni ce ne sono troppe. Si può sostenere che l’asimmetria dalla quale eravamo partiti non dipende oggi da una sottrazione di informazioni, bensì da due fattori congiunti: a. Mancanza di atteggiamento critico (capacità di selezionare le informazioni giuste); b. Grande efficacia persuasiva dei dispositivi della moda basati su contenuti a dominante emozionale. Una tendenza dunque ha raramente a che fare con questioni come vero/falso. Per contro dipende moltissimo da meccanismi che inducono “credenze”.

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  40. AgneseP   14 ottobre 2016 at 12:40

    Non solo nel mondo della moda si ha un forte abuso della parola tendenza, anche al di fuori di questo settore sentiamo continuamente parlare di quanto sia di tendenza un oggetto. Tutto questo secondo me porta a un caos generale in cui ognuno pensa di poter dire la sua in base ai propri gusti personali. Quando si pensa ad una tendenza infatti è necessaria un’indagine più ampia, a livello sociologico. Chiaramente sempre che essa esista, come messo in discussione anche sopra.
    Forse oggi infatti si ha una rincorsa così sfrenata verso il futuro e la ricerca di tendenze sempre più nuove e fresche, che ci scordiamo non solo di chi siamo e cosa ci piace, ma anche della cosa più importante, sognare.

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  41. Francesca PP   14 ottobre 2016 at 16:39

    Parole, segni, simboli, sguardi, gesti, espressioni ci avvolgono costantemente nella vita di tutti i giorni e nel mondo della moda, ma siamo sicuri di farne un uso corretto? Le parole aiutano ad esprimerci, a comunicare e interagire con chi ci circonda, anche se possono acquisire un ruolo “sbagliato” in quanto ci sono espressioni e modi di dire che possono ingannare. Attraverso parole, storie, narrazioni influenziamo il comportamento delle persone, cominciamo ad abusarne facendo un uso così frequente da dimenticarci il loro reale significato. Come quando ripeti a voce alta molte volte la stessa parola e poi pensi che non abbia un senso compiuto. E così penso che sia successo al termine “tendenza”. Tutti vogliono parlare di tendenza, tutti vogliono seguirla. Sono pochi però coloro in grado di captare i segnali che preannunciano l’inizio e una conseguente fine di una moda. Pertanto penso che sia più giusto parlare di idea di tendenza, un ideale, un qualcosa verso cui ci si orienta, ci si dirige, l’evoluzione di un processo o di un fenomeno. Anche chi dice di essere contro-tendenza, chi non vuole essere “manipolato” dalla moda, alla fine segue una tendenza, perché segue uno stile di vita, un qualcosa che riesce a esaltare la propria idea di diversità.

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  42. Giulia PP   15 ottobre 2016 at 10:46

    Se ci soffermassimo un momento a ricercare sul vocabolario la parola “Tendenza” leggeremmo: “Disposizione naturale, inclinazione a o per qualcosa”. Non a caso un sinonimo è proprio la parola “propensione”.
    Una tendenza si può ritenere un vero e proprio fenomeno. Non ha un’origine siglata né una scadenza. Non si sa mai in quale momento questo fenomeno si manifesti o per quale motivo, ma ad un certo punto veniamo bombardati da un determinato stile, oggetto, capo, accessorio e così inizia la vita di quella determinata tendenza. Iniziando a spopolare nei locali, nelle riviste, nelle vie e nelle piazze di tutti i giorni.
    Ma chi decide cosa sia di tendenza e cosa no, e come può deciderlo?
    Lo studio di una tendenza moda rappresenta l’analisi, l’ideazione e la proposta d’imput basati sulle sensazioni, sulle intuizioni e sulle percezioni che portano alla progettazione di un oggetto, di un capo, o di una collezione, che possano suscitare un interesse ed essere permanenti sul mercato.
    A mio avviso è solo un cerchio che si ripete e si ripete, certo con punti diversi, ma sempre un cerchio è. Un determinato soggetto cerca di rompere con la massa e crea una tendenza. Una tendenza, che a sua volta crea e cerca un’imposizione. Un’imposizione che alla fine crea la massa.
    Quello che interpreto come tendenza, come omologazione ad un comportamento, ad una moda globale spesso e volentieri non è altro che la rivisitazione in chiave moderna di qualcosa già visto nel passato.
    In un’impresa che fa moda è fondamentale trovare quella vena di creatività capace di individuare i bisogni non ancora espressi della massa e convertirli in prodotti capaci di soddisfarli. Può essere appunto un prodotto del passato rivisitato o, sempre più raramente, qualcosa di nuovo e di fresco. L’importante è che quel prodotto, quel capo, quella collezione siano in grado di produrre una tendenza.
    Qualche decennio fa era di tendenza la parola moda, ma ora è di moda fare tendenza.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 ottobre 2016 at 10:45

      La tua idea vichiana di ineluttabili cicli di moda che si ripetono, produce due fantasmi che si aggirano tra i fatti di moda: il fantasma della creatività e quello dell’innovazione.
      Dal momento che a me sembra di assistere a fenomeni di genuina creatività e in molti casi l’innovazione è reale, penso di poter sostenere che la tua affermazione andrebbe diversamente configurata.
      Io la metterei giù così: in molti casi assistiamo a fenomeni moda nei quali la ripetizione è dominante rispetto gli elementi di novità/creatività; in altri, probabilmente di numero inferiore ci pare veramente di assistere a veri processi creativi. In funzione dei nostri problemi possiamo tatticamente muoverci dal primo al secondo o viceversa.

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  43. Eleonora PP   15 ottobre 2016 at 18:26

    Come letto nell’ultimo paragrafo del testo, è utile considerare le tendenze come una nostra costruzione.
    Ebbene si, probabilmente vivendo nella collettività, abbiamo paura di esprimere cosa realmente ci piace.
    Così decidiamo di seguire tendenze create apposta per noi, illudendoci di far parte di un gruppo unito da principi comuni. Allargandosi il gruppo (ovvero quando la tendenza ha perso la sua efficacia) cadiamo in una sorta di sociofobia, ed abbiamo bisogno di seguire una nuova tendenza, di cui solo poche persone ne sono a conoscenza. Questo meccanismo ciclico permette a qualche capro espiatorio (i trend hunters) di unire le masse, per poi allontanarle ed unirle di nuovo. Nel mondo della moda interrompere questo processo è a dir poco pericoloso. Ed io, consapevole del fatto che faccio parte di questo meccanismo, ne sono complice.

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  44. Martina PP   16 ottobre 2016 at 14:26

    Per me tendenza significa idea, un concetto che può partire da chiunque ed ovunque (le tendenze spesso nascono dalla strada, da persone che riescono a combinare gli oggetti nei propri armadi in modi che non si ritrovano nei trend del momento.) Anche se sembra che nasca una nuova tendenza ogni giorno. Tutti vogliono esserne artefici. Le tendenze in qualche modo sono anche strumenti per spronare le persone ad acquistare capi che presentano piccolissime modifiche rispetto agli stessi acquistati qualche tempo prima. Quindi, come tante parole, appare imprecisa; da una parte mi viene in mente il creare qualcosa di nuovo, l’ inventare ma ,dall’altra parte, un’arma che ci spinge all’uniformità e al consumismo sfrenato.

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  45. Ilaria PP   16 ottobre 2016 at 14:53

    Io non credo che per creare delle tendenze bisogna essere dei visionari. Secondo me per creare delle tendenze bisogna solo essere dei bravi venditori e comunicatori anche perché, più un’oggetto viene acquistato, più le altre persone lo desiderano. Effettivamente siamo un “branco di pecore” che non cerca l’individualità ma, al contrario, che cerca sempre di omologarsi agli altri.
    Penso anche che il concetto di tendenza non vada associato direttamente al concetto di novità anche perché, la moda dei giorni d’oggi non ha nulla di nuovo, è solo una reinterpretazione e attualizzazione di quella del passato.

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  46. Virginia P.P.   16 ottobre 2016 at 15:08

    La mia idea su cosa sia una tendenza riprende in parte il concetto di Paul Poiret: dato che la moda è qualcosa di ciclico che fa balzi indietro di circa 20 anni per ogni tendenza, essa ha un andamento sinuoso e ondulatorio, che fa sì che ad ogni trend ne segua uno uguale e contrario.
    E’ naturale: nella natura umana si susseguono momenti di stasi e di frenesia, ed io credo che dopo avere abbracciato ogni eccesso vi sia poi un estremo bisogno di assenza, di minimalismo, semplicità.
    L’esempio più lampante che mi viene in mente ripercorre gli ultimi 30 anni: la moda anni ’80 è famosa in tutto il globo per le forme eccentriche, eccessive, i colori dominanti.
    Gli anni ’90 che sono seguiti invece sono stati il simbolo del minimal, essenzialità, bianco, nero, lontani anni luce (in realtà solo dieci) dal frastuono assordante degli ’80s.
    Poi però dopo aver toccato il fondo della frugalità stilistica era tempo di risalire: ed ecco la moda anni 2000, simbolo accecante del benessere occidentale che si autocelebrava nella ricchezza, nella superficialità concessa dal Nuovo Millennio.
    Quindi secondo me le tendenze nascono da un bisogno emotivo determinato dal periodo storico/sociale in cui un essere umano vive, che necessita di essere espresso attraverso il dress code.
    Non nego che ci sia una continua ricerca di costruire, ”inventare” tendenze da parte di fautori della moda, anche se onestamente – nel 2016 – dal mio punto di vista mi sento di dire che le vere tendenze ormai sfuggono al controllo degli stilisti, ma anzi nascono e prendono piede prima e più facilmente nel mondo del web, dei social come Instagram e in ambientazioni più urban/underground/street.

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  47. Francesca PP   16 ottobre 2016 at 16:27

    Le tendenze nascono dalla strada, nascono dalla libera espressione di persone che decidono di essere se stesse indipendentemente dalla moda del momento.
    Non sono perciò né gli stylists né gli influencers a dettare le tendenze, essi sono solo visionari che riescono a percepire quali esse siano, un tramite fra la strada e le persone che sono succubi del fashion system.
    C’è quindi una profonda differenza tra chi fa tendenza e chi la segue: i primi esprimono la loro individualità a costo di andare contro tendenza; i secondi si omologano alla massa adeguandosi ad essa senza distinguersene.
    Penso che la moda ci abbia avvolti in questo sistema, solo chi ha una forte e spiccata personalità può sfuggire a questa “trappola”.
    Purtroppo è più comodo adeguarsi che andare contro la società.

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  48. Roberto PP   16 ottobre 2016 at 19:34

    L’inseguire la tendenza per me può essere vista come una sorte di circolo infinito, la continua ricerca di un immagine di se migliorata. E’ come un processo evolutivo che non segue una linea ben definita ma anzi è caratterizzato dall’imprevedibilità. Il Darwin di turno che riesce a prevedere il passaggio successivo, vince.
    Ormai la tendenza però non è più da ricercarsi sulla passerella ma per la strada, nella vita di tutti i giorni. Gli stilisti danno uno spunto, esprimono un concetto ma i veri creatori di tendenze sono coloro che andando contro la tendenza del momento, ormai inadatta, riescono a creare qualcosa di nuovo anche semplicemente reinterpretando qualcosa di vecchio.
    Concludo dichiarandomi d’accordo che del termine “tendenza”‘ se ne faccia un abuso e spesso un uso errato.
    Probabilmente anche io in queste poche righe sono caduto in errore.

    Rispondi
  49. Elena PP   16 ottobre 2016 at 19:40

    Tendenza significa “influenzare il gusto”. La moda infatti influenza i consumatori cercando di indirizzarli verso un determinato capo o oggetto.
    Credo che il mondo della moda ormai giochi su questo termine per far si che ognuno di noi tenda, per l’ appunto, ad avere l’esigenza di comprare un capo che per noi non ha mai avuto importanza, ma l’acquista nel momento in cui diventa di tendenza.
    Secondo me le tendenze sono alla base della moda, esse creano un ciclo continuo di novità che, nonostante non siano nuove, comunque hanno dietro un’idea studiata per renderle attuali.

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  50. Chiara PP   16 ottobre 2016 at 19:41

    Trend, nasce dalla parola tendenza -“attivare, girare”-far muovere un’idea o un comportamento.
    Diversi studi, teorie e ricerche ci hanno portati alla stipulazione di diversi significati della parola tendenza.
    Adesso vi dico la mia! Attraverso l’espressione idiomatica “tendenza” ci proiettiamo verso un’inclinazione, ovvero la direzione attraverso cui qualcosa tende a muoversi. Il nostro LifeStyle, è il tipico esempio di una tendenza che sia emotiva, intellettuale e spirituale, tendiamo a influenzare-con esso- la società, il gusto e le mode.
    Anticipare è la nuova key per divulgare un trend, essere rivoluzionari o visionari di certo non aiuta un oggetto a muoversi ma attraverso studi e ricerche possiamo dirigere il nostro trend verso la sua notorietà. I trend vanno ricercati. Bisogna quindi fare delle ricerche approfondite nel campo della moda-passata- per poter ricondurre o modificare un oggetto, che già visto, potrebbe ritornare con una chiave di lettura diversa da quella precedente.
    Per quanto possa essere di tendenza far tendenza nella moda, penso che un trend per essere tale debba usufruire di una buona comunicazione, oggi attraverso i social-network, per poter essere alla portata e all’utilizzo di tutti.

    Rispondi
  51. Gloria PP   16 ottobre 2016 at 21:10

    Nella moda la “tendenza” è determinata da un insieme di segni capaci di esprimere con buona approssimazione il futuro e le novità.
    Le tendenze della moda sono la base per l’ideazione e la creazione di una collezione, si ottengono raccogliendo informazioni, idee e segnali direttamente dalla società. Le indicazioni principali vengono raccolte presso i destinatari del prodotto e cioè della clientela fissa e da gruppi d’avanguardia. Mentre le informazioni sulle tendenze colori, linee, materiali li forniscono i produttori tessili, le aziende prét-à-porter e di alta sartoria.

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  52. Camilla PP   16 ottobre 2016 at 21:55

    All’interno del vocabolario di lingua italiana, alla voce tendenza, seguono queste parole:” Orientamento ideologico, ideale e programmatico, che si manifesta in abito di movimenti politici, sociali, artistici e culturali. Sottolinea una disposizione a evolversi, a modificarsi in un determinato modo”. Proprio quest’ultimo periodo mi ha colpita particolarmente. Credo che una tendenza ci porti in qualche modo a modificarci. Non sempre lo facciamo volontariamente, a volte neanche ci si rende conto che stiamo seguendo una tendenza. Questo perché le case di moda incrementano, sempre di più, la produzione di Buzz Product e oggetti iconici che, assumendo connotati esclusivi, appaiono agli occhi del cliente oggetti di tendenza, necessari per la sua sopravvivenza. Ma il comune consumatore, pur sapendo di non aver bisogno di acquistare quel determinato prodotto, continua a collezionarlo perché lo fa sentire speciale, oserei dire unico. Come è stato detto anche nell’articolo, questa unicità la si ottiene grazie alle narrazioni. Sono le storie che rendono speciale un prodotto, lo rendono desiderabile e quindi anche di tendenza. Le tendenze sopravvivono grazie alle favole e ai racconti che le aziende di moda gli intessono attorno e fanno tutto ciò perché sanno, sin dal principio, che nessun cliente comprerebbe mai un oggetto di cui non ha bisogno, se non avesse una storia da raccontare.

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  53. Ausilia Leggio   16 ottobre 2016 at 22:05

    La “tendenza” mantiene vivo il sistema moda, sia che ci si riferisca ad una creata dall’inventiva del designer, sia nel caso di qualcuno che riesce a leggerla e a trasformarla in prodotto moda, è il motivo per il quale la gente continua a comprare. Se riflettiamo un attimo, siamo in un momento in cui si vuole lasciare da parte il consumismo e si cerca di pensare ai veri bisogni. Essendo tutti parte integrante di una società che tende a giudicare e discriminare è logico dover ben guardarsi da ciò che è di tendenza e fa gruppo rispetto a ciò che non lo è. Quindi seppure utilizzata in modo inappropriato e con significati diversi, ognuno, nella propria mente ha un’idea di cosa voglia dire la parola “tendenza” e sa bene che la propria vita, che si voglia o meno, gira in torno a questa. Una tendenza non riguarda semplicemente il settore moda ma l’intero contesto sociale nel quale si è immersi. Utilizziamo questa parola associandola a oggetti, tipi di viaggi, cucina, sport, e proprio quando si vuole andare contro corrente ecco che si inizia a dar vita a qualcosa che chi riesce a interpretare trasforma nella successiva tendenza. E’ un fenomeno che noi stessi alimentiamo. D’altra parte sono dell’idea che nello stesso momento non c’è mai una sola tendenza, ma ve ne sono diverse ambivalenti che permettono cosi a tutti di aderire ad una piuttosto che a un’altra, rendendoci difficile il compito di andare per una strada diversa senza seguire le masse.

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  54. Marina PP   16 ottobre 2016 at 22:38

    Inclinazione spontanea verso un determinato modo di sentirsi, di vestire, uscendo fuori dagli schemi, andando contro ciò che è di moda in quel momento. Questo è ciò che intendo per tendenza. Nasce per strada in qualsiasi luogo, che sia occidentale o orientale e si tratta di una novità o di qualcosa che appartiene al passato e viene reinterpretato e svecchiato.
    Sono del parere che oggi la tendenza sia come fenomeno che come parola sia morta. Come parola se ne fa un abuso, soprattutto da parte dei giornalisti, che la utilizzano come se non ci fosse un domani. In qualsiasi articolo che parli di moda c’è sicuramente la parola tendenza. Come fenomeno penso che da qualche anno non esista più, perché siamo semplicemente dei consumatori di ciò che apparentemente sembra nuovo, ma non lo è. Piuttosto la tendenza dovrebbe derivare da quell’immaginazione che ha permesso la crescita del mondo della moda e che oggi sta portando, a mio dispiacere, al decadimento di quest’ultima.
    Se facciamo un passo indietro a partire dall’inizio del ‘900, riconosciamo che c’è stato un sviluppo progressivo del modo di vestire, sono state create moltissime novità sia dagli stilisti che dalle semplici persone, ma oramai questo processo si è concluso visto che, secondo me, si è ossessionati dal presente e manca la voglia di desiderare qualcosa di nuovo.

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  55. Angela PP   17 ottobre 2016 at 00:57

    La tendenza è un qualcosa che ad un certo punto si infila prepotentemente nel quotidiano di tutti.
    La tendenza nelle prime due fasi della sua vita, nascita e crescita è ancora una novità per pochi.
    Chi decide di seguirla, si illude di entrar a far parte di un gruppo, cosa che svanisce non appena la tendenza arriva alla sua maturità, quando ormai viene vista ovunque ed è stata adottata da tutti.
    Le persone che adottano la tendenza nella sua fase di maturità, non sono altro che persone che non sono in grado di osare e hanno bisogno di sicurezze, se non addirittura di approvazioni, per seguire uno stile diverso.
    Arrivati a questo punto gli innovatori non vorranno far altro che sfuggire all’omologazione, correndo alla ricerca di una nuova tendenza da seguire…
    La tendenza non è altro che un vortice da cui è impossibile uscire.
    La tendenza è un fenomeno sempre più veloce, con l’avvento del web e in particolare dei social media (in particolare Instagram), nascono tendenze nuove tutti i giorni.

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  56. Sara S. PP   17 ottobre 2016 at 09:39

    Se la tendenza prima era una preparazione al futuro, adesso è diventata qualcosa che il futuro lo blocca: quello che intendo è che l’uso sbagliato di essa ha fatto in modo che non si può più vedere oltre, farsi un’idea per un futuro imminente e, sostanzialmente, sognare, ma ci fa ristagnare, trasformando la nostra dinamicità in staticità, aspettando sempre che qualcosa arrivi, mai tentando di crearla.

    Come ogni medaglia ha due facce, anche la tendenza le ha: quella che abbiamo scelto noi è sicuramente quella più negativa, poiché, invece di sperimentare qualcosa per il futuro, sentendoci creatori di qualcosa, preferiamo essere creati da qualcosa a tempo determinato che ci modella a suo piacimento.

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  57. Carla   17 ottobre 2016 at 16:12

    Ho visto che siamo tutti d’accordo nel sostenere che la tendenza oggi è una storytelling. Essendo le storie moltiplicabili all’infinito anche le tendenze sono infinite. Ma che valore può avere qualcosa di infinito e quindi indeterminabile?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 ottobre 2016 at 16:49

      Vai troppo veloce Carla e dai per scontate realtà composite (come ho cercato di mostrare nel mio articolo). Storytelling è oggi una parola sottoposta ad abuso almeno quanto “tendenza”. Non è vero che basta raccontare qualcosa per sincronizzarsi con le aspettative del nostro tempo. Occorrono investimenti, mezzi e idee vincenti. Quando vai al cinema, differenzi un bel film da un’altro che non ti convince? Io scommetto di si. Quindi è “come” raccontiamo una storia a fare la differenza. Aggiungerei un altro pensiero. Io credo che tu sottovaluti il valore delle non-storie. Ovvero i tentativi che molti marchi fanno per enunciare i propri valori in altri modi alternativi all’idea che la vita sia sempre o solo come un romanzo. Tentativi, per esempio, che puntano a connettere il “mondo possibile” di una azienda con il mondo reale dei consumatori. Pensa alla differenza che tutti noi siamo in grado di percepire tra un film commedia è un documentario. Documentare un po’ più di reale, nel contesto del proprio mondo simbolico, potrebbe essere una tattica efficace per uscire dallo stordimento da storytelling banali.

      Rispondi
  58. Ausilia PP   18 ottobre 2016 at 08:35

    La “tendenza” mantiene vivo il sistema moda, sia che ci si riferisca ad una creata dall’inventiva del designer, sia nel caso di qualcuno che riesce a leggerla e a trasformarla in prodotto moda, è il motivo per il quale la gente continua a comprare. Se riflettiamo un attimo, siamo in un momento in cui si vuole lasciare da parte il consumismo e si cerca di pensare ai veri bisogni. Essendo tutti parte integrante di una società che tende a giudicare e discriminare è logico dover ben guardarsi da ciò che è di tendenza e fa gruppo rispetto a ciò che non lo è. Quindi seppure utilizzata in modo inappropriato e con significati diversi, ognuno, nella propria mente ha un’idea di cosa voglia dire la parola “tendenza” e sa bene che la propria vita, che si voglia o meno, gira in torno a questa. Una tendenza non riguarda semplicemente il settore moda ma l’intero contesto sociale nel quale si è immersi. Utilizziamo questa parola associandola a oggetti, tipi di viaggi, cucina, sport, e proprio quando si vuole andare contro corrente ecco che si inizia a dar vita a qualcosa che chi riesce a interpretare trasforma nella successiva tendenza. E’ un fenomeno che noi stessi alimentiamo. D’altra parte sono dell’idea che nello stesso momento non c’è mai una sola tendenza, ma ve ne sono diverse ambivalenti che permettono cosi a tutti di aderire ad una piuttosto che a un’altra, rendendoci difficile il compito di andare per una strada diversa senza seguire le masse.

    Rispondi
  59. Valentina PP   23 ottobre 2016 at 20:58

    Secondo il mio pensiero e il modo di esprimermi, la moda è creata e crea delle tendenze, queste tendenze a loro volta sono un mezzo di comunicazione, trasmettono un messaggio visivo, e a volte nato dalla strada.
    Se non ci fossero le tendenze la moda sarebbe una noia e smetteremo tutti di seguirla.
    La parola tendenza ha perso il suo originario significato, perchè non è più la tendenza che fa la moda ma sono le stesse case produttrici che impongono la tendenza.
    Rimane comunque il fatto che ognuno di noi è libero di scegliere il proprio modo di essere e di apparire.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   24 ottobre 2016 at 13:56

      Libertà è una parola grossa. Siamo veramente più liberi dalle tendenze o la loro moltiplicazione crea l’illusione della libertà?

      Rispondi
  60. Lucia   26 ottobre 2016 at 08:05

    L’autore verso la fine dell’articolo contrappone l’inattualità delle T con l’anacronismo e fa intendere che la prima è ok mentre la seconda no. Però io vedo tanto anacronismo nella moda di oggi. Come mai?

    Rispondi
    • Martina   27 ottobre 2016 at 15:23

      Lucia perché non fai degli esempio di anacronismo? Come si differenza dal citazionismo?

      Rispondi
      • Lucia   27 ottobre 2016 at 16:00

        Per quello che capisco io tutti i grandi creativi cercano di essere anacronistici. Galliano era famoso per associare stili di epoche diverse. È solo un esempio tra i tanti.

        Rispondi
        • Marco p   27 ottobre 2016 at 16:10

          La prima è stata Vivienne Westwood negli anni ottanta quando si ispirava ai sarti del 700

          Rispondi
          • Simone   27 ottobre 2016 at 16:18

            No! Il primo è stato Yves Saint Laurent con le sue famose collezioni dedicate agli zar negli anni settanta.

  61. Lucia   27 ottobre 2016 at 16:27

    Vedo confermate le mie idee. Forse l’anacronismo è il citazionismo sono la stessa cosa.

    Rispondi
    • Martina   27 ottobre 2016 at 16:37

      A me non sembrano cose positive

      Rispondi
  62. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   28 ottobre 2016 at 10:53

    Recentemente sono stato a Prato per vedere la mostra “La fine del mondo”. La prima opera esposta era la replica al naturale di due Autralophitechi, ovvero di ominidi che risalgono ad alcuni milioni di anni fa. A poche decine di metri, uno squarcio nel soffitto e bavosi residui materici in caduta libera verso il basso, volevano raccontarmi qualcosa di terribile collocabile in un futuro prossimo o lontano: l’artista, iettatore o divinatore o profeta, scegliete pure voi, si è guardato bene dallo specificare il senso della sua istallazione. Ma non è questo il punto. La prima domanda che mi sono posto è: cosa cazzo c’entrano gli ominidi presentati come fossimo al museo delle cere di Madame Tussauds con i residui di edifici post atomici? La scontata risposta potrebbe suonare così: il curator della mostra ha marcato un inizio paleo/antropologico di ciò che diventerà la cultura dell’uomo e ha disseminato nel resto dell’esposizione i segni (artistici) della sua probabile fine. Può sembrare legittimo, persino scontato. Ma provate ad interrogare la correlazione da questo punto di vista: come potremmo definire la scelta di narrare una storia facendoci credere che esista una relazione di reciprocità tra attanti lontanissimi nelle spazio e nel tempo? Perché questa scelta? Bene, ora mi collego alla pestifera domanda di Silvia, e rispondo che il curator della mostra si è ispirato a ciò che Didi-Hubermann definisce Anacronismo, cioè un recente e nuovo punto di vista sulla storia, basato sul collegamento apparentemente arbitrario tra momenti molto lontani tra loro per temporalità e generi (le repliche degli ominidi sembrebbero più appropriate in un museo di antropologia e non in una galleria di arte contemporanea). Perché l’Anacronismo sta diventando una moda? I collegamenti stranianti sembra che abbiano la proprietà di enfatizzare la creatività (e farci scoprire cose nuove, non necessariamente vere, ovviamente). La percezione di un effetto di senso che diventa evento, è esattamente ciò che ci permette di sfuggire al noioso e lineare buon senso dello storicismo. Allora, per farla breve, anche la moda che consideriamo d’avanguardia sfrutta l’Anacronismo (del resto: chi studia più seriamente la storia del costume o della moda? Nelle scuole dedicate sono rari i docenti competenti. Di solito i docenti improvvisati propongono storicismi cioè focalizzazioni su fatti e personaggi che sembrano avere una connessione con ciò che attrae il loro interesse. Futuri stilisti e manager escono dalla formazione conoscendo frammenti di storia scollegati e quindi facilmente riannodabili a qualsiasi fantasia che prometta attenzioni e stupore ) e, dicevo, non ho dubbi che l’Anacronismo, dal punto di vista di ciò che chiamiamo frettolosamente creatività, possa apparire rivitalizzante. Tuttavia nel mio script sulle tendenze, esattamente nel passaggio testuale che la rompipalle Silvia ha crudelmente sottolineato, io cercavo confusamente, lo ammetto, di differenziare l’Anacronismo dall’anacronistico. Del primo preferivo la versione nicciana (l’inattualità), mentre del secondo intendevo riferirmi alle significazioni lineari in uso nel nostro linguaggio (anacronistico significa passato di moda, vecchio, polveroso etc). Insomma, volevo dire che per essere inattuali quindi di tendenza dobbiamo fare attenzione alle sottili regolazioni simboliche e alle gradation che se sottovalutate o scalibrate ci fanno precipitare nel puro non senso vestimentario (trasformandoci o in una reliquia del passato oppure in sembianze ridicole).

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   20 novembre 2016 at 09:54

      Silvia chi?

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   20 novembre 2016 at 09:57

        Chiedo scusa. In realtà stavo rispondendo a Lucia.

        Rispondi
        • Silvia   20 novembre 2016 at 10:10

          Avevo capito prof, ho capito anche la risposta: anacronismo non è anacronistico, l’Anacronismo è un modo per sviluppare la creatività in presenza di una crisi della Storia.

          Rispondi
          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   20 novembre 2016 at 10:18

            Più o meno è così

  63. Vincenzo   29 ottobre 2016 at 09:42

    Diciamo la verità, la tendenze sono delle scommesse sul futuro. A volte ci prendono altre no.

    Rispondi
  64. Graziella   18 novembre 2016 at 11:26

    Prof. cosa pensa di questa citazione che ho tratto da una vecchia intervista a Yamamoto:
    “Non ho mai seguito le regole della moda. Ho sempre scelto strade alternative, strade che mi sono creato da solo. Volevo oppormi al sistema delle tendenze e proporre qualcosa di nuovo. Di solito, quando tutti dicono che una cosa è bella, a me quella cosa non piace”.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 novembre 2016 at 12:05

      Grazie grazie. Citazione preziosa che utilizzerò.

      Rispondi
  65. Sara PP   20 novembre 2016 at 15:31

    La parola tendenza che possiamo spiegare come “influenzare la moda” oppure “influenzare il gusto” sta alla base della moda perché crea una continua novità in questo settore in grado di creare nuove collezioni. Le tendenza possono nascere ovunque e da chiunque, si ottengono raccogliendo idee o informazioni presenti nella nostra quotidianità, possono essere delle novità ideate da persone che indossano oggetti e accessori particolari, facendo abbinamenti nuovi e scegliendo colori anche insoliti, creando appunto tendenza. Oppure possono anche essere delle idee già usate ma rimodernizzate. Le tendenza sono essenziali per il ciclo della moda perché influenzano il consumatore ad averne bisogno e lo indirizzano verso un particolare prodotto che anche se non presenta nessuna novità può essere scambiato come un capo estremamente unico.

    Rispondi
  66. Ivanna P   20 novembre 2016 at 18:14

    per me tendenza significa direzione, la direzione in cui la moda si muove. Ma oggi una tendenza non e solo una direzione, racconta delle storie, ed e per questo che hanno avuto successo, le storie sono le responsabili di rendere speciale un prodotto,li danno desiderio e da li nasce la tendenza.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 novembre 2016 at 19:17

      Allora Ivanna, ci dici che “tendenza” vuole esprimere il senso di una traiettoria per la moda e al tempo stesso fornirci tramite narrazioni aggregate al prodotto, una visione di “una isola che non c’è (ancora)”.
      È un modo originale per cominciare a lavorarci sopra. Ora il problema diventa: quali caratteri deve avere l’isolachenonc’è per farla divenire “reale” per il desiderio dei consumatori? Quante altre traiettorie sono plausibili (partendo dai nostri problemi)? Esiste l’isola del giorno prima che suggerisca il senso di una direzione piuttosto che altre?
      Guai illudersi che pseudo definizioni possano esaurire l’argomento tendenze.

      Rispondi

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