The Little Black Dress

The Little Black Dress

La moda segue un ritmo altalenante che fissa i mutamenti culturali di una società contestualizzata all’interno di determinate coordinate spazio-temporali accompagnandone i pilastri e fondendosi con essi. All’interno di questa melodia si affermano capi ed accessori che prescindono dalla loro mera accezione di vestibilità diventando espressione tangibile di un dato momento storico.

La redazione completa dell’elenco comprensivo di tutti i capi che hanno dato vita a fenomeni di fermento culturale sarebbe inevitabilmente tortuosa, forse potenzialmente impossibile – essendo la moda teatro incessante di mutamento – e saremmo assoggettati a noisi voli pindarici. Desidero soffermarni su un unico elemento tra questi consacrato indiscutibilmente dalle donne: the little black dress.

Nel corso dei decenni così diverso nella forma, seppur di natura costante nella sua essenza. Indice di femminilità, potere, eleganza, sensualità: connubio vincente che lo rende irrinunciabile dal 1926. La storia lo attribuisce a Chanel; the little black dress compare per la prima volta in un’illustrazione di Vogue America nel mese di maggio accostato alla macchina standard di Ford: due elementi percepiti accessibili dalla massa. Vogue afferma che “the little black dress would become the sort of uniform for alla women of taste”; concetto senza alcuna sovrastruttura e abilmente mirato che lo rende immediatamente percepibile dal grande pubblico.
Nel corso degli anni ’20 le donne conquistano un’indipendenza maggiore: iniziano a lavorare, praticano sport all’aria aperta; in generale assumono un ruolo sociale diverso ed inevitabilmente anche l’abbigliamento ne risente. La comodità diviene metro di successo cosicché si iniziano ad usare tessuti come il jersey impiegato sino ad allora per l’intimo maschile. Nonostante il look di Chanel sia seguito in massa dalle donne, lei si rivolge ad un preciso prototipo: l’intellettuale, come sottolinea Meredit Etherington: “Chanel tended to dress the more intelectual members of this new society”. La designer accosta al tubino nero il taglio corto di capelli, il cosiddetto “alla garçonne”. La peculiarità del suo operato è quella di rendere contingente l’idea della donna contemporanea. Karl Lagerfeld ne elogia il modus operandi affermando che “Chanel copied everything she did and made it commercial. But this is genius, no?” The little black dress racchiude in sé tutto ciò che Chanel vuole raccontare, la sua filosofia, la sua femminilità, come asserisce lei stessa ad Harper’s Bazaar nel 1923: “Simplicity is the keynote of all true elegance”. La sobrietà è sinonimo di superiorità. Il tubino nero non è solo l’uniforme che Chanel sceglie per la donna moderna, ma anche una sorta di piccola rivincita della stilista costretta ad indossare, durante l’adolescenza, la divisa che dimostrasse il suo status di orfana. Chanel crea la sua arte a sua immagine e somiglianza. La moda e la società risentono ancora dei postumi della belle époque, ma lei vi si pone in netta antitesi; rappresenta la dicotomia della donna indipendente seppur sensuale e desiderabile agli occhi degli uomini. Il tubino è nero, il colore preponderante in assoluto per la stilista, il colore della sobrietà nonché della sensualità. Gli abiti firmati Chanel appartengono al mondo dell’haute couture, ma nonostante il prezzo accessibile a pochi, divengono fenomeno di massa. La stessa Chanel in un’intervista rilasciata ad Harper’s Bazaar del 1923 afferma “I am not interested in any work done for the masses, nor in any work produced in quantities, or at a cost available to all. I want to sell to very few, remain prohibitive. Yes, it is true my models are widely copied. But I don’t worry or complain about it. Why should I. in fact, try to prevent this? Think of the publicity it gives me. The woman I wish to dress evidently don’t care for copies”.

Attraverso i decenni the little black dress è naturalmente mutato in armonia con i tempi: dall’aurea hollywoodiana degli anni ’30, al conservatorismo “bon ton” ed il boom economico dei ’50, all’esagerazione kitsch degli ’80, all’androginia ed il minimalismo dei ’90. Nel corso degli anni ’20 il tubino nero nasce e diviene uniforme della donna moderna, nel 1929 la borsa di Wall Strett crolla e ne consegue la terribile depressione economica, cosicché the little black dress diventi denominatore comune tra coloro che non vogliono ostentare alcun benessere stando al passo con la tragicità del periodo e coloro che non possono permettersi altro.

La tendenza negli anni ’30 prevede un’austerità nell’abbigliamento conferita dal conflitto mondiale, ma Elsa Schiaparelli ne contrappone un nuovo geniale concetto: la moda giocosa, divertente, esagerata. Nel gennaio del 1930 reinterpreta the little black dress – dando vita ad enorme clamore – creando il suo nuovo abito da sera, rivestito di crepe nero, che prevede la schiena scandalosamente scoperta.

Gli anni ’40 sono il triste teatro della seconda guerra mondiale e lo spirito generale si ripercuote inesorabilmente sull’abbigliamento. Le donne sono costrette ad entrare a far parte della forza lavoro, soprattutto nel settore industriale, quindi lo stile diventa essenzialmente funzionale e contemporaneamente si diffondono le nuove fibre artificiali come l’acrilico, il poliestere e gli acetati in quanto surrogati della lana e della seta, le quali erano impiegate nelle imprese di guerra. Tuttavia il 12 febbraio del 1947 Christian Dior introduce il “New Look” caratterizzato dalla tipica forma “à corolle” la quale richiama appunto la forma di un fiore. Conferisce improvvisamente alla donna una nuova femminilità caratterizzata da una romantica opulenza delle forme: punto vita definito, imbottitura sui fianchi, spalle dalla forma tondeggiante. Il colore prediletto? Nero, ovviamente. Vogue definisce il New Look “an orgy of all things most feminine and forbidden”. Chanel, maestra della sobrietà e pulizia delle linee, inequivocabilmente si pone in netto contrasto a Dior accusandolo di schernire la figura femminile.

Finalmente gli anni ’50, il periodo della ripresa economica, l’America rifiorisce dopo il conflitto mondiale con una ritrovata prosperità. La donna torna a rivestire il ruolo di madre e moglie, lo sfondo della tipica famiglia americana si trasforma nel quartiere residenziale. La nuova “uniforme sociale” per la donna prevede abito con colletto bianco, guanti, filo di perle, ballerine per il giorno, stiletto per la sera. The little black hat diventa compagno inossidabile del tubino, come afferma il curatore del Museum of Art di Philadelphia, riferendosi al cappello disegnato da Lily Dache nel 1955 “the ultimate cocktail party hat, the perfect accompaniment to the little black dress”. Nel 1952 entra in scena l’”enfant terrible” della moda: Hubert de Givenchy. Il concetto chiave dei suoi abiti è la purezza della linea, la forma, la scultura, non a caso il suo mentore è Balenciaga. Givenchy sceglie come musa Audrey Hepburn, icona di eleganza che nell’immaginario odierno viene ancora associata al tubino nero. Balenciaga regala al the little black dress, grazie al suo inconfondibile tocco strutturale ed alla duttilità del taffetà, forme nuove ed armoniose. Nel 1957 Dior muore improvvisamente e gli succede il suo erede prescelto Yves Saint Laurent che lancia la linea a trapezio essenzialmente composta da spalle sottili e linea svasata sino alle ginocchia.

Negli anni ’60 si apre ufficialmente il periodo della ribellione giovanile. Le ragazze non vogliono più assomigliare alle loro madri ed inizia un veloce ed efficace viaggio sino a giungere ad una netta demarcazione tra giovani e “vecchi”, genitori e figli. Sono gli anni poliedrici della Pop Art, dei Beatles, della minigonna di Mary Quant. The little black dress inevitabilmente si accorcia ed il cappello si usa solamente durante le occasioni formali.

Negli anni ’70 l’anarchia regna sovrana insieme alla disillusione generale prodotta dalla guerra del Vietnam. Il caos diffuso si riperquote anche nella moda. Vi è un susseguirsi ed una convivenza di molteplici stili che si influenzano e si confondono tra loro: romantico, vittoriano, gipsy, glamour dal sapore retrò hollywoodiano. The little black dress torna ad essere in jersey oppure in tessuti sintetici abbinato a tacchi alti, borsa tracolla e vistosi braccialetti.

Gli anni ’80 sono pervasi dal gusto estremo del kitsch, dalla trasgressione, dallo stile neo barocco, dalla stravaganaza delle forme e dei materiali. Il tubino nero si arricchisce di corsetti, rinforzi, materiali che aderiscono spudoratamente al corpo. Stilisti come Thierry Mugler e Jean Paul Gaultier raggiungono il loro apice il linea con questa tendenza. E’ il momento d’oro del visionario Franco Moschino che interpreta al meglio la donna del suo tempo: trasgressiva e giocosa; non a caso il suo little black dress viene decorato con orsetti di peluche. La donna è lavoratrice e vuole sottolineare la sua autorità in tale campo senza perdere la sua femminilità. Quale “divisa” sarebbe più pertinente del tubino nero?

La moda è un fenomeno ciclico e come tale necessita di un ritmo alternato quindi fisiologicamente, dopo gli eccessi degli anni ’80, nei ’90 si afferma il minimalismo, si ricerca una tregua dalla trasgressione. The little black dress arriva all’altezza del ginocchio, talvolta arricchito da dettagli bondage e tacchi a spillo. Il nero rimane sempre il colore preferito e Donna Karan – stilista delle donna professionale – dichiara ad Harper’s Bazaar nel 1995 che “the little black dress is the foundation of a woman’s wardrobe”.

L’intento di questa dissertazione è stato quello di analizzare – partendo dai dati empirici che la storia ci fornisce – le dinamiche che hanno visto come protagonista un capo intramontabile oramai da più di ottant’anni e di come si sia adattato all’evolversi dei dogmi culturali ed ai mutamenti sociali della figura femminile. L’aspetto che si evince dagli argomenti trattati e che più affascina da quasi un secolo donne e uomini, appartenenti al fashion system o meno, è racchiuso nella sua disarmante versatilità. Abito professionale e sobrio, ma anche estremo e seducente. The little black dress trova la massima espressione nella sua ecletticità che lo rende in grado di trascendere confini geografici ed epoche storiche.

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Beatrice Iannuzzelli

Beatrice Iannuzzelli

Romana nel cuore, romana nell’anima. Follemente innamorata della mia città che porto sempre con me ogni volta che la vita mi porta in giro per il mondo. Appassionata di moda, arte, viaggi e tutto ciò in grado di assopire, almeno per un po’, la mia impaziente curiosità. NYC la mia seconda casa che mi ha insegnato a guardare al di là del mio naso passeggiando da sola o in compagnia. Lavorando o sorseggiando spicy Martini. Perdendomi a Soho, ritrovandomi a Union Square passando per Bleecker Street, non prima di aver letto un buon libro da Barnes & Noble sorseggiando caffè di Starbucks. Felice di partire, felice di tornare. Ogni volta con qualcosa in più.
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