Theo e Avedon

Theo e Avedon

Da un vecchio baule ritornano tra noi le fotografie e i negativi del grande maestro donati ad una delle sue modelle preferite 
Il primo fotografo della moda ad avere piena consapevolezza dell’importanza di ciò che oggi definiamo fotogenia di un soggetto fu probabilmente il grande Steichen. Osservando gli scatti della Morehouse, la sua modella preferita, cominciò a ragionare sul valore visivo che la sua immagine riusciva ad imprimere in una fotografia di moda e congetturò l’esistenza di un talento difficile da descrivere quanto efficace nel lasciarsi catturare dallo sguardo del fruitore, raffigurabile in un concetto reso famoso mezzo secolo dopo da Roland Barthes in uno dei libri più belli scritti sulla fotografia. In La Chambre, Claire lo scrittore francese postula l’esistenza di un effetto punctum che farebbe uscire l’immagine dal registro del mi piace/non mi piace per spingerla verso una dimensione che stimolerebbe la pro-attività della ricezione: “il punctum è quello che io aggiungo alla foto e che tuttavia è già nella foto”, scrive Barthes. In breve, nel caso della foto di moda l’effetto puctum possiamo ritrovarlo anche nella capacità di iscrivere significazioni distintive da parte di una modella piuttosto che un’altra.

Dopo Steichen fu Blumenfeld ad elaborare l’asse fotografo-modella, alla ricerca dell’ineffabile valore percettivo da trasmettere al lettore per farlo uscire dalla sua cornice e animarne lo sguardo.

Ma è con Richard Avedon che la foto di moda diviene un gioco a due vero e proprio capace di trasformare lo statuto della modella trasformandola in qualcosa di vitale e pensoso, non omologabile alla rigida e impersonale teatralità che per decenni aveva avuto il sopravvento nella moda.

Theo fu una delle prime modelle grazie alle quali Avedon affinò il suo metodo particolare per catturare il kairos (il momento giusto) del fascino e per affinare il concetto di bellezza a lungo esplorato dalla foto di moda nella sua età dell’oro (dal secondo dopoguerra all’inizio dei sessanta).
Il comportamento del fotografo sul set era decisamente proattivo: giocava, si muoveva con ampi gesti, saltava… Penso che intendesse infondere vita, energia, emozioni alla foto e per raggiungere questo obiettivo avesse compreso l’importanza di infondere una certa scioltezza e dinamicità alla modella. Grazie all’empatia tra fotografo e soggetto veniva così al affinarsi la piega della bellezza scoperta da Munkacsi una generazione prima.

Oggi, grazie al ritrovamento in un vecchio baule di molti dei negativi e degli scatti fatti da Avedon a Theo e di una mostra organizzata nel contesto culturale che arricchisce AltaRomaAltaModa, possiamo saperne di più su un momento della storia della foto di moda decisivo per gli esiti che ebbe sia per il linguaggio del genere e sia per l’impatto sul pubblico. Infatti, come spiega benissimo Valentina Moncada nel pregevole catalogo, intorno ad Avedon e Theo si intravede la presenza autorevole di Carmel Snow, l’Editor in Chief di Harper’s Bazar, di Brodovich, geniale art director della rivista e si respira l’aria del momento particolare che attraversava la moda, passato alla storia proprio con l’espressione che coniò la direttrice della celebre rivista quando definì la prima collezione di Dior “new look”.

Carmel Snow e Brodovich crearono una rivista che per autorevolezza, cultura ed efficacia non solo teneva il passo di Vogue ma per certi aspetti ne superava i confini estetici. Grazie a loro Avedon divenne in pochi anni famosissimo e insuperabile nel restituire ai lettori di Harper’s Bazaar le significazioni visive di messaggi moda sempre più imbricati in uno stile di vita contemporaneo. La modella intelligente, ironica e presente in tutti gli aspetti della vita compatibili con l’immaginario della moda del periodo è infatti una invenzione di Avedon. Ma la grandezza degli scatti del fotografo io la vedo nella loro ironica modernità sempre correlata ad una tensione verso l’ideale di bellezza ereditato dalla foto di moda dopo che le avanguardie artistiche l’avevano espulso dalla pittura.
Il rapporto di lavoro tra Avedon e Theo copre quasi tutto il periodo che definiamo New Look e si può dire che la modella sia stata il primo laboratorio vivente del concetto di bellezza fotografica inventato dal fotografo.

Ann Theophane Graham era nata a New York nel 1926. Dopo studi sulle arti visive cercò di imparare il mestiere di fotografo e fu questa passione che la portò a contattare Avedon, in quei giorni all’inizio della sua gloriosa carriera. Cominciò dunque un tirocinio come assistente di camera oscura, ma presto in lei si fece largo il desiderio di interpretare il ruolo di modella: essere fotografata da grandi fotografi, viaggiare, indossare abiti creati dai couturier più acclamati, vedersi sulle copertine di riviste internazionali… Insomma non è certo difficile capire come il desiderio di Theo potesse nel tempo divenire una vera e propria passione. Sembra che all’inizio Avedon non fosse convinto sulle sue attitudini. Con il senno di poi sembra strano che la bellezza e la personalità di Theo lo lasciasse perplesso. Penso di poter dire che in realtà la signorina Graham impersonava un ideale femminile che il fotografo avrebbe cercato in tutte le modelle preferite della sua lunga carriera. Ma come succede spesso all’inizio, le cose che abbiamo più vicino sono quelle che sottovalutiamo o che conosciamo meno. Per fortuna Avedon prese la decisione di fotografarla sul set e da quel giorno per circa 10 anni Theo divenne la modella preferita del fotografo per i servizi più importanti.

In seguito lavorò con molti altri celebri fotografi tra i quali si scelse il marito, Ted Corner allievo come Avedon di Brodovich. Il matrimonio non durò a lungo e verso la metà degli anni cinquanta Theo si trasferì per lavoro a Roma dove conobbe il produttore cinematografico Carlo Saraceni che sposò nel 1957. Dopo la nascita del figlio Enrico Carlo Saraceni rimase quasi sempre in Italia, punteggiando gli anni della sua maturità con visite occasionali agli amici di New York.

Avedon era entrato nella redazione di Harper’s Bazaar nel 1944. Divenne il fotografo ufficiale della rivista nel 1948 quando riuscì a convincere Carmel Snow a preferirlo a Louise Dahl-Wolf, fino a quel momento autrice dei reportage di moda da copertina. I servizi più importanti dell’anno erano senz’altro quelli realizzati a Parigi durante la presentazione delle collezioni dei grandi couturier del secondo dopoguerra: Balmain, Dior, Fath, Balenciaga, Piguet… Pare che Avedon avesse minacciato di lasciare la rivista per approdare a Vogue se Carmel Snow avesse rifiutato di metterlo alla prova sulla scena parigina. Probabilmente Louise Dahl-Wolf, bravissima fotografa oggi un po’ dimenticata, non fu felice di questa scelta ma devo aggiungere che senza Parigi probabilmente la carriera di Avedon sarebbe approdata più lentamente al successo e noi avremmo perso tanti capolavori fotografici che resteranno per sempre nella storia.

Per il suo primo servizio a Parigi Avedon scelse Theo e Dorian Leigh; gli esiti furono straordinari. Gli abiti di Balmain, Dior e Fath indossati dalle due modelle che il fotografo stimolò a recitare se stesse, facevano apparire di colpo gli abiti più eleganti, sofisticati, lussuosi come assolutamente moderni e naturali. E’ strabiliante notare come Avedon riesca a persuaderci ad interpretare donne di una bellezza assoluta con abiti impossibili come se fossero al tempo stesso donne che potremmo incontrare dietro l’angolo. E’ solo una illusione ovviamente ma si rivelerà una menzogna efficace che spingerà l’immaginario della moda verso un in-più di realtà innovativo e intelligente.

Lo splendore di Theo e le magie fotografiche di Avedon si fondono mirabilmente in due scatti indimenticabili del 1949. Nel primo la modella indossa l’abito di Dior “White Satin Column”; Theo ripresa di fronte sta rivolgendoci il suo incantevole profilo mentre con la mano destra alzata sembra attendere un baciamano improbabile oppure semplicemente sembra recitare una figura dell’eleganza aristocratica mandandoci al tempo stesso il messaggio di non crederci fino in fondo; la finezza di questa posa ironica aveva pochi precedenti nella storia della fotografia di moda. L’abito di Dior elegantissimo e dal drappeggio valorizzato da riprese abbottonate asimmetriche rispetto l’asse mediano del corpo, è un capolavoro di maestria sartoriale.

Nella seconda immagine Theo indossa Junon, un altro capolavoro di un Dior ispiratissimo la cui realizzazione aveva richiesto centinaia di ore di lavoro per modulare la seta turchese con sfumature di un blu iridescente, smeraldo e ruggine, impreziosita dal luccichio di tantissime piccole conchiglie cucite a mano sui petali della strabiliante gonna dell’abito. Il grandioso sfavillio della creazione di Dior ci rimanda al potere allucinatorio della bellezza della coda del pavone, che il mito associa alla dea Giunone. Anche in questo caso Avedon indovina il momento decisivo che rende memorabile lo scatto: la modella, al tavolo con un gruppo di amici, sembra lentamente alzarsi attratta da qualcuno che entrato ha allertato la sua attenzione; l’elegantissimo profilo del corpo e la non comune lunghezza del collo, amplificate dall’ampiezza dell’abito, conferiscono al movimento suggerito una indicibile grazia; il contesto sfumato inondato da una luce che sembra dipinta evoca momenti di tranquillo romanticismo.

Sunny Harnett, evening dress by Gres, HB sept.1954 Avedon

Non so se Avedon avesse letto la Recherche di Proust, autore amatissimo da Dior, ma questa fotografia traduce benissimo il senso di alcuni momenti della vita che sembrano più reali quando sono rivisitati dalle protesi della memoria. Mi inchino di fronte alla maestria del fotografo; un secondo inchino per Dior e ovviamente un terzo inchino all’affascinate presenza di Theo.

Carmel Snow rimase colpita dalla bellezza dello scatto di Avedon e dall’interpretazione di Theo e inviò alla modella un telegramma di complimenti: “your pictures divine”. Tuttavia malgrado il successo Theo non sarebbe più stata inviata a Parigi. Dorian Leigh, che nella foto Junon era stata ripresa da dietro e finì col recitare il ruolo della comprimaria, convinse Avedon a scegliere nel 1950 sua sorella Suzy Parker, una donna bellissima con la quale il fotografo avrebbe firmato shooting di grande successo. Mi è difficile scegliere tra Theo e Suzy Parker almeno quanto mi riesce difficile capire il perché la prima musa fu esclusa dai servizi sulle collezioni parigine. Comunque Theo e Avedon continueranno a collaborare fino al 1951. Poi la loro avventura professionale divergerà radicalmente. Perché Avedon lasciò alla modella stampe, pagine intere di contatti e molti ektacrome originali senza conservarne copia per il proprio archivio? Perché Theo custodì per tutta la sua vita con gelosa riservatezza questo materiale in un baule?

 

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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