Un borghese piccolo piccolo: un film grande grande

Un borghese piccolo piccolo: un film grande grande

Forse amo troppo gli anni ’70, il fermento culturale (e reazionario) che hanno portato in grembo, sulla spinta dei ’50 e dei ’60. Forse li amo perché sono stati tutto e il contrario di tutto o forse perché negli anni ’70 c’erano i Led Zeppeling, i Jethro Tull, i Pink Floyd e chi più ne ha, più ne metta. Ciò vale pure per il cinema, sia ben inteso e Un borghese piccolo piccolo (M. Monicelli, 1977) ne è solo una delle innumerevoli testimonianze.
Partiamo da una semplice premessa: Monicelli alla regia e alla sceneggiatura (insieme a Sergio Amidei) di un soggetto tratto da un romanzo di Vincenzo Cerami è già di per sé indice di qualità. Un D.O.C.G.: Derivazione di Origine Cerebrale Garantita.
UnknowndE’ il quadro, quello pennellato in quest’opera, di una società completamente persa perché colpevolmente irretita dal sogno piccolo borghese.
I Vivaldi, sono una normale famiglia Italiana dell’epoca democristiana: lavoro, chiesa, figli e sogno di cui sopra in tasca. Lo stipendio serve anche per comprare il nuovo televisore, uno status sociale che, insieme alla loro seconda casa (una catapecchia ridotta quasi a un rudere nelle campagne romane) lanciano Giovanni & co. nella pancia del capitalismo. Giovanni Vivaldi è funzionario pubblico al ministero in procinto di godersi la pensione ma il suo compito non è finito: deve prima riuscire a spalancare le porte del ministero al figlio Mario, neodiplomato (tutt’altro che brillantemente) ragioniere. Farebbe di tutto per sistemare il figlio che, ancora piuttosto ingenuo e pendente dalla bocca del padre, si lascia trasportare dai sogni altrui. Di mezzo, però, c’è il concorso pubblico ma il superiore di Giovanni sembrerebbe poter fare qualcosa per il suo impiegato a patto che egli decida di essere ‘illuminato’ dalla grazia terrena di una loggia massonica. Giovanni accetta non senza auto-fustigazioni punitive per le spalle voltate al proprio Dio.
Riesce così a ottenere un piccolo indizio sulla prova che il figlio dovrà affrontare in sede d’esame ma il loro percorso s’arresta proprio alla soglia del primo traguardo: Mario rimane vittima di una pallottola vagante sparata durante una rapina.
imagesInizia così la parabola di Giovanni, pensionato devoto triturato da un presente che non gli ha lasciato altro che un figlio morto stipato in una moderna e grottesca catacomba, sparso tra mille altre vittime di vecchiaia, malattie, speranze e di loro stessi. In una società come quella di quegli anni – per cui anche il prete, durante la funzione funebre di Mario, invoca “morte generale” – che massivamente calpestava a capo chino le proprie vite, imbottita di false speranze, Giovanni non può che ritrovarsi completamente solo. Soprattutto dopo che il dolore ha letteralmente paralizzato anche la moglie. Così, decide di farsi giustizia da solo, di ribellarsi alla calma apparente che lo stritola: scova l’assassino di suo figlio, lo rapisce e lo tiene legato nel suo capanno di campagna osservando le sue sofferenze e disperandosi quando la morte troppo rapidamente strappa il rapinatore dalle grinfie della sua lenta vendetta.
Ormai, la vita in quel presente lungo e crudele lo ha cambiato al punto di trasformarlo in un impassibile mostro sociale che reagisce ad un insulto per strada con la freddezza di un serial killer per vendicarsi del calunniatore.

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Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
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