Venezia 75: Suspiria by Guadagnino ricorda più Kubrick che Argento. Maluccio il film su Van Gogh

Venezia 75: Suspiria by Guadagnino ricorda più Kubrick che Argento. Maluccio il film su Van Gogh

VENEZIA – Suspiria e Van Gogh a confronto. Due tra i film più attesi dell’intera kermesse non convincono del tutto e mostrano alcune falle che non faranno contenti gli amanti dei rispettivi generi.

Il nostro viaggio negli angoli del cinema di Venezia 75 continua e non poteva non fare una tappa nel mondo oscuro dell’horror di argentiana memoria Suspiria.

A Lido, nei giorni antecedenti alla proiezione in esclusiva, non si è parlato d’altro se non del remake di Guadagnino, sia per la portata del progetto sia perché il timore che il film facesse davvero PPPPAURA era tanta! “Ho cominciato a pensare al cinema da bambino e il mio desiderio più forte era per il cinema dell’orrore” – ha detto Guadagnino – Quando avevo 14-15 anni mi sono guardato tutti i film di Dario, se non fosse per lui oggi non sarei qui. Ricordo che all’epoca venne a Palermo. Chiamarono mia madre per avvertirla, lei mi disse in quale ristorante lo avrei trovato. Io mi sono messo davanti alla vetrina finché non è uscito, così sono riuscito a parlargli. Mi ha detto che vedermi che lo fissavo dal vetro gli aveva messo ansia”.

suspiria
Dakota Johnson interpreta la protagonista del film di Guadagnino

Per chi non conoscesse questa pietra miliare del genere horror, Suspiria, diretto da Dario Argento nel 1977 e ispirato al romanzo Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey, è il primo capitolo della famosa trilogia delle madri (due i sequel, Inferno, 1980 e La terza madre, 2007). Il film è senza dubbio un’opera fondamentale nella carriera di Dario Argento. A detta di molti, rappresenta la vetta del virtuosismo stilistico argentiano, che trova il suo fiore all’occhiello nell’impianto fotografico, così Art Noveau ed espressionista da non poter essere dimenticata.

Che dire? Una bella responsabilità per Guadagnino, alla prima esperienza nel campo dell’horror tra l’altro. E allora, il regista di “Chiamami col tuo nome” ha superato questa dura prova?

La risposta, fidatevi non è così semplice. Quello di Guadagnino non è affatto un remake, è un’opera complessa, con degli obiettivi completamente diversi da quelli del suo “predecessore”. Se Argento puntava tutto sulla suspance e sul thriller, sull’horror vero e proprio insomma, Guadagnino si concentra molto su di più sulla parte psicologica della paura, ricordando molto di più Kubrick che Argento stesso. Ne esce fuori un film profondamente sessuale e carnale allo stesso tempo, un film in cui il culmine dell’arte di Guadagnino si palesa nel suo tributo profondo e psicologico all’essere donna, figlia e madre. Insomma più Eyes Wide Shut che Suspiria!

Suspiria
Luca Guadagnino

E non fraintendeteci, l’opera di Guadagnino qualche inquietudine la mette, un po’ di horror c’è, ma spesso scende nello splatter e manca quasi del tutto quell’angoscia che ci perseguita e che non se ne va, quel sudore freddo, quella paura incontrollabile che invece Dario Argento riusciva a infondere perfettamente e scientemente.

Prova superata quindi? NI, da una parte la bellissima fotografia, l’uso dei colori, la carica sessuale e femminile che si mischiano alla grande, dall’altra il poco, pochissimo horror puro.

Chiusa la parentesi horror è il momento di continuare il nostro viaggio a Venezia che questa volta si ferma sul sentiero dell’arte. Il film in questione si intitola At Eternity’s Gate, il regista è Julian Schneibel, e ci racconta la storia del grande Vincent Van Gogh.

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Willem Dafoe nei panni di Vincent Van Gogh

Un film attesissimo a Lido, Van Gogh meritava un’altra grande storia sullo schermo (dopo Loving Vincent, se non l’avete visto recuperatelo). Anche qui però il giudizio non è unanime e la critica si è letteralmente divisa. Dalla trama ci si aspettava qualcosa di più. Schneibel (pittore e esperto d’arte, diresse il film su Basquiat negli anni ’90) mischia storia, realtà, fantasia, arte e mito di uno dei personaggi più controversi della storia della pittura, ma ci mostra un Van Gogh troppo debole e approssimativo con una narrazione che non funziona del tutto. Le scene madri, quelle caratterizzanti della vita del pittore (il rapporto con Gauguin, il taglio dell’orecchio, la misteriosa storia del proiettile nell’addome sparato forse dallo stesso Van Gogh) non presentano quell’intensità che tutti volevano e vengono narrate per “sommi capi”.

Dafoe è bravo, questo è certo, uno dei migliori in circolazione, e sorprende per la sua incredibile somiglianza con il pittore, ma non riesce a far fare il salto di qualità al lavoro di Schneibel, più per demeriti del regista che suoi.

At-Eternitys-Gate

Quello che funziona invece, è l’impianto fotografico del film, davvero suggestivo. “At Eternity’s Gate” è fedelissimo all’opera di Van Gogh, e riesce a ricreare attraverso le immagini i reali paesaggi che vediamo nei suoi quadri. Van Gogh, mentre dipinge, è come se fosse un tutt’uno con i campi lunghi, con i fiori, con l’erba e con i semplici soggetti che ispiravano l’artista.

A volte però, Schneibel esagera con i filtri colorati e rende l’immagine troppo innaturale, rendendo l’esperienza visiva meno piacevole. Insomma, un’opera incompleta e dispiace, sia per Van Gogh (il modo migliore per conoscere la sua vita resta sempre quello di ammirare i suoi dipinti nei musei, non ce n’è) che per Willem Dafoe: molti pensavano che interpretando il pittore, sarebbe riuscito ad avvicinarsi al meritato premio Oscar come miglior attore, ma la nostra sensazione è che il 63enne americano dovrà riprovarci un’altra volta con un progetto più completo e più adatto al suo prestigio!

Torneremo a raccontarvi la 75′ Mostra del Cinema di Venezia nei prossimi giorni!

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Fabiola Cinque

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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