Vuitton & Gehry: navigare nel futuro

Vuitton & Gehry: navigare nel futuro

Il 27 di ottobre è stato aperta al pubblico la Fondation Louis Vuitton (Bois de Bologne, Parigi), una sorta di museo avveniristico dedicato all’arte contemporanea, che rappresenta per ora il culmine degli investimenti fatti dalle grandi marche della moda su strutture architettoniche e su contenuti apparentemente lontani dal loro mercato specifico.

Quali sono le ragioni di questo volo vertiginoso negli spazi siderali dell’arte? Perché la moda scende in campo sul terreno delle istituzioni culturali e artistiche? Si tratta di scelte marginali, esterne alle reali attività del brand o possiamo leggervi le tracce di una più sottile sofisticata strategia di auto legittimazione per essere protagonista nella foresta di simboli più preziosi della nostra forma di vita?

Il principe e l’archistar

Nessuno meglio di Bernard Arnault può descriverci le ragioni che hanno fatto nascere la Fondation Vuitton, destinata a divenire una delle strutture simbolo dell’attuale fase evolutiva dei grandi brand della moda. Bernard Arnault è il leader assoluto della holding del lusso più potente al mondo. Il suo stile, la sua intelligenza strategica, la sua determinazione hanno da sempre qualcosa di regale. Un vero Principe della moda, apparentemente disinvolto, avventuroso, visionario come lo vedeva De Exupéry; in realtà, nei momenti decisivi, freddo, spietato, pericoloso come quello raccontato da Macchiavelli.

Le parole che sto per presentarvi, sono tratte da alcuni documenti distribuiti alla stampa, prima della inaugurazione del favoloso edificio creato da Frank Gehry.

In un breve testo intitolato “Un rêve devenu réalité”, Bernard Arnault ci parla in prima persona:

“Pour Paris, la Fondation Louis Vuitton est une nouvelle aventure culturelle. Elle se présente comme un autre lieu consacrè à l’art contemporain… La Fondation dépasse l’éphémère; elle reflète un véritable élan optimiste. Elle montre aussi une passion pour la liberté…un art de vivre indissociable d’une culture humaniste”.

La funzione primaria della Fondazione, continua a dirci Bernard Arnault, sarà di presentare al pubblico la collezione d’arte contemporanea accumulata nei corso dei decenni dal mecenatismo del gruppo LVMH e molte delle opere che ho comprato per il mio piacere. La nostra capacitàdi dialogare con i maggiori artisti viventi, aggiunge il presidente, si è rivelata fondamentale per la diffusione dei valori del gruppo. Esiste infatti una connessione profonda tra l’entusiasmo e l’attenzione che da sempre riserviamo all’arte e il fecondo dialogo che intrattengono grandi artisti come Bob Wilson, Olafur Eliasson, Ugo Rondinone da noi stimati e collezionati, con creativi come Marc Jacobs, Takashi Murakami, Richard Prince e Yayoi Kusama, direttamente impegnati nel design dei prodotti delle nostre marche.

Volevamo dunque un edificio che raccontasse la nostra passione per l’arte, proiettandola nel XXI secolo. E per questa sfida monumentale ci siamo rivolti a Frank Gehry, uno dei più grandi architetti del nostro tempo. “Il s’est montre visionnaire et a fait de son projet en véritable chef-d’œuvre…Si le bâtiment constitue le premier geste artistique mes en œuvre, la démarche artistique à venir de la Fondation…s’affirmera avec la même détermination”.

Bernard Arnault desiderava un edificio che evocasse l’art en mouvement, la contemporaneità, ma che al tempo stesso la connettesse con des références historique, en particulier celles de l’art moderne du XX siècle.

Contrariamente a quanto pensano i grilli parlanti che infestano la moda, aborrendo per essa qualsiasi riferimento storico, immaginando che la sua ragion d’essere sia cristallizzata in un presente infinito, il presidente della Fondation Vuitton esprime in modo incontrovertibile la sua fiducia nei valori etici della storia: Le regard sur le passé n’est-il pas le meilleur moyen de mieux s’ouvrir aux propositions les plus inattendues?

Il passato dunque interpretato come un’apertura verso l’inatteso, verso le sfide del futuro.

Ecco dunque il fondamento dell’idea di un bâtiment, un vascello, che rappresenti il concetto “navigare nel futuro”, mosso dalle energie promanate dalle arti in esso contenute, ovvero dagli effetti delle preferenze estetiche di Arnault e del suo team di consulenti, esercitate liberamente nel corso di decenni che ora grazie alla Fondazione possono trasformarsi nella narrazione storica di un heritage della marca non più confinabile solo nella timeline dei suoi esclusivi prodotti.

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014
Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014

Osservate l’edificio creato da Frank Gehry ripreso dall’alto. È incredibile come l’architetto sia riuscito a suggerirci l’idea del bâtiment, del viaggio, del futuro. Il contrappunto delle forme mi fa pensare più a un vascello spaziale disegnato da Moebius (celebre autore di graphic novel) o a qualche astronave vista in film di fantascienza che all’evocazione di una Beagle (nome del celebre brigantino con il quale Charles Darwin fece il giro del mondo; viaggio durante il quale maturòle idee che avrebbero rivoluzionato la nostra concezione della vita e della natura).

Come già fece progettando il Guggheneim Museum di Bilbao (1991-1997), Franck Gehry, grazie ad un linguaggio architettonico senza precedenti, presenta una struttura difficilmente classificabile. Nel 1988, Mark Wigley e Philip Johnson, per una storica mostra al Moma di New York (Deconstrutivist Architecture), lo inserirono nella ristretta cerchia di architetti definiti decostruttivisti. I curator estrapolarono dagli edifici di Gehry la propensione per forme geometriche non euclidee; enfatizzarono i contrasti, le scomposizioni formali e la loro magica ricomposizione in organismi architettonici plausibili, per accordarlo con i lavori di Rem Koolhaas, Peter Heiseman, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Coop Himmelbau.

Olafur Eliasson - Inside the horizon  ©2014 Olafur Eliasson ©Iwan Baan
Olafur Eliasson – Inside the horizon ©2014 Olafur Eliasson ©Iwan Baan

Secondo Bruno Zevi invece, Gehry sarebbe l’espressione di un ritorno del Barocco dopo la con-fusione del Post-moderno. In altre parole, per il grande architetto/storico/critico italiano, autore di libri memorabili sui quali si sono formati generazioni di architetti e urbanisti, l’incredibile abilitàdell’architetto americano nello sfruttare le potenzialità morfo genetiche di algoritmi matematici contenuti nei software dei computer del suo studio di progettazione, poteva essere paragonata all’enfasi ellittica di alcune celebri costruzioni, definite per l’appunto barocche, di Michelangelo, Borromini, Bernini.

Seguendo questa linea di pensiero sembrerebbe più indicata la categoria “neobarocco”, suggerita da Omar Calabrese in un bel libro che scrisse verso la metà degli anni ’80, L’età neobarocca (Laterza, 1989). L’idea dello studioso era che, analizzando le forme emergenti dalle pratiche sociali implicate nella produzione di “valori”, fosse possibile identificare un orientamento del gusto e dello stile a noi contemporaneo, per il quale proponeva la categoria storica che ho ricordato.

In estrema sintesi, interrogandosi sul linguaggio appropriato per descrivere gli effetti semantici delle figure esemplificative reperite nella sua ricerca, e per rendere conto della tipizzazione delle loro forme, Omar Calabrese si rese conto che esse spingevano verso categorizzazioni che mettevano in discussione l’ordine stabilito, eccitando e destabilizzando il sistema normativo (dei processi estetici ), sottoponendolo a turbolenze e fluttuazioni che rendevano precarie le decisioni sui valori. Secondo lo studioso il concetto di neobarocco rappresentava una sintesi efficace per afferrare con una parola l’orientamento del senso delle forme emergenti, in costante trasformazione. Il concetto non ebbe il successo sperato, ma con il senno di poi, mi pare di poter dire che indica meglio di altri tentativi teorici, l’esigenza di trovare termini adeguati per la descrizione sintetica dei processi e delle forme che hanno caratterizzato le ultime decadi del secondo millennio e i primi anni del nuovo.
Gehry potrebbe essere inquadrato come una delle figure decisive dell’età neobarocca? Non ci sono dubbi sul fatto che davanti alle sue strutture le percezioni di instabilità morfologica, di entropia, di tensione verso il limite siano assolutamente evidenti. I suoi edifici suscitano passioni potenti. La convergenza con le significazioni previste dal neobarocco di Omar Calabrese sembra evidente.

Tuttavia è il rischio di eccessive generalizzazioni che mi rende sospettoso nei confronti di concetti (come neobarocco, post moderno, decostruttivismo…) che sembrerebbero ambire ad aggiornare i nefasti spiritelli delle epoche di hegeliana memoria.
Io preferisco pensare che Gehry sia una straordinaria singolarità. La scomposizione degli spazi e la loro riconfigurazione, atti architettonici dei quali è divenuto un maestro ci stupiscono per l’inatteso, lo stupore che provocano. Io non so se sia neobarocco o altro. So benissimo invece che i suoi edifici non rompono soltanto con la geometria euclidea, ma mettono alle corde ogni tentativo storicista di classificarne valori e contenuti.

Gehry: un modello di creatività

Preso atto della difficoltà di inquadrare Gehry in schematizzazioni prestabilite, mi predispongo a sospendere la questione relativa alla classificazione concettuale del suo lavoro, per cercare chiarimenti a livello euristico. Come pensa e lavora Gehry? Prenderò ovviamente come esempio il sorprendete edificio creato per la Fondazione Vuitton. A tal riguardo seguirò il filo tracciato dalle parole di Jean-Paul Claverie (uno dei consulenti più ascoltati da Arnauld) raccolte in un breve testo intitolato “Triomphe de l’Utopie”.

Pierre Huyghe - A journey that wasn't ©ADAGP ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage
Pierre Huyghe – A journey that wasn’t ©ADAGP ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage

1. Gehry è animato da una sincera curiosità verso lastoria: nel corso del primo incontro a Parigi con i nuovi committenti sorprese tutti per la profonda comprensione per le forme architettoniche in ferro e vetro che rappresentavano, in epoca proustiana, il culmine della modernità (e il primato di Parigi).

2. Il secondo incontro si svolse a Los Angeles. Gehry si presentò con una sequenza impressionante di disegni. “Il me confia – scrive J-P. Claverie – que ces première esquisse, en grand part involontaires, lui parvenaient d’un sorte de pellicule photographique intérieure”. Per farla breve: la maturazione dell’idea creativa prevede una sorta di perdita del soggetto nello schizzo, nello scarabocchio che poi diverrà il di-segno della “cosa edificio”. Questa fase dominata dalla libertà espressiva sembra centrale per Gehry. “Disegnare mi rende felice”, ricorda spesso nelle sue interviste. Mi piace interpretare l’esperienza del piacere negli schizzi descritta dall’architetto, come la corrente dell’eccitamento che muove “la pellicola fotografica interiore” del soggetto creativo, situandolo nella “cosa edificio” che si distingue per essere una assenza attraversata da rapide incursioni grafiche.

3. A questo punto dopo aver scelto i di-segni che meglio si compenetrano con l’idea divenuta nel frattempo “progetto”, arrivano le morfogenesi permesse dal computer. Attraverso simulazioni parametrate con le criticità alle quali devono sottomettersi strutture di grandi dimensioni, i profili strutturali del disegno e le resilienze dei materiali previsti subiscono ogni genere di sperimentazione e controllo, fino alla scelta finale.
Infine, quando l’edificio risulta ben configurato il lavoro di atelier trasforma il progetto in plastici che in scala ridotta lo materializzano, preparando l’entrata in scena degli aspetti normativi tipici della costruzione di edifici.

Proviamo ad estrarre dal modo di affrontare la creatività di Gehry il loro significato euristico.

A. Se riflettete sulle implicazioni del punto (1), potremmo essere d’accordo nel sostenere che ha maggiori probabilità di afferrare una idea nuova una persona che ha una solida preparazione nel settore in questione (pensate alla sorpresa di Arnault quando si rese conto che Gerhy conosceva perfettamente l’architettura e la cultura che avevano fatto di Parigi una città-mondo).

B. Tuttavia una buona preparazione in un certo campo, non garantisce la creatività. Occorre aggiungere all’oggetto (1) qualcosa che non sembra ad esso collegato, ovvero l’oggetto (2), gli scarabocchi. Ora, l’atto creativo sta nel collegare (1) con (2).

C. Sembra possibile che questo avvenga attraverso la serie di schizzi che in realtà sono insight di pensiero. Come tali, sembrano funzionare bene se Gerhy lavora/disegna da solo, senza l’obbligo di seguire norme. Quindi, possiamo generalizzare dicendo che la creatività presupponga solitudine del soggetto (ecco il motivo per cui riesce difficile e poco credibile classificarne lo stile per inserirlo in movimenti collettivi, per esempio i decostruzionisti, citati sopra).

D. Ma Gerhy sa benissimo che la gente non è così aperta alla creatività come pensa. Essere creativi non è affatto immune da rischi. Non è così scontato che gli imprenditori o mecenati amino la creatività. Le fasi che sopra ho classificato (3) e (4) hanno il compito di incoraggiare le persone protagoniste di un progetto (sia il mecenate che i collaboratori tecnici) a prendere parte alle follie della creatività. In questo modo un atto creativo diviene “responsabile” senza perdere quel fuoco (“disegnare mi rende felice”) dal quale si era originato.

Se la ricostruzione che vi ho proposto tiene, credo sia possibile congetturare un parallelismo tra il modo di procedere di Gehry e il modo di configurare l’unicitàdell’abito dei grandi sarti. Ecco perché ritengo di poter definire il lavoro di Gehry Architecture Couture. In realtà non scopro nulla di nuovo. I grandi mecenati hanno sempre preteso per la loro identità pubblica edifici unici, creati come una terza pelle magnificante sul loro corpo simbolico.

Thomas Schutte - Mann im Matsch ©ADAGP ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage 2014
Thomas Schutte – Mann im Matsch ©ADAGP ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage 2014

Architettura e moda

Come si inserisce il bâtiment Vuitton nel dialogo serrato che il fashion system intrattiene da alcuni decenni con la grande architettura? Le cosiddette archistar cominciarono a collaborare seriamente con stilisti e grandi brand della moda negli anni novanta del novecento. Quel periodo passeràalla storia come l’inizio dell’era dei grandi flagshipstore.

Alcune notazioni potranno aiutarvi a comprenderne la portata. Tra 1998 e il 2001 Renzo Piano progetta e costruisce in vetrocemento la fantastica Maison Hermes a Tokyo. Più o meno negli stessi anni Gerhy sorprende tutti con un favoloso restylig del flag di Issey Miyake a New York. Massimiliano e Doriana Fuksas tra il 2005-2007 erigono a Tokyo la monumentale Armani Ginza Tower. Peter Marino, sempre a Tokio crea nel 2004 l’immensa, lussuosa, esclusiva boutique Chanel. L’elenco di collaborazioni tra archistar e brand della moda potrebbe continuare a lungo. Termino le mie citazioni con gli interventi urbanistici che considero il culmine creativo e intellettuale di questa prima fase che scherzosamente ho definito la terza pelle magnificante della moda (in realtà l’architettura come terza pelle nasce in un contesto completamente diverso: sono gli architetti della sostenibilità che per primi hanno proposto questa metafora biologica).

Ellsworth Kelly - Spectrum VIII ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage
Ellsworth Kelly – Spectrum VIII ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage

A mio avviso è stato Prada a portare alle estreme conseguenze l’idea che i Flashipstore dovessero essere un luogo radicalmente diverso da ogni progetto architettonico precedente, luogo nel quale sperimentare un modo di essere della marca nel corpo della città, di tipo logico diverso rispetto i tradizionali problemi di locations, accoglienza clienti, display prodotti, vendita. Gli Epicentri creati a New York nel 2001 da Rem Koolhaas e soprattutto a Tokio (2003) da Herzog & de Meuron, vanno forse aldilà dell’idea che il cliente in un Flag debba sentirsi nella monumentale casa del marchio (terza pelle), e quindi sperimentarne le leggi dell’ospitalità per trovarsi intrappolato in un meccanismo inclusivo creato con effetti di entertainment polisensoriali (ristoranti, musica, eventi, mostre…). La “creatività concentrata” negli Epicentri secondo Miuccia Prada avrebbe dovuto trasformare in esperienza diffusa, la semantica profonda dell’estetica della moda di Prada che come sappiamo, a livello di prime linee e nei processi comunicazionali, vorrebbe emulare gli shock e gli straniamenti tipici del ritmo distonico delle avanguardie artistiche storiche. Ma oltre a ciò la forma architettonica dell’edifico doveva avere la caratteristica di luogo cult , in modo tale da sconvolgere la geografia cittadina della moda: non era importante dove l’edificio era collocato, bensì era decisiva la significazione che avrebbe impresso al quartiere, alla via nella quale sarebbe stato eretto (l’Epicentro di Tokio non fu eretto nei luoghi fashion della città; a distanza di pochi anni fu introdotto nelle guide della città quasi come fosse un “monumento” da visitare).

La prepotente evidenza dei Flagshipstore, in cui successo economico e mediatico è evidente ma non immune da dubbi, produsse per contro reazioni critiche a cascata. In Italia, l’architetto Vittorio Gregotti, fiero oppositore del post modernismo e del decostruttivismo, scrisse articoli di fuoco contro Prada e Koolhaas. I brand della moda cercano di sfruttare il potenziale di comunicazione delle archistar, sostenevano le voci dissonanti; attraverso edifici spettacolari ed effimeri creati soprattutto per sorprendere, stupire, ammaliare, non fanno altro che riproporre, a livello di terza pelle, la strategia di sempre: seduzione, esclusività, feticismo, desiderio… Lasciando così, al palo di partenza, i principi etici dell’architettura, ovvero il vero senso dell’habitare, il rispetto della storia della città, la funzione e l’uso dell’edificio in posizione dominante e non sottomesse alle vulnerabilità delle immagini, etc.

Ellsworth Kelly - Red Curve in Relief  Concorde Relief ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage
Ellsworth Kelly – Red Curve in Relief Concorde Relief ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage

Un attacco molto più incisivo e radicale alle strategie monumentali dei grandi brand è stato recentemente proposto da Danilo Venturi, in un saggio intitolato “The Power of Fashion”, contenuto in “Momenting the Memento” (Skira, 2014). Attualmente il Fashion System sta implodendo in una sorta di estasi autoreferenziale che nega il potere più eversivo della moda – dice in sintesi l’autore – ovvero rinuncia a rappresentare le aspirazioni e i traumi della società. Come un soggetto ipnotizzato dalla propria immagine allo specchio, il Fashion System…“Taking advantage of general state of distraction for rewriting their history, rising one-off spectacular shop or Museum as alternative, mono-mental buildings (…) istruments of power and persuasion, fetishes, ad-by-add-vertising”.

La cura per questo stato di sonnambulismo, secondo Danilo Venturi, sarebbero i “non-ad-buildings, no-name-shops, from retail to re-tail, suq, chaos, Dover Street Market, bizarre bazaar, Istambul, istant-bull (fight)”.

Dal punto di vista storico, l’autore si rifà agli effetti di risveglio dall’intontimento fashionista, prodotti dai Guerrilla Stores di Kawakubo, dalle White boutique di Margiela, dal sogno di una architettura senza architetti e di una moda senza stilisti di Yamamoto (esistono anche i sogni che ci svegliano, altrimenti continueremmo a dormire). Per farla breve, vi sintetizzo velocemente un saggio che merita una lettura attenta: un Fashion System abbagliato dalle luci che esso stesso promana sta correndo il rischio di annichilire i propri centri nervosi, trasformandosi in un Golem impazzito che corre verso la propria autodistruzione. Per salvarlo bisogna ripensare il rapporto che intrattiene con i luoghi, i non luoghi, le forme, la città, i soggetti che attualmente risultano respinti dai suoi effimeri bagliori. La parola d’ordine per salvare la moda deve essere dunque dis-ordinare la moda, ribaltarla, forzarla al cambiamento di paradigma.

Bene, vi chiedo scusa per la lunga digressione, e ritorno subito alla Fondation Vuitton. Io credo che si possa interpretare lo straordinario edificio creato da Gehry e voluto da Arnault come un tentativo di rispondere al rischio di perdita di senso per superfetazione di effetti lux-luxus del marchio che più si e esposto sul fronte del power fashion.

Dal mio punto di vista dunque la logica di questa struttura differisce dal rapporto architettura-moda che abbiamo visto in azione nei Flagshipstore. E si separa anche dall’edificio-museo dei tanti brand che, come dice benissimo Daniele Venturi, cercano nel rewriting their history, la via di una autorevolezza sempre a rischio di liquidità (liquidità dunque non solo nel senso della famosa categoria imposta da Baumann, ma anche nel senso finanziario del termine).

Ellsworth Kelly - Color Panels (Red Yellow Blue Green Purple) ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage
Ellsworth Kelly – Color Panels (Red Yellow Blue Green Purple) ©Ellsworth Kelly ©Fondation Louis Vuitton Marc Domage

Esplorare il sacro

La comunicazione ufficiale aggregata alla presentazione della Fondazione Vouitton ha sostanzialmente presentato l’edificio/evento come un atto filantropico. Una sorta di dono del Principe Arnault alla città di Parigi, ai clienti della marca, a tutti gli appassionati di arte.

L’enfasi dell’ufficio stampa sul mecenatismo del brand ha avuto come fine allontanare i sospetti di mercificazione su una operazione di puro altruismo.

Evidentemente dobbiamo rispettare l’ordine del discorso proposto a chiare lettere dallo stesso Arnault e inchinarci con reverenza al suo cospetto, per una scelta che gli fa prima di tutto onore.

Tuttavia, la comunicazione ufficiale, soprattutto in questi casi non è esplicativa (spiega troppo poco rispetto la posta in gioco).

Dobbiamo quindi interrogarci sugli effetti di senso che precipitano a cascata nella semiosfera, a partire dall’autonomia simbolica che un “testo” complesso come l’edificio di Gehry iscrive nel sociale; dobbiamo porci il problema della produzione di senso che si attiva a partire da un gesto/testo archittetonico clamoroso.

Se volete, per dirla con altre parole forse a voi più digeribili, conviene interrogarsi sulle conseguenze inintenzionali di scelte intenzionali apparentemente a una dimensione (mecenatismo, filantropia).

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014
Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014

Cosa non vuol essere la Fondazione Vuitton? Non vuole essere un museo di marca; non esibisce prodotti storici del brand; non tenta, come diceva Danilo Venturi, di riscrivere la Storia come Heritage costantemente modificabile; non si interessa (per ora) di moda.

La Fondazione Vuitton si dichiara infatti totalmente consacrata all’arte contemporanea, all’arte che rivolge la freccia del tempo verso il futuro. Per aiutare la fruizione di opere dalla significanza a volte imperscrutabile si effettueranno mostre di opere del recente passato congruenti con la visione sull’arte contemporanea dei consulenti scelti da Arnault.

All’interno della struttura ci sarà una biblioteca dedicata all’arte, sale dove verranno programmate conferenze, Lectio Magistralis. Si organizzeranno concerti, eventi, proiezioni. Infine la struttura avrà tutti i servizi immaginabili ai quali l’amatore di eventi culturali difficilmente rinuncia (caffè, ristoranti, shop).

A me pare chiaro che con questa operazione Louis Vuitton si separa radicalmente dai musei di marca che conosco. La Fondazione entra di forza nel circuito dei grandi musei parigini. Ad essere cinici si può aggiungere che si propone come una agguerritissima concorrente.

Cosa significa competere con i musei nel nome della fruizione dell’arte? Questa domanda ne richiama un’altra: quale ruolo svolge oggi l’arte dal punto di vista antropologico? Sono incline a pensare che nel novecento l’arte abbia velocemente preso il posto dei pezzi di sacro-religioso, disintegrati dal processo storico. Ad un sacro-religioso in crisi, parti della società via via crescenti opponevano una tensione interiore verso l’arte, che se da un lato ridimensionava le norme tecniche del mestiere e l’autorevolezza del canone estetico, dall’altro lato elevava l’artista a eroe culturale e l’oggetto artistico a feticcio, a totem intorno al quale danzare per raccogliere i frammenti di sublimazione che un tempo la religione condensava nei suoi riti.

Quindi, per tornare alla domanda di partenza, competere con i musei significa esplorare il sacro-artistico come nuova frontiera del brand. Ora, spero comprenderete il perché considero l’opera di Gehry molto di più che un formidabile edificio. Non si tratta più di una scontata sponsorizzazione di una mostra, di un concerto, di un restauro. Non si può nemmeno paragonare a Palazzo Grassi di Venezia, colmo dei quadri della collezione di Pinault (padrone di Kering, grande concorrente di LVMH di Arnault). è il significante della marca a fare la differenza. Pinault con il suo Palazzo rimane un imprenditore che ha investito plusvalenze in arte, in prestigio personale.

Invece, anche grazie all’eccezionalità della architettura couture di Gehry, la Fondazione Louis Vuitton, una grande marca della moda, forse la più grande, per la prima volta si trasforma in una macchina di produzione del sacro-artistico (da differenziare dalle ben conosciute operazioni di sostegno dell’arte che oggi tutte le marche, fondazioni o altro, fanno).

 Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014
Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton ©Iwan Baan 2014

Mi piace congetturare che questa mossa, sia in parte una risposta alle critiche fatte al monumentalismo urbanistico documentate sopra e anche un “sacrificio” che restituisce al pubblico le immense plusvalenze incamerate dal Brand.

Ma non posso nascondermi che il senso dell’operazione punta anche in ben altra direzione. Con questa mossa Louis Vuitton lancia una sfida micidiale a tutte le altre grandi marche della moda. Lo so che la comunicazione ufficiale della marca non legittima questa interpretazione. Ma l’ho già detto, la comunicazione è troppo poco, se vogliamo comprendere gli effetti di senso, dobbiamo fare attenzione a ciò che la marca non dice ma che al tempo stesso iscrive a chiare lettere nelle scelte che manifesta.

E quindi, con intenzionalità o senza di essa, non ci sono dubbi sugli effetti simbolici del dispendio di risorse messo in campo dal Brand nel contesto della Struggle for (be) fashion: vi sfido a seguirmi su di un terreno esclusivo – sembra dire la voce del Brand – io vi sfido a donare parte della vostra ricchezza, io vi sfido a competere per accostare le vostre marche a quanto di più sacro possa esserci per uno spirito libero, laico, contemporaneo.

Al marketing delle esperienze seguirà il marketing del sacro-artistico? Io spero di no. Ma in un mondo dove l’arte e gli artisti sono oramai più brandizzati degli abiti, dove sarebbe lo scandalo?

Gehry

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Iwan Baan for Fondation Louis Vuitton Iwan Baan 2014

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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47 Responses to "Vuitton & Gehry: navigare nel futuro"

  1. Martina Bandinelli
    Martina Bandinelli   5 Novembre 2014 at 17:25

    Interessantissimo e molto bello l’articolo da Lei redatto, ma allo stesso tempo, a mio parere, molto complesso.
    Io, vorrei invece soffermarmi nello specifico sul rapporto creatosi nel corso dei secoli tra moda ed arte.
    In effetti questi due mondi non sono nè distanti nè antagonisti. In generale il rapporto tra arte e moda è biunivoco, nel senso che gli artisti ritraggono quel che vedono ma nel contempo diffondono per il mondo stili, tagli, costumi e colori.
    La moda è un’interpretazione della vita in tutte le sue manifestazioni, necessariamente soggettiva perché si fonda sul sentire personale del creativo. Proprio nel segno della creatività e dell’unicità è da sempre privilegiato il legame che avvicina la moda alle altre dimensioni della cultura: letteratura, cinema, architettura ed arte.
    Quello tra arte moda è un rapporto in continua evoluzione che conosce un momento-chiave all’inizio del ventesimo secolo.
    È il momento in cui l’arte si accorge della moda, inizia a studiarla, a riconoscerla come ambito in cui l’essere umano esprime non solo la sua potenzialità creativa, ma soprattutto la sua identità.
    È il momento delle avanguardie storiche del primo Novecento: Futurismo, Costruttivismo russo, Dadaismo, Cubismo.
    Filippo Tommaso Marinetti, padre del Futurismo, è il primo intellettuale che evita di deplorare “le insostenibili leggerezze della moda” arrivando a indicare la moda stessa, con il suo continuo mutare, come codice di comportamento ideale per gli artisti che si propongono di guardare avanti.
    Comunque c’è da dire che i creativi, in realtà, non si sentono dei veri artisti, come molti potrebbero pensare. Il loro animo creativo li porta a considerare orizzonti, attraverso la moda, che sono stati già percorsi da pittori, scultori, architetti, artisti da strada, musicisti e così via.
    Le ispirazioni espresse attraverso un vestito o un oggetto sono un omaggio ai geni dell’arte di ogni tempo. Ecco perchè molti designer promuovono mostre internazionali e molti musei di fama mondiale ospitano mostre dedicate ai grandi designer.
    Un esempio è quello della conferenza del 27 gennaio, Missoni e Tiziano, curata dalla fondazione Giacomini-Meo ai musei villa Mazzucchelli di Ciliverghe di Mazzano: L’iniziativa è stata dedicata ai colori e alle luci dal Rinascimento veneto.
    Questo fenomeno è ormai coinvolgente e inarrestabile. Difatti continuamente in tutte le città si organizzano mostre e performance. Tra gli eventi passati vorrei ricordare: Chaussèe-Croisès. Una rassegna di scarpe ideate da artisti e strane invenzioni di stilisti, presentata al Musèe de design e d’arts appliquès contemporaines di Losanna.
    Gli stilisti sono consapevoli di essere apparentati con il business oltre che con l’arte. Il loro è un compromesso continuo che accettano con grande sofferenza. La moda è anche industria oltre che creatività.
    Oggi tale legame è sempre più manifesto tanto che, a loro volta, pure gli artisti hanno, se non guardato, certamente collaborato con il mondo dorato di una grande industria che è anche culturale.
    Due mondi a confronto e in continua contaminazione, questi sin qui trattati: è interessante notare che se la figura dell’artista trasandato, disinteressato al buon vivere e vestire e digiuno di tagli sartoriali è via via divenuto stereotipo e ha attecchito per molto tempo nell’immaginario collettivo, ebbene: le cose, lo sappiamo, sono molto diverse; lo sapeva anche Honoré de Balzac, tra altri, che mise i puntini sulla “i”:
    “L’artista è sia elegante che trascurato; indossa, per scelta, la blusa da contadino e impone il frac indossato dall’uomo alla moda; non subisce le leggi: le detta.”

    Rispondi
    • Rossana   7 Novembre 2014 at 11:57

      Che bel intervento che hai scritto Martina. Ma come spieghi che i più grandi interpreti della moda el novecento hanno sempre rifiutato la parola arte applicata a se stessi? Chanel, per esempio si innervosiva assai se un giornalista la definiva una artista. Balenciaga non sapeva nulla di arte, viaggiava poco e non era famoso per le sue conoscenze estetiche. Anche lui ha sempre rifiutato di considerarsi un artista. E poi non tutta la moda può essere arte. E’ arte un abito di Zara? A quali condizioni possiamo parlare di arte?

      Rispondi
      • Eva   10 Novembre 2014 at 17:42

        Zara non può essere arte perché, come dice bene Martina, non ha una ispirazione originale. Gli stilisti che ha citato Rossana non si consideravano artisti perché a quel tempo c’era una divisione tra alto artigianato e l’arte delle avanguardie. Oggi quella divisione e’ quasi scomparsa e così l’alto artigianato della moda può essere accolto nei musei come se fosse arte. Secondo me l’investimento di LVMH nella fondazione creata da Gehry e’ anche un messaggio ai consumatori, per suggerirgli l’alta qualità dei prodotti Vuitton e la loro contaminazione con l’arte a livello di creatività.

        Rispondi
        • Adri   11 Novembre 2014 at 12:16

          “fashion is not art because it’s popular culture and has to sell to a certain amount… If it’s popular, it’s not culture”
          Vivienne Westwood

          Rispondi
  2. Cecilia   6 Novembre 2014 at 08:28

    Peccato abbiate messo solo una immagine dell’edificio. Secondo me ne occorrevano di più. L’opera di Gehry mi ricorda una creazione di Renzo Piano, la mia archistar preferita: Centro Culturale Jean-Marie- Tjibaou a Noumea (Nuova Caledonia). Anche Piano riuscì a progettare una struttura muoversi, trascinata dal vento.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Novembre 2014 at 09:25

      Certo, ho ben presenti le 10 “capanne” costruite da Renzo Piano in Nuova Caledonia. Si ergono come morfogenesi incomplete (o segnate da sprezzatura), di fronte alla baia di Noumea. Più che circondate dalla foresta sembrano avviluppate ad essa; capanne/totem, dal compito di difendere le tribù Kanak dall’idea che oggi l’unico futuro possibile sia un futuro mortifero per passato e tradizioni. E’ chiaro che Renzo Piano simbolizza un desiderio di integrazione tra natura e cultura, immaginando che essa sia nello stesso tempo la strada della libertà, della crescita armoniosa… Ti ricordo che il Centro Culturale fu un dono di Mitterand (l’allora Presidente francese) per onorare la memoria di J-M-Tjibaou eroe della lotta per l’indipendenza del piccolo arcipelago.
      Le Capanne sono un capolavoro di “architettura intensionale”, legata cioè al territorio. Il Bâtiment di Gerhy appartiene invece ad una idea di “architettura estensionale” che trascende il territorio. Il Bâtiment mi fa pensare al viaggio (nel futuro), alle imprevedibili avventure (dell’arte), alla proiezione verso nuove mappature del sapere e del sacro-artistico. Non sto dicendo che Gerhy abbia rimosso la storia. Mi sembra di aver scritto che ha volutamente citato elementi materiali dell’architettura che fece di Parigi una delle capitali del modernismo. Ma il suo edificio si stacca volutamente dal contesto. Ecco perché ho utilizzato la metafora del vascello spaziale. E’ una come una enorme scultura che evoca l’immensità del futuro… Dal quale atterreranno angeli o demoni (cos’altro sono gli artisti nell’era del sacro-estetico?) per portarci i loro messaggi, ovvero, le speranze e i traumi della nostra forma di vita.
      Se proprio vuoi mettere in tensione Renzo Piano con Gerhy, conviene rivolgere lo sguardo sulle differenze con il Beaubourg o Centro Pompidou. All’inizio dei ’70, quando fu progettato era l’informazione (nel senso cibernetico del termine ) ad essere l’elemento chiave del futuro. Renzo Piano progetto’ il primo edificio capace di evocare l’organismo cibernetico: una sintesi tra umano e macchina intelligente per rappresentare una Parigi capace di riconfigurarsi come città dell’informazione.
      Gerhy non guarda più l’informazione come rischio o speranza. Il computer e’ diventato protesi dell’atto architettonico, strumento e non contenuto. Strumento per creare una superficie sensibile dell’aspetto più misterioso dell’umano che per restare in tema dobbiamo riconoscere nella creatività e nei sogni degli artisti.

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      • Cecilia   7 Novembre 2014 at 13:58

        Allora a quale altra architettura avvicinerebbe l’opera di Gerhy? A parte altre creazioni dello stesso architetto, of course! E poi non capisco cosa c’entri il barocco con un architetto che lavora essenzialmente con il computer.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   7 Novembre 2014 at 23:49

          Bella domanda Cecilia? In situazioni normali me la sarei data a gambe. Ma visto che sono appena tornato da un happy hours extra lungo e pesantemente etilico per colpa dei miei amici cazzoni, ti risponderò, chiamando in ballo la struttura alla quale la memoria mi ha rimandato nel preciso momento che ho visto l’immagine della Fondazione Vuitton. Si tratta della famosissima Sydney Opera house, concepita dall’architetto Jorn Utzon verso la meta’ degli anni cinquanta e terminata circa vent’anni dopo. Quando fu reso pubblico il progetto si scateno’ un putiferio. Piu che avveniristico, il profilo dell’opera sembrava temerario. I problemi tecnici erano per quei tempi estremamente complessi e immensamente costosi per gli amministratori della città di Sydney. A un certo punto credo che abbiano licenziato Utzon o qualcosa del genere. Credo che fosse un danese o uno svedese. Non era una archistar e il suo nome resterà per sempre legato a quest’unico edificio che non ebbe il piacere di terminare. Infatti dopo l’inagurazione la Sydney Opera House divenne un mito e un simbolo di tutta l’Australia.
          Visto in foto sembra avere singolari convergenze con la struttura di Gehry. Ma in realtà, per chi può leggerne la semantica espressività, le similitudini si dissolvono in fretta. In primo luogo l’edifico di Utzon e’ immerso in una magnifica baia. L’architetto progetto’ per la parte superiore strutture a guscio alte una sessantina di metri che simbolizzavano vele e/o onde del mare. Direi che Utzon rimase fedele all’impronta organicistica tipica degli architetti nordici. L’integrazione con il contesto ecologico era il suo obiettivo. Invece, mi sembra di aver speso molte parole, per sottolineare che dal mio punto di vista Gehry ha certo integrato il suo edifico nella storia del territorio ma per trascenderlo.

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    • MyWhere
      Redazione MyWhere   9 Novembre 2014 at 17:14

      Ciao Cecilia, abbiamo preso in considerazione il tuo appunto e inserito al termine del testo altre immagini dell’edificio. Grazie per la segnalazione!

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      • Cecilia   9 Novembre 2014 at 20:21

        Ero già andata a cercarle nella rete. Grazie comunque. Le immagini sono molto belle. Non capisco chi collega al barocco. Ho chiesto all’autore ma mi ha parlato di un’altro palazzo che ho visto in foto ed e’ complicato da capire come quello di Gehry. Forse l’autore non si era ancora ripreso dall’happy hour.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto cantoni   10 Novembre 2014 at 12:19

          Non e’ come pensi, ho esagerato un po’ per scherzo e un po’ per togliermi di dosso l’abito del prof. Semplicemente pensavo di essere stato sufficientemente chiaro nell’articolo: non sono particolarmente interessato a concetti generalizzanti e/o classificatori ( come “barocco”), soprattutto se ambiscono a rappresentare “il carattere di un’epoca”. Non sono mai stato sicuro che queste ere o epoche esistessero veramente. Gli individui invece esistono e mi piace indagare partendo sempre da singolarità.
          Ammetto pero’ che nessuno vive come una monade e quindi devono esserci dei tratti che riuniscono singolarità in un fascio di contenuti che convergono verso un grumo di valori che si oppongono, familiarizzano, distaccano da altri.
          Quindi post quem può risultare utile caratterizzare con parole semplici blocchi di cultura emergenti, con i quali riesce più semplice osservare conflitti, tensioni, confronti etc.
          L’uso della parola barocco che reputo interessante si riferisce ad un fascio di qualità formali che connettono oggetti estetici eterogenei. In questo caso, lo dice molto bene Omar Calabrese nel libro che ho citato, possiamo trovare del barocco in qualunque pezzo di tempo storico in cui ci imbattiamo. Lo aveva già scritto Severo Sarduy in un’altro testo intitolato Barroco (Seuil,1975); Calabrese fa uno sforzo ulteriore per trasformare il concetto in una vera e propria categoria della forma, liberandolo da ogni idealizzazione. Ma esistono altri contributi interessanti. Per esempio, Gillo Dorfles aveva già utilizzato il termine “neobarocco” in Elogio della disarmonia (Architetture ambigue, Dedalo, 1985) per segnalare la narcotizzazione dei criteri di ordine simmetrico a favore dell’emergente enfatizzazione del disarmonico e dell’asimmetrico.
          In una conversazione informale, Danilo Venturi, mi disse chiaramente che bisognava cominciare a leggere nella moda contemporanea la costante barocca che la contraddistingue. Ora, se ti dicessi che ho capito con certezza cosa volesse significare mentirei. A Danilo piace parlare a volte come un poeta ispirato. Penso che sia una reazione al lavoro “freddo e razionale” che deve dedicare all’organizzazione didattica. Ma nelle sue folgoranti esternazioni c’è sempre di piu di quanto appaia al primo ascolto. Io credo che segnalasse un fatto rilevante: la moda che entusiasma (e non necessariamente quella che vende) e le preferenze dei soggetti che con le loro scelte orientano le tendenze, denotano una sensibilità barocca. E’ esattamente ciò che sosteneva Michel Maffesoli, grande sociologo francese oscurato oggi dalla sopravvalutazione del paternalistico Baumann, quando nel suo Au creux des apparences (Plon, 1990) parlava di baroquisation du monde e di un Barocchus post-modernus.
          Allora, cosa ci offrono le riflessioni sul barocco in relazione all’operazione Fondazione Vuitton/Gehry? Come minimo ci fanno capire quando i processi culturali siano divenuti importanti per le marche della moda e quanto la bellezza o l’arte oramai dipendano da una costante ri-alfabetizzazione ( discorsiva ed emotiva) del pubblico che le vede sempre piu’ protagoniste.
          La mia domanda e’: cos’e’ che oggi si pone fuori dal barocco (e dal “classico” che ne rappresenta l’altra faccia)? Perché e’ esattamente in questo luogo/non luogo che nasce ciò che rinnova il paradigma barocco (destinato altrimenti a spegnersi).

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  3. Michela X. Yuan   10 Novembre 2014 at 15:51

    Una Fondation Louis Vuittion che occupa 11700 metri quadri nel pieno Bois de Boulogne, costato 135 milioni di dollari, interamente dedicato all’arte contemporanea, con sale, gallerie, spazi espositivi persino sul tetto e una grande sala per concerti.
    A mio avviso la Fondation LV non esprime solamente la passione per arte di Bernard Arnault, ma dietro c’è probabilmente anche una serie di strategie commerciali e la forza del gruppo LVMH.
    Tra i diversi concorrenti, quello più forte è sicuramente il gruppo Kering di François Pinault. Nel 2005 il gruppo Kering aveva in progetto quello di realizzare una fondation d’arte a Parigi sotto la direzione di architetto Tadao Ando, però fu abolito il progetto per il disaccordo da parte dei politici francesi, e infine acquistò il Palazzo Grassi a Venezia per esporre le collezioni privati di F.Pinault. Ciò che non è stato riuscito a realizzare da Kering, nel 2014 è stato riuscito dal LVMH.
    La nuova fondation diventerà presto un landmark di Parigi per l’arte contemporanea, così come il Palazzo Aoyama di Prada a Tokyo è diventato un Must-Vist per tutti gli amanti della moda.
    Con la realizzazione di questo gigantesco spazio espositivo, il gruppo LVMH ha non solo confermato un’altra volta il suo posizione di Leader nel mondo della moda, ma anche la sua forte influenza anche nel mondo d’arte culturale.

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  4. Bianca de Pascale   10 Novembre 2014 at 16:59

    Leggendo l’articolo da Lei scritto ho deciso di approfondire il tema del sodalizio tra moda e architettura moderna, un tema che mi ha sempre affascinato nel corso dei miei cinque anni di liceo artistico.

    La moda e l’architettura decostruttivista

    Frank Gehry con la progettazione della Fondation Louis Vuitton ha creato una connessione concreta tra il mondo dell’architettura e il mondo della moda, un sodalizio consacrato da tempi immemorabili.
    La moda così come l’architettura sono in grado di creare forme nuove, ed entrambe nel corso del tempo sono state scomposte e riesplorate durante il postmodernismo degli ultimi trent’anni, un esempio lo ritroviamo nelle collezioni di Rei Kawakubo di Comme des Garcons. Rei Kawakubo usò il decostruttivismo nei primi anni ’80 con l’uso di tessuti atipici in un processo di composizione e scomposizione che rasenta la distruzione, fino ad arrivare al decostruttivismo più totale portato in passerella da Martin Margiela utilizzando etichette bianche per scostarsi dalla logica della griffe.
    Il decostruttivismo nell’architettura è stato applicato pochi anni dopo nei lavori di Frank Gehry e Daniel Libeskind che cercarono di creare un’architettura priva di forme geometriche, dove è il caos l’elemento ordinatore creando plasticità dei volumi, deformati da tagli ed asimmetrie.
    Così come Gehery crea distorsioni dei volumi, Yohji Yamamoto lo fa con le silhouette femminili che diventano astratte e dalla modernità essenziale. Il designer porta in passerella abiti neri asimmetrici coordinati con un make up essenziale bianco.
    Quindi possiamo dire che molti stili architettonici hanno portato ispirazione al mondo della moda, basta pensare allo stile gotico delle cattedrali come sia stato fondamentale, oppure alle linee pulite degli edifici del movimento Bauhaus come sia stato fonte d’ispirazione per Raf Simons in particolare nella collezione autunno/inverno del 1995.
    Il designer dichiarò insieme a Francisco Costa e molti altri come l’architettura moderna sia stata la loro fonte principale d’ispirazione, la disciplina infatti calza bene con il minimalismo estetico di questi designer.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   10 Novembre 2014 at 19:06

      Ottimo intervento Bianca. Fai attenzione pero’ a non confondere i concetti con le pratiche. Per esempio il termine decostruttivismo in architettura si diffonde verso la fine degli anni ottanta come reazione teorica al post modernismo. Kawakubo e il primo Yamamoto si impongono qualche anno prima e le loro morfogenesi moda non sono per niente assimilabili a post modernismo ( come fai intendere in un passaggio del tuo intervento). Qualche critico, analizzando i loro abiti, parlo’ di decostruzione. Ma si riferiva al significato concettuale che gli effetti della loro moda producevano sulle forme occidentali. Quindi decostruzione dell’idea di moda occidentale ( il decostruzionismo non e’ la stessa cosa del decostruttivismo).
      Io credo che tu abbia ragione nel trovare similitudini tra Gehry e qualche collezione di Yamamoto (non tutto Yamamoto: e le collezioni minimaliste dove le metti?).
      Ma e’ immensamente importante capire che nessuno dei due creava forme per essere decostruttivista o altro.
      Sulla importanza dei linguaggi e stili architettonici come fonte di ispirazioni per le morfogenesi degli abiti siamo completamente d’accordo.

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  5. Elena Falcini
    Elena Falcini   10 Novembre 2014 at 19:56

    L’edificio realizzato da Gehry, uno tra i più importanti personaggi del mondo dell’archittettura, in collaborazione con Bernard Arnault, il principe della moda, segna il connubio tra arte/architettura e moda/lusso, una vera e propria fusione tra di esse. La particolarità archittetonica della struttura sancisce un punto di rottura con il passato, forse proprio per questo Bernard Arnault ha scelto Gehry per realizzare questo audace progetto. Ma esattamente qual è il suo scopo? Forse è l’immortalità del nome, come suggerisce Suzy Menkes nel suo articolo per Vogue “un quarto di secolo in cui la moda ha cercato di ingraziarsi l’arte, e in cui gli stilisti hanno ricercato l’immortalità associata alla pura abilità artistica, Bernard Arnault è riuscito a creare un oggetto fatto per l’eternità”, o forse è solamente l’amore per l’arte che lo ha spinto verso questa impresa.
    Molti sono i nomi che sono stati assegnati a questo edificio (cattedrale della luce, iceberg, casa di vetro, nuvola, ecc.) ma ciò che lo codifica meglio a mio parere è la metafora che lo descrive come un vascello con dodici enormi vele sul tetto nel bosco di Parigi, inoltre si trova anche in prossimità dell’acqua che scorre verso il Grotto, uno spazio sotterraneo dove è situata l’installazione di Olafur Eliasson, elemento che rimanda senza dubbio a questa metafora. Un vascello sicuramente avveneristico che ci invita ad aprirci al futuro e a riscoprire l’arte ma allo stesso tempo la moda sotto nuovi punti di vista.
    La collaborazione tra Gerhy e Arnault tuttavia non finisce qui, infatti, Gehry ha ideato delle sculture eteree che ricordano la struttura in vetro della Fondation Louis Vuitton per le vetrine interattive delle boutique Louis Vuitton. I passanti e i visitatori possono trovare informazioni riguardanti il progetto scansionando l’immagine sugli adesivi sulle vetrine e condividerle sui social network creando in questo modo una vera e propria rete che permette di divulgare le informazioni in modo rapido molto efficace.
    L’edificio sicuramente si differenzia completamente, creando un punto di rottura (come ho detto prima), dagli edifici-museo di molti brand che attraverso essi vogliono raccontare la loro storia. Tuttavia bisogna considerare che all’interno di questi ci possa essere un connubio tra arte e moda sebbene in maniera totalmente diversa. Mi sento infatti in dovere di ricordare il Museo Ferragamo situato a Firenze nel palazzo Spini Feroni che all’interno non presenta solo le scarpe del grande calzolaio, che già di per sè devono essere considerate opere d’arte, ma ospita anche mostre alle quali partecipano artisti. Un esempio è la mostra Equilibrium realizzata quest’anno che si basa appunto su un confronto tra opere d’arte di valore – pittura, scultura, fotografia, video, cinema, edizioni a stampa – arricchito da documentari e testimonianze storiche, immagini d’archivio e una serie di interviste a personaggi celebri.
    Sicuramente non è possibile confrontare un progetto così imponente come quello di Arnault e Gehry con questo genere di eventi realizzati su un piano dimensionale molto più piccolo, molto più modesto e legati inesorabilmente alla storia del brand. Tuttavia bisogna ricordare che anche in questi casi sopracitati può esserci una profonda e stretta correlazione tra arte e moda.

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  6. Ilaria Giraldi   10 Novembre 2014 at 21:35

    Sentire il binomio Gehry-barocco (con qualsiasi prefisso lo si voglia sposare) può far salire un brivido sulla schiena. “Barocco” o qualsivoglia parola contenente tale termine fa subito pensare a qualcosa di cristallizzato in una statua del Bernini, alla basilica di San Pietro o ad un edificio essenzialmente religioso ricolmo di stucchi e artifici vari aventi come fine ultimo quello di suscitare ardore ed eccitazione nello spettatore.
    Figurarsi il Lou Ruvo Center for Brain Health (o la stessa Foundation Vuitton) di Gerhy come un corpo architettonico “neobarocco” che abbia quindi a che fare con il termine barocco, risulta arduo. Probabilmente col termine barocco si vuole intendere non il concetto culturalmente ed artisticamente attribuito al periodo storico in cui avvenne materialmente la sua rivelazione, ma ad una nuova specie della forma, della struttura. Ci si riferisce alla nozione di barocco come ad un organismo a se vivente che non si è limitato a subire l’identificazione con precisi parametri storici di rappresentazioni artistiche ed architettoniche ben definite, ma che ha saputo trasfigurarsi in un paradigma oggi adattabile a qualsiasi oggetto-non oggetto. Con barocco alludiamo non a qualcosa di storicamente identificabile, ma ad una realtà oggettiva che ha una predilezione per forme plastiche, per forme curve e sinuose, capace di introdurci la luce in rigenerate visioni spaziali, che danno forma le superfici edili, murarie, altrimenti statiche ed immobili.
    Nelle sue opere architettoniche e soprattutto nella Foundation LV, Gerhry definisce nuove strutture spaziali, mette in piedi scenografie e macchinosi illusionismi prospettici che unendosi all’immaginazione e alla magniloquenza del turbamento, persuasione e trasporto coinvolgono e si rivolgono allo spettatore, che come davanti ad un opera barocca seicentesca rimane come meravigliato e stordito.
    Prendendo le intenzioni di Arnault come limpide e sciolte da qualsiasi tipo di strategia di marketing, ma aventi come solo ed ultimo fine la divulgazione e la fruizione da parte del più vasto pubblico possibile di opere d’arte e non l’espansione del mercato dei consumi di lusso, la realizzazione della Foundation LV proietta Arnault anni luce avanti a tutti i suoi concorrenti, ancora impantanati nell’ottica del flagshipstore, del museo di marca che mostra attraverso abiti la biografia di stilisti. Arnault con Gerhy supera il concetto di mondo guidato dal binomio economia-tecnologia in cui l’arte è arte dell’economia, arrivando a sciogliere ogni forma di fugacità sublime in un’autopresentazione della società contemporanea che si apre alle contaminazioni, reinventando una cultura-arte abile nell’essere imprenditoriale e capace di divulgare e trasmettere i propri dogmi e valori in una realtà oggettiva in cui il mercato è il dominante criterio di giudizio.

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  7. Antonio Bramclet
    Antonio Bramclet   11 Novembre 2014 at 08:47

    Non avete capito niente! Ma quale barocco! Ma quali ….ismi! Gehry e’ Pulp, molto Pulp… Sarebbe un edificio perfetto se su quel bianco qualche writers si divertisse a immerdarlo con qualche tag di colore sangue. Gehry e’ il Django dell’architettura; lo sterminatore di architetti castrati privi di energia, devitalizzati dalle stronzate teoriche con le quali ricoprono le banalità che costruiscono. Anche Arnault e’ uno sterminatore di marche della moda; le compra bollite, le depura da inutili tradizionalismi e le trasforma in killers spietati del mercato. Anche Anault e’ Pulp, molto Pulp!
    A proposito, chi e’ quel Venturi che cita il prof…da quello che scrive sembra anche lui Pulp, molto Pulp!

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  8. Roberta   11 Novembre 2014 at 10:01

    Caro Bramclet, il prof si rifiuta di comunicare con te. Comunque Danilo Venturi è autore di due libri rilevanti che si distinguono dai normali testi di moda: Luxury Hakers (Lindau, 2011) e Momenting the Memento (Skira, 2014). Da quello che so è anche un docente tra i più seguiti del Polimoda.

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  9. Eva Bagnoli   11 Novembre 2014 at 16:32

    La moda e l’arte hanno da sempre stretto un sodalizio, proprio perché la moda è essa stessa arte.
    Per riprendere anche il commento di Rossana in risposta a Martina, che Chanel odiasse definirsi artista lo sappiamo, ma il significato che diamo oggi alla parola “artista” è veramente lo stesso degli anni della famosa Coco? Non credo, oggi purtroppo o per fortuna, questa parola assume un carattere molto più positivo e generalizzato rispetto al passato, ai giorni nostri essere un artista è un privilegio, anche se molto spesso basta creare opere di scarso valore per essere riconosciuti come tale… i due lati della medaglia si direbbe.
    Parlando della Fondation stavolta però non è solo arte congiunta alla moda ciò che vedo, ma anche una grandiosa e geniale opera di marketing.
    Mentre, come dice Danilo Venturi, il Fashion System è ipnotizzato da se stesso, Arnault e il gruppo LVMH hanno saputo collaborare con un artista unico per creare qualcosa di imponente. Basta andare sul sito della Fondation Louis Vuitton per rendersi conto della grandezza del progetto: concerti, ristoranti, librerie, eventi di ogni genere.
    A mio parere il fatto che Gehry sia difficilmente riconducibile a uno stile è ed è stato un bene, poiché in questo modo è riuscito a creare non un semplice edificio, ma qualcosa di molto di più, qualcosa di completamente fuori dagli schemi, che parli allo spettatore e che gli faccia capire silenziosamente quanto grande e importante è il brand che dà nome alla fondazione.
    L’imponenza dell’edificio infatti si trasforma in imponenza del marchio, che con questa mossa si staglia nel Fashion System facendo lo sgambetto a tutti gli altri brand intenti a specchiarsi nell’acqua come il buon vecchio Narciso.
    Per concludere secondo me la possibilità di una tendenza del sacro-artistico potrebbe essere più che realistica, le persone ormai non cercano più esperienze, hanno bisogno di opere rasenti al sacro a cui ispirarsi, hanno bisogno di sicurezza e maestosità. La massa adesso cerca quell’essenziale che è invisibile agli occhi di cui parla l’anche da Lei citato Exupéry, e Arnault a mio avviso è riuscito a cogliere quest’ultima necessità e a trasformarla in qualcosa di concreto. Una grande opera di marketing che si fonde con l’arte e la moda, tutto ciò in quello che a molti potrà sembrare soltanto un particolarissimo edificio.

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  10. Carlotta Bigi
    Carlotta Bigi   11 Novembre 2014 at 19:04

    Non mi sento così colta da poter parlare liberamente di architettura, quindi non cercherò di affibbiare ad uno dei più grandi architetti come Ghery concetti come neobarocco, post-modernismo o decostruttivismo.
    Mi rendo solo conto della sua estrema bravura e creatività, appoggiando pienamente la definizione da lei data; “straordinaria singolarità”, quindi è facile dedurre quanto sia stata geniale l’accoppiata Ghery-Vuitton.
    Due grandi nomi, in due campi distinti, ma che letti tra le righe sprigionano una grande forza comunicativa e creativa.
    A questo punto, quello che mi domando è: Ha forse, oppure hanno, Ghery e il suo magnifico bâtiment una Brand Identity, una Brand Image, un logo, un target di riferimento e dei competitors come ha ogni azienda che si rispetti e che vuole raggiungere un obiettivo?
    Mi ricollego al suo parallelismo tra il modo di progettare di Ghery e il modo di configurare un abito dei grandi stilisti.
    Entrambi si basano su una prima idea, sviluppano un Concept basato sulle loro sensazioni, emozioni e conoscenze, progettano l’idea, guardano se funziona, la modificano, fino a renderla realtà.
    Tutto questo per riassumere la creatività che sprigionano i grandi artisti.
    Che si parli di couture di abiti o di “Architecture Couture” sempre di arte e di grandi opere d’arte si parla.
    Credo anche però che in tutto questo ci siano anche degli aspetti meno romantici.
    Nello sviluppo, produzione e distribuzione di un prodotto, nella moda, ci sono anche, per non dire soprattutto aspetti economici, strategie, tattiche…
    Non hanno forse, Arnault e i suoi consulenti con il famoso architetto, fatto un’analisi dei costi di produzione? Non hanno forse pensato a quale fosse il loro scopo ultimo, dove volessero arrivare con quell’oggetto maestoso?
    Tutto questo, secondo la mia opinione, rende inevitabile l’accostamento di questo mausoleo “totalmente consacrato all’arte contemporanea”, ad un “museo”, se così si può definire, che porta il nome della più grande azienda di moda, Louis Vuitton.

    Ogni collaborazione tra Archistar e Brand affermati della moda rimanda alla storica intenzione di ogni casa di moda di attirare l’attenzione del mercato verso di sé, di puntare al valore emozionale che le persone attribuiscono sempre di più alle cose e ai prodotti.
    Per questo si scelgono grandi nomi, si creano cose fantastiche, come d’altro canto si fa nella moda.

    Forse si leggerà troppo criticismo nelle mie parole, ma al tempo stesso ritengo la Fondation Vuitton qualcosa di davvero innovativo, museo, ristoranti, bar, sala congressi… tutti elementi che rendono la struttura di Ghery un qualcosa di “non definito architettonicamente” ma di polivalente e strettamente legato ad un brand.
    Riesco ad ammettere semplicemente più di altri, come lei afferma, che l’arte e gli artisti sono ormai più brandizzati dell’arte stessa.

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  11. Margherita Anichini   11 Novembre 2014 at 19:48

    Più guardo questo edificio e più mi sembra un tentativo di incartare l’intero “pacchetto” Vuitton in un bell’involucro che vuole ingenuamente essere sacro.
    Non metto in dubbio la bellezza e, come ho già detto, la sacralità architettonica ideata da Gehry sicuramente in buona fede, tuttavia l’intera faccenda è stata presentata come qualcosa di estremamente diverso per natura e fini dal resto quando in realtà di diverso ha solo l’involucro appunto.
    A mio avviso è questo, più di tutti, l’estremo tentativo di “re-writing”.
    Onestamente però, siamo davvero interessati ai fini del Signor Arnault? Non è forse più importante disporre di un museo in più? di uno strabiliante, bellissimo e un poco incomprensibile edificio in più? di una possibilità in più di avvicinarci al sacro, chiudendo gli occhi durante il percorso o facendo finta di non vedere?
    Ci interessa davvero che la moda, ancora una volta, ci prenda un pò in giro facendoci sperare nelle sue intrinseche ma oggi nascoste connessioni con l’arte?
    E non potrebbe essere questo l’inizio di una catena, di una reazione da parte delle altre case di moda per elevarsi al pari di Vuitton e dunque deliziarci con altre fondazioni del genere?
    Se così fosse, ci importerebbe poi veramente del fine?
    A me credo proprio di no.

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  12. Julia   12 Novembre 2014 at 16:10

    ARCHITECTURE COUTURE.
    E’ un edificio che racconta la Passione per l’Arte, una struttura difficilmente classificabile, un Vascello che rappresenta il concetto di “navigare nel fututro”. E’ questo e molto di più l’opera di Gehry per la Fondazione Vuitton.
    Aldilà del fil rouge che sicuramente unisce arte e moda, l’edificio ha il compito primario di presentare la collezione di arte contemporanea accumulata nel corso dei decenni dal gruppo LVMH.
    L’edificio che tanto ci meraviglia e’ volto completamente all’arte nella sua forma più assoluta.
    Eppure non sempre il connubio tra quest’ultima e la moda e’ stato possibile. In alcune opere arte e moda correvano su binari diversi, l’arte non rispecchiava quelli che erano i canoni della bellezza, ma anzi li scardinava rischiando di diventare, a volte, forse anche un po’ “trash”.
    l’ Arte e la Moda sembrano guardarsi da sempre come due mondi paralleli che si scambiano continue promesse, e che talvolta riescono a concretizzarne alcune attraverso l’estro e la genialità di un creatore artistico.
    Oggi, all’inizio del nuovo secolo Gerhy e Arnaud spazzano via tutti i dubbi con qualcosa di maestoso, con quell’opera che fonde in un idillio perfetto Arte e Moda facendo da “apripista” per opere simili in un immediato futuro.
    Siamo ufficialmente nel secolo dove tutto è’ possibile, dove, finalmente quasi tutte le barriere che delimitavano gli spazi sono state in parte abbattute. Questo rivoluzionario progetto propone infatti un nuovo modo di “vivere l’arte”, calandola completamente nella realtà di ogni giorno e facendo sì che ne diventi parte integrante, permettendo a ognuno di realizzare quello che è il segreto desiderio di molti: diventare parte di un’opera artistica; questo perché l’arte non è semplicemente un modo di apparire bensì un modo di essere, un modo per vivere le proprie passioni artistiche attraverso prodotti che possono trasmettere emozioni. É arte dentro arte.
    rappresenta, dunque, per gli artisti un´occasione unica per comunicare in modo nuovo, lontano dai soliti schermi.

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  13. Ambra Pacetti   12 Novembre 2014 at 16:38

    Credo che Vuitton, con la Fondazione, da quanto scritto anche nell’articolo di partenza, abbia voluto combinare l’arte con il suo nome mettendosi in competizione con i più grandi musei parigini.
    Un esplorazione verso il futuro? Si, direi che la struttura architettonica del museo non possa suggerire altro che questo , il design e la composizione stessa ad opera del grande architetto Gehry danno un’idea del nuovo , dell’inesplorato e del futuristico.
    Non mi voglio soffermare su questo perché penso che l’articolo scritto qui esplica in modo fantastico le informazioni riguardante questo nuovo angolo di cultura .
    “Navigare verso il futuro” ecco questa frase mi ha particolarmente colpito facendomi fare un viaggio mentale che mi ha portato avanti e indietro nel tempo .
    Ciò che più mi domando è come mai la strategia di comunicazione Vuitton si sia concentrata da sempre sul viaggio?
    Qual è la sua meta?
    Per rispondere penso convenga fare una riflessione preliminare sulle origini del marchio: il brand è nato a partire da prodotti che avevano la funzione di associare bellezza e lusso all’idea del viaggio. In altre parole Louis Vuitton era un artigiano particolarmente creativo di valigeria in pelle.
    In Francia nell’ottocento per le élite era usuale fare viaggi e di cosa avevano bisogno i parigini della classe agiata per poter trasportare tutte le loro cose mantenendo ben visibile il loro rango? Ovviamente di Bauli di forma diversa, particolarmente curati nei dettagli ( dato che non c’era ancora l’obbligo della misurazione come adesso ) . È proprio in Francia, in quegli anni che Louis Vuitton conosce il successo, specialmente, nel 1853, quando fa innamorare dei suoi bauli in pioppo fatti a mano e su misura un’illustre cliente: Eugenia, moglie di Napoleone III e imperatrice di Francia. Fu allora che cominciò il fantastico viaggio di Louis Vuitton, che da artigiano si trasformò in imprenditore e il suo nome divenne il suo brand.
    Ma dal viaggio in senso materiale del termine si passa poi ad un viaggio più astratto.
    Lo sviluppo del brand si concentra infatti sul concetto di viaggio come valore in se’.
    Come esempio posso citare le campagne core values programmate a partire dal 2007, in cui Vuitton ha introdotto il concetto del Journey, nelle quali risuonano i suoi valori storici.

    “Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avrete fatto ma da quelle che non avrete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.” |Mark Twain|

    Il viaggio di Vuitton viene raccontato attraverso personaggi di spessore, sfruttando ciò che essi rappresentano nell’immaginario collettivo. Viene così enfatizzato un viaggio ideale alla ricerca dei valori della vita, alla ricerca di sé stessi. Un viaggio che in se’, a prescindere dalla meta, ci immerge (grazie alle prestigiose borse) nella vera bellezza.

    Nel 2010 per marcare ancora di più questo concetto, Vuitton fa un viaggio a ritroso nel passato , collaborando con il museo Musée Carnavalet di Parigi allestendo una mostra intitolata “Voyage en Capitale’.
    Questa esibiva La storia della Maison Louis Vuitton intrecciata con l’evoluzione culturale e economica degli ultimi 150 anni. Partendo dalle origini con i bauli storici voleva denotare l’abilità artigianale unita alla ricerca tecnica dei materiali che hanno e caratterizzano il brand. Ma la mostra si sofferma anche sul connubio artistico della Maison con noti architetti e artisti, da Gae Aulenti a Jun Aoki, da Bob Wilson a Murakami. L’ispirazione di fondo di tutti questi gemellaggi è legata alla reinterpretazione di un inventario di forme ereditato dalle origini del marchio.

    Nel dicembre 2010 fu pubblicato “100 bauli da leggenda” ; un volume con all’interno le immagini di tutti i bauli creati dalla maison parigina. Il libro mostra bene lo spirito della Maison che è sempre rimasto improntato alla medesima volontà: perpetuare l’eccellenza di uno stile e fare dell’arte del viaggio una vera e propria arte del vivere.
    Porto come esempio anche alcune campagne pubblicitarie sviluppate negli ultimi anni e che rendono bene l’idea di come sia importante il viaggio , sia in senso fisico che e soprattutto mentale:
    1. Campagna autunno inverno 2012/2013
    “Il nostro obiettivo era ricreare, in modo cinematografico, il glamour del viaggio, il romanticismo del partire, dell’incontro inaspettato, del guardare fuori da un finestrino …” dice Marc Jacobs.
    La maison infatti ha voluto ricreare l’ambiente del viaggio, con le modelle come signorine bon ton sui sedili di un treno degli anni trenta. Ovviamente quello di Vuitton è un viaggio glamour con bauli e borse con monogramma e abiti di alta classe.
    2. Campagna primavera estate 20014
    Il viaggio è la destinazione, arrivare alla meta non è meno importante del vivere il percorso che vi conduce. La nuova campagna Louis Vuitton trasporta, come per incanto, lo spirito del viaggio, valore fondante della Maison, diritto al cuore delle nuove generazioni.
    Il fascino dell’ignoto, il brivido dell’esplorazione, la meraviglia della scoperta – tutto è catturato in una serie di incredibili scatti, realizzati in Sud Africa da Peter Lindbergh, con lo styling di Carine Roitfeld, e protagoniste le modelle Karen Elson e Edie Campbell.
    “Abbiamo percorso il Sud Africa in totale libertà creativa con un cast meraviglioso. Karen Elson e Edie Campbell sono due giovani donne che viaggiano in modo molto personale, ma non necessariamente didascalico. Abbiamo lavorato senza preconcetti o schemi, in modo molto introspettivo, dando vita a situazioni spontanee e reali. Il risultato finale è naturale e incantevole,” ha dichiarato Peter Lindbergh.

    Dunque in conclusione direi che Vuitton dall’800 ad oggi sta percorrendo un viaggio in un tempo/spazio reale e nello stesso tempo immaginario, senza una meta fissa, un viaggio che ambisce a comunicare uno stile di vita libero e avventuroso.
    Penso anche che non si sia preposto una destinazione per lasciare a noi una libertà di scelta, per far si che ciascuno di noi partecipi con i propri desideri.
    Ma e’ proprio vero che i viaggi Vuitton non hanno una destinazione? Nei racconti della pubblicità abbiamo visto che la meta e’ meno importante del viaggiare. La realtà del mercato ci dice pero’ un’altra cosa: dal momento che ormai i prodotti di Vuitton sono in tutto il mondo, si potrebbe pensare che dopo 150 anni, terminato finalmente il loro viaggio, la loro destinazione dissimulata sia stata raggiunta. Non e’ più necessario quindi esaltare il prodotto che tutti conoscono bensì sta diventando importante chi lo consuma. Noi con i nostri valori che gli attribuiamo rendiamo lo rendiamo importante e gli diamo un posto di primo piano. Avendo sotto l’occhio tutti i giorni quel determinato prodotto facciamo una sorta di Pubblicità gratuita al marchi.
    Ecco spiegato forse il grande investimento nell’arte. Con investimenti come la Fondazione viene a prodursi un messaggio nuovo. Aprire una nuova strada in cui il consumatore si può addentrare senza la ripetitività del prodotto ma solo contemplando l’arte.

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    • Adri   13 Novembre 2014 at 09:41

      Dopo aver letto il tuo articolo ho capito le ragioni profonde del Vascello di Gehry: continuare a viaggiare, essendo il viaggio non il luogo la leva per creare valori immateriali al brand.
      Il tuo finale mi ha dato dei dubbi. L’ho riletto più volte, a volte mi sembra chiaro, a volte scuro.

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  14. Giulia   14 Novembre 2014 at 15:36

    Ho trovato molto interessante l’articolo.
    La “Fondation Vuitton” come sostiene Bernard Arnault, leader della holding di lusso LVMH, ha la funzione primaria di “condividere la nostra passione per la creatività con un pubblico più ampio attraverso un’impresa utile.” Il museo ospita la collezione d’arte contemporanea accumulata nel corso degli anni dal gruppo LVMH. La realizzazione del complesso è stata commissionata all’architetto Frank Gehry.
    La forma dalla struttura mi ricorda quella di un veliero a 12 vele e l’utilizzo di materiali come vetro e acciaio rimandano direttamente all’arte contemporanea, al tema del viaggio, dello spazio e del futuro. L’imponenza del complesso suscita interesse e shock.
    Con questa iniziativa si riconferma l’intelligenza strategica di Arnault perché, a mio parere, l’operazione da una parte vuole offrire un contributo all’educazione dell’arte e dall’altra è puramente marketing.
    Vuole abbattere la barriera tra moda e arte, rendendole complementari. Senza una conoscenza di base artistica non si potrebbe comprendere il fenomeno della moda. Vuole offrire un’educazione soprattutto ai giovani e cercare di attrarli.
    La strategia di Arnault, in questo caso, sta anche nel voler dare un contributo “di valore” ai propri clienti (del marchio LV) fidelizzati, cercare di sedurli continuamente fornendogli una soddisfazione sempre maggiore.
    Vuole anche attrarre un pubblico differente interessato maggiormente alla cultura. A questo fine la struttura offre 11 gallerie con aree per mostre temporanee, auditorium e una serie di spazi per le collezioni permanenti e servizi come ristoranti, caffè e shop.
    La “Fondation Vuitton” si mostra come una propagatrice di arte e cultura. Assume una maggiore preminenza nel campo della moda e allo stesso tempo imposta una sfida contro tutti gli altri grandi marchi di lusso.

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    • Frida   15 Novembre 2014 at 11:00

      Io penso che la sintesi di Giulia sia encomiabile. Mi viene da pensate che il vero genio sia il signor Arnault. Non so se si può parlare di marketing o di comunicazione. So soltanto che a me sembra che lui abbia posto Vuitton più avanti rispetto altri brand. Non si trova molto di scritto su Arnault, a parte le informazioni dei giornalisti. Il rapporto tra lui e Gehry dimostra che e’ possibile immaginare che tra top manager e creativi ci possa essere una feconda collaborazione.

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  15. Chiara Fiaschi   15 Novembre 2014 at 13:59

    Condivido pienamente le parole di Arnault “con questo edificio vogliamo promuovere contemporaneamente tradizione e innovazione”. L’edificio, infatti, a mio parere, vuole raccontare sicuramente la passione per l’arte: vuole essere un veliero che rappresenta il concetto di “navigare nel futuro”, vuole evocare la contemporaneità attraverso le opere d’arte che contiene e vuole richiamare la tradizione passata attraverso le grandi vetrate che ricordano le costruzioni della Ville Lumiere durante la Belle Epoque. Trasmette quindi il concetto che arte e moda vivono sì pienamente nel presente, ma rivolgendosi al futuro con un occhio nel passato, “contrariamente a quanto pensano i grilli parlanti che infestano la moda” (come Lei ha affermato). Infondo, non è così anche per gli stilisti? Gli stilisti, disegnano le proprie creazioni tenendo conto delle tendenze socio-culturali che di lì a breve impazzeranno, tendenze ovviamente dedotte per mezzo di studi e ricerche condotti nel presente e, spesso, interpretate rifacendosi alla produzione passata propria e dei colleghi, nonché alle reminiscenze sociali, culturali e artistiche del passato. Arte e moda hanno sempre avuto uno stretto dialogo, sembrano guardarsi da sempre come due mondi paralleli che si scambiano continue promesse, talvolta concretizzate attraverso l’estro e la genialità di un creatore di moda o per mezzo di collaborazioni tra stilisti e pittori. Ma oggi parliamo anche di un altro tipo di collaborazione tra arte e moda. Le imprese artistiche dipendono sempre più dal settore privato per riuscire ad arrivare sul mercato e con il diminuire progressivo dei finanziamenti statali, i governi hanno incoraggiato le organizzazioni culturali a cercare altre fonti di sovvenzione. E i marchi, ad oggi, sembrano gli unici ad essere interessati a promuovere l’arte. L’idea di ricchi mecenati che aprono templi privati d’arte è già ben sviluppata negli Stati Uniti e le donazioni in denaro per i restauri hanno già preso piede in Italia; invece, la Fondazione Louis Vuitton è un raro esempio in Francia. L’obiettivo di questo investimento da parte del lusso, è quello di dare sostegno ad attività artistiche e culturali e di creare una proficua interconnessione di idee tra questi due mondi, forse non troppo lontani. E aggiungo che questo intervento è fondamentale, ad oggi, se non vogliamo rischiare di perdere la bellezza del nostro patrimonio artistico e culturale. Ma a questa parte filantropica, va di pari passo la parte più economica e commerciale di questa attività. Infatti, l’aspetto negativo, se così si vuole definire, a mio parere è il fatto che il confine tra arte e commercio si sta offuscando o addirittura cancellando. E’ vero che le fondazioni, come la Fondazione Louis Vuitton, sono organizzazioni no-profit, nelle quali il fondatore rinuncia in modo definitivo alla proprietà dei beni per destinarli ad uno scopo sociale, mirato agli interessi della collettività. Ma non penso che sia solo la buona volontà a spingere un grande imprenditore di un brand a fare questo tipo di investimento. Un gruppo imprenditoriale decide di investire ingenti somme, anche come una strategia comunicativa moderna, attenta a qualificare ulteriormente il marchio, soprattutto in termini di identità. Il termine esatto da utilizzare è cause related marketing (marketing delle cause di interesse sociale) che indica uno sforzo promozionale pianificato strategicamente per aumentare le vendite di un’azienda o per migliorare la sua posizione nel mercato tramite azioni che vanno anche a beneficio di organizzazioni culturali. Alla fine, quindi, si valuta la riuscita del proprio investimento in termini di visibilità, riconoscibilità del marchio. Il denaro speso per questo tipo di investimento, o le opere apportate al pubblico, non sono solo una donazione verso l’arte e verso il cliente, ma rappresentano anche un costo aziendale, in quanto costituisce parte dell’attività di comunicazione dell’azienda. D’altronde, negli ultimi anni, la sponsorizzazione è lo strumento di comunicazione che sta crescendo più velocemente. E allora mi domando, l’arte sta diventando schiava del mecenatismo? Beh, è vero che l’arte è sempre stata legata ai suoi committenti, infatti molte delle opere più importanti sono nate dal rapporto tra il desiderio e la richiesta del committente (che oggi potremmo paragonare alla casa di moda) e la creatività dell’artista. Ma piano piano il committente sta prevalendo sull’opera d’arte stessa, l’immagine del brand predomina sulla sostanza. E l’esempio secondo me si ritrova nell’affissione del logo Louis Vuitton sull’edificio della Fondazione, quel nome che va quasi ad annebbiare il patrimonio artistico che sta all’interno. Perché in ogni articolo, in ogni notizia, si è parlato della holding LVMH, di Bernard Arnault, dell’architetto Frank Gehry, ma non si è parlato nella stessa misura dei nomi e delle opere della collezione d’arte contemporanea che saranno esposte in questo guscio di vetro? Quindi, per concludere è sicuramente una nobile forma di investimento fare tornare “di moda”la cultura e l’arte, forse i patrimoni più grandi, ma stiamo attenti a non trasformare l’arte in uno strumento di accentuazione del potere e del successo del brand.

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  16. Martina Bandinelli
    Martina Bandinelli   15 Novembre 2014 at 18:30

    Grazie mille Rossana.
    Hai ragione, effettivamente non era da tutti approvata. Il mio discorso difatti più che altro generalizza. Alcuni di questi couturier probabilmente hanno voluto tenere le distanze dal mondo artistico, sia per proteggere il loro lavoro, tanto salvaguardato, sia per paura di non essere capiti se avessero riportato l’arte nei loro capi moda. Oggi le grandi aziende come Zara, non integrano l’arte nei loro prodotti; sarebbe un processo lungo e ricercato che porterebbe ad un aumento dei prezzi. Per di più la clientela di queste catene non è più interessata ed un capo che sia unico, anzi, che sia il più possibile conforme alla massa, comodo, funzionale e che costi il meno possibile. Non sarebbe quindi facile integrare questo processo all’interno di Zara, Hm ecc…
    Mi riferivo ai grandi couturier del passato, che avevano una clientela del tutto diversa da quella di oggi, che amava spendere, per un capo che fosse distintivo, unico, diverso, possibilmente all’avanguardia.

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  17. Berenice Longo   16 Novembre 2014 at 13:09

    Le mie conoscenze in architettura non sono purtroppo tali da poter scrivere un commento più specifico e analitico sul monumentale edificio che Gehry ha costruito a Parigi sotto la richiesta del magnate del gruppo LVMH, Arnault.
    Nonostante le mie poche conoscenze a riguardo, è indiscutibile che l’edificio sia spettacolare, diverso da tutti gli altri musei al mondo e presenti in modo inequivocabile tutte le caratteristiche artistiche che hanno reso famoso questo architetto.
    Mi interessa invece soffermarmi di più sulle motivazioni, sul perché un grande marchio di moda come LV abbia deciso di investire un grosso capitale in un museo di arte moderna come questo, anche perché ritengo di avere maggiori competenze riguardo a questo lato della vicenda.
    Alcuni parlano di pura strategia di marketing, altri invece di semplice filantropia di Arnault nei confronti non solo nei suoi clienti abituali ma anche di tutti i cittadini del mondo, che avranno la possibilità di visitare un museo ricco di opere di arte contemporanea dei più grandi artisti viventi.
    L’ipotesi che LV abbia deciso di commissionare un museo di tal genere solo per marketing non mi convince affatto e vorrei analizzare le due motivazioni che a mio parere non rendono veritiera questa ipotesi:
    1. Se fosse tutto solamente una strategia, come mai all’interno del museo non vi è nulla che ricordi LV? Arnault ed i suoi consulenti hanno deciso che non sarebbe stato posto alcun riferimento al mondo della moda, ai prodotti iconici di questo brand, nessun richiamo a borse, valigie o pelletteria che hanno reso LV un marchio leader nel settore moda. L’unica traccia del brand ci viene fornita nel nome del museo, Fondation Louis Vuitton: credo che questo sia una dimostrazione chiara di come il marchio abbia deciso di allontanarsi dall’immagine di grande icona della moda per vestire i panni di un mecenate moderno; lasciare però Louis Vuitton nel nome del museo io l’ho interpretato come segno di rispetto e di gratificazione nei confronti dell’azienda che ha permesso la creazione di un luogo come quello, dove poter entrare in contatto con i maggiori artisti contemporanei.
    2. Se fosse tutto solamente una strategia, perché LV non ha semplicemente chiesto ad un genio dell’architettura come Gehry di creare una nuova e stupefacente boutique per il brand? Avrebbero potuto commissionargli un luogo che potesse anche portare enorme pubblicità all’azienda, dove da una parte si metteva in mostra l’architettura straordinaria di Gehry e dall’altra parte si esaltava il marchio, tramite la creazione di un luogo-simbolo per i clienti dove essi potessero fare un’esperienza d’acquisto nuova, diversa, emozionante, un luogo-simbolo anche per il marchio, dove poter organizzare eventi e mostre che si incentrassero sul marchio e che gli avrebbero permesso di sfruttare la nuova struttura per farsi pubblicità tra i clienti.
    Ritengo molto più plausibile e veritiera invece che LV abbia più semplicemente deciso di donare, date anche le sue possibilità economiche e le sue conoscenze in campo artistico, a tutto il mondo grandi opere d’arte, in un edificio magnifico a Parigi, con la speranza e l’intento di farlo diventare un punto di riferimento artistico e culturale per tutti coloro che desiderano lasciarsi affascinare dall’arte contemporanea, un luogo dove non solo si espongono opere ma si tengono conferenze, concerti e proiezioni. Un luogo dotato di stupefacenti qualità artistiche, voluto da una delle maison più legate all’arte e creato dal genio di un grande architetto, messo semplicemente a disposizione dell’arte stessa.
    Leggere questo stupefacente progetto come un’azione filantropica, come LV stesso ha tenuto a precisare, è secondo me la via più adatta per interpretarlo.
    Ora ovviamente si deve attendere le risposte delle altre grandi maison di moda, che sicuramente cercheranno una strada per non rimanere offuscate dall’ombra del grande genio di Arnault. A mio avviso però, almeno nell’immediato futuro, sarà difficile anche solo riuscire a competere con il progetto a cui LV ha appena dato inizio perché, confrontandolo con i suoi concorrenti, l’idea che hanno promosso è davvero un passo avanti a tutti gli altri, un progetto davvero avveniristico, in tutte le sue componenti.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   16 Novembre 2014 at 20:34

      Sei molto convincente Berenice, ma non fino in fondo.
      Se non sbaglio il museo si chiama Fondazione Louis Vuitton. E’ difficile sostenere che non vi sia un richiamo al brand. D’altronde le strategie più sofisticate non si applicano forse a questa dimensione? Il fatto che non vi siano prodotti dentro la struttura non rende più credibile il lavoro sull’immaterialità della marca? Io penso proprio di si. Ed e’ per questo che ho congetturato la possibilità di un nuovo più sofisticato livello di marketing ( si può definire in un altro modo, il risultato non cambia). E con questo dovrei aver demolito il tuo punto 1.
      Veniamo al punto 2. E’ un argomento che non sta in piedi. Negli ultimi 15 anni Arnault ha utilizzato parecchie delle archistar in circolazione per fare i nuovi spettacolari punti vendita. Te ne cito un paio: Jun Aoki per Vuitton a Tokio; Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa per Dior (sempre a Tokio).
      Credo che la scelta di Gehry dipenda dal contenuto del progetto: un museo e’ qualcosa di piu complesso di un flagshipstore e indubbiamente l’architetto americano dopo il Guggheneim e’ il numero uno in questo genere di lavori.
      Ancora, un punto vendita deve essere ancorato al qui e ora. Troppo futuro potrebbe non essere compatibile con il business. La Fondazione invece ha il futuro come suo core business; non conosco nessun architetto più futuribile di Gehry!
      Nessuno ha parlato dell’intenzione di Arnault di “farsi pubblicità”. Ho ipotizzato che le conseguenze inintenzionali del progetto andavano in una direzione ben precisa. Ho lasciato volutamente “aperta” la porta delle interpretazioni sulla volontà o meno di sfruttare il progetto per dire altro. Direi che non mi interessa per niente entrare nella testa di Arnault. Trovo interessante pero’ interrogarmi sulle conseguenze delle sue mosse.
      Quindi, rispetto molto la tua opinione filantropicheggiante, ma preferisco fare attenzione anche a ciò che la struttura Vuitton mette in moto e non solo all’ideologia che ce la presenta.
      Credo che la risposta ad Arnault arriverà da Prada. A Milano dovrebbe essere inaugurato nella prossima primavera il suo museo creato da un’altra famosissima archistar. Sono molto eccitato e incuriosito.

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  18. Angelica Petito   17 Novembre 2014 at 13:27

    ”L’Arte è di moda”
    Questo è il titolo dell’articolo di Natalia Aspesi per ‘La Repubblica’;inizio con questa frase per spiegare il mio punto di vista sull’incontro tra l’artista Gehry e la società LVMH.
    L’arte è di moda, è di moda per la moda e per la società.

    Per chiarire quanto scritto, parto dall’assioma che la Moet Hennessy Luis Vuitton è una holding specializzata in beni di lusso. E’ una società, e in quanto tale alla base avrà una pianificazione strategica; dunque tutte le scelte fatte dall’LVMH, che, per di più, inserisce il suo nome in quella che è la Fondazione LV, avranno alla base una ricerca, una direzione e uno sviluppo che va oltre quello che noi vediamo.
    Il marketing mette al centro di tutta la pianificazione strategica il creare,comunicare, trasmettere valore al cliente, con lo scopo di avere dei benefici (profitto).
    Dunque per capire la loro strategia forse dobbiamo partire proprio da cosa ricerca il ‘cliente’ oggi.
    In una società in cui le parole d’ordine sono la velocità, il movimento, l’innovazione, il nuovo, uno dei valori predominanti del consumatore di oggi è quello della ricerca della stabilità e del valore ‘radici’.
    Il mondo della moda si inserisce benissimo in quello che è il ritmo della società odierna,ma cosa manca?
    L’immortalità, la produzione di valori che prescindono dall’oggi, valori come ‘le radici’ che saranno passato ma che si spingono e viaggiano verso il futuro.
    L’ LVMH ha posto le sue radici il 27 ottobre,nel Bois de Boulogne a Parigi con La Fondation Louis Vuitton.

    Quella che è la funzione artistica della fondazione è chiara a tutti, ma pensare, che più di 100 milioni di dollari siano stati spesi solo per promuovere l’arte contemporanea mi sembra da ingenui. La Fondazione porta il nome della holding, all’ingresso c’è il monogramma LV, è stata battezzata dalla sfilata P/E 2015 del direttore creativo della Maison,Nicolas Ghesquière.
    La Fondazione LV ‘promuove l’arte contemporanea’ ma è costruita ‘sulle borse, le pellicce, e le bottiglie stappate’ e questo di sicuro non passa inosservato.
    Pensare che tutto questo non generi un ritorno commerciale nelle vendite del settore moda è sciocco, ma l’aspetto più interessante è che esso continuerà il processo della moda che commissiona l’arte; ‘L’arte che paga’.
    Quello che sta accadendo nell’ultimo ventennio si muove nella relazione:
    l’arte sta all’immortalità come la moda sta alla conquista.
    La moda punta a conquistare, conquistare con la vendita e conquistare nuovi clienti soddisfacendo i desideri e creandone nuovi. E se i desideri futuri si sviluppano all’interno del valore ‘radici’, la moda cosa fa? ‘Asseconda’.

    Per concludere vorrei evidenziare quanto,oggi, è forte il legame arte-moda:
    La moda consente di acquistare e commissionare arte.
    Molti criticano e denigrano questo, parlando di ‘arte brandizzata’; potrebbe essere vero, come è vero che nulla è cambiato rispetto al passato: prima era la Chiesa a commissionare arte oggi ha preso il suo posto La Moda, e se le più grandi opere esistenti sono state commissionate proprio dalla Chiesa chi ci dice che non succederà lo stesso oggi?
    Il sistema moda , a prescindere dalle finalità, è ciò che può e vuole promuovere l’arte, allora a noi non resta che apprezzare l’espressione artistica.

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  19. Leticia Abreu Tassini   17 Novembre 2014 at 21:26

    Non parlerò di architettura perché non me ne sono mai francamente interessata e perché sono poco incline a discutere di cose che non conosco affatto. Parlerò di valori.

    Se è vero che il fine giustifica i mezzi, mi giunge spontaneo pormi domande concernenti la giustificazione del fine stesso.
    Le immagini, le sensazioni che pervadono lo spettatore dinanzi a tale particolarità, mi inducono ad interrogarmi sul perché.
    Quale motivo può mai aver spinto la Moet Hennessy Luis Vuitton ad erigere un edificio così indubbiamente straordinario, a collaborare con una figura come Frank Gehry e a riproporre il connubio architettura-moda in modo così forte, deciso, quasi violento? Chi guarda, non ha la benché minima possibilità di obiettare, non può nulla di fronte a qualcosa di simile. Solo un folle si opporrebbe al grido: “la moda è arte, la moda è cultura”. Ma, se di follia si tratta, forse un qualche pazzo che emerga dal coro può essere istruttivo e ben accetto.
    Di cosa stiamo parlando? Dell’antica lotta per la sopravvivenza “rinnovarsi, o morire”? Della necessità di combattere l’inevitabile crisi di un mercato saturo, vecchio?
    Sicuramente ne stiamo parlando, quindi il tiro è andato a segno.
    Trovo vi sia una spinta verso nuove priorità, un tentativo di stravolgere la scala dei valori, affinché un domani l’alta moda non sia più qualcosa di elitario e quella popolare non rappresenti più un argomento “da parrucchiere”, ma che essa riunisca un pubblico più vasto, disposto ed in grado di discuterne animatamente come di politica, di religione, di attualità e di tutte quelle questioni per le quali si perdono amicizie!
    Mi pare un attacco personale, un sensazionale modo di fare marketing. Efficace, forse, quanto disperato (se posso permettermi) e pericoloso.
    Se davvero un domani la moda divenisse per tutti, non vi sarebbe alcun futuro per quelle figure che oggi erigono la propria carriera sulla necessità di legittimarla: il pubblico saprebbe da solo il cosa, il come ed il perché e sarebbe assolutamente in grado di carpire tutto ciò che, nascosto tra le righe, oggi ancora passa inosservato. Non esisterebbe più posto per quelle professioni improvvisate, quei discorsi insensati e, spesso, vuoti. Il consumatore inizierebbe a guardare il prodotto per ciò che è, scorporandolo dal suo aggregato simbolico, dal suo messaggio promozionale e, probabilmente, questo stravolgerebbe l’intero sistema.

    Credo che probabilmente i grandi couturiers del passato avrebbero dato significati diversi: avrebbero guardato quest’edificio con gli occhi sognanti di chi ama, di chi ci crede, vive e fa vivere. Oggi tutto questo ha solo l’ennesimo intento promozionale.
    La moda si autoproclama arte.
    No, non apprezzo tanto esibizionismo, non apprezzo l’innegabile messaggio di fondo, ma, nella mia ignoranza, riconosco lo splendore e di fronte a questo spettacolo… guardo e taccio (per ora).

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  20. Giorgia Farinon   17 Novembre 2014 at 22:03

    Ho trovato l’articolo molto interessante, ma considerandomi poco ferrata su un argomento vasto come quello dell’architettura ,ritengo che in certi passaggi sia piuttosto complicato. Sono comunque convinta che, per quanto riguarda il lavoro che Gehry ha svolto per la creazione della Fondation Louis Vuitton, le immagini parlino da sole. Guardando una qualsiasi delle fotografie che ritraggono la struttura, anche una persona poco ferrata in materia o assolutamente ignara di cosa si tratti, capirebbe subito di essere davanti a un qualcosa di imponente, magnifico, ma soprattutto di assolutamente nuovo e mai visto prima. Se poi ad un edificio simile si associa il nome di Bernard Arnault e LVMH tutto risulta molto chiaro.
    Se è vero, come descritto nell’articolo e in vari commenti che gli sono susseguiti, che il rapporto tra moda e architettura era già stato affrontato in passato ed in fine consolidato con lo sviluppo dei Flagshipstore negli anni 90, non potevamo non aspettarci che la più grande holding del lusso al mondo si adeguasse a questo fenomeno già sperimentato da altri. Con la Fondation Louis Vuitton, il signor Bernard Arnault non ha voluto mostrare lo stretto legame tra i “prodotti moda” dei suoi marchi e l’arte, a questo ci avevano già pensato altri. Secondo la mia opinione, egli ha voluto dimostrare la sua grandezza, la sua potenza, la sua capacità di dettare legge e di influenzare l’intero sistema moda creando un qualcosa che apparentemente non ha niente a che vedere con essa: un museo dedicato all’arte contemporanea. Se così non fosse, perché questo gesto “filantropico” viene percepito dalla maggioranza come una sfida?
    Quando si parla di LVMH la prima cosa a cui si fa riferimento è ovviamente il marchio moda che meglio rappresenta la holding e che ha dato il nome al museo: Louis Vuitton. Non bisogna però dimenticare che Bernard Arnault è prima di tutto un imprenditore del lusso, non possiede soltanto grandi marchi moda, ma la sua sfera di influenza comprende anche altri settori: basta pensare al famosissimo Moët & Chandon, all’industria di yacht Royal Van Lent e via dicendo. Detto questo, personalmente credo che la reazione che creerà l’apertura della Fondation non riguarderà soltanto il mondo della moda ma potrebbe influenzare, anche se non in maniera del tutto esplicita, tutte le aziende che fondano la loro immagine sul concetto di lusso di cui lo stesso Bernard Arnault è il più celebre rappresentante.
    Soltanto il futuro mostrerà con certezza quali saranno le reazioni del mondo del lusso rispetto alla “strategia” di Arnauld, perché personalmente credo che è di questo che si tratta: una strategia geniale ed assolutamente efficace che ha fatto si che gli occhi di tutto il mondo siano puntati su LV fino al momento in cui “qualcuno” non riuscirà a fare di meglio.
    Data la portata del progetto di LV e considerate le aspettative che tutti quanti abbiamo sul futuro, dubito che un rivale si faccia avanti molto presto.
    L’unica cosa di cui sono certa è che “Il Veliero”, creato da Frank Gehry su commissione di Bernard Arnault,, mostra perfettamente la strada che LV ha percorso fino ad ora e, a mio parere, racconta ancora più chiaramente i limiti che “ il Principe” non ha alcuna intenzione di porsi per il futuro.

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  21. Camilla Violi   18 Novembre 2014 at 11:37

    Risultandomi difficile trovare un’unica motivazione riguardante la creazione di un’impresa a dir poco epica, vi proporrò alcune sfaccettature riguardanti il caso che hanno affollato la mia testa durante la lettura dell’articolo.
    Monsieur Arnault, con la creazione di questa Fondation, sembra voglia legittimare il suo “potere” come solo i grandi principi sanno fare e posizionarsi come competitor di grandi musei parigini, come ad esempio il Louvre, la cui trasformazione in museo è stata proprio decisa da un principe, Luigi XV.
    Il gruppo LVMH, invece, punta al consumatore, vuole orientarlo ergendosi a suo giudice estetico, legittimando gli artisti e le opere che potranno influenzare l’arte del futuro. Inoltre, si vuol fare promotore di un lifestyle e di valori tramite il suo brand di punta (quello che essendo inserito nella sigla identificativa della holding ha con essa maggior richiamo) e, tutto ciò, facendo ricadere la gloria di un tale operato su di esso, mantenendo la distanza con il business LVMH e conducendo alLA smaterializzazione del prodotto ed alla creazione delLA brand experience propriamente detta, marchiata Louis Vuitton.
    La scelta di Gehry credo sia stata visionaria. Nessuno come lui propone edifici extraordinari, realizzati con tecniche assolutamente all’avanguardia e in grado di fondere, almeno in questo caso, le serre tipiche del XIX secondo con le vele dei vascelli (elemento ricorrente nell’architettura di Gehry) creando un ponte fra passato e futuro tramite il viaggio.
    Tutto questo però forse ha uno scopo, quello di orientare il futuro, cambiare l’oggi per essere presenti nel domani, lasciare una traccia per essere ricordati.
    In fondo è l’arte ad avere reso gli artisti immortali e Mr. Arnault l’ha ben capito.

    “The building — and all it represents — will outlive us all.” (cit. Mr. Bernard Arnault)

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    • Brancaleon   21 Novembre 2014 at 09:58

      Per me Camilla e’ troppo cinica. Può anche darsi che possa apparire come una operazione di potere. Ma se tutti i poteri donassero tanta bellezza come ha fatto Arnault la parola potere dovrebbe cambiare di significato. Camilla sembra la tipica persona che vede la moda sempre come la grande ingannatrice. Devo aggiungere che quello che scrive e’ interessante.

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      • Camilla Violi   23 Novembre 2014 at 22:48

        Mi spiace che il mio commento sia risultato cinico, non era nelle mie intenzioni.
        Soprattutto vorrei far capire che sono fermamente convinta del fatto che la moda NON sia una grande ingannatrice bensì un’arte applicata, un mezzo che l’uomo può utilizzare per creare e ricrearsi a seconda del proprio sentire interiore.
        Tuttavia ho ben chiara la situazione attuale del sistema moda in cui si assiste ad un dualismo di forze, una che tende verso l’arte, l’altra verso il marketing.
        Parlando dell’impresa monumentale di Arnault, nonostante sia un dono di incredibile bellezza sia per l’idea che propone che per l’edificio in sé, non posso che chiedermi se non sia la realizzazione di strategie di marketing ad ampio spettro piuttosto che un “dono” di valore inestimabile a Parigi, ai parigini ed alla miriade di turisti che si recano nella città ogni giorno.
        Difficile schierarsi fermamente da una parte o dall’altra. Mi auguro solo che, a prescindere dai motivi che ne hanno spinto la creazione, la Fondation Louis Vuitton possa essere un luogo dove poter respirare arte, cultura, musica e conoscenza a 360°.

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  22. Adele Ioime   18 Novembre 2014 at 13:32

    Se devo essere totalmente sicnera ,non sono per niente convinta dalla Fondation Louis Vuitton..
    Ghery ha fatto un lavoro incredibile, ed un altra volta ci dimostra del suo incredibile talento visionario. Il luogo dev’essere sicuramente magico , unico ed anche le opere trovandosi all’interno, su questo non ho nessun dubbio.
    Partiamo già dal fatto che secondo me Arnault non è altro che un grandissimo businessman che è riuscito a creare un impero che vale oggi 41 milliardi di euro, ma non grazie al suo interesse per la moda o per l’arte ma per le sue enorme capacità imprenditoriali che ammiro molto.
    Come scrive lei , le opere esposte alla fondazione non saranno scelte da lui ma dai suoi consulenti attentamenti scelti che non potranno sgarrare . E già qui il merito di Arnault è pari allo 0. M’infastidisce molto che non sia stato Ghery a dire “ Be voglio creare qualcosa d’indimenticabile ,perche non a Parigi?” ma Arnault che abbia commissionato l’opera prendendosi una buona parte del merito . Secondo problema : commissionare .. che parola brutta! Significa che niente è propriamente tuo ma lo deleghi agli altri , e se lo scopo fosse dio tutto cio’ fosse “ nobile” allora potrebbe commissionare tutte le fondazioni che vuole ma ecco dove voglio arrivare..
    Tanti grandi brand hanno fatto la stessa mossa , ma senza dubbio la fondazione Louis Vuitton ha spiazzato ogni aspettativa ; secondo me resta pero’ una semplice mossa comemrciale che risalta prestigiosamente il brand che preferisce spendere 135 milioni di dollari per una struttare archittetonica stupenda piuttosto che un testimonial o una campagna publicitaria. Ottima idea e il risultato c’è ,ma è il fine in se per se di questo progetto che non mi convice per niente..

    NB: Il Louvre è gratuito per i giovani fino ai 25 anni , l’entrata alla fondazione invece costa 10euro e fino a 14euro per il plein tarif..

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    • Cecilia   21 Novembre 2014 at 09:42

      Cara Adele, non capisco la tua acredine nei confronti di Arnault. Io penso che ci siano mecenati intelligenti e appassionati quanto gli artisti. E’ anche grazie a loro che esiste l’arte.
      Credo anche che l’autore dell’articolo sia stato equilibrato nell’esprimere i secondi fini del progetto Fondazione. Nel senso che presenta ipotesi e congetture.
      Anche sul biglietto d’ingresso non ti capisco. 14 euro e’ quanto costa una consumazione in disco. Io credo che avendo pagare si abbia più rispetto per l’arte.

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  23. Giulia Fracasso   18 Novembre 2014 at 22:11

    Quella dell’imprenditore francese Bernard Arnault, nonostante quelli che possono essere gli obiettivi dell’azienda, è ed entrerà nella storia come un’iniziativa che ha permesso la costruzione di un edificio architettonico-culturale moderno. In quanto tale, credo che da sola risponda a tutte le critiche che gli si possono muovere. I fini ultimi che possono essere alla base di questo attivismo artistico non sono nulla di inaspettato o sconcertante , in quanto si parla del colosso del lusso LVMH. Per questo, Adele Ioime, mi sento di dover “difendere” quest’iniziativa. Non vedo come la commissione di un’opera possa essere qualcosa di così drasticamente offensivo nei confronti dell’arte. Il fenomeno del mecenatismo ha attraversato i vari movimenti artistici nel corso della storia, permettendo di lasciarne traccia a noi posteri, che ancora oggi possiamo ammirare le opere sontuose dell’ epoca. Esempio ne sono a Firenze la famiglia De’ Medici ai quali dobbiamo opere come la chiesa di San Marco, il David bronzeo, Palazzo Medici e gli affreschi del Vasari all’interno di Palazzo Vecchio; ma anche altri casati come, limitandomi a citarne solo alcuni tra più noti, i Gonzaga, gli Este, i Savoia, gli Aragona, gli Sforza e così via. Non c’è dubbio che dietro ognuna di queste iniziative si sia da sempre celata una forma di auto-elevazione e auto-celebrazione, ma non vedo come questo ci giustifichi nello screditarle. Di fronte alle opere ,che anche se derivate forse da un atteggiamento in parte egocentrico, mi è permesso di vedere, mi sovviene solo la curiosità di andarli a visitare, come spero di poter fare presto anche con la Fondation Louis Vuitton.

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  24. Irene Angeli   22 Novembre 2014 at 12:06

    La fondazione Louis Vuitton ha segnato un vero e proprio “mariage entre art et mode” nell’attuale panorama francese.
    Io non vorrei soffermarmi a parlare di arte e architettura, perché non mi sento all’altezza di poter affrontare un tema tanto vasto e complesso.
    Vorrei piuttosto soffermarmi sull’obiettivo che è stato affidato a questa incredibile struttura.
    L’edificio è stato commissionato da Bèrnard Arnault, presidente di LVMH, la più potente holding in beni di lusso che ha scelto di affidare l’opera al noto architetto canadese Frank Ghery, uno degli esponenti maggiori della corrente Decostruttiva .
    Quest’ultimo ha realizzato un luogo di riflessione ed emozione per tutti i suoi visitatori, un edificio unico e potente, quindi in linea con i monumenti della capitale francese, destinato così a diventare uno dei nuovi simboli di Parigi.
    Io credo che d’ora in avanti la Fundation LV diventerà uno dei maggiori luoghi di visita e di interesse da parte di turisti provenienti da tutto il mondo, suscitando sicuramente in loro stupore e grande meraviglia.
    L’elemento che più mi affascina di questo luogo magico è l’unione tra la tradizione e la modernità: tra la storia delle collezioni di uno dei brand più potenti al mondo, insieme alla stravaganza e alla novità della moderna struttura di Ghery.
    Questa struttura è in grado di offrire gallerie espositive dedicate ad una collezione permanente, un auditorium adatto ad ospitare eventi e performance multidisciplinari, una biblioteca che permette di scoprire testi riguardanti l’arte contemporanea, un ristorante affidato ad il noto chef parigino Jean-Louis Nomicos ed inoltre ospiterà mostre temporanee e concerti.
    Insomma un vero e proprio centro culturale ed artistico che promuove l’arte contemporanea ed incoraggia nuovi artisti con mostre continue e che non può non affascinare e sbalordire ogni suoi visitatore.
    Credo anche che Nicolas Ghesquière, direttore creativo del marchio Louis Vuitton, non poteva che scegliere un luogo più incredibile per far sfilare la sua collezione donna P/E 2015, dove i fortunati ospiti hanno potuto pregustare in anticipo questo fulcro artistico.
    Louis Vuitton ha così puntato sul connubio tra arte e moda per far diventare la sua fondazione uno dei nuovi fulcri principali della cultura francese e a mio parere ha raggiunto il suo obiettivo con grande successo.

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  25. Adele Ioime   22 Novembre 2014 at 13:14

    Forse mi sono espressa male e il mio messaggio è stato recepito in modo sbagliato .. Non volevo muovere critica alla progettazione di questo splendido edificio , che sicuramente senza Arnault non sarebbe mai nato, ma al perchè è stato realizzato. Non riesco solamente a guardarlo e restare spiazzata senza parole , mi sorge immediatmente il dubbbio dell’ “E’ arte per l’arte?” . Qui l’arte secondo me, è maggiormente un mezzo ( per ri ri ri dorare l’immagine già ben dorata di LVMH) ,che un qualcosa fine a se stesso.
    Per quanto riguarda il prezzo dell’entrata , la trovo elevata in confronto alla politica parigina sui prezzi dei musei (ogni prima domenica del mese tutti i musei sono gratis, e tantissimi lo restano tutto l’anno).

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    • Cecilia   23 Novembre 2014 at 09:54

      Non sono d’accordo con te Adele. Tu chiaramente sostieni che Arnault non ti convince perché non ha investito 135 milioni di euro secondo un programma “arte per l’arte”. In altre parole aveva secondi fini. Ma una fondazione non e’ una opera d’arte! E’ un modo di organizzare risorse, spazi e progetti per permettere ad artisti e al pubblico di incontrare l’arte. I secondi fini che tu critichi sono semplicemente la conseguenza dell’applicazione dei principi di efficienza che permettono ad una struttura di sopravvivere.
      Il fatto poi che se tutto funziona bene anche il marchio LV ne guadagnera’ in immagine, come fai a presentarlo come se fosse una banale mercificazione come vendere una borsa?
      Il tuo e’ un atteggiamento da sognatrice che pensa alla realtà con due soli colori: il bianco e il nero. Ce ne sono tanti altri.
      Mi dispiace ma non sono d’accordo anche sul prezzo d’ingresso. La gente deve abituarsi a pagare per guardare le opere d’arte. Altrimenti per la maggioranza saranno sempre meno importanti delle sciocchezze che normalmente comprano. Io mi rifiuto di credere che una famiglia neghi ai propri figli il biglietto d’ingresso ad un museo. Potrei essere d’accordo per nessun biglietto per bambini, disoccupati, pensionati. Ma sei sicura che, pensionati a parte, bambini e disoccupati, siano interessati ai musei?

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  26. Fiammetta Massetani   22 Novembre 2014 at 16:29

    Ho trovato quest’articolo complesso, ma nella sua complessità molto interessante. Trovo che l’architettura sviluppata da Gehry sia impressionante, sinceramente poterla vedere dal vivo lascerebbe a bocca aperta; infatti credo fosse questo l’obbiettivo di Arnault. Dietro questo immenso progetto non può nascondersi solo un messaggio promozionale; non può ridursi tutto a una trovata pubblicitaria che ha come scopo quello di accrescere il nome di un già noto brand come quello di Louis Vuitton e del gruppo LVMH, non solo, almeno.
    Non si può tralasciare la grande passione che l’imprenditore del lusso, Arnault, coltiva da sempre per l’arte.
    Non voglio cantare le lodi di questo museo, non è mia intenzione; anzi nutro dei dubbi sull’effettiva funzionalità di questo spazio per ospitare l’arte, proprio perché probabilmente è stato dato maggior rilievo alla maestosa architettura, più tosto che agli effettivi spazi interni da dedicare ai propositi di tale progetto. Ma si tratta pur sempre di un connubio tra moda e arte, ed è come se Gehry avesse tenuto bene a mente questo, durante l’intera progettazione. Si tratta di un edificio che rispecchia la moda e ospita l’arte, si tratta di un progetto mosso da passione verso l’arte ma che nasconde dentro di se una profonda aspettativa per l’imprenditore Arnault… La gloria di essere ricordato. Allora perché non approfittarne anche per pubblicizzare il noto marchio? Se viene data realmente gloria a l’arte in questo museo non posso saperlo, ma di sicuro la gloria che questo museo darà ad Arnault è indiscutibile. Gloria che non è connessa a una mera speculazione o al desiderio di altra ricchezza (non credo che Arnault ne abbia bisogno!), è una gloria idilliaca, segna una vittoria importante in una competizione maestosa, del lusso, delle vanità tra i colossi della moda internazionale.
    Dunque quello che vedo io in questo imponente “iceberg”, come definito da Gehry, è moda che insegna arte, in un contesto avulso da questo presupposto; non si può cioè immaginare che Arnault concepisca questo progetto come un qualcosa direttamente separato dalla moda, almeno in una sua evocazione simbolica, senza però che questo precluda un reale interesse e allo stesso tempo disinteresse nel fare un tale omaggio all’arte e alla città di Parigi.
    Per concludere, mi trovo d’accordo con Giulia, non mi sento di dire che siamo difronte a una strategia di marketing, o almeno non credo non credo che il progetto sia nato con quest’obbiettivo, credo più tosto che si tratti di un interpretazione diversa e originale dello storico connubio tra moda e arte, che lascia spazio all’arte in un contesto di moda.

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  27. Samuele Guerrucci   24 Novembre 2014 at 21:17

    La scelta di Arnault, coerentemente con molte altre, direzionate all’eccellenza attuale, è indiscutibile. Delle competenze e gusto dell’archistar Gahry non mi metto neanche a parlare, le sue costruzioni parlano per me. Mi lascia esterrefatto però come Arnault tenti, e riesca, a imporsi sempre come icona, anche in un nuovo campo come quello appunto di una struttura polivalente destinata non a pubblicizzare direttamente un brand ma ad attribuire indirettamente dei valori reconditi a un determinato marchio tramite dei processi di un’acutezza disarmante, legati a sfere sensoriali di cui non tutti ad oggi ne sfruttano l’immenso potenziale, come invece fa Vuitton, senza fare ormai soltanto della spicciola pubblicità ma elevandosi a tutto un altro livello di eleganza nel comunicare se stessi e la propria visione futura. Cercando di intraprendere strade non ancora percorse, o se non altro poco battute.

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  28. Daria Di Marco   25 Novembre 2014 at 22:45

    Ritengo che questo articolo rivela la necessità e l’esigenza di creare un edificio , cioè un luogo fisico dove far incontrare i protagonisti principali della cultura senza tempo e senza nomi: cioè l’ARTE e la MODA. Il grande architetto crea un edificio in movimento come fosse una nave per far incontrare e transitare la passione della arte contemporanea e la passione della moda, una sfida proiettata nel futuro ma guardando anche al passato, nei valori etici della storia. Il Principe della moda, Bernard Arnault , leader assoluto della holding del lusso, incontra la genialità del principe dell’architettura per far realizzare l’Arte in movimento attraverso la forza e creatività della Moda, in un connubio culturale dove si fondono e confondono i due protagonisti ARTE E MODA .

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  29. Francesca   26 Novembre 2014 at 08:19

    Abbiamo capito che Samuele e’ innamorato di Arnault (e del suo potere). Ecco perché sbaglia regolarmente le parole. Io piu che eleganza della visione, parlerei di volontà di potenza. Più che icona e’ un Principe, come ha scritto l’autore dell’art. Un Principe rinascimentale alla Borgia: quelli che non ti guardano inoffensivi come quadri appesi a un muro; ma quelli che ti tagliano la testa.
    E poi vorrei chiedere a Samuele, fan del Principe: se veramente era della beneficenza che voleva fare, perché non ha trasformato i 135 milioni di euro (pare che sia costata così la Fondazione) in stipendi per un anno per 13 500 disoccupati? Non sarebbe stata una innovativa opera d’arte?

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    • Frida   28 Novembre 2014 at 10:36

      Mi spiace Francesca ma non sono d’accordo con le tue affermazioni che ritengo gravide di demagogia. Innanzitutto Samuele ha scritto in modo elegante e sintetico parole che condivido al 100%. E come scrive bene anche Daria il rapporto tra Arte e Moda oggi e’ molto più importante oggi rispetto il passato. E un personaggio come Arnault ha fatto benissimo ad interpretarlo a livelli altissimi. Non credo che spetti a lui risolvere problemi che investono altri personaggi. Io credo che dovresti rivolgere a loro le tue critiche. Sono loro che non stanno facendo il loro dovere. Mi riferisco ai politici soprattutto. Un imprenditore o finanziere quando investe in cose belle dovrebbe essere solo incoraggiato!

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