Viaggio in Patagonia 2: Spunti per rifare il mondo

Sono ancora in Cile, a Cochrane, sulla Carretera Austral; sta per iniziare l’ultimo tratto: quasi 250 chilometri, i più piovosi, senza un paese, una casa — solo una striscia dissestata di ghiaia che attraversa fiordi e ghiacciai — poi due giorni di traghetti e fango e arriverò in Argentina ai piedi del monte Fitz Roy.

Qua si scrive a fatica, con il maledetto T9 del mio smartphone che avevo diligentemente istruito in mesi e mesi, ma che arrivato in Sud America ha pensato di fare vita nuova. Beato lui.

Ho quindi deciso che scriverò le memorie del viaggio a penna sul mio Moleskine e le pubblicherò quando sarò tornato in patria, a modo e per bene. Portate pazienza.

L’altro ieri ho intervistato il responsabile dei progetti “wildlife” al Patagonia Park, che mi ha raccontato delle storie bellissime fatte di greggi di pecore, cani da pastore e puma predatori. Ma le racconterò con calma al mio rientro insieme a tutto il resto.

La storia dei Tompkins mi ha catturato dopo aver visto “180° South: conquerors of the useless”, un film/documentario in cui un giovane climber vuole scalare il volcano Corcovado e incontra Douglas Tompkins e l’amico Yvon Chouinard, a sua volta fondatore di Patagonia e Black Diamond, che spiegano la loro visione del mondo.

Se non l’avete visto, procuratevelo, vale più di mille parole, sopratutto le mie. Il documentario non è stato distribuito in Italia per cui ho dovuto reperirlo all’estero e crackare la protezione del DVD. Dovrete arrangiarvi un po’, sennò continuate a guardare Sanremo.

Vi faccio comunque la sintesi, aggiungendo qualche contenuto tratto da interviste e altre fonti, per sintetizzare (a modo mio) il pensiero di Doug Tompkins…

1) Doug è famoso per aver fondato The North Face, ma ci ha guadagnato appena 50 mila dollari… vabbè che era il 196x, ma quanti pagherebbero quella cifra oggi per avere questo marchio sul proprio curriculum?

2) Doug i soldi veri li ha fatti con Esprit, un marchio di moda nel senso più dispregiativo del termine, che fatturava un milardo di dollari nel 19xx… l’aveva fondata con la prima moglie poi si era rotto i coglioni ed era fuggito un anno in Patagonia con Yvon Chouinard ad aprire nuove vie sul Fitz Roy e a vivere una vita degna di essere vissuta.

3) La prima moglie si è rotta i coglioni anche lei dell’assenteismo del marito e lo ha liquidato per 150 milioni di dollari. Doug si è definitivamente trasferito in Patagonia e ha iniziato ad acquistare terreni e fondare fondazioni filantropiche. “Non sono fiero di come ho fatto i soldi”, ha dichiarato, “quella della moda e dell’abbigliamento è una delle industrie più intellettualmente vacue che ci siano, dovevamo creare noi i bisogni dei nostri clienti”.

4) Altrettanto chiaro è il pensiero dell’amico Yvon Chouinard, che nel documentario mangia una vongola cruda davanti al falò e dichiara: “sono 70 anni che vivo alla giornata”. Douglas Tompkins conferma: “eravamo quattro zozzoni (trad. di ‘dirtbags’) che andavano ad arrampicare e che alla sera con altri amici fabbri e altrettanto zozzoni facevano chiodi per la parete e cose del genere”. I capi di abbigliamento tecnici che costano un occhio della testa sono nati così, mica da qualche stilista frocio di Milano o New York.

5) Douglas Tompkins era orgoglioso dei suoi parchi, semmai. “Questo è il risultato del lavoro della nostra vita”, dichiarava con fierezza al fianco della seconda moglie Kristine, che sta continuando il lavoro con grande determinazione.

6) Doug ne aveva per tutti… “Greenpeace sono diventati dei vigliacchi, dovrebbero affondare le baleniere giapponesi in Patagonia e invece sono diventati un’organizzazione burocratica”. Alcune voci narrano che ci sia andato personalmente, a sabotare la flotta giapponese, ma si tratta sicuramente di leggende…

7) Nel sopracitato film/documentario, Doug si chiede giustamente, “ma che progresso è andare avanti a tutti i costi, se anche i bambini hanno capito che la direzione è sbagliata? Il sistema ha fallito. Quando ti rendi conto che hai sbagliato, devi girare di 180 gradi e andare avanti — indietro — e ripensare alle cose giuste da fare”.

Bene, tornate pure a vedere Sanremo.

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Angelo Aldrovandi

Se bisogna rassegnarsi ad essere irrequieti, spiegatemi come si fa, perché io proprio non ci riesco. E dire che ormai ho quarant’anni… non ne avevo già combinate abbastanza che ho pensato bene di cambiar vita per seguire un sogno: viaggiare e raccontare storie. Secondo me, non c’è un modo più bello per conoscere il mondo ed essere vicino alle persone.
Angelo Aldrovandi

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6 Responses to "Viaggio in Patagonia 2: Spunti per rifare il mondo"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   14 Febbraio 2016 at 19:59

    Doug doveva essere veramente una persona fantastica. Comunque molto cinicamente si può aggiungere che la moda gli ha dato i mezzi per fare quello che ha fatto.
    Quindi sarà anche intellettualmente vacua ma è un fatto che la disposizione degli esseri umani verso la significazione delle apparenze è ben reale quanto è reale il bisogno che abbiamo di un dialogo con ciò che i romantici chiamano natura. Vestire il pianeta senza metterne in crisi i fondamentali per difendere la vita del massimo numero di organismi è un obiettivo che ha pari dignità con il sacrosanto impegno di preservarne aree integrali. Quindi malgrado nel nome della sostenibilità passi un po’ di tutto, non sono pochi i protagonisti della moda che condividono gli obiettivi di fondo del nostro Doug. Non tutta la moda è vacua.

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    • Angelo Aldrovandi
      Angelo Aldrovandi   19 Febbraio 2016 at 22:28

      Non conoscendo il settore come te o Douglas, non mi spingo a dare giudizi, né è questa la sede per dare opinioni. Posso non essere d’accordo su come Tompkins possa dire: “una delle industrie intellettualmente più vacue”: conosceva davvero tutte le altre? Quello che invece mi ha colpito, e in cui mi sono forse un po’ immedesimato, è l’atteggiamento di “convinta redenzione” di una persona che, come me, a un certo punto della sua vita, ha capito che la strada giusta nella vita — e per il mondo — forse è un’altra.

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  2. Antonio Bramclet
    Antonio   18 Febbraio 2016 at 20:09

    Ha ragione Doug. Basta progresso. Abbasso le mode. Viva la lentezza e la bicicletta!

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    • Angelo Aldrovandi
      Angelo Aldrovandi   21 Febbraio 2016 at 02:30

      Mi sembra di conoscere quei bongos…

      Rispondi
  3. Videlmo Astratti   21 Febbraio 2016 at 15:04

    Ciao Angelo, Il festival di Sanremo è finito da un pezzo. Bene, sia per chi l’ha visto che per chi ha fatto altre cose. Sanremo non mi interessa, ma evidentemente piace a moltissimi, visti gli ascolti.
    Ho letto con molto interesse le tue anticipazioni sul viaggio in Patagonia; ovviamente le commento da quasi sessantottenne poiché credo sia inevitabile contestualizzare

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  4. Videlmo Astratti   21 Febbraio 2016 at 15:24

    Mi scuso, ma mi si è interrotto il commento. Dicevo che, in parte, le cose si vedono in modo diverso a seconda dell’anagrafe. Innanzitutto mi piacciono il tuo coraggio, il tuo spirito d’avventura e la tua schiettezza. A 40 anni hai deciso di dare una sterzata netta alla tua vita. Forse non è stata una decisione indolore, ma maturata dopo profonde e tormentate riflessioni; questo lo sai solo tu e pochissimi altri con cui ti sei confidato. Sostanzialmente concordo sul fatto che “il mondo” (il nostro, quello che conosciamo) sia ormai preda di un delirio incurabile. È’ il delirio della crescita del PIL, del progresso dei Paesi legato solo alla loro ricchezza, della distruzione delle foreste pluviali, della sempre crescente differenza tra ricchi (pochi) e poveri (sempre di più, dei terrorismi giustificabili o meno, dell’inquinamento sconsiderato e…. mi fermo anche se potrei continuare per molto.
    In questo triste e oscuro contesto, nel quale temo che le future generazioni avranno una vita (se tale sarà) molto difficile, vedere che qualcuno vira di 180 è, come già detto, motivo di grande ammirazione.
    Adesso devo andare ma continuerò a seguirti.
    In bocca al lupo.

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