Vorrei

Vorrei

È il periodo dei vorrei, si sa, a Natale è permesso, più che in ogni altro periodo dell’anno, desiderare, nella consapevolezza che i nostri “vorrei” rimarranno tali.

Saranno le strade illuminate delle città, saranno le persone animate da ostentata impazienza, esibita frenesia che si affannano nei negozi agghindati per l’occasione di oggetti, più o meno utili.

E già si incomincia a pensare ai regali, alle decorazioni, il presepe da fare e l’albero da decorare… ma ci siamo mai chiesti come nascono queste tradizioni? Per esempio l’abete, albero che assurge a simbolo del Natale, come mai ha assunto questo significato? Perché viene decorato e riempito di regali?

In realtà la tradizione dell’albero, come la festa stessa del Natale, fonda le proprie radici in culti sentiti e molto diffusi presso numerosi popoli nel passato: l’albero è da sempre in tutte le religioni e culture un simbolo sacro, che sta a rappresentare la vita e soprattutto il contatto fra la terra e il cielo, fra il mondo terreno e il mondo sacro del immateriale.

Nella Roma pagana, alcuni secoli prima di Cristo, dal 19 al 25 dicembre, si festeggiavano i Saturnali, feste in onore del Dio Saturno, dio dell’Agricoltura: durante questi giorni si organizzavano cene e banchetti sontuosi.

Presso i Celti si festeggiava in questo periodo il solstizio d’inverno (il 21 dicembre): i druidi avevano notato degli alberi che rimanevano sempre verdi e incominciarono a considerarli come simbolo di lunga vita e a onorarli, decorandoli durante le feste invernali.

Anche i Teutoni festeggiavano il passaggio all’inverno decorando un abete con ghirlande e bruciando un ceppo – di solito d’abete o di quercia -, simbolo di calore e della nascita del Sole Nuovo: le giornate si allungavano gradualmente proprio a partire dal solstizio d’inverno.

Ma la prima notizia sull’uso dell’albero di Natale viene dall’Alsazia: una cronaca di Strasburgo annota nel 1605: “Per Natale i cittadini si portano in casa degli abeti (‘Dannenbaumen’ nel tedesco dell’epoca), li mettono nelle stanze, li ornano con rose di carta di vari colori, mele, zucchero, oggetti di similoro”. Ecco l’albero di Natale, ufficialmente per la prima volta.

E fu proprio un illustre personalità della cultura tedesca, lo scrittore Johann Wolfgang Goethe, che nella sua opera “I dolori del giovane Werther”, fa comparire l’albero di Natale anche nella grande letteratura.

I primi addobbi di cui si ha notizia erano mele colorate ed ostie.

Poi in seguito comparvero lumi, immagini, rose di carta, ghirlande di fiori secchi, fino ad arrivare a leggeri e variopinti oggetti di vetro soffiato, accuratamente decorati, che arrivarono a costituire l’elemento per eccellenza dell’albero di Natale – quelle che sono poi diventate le nostre palle di Natale.

E oggi? Oggi l’albero è un must. Che sia un abete vero e vivo o piuttosto alberello di plastica, è presente in tutte le case, ornato con ogni tipo di decorazione, lucine colorate e nastri; davanti all’albero si recitano le poesie o si leggono le letterine dei bambini e sotto l’albero siamo soliti mettere i regali per i nostri cari…

Il Natale è, da sempre, raccontato da grandi scrittori.

Canto di Natale” di Charles Dickens , pubblicato nel 1843, costituisce tutt’oggi, come dimostrano i molteplici adattamenti teatrali e cinematografici, un racconto di straordinaria popolarità. L’avaro e misantropo Scrooge, dedito unicamente ai suoi affari, pare incapace di comprendere cosa di bello si possa trovare in una festività quale il Natale. Proprio durante la notte del 24 dicembre, riceve la visita di tre fantasmi, il Natale passato, quello presente, e quello futuro. Accompagnato dalle sue misteriose “guide”, Scrooge risale alle origini del suo egoismo, per poi proiettarsi nel triste e solitario futuro che, inesorabile, lo attende “Caldo e freddo non facevano effetto sulla persona di Scrooge. L’estate non gli dava calore, il rigido inverno non lo assiderava. Non c’era vento più aspro di lui, non c’era neve che cadesse più fitta, non c’era pioggia più inesorabile”. Con questo intramontabile classico della letteratura inglese, Dickens sferra una vibrante critica alle miserabili condizioni di vita delle classi disagiate, divenendo artefice del risorgere della coscienza sociale e umana del lettore. Un racconto capace di emozionare e commuovere adulti e bambini. (Piemme Edizioni – collana I classici del Battello a vapore)

Non possiamo dimenticare “Il Natale di Martin” di Leone Tolstoj, un racconto di straordinaria profondità che riassumo in questa frase: “La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità“.

Come scordare  “Natale in casa Cupiello” – di Eduardo De Filippo.

Scaturito da una personale poetica e visione del mondo, il testo è un intreccio tra teatro popolare e teatro colto; aperto a varianti e ad aggiunte di situazioni, proprio come avveniva nel teatro di Varietà, è progettato in modo perfetto, in quella formula realistica che permise ad Eduardo di trasferire il suo teatro dal dialetto ad un pubblico nazionale.

La commedia è ambientata, prima e dopo la festività del Natale, in casa di Luca Cupiello, personaggio mite, pigro e bonario che rifiuta sostanzialmente la realtà quale essa è. Luca è buono ma si adagia in questa sua bontà ed esige, egoisticamente, che nulla possa turbarla.

Sono letture per riflettere, forse per agognare meno vorrei “oggetto”.

Ho molti “vorrei” anch’io, una lista di oggetti infinita, ma, conscia che non riuscirò ad esaudire tutti i miei desideri, ho deciso di “desiderare” un solo dono: un vestito bianco a fiori blu.

Che strana richiesta!

Ha un suo perché. Qualche giorno addietro, un’amica mi ha regalato un libro di poesie di Jack Hirschman: “Volevo che voi lo sapeste” (Multimedia edizioni).

Confesso la mia ignoranza, non conoscevo questo Poeta e chiesi alla mia amica: “perché dovrei leggere un Poeta della Beat generation?” La risposta mi ha impressionata, meravigliata: ”devi leggere queste poesie perché Jack, ancora oggi (79 anni), ha lo sguardo di un bambino curioso e il sorriso più dolce che tu possa immaginare in un uomo”.

Come resistere dopo queste parole. Mi sono subito gettata a capofitto nella lettura di quelle poesie, perché non so resistere allo sguardo di un bambino curioso.

Le ho lette e rilette, una in particolare mi ha affascinata, ammaliata; forse perché è Natale e l’atmosfera porta a vagheggiare, ad anelare sogni sognati.

BLU

L’amore mi travolge
come colei che è andata
via e ha lasciato il suo vestito bianco
a fiorellini blu 

dietro. Dietro, dietro
andando verso il futuro
radiosamente nuda. Cosa
devo fare? Indossarlo? 

Io non indosso abiti. Amo
quello che c’è dentro. Ma
questo è così triste e solo
che lo lascerò posato 

per un po’ sul mio petto,
contro la curva del mio braccio
e lascerò che i fiori blu
siano blu.

Love comes over me

Like someone who walked
away and left her white dress
with the blue flowers

behind. Behind, behind
going into the future
radiantly naked. What am I
to do with it? Put it on?

I don’t wear dresses. I love
what’s inside them. But
this one’s so sad and alone

I’ll just let it lie
awhile on my chest,
against the curve of my arm
and just let blue flowers be
blue.

 Jack Hirschman

Jack Hirschman

È una poesia che canta l’amore senza se e senza ma, racconta l’attesa di un ritorno, forse solo sognato, non certo. L’amore che rispetta l’altro, l’amore che, nella sofferenza, lascia la libertà di andare altrove, una libertà irrazionale, un amore senza catene.

Quale donna non aspira ad un amore così?

Tutte, suppongo, desideriamo essere amate senza essere ingabbiate.

Io vorrei un amore così.

È tradizione, consuetudine, ricambiare i doni, un regalo formidabile, superbo come quello richiesto, merita un ringraziamento solenne, frastornante, forse questo:

A te
che mi fai sentire
viva 

non bella per forza
ma femminile sempre

desiderata,
ma non importunata

accarezzata,
ma non usata
..comunque
meravigliosa…

(Anonimo)

Sono una sognatrice, ma a Natale tutto è permesso, o no?

Buone feste a chi sogna!

Anna Serini
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