Giacometti, scultore di fantasmi

Giacometti, scultore di fantasmi

Figure sottilissime e trasparenti, lunghissime, quasi fessure, sono quelle di Alberto Giacometti. Sono, o meglio, sembrano. Perché paiono sgretolarsi da un secondo all’altro, queste sculture molto più simili a ombre, a residui di ciò che è stato, che a persone o animali. Polvere, terra, fantasmi.

Soggetti spettrali, falling men sull’orlo del dissolvimento, in bilico tra ciò che è e ciò che non è. Forse disturbano, forse spaventano.

Alberto Giacometti

Un’arte, quella di Giacometti, che si presta a svariate interpretazioni. Molto attuale, anzi, attuale in maniera sconcertante. Giacometti è l’anti-Botero, che dei suoi rotondi e pingui personaggi ha fatto oggetto di ammirazione. Soggetti anonimi, una schiera di forme grigie e disperanti, ciò che resta dell’umanità, forse? In tal senso, Giacometti è stato un vero precursore dei nostri tempi o, forse è l’anima degli uomini a non avere età, scavalcando qualunque scansione temporale e presentandosi così, nuda e inerme di fronte all’artista dell’inconscio.

Un artista che è anche anti-classico, laddove l’arte greca celebra la perfezione e l’armonia del corpo. O forse, paradossalmente, uno scultore, Giacometti, quanto mai classico, dato che la sua arte rappresenta la dimensione ideale dell’epoca moderna, con tutto il nichilismo, la miseria morale e i disastri che si porta dietro.

Nato in Svizzera nel lontano 1901, Giacometti trascorre un lungo periodo della sua vita a Parigi, e si dice che, caratterialmente, sia agli antipodi rispetto alle sue creazioni: tutto sommato allegro e loquace.

La sua arte lascia impressionati (nel bene o nel male?): figure filiformi vicinissime ad antichi idoli, ma anche a creature aliene, fatte solo di neri e grigi, personaggi smilzi e allampanati.

Un artista che è passato dal surrealismo all’esistenzialismo in maniera naturale, familiarizzando con Jean-Paul Sartre, nel cui pessimismo ha individuato la sua filosofia d’elezione.

Falling Man, 1950

Dalle mani di Giacometti (già pittore e disegnatore) escono tracce di umanità, relitti di esistenze, più infra-umane, che umane. La carne è idea lontana dalla concezione dell’autore, prossimo a una sensibilità scheletricamente essenziale, fatta di precarietà (idea pericolosamente contemporanea), fragilità, attesa disattesa.

Eppure l’opera di Giacometti non fa pensare alla morte. Piuttosto all’oltremorte, a dopo l’Apocalisse. O, al contrario, a una condizione limbale pre-biologica, pre-linfatica. Gli individui dell’artista svizzero mostrano sì sofferenza, ma non consapevole, distante e lontana, priva d’espressione per chi le osserva, anche a lungo, senza coglierne l’interiorità. Perché esse stesse sono già interiorità, sono ciò che rimane dopo un accurato processo di spoliazione dell’involucro, l’involucro dell’uomo, una privazione dell’esteriorità. Le individualità di Giacometti sono piuttosto archetipi, hanno qualcosa di sacro, forse di venerabile. Non si può amarle né disprezzarle. Stanno lì, impalpabili.

Dog

L’arte di Giacometti sembra essere l’incarnazione (termine decisamente fuori luogo, piuttosto la destrutturazione, la scarnificazione) del nostro inconscio più atro, delle paure e delle angosce che la nostra mente accantona nei suoi recessi per necessità di sopravvivenza, ma che da un momento all’altro possono riemergere mettendoci di fronte a noi stessi e a una realtà reale e non plastificata.

Man Striding

Martina Vecchi
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