56°Biennale d’Arte. Pronti. Attenti. Via

56°Biennale d’Arte. Pronti. Attenti. Via

Ci siamo. Tutti pronti a blocchi di partenza.

Il 6-7-8 Maggio (vernice) dalle 10 alle 18 gli operatori del settore arte arriveranno da tutto il mondo per l’evento che, a cadenza Biennale, si svolgerà tra Giardini, Arsenale e in vari punti dislocati in Laguna. La 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia aprirà al pubblico il 9 maggio con un mese di anticipo rispetto alle ultime edizioni. Con essa si celebra il 120esimo anno dalla prima Esposizione (1895). La Mostra Internazionale del curatore si estenderà nel Palazzo delle Esposizioni ai Giardini (3.000 mq) e nell’Arsenale (8.000 mq) e in aggiunta le aree esterne. Virtualmente intorno alla grande Mostra Internazionale del curatore ruota la grande adunata delle partecipazioni straniere (89, erano 58 nel 1997), 29 delle quali negli storici padiglioni dei Giardini, 31 negli spazi dell’Arsenale dedicati ai paesi (dove continuano nuovi lavori di restauro di edifici cinquecenteschi) e il resto in edifici veneziani, dove saranno anche allestiti 44 Eventi Collaterali, presentati da soggetti non profit e ammesse dal curatore Okwui.

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Paolo Baratta, presidente della Biennale ci racconta il nuovo progetto così:

“Siamo alla 56ma edizione, la Biennale che compie 120 anni procede e, anno dopo anno, continua a costruire anche la propria storia, che è fatta di molti ricordi, ma in particolare di un lungo susseguirsi di diversi punti di osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo… Oggi il mondo ci appare attraversato da gravi fratture e lacerazioni, da forti asimmetrie e da incertezze sulle prospettive. Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie viviamo una sorta di “age of anxiety”. E la Biennale torna a osservare il rapporto tra l’arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell’incalzare delle forze e dei fenomeni esterni. Si vuol quindi indagare in che modo le tensioni del mondo esterno sollecitano le sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, i loro moti dell’animo (il loro inner song). La Biennale ha chiamato Okwui Enwezor anche per la sua particolare sensibilità a questi aspetti.

Curiger, Gioni, Enwezor, quasi una trilogia: tre capitoli di una ricerca della Biennale di Venezia sui riferimenti utili per formulare giudizi estetici sull’arte contemporanea, questione “critica” dopo la fine delle avanguardie e dell’arte “non arte”. E  non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme.

Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti. Sono stati chiamati 136 artisti dei quali 89 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Delle opere esposte, 159 sono nuovi lavori. Tutto questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai Curricula degli artisti operanti nel mondo. Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.

Sappiamo che evocare i fenomeni anche drammatici che caratterizzano il tempo presente vuol dire far entrare la storia. Il presente vuol essere compreso attraverso i segni, i simboli, i ricordi che la storia ci consegna e dai quali traiamo qualche disperazione, ma anche illuminazioni. Significa anche richiamare i frammenti del nostro passato, anche remoto, che non possono essere dimenticati.

Certamente la Biennale offre un palcoscenico particolare per questa rappresentazione. Quello che si espone qui ha come fondale 120 anni di storia delle arti, i cui frammenti sono in ogni angolo e di varia natura, visto che la Biennale opera nell’Arte, nell’Architettura, nella Danza, nel Teatro, nella Musica e nel Cinema; essi sono presenti nel suo Archivio Storico, nelle immagini là custodite, nei suoi cataloghi, nei suoi edifici. Anche i padiglioni dei paesi, costruiti in varie epoche e grazie a iniziative differenti, proprio per questo creano un luogo ben diverso da quello di una expo tradizionale. È il luogo delle “immagini dialettiche” per usare l’espressione di Walter Benjamin. E a proposito di Benjamin, Okwui nel suo programma ricorda le parole con cui si espresse sull’«Angelus Novus» di Paul Klee.”. Ricordate? “… Ha il volto rivolto al passato; dove a noi appare una serie di eventi, vede una sola catastrofe. […] Vorrebbe fermarsi e ridestare i morti, […] ma una tempesta gli penetra nelle ali […] e lo sospinge irresistibilmente nel futuro”.  Non posso fare a meno di trasferire per un solo istante questa immagine a noi e vedere nell’espressione dell’angelo di Klee, quella di chi entra nella Biennale e osserva sorpreso e spaventato tutti i resti del passato depositati in questo luogo dove memoria, tempo e spazio si congiungono. Mi consola per contro il fatto che qui ogni due anni si rivela una nuova tempesta di energia che soffia “spingendo le sue ali verso il futuro”.

E sono ancora una volta lieto di non aver ascoltato le tristi considerazioni di chi nel 1998 mi diceva che la mostra con padiglioni stranieri era outmoded e che andava eliminata, magari mettendo al suo posto un cubo bianco, uno spazio asettico nel quale cancellare la storia, esercitare la nostra astratta presunzione, o dare ospitalità alla dittatura del mercato.

Proprio la nostra articolata e complessa realtà ci aiuta a evitare questi pericoli. La grande montagna dei frammenti della nostra storia cresce ogni anno. A fronte sta la ancor maggiore montagna di quel che non fu mostrato nelle Biennali del passato. A questo proposito sentiamo spesso citare Aby Warburg e i suoi esercizi di comprensione. Per comprendere meglio un’opera la si affianca e la si circonda di molte altre che hanno con essa un qualche legame. Mnemosyne era il nome da lui utilizzato per questo esercizio: Mnemosyne, la dea della memoria (ebbene possiamo dire che la Biennale è una delle residenze preferite di Mnemosyne).

In ogni Biennale la presenza a fianco del nostro curatore delle diverse voci dei curatori nei diversi padiglioni concorre a realizzare un valore importante, il pluralismo di voci. “Parliament of Forms”. Nulla più di un parlamento deve prevedere pluralità di voci.

Sia nelle Biennali più intimiste, sia in quelle più drammaturgicamente coinvolgenti la storia, è importante che la Mostra sia sempre vissuta come luogo di libero dialogo.

Queste le parole del Presidente che ci anticipa cosa incontreremo nel lungo e intenso cammino dell’arte. State con noi.

 

56. Esposizione Internazionale d’Arte
All the World’s Futures

9 maggio > 22 novembre 2015

Sarà aperta al pubblico da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2015, ai Giardini della Biennale e all’Arsenale, la 56. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo All the World’s Futures, diretta da Okwui Enwezor e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

La vernice avrà luogo nei giorni 6, 7 e 8 maggio:
(La vernice è riservata a Stampa e Professionali. Non ci sono biglietti in vendita per la vernice)

La cerimonia di premiazione e di inaugurazione si svolgerà sabato 9 maggio 2015.

Simona Gavioli

A chi mi chiede perché amo l’arte rispondo cosi:
Sono nata nella città di Virgilio, del Regno dei Gonzaga e di Isabella D’Este, una delle donne più colte e stimate del Rinascimento. Sono nata tra le mura di Palazzo Te (Giulio Romano) e la camera degli sposi (Andrea Mantegna). Sono cresciuta saltellando qua e là, facendo finta di pregare tra la chiesa di San Sebastiano e la Basilica di Sant’Andrea (Leon Battista Alberti). Sono vissuta dividendo la mia vita tra cucine e chiese matildiche; la mia favola, prima di dormire, era L’Arte di Ben Cucinare di Bartolomeo Stefani, cuoco al servizio di Ottavio Gonzaga.
A chi mi chiede perché scrivo, non rispondo.
Ma a chi mi chiede perché scrivo di arte e di cucina, dico solo che la scrittura è qualcosa che hai dentro e dalla quale non puoi scappare perché fa parte di te. La scrittura, come l’arte, ingombra la vita, soprattutto quando diventa urgente, compulsiva e passionale come la mia.
Simona Gavioli

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