Un Festival internazionale di star e cultura nel centro di Roma

Un Festival internazionale di star e cultura nel centro di Roma

Sinceramente, pur essendo fiera che finalmente i nostri Festival si siano decisi a premiare film italiani, proprio non capisco!

Dopo aver visto bellissime pellicole nostrane, il premiare con il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film un documentario come TIR di Alberto Fasulo, e non un film che appartenga alla nostra arte cinematografica, è assolutamente una scelta bizzarra!
Prima di tutto, a parte la regia, non c’è nulla di italiano: né gli attori, né i dialoghi, né tanto meno la recitazione (dialoghi in lingua slava tra i tre attori Branko Završan, Lučka Počkja, Marijan Šestak) su un paesaggio che, ancora una volta, non ha nulla della nostra terra.  Ed anche il premio al montaggio è andato al montatore giapponese Johannes Hiroshi Nakajima. Almeno “Santo Gra” di Gianfranco Rosi, altro film/documentario premiato a Venezia, interpretava storie italiane dalla meravigliosa recitazione di attori nostrani. Poi la tematica di TIR poteva anche avere un senso se fosse stata costruita attraverso dei dialoghi tra i vari personaggi anziché una telecamera quasi fissa per oltre un’ora e mezza su questo camion dove gli unici dialoghi erano attraverso una voce lontana di qualcuno all’altro capo del telefono…. Resistere così a lungo era quasi impossibile! Una noia mortale! Da questo, però, emerge vagamente la similitudine e tutto l’amore di Müller a premiare film asiatici dove almeno appaiono, nel nulla delle conversazioni, il fascino della cultura orientale, i paesaggi e gli scenari che rapiscono l’immaginazione pur seppellendoti nella loro lentezza. Ma il premio al suo regista preferito non è potuto mancare: per la migliore regia è stato dato, infatti, al giapponese Kiyoshi Kurosawa che ha firmato un filmetto banale e demenziale come Seventh Code che non meritava neanche la visione.

Mi ha lasciato delusa anche il premio alla migliore interpretazione femminile dato alla voce di Scarlett Johansson. Mi chiedo che fine faccia quando noi italiani faremo doppiare il film….daremo un doppio premio al doppiatore?
Del film Her, di cui vi riporto le mie favorevoli impressioni, avrei decisamente premiato il grande  Joaquin Phoenix. Decisamente attore al quale non è stata ancora riconosciuta la sua grandezza sempre sbiadita (per sole regole del mercato) dalla frivola bellezza della diva Hollywoodiana o, ancor peggio, del, seppur bravo, muscoloso Russell  Crowe. Ritengo che “Il Gladiatore” andava, si premiato con tanti Oscar, ma il premio più meritato sarebbe proprio dovuto andare al co-protagonista: il perfido Commodo Interpretato da Joaquin Phoenix!

'Her' - Scarlet Johansonn e Joaquin Phoenix - copyright Getty Image
‘Her’ – Scarlet Johansonn e Joaquin Phoenix – copyright Getty Image

Il premio di migliore attrice l’avrei dato a Helle Fagraliid, protagonista del film danese “Sorrow and Joy” di Nils Malmros. Helle interpreta una madre depressa ed autolesionista, che coinvolta dalla sua patologia che le annebbia la mente uccide l’amata figlia, pur non perdendo l’amore ed il rispetto del marito Johannes, interpretato da Jacob Cedergren, che con le sue contraddizioni e le sue sofferenze riesce a gestire il dolore, forse troppo intriso da un senso di colpa, nel dialogo e nella vicinanza, rinunciando anche a quello che ama di più in assoluto (anzi, che credeva di amare più di ogni altra cosa), cioè il suo lavoro da regista.

Approvo totalmente il premio per la migliore interpretazione maschile a Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club ed anche la Menzione speciale per il film cinese Blue Sky Bones dove con una poesia ed una tecnica magistrale viene narrata la storia di una famiglia che si dipana come una canzone durante la Rivoluzione Culturale in Cina.
Poi sono rimasta affascinata dal tipico film dal gusto gotico/glam britannico Another Me dove le radici, il DNA, la vita dall’embrione in poi riesce a manifestarsi (in modo oscuro e tortuoso) anche decenni dopo la nascita.

Another Me
Another Me

Dei film italiani, purtroppo fuori concorso, ho apprezzato L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi, nel racconto di una storia vera raccontata dal protagonista Ernesto, suo amico. Una buona prova d’autore e un omaggio affettuoso alla bellezza un po’ dormiente della città che ospita il Festival, anche quando viene trasfigurata nel ricordo dei periodi bui degli anni ’70 (purtroppo molto simili al nostro attuale momento…): questa può essere, in sintesi, la recensione del film che Giovanni Veronesi ha presentato all’VIII edizione del Festival del Cinema di Roma. Elio Germano è sempre più capace di impersonare con estrema convinzione personaggi complessi proprio perché esteriormente molto semplici ed umili. Con Elio ritroviamo una forma di recitazione che nel nostro cinema era andata con poche eccezioni perduta negli ultimi venti anni, sostituita dalla errata convinzione che la naturalezza dovesse essere sinonimo di improvvisazione e trascuratezza e che bastasse una bella faccia per fare l’attore. Germano mette altresì al servizio della storia (e degli altri personaggi, che ruotano intorno alle sue disavventure) l’espressività delle sue maschere quasi chapliniane. Magistrale, come sempre, l’interpretazione di Alessandro Haber nella figura dello straordinario Artista di Benevento Mimmo Paladino. Convincenti anche gli altri protagonisti, Alessandra Mastronardi e Ricky Memphis; la prima conferma le proprie capacità di recitare in commedie dolci/amare e di avere ormai compiuto definitivamente il salto (nel quale molti falliscono…) dalla serialità televisiva alla definizione a tutto tondo di un personaggio che induce lo spettatore anche alla fraterna vicinanza nei suoi momenti drammatici, che non mancano nel film. Il secondo fuoriesce chiaramente dal suo tipico ruolo un po’ di “macchietta” delle commedie alla “romanesca” per assurgere a maschera universale (o perlomeno italica…) dell’intrallazzatore di bassa lega, a sua volta mero ingranaggio di un malaffare di più elevato lignaggio. In sostanza, il film rivela una apprezzabile omogeneità di ritmo e recitazione; spiace quasi che non partecipi alla tenzone della gara…

Invece bocciato Entre nos.  Una sceneggiatura non proprio originale (la situazione è troppo simile a quella de Il Grande Freddo di Lawrence Kasdan; il mistero del libro dell’amico scomparso ricorda altre pellicole…) e alcuni caratteri non compiutamente sviluppati non permettono una valutazione pienamente positiva di questo film che, comunque, conserva degli aspetti di sicuro interesse. Anzitutto, la fotografia, molto luminosa, è al servizio di una natura quasi incontaminata, vera protagonista delle immagini e che si rivela metafora dell’innocenza perduta (e di nuovo cercata, a 10 anni di distanza) dai protagonisti. Non sono poi affatto banali le riflessioni su come lo scorrere del tempo modifichi anche profondamente la personalità di ognuno, rendendolo “altro” da sé e, in definitiva, diverso agli occhi degli antichi compagni di percorso. I protagonisti mostrano lo svilupparsi di contrapposizioni e confronti spesso duri, la cui genesi però è semplicemente accennata o addirittura solo suggerita. L’amore, il sesso, l’amicizia, il successo, sono i temi esaminati alla lente impietosa del tempo che passa inesorabile e travolge certezze e speranze. Rimane solo sullo sfondo, quasi fosse un sintomo del disimpegno giovanile, la politica, qui tirata in ballo solo al fine di mostrare la dolorosa esperienza del passaggio – mai lineare, né semplice o di esito scontato – dalla dittatura alla democrazia, quasi in una sorta di “si stava meglio quando si stava peggio”. Gli attori, in ogni caso, funzionano e riempiono decorosamente i non pochi vuoti della sceneggiatura; la regia li dirige egregiamente, evidenziando con un sapiente uso del chiaroscuro le luci e le ombre della personalità, in alcuni casi anche inquietanti o irriferibili.

Promosso a pieni voti, ma non certo solo per la bellezza di Scarlett (che non compare mai in video conquistando il premio recitazione addirittura per la voce!) Her. Un bel film incentrato sulla incomunicabilità ai tempi della società della comunicazione. Ambientato in un futuro prossimo, forse già presente, con una scenografia degli interni “futuristica” e molto elegante, che rappresenta il netto contrasto fra l’insieme delle confortanti certezze del vivere tecnologico contemporaneo e il silenzioso urlo di disperazione dell’isolamento dell’uomo moderno dai suoi simili. In questo contesto, il protagonista (un Joaquin Phoenix molto partecipe ed espressivo) incarna il paradosso di chi per vivere scrive lettere per altri, cogliendo con successo sentimenti ed emozioni altrui, ma non riesce a vivere i propri, né a creare vere relazioni con altri esseri umani; solo nel rapporto con un sistema operativo molto evoluto riesce ad avere successo, nella iniziale convinzione, forse (del tutto maschile…) di poterlo interrompere, così apparentemente sbilanciato come è (come tra servo e padrone) in qualsiasi momento. E’ quando quel sistema operativo inizia a sviluppare emozioni e sentimenti, interagendo alla pari, che nel protagonista scompaiono le ultime certezze della possibilità di una esistenza normale; egli si abbandona ad una passione così fuori dagli schemi e di qualsiasi obbligo sociale, quale non può essere alcuna relazione umana. E in quella passione si perde. Il dramma di questo strano rapporto sta tutto nella non fisicità di uno dei due poli della relazione; per magia, i due protagonisti riescono a creare una loro interazione fisica anche in assenza del corpo, grazie soprattutto alla straordinaria capacità della voce della Johansson di dare materia ad una entità per definizione immateriale. Per Scarlett, dunque, una prova – ampiamente superata – di quanto le sue capacità recitative riescano a farsi carne, nonostante quello che potrebbe essere considerato lo sfregio peggiore che possa essere inferto ad un’attrice dalla notevole avvenenza: l’assenza completa della sua immagine. Sebbene non manchi qualche prolissità nel finale, il regista Spike Jonze è attento nel cogliere tutte le sfumature del carattere e dell’umore dei suoi personaggi, mantenendo alta l’attenzione dello spettatore attraverso cambi di ritmo e sottolineando le interessanti “virate” della sceneggiatura, che offre degli snodi narrativi non scontati, in linea con la migliore tradizione della commedia americana da Billy Wilder in poi. Una commedia per riflettere, quindi, non in modo amaro ma consapevole, sulle barriere che innalziamo verso gli altri per evitare di rischiare e di metterci in gioco, per soffrire meno, per anestetizzare i nostri sentimenti con la confortevole bambagia degli agi moderni.
Come già detto, ha decisamente meritato tutti premi questo Dallas Buyers Club.

Dallas Buyers Club
Dallas Buyers Club

Al festival di Roma ancora un film che scava nel recente passato; stavolta si tratta degli Stati Uniti ai primi tempi dell’AIDS, prima metà degli anni ’80. E’ la storia vera di un rude texano dalla vita sregolata che scopre per caso di aver contratto la malattia e di essere ormai in fase (apparentemente) terminale, lui assolutamente eterosessuale ed omofobo, in un’epoca in cui si considerava l’HIV un castigo di Dio per i gay. L’incredulità per la diagnosi si trasforma in rabbia e la reazione porta il protagonista Ron (Matthew McCounaghey) a non rassegnarsi alla fine, ma a sfidare la medicina ufficiale e l’autorità costituita reperendo all’estero (ed importando illegalmente, per uso personale e per farne commercio…) alcuni preparati che non erano ammessi nei protocolli di cura, in quanto le major farmaceutiche americane avevano imposto i loro prodotti. In questa battaglia, combattuta anche contro l’etichettatura di omosessuale subito affibbiatagli da conoscenti ed amici, Ron trova paradossalmente un complice in un travestito anch’egli gravemente minato dall’AIDS, intepretato da Jared Leto, apparso alla “prima” con un look da rockstar (quale egli è, essendo il leader del gruppo 30 Seconds to Mars…), parecchio diverso da quello del film…! Attenzione però: questa non è la storia di una catarsi o di una redenzione del protagonista; Ron rimane sempre omofobo e vende i suoi farmaci per tornaconto personale. Ciò nonostante riesce a creare delle relazioni umane serie e profonde e a dare al prossimo molto di più di quanto non abbiano potuto fare la medicina e la comunità internazionale nei primi terribili anni di diffusione dell’epidemia, quando la confusione regnava sovrana e la malattia non riusciva ad essere in alcun modo arginata, anche grazie al “remare contro” delle farmaceutiche, come si deduce chiaramente dalla pellicola. E’ in definitiva lui a scoprire, sulla propria pelle, che l’AIDS può essere fermato.

Girato come un indie, quasi fosse un file di impegno civile degli anni ’70 rielaborato da Michael Moore, il film vede i due interpreti maschili principali fare a gara di interpretazione realistica, senza mai risultare sopra le righe; McConaughey si trasforma fisicamente in maniera impressionante con l’evolvere della malattia, come anche Leto; anzi, tale capacità sembra addirittura caratteristica e tipica di quest’ultimo attore. Leto dimostra anche un’acuta sensibilità nel caratterizzare il suo personaggio senza scadere nella macchietta. Buona anche la prova di Jennifer Garner, già vincitrice di un Golden Globe, nei panni del medico inizialmente orientato verso l’ortodossia scientifica, fino a quando non capisce il crudo e cinico gioco dell’industria ai danni dei tanti malati allora incurabili.

FESTIVAL del Cinema di RomaComunque la risonanza e la riuscita della VIII edizione del Festival del Cinema di Roma è stata positiva, con una crescita di pubblico rispetto agli anni precedenti che ha contato oltre 150.000 presenze stimate in 10 giorni. L’internazionalità è stata garantita dalla provenienza dei  163 film proiettati in rappresentanza dei 30 Paesi partecipanti, e il risultato che ha visto più del 20% di biglietti emessi.  Il Parco della Musica è un’area ospitale che ben si presta a queste manifestazioni internazionali, è un’area raggiungibile, con grandi parcheggi e tanti servizi. Strategica per la posizione centralissima al giusto confine con la Roma nord molto viver ma anche molto trafficata. Un oasi della cultura che grazie anche al red carpet si illumina di riflettori e si colora del tanto amato rosso calpestato dalle star.

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

6 Responses to "Un Festival internazionale di star e cultura nel centro di Roma"

  1. LaCinque
    Cinzia Fabiani   25 Novembre 2013 at 08:18

    Meno male Fabiola che ci racconti e consigli i film migliori ma soprattutto che ci dai un’analisi dei premi per orientarci nel dietro le quinte. Comunque ritengo che il Festival a Roma sia davvero una bella opportunità per i romani, e non solo, di vivere una rara atmosfera glamour ed internazionale.

    Rispondi
  2. Claudio   25 Novembre 2013 at 08:28

    Purtroppo me lo sono perso! Mi hanno detto che anche vedere Scarlett dal vivo era un’esperienza…. Quindi grazie delle dettagliate descrizioni e recupererò presto nella visione dei più belli che consigli!

    Rispondi
  3. Tony   25 Novembre 2013 at 12:24

    Grazie Fabiola! Effettivamente il festival (con tutto il suo contorno) è un’occasione sempre più importante per Roma, sia dal punto di vista culturale che di costume. Anzi, non si capisce come mai esso sia un’invenzione solo degli ultimi anni, a dispetto del fatto che Roma sia stata la città che in Italia ha dato di più per il cinema!
    C’era bisogno di questo festival e anche di una struttura polivalente come l’Auditorium; entrambi hanno messo in luce la “fame” di cultura che i romani avevano e che dovevano tenere nascosta per mancanza di spazi, di idee e di occasioni.

    Rispondi
  4. Daniele Di Giorgio
    Daniele Di Giorgio   25 Novembre 2013 at 12:38

    Grazie delle informazioni! molto interessante la dettagliata descrizione che fai del nuovo film interpretato da Elio Germano, credo che valga veramente la pena di andarlo a vedere in sala. Corro!!!

    Rispondi
  5. Claudio   26 Novembre 2013 at 09:02

    Sono d’accordo con Tony per le osservazioni sul “risveglio” culturali dei romani ma forse l’amministrazione capitolina non ne vedeva ancora i vantaggi. Ad ogni modo questo festival e’ pubblicizzato troppo poco e meriterebbe una comunicazione molto più estesa ed efficace magari nell’arco dell’intero anno. Questo lo renderebbe un appuntamento internazionale, non solo per una partecipazione più attiva dei romani, ma per diventare anche un punto di riferimento per il turismo internazionale (come Venezia e Cannes ad esempio….)

    Rispondi
  6. Fabiola Cinque
    Fabiola   26 Novembre 2013 at 09:32

    Cari Tony e Claudio è proprio vero! Roma meriterebbe essere polo internazionale della cultura! Ma come Tony ricorda di Cinecittà e “dolce vita” non ce n’è più neanche l’ombra ma se promuoviamo tutti le iniziative fatte nella nostra città, coinvolgendo noi stessi amici e studenti (dei miei neanche l’ombra al festival…!) anche questo festival crescerà come Venezia e gli altri!

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.