Festival di Cannes 2021: la resa finale

Festival di Cannes 2021: la resa finale

MONDO – Si è conclusa ieri sera la settantaquattresima edizione del Festival di Cannes: cosa ne resterà? Andiamo a vedere quali sono stati i premiati e quali sono stati i momenti più emozionanti della cerimonia, con un presidente di giuria, Spike Lee, che da subito si è mostrato pittoresco ma ingenuamente innovativo nel dettare i tempi della serata.

Ieri sera è calato il sipario sulla settantaquattresima edizione del Festival di Cannes che, da sempre, rispetto a Venezia e Berlino, è un carrozzone lustrinato e patinato che si trascina dietro il cinema d’élite mondiale. E’ calato il sipario, dicevamo, su una rassegna che questo anno non ha lasciato segni tangibili e particolarmente icastici, fatta eccezione proprio per la cerimonia finale. Spike Lee, nella sua totale apparente inadeguatezza nel dettare il ritmo della cerimonia conclusiva, annuncia ad inizio serata il nome del vincitore della Palma d’oro, il premio principale della serata che solitamente viene annunciato per ultimo. In questo “pasticciaccio brutto”, ma non di Via Merulana, c’è tutta la vena istrionica di un uomo che va, consciamente o inconsciamente, a desacralizzare rituali storicizzati ed ammuffiti col mito della velocità. Si porta il finale della cerimonia all’inizio, si galvanizza un rito andandolo a smembrare e anatomizzandolo attraverso “la nuova lingua”, quella che rompe il pathos e riconsegna ingenuità e verità a passerelle, troppo spesso, di sepolcri imbiancati. Ma andiamo a vedere a chi sono andati i premi e quali sono stati i momenti più toccanti della serata.

Palma d’oro.

Festival di Cannes

La Palma d’oro va al film Titane, pellicola di Julia Ducournau premiato come miglior film. Che il premio più ambito andasse ad una donna, non accadeva dal lontano 1993, quando Jane Campion trionfò con quel capolavoro di Lezioni di piano. Quella della vincitrice regista francese è un’opera, a suo stesso dire, “esplosiva quanto imperfetta”, ma che al suo interno fa convivere elementi e sapori che conferiscono un senso d’insieme alla pellicola; il suo sostare a metà strada tra fantascienza e horror è in fin dei conti una narrazione di solitudini che si intrecciano, si scontrano per incontrarsi, si fra-intendono per intendersi, un percorso a tappe di una ragazza sola tra i “soli”, un film abitato di mostri come evidenziato dalla regista. Mostri che devono emergere, fuoriuscire, per poter essere. Tant’è.

Gran Prix e Prix du Jury.

Doppio ex-aequo invece per il Gran Prix e il Prix du Jury, perfetto manifesto di una giuria evidentemente indecisa e divisa nella scelta dei premiati. Il primo ex-aequo va ad A Hero di Asghar Farhadi, grande regista iraniano due volte vincitore dell’Oscar al miglior film straniero (Una separazione del 2012 e Il cliente del 2017), e a Compartment n.6 film del quarantaduenne regista finlandese Juho Kuosmanen. Il secondo ex-aequo, invece, va al film Ahed’s Knee dell’israeliano Nadav Lapid, pellicola stroncata da gran parte della critica o comunque ritenuta altamente deludente, e a Memoria del thailandese Apichatpong Weerasethakul che, nella premiazione, sfruttando l’occasione, ha allungato la falcata per rendere omaggio a Tilda Swinton, protagonista e produttrice della sua nuova opera.

Miglior regia e miglior sceneggiatura.

Il premio alla miglior regia resta sempre in territorio transalpino e va al regista Leos Carax per il musical Annette, opera che ha fatto alzare il sipario a questa edizione del Festival di Cannes, mentre il premio per la migliore sceneggiatura va al film Drive My Car del giapponese Ryusuke Hamaguchi, opera che si rifà ad una novella di Murakami, appassionatamente ricordato e menzionato dallo stesso regista in sede di premiazione. In ultima istanza, ma non per merito e importanza, ci sono da menzionare anche i premi alla miglior interpretazione femminile e maschile. La miglior interpretazione femminile se l’è aggiudicata a pieno merito la norvegese Renate Reinsve, protagonista del film Verdens Verste Menneske di Joachim Trier, mentre quella maschile è andata all’americano Caleb Landry Jones protagonista del film Nitram di Justin Kurzel.

Palma d’onore a Marco Bellocchio.

Festival di Cannes

Il momento più emozionante della cerimonia finale, almeno a detta di chi scrive, si è toccato con la premiazione della Palma d’onore al Maestro Marco Bellocchio, presentato e chiamato sul palco dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino. Immerso in una tre giorni no-stop, l’ottantaduenne regista nato a Bobbio ha presentato il suo film Marx può aspettare nella sezione Cannes Première e ha ricevuto ieri sera il giusto tributo per una carriera memorabile e leggendaria. Così lo ha presentato l’amico e collega Paolo Sorrentino:

“Ogni volta che lo incontravamo, terrorizzati dalla sua intelligenza, noi altri del cinema italiano, provavamo a compiacere Marco Bellocchio. Un lavoro vano. Con grande cortesia, Marco Bellocchio opponeva al nostro corteggiamento un’umile indifferenza […] Marco Bellocchio è tutto quello che un regista dovrebbe essere, appartato, discreto, lontano dall’egocentrismo, curioso dell’altro. Gli uomini curiosi non hanno tempo per elencare aneddoti sulla grandezza dei loro film. Sono sempre intenti a conoscere il mondo e a porsi domande […] ma soprattutto, quello che mi rende curioso in maniera morbosa nei suoi confronti è la sua sotterranea inquietudine. Perché, a mio parere, è questa inquietudine che rende grande il suo cinema […] Ogni nuovo film di Marco Bellocchio è un’emozione, perché mi pone sin dai titoli di testa questa bellissima domanda: “In quale fase della guerra si trova Bellocchio?’ […] tutto questo, fortunatamente, la Francia e il Festival di Cannes lo hanno compreso e riconosciuto, conferendogli la Palma d’Oro Onoraria. Che oggi va al più importante e giovane regista che abbiamo in Italia: Marco Bellocchio”.

Non si può che sottoscrivere l’encomio fatto da Sorrentino in onore del Maestro, soprattutto quando si fa riferimento alla “sotterranea inquietudine” del suo cinema. Ne La Cina è vicina, a modesto parere di chi scrive il più grande capolavoro di tutta la filmografia di Bellocchio e uno dei più bei film nella storia del cinema italiano, questo tratto emerge con assoluta maestria. Una commedia spudorata, feroce, inquieta e irrequieta nel mettere alla berlina la deriva del trasformismo politico, l’ipocrisia borghese, il falso progressismo del centrosinistra nostrano, un certo estremismo velleitario e infantile nei tratti. Un’inquietudine che sta nella contestazione, nella rabbia giovanile, nel condire un film di tantissimi ingredienti senza renderlo mai indigesto. Viva la palma d’onore a Marco Bellocchio.

Testo di Claudio Troillo

Autore MyWhere

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