Alberto Garutti: site-specific art

L’architettura è la grande madre. Le arti visive non ci sarebbero state senza l’architettura. Quando penso ai pittori, li immagino dentro le stanze, dentro le case, dentro i palazzi. Anche la prospettiva, se ci pensi, è nata in un territorio, l’Europa, e l’Italia in modo particolare, dove l’architettura ha una concezione difensiva, la città ha una concezione difensiva. E, quindi, da una dimensione spaziale di questo tipo si pensò che sarebbe stato fantastico chiamare la pittura a sfondare i muri, per rendere complesso lo spazio.

Così risponde Alberto Garutti durante l’intervista realizzata da Hans Ulrich Obrist, curatore, insieme a Paola Nicolin, della prima retrospettiva dell’artista italiano. La mostra, Didascalia/Caption, ospitata negli spazi del PAC di Milano, raccoglie oltre 30 opere realizzate attraverso i molteplici linguaggi del medium artistico: dalla fotografia all’installazione sonora, dalla scultura al disegno.

Influenzato dai due movimenti italiani più significativi, come l’Arte Povera e la Transavanguardia, Alberto Garutti, artista e docente all’Accademia di Brera, presenta un lavoro che, dagli anni ’70 ad oggi, promuove una ricerca sulle problematiche spaziali, concettuali, ma soprattutto sociali dell’arte contemporanea. Contro l’autoreferenzialità della maggior parte delle produzioni artistiche, condizionate dall’informatizzazione e dal tecnicismo, l’artista comasco propone un nuovo io/ego contemporaneo, collettore delle responsabilità dell’arte nei confronti della realtà, la responsabilità di colui che assume il compito di conferire senso all’opera, portando ad un riavvicinamento dell’arte al fruitore. Senza perdere mai di vista tale impegno sul piano esistenziale del ruolo dell’artista contemporaneo, Garutti affronta la committenza sia pubblica che privata partendo dallo studio dello spazio o del paesaggio urbano, esplorando i condizionamenti fisici e architettonici di ciò che egli definisce la “materia prima”, il modus operandi topologico come punto di partenza.

Il principio di relazione tra opera e contenitore architettonico si sviluppa all’interno degli spazi e delle geometrie trapezoidali del Padiglione d’Arte Contemporanea, con la presenza di 28 microfoni sospesi attraverso lucernari schermati da un controsoffitto lamellare. In queste sale 28 microfoni registrano tutte le parole che gli spettatori pronunceranno. Un libro a loro dedicato le raccoglierà (2012), questo il titolo, o meglio la didascalia, dell’installazione ideata proprio in occasione della retrospettiva. Al termine della mostra, infatti, la registrazione verrà sbobinata integralmente e darà vita ad un libro, un catalogue raisonné, nel quale, accanto ai testi di importanti critici internazionali, saranno presenti i commenti e le critiche del pubblico più o meno competente, le voci di un mondo vario, generando una multi-autorialità.

La didascalia, utilizzata, spiega l’artista, per toccare la sensibilità delle persone che abitano le città, racconta della responsabilità che l’artista si assume quando sceglie di mettere la propria arte al servizio del pubblico, aiuta a chiarire il messaggio, rappresenta un atto di paternità nei confronti dell’opera stessa.

La serie Orizzonti (1987-2012), Cristallo rosso (1996), grande lastra di cristallo che racconta di un ricordo dell’artista, il Piccolo Museion (2001-2003); le installazioni in contesti pubblici, Ai Nati Oggi (1998-2012), in cui l’intervento dell’artista, ridotto al grado zero, reinterpreta il tema della Natività.

L’installazione nasce dal trattamento degli elementi architettonici già presenti nello spazio urbano di varie città europee (la luce dei lampioni nelle piazze), che diventano essi stessi il materiale dell’opera, insieme ad una “comunicazione” con i reparti di maternità dei principali ospedali cittadini: per mezzo di un sistema elettronico, ogni volta che nasce un bambino, l’illuminazione dei lampioni aumenta progressivamente di intensità, per poi decrescere (dopo circa trenta secondi) fino a tornare alla media costante.

Esiste un percorso unico che abbraccia l’intera produzione, una linea d’orizzonte comune che lega ogni lavoro a quello successivo, generando un fondamento narrativo e concettuale dal quale l’opera viene alla luce.

La poetica di Alberto Garutti, volta a riattivare la dimensione esperienziale del processo di fruizione, colloca lo spettatore nelle vesti di attore, presenza indispensabile per “l’esserci” dell’opera stessa, ricreando nell’intero progetto espositivo un registro narrativo a più voci, uno spazio investito dalla matrice concettuale combinata con dispositivi elettronici che amplificano il significato, fungendo da cassa di risonanza oltre i confini museali.

Didascalia/caption | Alberto Garutti
a cura di
Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist
Padiglione d’Arte Contemporanea – PAC
Milano

In mostra dal 17 Novembre 2012 al 3 Febbraio 2013

Sofia D'amore

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