Desiderare l’impossibile. O quasi.

Desiderare l’impossibile. O quasi.

L’estate è ormai quasi al termine, le temperature iniziano a calare, i vacanzieri (quantomeno alcuni) riprendono la loro attività quotidiana. Sfiniti da un anno più impegnativo che mai pensano a godersi gli ultimi scampoli di un’estate che sembra non essere mai arrivata davvero. Presto, nei negozi, imperverseranno le nuove collezioni Autunno/Inverno 2014 e Alta Roma, l’evento moda della capitale italiana che si è tenuto durante la prima settimana di luglio, tornerà a dettare tendenze e suggerire abbinamenti.

Tuttavia per chi, come me, sogna da sempre una vita all’insegna di strass e paillettes, nulla è mai andato in vacanza. A cominciare da quell’invito. Guadagnato con fatica e senza uno straccio di conoscenza. “Sarli couture” ha il piacere di invitarla alla sfilata che si terrà presso il centro culturale “La Pelanda” sabato 5 luglio alle ore 20.00. Emozione, entusiasmo, incredulità, ansia. Amo Sarli e i suoi abiti scultura da sempre. Moderni e futuristici sembrano riprodurre le architetture delle più grandi città del mondo: Sidney, Abu Dhabi, Bilbao. In lui antico e moderno si fondono nell’universo femminile dando vita ad una linea attuale nelle forme e nei colori che spaziano dal nero classico al blu intenso, classica e tradizionale nella ricerca della sartorialità e dell’eleganza senza tempo che caratterizza la maison. Un tripudio di applausi, di luci e di jet set. Ci si sente come pesci fuor d’acqua e allo stesso tempo a casa. Le luci che illuminano gli abiti sono quasi meno abbaglianti dei sorrisi falsi che incorniciano volti noti del mondo dello spettacolo. Gli stuzzichini, trangugiati frettolosamente cercando di non dare troppo nell’occhio, rivelano un mondo senza anima, artefatto come i tessuti, come le forme di quegli abiti che fanno dimenticare tutto. Persino la scarsità del buffet e la grettezza di alcuni personaggi “abbienti”. Poi d’improvviso le luci si spengono. Sono quelle che chiudono la prima giornata di una lunga kermesse romana tutt’altro che insipida. Lettieri, Cangiari, Who’s on next, Dagher, Ward, Mafhouz. Il tutto scandito da un meteo senza esclusione di colpi. Di quelli che a metà luglio determinano una bronchite. Quaranta gradi di mattina, diluvio universale con l’asfalto incandescente di pomeriggio. Rigorosamente mentre ti sposti da una location all’altra per cercare di ammirare le creazioni di una “haute couture” che qualcuno poi definisce morta. Il tutto scandito dalla rapidità dei trasporti di Roma che appena vede due gocce entra in panico. Assieme agli autisti degli autobus. Ai quali chiedere dove si trova “S.Spirito in Sassia” equivale a domandare la via più corta per Singapore.

E poi ci sono loro. Gli organizzatori di eventi. I responsabili dei successi e dei fallimenti di tutte le sfilate. Fino a quando non li incontri resti convinto che sia il mestiere più bello del mondo. Lavorano poco, guadagnano tanto. Hanno la pazienza al punto giusto da sopportare un’attricetta qualsiasi che ti si avvicina un’ora dopo l’inizio della sfilata pretendendo a tutti i costi due posti in prima fila. Perché così le è stato promesso. Neanche fossimo dal Papa. Poi però li conosci, hai a che fare con loro, li aiuti dietro le quinte a destreggiarsi tra una risposta isterica e un sorriso diplomatico e comprendi che se vuoi fare questo lavoro o nasci col sangue freddo o rischi di finire sulle cronache dei tg per omicidio.

E infine eccoli. I veri protagonisti appaiono sulla passerella e fanno dimenticare tutto. Gli abiti che sembrano cancellare ogni sforzo, ogni ira, ogni “non ce la farò mai”. Siano essi sfavillanti e suadenti come quelli di Tony Ward, romantici e avvolgenti come la sposa della Dagher, colorati e originali quando lanciano un messaggio sociale che impone nuove regole e invita il mondo a rispettarle come Cangiari, il progetto che ha l’obiettivo di creare realtà economiche sostenibili tra il sistema moda e le realtà più svantaggiate, o come Africa to Rome che ha reso protagoniste Portenier Roth, Kiki clothing, Christie Brown e Stella Jean nel realizzare una collezione emozionante e abilissime nel portare avanti il motto del progetto “Not charity, just work.”

Non tutto è visibile, non tutto è descrivibile. Fai parte ancora di una scuola, tutto si gode di traverso dal laterale dell’ultima fila. La magia si mischia alla malinconia di pensieri negativi che mentre torni a casa, in una calda notte in autobus, ti fa osservare una stella ed esprimere un desiderio. Di quelli che non si possono rivelare. Altrimenti non si avverano.

Testo di Lia Giannini

 

Alta Roma

Redazione

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2 Responses to "Desiderare l’impossibile. O quasi."

  1. Fabiola Cinque
    Fabiola Cinque   17 Settembre 2013 at 09:30

    cara Lia complimenti per il tuo bell’articolo. Ma citare il Master di Comunicazione e Marketing dello IED che ti ha dato questa opportunità di vivere il “dietro le quinte” della settimana dell’alta moda italiana non era quanto meno dovuto…?

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    • Lia   2 Ottobre 2013 at 15:22

      Cara Fabiola,
      grazie per il complimento. Ad ogni modo nell’articolo mancano riferimenti perché è scritto in modo molto soggettivo e “diaristico”.
      Ci saranno (spero) altre occasioni per porre dei ringraziamenti.

      Rispondi

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