ArteFiera 2019. Ordine e qualità per l’arte

ArteFiera 2019. Ordine e qualità per l’arte

BOLOGNA – Il nuovo direttore artistico Simone Menegoi equilibria e rende efficace la svolta iniziata dalla gestione di Angela Vettese, configurando una manifestazione nella quale emergono qualità espositiva e fruitiva, attenzione alla creatività italiana e valorizzazione delle istituzioni culturali del territorio.

Forse la novità più interessante percepita nell’edizione 2019 di ArteFiera è l’entusiasmo o, se volete, il sereno ottimismo che ha contagiato un po’ tutti fin dalla presentazione della kermesse bolognese. Il merito di aver rivitalizzato questa improbabile emozione (non so voi, ma ultimamente nel nostro Paese, di entusiasmo non ne ho incontrato), spetta senz’altro al neo direttore artistico dell’evento Simone Menegoi e al suo team di collaboratori.

Artefiera

Il nuovo Direttore artistico ha un curriculum da curator di eventi e mostre rassicurante, il suo profilo culturale è decisamente alto (Laurea in Filosofia Estetica all’Università di Bologna, innumerevoli pubblicazioni come critico e una passione per l’arte sperimentale che coniuga immagini in movimento con la musica), ma in questo caso ha sorpreso tutti quelli che auspicavano l’arrivo di una figura più manageriale che curatoriale, con una efficienza operativa sinora ragguardevole. Per farla breve, in pochissimo tempo ha capito la specificità dell’evento bolognese, ha tessuto una rete di alleanze fondamentali con praticamente tutte le Istituzioni che contano della città e del territorio, ha saputo convincere i galleristi a rinnovare i modi con cui presentare l’oggetto artistico, ha preso di petto il problema di attirare il cluster di pubblico più importante (cioè i collezionisti), ha rimesso l’arte contemporanea al centro dell’attenzione (specializzando la presentazione di opere fotografiche e di video)  senza negare la lunga storia che ArteFiera possiede con forme della contemporaneità forse meno di tendenza ma che appartengono al percorso storico dell’evento artistico bolognese. In tal modo, ha presentato la sua ArteFiera come uno dei catalizzatori dell’identità simbolica di una regione che punta decisamente ad aumentare il proprio appeal nei confronti di un turismo evoluto, sensibile alle suggestioni che discendono dall’arte intesa non solo come fatto istituzionale ma anche come raffinato spettacolo ed evento.

Simone Menegoi
Il direttore artistico Simone Menegoi

Insomma al contrario di Angela Vettese, che lo ha preceduto nella direzione artistica, Simone Menegoi ha saputo ascoltare le persone intelligenti, dribblare senza farli incazzare gli scettici, e come un bravo manager creativo ha saputo orientare tutti i suoi referenti verso obiettivi condivisi proiettati nel futuro. Più che un progetto di Fiera ben stabilizzato mi è sembrato di intravedere un dispositivo work in progress capace di innervarsi su un vasto territorio. Intendiamoci, il lavoro di ripulitura della passata direttrice andava fatto. Molte delle riflessioni della Vettese sono state riprese dal neo direttore. Ma il come realizzarle e soprattutto la capacità di configurare l’evento a misura delle ambizioni di tutti gli indiretti ingombranti protagonisti in gioco quando si parla di ArteFiera, è una delle sorprese che Simone Menegoi ci ha riservato.

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Quali sono i punti pertinenti all’aumento della qualità dell’evento fieristico che ho creduto di percepire?

  1. Un livello d’ordine superiore al recente passato con una più piacevole sensazione di bellezza diffusa. A mio avviso questo effetto è dipeso da tre mosse: a. Una grafica allestitiva più precisa delle parti e dell’insieme; b. La leale condivisione dei galleristi all’idea del direttore intesa a limitare gli artisti presentati nei propri spazi; c. Incentivazione di eventi monografici. L’effetto è stato sorprendente. Quest’anno, non ho mai avuto, nemmeno per un momento, la sensazione di passeggiare in un grande Bazaar animato da un esercito di filistei vestiti deplorevolmente per bene e un po’ altezzosi, con le movenze e la fisionomica di chi è interessato solo a mercificare. Ogni gallerista si è presentato con una scelta curatoriale e con un’eleganza espositiva che lo ha protetto dal rischio di spargere un velo di volgarità sulle opere esposte. Intendetemi: non sono una anima bella, i galleristi devono vendere e fare buoni affari, gli artisti guadagnare, se entrambi molti bravi devono poter guadagnare tanto quanto gli atleti di successo, le rock star, attori e attrici di successo; ma le procedure di ingaggio per la vendita di oggetti che etichettiamo con la parola arte non possono avere la stessa fisionomia di quelle della pur buona mortadella. Non mi è mai piaciuto vedere stand dove si attirano o intrattengono fruitori con babà e vino plastificato. Ci sono gli spazi di Fico, quelli dello champagne, a disposizione di chi ha bisogno di ristoro. L’arte del nostro tempo ha bisogno di una punta reverenza, di rispetto unitamente a una disposizione soggettiva a mettersi emozionalmente in gioco. Anche se a volte il contemporaneo con commovente immediatezza ci disgusta o ci fa ridere, per coglierne la valenza ha bisogno di una nota di deferenza, altrimenti rischia di assomigliare troppo agli scarabocchi mentali di soggetti disadattati. Mi è parso che il maggiore ordine voluto dal direttore artistico, tra le altre cose, vada nella direzione dell’emendamento dei tratti che, perdonatemi, ho scherzosamente approcciato.
  2. La sezione specializzata in fotografia d’autore mi è sembrata finalmente congruente con gli obiettivi imprescindibili di una Fiera di arte contemporanea; anche la videoarte è presente, ma probabilmente ancora sottodimensionata. Va ricordato però che in contemporanea con la Fiera, il Mambo presenta le immagini in movimento di Kitta Rottenberg, probabilmente uno degli artisti oggi più di tendenza.
  3. Gli spazi per la performing activity mi sono sembrati più comprensibili è meglio fruibili.
  4. Gli eventi espositivi come per esempio “Solo figura e sfondo”, presentano una scelta tematizzata di opere provenienti dalle collezioni più importanti della città e della regione. Direi che a livello olistico spazializza una delle idee guida del nuovo direttore: in questa fase il brand ArteFiera deve mettere insieme i pezzi di una identità smarrita, Ricominciare dagli artisti, dalle collezioni, dalle istituzioni che, ciascuno a suo modo, in passato hanno collaborato con la Fiera, sembra una idea intelligente e foriera di buoni auspici. ArteFiera non è mai stata solo un mercato per l’arte. Il suo successo negli anni settanta/ottanta era in buona parte legato all’effervescenza della scena artistica bolognese. La città, le sue istituzioni, la gente che crede nei valori dei sentimenti contrastanti che il contemporaneo attiva, l’ha sempre vissuta come un motore culturale che aldilà dei fatturati, irradia sul territorio una energia positiva. Oggi questa energia può trovare nuovi sbocchi nella crescita turistica e culturale del territorio e divenire parte di uno stile Emiliano-romagnolo che corre il rischio di essere assorbito dall’effetto “mangiatoia di qualità” causato dalla sua grande tradizione gastronomica. Il brand Courtesy Emilia Romagna, col quale è stata presentata la mostra citata, mi pare che vada nella direzione di un bilanciamento strategico tra le ragioni del gusto pancioso e quelle di una cultura intellettualmente più raffinata.
  5. Pur animati da buoni propositi, galleristi e collezionisti, non possono commuoversi più di tanto se ArteFiera assume il ruolo di attore protagonista di una scena artistico culturale con obiettivi strategici di ampio raggio. La loro funzione è un’altra: devono primariamente attivare una economia dell’atto artistico. Per avere la loro condivisione ad un progetto molto ambizioso, tutto sommato estraneo ai loro interessi, il neo direttore ha utilizzato la tattica del “parliamo la lingua del paziente”. In altre parole, ha invitato, pagandogli tutte le spese, qualche centinaio di collezionisti, rispettando i fondamentali di una fiera mercato cioè, comunque vada è qualunque siano i contenuti con i quali viene presentata, bisogna che si arrivi a fare affari. In questo modo ha risolto anche tutti i legittimi dubbi che immagino possano frullare per la testa dei collezionisti: vale proprio la pena di passare qualche giorno alla Fiera di Bologna? Ma non era in crisi? Come dargli torto? In questo modo, con un trucco, trattandoli da Vip, forse comprenderanno che oltre all’oggetto, all’evento e alle proprie preferenze, c’è dell’altro che retroagisce sulla significanza delle opere per certificarne la presa su ciò che chiamiamo, in attesa di parole migliori, il contemporaneo.
  6. Di grande interesse anche lo sviluppo didattico dato alla Fiera, grazie al coinvolgimento della Fondazione Golinelli e dell’Università di Bologna. Siamo agli inizi ovviamente, ma questo percorso è fondamentale per ancorare al brand della Fiera quei valori etici che la trasformano in una vera e propria Istituzione (una linea di sviluppo evolutivo a mio avviso necessaria).
  7. Il neo direttore, quest’anno ha appaltato tutti o quasi i Talk culturali al team della rivista storica Flash Art, È chiaro che in una Fiera dell’arte non può mancare il discorso critico. Riviste specializzate e critici mangiano nello stesso piatto di galleristi, artisti e collezionisti. Le tribù dell’arte sono molto più articolate di quanto possa far percepire il mito dell’artista. L’artista solitario tutto proteso a domare il proprio demone è un’invenzione del romanticismo, di scarso rilievo per capire l’economia attivata dalle pratiche artistiche. In un articolo pubblicato sulla rivista Science (novembre 2018), intitolato “Quantifying reputation and success in art”, scritto da Samuel. P. Freiberger, Roberta Sinatra, Magnus Resch, Christof Riedl e Albert Lazlo Barbasi, gli autori citati dimostrano quanto siano importanti le location dell’esperienza artistica e il supporto dei critici/curatori. Gli studiosi hanno applicato la teoria dei Link di Barbasi a un campione di 16000 gallerie d’arte, 7500 musei, 1200 case d’aste (136 Paesi, 36 anni di dati), per studiare i percorsi professionali di circa mezzo milione di artisti. Dai calcoli effettuati emerge che il successo dipende meno dal talento che dai luoghi in cui essi hanno agito. In breve, le regolarità riscontrate dagli studiosi, ci dicono che il prestigio delle istituzioni (musei, gallerie) e la geografia in cui hanno compiuto i primi passi, sono decisivi. Più che la qualità delle opere è il network di curatori, critici e direttori di musei che promuovono un artista piuttosto che un’altro ad essere il fattore che scatena le quotazioni e quindi il valore percepito delle opere. È interessante anche sottolineare la precocità e la velocità del successo ovvero tutto succede molto in fretta. Infine, dicono gli autori, non si deve sottovalutare l’impatto dell’evento clamoroso come moltiplicatore degli effetti. L’atto curatoriale, l’intervento critico, le connessioni culturali che emergono in una grande fiera dell’arte, hanno molta più importanza di quanto immaginino i protagonisti storici di una Fiera mercato cioè manager, galleristi, collezionisti. Si comprende dunque, l’attenzione di Simone Menegoi verso questa dimensione apparentemente astratta rispetto alle cose, agli oggetti d’arte, ma senza la quale la loro messa in valore risulterebbe precaria. Questo non significa che la scelta del gruppo di ricerca di Flash Art sia immune da critiche. Ma certamente copre uno spazio in modo più esaustivo rispetto le passate edizioni.

Artefiera

Come potremmo sintetizzare questa prima fase di riconfigurazione di ArteFiera? I presupposti che divenga un brand in grado di sintetizzare e rinforzare l’ambizione di Bologna e della sua Fiera ad essere vissuta anche come luogo di produzione di “energie” in grado di smuovere economia, idee, tendenze, sono stati finalmente ben articolati. ArteFiera è sembrata più bella e ordinata. Dalla migliore leggibilità delle opere e dell’insieme, discende una maggiore empatia con ciò che vi si rappresenta ovvero i tentativi, le creazioni, le opere di innumerevoli artisti, di dare forma espressiva, ciascuno con i propri materiali, ai tumulti interiori che ogni essere umano è potenzialmente in grado di sperimentare ( e ritrovare, proiettati nel teatro interiore presente in ciascuno di noi, scaturito dal confronto o dall’impatto con l’oggetto artistico).

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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