Artemisia Gentileschi, il suo tempo nel nostro tempo

Artemisia Gentileschi, il suo tempo nel nostro tempo

ROMA – Nella splendida cornice di Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, sarà possibile visitare fino al 7 maggio 2017 la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

93 opere, 80 provenienze diverse, 3 curatori e 3 anni di lavoro: sono questi i numeri di un’esposizione che non vuole solo limitarsi, come accadde per le numerose retrospettive del passato, ad offrire la biografia di Artemisia Gentileschi, l’ “unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura”, per usare le parole con cui Roberto Longhi la elogiò a distanza di tre secoli dalla sua esistenza.
Nicola Spinosa, ideatore della mostra ed uno dei curatori, tiene a sottolineare che nell’esposizione romana si vuole far emergere, attraverso un’attenta e selettiva scelta delle opere autografe, il contesto artistico in cui la pittrice si trovò ad operare, tra insegnamenti, scontri, influenze e prestiti.

Dobbiamo allontanarci dalla visione romantica e romanzata che delinea Artemisia solo come quella donna che, vittima di soprusi, vestì i panni delle sue eroine per riscattarsi dalle difficoltà della vita cercando vendetta trasformandosi in carnefice.
Artemisia Gentileschi non è solo questo. Sì, in lei vediamo la voglia di riscatto, ma soprattutto un temperamento d’acciaio, passione, desiderio di apprendere il più possibile, di confrontarsi con uno scenario artistico, fino a quel momento dominato esclusivamente dagli uomini. Non rimase ai margini, a guardare da lontano il mondo a cui voleva appartenere, ma si mise in gioco cercando il confronto con quegli uomini da cui, oltre che fuggire, poteva apprendere.

Primogenita di quattro figli, Artemisia (Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, 14 giugno 1653) si formò presso la bottega del padre Orazio, assimilandone la pittura nel solco del naturalismo caravaggesco; opera d’esordio del periodo romano è la celebre Susanna e i vecchioni (1610) in cui l’artista, forse aiutata dal padre, mostra le sue grandi capacità nel ritrarre nudi femminili, con una perizia e una padronanza che accresceranno sempre di più nel tempo.

Artemisia entrò sicuramente a contatto con il linguaggio pittorico romano che si muoveva tra contrasti luminosi ed espressivi e scene d’intonazione più intimista; in mostra Ribera (Maddalena in meditazione), Antiveduto Grammatica (La morte di Cleopatra e Santa Cecilia), Giovanni Baglione (Giuditta consegna la testa di Oloferna alla serva)  Ludovico Cardi detto il Cigoli (Giuseppe e la moglie di Putifarre) che le offrirono siuramente spunti di riflessione per la sua ricerca pittorica .

Difficile essere donna-artista negli anni ferventi di inizio XVII secolo, così Artemisia viene affiancata nella sua formazione da Agostino Tassi, collaboratore del padre, il quale si trasformerà, però, in carnefice, abusando ripetutamente della pittrice.

Forse l’empatia delle donne verso Artemisia è dovuta anche ad un simile episodio, nei confronti del quale ella mostrò grande tenacia e che si risolse nel misero esilio del Tassi, dopo la denuncia del padre Orazio; fu probabilmente durante il processo che la giovane realizzò alcune delle sue opere più celebri quali la Cleopatra di Milano e la Danaë di Saint Louis, in mostra.

Per troppo tempo gli abusi subiti sono stati visti come la chiave di lettura della sua produzione, limitando fortemente la reale comprensione delle sue opere. La mostra romana vuole offrire una lettura diversa, andando oltre gli episodi biografici che, al contrario di quanto si pensa, non hanno influenzato l’intera produzione dell’artista: la violenza nel corpo, non si è tradotta in immobilismo. Artemisia non piega la sua mente alla sconfitta: non si estranea da quel mondo che le aveva provocato dolorose ferite, covando per tutta la vita risentimento, ma vi si immerge pienamente fino a diventarne parte inscindibile.

La violenza subita e il matrimonio combinato dal padre con Pierantonio di Vincenzo Stiattesi, tuttavia, saranno determinanti per il trasferimento della coppia Firenze nel 1613; qui entrò a contatto con l’entourage culturale in cui emergevano figure di spessore come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane che sicuramente ebbero un ruolo notevole nella sua crescita personale: imparò a scrivere, si interessò alle scienze e alla musica, ritraendosi come Suonatrice di liuto (1617-18).
La sua grandezza venne sancita nel 1616 con l’ammissione, per la prima volta riservata ad una donna, nella celebre Accademia del Disegno, fondata nel 1568 da Giorgio Vasari.

Il mecenatismo e l’apertura di Cosimo II de’ Medici permisero ad Artemisia di lavorare presso la corte fiorentina; qui l’artista ottenne un’importante commissione presso la famiglia Corsi: la rilettura dei documenti, in occasione della mostra, ha permesso di ipotizzare che Laura Corsi sia stata la committente della Giuditta ed Oloferne (Museo di Capodimonte – Napoli, purtroppo in mostra solo dal 17 febbraio 2017), opera gemella di quella oggi agli Uffizi.

Il modello paterno è forte nella riproposizione di questo soggetto sia nella Giuditta con l’ancella sia nella scena della decapitazione della testa di Oloferne; l’esempio di Orazio è innegabile ma la resa pittorica di Artemisia ha qualcosa di nuovo e diverso: emerge una drammaticità tipicamente teatrale, le figure si avvicinano, sembrano muoversi come nella realtà; il riferimento al capolavoro-prototipo della Giuditta ed Oloferne di Caravaggio (Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini, di cui non è stato concesso il prestito) è evidente ai nostri occhi.

Allontanatosi dagli esordi paterni, prima a Firenze e spostandosi poi a Roma, Napoli, Venezia e in Inghilterra, Artemisia maturò un proprio personale linguaggio, entrando in contatto con artisti quali Cristofano Allori, Simon Vouet. Dalla loro produzione scaturì sicuramente la riflessione artistica di Artemisia ma anche la pittrice, a sua volta, lascerà il suo apporto nei contesti in cui lavorò, tanto che in alcuni casi ci si potrebbe chiedere se l’attenzione verso alcuni soggetti sia stata particolarmente in voga in quegli anni, vista la numerosa quantità di repliche, o se sia stata proprio Artemisia a dargli un nuovo impulso.

È per questo che non è stata proposta una rassegna esclusivamente monografica (circa 30 le opere di Artemisia) ma si è scelto di puntare a far emergere gli scambi e i dialoghi reciproci che sono il fulcro del percorso evolutivo della storia dell’arte.

La mostra mette visibilmente di fronte ai nostri occhi la capacità di Artemisia di dialogare con i grandi artisti a lei coevi, raggiungendo esiti a loro pari in temi complessi, dalla mitologia alla storia sacra. Lo studio della realtà e l’attenzione meticolosa verso i dettagli si traducono nella preziosità delle stoffe, nei cromatismi cangianti e nella ricercatezza quasi regale delle sue figure.
Esse non ci appaiono caratterizzate unicamente in direzione estetica ma si caricano di un’espressività che sembra animarle; avvertiamo il disagio di Susanna, schiacciata visivamente e moralmente dai due vecchioni o la forza racchiusa nei pugni della Cleopatra mentre affonda l’aspide nel suo gesto estremo, uno degli inediti presentati al grande pubblico in quest’occasione, il cui volto corrucciato si contrappone alla morbidezza nella resa delle carni e delle vesti; avvertiamo quasi il dolore del figlio di Medea, la quale con violenza tira i suoi capelli oppure la drammaticità sul volto della Maddalena Convertita.

Con la mostra si inaugura lo spazio espositivo all’interno del Museo di Roma presso Palazzo Braschi, che contribuirà ad arricchire l’offerta culturale della città.

Artemisia Gentileschi e il suo tempo
mostra a cura di Nicola Spinosa, Francesca Baldassari e Judith Mann.
Museo di Roma presso Palazzo Braschi
30 novembre – 7 maggio 2017

Per maggiori informazioni consultar il sito

Artemisia

Artemisia Gentileschi , Giuditta e la fantesca Abra

Artemisia Gentileschi , Giuditta e la fantesca Abra

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni

Artemisia Gentileschi, Danae

Artemisia Gentileschi, Danae

rtemisia Gentileschi, La conversione della Maddalena

rtemisia Gentileschi, La conversione della Maddalena

Artemisia Gentileschi, Ester e Assuero

Artemisia Gentileschi, Ester e Assuero

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come suonatrice di liuto

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come suonatrice di liuto

Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara

Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara

Giulia Chellini

Silenziosa scrutatrice, appassionata di arte e restauro; spesso sogno ad occhi aperti il mondo come dovrebbe essere per dimenticare il mondo come è..ed intanto perdo l’autobus. Fotografo dettagli insignificanti, cerco quadrifogli nei prati e parlo con i gatti. Penso che lo scopo della vita sia racchiuso nella parola “scoprire”: luoghi, cose e persone.
Giulia Chellini

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