Il Carnevale a Napoli: le chiacchiere, Pulcinella e i balli di corte

Il Carnevale a Napoli: le chiacchiere, Pulcinella e i balli di corte

NAPOLI – Balli di corte nelle sale del Palazzo Reale, sfilate di carri allegorici tra Saviano e Maiori, e tradizioni culinarie senza tempo: il Carnevale del capoluogo partenopeo entra nel vivo e si racconta.

Immaginate un tavolo, non per forza rotondo, intorno al quale stanno seduti Pulcinella, Tartaglia e Scaramuccia. Il primo, col naso adunco dentro la maschera scura e la pancia piena, prominente come un melone, si prende gioco dei potenti con l’allegria e la furba noncuranza di chi sa che il riso fa buon sangue; il secondo, con gli occhiali a palla e indosso un vestito a righe gialle e verdi, balbetta forte, ha il cuore duttile e l’innamoramento facile; Scaramuccia – smargiasso, tracotante e megalomane nella sua uniforme nera – litiga col primo e col secondo.
Immaginate ora che sia Carnevale e che la tavola, non per forza tonda, a cui stanno seduti Pulcinella, Tartaglia e Scaramuccia, sia imbandita a festa.
La lasagna, innanzitutto. Con la mozzarella, il ragù di pomodoro, le polpette di carne e la ricotta, è la guida spirituale della buona forchetta, il Santo Graal del palato, durante il periodo dell’anno in cui ogni scherzo vale, ed ogni maschera pure, comprese quelle che indossiamo tutti i giorni per muoverci con facilità apparente nel mondo, e dietro le quali celiamo larga parte di ciò che siamo per davvero. La sua origine ha radici antiche e, mentre Napoli e Bologna se ne contendono i natali, ciascuna regione ha sviluppato le sue buonissime varianti.
I ravioli dolci, ripieni di ricotta e di cannella o di ricotta e cioccolato, fritti oppure al forno, si piazzano a pieno titolo nel novero delle ricette tipiche del Carnevale e mettono d’accordo tutti, grandi e più piccini. Con loro ci sono pure le chiacchiere, altrimenti dette frappe o maraviglias o bugie: strisce friabili di uova e farina, rivestite di zucchero a velo, oppure pucciate nel miele, nel cioccolato fuso, qualche volta nell’alchermes. Si racconta che, nell’antica Roma, venissero preparate dalle donne allo scopo di omaggiare le divinità protettrici della fecondità femminile, avendo il grande pregio di poter essere cucinate in abbondanza e in tempi brevi. E poi le castagnole, le frittelle di mele ed il migliaccio – un altro evergreen della cucina tradizionale partenopea nei giorni del Carnevale – famoso per la sua consistenza morbida, un tempo a base di miglio e oggi di semolino, e per l’intenso aroma agrumato che l’accompagna.

Seduti intorno a tanta golosa grazia, Pulcinella Tartaglia e Scaramuccia – le tre maschere più illustri dell’allegoria napoletana – fanno presto ad andar d’accordo. Il primo, nato dal teatro della commedia dell’arte e dal genio dell’attore Silvio Fiorillo, è probabilmente il più rappresentativo dei personaggi. C’è chi sostiene che il nome venga da “pulcinello”, piccolo pulcino, e chi invece pensa sia riconducibile a Puccio d’Aniello, un contadino vissuto nel 600 e “arruolatosi”, per così dire, come buffone in una compagnia di girovaghi. Costituisce l’archetipo della contraddizione, la coesistenza bizzarra di un polo e del suo opposto: un po’ giullare e saltimbanco, certe volte ribelle, battagliero ed altruista; sempre col sorriso in bocca, animato da un indomito e fervente spirito di denuncia.

La “metamaschera” della Vecchia del Carnevale merita un breve capitolo a parte. Figura storica della tradizione classica partenopea, la “Vecchia ‘o Carnevale” è rappresentata da una donna, col viso cadente e il corpo procace, che porta Pulcinella sulle spalle, in giro per i vicoli di Napoli. Essa rimanda ad un duplice significato: il volto vecchio e rugoso indica il passato, la caducità, le brutture della vita ed il suo autunno; il seno florido e rigoglioso costituisce invece l’antitesi perfetta, simbolo di pienezza e di rinascita, di opulenza ed abbondanza. Pulcinella le sta sopra, sulla gobba, suona le nacchere e la sbeffeggia come la vita quando prevale sulla morte, il futuro sul passato, il Carnevale sulla Quaresima. Ha dunque una valenza fortemente simbolica, paradigmatica, per la cultura folkloristica napoletana.

Mai parca di belle consuetudini e festeggiamenti, e sempre in linea con lo spirito gioviale e il patrimonio culturale di certe ricorrenze, Napoli propone anche quest’anno una serie di eventi celebrativi. In particolare, dal 6 Febbraio al 10 Marzo, il Palazzo Reale ospita il tradizionale ballo di corte, a cura del Teatro Le Nuvole. “Re Ferdinando di Borbone e la Regina Maria Carolina apriranno le sontuose stanze della loro dimora per il gran BALLO A CORTE che si terrà nel magnificente Salone d’Ercole, non prima di aver visitato le stanze ‘di etichetta’ del piano nobile, le sale destinate a cerimonie istituzionali e di rappresentanza. Lungo il percorso, accompagnati da uno storico dell’arte, incontreremo Re Ferdinando intento a divorare il suo consueto babà e pronto a scappare per un’allettante battuta di caccia nel bosco e Maria Carolina ancora alle prese con la toeletta” si legge nel comunicato ufficiale.

Imperdibile la sfilata dei 12 carri allegorici che il 19, il 26 ed il 28 Febbraio, percorreranno le strade di Saviano, in provincia di Napoli, in occasione del popolare Carnevale conosciuto in tutta Italia. Nelle stesse date, a cui si aggiunge quella del 5 Marzo, si terrà la 44esima edizione del Carnevale di Maiori, nella cornice mozzafiato della Costiera Amalfitana. Avrà come tema l’Europa, il palcoscenico sopra il quale vivono e si muovono larga parte delle dinamiche sociali e politiche che, specie in questo preciso momento storico, ci riguardano molto da vicino. In particolare, i carri rappresenteranno l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.
Il 26 Febbraio sarà la volta del Carnevale di Scampia che giunge alla sua 35esima edizione, con il titolo “Equilibri tra equilibristi e equilibrismi”. L’evento è organizzato da GRIDAS, un “gruppo di risveglio dal sonno”, una associazione culturale senza scopo di lucro fondata nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario con l’obiettivo di sensibilizzare le coscienze e promuovere una maggiore partecipazione collettiva alle battaglie del territorio. Anche quest’anno si terrà il tradizionale falò durante il quale, in tema con i significati allegorici della festa, i cittadini bruceranno le cose vecchie così che, dalle ceneri di ciò che è stato, come la fenice leggendaria, possa nascere qualcosa di nuovo, di più forte e rigoglioso.

Tante occasioni, dunque, per risvegliare quel senso generale di allegria diffusa che fa sempre bene al cuore e abbandonarsi alla spensieratezza, una pausa dagli affanni della vita che ci si può concedere di tanto in tanto e a qualunque età.

photography by Anna Memoli

Carnevale Starace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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