Carol

Il volto dell’altro, diceva il filosofo Emmanuel Lévinas, è uno strumento conoscitivo che spalanca le nostre percezioni emotive verso la rivelazione dell’uomo. Tutto passa attraverso l’incontro/scontro dentro il volto degli altri e, nel fulmineo passaggio in cui lo sguardo assapora lineamenti e dolci curve, noi conosciamo il nostro prossimo, lo odiamo o lo amiamo di un sentimento talvolta insopportabile. Iniziamo a conoscere e giudicare prima il volto, poi la persona. Carol è un magnete, Therese è ferro. Nessuna delle due parti può stare separata dall’altra perché compartecipano del miracolo laico dell’ “amore-passione”, un sentimento insopprimibile e contagioso. L’etica dello sguardo, otre che spiegare i movimenti empatici e giudicanti tra due persone che si studiano a vicenda, può rendere conto della, ai più sconosciuta, malattia dell’anima. Il film di Todd Haynes prende spunto, forse, dal più analitico dei trattati amorosi, redatto dall’egotista Stendhal che voleva ridurre a formule fisse il “pensiero dominante” per farne una grammatica emotiva. “De l’amour” spiega il sentimento desunto dalla realtà, facendolo rientrare nella casistica dei sogni infranti e in quelli che corrodono l’uomo come un febbricitante. Si ha paura di perdere l’oggetto d’amore e il desiderio, coincidente con i diversi livelli dell’innamoramento, vivifica la passione alimentandone lo slancio estatico. Il cineasta statunitense sceglie di raccontare la vita, dunque, e di lasciare sullo sfondo idealità ed evanescenze nostalgiche. Quello che rimane, nella New York ovattata e classista del 1952, è il lungo flashback di Therese che ci conduce, da raffinati voyeur, dentro le vite di due donne affamate d’amore. Il regista, attraverso un paradosso stilistico della narrazione, adotta una tecnica visiva rarefatta e sognante per svelare un amore fisico e concreto, spiato attraverso gli sguardi, appunto, delle due amanti, dietro vetri smerigliati e trasparenze ottiche. Carol e Therese pulsano di vita propria e sembrano fluttuare nei malinconici anni ’50 al di sopra di tutto, persino dell’ottuso oscurantismo maschilista del periodo che non riesce a ridurle a donne da taglio e cucito. Scrutandosi dietro i finestrini opachi di un’automobile e perdendosi nei riflessi infiniti di mille superfici traslucide, abitano un ecosistema freddo, fatto di vetro, riscaldato solo dalle loro parole che, belle e terribili, sono diamanti appuntiti. L’una, Carol, ha l’eleganza e la grandeur di Cate Blanchett, l’altra, Therese, dolce nella sua disincantata fragilità, ha il fisico minuto di Rooney Mara. Galeotto è, nei grandi magazzini in cui è impiegata la piccola donna, un trenino elettrico che cattura l’attenzione della bionda dagli occhi di ghiaccio. Le due iniziano una relazione che tentano di nascondere alla società bigotta e soprattutto al marito intransigente di Carol con cui si contende la piccola figlia Rindy. Intanto Therese, fotografa di soggetti naturalistici, inizia ad interessarsi all’umanità che la circonda, non appena capisce che, catturare con l’obiettivo il fascino di Carol, è l’unica via di salvezza possibile da una vita grigia e senza scopo. Da un romanzo di Patricia Highsmith “The price of salt” – meglio noto come Carol – Haynes trae una nuova e ispirata storia tutta al femminile, in cui il sesso “forte” è l’ostacolo posto dinanzi al cammino di libertà sociale e sentimentale scelto da due donne coraggiose. Incapaci di piegarsi ad una vita di sottomissioni domestiche e professioni (da femmina) imposte (dai maschi), scelgono la via liberatoria di un erotismo ineffabile, scandito, grazie alla fotografia di Edward Lachman, da un sapiente impasto coloristico di freddo e caldo, incastonato nel gioco d’amore euclideo; proprio come una pietra preziosa dai tanti riverberi e dalle molte sfumature, il melodramma presentato alla 68esima edizione del Festival di Cannes, ridisegna la grammatica emotiva dell’amore lesbo partendo dalla sua formulazione nuda e cruda: lo sguardo, il volto, il corpo. Spogliate di tutto, morale e inibizione, le due amanti sovversive non fanno che vivere fino in fondo e assaporare il dolce turbamento di ciò che è proibito. Perché l’amore non è solo “diverso” per il puritanesimo dell’epoca, ma anche disdicevole perché sbocciato tra una benestante e una commessa dei grandi magazzini con la verve da artista. Carol, dramma sospeso in una città (New York) respingente, dà voce al magnetismo sensuale di due attrici che dominano la scena facendo risplendere strade vuote e interni insalubri. Questo è il modo in cui Todd Haynes riscrive i codici sentimentali ed estetici del melodramma hollywoodiano, quello di Douglas Sirk, tanto per intenderci, creando uno “specchio della vita” acceso di passione e glaciale nei suoi risvolti di critica socio-politica.

Vincenzo Palermo

Cinefilo vorace e accanito bibliofilo, aspetta con pazienza un primo contatto alieno dal 1992, anno in cui vide Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e si innamorò del cinema e del regista di Cincinnati. Una laurea in lettere, il grande schermo come fissa dimora, la cultura come pane quotidiano: segue festival e rassegne cinematografiche, mostre d’arte e conferenze letterarie. Ama indistintamente Dante e Boccaccio, Nabokov e Stephen King, Hieronymus Bosch e Caravaggio, Bergman e Scorsese. Se il caro vecchio Doc di Ritorno al futuro potesse teletrasporarlo in un’altra epoca a 88 miglia orarie, sceglierebbe di tornare al Medioevo dei cantori d’arme e d’amore, di streghe e cavalieri giostranti. Scrive recensioni, saggi e articoli di approfondimento su testate giornalistiche on-line e riviste specializzate.
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