Dario Fo: ricordo dell’eterno giullare irriverente

MILANO – È stata allestita Venerdì, nel foyer del Piccolo Teatro Strehler, la camera ardente per Dario Fo, l’eterno giullare irriverente scomparso Giovedì mattina all’ospedale Sacco all’età di 90 anni. Alle ore 12.00 di oggi è stato reso l’ultimo saluto in Piazza Duomo con una cerimonia laica.

Dopo altri grandi nomi del teatro come Giorgio Albertazzi (clicca qui), scomparso nel Maggio scorso e insieme al quale Fo aveva dato vita a importanti progetti come il ciclo di lezioni per la RAI, intitolate Il teatro in Italia, se ne va anche l’ultimo grande interprete della farsa italiana, in questo 2016 infausto per l’arte oltre che per una scena politica in cui soffiano sempre più pericolosi venti di guerra.

Per uno di quei singolari “misteri buffi” in base ai quali l’universo infinito suole beffarsi dell’umana specie tracciandone le sorti nelle stelle, l’attore e regista premio Nobel è morto alla stessa ora della moglie Franca Rame, compagna di vita e di palcoscenico scomparsa quasi tre anni e mezzo fa. Scherzo giocato dalla sorte a un uomo che in vita non ebbe timore di rivolgere i suoi strali beffardi contro i potenti oppure ennesimo segno sottile di un legame che va oltre la morte, come accade solo in alcuni rarissimi casi della cui verosimiglianza gli spiriti più cinici faticano a capacitarsi. «Non ho fatto nessuna scuola o accademia. È stata lei la mia Accademia», aveva detto Fo in una delle ultime interviste.

Dopo quell’ultimo “ciao!” gridato con voce straziante, Dario confidò più volte di avvertire la presenza e il conforto di Franca. Mesi fa, nel cortile della sua casa milanese di Porta Romana, era rimasto incantato davanti a una rosa sbocciata all’improvviso, fuori stagione. Questo accadimento, come altri, era stato da lui riconosciuto come dono di una comunicazione privata ma tangibile che nonostante tutto permaneva: «Lei è sempre accanto a me, ogni volta che non so come trarmi di impaccio, la chiamo e mi risponde».

Eppure Dario Fo era tutto fuorché un fervente cattolico, come testimoniato dagli anni dalla lunga militanza politica di sinistra, che dopo il periodo nella RSI (molto discusso come per Albertazzi) e prima della recente deriva pentastellata lo condusse a rappresentare con Franca Rame uno degli esponenti più noti dell’organizzazione sovversiva Soccorso Rosso Militante. «Io credo nella logica. Ma una volta di là, spero di essere sorpreso», rispondeva con la vena caustica di sempre a chi gli domandava se ci fossero in lui segnali di conversione.

Noi di MyWhere avevamo incontrato il Maestro nel Novembre del 2013, in un piccolo hotel del centro di Bologna, mentre era in cartellone al Teatro Duse (da cui è giunta il 13 Ottobre una lettera di cordoglio) il suo spettacolo In fuga dal Senato, dedicato all’omonimo libro di Franca Rame, in cui si rende testimonianza dei mesi in cui ella ricoprì la carica di senatrice della Repubblica. Ecco cosa ci disse nell’intervista esclusiva.

Uomo di profonda cultura, ri-scopritore degli stilemi della Commedia dell’Arte, autore di oltre cento testi teatrali, ma anche pittore, scenografo e soggettista cinematografico, Dario Fo resterà noto soprattutto per la sua opera maggiore: la “giullarata” Mistero Buffo, il cui primo abbozzo fu mostrato nel ’69 in un teatro di La Spezia. L’opera ebbe varie stesure (l’ultima nell’aprile 2016) ed è un monologo in grammelot, lingua onomatopeica di ascendenze antiche nata da una folle commistione di dialetti locali, neologismi e lingue straniere. Attraverso la rielaborazione originalissima di antiche giullarate, testi popolari e vangeli apocrifi, Mistero Buffo costituisce una satira divertente quanto tagliente, tanto da attirare al suo autore evidente livore da parte dei potenti laici ed ecclesiastici, insieme allo straordinario successo.

Gli anni di Mistero Buffo furono anche quelli della contestazione post-1968, in cui l’impegno artistico e militante del duo Fo-Rame fu tutto indirizzato verso un teatro di rilevanza sociale che si rifacesse alle sue origini popolari.

Non è un caso che quasi trent’anni dopo gli accademici svedesi assegnassero il Nobel per la letteratura al Maestro di Sangiano con la seguente motivazione: «Seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Opere come Morte accidentale di un anarchico (1970), Non si paga, non si paga (1974), Pum, pum! chi è? la polizia! (1972), Il Fanfani rapito (1975), sono il frutto delle vicende politiche degli anni di piombo e si modellarono di sera in sera insieme al farsi degli eventi. Non era infrequente che Fo tramutasse l’ennesima irruzione della polizia in teatro in una nuova farsa. «Che gioia ridere del potere con Franca», avrebbe detto con nostalgia molto più tardi, in occasione dei suoi “90 anni di scellerataggine”.

L’irridente vena giullaresca traeva infatti gran parte della sua linfa da quell’unione con Franca Rame, sugellata con il matrimonio il 24 giugno 1954 a Milano nella basilica di Sant’Ambrogio. Un anno dopo, la nascita a Roma del figlio Jacopo. Nel 1958 arrivò anche la loro creatura artistica: la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di cui il primo era il regista e il drammaturgo, mentre Rame la prima attrice e l’amministratrice. Negli anni seguenti, la Compagnia ottenne un grande successo commerciale nel circuito dei teatri istituzionali.

Furono questi gli anni delle farse satiriche ispirate alla tradizione dei comici dell’Arte, tutte campioni d’incassi grazie al talento istrionico di Fo e alla sua maschera da svitato “clown rinascimentale”.

Poco dopo fu la volta di Canzonissima: nel 1962 la Rai “democristiana” di Ettore Bernabei, affidò alla coppia di artisti lo show del Sabato sera abbinato alla lotteria di Capodanno. Ma i burocrati della tv di Stato maldigerirono i riferimenti al malaffare denunciato dagli sketch del duo Fo-Rame, che lasciò il programma dopo sette puntate. Da qui la lunga censura che avrebbe oscurato i due dalla tv sino al 1977, quando il teatro di Fo era ormai applaudito in tutto il mondo.

A fatti come questi si riferisce con ogni probabilità lo sfogo “social” misto di rabbia e dolore con cui il figlio Jacopo ha espresso in queste ultime ore il suo sdegno verso la copiosa retorica da coccodrillo piovuta su Dario dopo la morte. «Onore a Brunetta che ha detto che mio padre non gli è mai piaciuto», ha tuonato su Facebook in difesa di uno dei pochi detrattori sinceri e pertanto più rispettabili dei tanti avversari apparsi ora con le “lacrime agli occhi” dopo aver cercato di colpirlo in tutti i modi in vita.

Prima del coronamento della carriera con il Nobel, nel 1997, e del più grande dolore sopraggiunto con il lutto del 2013 (insieme alla perdita degli amici Jannacci e Casaleggio), sono da menzionare le fasi della rottura con il PCI, cui seguì la militanza in seno alla citata Soccorso Rosso (fondata da Franca) per sostenere detenuti politici; l’arresto a Sassari nel ’73 durante la replica di Guerra di popolo in Cile fa clamore; la terribile vicenda del rapimento e dello stupro di Franca Rame… Un susseguirsi di violenze che non bastarono a zittirli.

A poche ore dall’estremo saluto al grande uomo di teatro e placate almeno parzialmente le polemiche sulle azioni e sulle scelte politiche più e meno recenti, constatiamo che a ricordarlo pubblicamente, insieme intellettuali e colleghi (alcuni di questi ultimi meritevoli in verità dell’appellativo di “giullari” nell’accezione più deteriore), sono proprio stati quei potenti contro i quali aveva aspramente combattuto. Segno evidente, quest’ultimo, che sull’eterna farsa degli uomini non cala mai il sipario.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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