David LaChapelle. La messa in scena della verità fotografica presa da tergo

David LaChapelle. La messa in scena della verità fotografica presa da tergo

Nella Città del Vaticano, un’aula rettangolare di circa 40 m per 13, alta una ventina di metri, illuminata da sei grandi finestre centinate su ciascuno dei lati lunghi e coperta da volte a botte ribassata, contiene una delle opere d’arte più complesse e famose al mondo. Tra il 1481 e il 1483 vi furono eseguiti affreschi dai maggiori pittori toscani e umbri. Nel 1508, il Michelangelo, dopo pressioni inaudite di papa Giulio II, decorò le volte e i lumettoni sopra le finestre. Dal 1536 al 1541 il Buonarroti terminò le decorazioni affrescando la parete frontale con il Giudizio Universale. Si può dire che nella Cappella Sistina, in oltre 800 metri quadri di pittura troviamo un condensato dell’evoluzione della pittura italiana dalla metà del ‘400 sino al culmine del Rinascimento. Per la quasi totalità degli storici dell’arte il tour de force intrapreso da Michelangelo per decorare questa sede di riunioni papali ha del prodigioso, sia come esperienza fisica dell’atto di affrescare e sia per gli straordinari esiti artistici del suo lavoro. Sembra impossibile che un solo uomo sia riuscito a creare una simile ricchezza compositiva, padroneggiando con maestria il più piccolo dettaglio.

LaChappelle
Benedikt and Angelika Taschen At Home at Chemosphere House (2001)
© David LaChapelle

Nel corso del tempo, innumerevoli artisti, poeti, letterati hanno trovato nelle gradi visioni michelangiolesche relative al mito biblico della creazione, del diluvio, del giudizio universale, una inesauribile fonte di ispirazione estetica. Tra i creativi influenzati dal genio del rinascimento, uno dei più sorprendenti e inattesi è senz’altro David LaChapelle, il fotografo americano divenuto famosissimo per le sue immagini di moda coinvolgenti e ironiche, per i ritratti di personaggi dello star system, per la trasfigurazione spettacolare delle merci più popolari. A dire il vero, il fotografo in più di un’intervista, aveva ricordato a noi lettori la sua passione per Michelangelo. Passione culminata nei primi anni del terzo millennio in una fotografia sorprendente, esposta per la prima volta in una grande mostra che Palazzo Reale gli aveva dedicato e che, qualche tempo dopo rividi al Center of Contemporary Art di Lucca, nel contesto di una nutrita serie di immagini che coprivano tutte le tematiche e le fasi della carriera del fotografo.

LaChappelle
Deluge (2006)
© David LaChapelle

In Deluge, foto gigantesca che esposta occupa un’intera parete, ispirata dal Diluvio Universale di Michelangelo, la scena ci presenta le devastanti forze della natura in procinto di sovrastare il regno dell’Uomo; i sopravvissuti cercano di sfuggire alla furia delle acque aggrappandosi a ciò che può mantenerli ancora in vita. Alcuni simboli della civiltà consumistica, il Caesar Palace, noto casinò di Las Vegas, Burger King, le insegne della catena di caffè Starbucks, e il supermarchio della moda Gucci, stanno per essere inghiottiti dal diluvio. Ovviamente a noi fruitori non resta che prendere atto dell’ovvia ammonizione che LaChapelle lancia nei confronti del mondo effimero che lo ha reso famoso. Infatti, la cupa immediatezza del senso dell’immagine del fotografo, rafforzata dalla valenza percettiva di colori particolarmente intrusivi, caratteristiche salienti del suo riconoscibilissimo stile, sprofondano l’approccio percettivo all’opera, nelle mappe neuronali che fungono da correlato biologico di una categorizzazione linearizzabile con l’espressione “divina punizione di uno stile di vita”, o qualcosa del genere. Anche se, devo pur riconoscere la primarietà di una reazione emotiva che apres coup avvicinerei alla semantica di un reverente stupore.

Un altro tratto che mi colpisce nelle sue immagini è il sentimento che ciascuno di noi trovi sempre in esse il proprio punctum, vale a dire ciò che in una foto punge il nostro desiderio, risvegliandoci dal sonnambulismo delle ordinarie abitudini visive. Questo particolare effetto indotto dalla fotografia, messo in luce da Roland Barthes nella “La camera chiara” (Einaudi,1980), è forse il dono più grande che ci offre il lavoro di LaChapelle. L’effetto punctum nel Deluge è la “forza tranquilla” che promana dai corpi umani: dovrebbero essere terrorizzati, disperati, scomposti e invece, proprio mentre sta per inabissarsi il mondo che fino ad un attimo prima li vedeva consacrati al vizio, al più bieco materialismo, alla vanità estrema, esattamente in quel preciso momento, posti di fronte alla morte ritrovano valori universali come la pietà, la solidarietà, lo spirito di comunanza. Non ci credete?Osservate con attenzione l’immagine: sulla destra della scena un clone dell’umanità, in realtà si tratta di un manichino la cui posa espressiva tuttavia rende plausibile una sua estensione interpretativa, osserva con stupore la ritrovata umanità. La prima volta che guardate l’opera, potete certo partire da qualsiasi punto. Ma quando arrivate al manichino il movimento dei corpi e dell’intera scena cambia di valenza emotiva. La grandezza dell’opera e l’orrizzontalità favorisce i feedback interpretativi, come se guardassimo tante immagini legate una all’altra, costringendo il sistema occhi-mente a un lavoro di progressiva ricostruzione delle tonalità espressive dell’opera.

Nelle mostre che ho citato sopra era possibile vedere un suggestivo documentario di Frank Benvenuto in cui si raccontava come LaChapelle aveva creato questa potente e coinvolgente immagine. Il video lasciava intendere che per il fotografo la costruzione dell’oggetto artistico fosse una via di mezzo o meglio, una sintesi, tra le pratiche del cinema e del teatro. Dal punto di vista euristico LaChapelle trasforma modelli e modelle in attori chiamati a recitare in una messa in scena; nel video li vediamo, animati dalla musica,  cercare la posa e l’effetto loro imposti dall’attenta regia del fotografo. Ogni singola azione, ripresa più volte da molteplici punti di vista, successivamente sarà ricomposta in un insieme coerente attraverso il montaggio al computer. Non assistiamo quindi al colpo decisivo sferrato dall’obiettivo del fotografo ad una realtà instabile, sempre in procinto di scompaginarsi travolta dalla veloce deriva del tempo dell’orologio. La consistenza, la verità della foto risiede nel lungo lavoro di concepimento della messa in scena e nell’attenta regia degli elementi che la compongono. L’immagine definitiva, con queste procedure, diviene chiaramente una estensione del lavoro della fantasia del fotografo, sottoposta in ogni momento al controllo minuzioso degli effetti di ogni singolo scatto preparatore. Ricordo che, mentre osservavo sullo schermo LaChappelle, circondato dal suo team creativo, scattare in sequenza le foto del diluvio, non potevo non pensare a cosa facesse Michelangelo negli anni di lavoro solitario sulle impalcature della Cappella Sistina: innalzato a quasi venti metri d’altezza, era costretto a dipingere supino con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto; tuttavia lo spaventoso sforzo fisico non doveva interferire con la ricchezza inesauribile della sua fantasia e con la maestria sempre vigile nell’esecuzione di ogni minimo particolare. Una insuperabile prova di forza, in relazione alla quale non ho memoria di emulazioni successive da parte di altri artisti. Eppure, malgrado l’evidente distanza tra LaChappelle raccontato dal video e il fuoriclasse del nostro rinascimento, se riguardo la foto del diluvio sono colpito dalla capacità del fotografo di incapsulare le grandi visioni michelangiolesche nel campo visivo ed emozionale dello sguardo contemporaneo. Bisogna aggiungere che LaChapelle, pur essendo un fine osservatore di ogni cosa, fatto o persona capace di attirare l’interesse della gente, da sempre studia, incorpora e usa le creazioni dei grandi artisti del passato come metodo per creare una figurazione che ci appare molto originale, dallo stile inconfondibile. Oltre a Michelangelo nelle sue foto riverberano le energie visuali di Bellini, del Bronzino, del Canova, di Dante Gabriel Rossetti. Per non parlare della evidente corrispondenza tra il suo stile e gli artisti della pop art, primo tra tutti Andy Wharol ovviamente. Come mai non trovo contraddizione tra lo sguardo verso il passato ę il entro che mi spinge a sentire il suo stile come assolutamente contemporaneo? Ve la metto giù così: in un certo senso il fotografo sembra credere che i movimenti espressivi più efficaci in base ai quali creare una immagine esemplare, spesso possono raggiungerci dal passato perché già scoperti da altri artisti. Vi sarebbero configurazioni create da talenti geniali, trasformatesi grazie alle loro opere in simboli espressivi, in cui troviamo conservate le energie da cui gli stessi simbolo derivano. Quando entriamo in relazione con questa specie di engramma della nostra memoria storica, sperimentiamo l’energia mnemonica (le particolari emozioni) di cui essi erano carichi. Senza probabilmente saperlo, il fotografo usa simboli del passato non come semplici citazioni, ma perché come Aby Warburg crede che in essi vi sia un contenuto emotivo particolarmente importante ed efficace che può favorire il processo di fruizione. Per esempio nella foto “Pietà with Courtney Love” in cui la cantante/attrice sostiene in grembo un drogato appena spirato, il modo di posizionare il corpo di entrambi gli attanti della composizione è chiaramente ispirato dalle pitture del Bellini. Ma invece che adattare lo scenario al sentimento che il quadro vuole trasmetterci, come facevano gli antichi, LaChappelle creando una ambientazione kitsch o se volete eccessivamente carica di colori puri, unisce alla commozione della scena la leggerezza di un paradossale sorriso. Il fascino di LaChappelle dipende a mio avviso dalle forze visive antinomiche che riesce ad equilibrare. Da un lato le sue composizioni sono clamorosamente neobarocche, dall’altro lato il centro visivo più importante in ogni sua foto è decisamente classico. Assistiamo ad un posizionamento, alla modulazione dei gesti e delle espressioni dei personaggi centrali dell’immagine, che sembrano sempre cercare il pathos del sentimento, in messe in scena sempre eccessive, nelle proporzioni, nei colori, nelle significazioni contestuali. Oltre al Deluge, nella tappa esistenziale in cui LaChappelle abbandonò la foto di moda per dedicarsi all’arte, mi sono sembrati importanti gli scatti tratti dalla serie Museum, Statue, Cathedral ed il ciclo degli Awakened nei quali il fotografo ci induce a riflettere sulla spiritualità, sulla precarietà dell’arte, sul tema della rinascita.

LaChapelle
Awakened Abigail (2007) © David LaChapelle

Nella foto del “Museo allagato”, il contrasto tra l’ambiente degradato e i quadri esposti, ci fa pensare a quanto fragili siano le conquiste più alte della nostra civiltà; in “Cathedral”, una piccola folla di umani in preghiera dentro una chiesa allagata e semidistrutta, attraversata da una luce di illogica speranza, si ricongiungono finalmente alla fede; nelle foto dei “risvegli” i corpi ripresi mentre galleggiano sott’acqua simbolizzano una ascesa verso un altro mondo, una rinascita, forse.

LaChapelle

LaChapelle, dopo averci a lungo sorpreso e stupito con le sue foto “commerciali”, nella attuale fase di accentuata ricerca artistica sembra voglia fotografare ciò che noi sappiamo ma non vogliamo vedere. Sembra voglia farci sentire ciò che noi, in fondo al nostro cuore udiamo, ma non vogliamo ascoltare. Per raggiungere questo scopo ha bisogno di truccare la realtà, mettendo a profitto le scoperte visive sperimentate durante le innumerevoli sedute dedicate a promuovere il mondo di oggetti che lo hanno reso celebre e ricco. Negli anni Novanta le sue foto furono pubblicate da “Paris Vogue”, “The Face”, “Vanity Fair”, “New York Times Magazine”, “Vogue”. Le sue acclamate campagne accompagnarono il successo commerciale di marchi come Diesel, MTV, Iceberg, L’Oreal, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani.

LaChapelle
Paris Hilton Hi Bitch bye Bitch (2004)
© David LaChapelle

Nelle mostre che lo hanno celebrato come uno dei più influenti image maker del suo tempo, le immagini che LaChapelle ha creato per le riviste e la moda sono di solito raccolte in sezioni dal titolo ironico come Plastic People, Consumo/Consumption; Eccesso/Excess e Star System. Nelle foto dedicate al culto del corpo, si nota come l’esasperazione delle pratiche di modellazione del fisico si risolvano in grottesche degenerazioni dell’ideale di bellezza. L’inventario degli eccessi sessuali, fotografati in stile ultra glamour, si rivelano essere una grottesca sindrome narcisistica di auto-affermazione. Insieme al catalogo di perversioni sessuali che LaChappelle rende particolarmente eloquenti senza mai cadere nel moralismo e nella volgarità, le immagini centrate sul consumo di oggetti, a mio avviso visualizzano le aporie di un desiderio insaziabile, incolmabile, il cui soddisfacimento sembra coinvolgere il soggetto in una escalation senza senso. Per quanto riguarda i ritratti delle star, altro genere nel quale il fotografo è stato un maestro, viene quasi sempre messa in rilievo l’attitudine all’esibizionismo dei personaggi che vivono della propria immagine pubblica, attraverso la messa in scena di ogni forma di eccesso narcisistico.

Insomma, LaChapelle ci conquista con la sua prossimità ai temi, agli oggetti, ai pseudomiti che ci circondano. La foto di moda soprattutto gli ha insegnato come far esplodere la superficie che ci affascina. Il gioco consiste nell’evitare di cercare una profondità che non esiste e nel caricare di effetti l’immagine glamorosa. Ecco perché sono così convincenti i suoi colori, potenti come i desideri più insondabili che alla fine sono come i sogni che ci svegliano.

LaChapelle
When the world is trough (2005)
© David LaChapelle

La sua luce non lascia quasi ombre, ma tuttavia riesce a raccontarci benissimo le ombre che ci portiamo dentro, senza compromessi, moralismi o compassioni. LaChapelle fotografa ciò che non vogliamo dire con le parole. Il suo realismo teatrale, avvicinato da molti critici al modo con cui Fellini ricreava il contesto dei suoi film, ci porta lontani dall’umanitarismo del realismo ingenuo di tante poetiche fotografiche. La vita, sembra suggerirci, è un colpo di scena ben riuscito che ci lascia soli (penso ad immagini come: When the World Is Through, 2005 ). Trovo che LaChappelle riesce a trasmetterci un effetto di solitudine pura come Hopper in Nighthawks, una icona della cultura americana, ma di segno completamente rovesciato: nel pittore è l’immobile efficacia della sua purezza cinematografica a conquistarci; in LaChappelle è la comica perdita della purezza a farci sentire soli e sperduti.

LaChapelle

Le sue foto oggi mi appaiono come icone simboliche della schizofrenia che domina l’umanità. Come tutti i simboli le sue foto non descrivono, non spiegano bensì asseriscono. Non ci dicono: guarda cosa è successo o cosa sta per succedere. Semplicemente affermano: è successo, punto. Ma nel far questo, ci inducono a pensare a ciò che sta fuori dalla fotografia. Un altro aspetto che mi attrae in LaChappelle è che il suo sguardo è un po’ il nostro sguardo di cannibali dell’immagine. Nelle sue foto  moda sembra strizzare l’occhio al nostro voyeurismo, per poi punirci facendoci percepire che esiste una verità fotografica che ci sorride solo quando prendiamo atto della nostra perdita. Il talento di LaChappelle è di avere scoperto come evitare di confondere le immagini con le cose. Il tipo particolare di surrealtà che mette in scena non è un aldilà delle cose alle quali ci hanno abituato sia il realismo ingenuo della fotografia e quella specie di contrario che sarebbe la foto che cerca l’astrazione o il mistero. Il suo surrealismo non nega le cose che ci circondano ma è ciò che ci riporta alla “cosa che sentiamo” attraverso una trasformazione percettiva: tutto sembra configurato per eccitarci, per sedurci; peccato che quel tutto evapori troppo in fretta. Che il mio sentire dipenda da un raffreddamento delle emozioni… Ecco qualcosa a cui non avevo pensato! Guardate le luci dai colori freddi delle sue immagini, guardate i volti sempre seri o dall’espressione artefatta… Non sentite allontanarsi da voi le emozioni che pensate di vedere? Non sentite l’eternità che promana dalle sue immagini?

LaChapelle

I libri di DAVID LACHAPELLE:

– Hotel LaChapelle, edizioni Buldfinch 1999

– LaChapelle Land, Calloway  Editions

– Heaven to Hell, Taschen 2010

David LaChapelle, Giunti (catalogo della mostra di Palazzo Reale, Milano 2007)

– Land Scape, Taschen 2014

Mostra di David LaChapelle alla Reggia di Venaria (Torino)

Sito Ufficiale

Attualmente è possibile ammirare le opere dell’artista nella grande mostra a lui dedicata presso la Citroneria delle Scuderie Juvarriane (uno degli spazi architettonici più imponenti della Venaria).

La mostra intitolata ”Atti Divini” rimarrà aperta sino al 6  Gennaio 2020.

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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95 Responses to "David LaChapelle. La messa in scena della verità fotografica presa da tergo"

  1. mau   8 Dicembre 2019 at 16:12

    Non sono certo di aver capito tutto. Sicuramente dici le cose molto bene. Però trovo sia un grosso limite non far vedere le immagini che citi. Soprattutto perché La Chappelle è bravissimo e le sue foto parlano da sole.

    Rispondi
  2. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   8 Dicembre 2019 at 16:47

    Giusto rilievo, ci vogliono più immagini contestualizzate. Se ritorni tra un paio di giorni le troverai senz’altro.

    Rispondi
    • mau   9 Dicembre 2019 at 07:55

      Ho visto le nuove immagini. Ora ci si capisce di più. Quelle evangeliche però non mi convincono. cioè non mi convince il messaggio. Perché far vedere Gesù in una ambientazione di così cattivo gusto? Per non parlare degli Apostoli trasformati in una gang dei bassifondi. Ci sarà qualche cretino critico che proverà a convincerci che tutto questo è sublime. Per me il bravissimo fotografo ha fatto una provocazione che poteva risparmiarsi.

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      • Antonio Bramclet
        Antonio   9 Dicembre 2019 at 08:28

        Io la volgarità la vedo ma non la sento. È strano no! Secondo me LaChapelle ci vuole parlare di una spiritualità fuori dagli schemi classici.

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        • lucio   9 Dicembre 2019 at 14:21

          macchè volgarità. La Chapelle travolge le nostre sensazioni visive trascinandoci in un nuovo mondo completamente artificioso. Le sue foto sul Paradiso tropicale sono fantastiche. Peccato che l’autore le abbia trascurate.

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  3. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   9 Dicembre 2019 at 18:09

    Non mi piace entrare a gamba tesa su questioni religiose. Ma mi pare di ricordare che il nostro Gesù Cristo predicasse a favore degli ultimi. Non mi sembra sbagliato immaginare che se ritornasse tra noi, certamente non disdegnerebbe di avere come apostoli ragazzi di strada con l’aggiunta di una donna. Lo so è un messaggio forte, ma è forse inattuale?
    Ancora. La messa in scena kitsch certamente può indurre una reazione percettiva avvicinabile a ciò che nel linguaggio definiamo “blasfemia”. Ad un ipotetico credente che capitasse davanti all’immagine postata all’inizio dell’articolo (l’Ultima Cena in barocco street Style), potrebbe risultare difficile smarcarsi da questa intima reazione negativa. Ma vorrei dirgli: osserva meglio la foto e ti accorgerai di poter facilmente trasformare il sentimento iniziale in qualcosa di profondamente diverso. È vero, la scena forse assomiglia a una ritualità troppo tribale per essere apprezzata dai cultori della tradizione sacra, ma solo una persona accecata dai pregiudizi può negare la presenza di un tentativo di far emergere una forma di spiritualità energica e vitale. Intendiamoci, per quanto mi riguarda, da non credente, è proprio questo aspetto che in parte mi respinge, tuttavia non ho difficoltà a riconoscere che sono attirato dalla portanza allucinatoria dell’immagine, riconoscendo nella sua configurazione, nella sua devastante bellezza vorrei dire, l’eccitamento estetico che chiamiamo arte.

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  4. Antonio Bramclet
    Antonio   10 Dicembre 2019 at 08:51

    La foto dell’Annunciazione in stile tropicale con Maria Vergine nera, è geniale. La manderei a Salvini.

    Rispondi
    • enzo   10 Dicembre 2019 at 10:05

      Bisogna ammettere che una Maria Vergine nuda e nera non si era mai vista. Ma non è un nudo che disturba. Sono d’accordo con chi attribuisce a La Chapelle una tensione spirituale.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   10 Dicembre 2019 at 12:23

        La vera genialata è l’angelo Gabriele, annunciatore con i baffi (mai visto nei quadri di devozione della nostra tradizione pittorica). L’arrivo in corsa era già stato immaginato da Raffaello. Con ben altra grazia devo dire.

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  5. james   11 Dicembre 2019 at 21:08

    Scusate, qualcuno sa dirmi se i Taschen della foto dove lei frusta nel didietro lui sono i famosi proprietari editori delle Edizioni Taschen? Io credo di no. Mi sembra impossibile che due persone indubbiamente importanti si mettano il posa in quel modo.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   12 Dicembre 2019 at 07:34

      Per me sono loro. In effetti è abbastanza inusuale. Forse sono personaggi di grande auto ironia e poi la foto è bella.

      Rispondi
      • vinc   13 Dicembre 2019 at 09:50

        Con questo sguardo pudico allora praticamente tutti i ritratti che Lachapelle ha fatto alle star sono delle assurdità perché passeranno alla storia con la loro faccia che trasmette un esibizionismo amorale. Io credo che per restare famosi occorra una forte dose di narcisismo. Lachapelle lo ha capito e ha dato al narcisismo esibizionista la forma pertinente richiesta dal suo pubblico di guardoni.

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  6. mary   12 Dicembre 2019 at 08:14

    Anche Paris Hilton che si fa arrestare come una cortigiana suscita incredulità. Non è autoironia ma esibizionismo. I vip sono spesso degli esibizionisti. Non trovo strano che un fotografo vip possa convincerli a farsi fotografare in pose che farebbero vergognare chiunque. L’avevano già fatto altri fotografi famosi del passato. Ma per questo genere di foto possiamo parlare di bellezza?

    Rispondi
  7. luciano   12 Dicembre 2019 at 10:13

    La prima impressione delle foto di LaChapelle viste in mostra e sui giornali è di una grande bellezza. Le discussione sui contenuti morali sono solo dietrologie. Stiamo parlando di un artista e non di un personaggio qualunque.

    Rispondi
  8. annalisa   13 Dicembre 2019 at 14:41

    A settembre ho visitato la mostra alla Venaria attratta dalla notorietà del fotografo. La mia opinione è che sicuramente è funzionale alla pubblicità. Possono considerarlo un artista solo quelli che troverebbero artistico praticamente tutto. Chi ama la grande arte come la sottoscritta rabbrividisce quando vede foto come quelle dell’Ultima cena. Io su una tovaglia trash come quella nell’immagine di apertura dell’articolo non riuscirei nemmeno a pulirci l’insalata. La vogliamo paragonare alla grande opera del Leonardo? Vogliamo parlare degli inquietanti 12 apostoli tatuati? E il recipiente che troviamo ai loro piedi cosa significa? Cos’è una sputacchiera gigante? E la truccatissima ragazza sulla porta chi è? la fidanzata di uno dei disadattati? Capisco che dopo l’orinatoio di Duchamp tutto è diventato possibile, ma mi rifiuto di considerare arte tutto ciò che è possibile immaginare ed esibire. Il signor LaChapelle sarà pure perfetto per la moda e per chi cerca di attirare l’attenzione, ma per me è solo un creativo molto astuto nel dare alla gente immagini di pronta digestione spacciate come esperienze estetiche quando deturpano il senso della vera arte.

    Rispondi
  9. Antonio Bramclet
    Antonio   13 Dicembre 2019 at 15:45

    Chiedo il permesso di ingiuriare Annalisa. E dire che ha avuto l’opportunità di vedere le opere da vicino. Io nella mostra di Roma mi sono messo in ginocchio davanti a una foto di LaChapelle.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Dicembre 2019 at 15:54

      Permesso negato. Annalisa ha espresso il suo pensiero in modo chiaro e coraggioso. Sono in totale disaccordo con quello che scrive ma la rispetto. Tu piuttosto, se veramente ti sei inginocchiato, allora sei un po’ fuori di testa.

      Rispondi
  10. mau   13 Dicembre 2019 at 19:25

    LaChappelle è bravissimo, un artista. Ma non tutto quello che Annalisa ha scritto è sbagliato. Io ho capito questo: ci sono foto che trattano temi sui quali molte persone non hanno voglia di vedere banalizzati valori. Sopra ho sostenuto la stessa idea. Poi ognuno è libero di considerare arte quello che vuole.

    Rispondi
  11. Marco   14 Dicembre 2019 at 08:40

    A me piace la tecnica, la padronanza del mestiere perché mi permettono di decidere in fretta ciò che mi piace. Fissarsi sui contenuti porta quasi sempre a polemiche sterili. LaChapelle con il mezzo fotografico fa quello che vuole come un grande musicista fa con la musica. Bisogna guardare le sue immagini liberi da pregiudizi.

    Rispondi
  12. annalisa   14 Dicembre 2019 at 18:01

    Mi dispiace tanto di aver rotto l’incantamento che provate per LaChapelle. L’arte senza contenuti di valore o sfacciatamente oltraggiosa per me non è vera arte. Chiamiamola in un altro modo, per esempio “creatività” o come volete voi. Non credo di fare della “dietrologia” se chiedo rispetto per valori che le esigenze pubblicitarie banalizzano.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Dicembre 2019 at 19:53

      Ciao Annalisa. Mi permetto solo un paio di notazioni. Nella foto che ti ha irritato, la tipa sulla porta che tu definisci “fidanzata di uno dei disadattati” probabilmente è Maria Maddalena, l’unica discepola di Gesù oltre la tradizionale dozzina tutta al maschile. Poi tu dici di vedere in primo piano una sputacchiera gigante. In realtà dovrebbe trattarsi di una bacinella d’olio di Nardo, usato dagli ebrei all’epoca di Cristo per completare la pulizia del corpo e per ungere post mortem i cadaveri. Ti ricordo che Maria Maddalena secondo alcune versioni fu la prostituta che lavò i piedi a Gesù. Poi la ritroviamo sotto la croce insieme ad altre due Marie (la vergine madre di Gesù e Maria di Cleofa) Fu ancora una Maria che recandosi al sepolcro per prendersi cura del corpo incontrò Gesù prima che ascendesse in cielo, dandone immediata notizia agli altri discepoli. Quindi la bacinella di olio e la Maria nell’immagine di LaChapelle sarebbero un presagio dell’imminente sacrificio di Gesù. Come vedi il fotografo sembra conoscere i Vangeli (anche quelli apocrifi) molto meglio di te.
      Tu parli di Leonardo. Riconosco che nell’immagine in oggetto il modello in posa ha fattezze leonardesche (ovviamente mi riferisco alla celeberrima Ultima Cena affrescata nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano). Ma la messa in scena per me è più vicina all’ordine espressivo ideato dal Tintoretto nel quadro della Chiesa di San Travaso a Venezia. Il momento catturato dai due straordinari artisti è il medesimo, ovvero l’annuncio di Gesù che verrà tradito (Vangelo di Giovanni, 13-21). Ma a mio avviso la configurazione del Tintoretto traduce meglio gli effetti della drammatica rivelazione. Allora Annalisa, se per un attimo narcotizzi l’irritazione che hai percepito nel trash abilmente orchestrato da LaChapelle, e prendi in considerazione il potente ordine strutturale che promana dall’immagine e,infine, arrivi a capire il probabile significato della scena, puoi facilmente renderti conto che il fotografo/artista va ben oltre il pur ammirevole e armonioso confabulare di Leonardo (mi riferisco alla reazione dei 12 dopo la rivelazione del tradimento di uno di loro); va oltre anche al tono più espressivo carico di tensione della stessa scena dipinta dal pittore veneziano. Cosa può significare andare oltre ai due monumentali protagonisti della storia dell’arte? Probabilmente significa tradurre la millenaria istanza mitica della narrazione che ha ispirato generazioni di artisti, Leonardo e Tintoretto compresi, in un ingaggio percettivo e cognitivo utile per il nostro tempo. Questa è la sfida che LaChapelle si è imposto e ha affrontato con il suo mezzo espressivo, con il suo stile, con la sua mente.
      A questo punto spero comprenderai perché i tuoi rigonfiamenti moraleggianti siano inadeguati per restituirci la passione che LaChapelle ha profuso nel preciso momento in cui ha cominciato a riflettere su temi religiosi. Tieni conto che la materia espressiva con cui lavora sono immagini, fotografie e non parole e concetti. Per farla breve, LaChapelle esplora il mondo atteaverso immagini. Dunque prende dei rischi, perché fatalmente una immagine complessa è più “aperta” o ambigua rispetto l’apparente linearità logica verbale/concettuale.
      Per finirla qui, aggiungo che non sto dicendo che stai sbagliando nell’anteporre la tua irritazione all’analisi più completa di una immagine. Sostengo semplicemente che proprio perché quella foto ti ha fatto incazzare avresti dovuto osservarla meglio, separando le emozioni non negoziabili che tutti noi, ciascuno su temi e circostanze diverse, non può non sentire, da un giudizio più conforme al genere di fatti in questione: stiamo parlando di esperienze estetiche e non di propaganda religiosa.

      Rispondi
      • annalisa   17 Dicembre 2019 at 09:04

        Buongiorno prof. Ognuno si tenga i propri “rigonfiamenti”. Io ai miei ci tengo almeno quanto Lei tiene ai suoi.

        Rispondi
  13. Giuliana LABA   15 Dicembre 2019 at 13:11

    GIULIANA Laba

    La cosa che amo della moda e, più in generale, dell’arte, è la spassionata libertà di espressione. A prescindere dalle censure, o da tutti i contorni morali che a volte vi girano intorno, sento che nell’arte non ci sono confini, e che per quanto uno voglia, è libero di esprimersi e di esplicitare il proprio pensiero. Di renderlo visibile, palpabile, assaporabile. Ed è proprio quello che mi piace nelle fotografie di LaChapelle, che è tra l’altro, uno dei miei fotografi preferiti. Ma non starò qui a commentare in modo troppo soggettivo. Ciò che è invece tanto straordinario, quanto oggettivo, è la grandiosità di questo fotografo, di rendere coinvolgenti e maestose, le sue fotografie. Che si condivida o no il suo punto di vista, il suo modo di vedere, o le sue perversioni, non si può non condividere che egli si sia espresso in modo esplicito ed appagante. Si legge nelle sue fotografie, il chiaro intento di voler punzecchiare i desideri più profondi, di voler promuovere il mondo consumistico di oggi, e di stimolare quelle percezioni, che progressivamente ci lasciano intuire l’ironia e il paradosso delle sue fotografie. Con la sua estetica, si può notare come i suoi messaggi sociali però, non siano del tutto morali. O meglio, lui celebra il culto alla bellezza, all’esagerazione. Celebra gli eccessi, il kitsch, l’esibizionismo. Eppure, le sue fotografie provocatorie, non sono lì per fare del moralismo, ma bensì per esplicitare senza pudore ciò che non vogliamo dire a parole. Tant’è vero che nelle sue immagini vi è pura luce, e quasi mai ombre. Vi è una sorta di purezza paradossale. Un modo tutto suo di esplicitare concetti e desideri. Un mondo insaziabile, fatto anche di perversioni, di surrealtà, e di realismo quasi ingenuo. Si legge nelle sue fotografie il desiderio di eternità, ed anche di rinascita. Tra l’altro David stesso afferma in un’intervista che se diventasse cieco, e non potesse più fotografare, troverebbe sicuramente un altro modo per esprimere tutta la passione, l’espressività, la bellezza e l’ispirazione che vuole trasmettere con i suoi lavori.

    Il mondo effimero che lui stesso rappresenta e ironizza, è lo stesso mondo effimero che l’ha reso famoso. Un mondo dalle fragili conquiste, come si può notare in alcune fotografie come “The Deluge” o “After the Deluge”. Dove anche i valori più alti sono spesso fragili, e messi in dubbio dall’uomo stesso. Ecco poi il perché di alcune provocazioni come “REBIRTH OF VENUS” (HAWAII 2009, REBIRTH OF VENUS, 2009), dove è chiaro il riferimento alla rinascita, la rinascita di un nuovo mondo, con nuovi valori e nuove concezioni di vita. Con il chiaro riferimento al suo piccolo “paradiso” di spiaggia comprato alle Hawaii per dedicarsi ai suoi piaceri e alla sua libertà.

    Tra le sue chiari citazioni, oltre ai classici come Michelangelo, Bellini, o Canova, da cui prende la maestosità delle immagini e la teatralità, non possiamo non citare Andy Wharol, anche e soprattutto per i suoi colori pop e accesi, e per il suo fare provocatorio, verso le società di massa e il mondo consumistico. Di cui però, né LaChapelle, né Wharol, negano di farne parte. E anzi diventano la voce esplicita di tutto quello che la società non ha ancora palesato a voce.

    Un altro fotografo a cui possiamo fare riferimento da questo punto di vista, è Martin Parr, con la sua rassegna The Last Resort: Photographs of New Brighton, volta ai riti collettivi, all’omologazione estetica e culturale, al trash food ed al cattivo gusto. I colori che usa Parr sono saturi e brillanti, ed il soggetto è isolato da un colpo di flash che lo stacca dal fondo. Anche con lui infatti, l’ombra è quasi del tutto inesistente. Bambini, adolescenti, anziani, donne in costume da bagno e turisti in abiti dozzinali, cani, automobili, carte da parati e divoratori di coni gelato. Scenari, ritratti e dettagli eloquenti di un desiderio compulsivo e irrazionale, della corsa disperata al piacere a ogni costo, all’appagamento della vista e del gusto, sono i protagonisti principali di questa sua fotografia. Le differenze tra i due fotografi sono senz’altro evidenti, con Parr si scende infatti più nel grottesco, ma, anche se in modo diverso, penso si legga chiaro in entrambi i casi, un riferimento ad Andy Wharol.

    Per quanto riguarda le provocazioni invece, non possiamo non citare Steven Klein. I riferimenti alle provocazioni sono sicuramente numerose, ma quelle a cui voglio far riferimento, sono le fotografie un po’ sadomaso per l’intervista a Kylie Jenner per l’Interview Magazine del 2015. Il riferimento esplicito ad una Kylie immobilizzata dal successo, dalla sua vita surreale, che la rendono immobile e finta come una sex doll giapponese. Sono immagini forti e provocatorie perché oltre all’aspetto erotico toccano anche quello della disabilità, sfiorando un forte rischio dal punto di vista morale. Sottile e tagliente. Ma, ciò che maggiormente traspare da questo lavoro, è, a mio avviso, il paradosso, il kitsch, la surrealtà e, ancora una volta, l’estetica iperrealista che va oltre le ordinarie abitudini visive. E che vuole allo stesso tempo ammonire e celebrare quel mondo effimero, che giudica ma che l’ha resa allo stesso tempo celebre e famosa, e senza il quale, nulla di tutto questo sarebbe reale.

    In conclusione mi sento di dire che, al di là dei riferimenti, la fotografia di LaChapelle rimane unica nel suo genere. Il modo in cui lui riesce a esprimere una vastità tale di concetti e provocazioni, è quasi del tutto ineffabile. Ciò che è racchiuso nella sua fotografia, è difficilmente racchiuso in qualsiasi altra forma d’arte.

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    • james   15 Dicembre 2019 at 17:01

      Devo dire che ho letto Giuliana con molto piacere. Che l’autore dell’articolo non me ne voglia se affermo che ho trovato la sua analisi più intrigante. Non conosco le foto di Parr ma mi fido di quello che dice Giuliana. Come ho detto sopra, comunque mi sorprende che grandi personaggi si prestino ad essere ridicolizzati dal modo di esprimere grottesco della critica morale che sotto sotto LaChapelle trasmette.

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  14. ELENA S. LABA   17 Dicembre 2019 at 15:38

    ELENA S. LABA

    Trovo il lavoro di LaChapelle estremamente affascinante: fin dagli esordi si è servito dell’immagine fotografica come strumento di espressione, portandola alle sue estreme possibilità estetiche. Egli tramite la fotografia travalica il soggetto in sé per farne emergere la carica simbolica che già racchiude ma che non ha ancora manifestato. Immortalando le icone del proprio tempo e fissandole nella memoria comune grazie ad una post-produzione massiccia e kitch, riesce ad avviare una riflessione lucida, cinica e disillusa sulla società contemporanea. L’effetto della post produzione estremamente marcata di LaChapelle è proprio il riuscire a provocare una sensazione di artificiosità asettica e spersonalizzante.
    LaChapelle utilizza la strada dell’ironia, un’ ironia sottile e tagliente.
    Negli anni ’80 si dedica all’advertising, immergendosi nella New York degli eccessi e della trasgressione, della facilità e della libertà, dei sogni e delle fantasie senza limiti, ma anche dell’eroina e delll’aids.
    Negli anni ’90 inizia ad immortalare moltissime celebrità, non senza il suo tipico approccio ironico, cinico e talvolta anche grottesco: egli vuole rivelare il processo mediatico attraverso cui le celebrità sono state private della loro interiorità e trasformate in fantocci, oggetto di feticismi.
    Le sue foto, descritte come barocche ed eccessive, sono sempre caratterizzate dall’ironia, ed è proprio tramite la chiave dell’ironia che vanno interpretate: le immagini in realtà urlano denunciando le ossessioni contemporanee, il rapporto con il piacere, col benessere, con il superfluo. Tra misticismo, spiritualità e spettacolo, il fotografo è capace di mantenere un sottile equilibrio tra sacro e sacrilego, alternando soggetti differenti sul tema condiviso della vanitas, anche grazie alla presenza ricorrente di un nudo sfacciato ed aggressivo.
    Il suo stile è caratterizzato da colori elettrici, superfici laccate e contenuti tra l’onirico e il bizzarro. Proprio a causa di questo suo stile LaChapelle viene spesso accusato di ispirarsi eccessivamente alla cultura pop, tuttavia bisogna riconoscere che proprio lui sia stato capace di generare un sistema dove passato, presente e futuro si mescolano in una dinamica ipervisuale, creando dei simbolismi multi-temporali, attraverso delle immagini che astraggono particolari oggetti e ambienti a favore di una comunicazione che enfatizza la visione artistica.
    Estremamente interessanti le immagini in cui fa riferimento all’arte rinascimentale, ad esempio uno dei miei lavori preferiti di LaChapelle è l’opera del 2009 “Rebirth of Venus”, ispirata al capolavoro di Botticelli del quindicesimo secolo, “La nascita di Venere”. La foto di LaChapelle mostra una donna alta e snella dai capelli biondi, completamente nuda, affiancata da due uomini abbronzati, lungo la costa delle Hawaii. Come in molti altri suoi lavori, questa foto ci mostra una situazione fantastica con dei modelli che rispecchiano gli standard convenzionali di bellezza che vengono spesso rinforzati dei media: il fotografo trasforma la Venere di Botticelli in una bellezza da copertina. Per la foto “Rebirth of Venus”, LaChapelle ha scelto la modella Hana Soukupova, con la quale stava lavorando su una serie di fotografie alle Hawaii. Tradizionalmente la conchiglia rappresenta nella pittura l’organo riproduttivo femminile, quindi il fotografo invece di rappresentare la modella in piedi dentro una conchiglia ha fatto tenere una conchiglia ad uno dei due uomini ai lati. Il paesaggio tropicale non è esattamente mediterraneo, come il paesaggio che aveva ispirato Botticelli, quindi i colori sono molto più accesi e pungenti di quelli della palette della Venere classica. I nastri fanno riferimento ad un’ altra opera di Botticelli, Le Tre Grazie, nella quale sono rappresentate tre figure femminili che danzano. La Venere di Botticelli, a differenza di quella di LaChapelle, non fa riferimento ad una bellezza carnale, ma alla purezza della bellezza divina.
    Un altro fotografo che mi viene in mente in relazione al lavoro di LaChapelle è Awol Erizku. Anche lui infatti per le sue immagini attinge ad un immaginario rinascimentale, con la differenza che nelle immagini di Awol Erizku a “stonare” con l’immaginario classico non sono tanto i colori, la composizione o la presenza prepotente di un’accentuata post produzione, ma è il fatto che tutte le sue modelle sono donne di colore. Awol Erizku rappresenta la bellezza nera, trasportando le sue modelle in dei mondi in cui la bellezza nera non era tipicamente rappresentata. Pensiamo ad esempio alla sua foto “Girl With Bamboo Earring”: l’immagine fa chiaramente riferimento alla celebre opera “Ragazza con Turbante” (anche conosciuta come “Ragazza con l’Orecchino di Perla”) di Jan Vermeer. Oppure abbiamo opere come “Girl With a Pitbull”, ispirata alla Dama con l’Ermellino, o “Teen Venus”, ispirata proprio alla Venere di Botticelli.
    Sicuramente conoscete il lavoro di Awol Erizku, anche se forse non sapete di conoscerlo: sono sicura che avete tutti visto le foto postate su Instagram nel 2017 da Beyoncé in occasione dell’annuncio della sua gravidanza: quelle foto sono state scattate proprio da Awol Erizku. In quell’occasione Beyoncé è stata ritratta come una Madonna Rinascimentale: le rose sono tradizionalmente il simbolo della Madonna, e suggeriscono l’idea di fertilità, purezza e castità, ma è interessante che il fotografo abbia anche aggiunto alcuni papaveri, che simboleggiano la perdita. Questo potrebbe essere un riferimento al fatto che nel 2013 Beyoncé aveva reso pubblico il fatto di aver avuto un aborto spontaneo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Dicembre 2019 at 16:42

      Molto interessante il parallelismo con Erizku. È molto più giovane di LaChapelle e infatti a me risulta essere stato un suo allievo o per meglio dire, di aver fatto stage presso di lui. I suoi ritratti sono più composti e “seri” rispetto al nostro fotografo. Probabilmente perché i più conosciuti sono quelli di persone di colore che vuole valorizzare, e non imbricate in significazioni grottesche come spesso fa LaChapelle con i personaggi delle Star System.

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  15. Luca.M. LABA   17 Dicembre 2019 at 17:47

    Rivoluzionario, surrealista, barocco, onirico, trasgressivo, provocatorio, talvolta kitsch. Sono solo alcune delle tante caratteristiche che hanno permesso a David Lachapelle di distinguersi come fotografo nel campo della moda e della pubblicità, sviluppando fotografie spesso difficili da comprendere, ma dotate di una cifra stilistica unica nel suo genere. Difficile da comprendere, in quanto l’interpretazione delle sue opere è deviata da una sorta di bombardamento percettivo: colori accesi, vivaci e contrasti simultanei, trasportando così il fruitore all’interno del suo mondo fantastico, disorientandolo e offuscandolo. Così facendo l’opera risulta sempre in continuo fermento e in continua evoluzione. Un collega di Lachapelle, che ritengo importante citare, é Tim Walker, fotografo di moda di origine Brittanica e collaboratore di importanti riviste come Vogue e Love. Anche negli scatti fotografici di Tim ritroviamo una nota onirica e surrealista (tipica di Lachapelle) per le quali l’osservatore viene teletrasportato in un mondo immaginario, composto da incubi e sogni. Qui, personaggi immaginari e creature fantastiche ne sono gli abitanti. Sembra una sorta di realtà il surrealismo di Tim, che va a richiamare in un certo senso anche l’approccio all’arte di Dalì. Al centro delle sue opere oltre ai soggetti vi sono tutta una serie di dettagli, accessori, comparse curate minuziosamente, che assumono forme e dimensioni distorte.
    Ritornando a Lachapelle, una fotografia che mi ha colpito particolarmente é stata “Icarus”. Concentrandomi inizialmente sull’aspetto estetico, ciò che mi ha colpito particolarmente sono state le tonalità cromatiche viranti tutte sui toni del bianco, nero e del grigio, cromie ben lontane dalle classiche note sgargianti e accesse che solitamente il fotografo utilizza. Sono tutte cromie che rimandano in un certo senso a qualcosa di malinconico, é come se facesse emergere quella parte della sua vita complessa, che solitamente nei suoi scatti tiene nascosta. Per quanto riguarda invece il significato trasmissibile dall’opera, partiamo ripercorrendo una breve parte di storia. Nella mitologia, greco Icaro venne rinchiuso con il padre nel labirinto di Creta, fuggì volando con le ali che Dedalo (il padre) aveva adattato con la cera al proprio corpo e a quello del figlio. Ma, avvicinatosi troppo al Sole, la cera si sciolse e Icaro cadde nel mare. Nell’interpretazioni di Lachapelle troviamo la mitologia greca a terra in fin di vita, come se fosse precipitata dall’alto, sopra un cumulo di dispositivi elettronici dismessi (computer, tastiere, mouse, stampanti…). Particolari ma al contempo inquietanti sono le ali di Icaro, rappresentante come se fossero state ormai lacerate dal tempo, mostrando così la struttura ossea rappresentata attraverso l’utilizzo di stampelle. “Sempre più connessi e sempre più soli, l’esito di un fallimento umano ed ecologico”, può essere a mio avviso una delle possibili interpretazioni che si possono dare dell’opera. Oppure concentrandosi sulla morale della storia, ci si può ricollegare a uno dei più importanti registi, sceneggiatori e produttori cinematografici statunitensi Stanley Kubrick. La classica morale della storia mitologica é “Non tentare di volare troppo in alto” esso afferma: “…mi sono chiesto se non si potesse interpretarla invece in un modo diverso: “Dimentica la cera e le piume, e costruisci ali più solide”. Trovo che la morale di Kubrick calzi perfettamente nel contesto della fotografia di Lachapelle. Ritorna anche qui il mistero che vuole celare l’opera, lasciando libera interpretazione al fruitore.

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  16. Luca R. Laba   17 Dicembre 2019 at 17:50

    Luca R. Laba
    David LaChapelle, l’artista con una folle visione del mondo, è il primo pensiero quando sento citare il suo nome.
    A mio parere, la sua entropia percettiva scardina le regole che fanno parte delle varie culture e stereotipi dell’uomo andando a trasfigurare la realtà attraverso un cromatismo irreale ed all’artificialità dei suoi scatti, per non parlare del sovraccarico di elementi in un unico scenario che disorientano lo spettatore, ma che mantengono un nucleo di significati molto forti ed imminenti.
    Trovo che le sue opere parlino da sé, basta prendere in considerazione “L’ annunciazione” e subito assistiamo ad una trasgressione. Non mi riferisco alla Madonna nera, in fondo, esempi religiosi di questo genere sono numerosi (la madonna nera di Canneto, di Loreto, ecc..), ma i baffi dell’ Arcangelo Gabriele che marca la differenza uomo-donna sono una vera rivoluzione!
    Ho scoperto quest’artista da poco tempo, grazie al nuovo album di Travis Scott “Astroworld”. LaChapelle ha curato la cover mantenendo ogni aspetto del suo stile, creando un esperienza percettiva stravolgente. E’ come se volesse avvisare lo spettatore che quell’album fosse un parco-giochi all’interno della mente di Scott, un esperienza irreale, folle ed esaltante.
    Ma come fa un artista che ha sconvolto la percezione dello spettatore a partire dagli anni 90’ a sconvolgere anche la percezione di una nuova generazione del tutto nuova?
    A questa domanda, ho trovato risposta solo durante la lettura di quest’ articolo, quando si afferma che LaChapelle non guarda al passato ne al futuro, ma affronta la realtà nel preciso istante in cui opera.
    Trovo possibile creare un parallelismo tra LaChapelle ed il fotografo di moda londinese Tim Walker, il quale nei suoi scatti è in grado di trasfigurare la realtà circostante realizzando scenari irreali, come se facessero parte di una realtà onirica. In entrambi gli artisti quest’aspetto di rendere artificiale e irreale la realtà si ripete costantemente.
    Credo che le loro fotografie stravolgano inevitabilmente la percezione di qualsiasi spettatore, poiché è come se venissimo proiettati in una realtà parallela alla nostra, dove tutte le istituzioni comuni vengono improvvisamente stravolte.
    Personalmente trovo il loro lavoro a dir poco affascinante e come scrisse Charlotte Sinclair di Tim Walker su British Vogue, «ci ricorda la nostra capacità di sognare come bambini».

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    • Antonio Bramclet
      antonio   19 Dicembre 2019 at 10:11

      Luca R e Luca M. sono colpito dalla vostra bravura nella costruzione di un ragionamento chiaro, conciso e incisivo. Forse perché io non ci riesco. Dopo due frasi mi perdo e butto tutto in vacca.

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      • Luca.M. LABA   19 Dicembre 2019 at 23:17

        La ringrazio Antonio, mi fa molto piacere ricevere opinioni inerenti a ciò che scrivo.

        Rispondi
  17. ILARIA LABA   17 Dicembre 2019 at 18:29

    Credo che il lavoro di LaChapelle sia, a parere mio, una gioia per gli occhi. I colori accesi, la luminosità, il richiamo ai quadri classici e la disinvoltura con cui riesce a denunciare i problemi dell’era contemporanea lo rende originale ed inconfondibile ma soprattutto attraente perché credo che l’aspetto kitsch abbia a che fare per forza anche con l’atto di attirare attenzione. Le persone che guardano le opere di LaChapelle sentono di trovarsi di fronte a delle scene che toccano molti dei tabù della società: vengono infatti disprezzate da molti poichè considerate blasfeme, volgari ecc..
    Sinceramente non credo che l’arte debba per forza avere una morale dato che di arte si tratta quindi non condivido affatto le critiche che vengono mosse verso questo artista: la morale nell’arte può essere qualcosa in più ma non è necessaria.
    Se poi di morale vogliamo parlare credo che LaChapelle, da un lato la tolga (perché tocca temi come la volgarità e la blasfemia) ma in un certo senso dall’altro riesca anche ad inserirla poiché molte delle sue opere muovono una critica a dei problemi contemporanei che devono farci riflettere come vediamo appunto ne “Le Deluge”. Credo inoltre che l’utilizzo che fa dello Star System sia molto azzeccato perché, servendosi di personaggi che tutti noi conosciamo, riesce a rendere il dialogo tra opera e fruitore più intenso, più vivo: il fruitore è attratto e allo stesso tempo riesce a cogliere meglio i messaggi che l’artista vuole lanciare. A questo proposito però ricordo la vicenda della copertina dell’album che egli scattò per Travis Scott in cui aveva inserito tra alcune modelle seminude anche la modella transgender Amanda Lepore. Quest’ultima venne eliminata dalla foto postata dal cantante sul proprio Instagram, segno che forse lui non condivideva la troppa trasgressione che LaChapelle aveva voluto inserire o forse segno che non condivideva la sua idea di uguaglianza tra uomo, donna e transgender, forse è stato troppo azzardato? Troppo trasgressivo e provocante?

    Ho trovato interessanti le sue foto realizzate per il calendario 2020 di Lavazza. Queste ultime doveva rappresentare la riconnessione con la natura, motivo per cui il fotografo sceglie la bellezza incontaminata delle Hawaii per realizzare gli scatti. Prima fra tutte la foto “Realize” che ritrae un uomo guidato dalla sua stella polare che guarda verso il futuro dell’umanità, all’insegna della sostenibilità.

    Il lavoro di LaChapelle mi fa pensare alle opere di un altro fotografo suo coetaneo, Miles Aldridge. Come lui unisce la cultura pop alla fotografia utilizzando colori accesi e vivaci, ma non solo, anche lui si serve di citazioni religiose per creare le sue fotografie. Lo vediamo bene per quanto riguarda gli omaggi fatti a Botticelli per i quali lavora con modelle molto simili ai dipinti del pittore.
    Inoltre anche Aldridge si serve nelle sue fotografie di personaggi famosi come Cara Delavigne anche se credo che i suoi lavori non siano provocanti e irriverenti come quelle di LaChapelle.

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  18. Vanessa Laba   17 Dicembre 2019 at 18:58

    Mi ha molto incuriosito questo articolo sul personaggio particolare che è David LaChapelle, soprattutto per l’originalità che caratterizza le sue fotografie. I temi da cui trae ispirazione, come quello religioso ad esempio, sono temi visti e rivisti, ma lui riesce a renderli contemporanei,innovativi e trasgressivi, chiamando molto spesso personaggi famosi o modelle ad interpretare un ruolo e a trasformarli in veri e propri attori che creano una storia, la sua. I celebri scatti biblici di LaChapelle lo hanno condotto in un rumoroso vortice di commenti negativi dal momento in cui immagini angeliche e spirituali, venivano da lui riproposte in chiave moderna. A me è piaciuta particolarmente la foto scattata a Miley Cyrus, una delle protagoniste di “Lost + Found, Part I”, il libro firmato David LaChapelle per Taschen. È il quarto di una serie di pubblicazioni del fotografo americano per la casa editrice, cominciata nel 1996 con “LaChapelle Land”.Per “Lost + Found, Part I” oltre a Miley Cyrus ci sono le foto di Pamela Anderson, Julian Assange, David Bowie, Katy Perry, Amy Whinehouse, Pharrell Williams e molti altri personaggi a artisti famosi. Le foto di Miley Cyrus sono le copertine del libro, nella prima la cantante è nuda in una cella di prigione, illuminata da una luce naturale che proviene dalla finestra, nell’altra invece prende le forme di una farfalla dalle ali multi color contornata da fiori, come se il fotografo abbia voluto ricreare i passaggi della metamorfosi della farfalla.La sua carriera come fotografo è comunque iniziata grazie al genio della pop art Andy Warhol. Fu proprio lui infatti a chiamare David per realizzare uno speciale shooting fotografico per il suo noto magazine Interview. Molti fotografi contemporanei prendono spunto dall’arte, come il fotografo di moda Kenneth Willardt che fotografò la modella Jessica Stam come se fosse un opera della Pop Art, in particolare dell’ artista Roy Lichtenstein e riuscì così a riempire di colori la copertina del magazine Harper’s Bazaar. La cosa che mi ha particolarmente interessata alla persona di David La Chapalle è il suo isolamento, dal 2006 infatti l’artista si è trasferito alle Hawaii dove trascorre la sua vita in una fattoria biologica alimentata solo da energia solare e idrica. Questo suo bisogno di isolamento è nato in seguito al carico eccessivo di lavoro che stava quotidianamente vivendo, infatti afferma:”Adoro il glamour, la moda e la bellezza, ma avevo bisogno di allontanarmi da tutto ciò. Dopo aver lasciato questo mondo, non volevo più scattare a un’altra pop star, sono stato torturato da loro”.

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  19. Chiara Laba   17 Dicembre 2019 at 19:19

    I lavori di LaChapelle lo hanno reso un’icona dell’arte contemporanea, capace di espandere il genere della fotografia. I suoi ritratti, le sue messe in scena, video musicali e film, sono diventati la rappresentazione dell’America del ventunesimo secolo.
    Riconosco in lui la passione, quasi ossessiva, verso Michelangelo, citato in “Deluge”, verso altri artisti, e il mondo barocco, ma onestamente non provo la stessa emozione di fronte alle sue fotografie. Sicuramente le citazioni sono esplicite, ma non riesco a giustapporre l’eleganza, l’espressività e la potenza delle opere di un Michelangelo o un Leonardo con quelle dell’image-maker. La forte componente kitsch distoglie lo sguardo dalla realtà, tanto da non farmi entrare completamente dentro le sue interpretazioni. Rimango sempre lì, sull’ingresso, le guardo, ma non mi ci ritrovo.
    Interessante è la serie “Land Scapes” del 2013, attraverso la quale LaChapelle ricostruisce impianti petroliferi e stazioni di rifornimento in scala. Le foto vengono scattate in un ambiente naturale, tra dune e montagne e non in studio. Questo dettaglio mette in risalto l’innaturalità delle strutture umane in un ambiente selvaggio e incontaminato. Esplicito riferimento e denuncia verso il mondo contemporaneo.
    Il suo lavoro influenzerà quello delle nuove generazioni allo stesso modo in cui Richard Avedon e Irving Penn sono stati pionieri di molto di quello che noi consideriamo familiare. Oggi giorno la fotografia di moda ha un grande giro d’affari, sia per fotografi che galleristi e come quest’ultimi citati, LaChapelle spinge la fotografia oltre il suo intento pubblicitario, verso il mondo dell’arte.
    La sua originalità lo allontana dagli altri, rendendolo unico. Ho intercettato alcune analogie con la fotografia di Pierre et Gilles ricca di sensualità, poesia e omoerotismo. Affrontano, come la Chapelle, tematiche legate alla cultura pop, all’omosessualità  e alla pornografia, senza tralasciare i topos religiosi che trovano nelle loro opere una vasta e barocca interpretazione. Traspare sotto la ricerca di una esasperata bellezza un sentimento di malinconia e sofferenza, spesso celati dai forti colori e dalle forme esagerate.
    Vorrei concludere con una citazione dell’autore che mi ha colpito: “La sua luce non lascia quasi ombre, ma tuttavia riesce a raccontarci benissimo le ombre che ci portiamo dentro, senza compromessi, moralismi o compassioni” Dietro alle superficie laccate e i colori forti e vivaci ritroviamo un significato profondo che si riaggancia all’orrore di una società che degenera nel tempo. Ammiro il coraggio dell’artista di volerlo esplicitare attraverso le sue forti creazioni, lasciando sempre allo spettatore la libertà a molteplici interpretazioni.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Dicembre 2019 at 21:06

      Interessante la connessione che proponi con Pierre & Gilles. Anche se per me i due francesi sono più raffinati, studiatamente leziosi, meno dirompenti di D.L.C.

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  20. Matilde L   17 Dicembre 2019 at 19:32

    Affascinante, coinvolgente, surreale il lavoro che ha svolto David LaChapelle.
    Un’artista, fotografo che è riuscito ad attirare subito la mia attenzione con le sue opere. Per una cura del lavoro della fantasia, per la cura dei dettagli di ogni singolo scatto.
    Un’immagine definitiva che esprime verità, nel lavoro e nell’attenta scelta degli elementi che la compongono.
    Proprio per questo è riuscito a sconvolgere il modo di vedere rappresentare la moda.
    Per LaChapelle la costruzione dell’oggetto artistico era una sintesi, tra le pratiche del cinema e del teatro. Così che trasforma modelli e modelle in attori chiamati a recitare in una messa in scena. Personaggi che si fanno fotografare comunque nonostante LaChapelle fa risaltare la loro eccentricità. La vera icona non subisce la tenaglia tra negativo e positivo.
    Mi ha colpito molto il fatto che studia, incorpora e usa le creazioni dei grandi artisti del passato come metodo per creare una figurazione molto originale e allo stesso tempo senza sminuirle.
    Osservando le sue opere, sono rimasta affascinata dall’opera Hawaii, New World, 2017. Che ispira una narrazione eterna e metafisica. Per i colori con la quale è stata realizzata. Un itinerario che unisce passato e presente, dissacranti universi pop e inedite utopie.
    Questa serie è realizzata nella foresta pluviale delle Hawaii.
    Con la quale vuole evidenziare una frattura che concerne la non-commercialità del progetto stesso.
    Dal punto di vista estetico, questa “missione” si traduce in una iconografia meno ridondante, che asciuga la messe di dettagli, così da focalizzare più facilmente l’attenzione dell’osservatore sul messaggio di cui è latore New World.

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  21. CHIARA LABA   17 Dicembre 2019 at 19:54

    I lavori di LaChapelle lo hanno reso un’icona dell’arte contemporanea, capace di espandere il genere della fotografia. I suoi ritratti, le sue messe in scena, video musicali e film, sono diventati la rappresentazione dell’America del ventunesimo secolo.
    Riconosco in lui la passione, quasi ossessiva, verso Michelangelo, citato in “Deluge”, verso altri artisti, e il mondo barocco, ma onestamente non provo la stessa emozione di fronte alle sue fotografie. Sicuramente le citazioni sono esplicite, ma non riesco a giustapporre l’eleganza, l’espressività e la potenza delle opere di un Michelangelo o un Leonardo con quelle dell’image-maker. La forte componente kitsch distoglie lo sguardo dalla realtà, tanto da non farmi entrare completamente dentro le sue interpretazioni. Rimango sempre lì, sull’ingresso, le guardo, ma non mi ci ritrovo.
    Interessante è la serie “Land Scapes” del 2013, attraverso la quale LaChapelle ricostruisce impianti petroliferi e stazioni di rifornimento in scala. Le foto vengono scattate in un ambiente naturale, tra dune e montagne e non in studio. Questo dettaglio mette in risalto l’innaturalità delle strutture umane in un ambiente selvaggio e incontaminato. Esplicito riferimento e denuncia verso il mondo contemporaneo.
    Il suo lavoro influenzerà quello delle nuove generazioni allo stesso modo in cui Richard Avedon e Irving Penn sono stati pionieri di molto di quello che noi consideriamo familiare. Oggi giorno la fotografia di moda ha un grande giro d’affari, sia per fotografi che galleristi e come quest’ultimi citati, LaChapelle spinge la fotografia oltre il suo intento pubblicitario, verso il mondo dell’arte.
    La sua originalità lo allontana dagli altri, rendendolo unico. Ho intercettato alcune analogie con la fotografia di Pierre et Gilles ricca di sensualità, poesia e omoerotismo. Affrontano, come la Chapelle, tematiche legate alla cultura pop, all’omosessualità e alla pornografia, senza tralasciare i topos religiosi che trovano nelle loro opere una vasta e barocca interpretazione. Traspare sotto la ricerca di una esasperata bellezza un sentimento di malinconia e sofferenza, spesso celati dai forti colori e dalle forme esagerate.
    Vorrei concludere con una citazione dell’autore che mi ha colpito: “La sua luce non lascia quasi ombre, ma tuttavia riesce a raccontarci benissimo le ombre che ci portiamo dentro, senza compromessi, moralismi o compassioni” Dietro alle superficie laccate e i colori forti e vivaci ritroviamo un significato profondo che si riaggancia all’orrore di una società che degenera nel tempo. Ammiro il coraggio dell’artista di volerlo esplicitare attraverso le sue forti creazioni, lasciando allo spettatore la libertà a molteplici interpretazioni.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Dicembre 2019 at 21:39

      Beh! Sono convinto che tantissime persone si ritroveranno nelle tue parole. Michelangelo e Leonardo sono certamente immensi. Ma ti ricordo che a metà del XIX sec. il critico più influente del periodo John Ruskin li considerava praticamente dei volgarizzatori, trascinandosi dietro tutta la corrente dei Pre-raffaelliti. Comunque se un Michelangelo fosse operativo oggi, quali mezzi espressivi sceglierebbe? Collaborerebbe con brand e pubblicitari? Farebbe fotografie, video e film? Io penso di sì. Dal momento che era molto religioso e di forte tempra etica dubito che avrebbe indugiato a cincischiare con trasgressioni o situazione del genere. Mi piace immaginare che sarebbe stato un Salgado (l’unico artista che per me ha compiuto un’opera paragonabile al ciclo di affreschi della cappella Sistina: mi riferisco a Genesi).

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  22. RebeccaL   17 Dicembre 2019 at 19:58

    Trovo che questo fotografo sia davvero interessante, è inevitabile dire che i suoi scatti a primo impatto colpiscano e catturino l’attenzione degli spettatori, sarà anche per la dimensione elevata dei suoi lavori, ma credo che i suoi effettivi punti di forza che lo consacrano un vero padrone nel suo campo siano inanzi tutto i colori delle sue fotografie che sono quasi sempre complementari, questo li rende vivaci e squillanti facendoli risaltare ancor di più di luce propria. Poi veniamo alle ambientazioni che catapultano lo spettatore all’interno di un sogno o di un allucinazione grazie al sapiente gioco di luce e ombra all’interno della scenografia. E in fine veniamo ai soggetti a cui conferisce un’aura divina, surreale grazie alle inquadrature che spesso vengono realizzate dal basso e che mirano a sottolineare la regalità e la monumentalità dell’immagine. Tutte queste scelte stilistiche sono dovute sicuramente al fatto che prende molto di ispirazione il mondo antico e le opere classiche. Le sue caratteristiche inoltre sono il fatto di stravolgere le consuetudini andando fuori dagli schemi, come per esempio ribaltando completamente l’idea di immagine sacra a cui noi tutti siamo abituati, accostando soggetti sacri a scene urbane a tratti tragicomiche. Il suo è un mondo pop fatto di immagini futuristiche accostate ad elementi classici, di provocazioni rivolte soprattutto ai grandi brand e ai fenomeni contemporanei dello starsistem. Inoltre non posso fare a meno di notare delle somiglianze con il lavoro di Pierre Et Gilles, infatti anch’egli grandissimo fotografo che si ispira molto alle immagini classiche e vintage, e fa tantissimi riferimenti alla religione conferendo una sacralità tragicomica ai suoi lavori.

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  23. Amani Laba   17 Dicembre 2019 at 21:21

    Ciò che mi affascina di LaChapelle è la provocazione che interpreta nelle sue opere, l’uso della cultura pop, l’essere aggressivo, volgare e surrealista .
    Queste caratteristiche per quanto mi riguarda creano una rivoluzione nell’ambito dell’arte ma anche della fotografia, ma anche nella società in cui viviamo.
    Credo che le sue opere rispecchiano la società di oggi. Una società che vuol essere libera,senza limiti ne confini come nelle sue opere.
    Guardando le sue foto mi ha colpita l’opera “milk maidens” sempre perché esprime volgarità e provocazione ma anche ironia e piacere.
    Analizzando le sue fotografie mi ha ricordato il fotografo statunitense Man Ray che come LaChapelle ha uno stile provocante e surrealista.

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  24. Eleonora L   17 Dicembre 2019 at 21:23

    Con questo articolo ho potuto conoscere David La Chapelle, figura che precedentemente mi era sconosciuta. Osservando i lavori di questo fotografo ho potuto notare, come evidenziato da Cantoni nel corso dell’articolo, che le caratteristiche che contraddistinguono le opere e le foto di moda realizzate da La Chapelle sono i forti colori vivaci posti spesso in contrasto con eventi climatici che altrimenti risulterebbero molto più bui come attimi da affrontare. La Chapelle riesce inoltre a condire questi sui lavori con la rappresentazione di un’alienazione dalla società dell’essere umano contemporaneo, ma allo stesso tempo, con un’efficace rappresentazione delle profonde sensazioni emotive, è in grado di far cogliere agli osservatori più acuti una prevalenza del sentimento umano. Personalmente mi trovo in disappunto sulla definizione come “foto di moda” parlando di alcuni scatti dell’artista. In essi infatti racchiude un paesaggio, elementi comuni, colori vivaci,… oltre che una profonda scelta stilistica che pone in secondo piano l’elemento di moda che in realtà secondo tale definizione dovrebbe essere elemento principale dello scatto. Nelle foto di La Chapelle l’attenzione dell’osservatore è infatti dapprima catalizzata dall’insieme degli elementi presenti nel quadro dell’opera che risultano per esso quasi una fonte di shock non solo per i colori ma anche per la modalità con cui vengono raffigurate certe situazioni, solo successivamente il fruitore è in grado di procedere con una più attenta analisi di quelli che sono i singoli elementi che il fotografo ha scelto di inserire nell’inquadratura. Solo a questo punto l’osservatore riesce a rendersi conto di cosa in realtà sia ciò che lo ha colpito ad una prima occhiata. Vorrei dunque evidenziare che le sensazioni descritte dall’autore vadano espresse come puramente personali in quanto ognuno può giungere ad una percezione differente in base al proprio vissuto, mentre in tal modo l’autore cerca quasi di dare una linea guida all’osservatore per quel che riguarda il modo di approcciarsi al lavoro di La Chapelle anziché lasciarlo libero in questa esperienza. Personalmente cercando di conoscere meglio La Chapelle e i suoi lavori, ho potuto apprezzare la foto “The first supper”. Quest’opera è racchiusa nella serie New World, che l’artista ha realizzato negli ultimi anni. New World segna il ritorno alla rappresentazione della figura umana, che La Chapelle aveva abbandonato negli ultimi anni e in essa immagina il viaggio dell’anima dopo la morte e il paradiso, oltre a dare una propria rappresentazione della gioia, della natura e dell’anima, nello stile surreale e pop per cui l’artista è conosciuto. Ne “The first supper” è possibile notare come in una stessa opera riescano a coesistere richiami all’arte classica (la struttura compositiva mi ha personalmente richiamato alla mente “La Primavera” di Botticelli), aspetti religiosi e naturali ma allo stesso tempo anche elementi della quotidianità contemporanea (quali il copricapo indossato dalla figura femminile centrale che rimanda a quello indossato dalle ballerine di samba nel Carnival di Rio de Janeiro). A riguardo dell’opera e in generale a questa serie di lavori, La Chapelle afferma: “I reintroduce my personal ideas of trasfiguration, regainig paradise, and the notion of life after death”. Cercando di approfondire la conoscenza dei lavori di La Chapelle mi sono imbattuta nei lavori di molti suoi colleghi, ma il fotografo che nello stile ho trovato molto simile alle sue opere è stato Miles Aldridge. Anch’egli infatti ama sperimentare con i colori e le luci, che come egli stesso dice “possono creare il sole, o il traffico visibile attraverso una finestra, o la televisione accesa, dramma, mistero, desiderio, intrigo, orrore.” All’interno della sua produzione è possibile notare come inserisca nei suoi lavori elementi comuni derivanti dall’esperienza personale sebbene dedichi un’ossessiva cura dei dettagli e una precisa pianificazione. Per Aldridge infatti “la fotografia è come un film” le sue opere dunque sono assai complicate traendo ispirazione dalla produzione di Hitchcock, Bergman, Lynch, Antonioni e Fellini.

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    • sandro   20 Dicembre 2019 at 00:56

      Non sono capace di fare una disquisizione brillante come ha fatto Eleonora. Ma la penso come lei. Soprattutto mi ha colpito quello che ha scritto su Aldridge. In effetti se penso allo spot sul profumo di J.P. Gaultier che imperversa in Tv credo che abbia ragione. Questo prova l’influenza che LaChapelle sta avendo sui colleghi.

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  25. Lucia C (LABA)   17 Dicembre 2019 at 21:39

    Particolarità di LaChapelle che amo è la sua capacità di truccare la realtà. Nelle sue fotografie non viene mai rappresentato il mondo così com’è, ma il fotografo ha la capacità di trasportarci in un mondo parallelo, puro e soprattutto onirico. Si va quindi a costruire una sorta di seconda natura dove elementi elementi come cielo e terra assumono colori quasi del tutto surreali.
    Vengono presentate fotografie come ”Pietà with Courtney Love” oppure ”Accueil” che potrebbero essere considerate quasi blasfeme e presentate in mostre a due passi dal Vaticano. Come possono queste immagini, nella nostra società, non destare alcuna polemica? Secondo il mio parere ciò è dovuto alla grande carica percettiva che distoglie lo spettatore dal soggetto facendo vagare il suo sguardo da una zona all’altra in modo molto veloce. Altro motivo potrebbe essere la classicità delle pose e della composizione delle immagini; infatti LaChapelle pur allontanandosi dalla realtà rimane sempre molto attaccato a uno stile di base classicista.
    Una delle serie di scatti che ho preferito è Consumption dedicata all’eccesso e all’eccessiva indulgenza della società moderna. Il desiderio è una delle forze che guidano la dissolutezza delle nostre vite e dunque il soddisfacimento dei nostri voleri nasconde al suo interno il seme della totale dissolutezza. Il desiderio si mantiene vivo solo in assenza dell’oggetto desiderato e dunque quando si ottiene ciò che si vuole le persone si ritrovano quasi impoverite. Consumption rappresenta quindi le forze principali della nostra società che acquista infinite merci incrementando sempre più la sua ossessione per il possesso, ma trovandosi poi alla fine svuotata.
    Ritornando a LaChapelle penso che dal punto di vista della proposta della figura di una donna molto erotica e sensuale possa essere paragonato a Helmut Newton, il primo fotografo che ha utilizzato l’erotismo per rappresentare la bellezza estrema, soprattutto all’interno di campagne di moda. La sua provocazione ammalia, incanta, ma non tocca mai le corde della volgarità. Il suo obiettivo era quello di portare a galla la quotidianità ossia tutti quei desideri e fantasie appartenenti alla sfera quotidiana, ma costretti da una morale distorta, a restare “pensiero peccaminoso”. Egli propone quindi l’immagine di una donna quasi profana e peccaminosa. Allo stesso modo si comporta LaChapelle con le sue fotografie profane, ma che allo stesso tempo ci regalano attimini divini.

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  26. Chiara B. Laba   17 Dicembre 2019 at 22:49

    Si deve molto a David LaChapelle: un genio della fotografia e un osservatore di qualsiasi cosa o persona; mi affascina il fatto che da sempre studia e usa le crezioni degli artisti, come Michelangelo, per poi creare una sua modalità di stile originale.
    Conoscevo già il nome di David LaChapelle ma non mi ero mai soffermata sui suoi lavori: devo dire che si fa notare, nelle sue foto possiamo notare l’eccessivo, lo stile barocco e il colore forte, per questo possiamo intuire del perché colpiscono immediatamente lo sguardo dello spettatore.
    Questi aspetti li possiamo racchiudere con un altra sua opera non ancora citata, “Nativity” del 2012, nella quale notiamo che l’ironia e il glamour si fondono insieme, spesso le sue opere considerate trasgressive a causa del sottile equilibrio tra sacro e sacrilego su cui si muove l’artista nel rappresentare temi universali.
    E’ molto interessante anche il fatto che, da quello che possiamo capire dalle sue fotografie, l’artista fotografa ciò che non si vuole dire con le parole, facendo parlare già da solo il suo lavoro.
    Delle fotografie già citate, quella che mi ha colpito di più è “Deluge” per questo effetto di tranquillità in contrapposizione alla storia, nel quale i corpi dovrebbero essere terrorizzati e disperati, invece questi corpi ritrovano i valori universali; questo ci fa capire la grande forza della fotografia.
    LaChapelle secondo me, aprì un nuovo capitolo, dal momento che iniziò a realizzare “New World” perché si dovette interrogare sui temi del consumismo e del capitalismo, connettendoli all’idea dell’apocalisse e del diluvio. Basò questo lavoro interrogandosi anche sul cosa ci fosse dopo un diluvio, arrivando all’idea di un nuovo mondo, che non ha troppo a che fare con la mitologia ma con la speranza di un luogo dove qualsiasi persona possa essere una persona migliore, un luogo di unione, una sorta di paradiso.

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  27. Angelica L   18 Dicembre 2019 at 00:26

    Dopo la lettura dell’articolo e dopo aver visionato le opere di David LaChapell, ciò che rimane principalmente impresso almeno per quanto riguarda me, è la sua capacità di stravolgere e talvolta di sdrammatizzare uno scenario. Ciò che lo contraddistingue è il rendere le fotografie talvolta surreali tra colori accesi ed esagerazioni. Un’altra caratteristica intrigante è l’uso dell’ironia all’interno delle sue fotografie. Le sue opere denunciano problematiche contemporanee come il consumismo e con una sfrenata esigenza di apparire. Legandomi a questo concetto che ho ritrovato nell’opera Milla Made a Collage, New York, the Face , 1995, che ritrae una donna dallo sguardo compiaciuto, come se si trovasse in uno stato di piacere e benessere, con uno sguardo alquanto provocatorio. Soffermandomi sul background ho notato elementi che rimandassero a vizi, piaceri e consumi. Penso che questo concetto sia tutt’oggi presente nelle nostre vite, l’interpretazione che ho dato io a quest’opera è legata al fatto del bisogno, che ci si sente soddisfatti ed appagati solamente se si hanno oggetti legati al piacere. Credo infatti che anche in questo caso come in molte altre opere di LaChapelle l’aver ritratto una donna semi-nuda, sia stata un’azione provocante, in quanto tutti siamo attratti dalle cose belle. Andando alla ricerca di un fotografo che potesse rimandarmi alla complessità di caratteristiche di LaChapelle, mi sono imbattuta nelle fotografie di Tejal Patni. Laureato alla Sir JJ School of Applied Arts ha iniziato come fotografo di scena.. Ha girato per Harvey Nichols, Bloomingdales, Chanel, Hugo Boss, Levi’s, Splash Fashions, Emirates Airlines e tutta una serie di alcuni dei marchi più interessanti del mondo, tra cui il famoso “Calendario Splash” che ha raggiunto fama mondiale.
    “Ho sempre cercato di “spingere un po ‘le cose”, dare alla gente qualcosa che non avevano mai visto prima.” Mi hanno subito colpito e rimandato LaChapelle le caratteristiche del surrealismo, dell’apparente caos causato dell’immagine e dal fatto che la fotografia colpisce, ci conduce a porci domande, non mi permette di distogliere immediatamente lo sguardo dall’immagine cosa che ad oggi capita continuamente. La cosa che ho trovato in comune è il fatto che entrambi portano lo spettatore ad indagare e provare a comprendere la fotografia.

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  28. ChiaraCLaba   18 Dicembre 2019 at 00:31

    LaChapelle sdogmatizza e critica quelle che sono le convenzioni attraverso un processo di desemantizzazione e di esonero del soggetto rispetto al contesto. Si limita a rappresentare il soggetto senza porsi il problema di come rappresentarlo. E’ evidente ,dunque, che, dando più importanza al significante rispetto al significato, abbia un approccio nettamente, o per lo meno, prevalentemente estetico all’arte (ciò non esclude il fatto che voglia trasmettere dei messaggi molto profondi). LaChapelle replica opere d’arte sacre rinascimentali sfruttandone la notorietà e dunque la cultura visiva secolarizzata rischiando di cadere nel kitsch, nell’eccesso, nel banale e nell’ironia, ma d’altronde è proprio quello che vuole lui, dato che non si preoccupa, o per lo meno non ha paura degli “effetti collaterali” che le sue fotografie possono generare. Molte volte è proprio dallo scandalo, da qualcosa di nuovo, inaspettato che nasce il successo, proprio perché l’arte, secondo me, ha bisogno di originalità, di novità, di uscire costantemente fuori dagli schemi, per quanto sconvolgente possa essere, basta avere il coraggio di spingersi oltre, un po’ come lui. C’è da dire che LaChapelle segue degli ideali ben precisi, un po’ come tutti noi, e uno dei tanti è la bellezza. Come dice in un’intervista: «Perché la bellezza non deve essere mai banale. E l’arte deve sfidare i preconcetti: bisogna togliere l’iconografia religiosa dalle mani dei fanatisti, e il nudo al monopolio della pornografia. Cerco di avere sempre una visione ottimistica, che offra ispirazione». Non è detto che tutto debba essere preso con estrema serietà solo perché delle convenzioni lo impongono o altrimenti può risultare blasfemo o eccessivo o ridicolo o addirittura banale; in un mondo, poi, ormai senza regole e senza limiti tutto ciò mi sembra profondamente moralista ed incoerente. Io personalmente adoro i suoi scatti proprio perché sono fuori dal comune, pieni di stile e molto evocativi, con chiare note utopistiche. Osservando le sue foto sembra veramente che il fotografo concretizzi i suoi ideali utopistici rendendoli verosimili, con effetti e giochi di colore, rendendo il tutto quasi magico. Ad esempio nei suoi scatti per il calendario Lavazza 2020, sembra di vedere, appunto, un “realismo magico”, uno stile pittoresco che sembra innestare spiritualità e materialismo. Ed è magnifico perché sembra di sognare, ti chiedi se quello che vedi sia realtà o finzione o entrambi. In un’intervista a proposito del calendario Lavazza dice: «Ho unito persone, modelli e modelle, alla natura. Alle Hawaii ho potuto ricreare un giardino dell’Eden. Gli scatti sono immagini in cui volersi immergere. Scappare dentro una foto, e ritrovarsi con aria pulita, niente plastica, a fianco di Madre natura». E’ vero, guardando le immagini mi viene proprio voglia di immergermi e scapparci dentro, come se fossero ambientate in un mondo paradisiaco, idilliaco, in cui ti senti al sicuro. Concludo dicendo che credo mi sia arrivato il messaggio insito nelle opere di LaChapelle; provo le stesse sensazioni che descrive il fotografo, mi immedesimo, vado oltre i dogmi e le convenzioni comuni, me ne frego della ragione, parlo semplicemente attraverso le mie sensazioni immediate, le sue fotografie sono un estremo piacere per i miei occhi e io in tutto ciò vedo assolutamente del bello. E credo che l’intento del fotografo sia, almeno in parte, proprio questo.

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    • luc97   19 Dicembre 2019 at 09:52

      Sono stato colpito dalla tua vision dell’effetto LaChapelle. Credo che il tuo approccio sia quello di tutti noi cioè fregarsene delle convenzioni e lasciarsi trascinare dalla bellezza delle fotografie.

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  29. Lorenzo LABA   18 Dicembre 2019 at 03:13

    Contemporaneo, rivoluzionario, bizzarro, teatrale, iconico, in due parole: David LaChapelle. Esso è decisamente un fotografo e regista statunitense estremamente sovversivo, si può dire inoltre che LaChapelle ha rivoluzionato totalmente la rappresentazione della moda e la mentalità di essa. In ogni sua foto, oltre a notare diversi tipi di dettagli, possiamo notare a livello percettivo diverse forze che stupiscono il nostro sguardo. Esso inoltre ha l’abilità, o meglio il potere di distorcere completamente l’idea della “naturalezza” creando così immaginari surreali mai visti prima. Inoltre, ritornando al fatto della sua capacità di distorsione dell’immaginario collettivo della moda, è riuscito a cambiare la visuale di figure che noi definiamo “strane”, rendendole necessarie nell’immaginario della trasgressione. Ora cito l’icona simbolo dell’evoluzione identitaria che passa necessariamente dal cambiamento fisico, diventata icona artistica grazie al lavoro con David LaChapelle: Amanda Lepore. Essa grazie al fotografo è diventata un’icona sia della moda sia come protagonista di importanti campagne. Ho voluto citare questa icona poiché non solo David LaChapelle ha realizzato grandi opere d’arte basate su Amanda Lepore che hanno riscosso un successo inimmaginabile, ma il fotografo ha reso vivo ciò che è per lui l’ideale della figura della “stranezza”, della distorsione della natura, che si destreggia tra pensiero e giudizio e che, guardandola, fa si che questi diventino quel sano senso di colpa che si nutre verso chi ha il coraggio di dire la verità, la verità su se’ stessi che diventa un manifesto per tutti noi, un atto di coraggio biondo platino.

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  30. ann   19 Dicembre 2019 at 09:40

    Mi sono piaciuti gli interventi alla discussione. Mi sorprende che nessuno abbia detto che David Lachapelle ha fatto spot bellissimi. I suoi video sono inconfondibili e secondo me dovrebbero essere ricordati.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 Dicembre 2019 at 12:39

      Quello che dici è vero. Per esempio considero notevole il corto fatto per Diesel 1917, intitolato Make love not walls. È un crescendo che finisce con una tipica figurazione di valori importanti: il muro che esplode, ragazzi che ballano felici, carri armati di gomma sollevati. Naturalmente non danzano come negli spot per rimbambiti della Tim. Risultano più veri, energici.
      Il corpo in movimento ritmico ha sempre interessato DLC. Il suo primo film si intitolava Rize, alzati e balla, uscito nel 2005, credo. Era un film/documentario sulle tribù metropolitane di Los Angeles, centrato su sfide di danza improvvisata. Quando lo vidi mi face una ottima impressione.

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  31. Sara G. LABA   19 Dicembre 2019 at 16:36

    David LaChapelle ha segnato con il suo stile un’intera epoca della fotografia contemporanea della post pop-art. Il suo nome è sinonimo di eccesso e trasgressione, si pone al confine tra il buon gusto e il kitsch. E’ un artista “al limite”, che non lascia spazio ad atteggiamenti intermedi: lo si ama o lo si odia, senza vie di mezzo. Dalle sue opere emerge in maniera consistente il concetto di tragedia, di distruzione, di abbandono, di degrado in un’atmosfera apocalittica enfatizzata dalle tinte sature e tonali. Tutto è netto, tutto è sullo stesso piano perfettamente a fuoco, non esiste lo sfumato, la profondità di campo. Il suo stile è ironico, dissacrante, surreale, barocco. Nella sua opera “The Deluge” l’artista rappresenta gli orrori del nostro tempo, proprio come accadde negli scatti del fotografo inglese Martin Parr. Mi riferisco in particolare a “The Last Resort: Photographs of New Brighton”(1986), rassegna impietosa dei riti collettivi, dell’omologazione estetica e culturale, del trash food e del cattivo gusto. I colori sono saturi, brillanti e il soggetto è isolato da un colpo di flash che lo stacca dal fondo: esemplare da collezione in una galleria di orrori del nostro tempo. Parr rappresenta scenari, ritratti e dettagli eloquenti di un desiderio compulsivo e irrazionale, della corsa disperata al piacere a ogni costo, all’appagamento della vista e del gusto. E’ nel turismo di massa che la fotografia di Martin Parr trova il terreno ideale. E’ come guardare la realtà contemporanea attraverso una lente deformante: è uno sguardo sui riti della borghesia inglese ma in una prospettiva ravvicinata, impietosa, per così dire “ubriaca”, senza filtri o attenuanti, che genera un sentimento di provocazione e trasgressione ricorrente anche nelle opere di LaChapelle.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 Dicembre 2019 at 23:50

      Molto coinvolgente la tua descrizione della foto di Parr. Non avrei potuto far meglio. Tuttavia avvicinarlo allo stile di DLC… mah! È vero che lo hanno scritto anche altri ma non sono convinto. Vedi, per me Parr lavora con pezzi di reale e fa di tutto per farceli percepire come tali. Le sue immagini non ci lasciano indifferenti ma disturbano. DLC ha bisogno di trasfigurare gli oggetti presi nel campo fotografico per sorprendere le nostre attese donandoci un sentimentico ludico. È solo la mia opinione naturalmente. Che non toglie nulla alla tuo pertinente intervento.

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      • AlbertoL   27 Dicembre 2019 at 16:19

        Ho conosciuto il fotografo in questione solo tramite un lavoro che aveva come soggetto Travis Scott, artista americano che insieme a pochi altri sta cambiando il movimento di quella che prima era cultura suburbana e che ora sta diventando a tutti gli effetti cultura planetaria. E al netto di quelli che sono i tecnicismi (che fondamentalmente poi riconosco ma non conosco), mi rendo conto che quello che apprezzo di più é il suo modo di muoversi in maniera funambolica tra concetti diametralmente opposti fra loro. In primis, i riferimenti pop associati a quelli religiosi con i quali fa emergere una sarcastica austerità per la quale si rimane interdetti e continuando poi con questa visione di una fine del mondo super edulcorata che contemporaneamente emana una sorta di malinconia e solitudine intrinseca che per forza di cose lascia allo spettatore un retrogusto dolce amaro sul quale poi si può ragionare.
        Sulla base di questo ho trovato i lavori pubblicati nell’articolo, insieme ai portrait di Scott molto coerenti e molto interessanti e per i quali poi la fotografia passa a diventare arte, intesa come materia di riflessione.

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  32. genny   21 Dicembre 2019 at 09:40

    Il Paradiso New Age di LaChapelle saranno pure foto belle ma che messaggio danno? Che il pianeta sta benissimo? Ho letto l’articolo con piacere ma se mi è permesso avrei una critica. L’autore è troppo interessato a descrivere effetti fotografici e poco propenso a prendere posizione sui contenuti delle immagini.

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  33. maurizio   22 Dicembre 2019 at 12:17

    Genny mette il dito nella piaga. I contenuti delle foto di LaChapelle sono sempre al limite. Nella mostra a Venezia ho visto la foto della natività con il Minotauro di colore con fuori tutti gli attributi. Cosa voleva dire? che è lui il fecondatore? La foto colpisce, impressiona. Io però la spiritualità proprio non la vedo. Cioè sì, ma è imbarazzante. Usare la bellezza per mettere a disagio è storia già vista. Strano che funzioni sempre.

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  34. Lamberto Cantoni
    Lamberto   23 Dicembre 2019 at 13:54

    Per Maurizio.
    Guardo l’infante nella foto (Nativity, 2012) che citi e noto subito che non ha gli zoccoletti al posto dei piedini e nemmeno le cornine. Da questo deduco che il Minotauro fecondatore è una tua paturnia mentale. Non credo che DCL voglia seminare disagio. Al contrario le sue visioni hanno quasi sempre un fondo di ottimismo. Dalla grande arte del passato il fotografo mutua l’effetto percettivo dell’ordine formale della scena, al quale sovrappone con la sua magistrale orchestrazione di luci e colori la scintillante entropia percettiva utile per infondere al tema prescelto la suonata emotiva che ritiene conforme all’effervescenza semantica (non facilmente linearizzabile) con la quale il fruitore deve fare i conti.
    Per semplificare: immagina che il senso della natività abbia come contesto territorio e popolazioni dei tropici. Al posto dei re Magi, della mucca e dell’asinello etc. etc. devono per forza apparire altre figure. Non mi risulta che asini e mucche, animali notoriamente rincoglioniti dall’addomesticamento, nella savana possano sopravvivere come fanno i rinoceronti & Co. Probabilmente l’uomo che indossa una maschera a testa di toro, vuole raffigurare lo stretto legame che il pensiero selvaggio stabilisce tra uomini e bestie.
    E non sono sorpreso di vedere nella foto, sciamani o guerrieri tribali invece che personaggi vestiti alla mustafà.
    Non ci vuole molto a capire lo straniamento al quale DLC sottopone il mito in oggetto. Cosa vuole dire l’immagine? Probabilmente vuole ricordarci che tutte le natività hanno qualcosa di divino a prescindere dal colore della pelle e dalle decorazioni narrative.
    Per Genny.
    Credo che tu ti riferisca alla serie di foto conosciute come New World. Effettivamente presentano un surreale Paradiso cioè un paesaggio che sembra in sospeso tra sogno e realtà. Direi che la visione di DLC è una divertente alternativa alla teoria dei 3 Paradisi di Pistoletto, l’artista maestro in percezioni “povere”.
    Il primo paradiso sarebbe la natura. Il secondo sarebbe quello artificiale creato dall’uomo. Il terzo e il più importante sarebbe il risultato di una collaborazione tra uomo e natura. Questa necessaria nuova alleanza viene costantemente ricordata da Pistoletto attraverso un metodo di essenzialità percettiva (che non esclude naturalmente il grande valore del messaggio). La tattica di DLC è l’opposto, l’esuberanza percettiva ci proietta in un mondo utopico che ripristina il rapporto con la natura all’insegna dell’entusiasmo, dello stupore. Quindi le opere di Pistoletto funzionano come un “monito”, quelle di DLC come una “speranza””desiderio”. Di cosa abbiamo più bisogno oggi?

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  35. maite LABA   27 Dicembre 2019 at 19:51

    David LaChapelle è sicuramente un personaggio che ha superato un limite e proprio per questo motivo è definito trasgressivo e rivoluzionario.
    Un artista che ha reso la sua fotografia un’arte surrealista, quasi da essere confusa con un quadro di Dalì, da lui molto amato e stimato.

    Nelle sue opere il fruitore può immergersi in mondi carichi di dettagli che possono sembrare parte della totalità del quadro, ma in verità si potrebbe analizzare ogni singolo elemento e comunque, questo avrebbe un significato profondo.
    Prendiamo come esempio ‘’Heaven to Hell’’, lo sfondo si confonde con il paesaggio che è sia contenuto che contenitore.
    Al centro, altri personaggi alludono alla morte di cristo.
    A proposito del Cristo, un Cristo biondo?!? È divertente e provocatorio. Mi piace.

    Sicuramente questa sua caratteristica e questo suo stile ha avuto un enorme trasformazione quando ha visitato gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina.
    Da li ha creato una delle sue opere più famose ispirato al ‘’ diluvio universale ‘’ di Michelangelo : ‘’Deluge’’ (2006) toccando con grande abilità ed eleganza un tema molto delicato, la contemporaneità.
    Creando un vero e proprio ‘’quadro fotografico’’ che critica l’uomo post moderno e la sua paura del grandi cambiamenti.

    Condivido la scelta di riprendere un opera famosissima di Michelangelo per un fine commerciale e di visibilità.
    Dal punto di vista strategico di marketing è una ottima opportunità di entrare in un contesto che ‘’fa chiacchera’’.
    Sono sicura che molti commenteranno questa mia affermazione dicendo : ‘’ti sbagli Maite, l’arte non ha assolutamente un fine commerciale’’, ma non bisogna dimenticarsi che LaChapelle è prima di tutto un fotografo, e le sue opere sono estremamente ricercate, ma di certo non gratis.

    inoltre, ho un altro pensiero riguardane la scelta di riprendere Michelangelo.
    È interessante accostare le due opere storicamente: a Michelangelo è stato commissionato ‘’il diluvio universale’’ da un Papa, per l’esattezza Papa Giulio II, con il compito di immortalare una scena biblica che ha la funzione di essere immortale e duraturo.
    Mentre LaChapelle la ripropone ai giorni nostri dove il duraturo non esiste, ogni cosa sembra essere al limite della devastazione e tutto si sta frantumando.

    Sicuramente nel 500 la chiesa era un caposaldo, Dio era una figura che rasserenava l’intera umanità.
    Ai giorni nostri, il mondo mondano sta cedendo, a cosa ci aggrappiamo? Di chi è la colpa di questo disastro?

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   28 Dicembre 2019 at 10:19

      A me risulta che Giulio Ii fosse chiamato il Papa terribile per la sua ferocia. A quei tempi Dio non rasserenava un bel niente. Nel suo nome si combatteva, si bruciavano donne e liberi pensatori. Cara Maite sono d’accordo con quello che scrivi su LaChapelle ma non con il tuo finale. Cioè la domanda che poni è giusta, però sembra che il mondo stia cedendo perché Dio è morto. Non sono d’accordo. Il mondo sta cedendo perché siamo degli stronzi che non vogliono cambiare stile di vita e di pensiero.

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  36. Maite   28 Dicembre 2019 at 12:30

    Antonio, è vero che Papà Giulio II era definito “ terribile” ma non confonderti con il suo volere ed il volere della chiesa, l’ho citato solo perché era il committente.

    Hai detto bene, si combatteva, si bruciavano donne definite streghe ecc.

    Ma in verità chi voleva il tutto? La chiesa.
    Il suo monopolio politico ha portato a compiere tali atti.
    E la cosa più importante da sottolineare è che la popolazione credeva ed incitava queste pratiche.
    Questo è il senso di appartenenza che noi umani necessitiamo per sopravvivere.

    Siamo animali sociali e ci dobbiamo sentire parte di qualcosa, una famiglia, una comunità, una squadra.
    Purtroppo è anche vero che viviamo nel mondo dell incertezza, dove la frenesia del mondo può spaventare.

    Alla fine era il tema della biennale d’arte di Venezia di quest’anno “ may you live in interesting times”.

    E credo che LaChapelle volesse esprimere proprio questo concetto.

    Da ciò mi ricollego alla tua espressione sulla morte di Dio:

    Dio non è morto, attenzione, l’ho utilizzato solo come metafora e penso sia solo meno presente.
    Ritengo che sia uno dei tanti motivi per cui il mondo sta crollando.

    Per non creare incomprensioni vorrei dire che io non ritengo che la figura di Dio ci debba per forza essere, ma sicuramente per alcuni è un “ porto sicuro “.

    Le domande di conclusione non riguardavano solo Dio e la religione.

    Concordo con te che la popolazione (soprattutto italiana) non vuole cambiare pensiero o stile di vita ma per paura.
    Temiamo la novità perché è scomoda, ma da qualche anno ormai noi tutti DOBBIAMO cambiare.
    Ne è un esempio il “Friday for future”, i giovani lo sentono e questo grazie al senso di appartenenza che ci accomuna.
    Poco a poco le novità verranno accettate, ne sono sicura.

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  37. Michela (L.)   28 Dicembre 2019 at 15:35

    La personalità e la genialità di LaChapelle sono più uniche che rare, in quanto si distinguono da qualsiasi personaggio vi sia mai stato nella storia. Ha la capacità di attingere da svariate fonti culturali, anche piuttosto elevate, pur brillando di una luce propria e direi unica.

    Si tratta di un particolare personaggio, all’apparenza rivoluzionario ma probabilmente in realtà meno di altri. Con questa affermazione intendo che LaChapelle ribalta il senso della disciplina della fotografia. La fotografia consiste spesso o nell’immortalare momenti naturali e spontanei da cui è possibile estrapolare il significato, o nel comporre una scena, in maniera artificiale, che comunichi specificatamente un messaggio voluto dall’artista ma che, nel complesso, appaia comunque naturale così che mantenga credibilità. LaChapelle al contrario compone “banalmente” una scena totalmente artificiale, fuori dagli schemi, volutamente surreale dove spesso vi sono dissonanze tra i personaggi ed il contesto; questo modus operandi che ricorre in tutte le sue opere, è il suo segno distintivo ed è portavoce della comunicazione pura e senza filtri dell’artista. Le sue fotografie, costruite minuziosamente nel singolo dettaglio, sono così finte, così surreali, da rappresentare alla perfezione la “reale realtà”.

    Il paradosso a cui va incontro il lavoro di LaChapelle è esattamente il fulcro della sua genialità. Se ci soffermiamo ad esempio su “The Kardashian family Christmas card” ritroviamo esattamente tutte le caratteristiche citate sino ad ora. La scena è indubbiamente costruita su luoghi comuni, esagerazioni e idealizzazioni di un mondo hollywoodiano che, seppure consapevoli dell’artificio e dell’estremizzazione rappresentati, tendiamo a pensare realmente in questo modo nella nostra mente. È qui che entra in gioco il lavoro percettivo che LaChapelle attua nelle sue opere: sapendo che la nostra percezione è spesso soggetta a distorsioni, lui decide di rappresentare le percezioni della gente anziché scegliere tra la realtà o la finzione; ecco perché ci appare tutto così reale.

    L’estrema credibilità che le fotografie trasmettono è probabilmente la conseguenza del fil rouge che lega la finzione della scena alla finzione da cui siamo circondati nella società odierna, soffocata dalle continue immagini del consumismo, dall’importanza materiale degli oggetti, dalle apparenze che, seppure fasulle, ci categorizzano in diverse “tipologie di persone”. L’esempio più lampante ed esplicativo che racchiude questo discorso, si può ritrovare nella chirurgia plastica: quanto tempo passiamo a contemplare bellezze che altro non sono che false?

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    • mary   29 Dicembre 2019 at 09:58

      Michela dice delle verità. Ma a me non sorprende vedere che ammiriamo facce e corpi modificati dalla chirurgia plastica. LaChapelle è talmente giusto che potrebbe fare apparire bella qualsiasi cosa. Mi sorprende sapere che l’intervento chirurgico estetico è il primo desiderio tra i giovanissimi. Non sono convinta che il messaggio del fotografo sia una critica. Essendo belle foto potrebbe risultare un incitamento a modificare se stessi.

      Rispondi
      • Michela (L.)   29 Dicembre 2019 at 13:45

        Infatti Mary non ho voluto parlare né di critica alla società né di approvazione, ma semplicemente di quanto le sue immagini rispecchino la “falsità” della realtà dei nostri tempi, in maniera oggettiva. Personalmente non ritengo le fotografie di LaChapelle critiche, secondo me lasciano spazio alla libera opinione di ciascuno di noi; è come se lui volesse soltanto ritrarre un mondo che vede.

        Rispondi
  38. Antonio Bramclet
    Antonio   28 Dicembre 2019 at 19:35

    Le precisazioni sono giuste. Però cara signorina Maite io non sono sicuro che basti qualche piazza piena di sardine, per realizzare novità così impegnative. Ecco perché apprezzo artisti come LaChapelle, un’ex giovane, che a loro modo contribuiscono a farci sentire quanta bellezza rischiamo di perdere.

    Rispondi
    • genny   28 Dicembre 2019 at 19:53

      Ehi! Maite e Antonio, come siete mielosi. Ma siete sicuri che a Lachapelle gliene freghi qualcosa delle vostre disquisizioni politico religiose. Per me Michela fa la lettura giusta quando dice che è la celebrazione della finzione che prende il posto della realtà ad interessarlo.

      Rispondi
    • maite   29 Dicembre 2019 at 10:22

      Antonio, mi dispiace ma hai preso lucciole per lanterne.
      Non ho menzionato il movimento delle sardine, ho fatto riferimento a ”Friday for Future” che è un movimento ambientalista, e soprattutto non politico, a livello mondiale.
      Con questi piccoli gesti, noi giovani ci facciamo sentire.
      L’arte è un canale di comunione che ci fa interrogare sul mondo circostante, ed io la adoro per questa ragione.
      Purtroppo l’ arte nel mondo odierno non dispone della necessaria urgenza per potere modificare la ”status quo”.
      I movimenti, hanno la forza e un impatto mediatico immediato per smuovere le coscienze della gente e dei politici, per spingerli ad agire.

      cara genny, sono discussioni.
      Credi che Lachapelle non si sia interrogato su questi temi ? Ne dubito.

      Rispondi
      • Antonio Bramclet
        Antonio   29 Dicembre 2019 at 11:38

        Hai ragione ero molto bevuto. Però i movimenti esistono da sempre. Quando mai hanno combinato qualcosa?

        Rispondi
  39. Sofia LABA   31 Dicembre 2019 at 18:40

    Non ero a conoscenza di questo artista prima di leggere l’articolo ed è stato interessante scoprire questo suo mondo, caratterizzato da uno spirito critico-cinico, ma anche ironico.
    E’ interessante notare come LaChapelle modifica i personaggi dello star system, ovvero riprende dipinti del passato e li ripropone in chiave moderna ed eccessiva. Ad esempio mi è rimasto impresso lo scatto fatto a Michael Jackson nei panni di un angelo che con le ali bianche, calpesta il diavolo.

    Ma venire a sapere che la copertina del terzo album di uno dei cantanti che ascolto costantemente è stata scattata da David LaChapelle mi ha emozionato. Travis Scott e David LaChapelle hanno collaborato per creare una copertina spaziale.
    La cosa interessante è che ogni volta che sentivo questo album mi chiedevo guardando l’immagine, chi avesse scattato questa copertina strepitosa, ma non ho mai fatto una ricerca approfondita. Infatti quella che appare una semplice cover di un album cela dietro di sé la pura essenza dell’arte di LaChapelle.

    Inoltre appena aver letto l’articolo ho pensato che LaChapelle potesse avvicinarsi molto alle foto dell’artista, fotografa e regista americana Cindy Sherman. Forse per i colori vivaci e sgargianti o forse perché entrambi trattano di tematiche sociali importanti.Anche se Cindy Sherman aveva come protagonista delle fotografie se stessa, mentre LaChapelle come già detto prediligeva personaggi dello star system, entrambi hanno un modus operandi simile.
    I personaggi della Sherman erano allo stesso tempo divertenti, scioccanti, commuoventi e sgradevoli, per far ciò utilizzava delle parrucche o si travestiva da clown.
    A mio parere proprio i clown rappresentano un punto di incontro tra il lavoro di LaChapelle e quello di Sherman; queste opere fanno riflettere.

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  40. Emanuele L   2 Gennaio 2020 at 15:20

    Sinceramente non trovo nulla di geniale in questo artista, mi riesce difficile persino commentare in quanto sarei bugiardo nel dire che LaChappelle mi sia piaciuto.
    Colorato, eccessivo, forse kitsch: si riconosce già dopo uno sguardo.
    Ironia e glamour si fondono nelle sue opere trasgressive, si muove LaChapelle tra sacro e sacrilego, ne è un esempio l’opera Nativity.
    Per questo credo non mi sia piaciuto, troppo eccentrico!
    Tuttavia ammetto che i portrait sono fantastici, ironici, sempre nello stile di LaChappelle però li ho trovati veramente originali in particolare quelli di Eminem.

    Rispondi
  41. Chara C. (L)   3 Gennaio 2020 at 16:41

    Ho visto spesso in giro per il web delle immagini di LaChapelle senza sapere chi le avesse realizzate, comportamento solito in questa società dove veniamo costantemente bombardati di stimoli visivi, ma grazie a questo articolo ho avuto l’occasione di collegare le opere all’artista.
    Oltre alle immagini presentate ho fatto una ricerca di altre sue opere per capire meglio con quali soggetti ha lavorato e quali provocazioni ha stimolato e trovo molto interessante il suo lavoro.
    Anche un profano capirebbe subito se sono sue opere o meno. Colori brillanti e intensi, personaggi carichi di significati sia per le loro personalità nella realtà ma anche per il ruolo che interpretano nell’immagine. Espressione dei volti, vestiti (che spesso mancano) e dettagli in ogni mm di immagine rendono i suoi lavori delle opere che difficilmente dimentichi. L’insieme dei colori, delle luci, degli elementi e delle composizioni sono così straordinariamente comunicativi che a volte ti viene da riflettere se quella percezione della scena fosse voluta dall’artista oppure è una tua costruzione mentale.

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  42. mario L   4 Gennaio 2020 at 09:50

    Non credo ci sia innovazione in ciò che LaChapelle ha realizzato.
    Trasgressivo, innovativo, surrealista, comico, pazzo, barocco, contemporaneo, sono definizioni e non solo queste, che non lo rendono diverso od innovativo da altri.
    Prima di lui ci sono stati molti altri artisti, sicuramente si può differenziare da loro per ciò che mette di suo nelle sue opere, ma non che sia un rivoluzionario.
    Ai tempi d’oggi vi è la possibilità di poter utilizzare altri modi di espressione che rendono all’occhio qualcosa di diverso che ai tempi a dietro non esisteva.
    Ma prendiamo artisti come Duchamp, che sulla Gioconda di Leonardo da Vinci è riuscito a giocare con dei baffi e una frase, tanto da renderla lo scalpore di quel tempo.
    Tanti altri artisti non riconosciuti hanno fatto tale cosa, rendendo opere d’arte dei veri e propri pezzi glamour, scherzosi, trasgressivi, utilizzati anche per pubblicità.
    Sicuramente lui ha avuto l’idea di renderle uniche a suo modo, e sopratutto di utilizzare tematiche contemporanee molto forti, una tra le tante che è quella religiosa, da rendere la critica molto pesante, visto che può dare molto fastidio.
    Sicuramente, essendo stato uno studente del Liceo Artistico amante dell’arte, posso dire che di furbizia ne ha usata tanta, non è sempre facile sdrammatizzare l’arte o renderla un Black Humor o anche una semplice opera comica, ma LaChapelle ci è riuscito tanto da creare scalpore e critiche.

    In effetti, ciò che mi ha colpito di lui, è stata la sua capacità di riuscire ad incastrare personaggi dello star-system, con opere da lui amate di Michelangelo, utilizzando questi colori molto accesi, che rendono il tutto un cerchio di esplosione, immergendole in tematiche forti che chi se ne capacità, riesce a coglierne il messaggio.

    – Bisogna sempre capire quale messaggio vi è dietro un’opera e non guardarla mai come se fosse un disegno qualunque.

    Da notare in oltre, come lui renda le opere simili a dei frame di alcuni film, uno in particolare che mi viene in mente è “kingsman”, quindi molto interessante l’utilizzo delle cromie e della composizione.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Gennaio 2020 at 10:28

      Non mi risulta che nello script iniziale venga usata la parola “innovazione” e nemmeno “rivoluzione”.
      Di fronte a oggetti caratterizzati da una forte carica espressiva, la nostra mente quando funziona bene, va alla ricerca di specificità cioè di caratteri che li differenziano da ciò che deve rimanere nello sfondo.
      In tal modo possiamo parlare per esempio di stile individuale.
      Naturalmente nessuno crea dal nulla. E la ricchezza culturale di una immagine, la sua profondità, dipende da queste correlazioni con tracce che rinviano alla soluzione di problemi (formali) comuni con intere generazioni di artisti.

      Rispondi
  43. MelitaL   4 Gennaio 2020 at 12:43

    La prima volta che ho guardato e osservato più attentamente le fotografie di David Lachapelle, ho provato due sentimenti opposti contemporaneamente. Il disgusto non mi faceva distogliere lo sguardo dall’immagine: mi portava a voler vedere ogni minimo particolare, per cercare di capire cosa intendesse dire con la sua messa in scena. Credo che la prima caratteristica delle sue opere, quella che attira lo sguardo in un mondo pieno di immagini, siano i colori e i loro accostamenti esagerati e surreali.

    È un po’ come le opere d’arte, come citato anche nell’articolo, di Andy Warhol: prendiamo in esempio la sua Marylin Monroe. Le cromie sono la ragione per la quale la nostra attenzione si sposta e si concentra su quell’opera, con il desiderio di non stancarsi mai di osservarla. Soltanto dopo le cromie, ci accorgiamo che scompongono il volto dell’iconica Marylin. La caratteristica più sconvolgente è ci sentiamo e reagiamo allo stesso modo davanti alle immagini di Lachapelle.

    Attirati dalle cromie, soltanto in seguito il nostro cervello compone l’immagine e collega le figure presenti nella composizione, a quelle che conosce nella realtà. In seguito, però non va a cercare e a sforzarsi per capire il significato, gli basta questo: l’impatto visivo che ha l’immagine sul fruitore è così forte, che non ti serve sapere o comprendere cosa ce dietro.

    In realtà le sue opere/immagini prendono e raccontano la realtà, che sia presente, passato o futuro; addirittura i suoi racconti potrebbero essere posti in qualsiasi epoca, perché parlano dell’umanità, delle sue credenze e caratteristiche comportamentali sempre presenti.
    Prendiamo in esame, per esempio, l’opera dover viene rappresentato Michael Jackson, che “sconfigge” e calpesta un diavolo rosso, con sullo sfondo una tempesta sul mare. Personalmente la prima caratteristica dell’immagine, che ha attirato e emozionato il mio sguardo, è stato l’accostamento della cromia bianca con quella rossa, che su un sfondo composto tonalità neutre, come il nero e il grigio, spicca.

    Soltanto in un secondo momento la mia percezione si concentra su cosa queste cromie compongono. L’interpretazione però è libera: nella fotografia non si comprende cosa l’artista volesse dire, e sinceramente è così esteticamente attraente ma kitsch, che neanche mi interessa. La mia mente vaga cercando diverse interpretazioni, ma senza sforzarsi troppo, perché è già soddisfatta soltanto dal suo aspetto esteriore.

    È per questo motivo che ha funzionato come fotografo di moda: le cromie che attirano l’attenzione, assieme alle composizioni caricate bastavano al fruitore comune per concentrarsi sull’immagine, sull’aspetto esteriore delle figure rappresentate – capi che indossano. Non riuscendo a percepire il significato nascosto, legato alla realtà, delle sue opere ci si concentra sulle caratteristiche che attraggono e vengono fruite da tutti – la moda e i vestiti.

    A differenza dei fotografi di moda che l’hanno preceduto, ha dato inizio ad un modo diverso di includere gli abiti nelle fotografie. Creando apparentemente mondi surreali, ma che vadano in un secondo piano a rappresentare i problemi, drammi e caratteristiche della società e della realtà, che non è necessario siano del presente.

    Prendiamo, per esempio uno dei fotografi più importanti e artisticamente significativi del Novecento: Horst. La sua fotografia non ritraeva mondi fantastici o la realtà, ma voleva raccontare un sogno di bellezza, eleganza e glamour: a differenza di Lachapelle, che del glamour e della bellezza, intesi in modo classico e convenzionale, non gli interessava. Nelle immagini di Horst si rintracciano i riflessi del classicismo greco, del Bauhaus, mentre in Lachapelle ci sono Michelangelo e Andy Warhol, così da andare a rappresentare no una bellezza elegante, classica, sensuale, ma quella che è il risultato di grottesche degenerazioni degli ideali di bellezza: con la rappresentazione di uno stile ultra glamour.

    Le immagini di Horst si concentrano sulla bellezza classica e evocativa, le sue immagini per questo ci sembrano distanti e appartenenti ad un’altra epoca. Anche se la bellezza rappresentata è eterna, è pur sempre legata ad una cosa che non c’è più. Lachapelle con il suo kitsch, ci racconta qualcosa che c’era e ce, che è reale: anche se il mondo rappresentato nelle sue fotografie è surreale, è più realistico delle fotografie eleganti e distanti di Horst.

    Personalmente quando guardo le opere di Horst mi vengono in mente le fotografie che trovi sui comodini nelle camere da letto di signore e signori anziani: quelle che ti riportano indietro nel tempo e ti fanno sognare, rivivere quei momenti anche se non li hai mai vissuti. Pensi a come sarebbe potuto essere vivere in quelle epoche, dove tutto era diverso.
    Lachapelle invece apparentemente è surreale, ed è come se rappresentasse una realtà che non esiste o non appartiene alla nostra. Ma non ti fa sognare, non ti trasporta in questa apparente realtà lontana: perché quella che rappresenta è quella che viviamo. È secondo me un concetto molto difficile da comprendere, ma Lachapelle è tanto surreale quanto terreno: con il suo kitsch, che sembra apparentemente distante dalla nostra realtà, fotografa ciò che non vogliamo dire con le parole.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   5 Gennaio 2020 at 08:13

      I tuoi rilievi sulla pregnanza cromatica delle immagini di DLC sono una interessante congettura.
      Anche il finale ci offre spunti intelligenti per inquadrare meglio il processo di fruizione probabilmente previsto dall’artista.

      Rispondi
  44. GIADA (L)   5 Gennaio 2020 at 22:45

    Indubbiamente un artista che ha dato vita a un’eredità fotografica intramontabile, le sue immagini sono così pertinenti al mondo consumistico e superficiale in cui ci troviamo, quasi da lasciare senza fiato chi le guarda: in quanto si percepiscile una sottile sensazione di degenerazione irreversibile.
    La crudele realtà che si palesa agli occhi dello spettatore viene attutita dall’equilibrio e perfezione che lo rassicura, ma che allo stesso tempo porta a riflettere…
    ICARUS (2017)
    È un’immagine tra le tante che cattura e amplifica tormenti, paure, ansie comuni ad ognuno di noi. Gli innumerevoli contrasti rendono impossibile distogliere lo sguardo: il richiamo all’arte affascina, la critica rivolta alla società è diretta, senza tanti giri di parole.
    Forse vi è anche un’ispirazione alle sue prime opere, in cui il tema principale era il lato più angosciante dell’esistenza.
    Sicuramente tanta dell’ironia che ritroviamo nelle sue opere è data dall’incontro rivoluzionario che ebbe agli esordi con l’insuperabile Andy Wharol, ironia accentuata anche grazie alle molteplici cromie eccentriche e spiritose, rimandano ad un nostalgico e positivo passato ormai irripetibile.
    Nelle opere di questo artista si susseguono spunti per dibattiti lunghi anni luce, senza dubbio un genio.

    Rispondi
  45. alessia   7 Gennaio 2020 at 10:16

    Alessia L

    David LaChapelle è considerato colui che rappresenta la moda del 3° millennio.
    Nelle sue creazioni vediamo la sua visione della realtà, paragonabile a quella Felliniana, dove il fotografo, con il suo inconfondibile stile, riesce a rende artificiale tutto ciò che è reale.
    Analizzando le sue creazioni, possiamo notare l’esplicito riferimento al maestro del rinascimento italiano, Michelangelo e ad altri artisti fenomenali come Bellini e Canova.
    A differenza di essi , cito un pensiero dell’autore: “…ma invece che adattare lo scenario al sentimento che il quadro vuole trasmetterci, come facevano gli antichi, LaChappelle creando una ambientazione kitsch o se volete eccessivamente carica di colori puri, unisce alla commozione della scena la leggerezza di un paradossale sorriso.”
    Molto interessanti sono le campagne progettate per i grandi brand di lusso, dove l’oggetto moda è volutamente decentrato, per dare importanza ad ogni minimo dettaglio dell’opera.
    David Lachapelle si ispira alla Pop Art, in particolare all’artista Andy Wharol.
    Notevole è il lavoro Negative Currency, serie realizzata nel 2008, anno caratterizzato da una brutale crisi finanziari.
    In “One Dollar Bills” il richiamo ad Andy Warhol è evidente, dove a differenza del maestro della Pop Art, LaChapelle presenta la banconota, in suo perfetto stile straordinario e stravagante come se fosse un negativo fotografico, riempendo l’opera di colori sgargianti che, in contrapposizione tra di loro, risaltano all’istante all’occhio del fruitore.

    Rispondi
  46. Asia L   7 Gennaio 2020 at 11:54

    La Chapelle è considerato senza dubbio uno dei più importanti fotografi contemporanei. Le sue fotografie mostrano le ossessioni contemporanee , il rapporto con il piacere, benessere e un’estrema voglia di apparire, infatti fa uso di colori forti e superfici laccate e con la presenza di un nudo sfrontato.
    Approfondendo la ricerca di fotografie , mi è piaciuta la campagna pubblicitaria P/E 2019 per Kenzo , Kenzotopia -il paradiso surreale di David la Chapelle , questa campagna vuole trasmettere un messaggio di ottimismo e energia per le nuove generazioni, possiamo notare la presenza di ballerini, musicisti, studenti , giovani e non in un paesaggio urbano e selvaggio tra sogno e realtà.
    Facendo una ricerca ho trovato che Miles Aldridge , fotografo e artista britannico , abbia somiglianze con la Chapelle per quanto riguarda le immagini surreali e i colori eccentrici.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Gennaio 2020 at 12:07

      Sì Asia, sono d’accordo. Miles Adrige ha innumerevoli somiglianze di famiglia con lo stile DLC. Per entrambi l’epopea Pop è stata fonte d’ispirazione (Wharol e Lichenstein, soprattutto). Entrambi ci invitano a percepire nell’immaginario del nostro tempo qualcosa di eccessivo ma al tempo stesso seducente e ironico, A mio avviso DLC aggiunge un tocco di volgarità che Aldridge evita.

      Rispondi
  47. Alessia L   7 Gennaio 2020 at 15:18

    LaChapelle è il fotografo più contemporaneo che conosco sempre intento a lanciare provocazioni attraverso le sue opere fotografiche spesso usando anche la volgarità.
    Il suo marchio di lavoro è quello di prelevare opere già esistenti di artisti di grande livello e rielaborarle adattandola al mondo d’oggi e che spesso non viene detto con le parole.
    Una delle opere che più mi affascina di LaChapelle è ‘’ Rape of Africa’’ del 2009, piena di colori e di riferimenti che ci riportano alla Pop Art (come ad esempio il particolare delle pareti ci ricorda un’opera di Andy Warhol).
    Un artista che ho scoperto dopo qualche ricerca non troppo lontano dal modo di lavorare di LaChapelle e che mi affascina particolarmente è Bart Herreman, fotografo del Belgio che rappresenta animali e personaggi all’interno di un mondo che di volta in volta rappresenta luoghi improbabili e momenti quotidiani.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Gennaio 2020 at 16:09

      Mah! Alessia, Burt Herreman? Quello dei rinoceronti inframmezzati da figure geometriche, quello degli animali che galleggiano nel cielo? Troppo surreal/metafisico per associarlo a DLC. Perdinci e poi perbacco

      Rispondi
  48. Adela (L)   7 Gennaio 2020 at 17:04

    Mi risulta un pò difficile constatare se le opere di questo artista mi piacciano oppure no.
    Personalmente, devo dire che a primo impatto io non abbia trovato in lui un’espressione così stravagante, diversa da quello che è il mondo di oggi. Forse è proprio perché di stravaganze ne vediamo a bizzeffe che questo non mi attrae. Oppure un’altra motivazione è, forse, il passaggio di messaggi che già conosciamo. Tutti siamo in qualche modo legati alla società consumistica, che sia per un motivo o per un’altro; e tutti però ce ne infischiamo anche.
    Probabilmente quello che attrae di queste foto, è il fatto che sono delle verità sbattute in faccia, che crea quasi un risveglio nel conscio nel fruitore solo nel momento in cui le osserva.
    Probabilmente la bravura dell’artista consiste in questo.
    Un altro messaggio che David LaChapelle trasmette in maniera non poco aggressiva lo troviamo in “Rape of Africa”, e già il titolo sta a sottolineare quello che poi viene rappresentato nell’opera. David, per questo lavoro, si ispira a “Venere e Marte” di Botticelli del 1482/83.
    Il titolo significa “Stupro d’Africa”, e subito l’occhio cade sulla Venere, che viene raffigurata da Naomi Campbell, dove le vesti stracciate già parlano da sé. Oltre alla donna abusata, c’è una terra, rappresentata al centro che viene deturpata e privata sempre di più del suo oro; e dove i bambini, sin da subito, vengono rivestiti di armi e diventano così bambini soldato.
    A destra invece c’è Marte, dio della guerra, che se la dorme beatamente sul bottino.
    Sicuramente il punto forte di David è il linguaggio, il messaggio che in molte opere è facilmente fruibile. Messaggio che viene rafforzato sicuramente dalla composizione e dai colori.

    Rispondi
  49. Rebecca L.   7 Gennaio 2020 at 18:47

    Ci sono tre livelli sui quali le foto di LaChapelle ci catturano. Il primo è il colore, il nostro occhio è attratto da questo turbinio caleidoscopico di tinte; il secondo verte sugli oggetti e sulle forme che utilizza, sinuose, intriganti, equilibrate tengono intrappolata la vista; in ultima istanza colpisce sul piano significativo, ovvero ciò che c’è dietro quella artificiosa costruzione. Unisce sacro e profano, consenso e ammonizione, divino e terreno, creando così una dicotomia che origina un ragionamento dietro l’opera.
    Intrappola realtà in cui viviamo e che spesso preferiamo evitare e osservando i suoi scatti in questa chiave è paragonabile ad un artista americana degli anni ’60-’70, Diane Arbus, infatti pur operando in epoche diverse entrambi si interessano a verità che si tendono ad evitare. Certo le differenze tra i due sono numerose, LaChapelle costruisce artificiosamente un set dove è lui ad orchestrare ogni dettaglio, la Arbus cattura l’istante così com’è priva di fronzoli ed artificiosità. Il primo ricrea la realtà la seconda la lascia cruda. Potrei elencare per ore ciò che divide i due fotografi.
    Ma hanno una cosa fondamentale in comune: entrambi creano scandalo, e nulla cattura di più l’uomo dello scandalo. Ci fingiamo offesi moralmente quando in realtà siamo attirati da ciò che trasgredisce dall’etica socialmente condivisa, ed entrambi rompono queste barriere, LaChapelle per esempio con “L’annunciazione” mentre l’Arbus con ad esempio “A Young man with his pregnante wife in Washington in Square Park” (foto che ritrae una coppia di etnie diverse, e se pensiamo a tutta la discriminazione razziale dell’America degli anni ’60 non stupisce il perché questa foto creo scandalo).
    I due fotografi lavorano eterizzando lo scatto ed allontanando da noi i soggetti; la Arbus cogliendoli nella loro spontaneità, ci fa percepire gli sguardi su di noi e ci mette in soggezione facendoci sentire osservati, LaChapelle con i suoi colori, le sue luci e le sue forme asserisce valori che ci fanno vedere la foto come lontana ed immutabile.
    Così lontani ma così vicini ci sbattono in faccia verità scomode, con stili completamente opposti eppure guidati dalla stessa idea, quella di stuzzicare quel primario istinto insito in ogni persona andando oltre lo stereotipo e il comune consenso.

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  50. Asia Laba   7 Gennaio 2020 at 20:42

    La fotografia di David LaChapelle è estremamente provocatoria e ironica nei confronti della società, del consumismo. Opere rinascimentali vengono rovesciate diventando quadro e rappresentazione di una moderna società, di tutti i suoi errori e le sue contraddizioni. Unisce riferimenti e soggetti riconducibili alla storia dell’arte a elementi “bassi”, quotidiani, in un insieme molto pieno e stridente, ma che riesce sempre a stupire e trasmettere un messaggio molto diretto.
    La sua arte ti colpisce su due livelli; prima, superficialmente, si viene colpiti dai colori accesi, dall’eccesso, dalle composizioni talmente ricche da non sapere dove rivolgere lo sguardo. Quando ci si sofferma ad analizzare i soggetti, i riferimenti, si viene colpiti dal modo in cui trasmette messaggi provocatori, ironici, forti.
    La sua carriera parte dalle riviste e le sue foto denunciano le ossessioni, il vuoto e l’effimero della società contemporanea e dello star system. Il Rinascimento, presente in ogni sua opera, mischiato con altre influenze tra cui la Pop Art, perde parte della sua armonia per acquisire una maggiore forza.
    Ogni opera di LaChapelle possiede qualcosa che ti colpisce ma non conoscendo la sua produzione e frugando un po’ in essa mi sono trovata davanti alla serie di fotografie rappresentanti le Stazioni di servizio. Queste opere fanno riferimento a due altri artisti: Ed Rusha e Edward Hopper, ma hanno uno stile molto diverso, molto più futuristico, dato dai neon colorati (il colore acceso e forte è sempre presente nelle opere di LaChapelle). Inoltre a differenza delle fotografie di Ed Rusha ed Edward Hopper, quelle di LaChapelle lasciano un po’ straniati perché non si inseriscono in un paesaggio urbano o nelle vicinanze di un’autostrada, bensì in una foresta pluviale, come a voler dimostrare quanto l’uomo stia invadendo la natura.
    Tra tutte le immagini che ci scorrono davanti ogni giorno, le fotografie di David LaChapelle mi hanno riportato alla mente quelle di Alex Prager, una fotografa e regista di Los Angeles. Nonostante i due abbiano sicuramente uno stile differente, provocatori in modo diverso, le fotografie di Alex Prager mi ricordano LaChapelle per i colori saturi e forti, ma soprattutto per il fatto che ogni sua fotografia è prodotta con lo stesso metodo che si userebbe per un film (infatti entrambi i due artisti sono fotografi ma anche registi), ad esempio l’opera Face in the Crowd che ritrae una folla di persone immersa nelle loro azioni, che pare non curarsi dell’obbiettivo o addirittura non esserne a conoscenza. In realtà non è così: nelle foto di Alex Prager come in quelle di LaChapelle tutto ciò che appare come casuale è in realtà interamente costruito, come si dice nell’articolo in modo quasi “felliniano”.

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  51. Riccardo L   7 Gennaio 2020 at 20:43

    Da un tipo di approccio estetico ritengo particolarmente interessante la cifra stilistica de LaChapelle circa l’unione di temi opposti, quali l’idea di reale e surreale o il sacro e blasfemo che vengono costruiti tramite delle “coreografie” quasi teatrali, o la caratterizzante e senza dubbio coinvolgente specificità di ogni singola cromia proposta, il tutto, frutto di un’ispirazione reale, concreta che tal volta deriva da avvenimenti immaginari (es: “Deluge” 2006). Credo sia importante sottolineare come LaChapelle, oltre che fotografo rivoluzionario, sia un abile coreografo in grado di inscenare ambienti (reali ma finti) integranti delle sue fotografie che a primo impatto, potrebbero risultare una costruzione digitale. Non da meno è l’utilizzo volutamente disfunzionale delle luci, simulando spazi ambigui, paratattici e disorientanti per il fruitore, affilando sempre di più quel confine che delimita uno scatto (irrazionale) da un fotomontaggio. Allude a tematiche coinvolgenti che a volte possono far riflettere chi osserva, riflettere su condizioni contemporanee di stili di vita, che siano giusti o sbagliati, o dissacrare l’intoccabile (es: “L’ultima cena”) dove spicca un’immediata trasposizione iconologica dei soggetti stessi. Nonché la trasgressione, di impronta pornografica, sottolineando la disumanizzazione del corpo rendendolo semplicemente merce. Una fotografia a riguardo: “Cunnilingus Rex”, scatto raffigurante un processo erotico in azione tra una donna e un di dinosauro in ambiente selvaggio: l’unione di ciò che convenzionalmente può definirsi un taboo. Il consumismo, altro parametro di rappresentazione legato alla società americana, per citare i “Sette vizi capitali” trasformati in chiave ironica sotto forma di atti volti a denunciare le abitudini della società stessa. In fin dei conti LaChapelle disgrega la realtà elaborando dei “paradisi colorati” che personalmente trovo erotici, invitando lo spettatore ad immergersi lasciando (perché no) anche libera interpretazione.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Gennaio 2020 at 21:18

      Penso tu abbia ragione…DLC qualche nota di erotismo la spruzza anche se fa il ritratto al suo gatto.

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  52. Anna Chiara L.   7 Gennaio 2020 at 23:55

    Onestamente penso che David la Chapelle sia dotato di una mente geniale, la capacità di rendere le sue “creazioni artistiche “ esteticamente affascinanti, ma non solo di frivola bellezza, ma anche ricche di messaggi costruiti secondo pensieri ben definiti, in grado di cambiare la nostra percezione della foto. Questa impresa gli riesce grazie all’ispirazione delle composizioni artistiche dal passato dei grandi maestri, raffigurate in chiave del tutto moderna, con elementi contemporanei e allo stesso tempo ironici. La sua arte mi ricorda, e mi permette di tentare dei collegamenti con vari artisti, tra cui Cézanne, (per la sua ricostruzione spazio temporale).
    Mi ha molto affascinato il fatto che molta della bellezza che deriva da queste foto sia data da una lunga elaborazione digitale a seguire dallo scatto fotografico, dunque non è tutto eseguito in uno stesso tempo. Sotto questo punto di vista a parer mio evoca, Cézanne, il quale secondo sue determinate forme mentali era in grado di raffigurare oggetti da diverse angolazioni spaziali e temporali, costituendo cosi lunghi tempi di lavoro e non un unica visione “frontale“ e immediata del soggetto.
    Per quanto riguarda il consumismo sicuramente richiama la figura di Andy Warhol, ironizzando su quelli che sono gli oggetti del nostro quotidiano consumo e sulla superficialità e scontentezza che abbiamo di essi, forse anche in alcuni accostamenti cromatici contrastanti richiama la pop art del precedente artista citato.
    E in ultimo potrei trovare anche un parallelismo con Magritte seppur trattato in modo differente.
    Magritte cercava ironicamente di affermare che ciò che vediamo ritratto nell’opera non è l’oggetto stesso ma ben si il dipinto dell’oggetto e dunque i limiti e l’indeterminatezza del nostro linguaggio, del tutto distante dalla realtà che si vorrebbe cercar di descrivere. in qualche modo a mio avviso la Chapelle richiama questo senso, catturando gli oggetti della nostra quotidianità ma allentandoci da essi, che in un primo momento notandoli nell’immagine ci eccitano ci esaltano, ma poi lasciano spazio ad altre sensazioni, rendendoci conto che non sono altro che la fotografia dell’oggetto che tanto anima le nostre passioni o forse il “punctum” come scritto precedentemente sopra, il desiderio, e non l’oggetto stesso, riportandoci ad emozioni vere. Per lo meno questo è ciò che ho percepito io.
    A confermare alcuni degli aspetti sopra citati secondo me è la foto:
    “The Rape of Africa, Los Angeles 2009”
    Dove per quanto riguarda la composizione viene ripresa perfettamente dall’opera “Venere e Marte” di Sandro Botticelli, possiamo infatti notare la stessa “scenografia” seppur con dettagli differenti che non passano inosservati, sicuramente ritroviamo tutti gli elementi nella stessa posizione, come le due figure sdraiate centrali nel dipinto, e i “moderni putti” affianco che ovviamente non sono degli angelici putti con lance del 1400, ma dei Bambini nativi africani con armi vere che probabilmente fanno riferimento in chiave ironica, alla situazione reale di queste creature nel mondo tutt’altro che idilliaca. Ulteriormente sottolineata dal buco nello sfondo della foto, seppur da un piccolo spiraglio, ci da un assaggio molto chiaro di quale circostanza “corrosiva” ci sia alle spalle delle figure trattate. Ecco che ritorna quella forma sottile di surrealismo accennata precedentemente, questi bambini travestiti in modo “giocoso” anticipano ben altro che una realtà giocosa, l’ironia lascia posto all’amarezza.
    Possibile è un altro riferimento alle “Brillo box” di Andy Warhol, famosa opera che celebra il consumismo americano degli anni 60, con l’arrivo dei supermercati e degli oggetti in serie, se si osserva bene la fotografia costruita da DLC si può notare che le pareti al di dietro dei nostri adoni svenenti, sono tappezzate di volantini rappresentanti “classic Sun bleach” un detersivo da una grafica oramai superata che richiama proprio la “Brillo box” trattata da Andy Warhol.

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  53. Giulia L.   9 Gennaio 2020 at 10:44

    David LaChapelle può essere considerato uno tra gli artisti più eclettici del mondo contemporaneo. Le sue opere in un primo momento risultano essere molto affascinanti ma nascondono messaggi molto forti. A colpire in modo positivo l’occhio sono sicuramente i colori accesi ed elettrici definiti da una luce netta e decisiva che percorre ogni sua opera. La fotografia di David LaChapelle è una fotografia ricercata, una fotografia costruita, ed è come se per lui la realtà che ci circonda non fosse abbastanza soddisfacente e ne cercasse un’altra e questo si riscontra anche nelle opere di Roger Ballen, un altro notevole fotografo contemporaneo. Ho pensato a questo artista dopo aver visto l’opera di David LaChapelle dal titolo ‘’Benedikt and Angelika Taschen At Home at Chemosphere House (2001) la quale, è una vera e propria opera d’arte che affronta verità nascoste e che suscita sicuramente molto scalpore. I due fotografi, lavorano in modo diverso ma entrambi orientano il loro lavoro aldilà di quella che potrebbe essere una semplice fotografia e i temi che accomunano entrambi sono perlopiù affini. Le foto di Roger Ballen, sono infatti molto diverse da delle normali foto che ognuno si aspetterebbe di vedere e mostrano ciò che noi non vediamo, una sorta di realtà parallela e portano lo spettatore a guardarsi dentro ed è ciò a cui poi mira lo stesso LaChapelle. Ambedue i fotografi inoltre, cercano di ispirare e di comunicare con le persone e di connettere l’intera comunità e per questo generano spesso approvazione da parte dello spettatore. La complessità e la diversità con cui lavora David LaChapelle, lo hanno reso unico nel suo genere e il tono folle e fiabesco che dà ad ogni sua opera, ha dato vita a delle immagini irripetibili.

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  54. Lorenzo (L.)   9 Gennaio 2020 at 11:03

    Considerare LaChapelle solo un fotografo è riduttivo. E’ un’artista che, tramite la fotografia, è stato in grado di scardinare, portare disordine, turbamento, disgregazione là dove prima regnavano ordine e coesione. Specialmente in ambito in religioso. Con varie opere, è riuscito a snaturare il concetto stesso di opera religiosa. Ha cambiato radicalmente l’immagine stereotipica dei personaggi. E’ riuscito perfettamente a rendere attuale un’opera religiosa. Cosa che nessuno aveva mai fatto prima. Dal punto di vista estetico, ha creato composizioni fotografiche estremamente accattivanti, trasgressive ed eccentriche. Non sono immagini che passano inosservate. Obiettivo raggiunto. Catturare l’attenzione del pubblico e della critica.
    Lil’ Kim: Luxury Item è un’opera molto interessante del 1997. Geniale, esplicita, inconfutabile. “luxury item”, letteralmente “elemento lussurioso”. Ha composto un’immagine che doveva rappresentare al meglio il concetto di lussuria. Soggetto femminile: Lil’ Kim, rapper americana donna dei ‘90s. Fisicamente bella, rappresenta lo stereotipo di lussuria che ogni uomo ha in mente. Nuda, senza mostrare nulla di sé. Trasgressivo ma mai esagerato. La sua pelle è completamente ricoperta di un pattern che emula quello famosissimo di Luis Vuitton. Accostamento Donna/Moda. Massima espressione della lussuria concepibile negli anni ’90.
    LaChapelle è un’artista estremamente concettuale. Talmente bravo da rendere estremamente espliciti i suoi concetti. Tutti riescono a capirlo. E’ questo che lo rende un fuoriclasse.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   10 Gennaio 2020 at 07:54

      Bravo Lorenzo, a tuo modo lo ha detto benissimo: DLC ci “parla” con blocchi di immaginario che tutti comprendiamo perché appartengono a ciò che Debord chiamava “La società dello spettacolo”. Con una messa in scena felliniana li sospende dall’ordine normale delle cose, e grazie a questo straniamento ci fa percepire la loro oscena bellezza e nello stesso tempo crea la possibilità di una distanza critica.

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  55. Damiano-L   9 Gennaio 2020 at 12:06

    Sono conscio della bravura di LaChapelle, ma trovo difficile dire personalmente se mi piace o no il suo lavoro. Quello che posso dire è che affermazioni lette non mi trovano totalmente d’accordo, naturalmente si tratta della mia percezione e della mia sensibilità nei confronti della realtà. Credente o no la mia visione di quello che può essere l’unione del “L’amore sacro e l’amor profano” e di come questo può essere espresso o mostrato è molto semplice. Affermare che LaChapelle non sfoci nella volgarità a mio avviso non è esatto, le sue stesse immagini parlano chiaro, ora attenzione la mia intenzione non è quella di passare per bigotto o altro non è mia intenzione. Molto interessante è in che modo vuole comunicare o riportare in chiave moderna opere richiamanti la cristianità, ammetto che il parallelismo nella ultima cena e AMERICAN SUBURB X.
    Trovo davvero esatto che LaChapelle abbia unito quelli che una volta erano considerati dei poveri pelleggrini con quelli che lo sono oggi, ricordando che lo stesso Cristo si circondava di figure come la Maria Maddalena (prostituta che gli lavò i piedi), lo stesso ladro che fu crofisisso con lui e persino Giuda Escariota (uomo che lo tradì). Di questi nomi che ho citato ho mi ha sopreso vedere il parallelismo tra la figura di Maria Maddalena e “Anointing,” del 2003, mi ha stupito perchè è riuscito a rievocare perfettamente quel momento. Tramite il luogo lugubre e mal tenuto, la prostituta stanca, ma in lacrime quasi lieta nel lavargli i piedi, con la figura di cristo che illumina la stanza come una luce che si attendeva.

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  56. Federica L   9 Gennaio 2020 at 12:28

    Dopo aver adocchiato più lavori di LaChapelle, affermo che in media le fotografie da lui realizzate mi sono piaciute tutte. Ne apprezzo il contenuto, sia per la messa in scena che per i messaggi sociali e le idee che sottende. Rappresenta l’umanità secondo la propria, spesso volgare, fantasia; è costante la presenza di elementi in atteggiamenti violenti e scene di nudo. I consueti colori elettrici di molte sue composizioni accentuano la forza formale di queste, rendendole ancor più incisive, e non coprendo mai, attraverso l’idea di sogno che suscitano, la cruda realtà, mascherata ma centrale.

    Tra le tante, ho preferito le fotografie di genere fashion, come “Snow Day”, ambientata in una stanza, dov’è inserito anche l’elemento di una gabbia racchiudente una donna senza veli. In questo caso, ammetto di non aver colto la questione sociale. Un chiarimento?

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  57. NoraL   12 Gennaio 2020 at 18:11

    Con LaChapelle è stato amore a prima vista.
    Ho scoperto LaChapelle per caso, un paio di anni fa, mi era capitato di vedere un servizio dedicatogli. Ricordo di essermi innamorata soprattutto dai colori accesi, pop, forti e decisi delle sue opere (basandomi esclusivamente su un fattore estetico apparente). Documentandomi poi negli anni su di lui, ho scoperto che dietro a quelle vivaci ed estrose fotografie si celava un mondo.

    LaChapelle è il connubio tra cultura pop e arte concettuale, iperrealista con profondi messaggi sociali.
    La sua è un’estetica pop/colorata e luminosa-lucida. Luminosa-lucida proprio perché sostiene, che vivendo in un mondo molto buio, vorrebbe che le sue immagini siano in grado di colpire i fruitori con la luce; vuole creare foto che con la loro bellezza tocchino, smuovano, facciano riflettere e ispirino le persone.

    Una tra le mie opere opere preferite, è senz’altro “Rape of Africa”, la quale è un’esplicita reinterpretazione del dipinto di Botticelli ‘Venere e Marte’. Oltre ad essere esteticamente parlando superlativa, e curata nei minimi dettagli, ha una funzione sociale forte ed esplicita. Rappresenta la critica di David sulla cultura occidentale e sui suoi effetti sull’Africa, come i saccheggi, le conquiste, i bambini soldato, l’immorale estrazione di diamanti e oro, e la mercificazione della bellezza africana (dei corpi). Protagonista indiscussa dell’opera è senz’altro Naomi Campbell, che interpreta la Venere, un’altra provocazione alla David, la scelta di rappresentare una Venere africana, con gli abiti strappati, come se fosse stata abusata. C’è anche un’analogia con la Terra stessa, culla dell’umanità, succube dei nostri abusi e del degrado, dovuto alla nostra ricerca continua di ricchezza e stabilità economica.

    Degli artisti che mi ricordano Lachapelle sono indubbiamente Pierre et Gilles, per la loro estetica colorata, per la loro surreale illuminazione e per la loro realtà fantastica. Trovo simile anche la loro ironia, e il cinismo che si cela dietro le loro opere. Pierre et Gilles, inoltre, analogamente a Lachapelle, come ispirazione si attingono da figure come i santi, personaggi mitologici, dai racconti della Bibbia e della tradizione cristiana.
    La differenza sostanziale è senz’altro, che il risultato delle opere della coppia francese sia dato dal connubio tra fotografia (Pierre) e la pittura (Gilles).

    Per concludere, sostengo che David sia pura fantasia, una fantasia sfacciata, diretta, rumorosa, luminosa, teatrale, al contempo affascinante, che di certo non passa inosservata e che è unica nel suo genere, ineguagliabile!

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Gennaio 2020 at 10:07

      Sono d’accordo. L’esperienza sensoriale del colore nelle opere di DLC è ragguardevole. Probabilmente è il frutto di una sapiente regolazione delle fonti luminose e dell’effetto di potenziamento generato da contrasti di tinte che risultano, per il nostro occhio, fuori dall’ordinario. I contorni delle sue figure o forme vengono segnalati al nostro cervello senza incertezze di sorta, salvo quando una luce violenta li smaterializza. I contorni definiti e i colori fortemente contrastati generano “informazioni chiare e precise” per il nostro cervello. Il sistema visivo, in tal modo, risparmia energia psichica o nervosa, generando la sensazione di un piacere visivo. In breve, oltre ai contenuti, per comprendere l’effetto DLC, dobbiamo farci un’idea del particolare ingaggio percettivo che suggeriscono le sue opere.

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  58. Fabiola Cinque
    Fabiola Cinque   14 Gennaio 2020 at 23:30

    Da direttore di questa testata mi piace evidenziare l’interesse e l’acuto spirito critico che emerge dai vostri commenti in quest’articolo.
    Emergono sfaccettature e “letture” inedite di un artista e della sua interpretazione della moda come filosofia di vita.
    È bello poter scorrere tra le vostre righe l’interesse e la passione, l’impegno e la cultura dello scrivere, anzi del de- scrivere, emozioni che emergono con impeto.
    Nel coordinare tutta la redazione e nella rilettura di molti degli articoli che pubblichiamo noto in voi una capacità di storytelling propria del core di MyWhere. Vi ringrazio di contribuire con i vostri commenti perché MyWhere è nato con questo intento, e da oltre sei anni continua a perseguire con tenacia la passione dello scrivere, del narrare storie, senza fossilizzarsi in rapidi e superficiali scritti da blog.
    Siamo orgogliosi di essere un portale giornalistico che continua a descriversi (nonostante sia controcorrente) come un diario contemporaneo di viaggio, capace di coinvolgere così tanti giornalisti e amanti della scrittura, ma soprattutto della lettura.

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  59. Alice C (L)   17 Gennaio 2020 at 23:12

    La prima cosa che si nota guardando le foto di LaChapelle è quanto lavoro ci sia dietro ad ogni fotografia e come non siano solo scatti ben concepiti ma lavori ben calcolati e rielaborati per produrre una visione precisa. Le sue fotografie somigliano più ad opere d’arte ed i colori quasi pop così accessi le rendono contemporanee, moderne. Con i suoi lavori LaChapelle descrive la nostra società e proprio per questo ci sentiamo quasi provocati dall’opera ma rimaniamo immobili ad ammirarla per la maestria con cui il fotografo ha saputo crearla. Duo fotografie che mi hanno colpito molto sono “The First Supper” e “Deluge” entrambe formate da una composizione simile che mostra il talento del fotografo e che incanta. Cariche entrambi di colori che colpiscono e formate da scene così teatrali e ben costruite che ci portano in un’altro mondo. Non conoscevo questo artista ma conoscendolo sono rimasta molto colpita dai suoi lavori e dal suo modus operandi di creare fotografie.

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  60. SaraM (L)   18 Gennaio 2020 at 17:13

    Una cosa certa è che LaChapelle non passa di certo inosservato e questo grazie ai contrasti assurdi che produce. Attraverso l’arte della fotografia ha costruito attorno a se un mondo nuovo fatto di pensieri profondi e diretti, che spesso si rivelano discordanti. Tutto questo grazie alla sua capacità di espressione, unica nel suo genere, che gli permette di creare una nuova emotività in grado di farci percepire le fotografie in modo diverso.
    Sicuramente è la prima intenzione di LaChapelle rendere chiaro, diretto e pubblico il proprio pensiero, proprio per stimolare lo spirito critico dell’osservatore e indurlo a ragionare su tematiche che non sempre si ha il coraggio di affrontare.
    LaChapelle, ancor prima di rendere pubbliche le proprie fotografie, è consapevole che le opinioni discordanti non mancheranno; questo accade perché non sempre si può condividere a pieno la realtà dei fatti che rappresenta (e come la rappresenta), ma allo stesso modo è necessaria una lettura dell’opera senza limiti e schemi mentali per potersi avvicinare al reale significato che essa svela.
    Trovo particolarmente interessante l’attingere verso opere d’arte del passato, soprattutto se si parla di composizione: mantenere la stessa disposizione delle figure nello spazio di un quadro molto conosciuto, è il modo migliore per rendere immediato il paragone visivo tra quest’ultimo e la fotografia in questione. Questo accade per favorire il processo di fruizione dell’opera e metterci davanti all’immediato paragone ancor prima di osservare bene la fotografia.
    Questo processo di “immediato parallelismo” può accadere in numerosi modi, tra i quali l’assunzione di una nota posa o l’inserimento di un elemento. Voglio far riferimento al set fotografico che LaChapelle ha scattato per Kim Kardashian per il lancio di un prodotto della sua linea di Make-up. Gli scatti surreali alludono allo scenario religioso, che diventa esplicito nella fotografia in cui Kim viene ritratta con una colomba e con la mano destra che punta verso l’alto. La donna veste il ruolo ultraterreno di Madonna e il paragone è diretto ed esplicito. LaChapelle è stato a lungo fan delle immagini religiose nelle sue opere, per questo non c’è da stupirsi.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   19 Gennaio 2020 at 09:05

      Non male l’idea dell’ “immediato parallelismo” tra forme/valori visivi nella memoria (citazione di opere del passato) e la configurazione fotografica. Gli estremisti della gestalt ti applaudirebbero.

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