Deep Purple la storia del rock fa tappa all’Unipol

BOLOGNA – I Deep Purple e tutta la loro imponente storia musicale passano all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno con il loro “The Long Goodbye Tour”. La consacrazione di una carriera che li ha portati a calcare i palchi di una gran fetta di mondo.

I Deep Purple e la loro carriera irrompono in un palazzetto colmo di fans e un caldo infernale, ma è giusto che sia così. Il rock, quello vero ti fa sudare anche da fermo perchè deve muoverti il sangue e lo deve far ribollire e questo è esattamente quello che è avvenuto in questa data del loro lunghissimo tour.  ( http://www.deeppurple.com/ )
Ad aprire ci sono i “Tyler Bryant & the Shakedown“, niente male per questi giovani capitanati dal musicista texano, anche se in realtà la band è nata nella città della musica country a Nashville.  Sono perfettamente riusciti a riscaldare l’ambiente e a preparare le gocce di sudore per i miti che da li a poco sono saliti sul palco e hanno dato inizio alla storia.
Il concerto ha inizio sul mega schermo, grande come tutto il palco, appare l’immagine dei loro profili scolpiti sul monte Rushmore  come sulla copertina di “In rock“.
Ian Gillan, Roger Glover, Ian Paice, Steve Morse, Don Airey salgono sul palco, il quintetto degli ultimi album, che dovrebbe ormai essere quello definitivo. E’ la quarta volta che assisto ad un loro concerto e le formazioni sono state sempre diverse. Steve Morse alla chitarra mi è piaciuto davvero molto, le mani dei suoi predecessori, Ritchie Blackmore, Tommy Bolin e Joe Satriani, che hanno suonato le migliaia di note su infinite corde sembrano comunque un’eco all’interno di ogni brano. Qualche acciacco fisico lo hanno costretto a modificare modo di suonare ma lui rimane un chitarrista con un’anima unica e un tocco meraviglioso.
E’ davvero molto caldo dentro e mi accorgo che intorno a me, a parte una nutrita schiera di giovani e giovanissimi, (vedo un bimbo che mima il gesto della rottura di scatole, seduto vicino al suo papà e mi viene da sorridere), l’età media è quella dei 50. Sono certa che molti dei presenti sono tornati a casa, si son tolti giacca e cravatta, rispolverato vecchie magliette e via a vivere una serata che ha molto anche di malinconico. Secondo me alcuni di loro saranno tornati a casa vinti dalla seconda birra, ma questa è un’altra storia…
Roger Glover ha dichiarato da poco che “Quasi certamente sarà il nostro ultimo tour, anche se non posso garantirlo al cento per cento.” e forse è questa la voce della malinconia per tutti coloro che li amano. E credo anche per loro stessi che, dopo cinque decenni sono una delle band hard rock più longeve della storia, e fermarsi equivale ad arrendersi al tempo che passa. Perchè, diciamolo, il rock rende immortali. Lo sanno i musicisti, lo sanno le orecchie di chi lo ascolta ma, sopra ogni cosa, lo sanno le rock star. I rockers che hanno fatto scuola, storia, musica che è indelebile a qualsiasi era. I Deep Purple sono e rimangono indelebili.
Il concerto è stato strepitoso e la band inglese ha dato e spinto come se non ci fosse un domani e per chi non aveva mai assistito ad un loro concerto credo sia stato un sogno ad occhi aperti.
Sapevo avrebbero aperto con “Highway Stare invece l’apertura viene affidata a “Time For Bedlam“, rimango delusa e inattesa ma una delle mie canzoni preferite non è in scaletta, poco male, ne ho altre venti di preferite!
Ian Gillan è in gran forma vocale anche se l’età si fa sentire e, per chi li conosce bene, sa che c’è qualche tremolio di troppo nella voce. La prima parte del concerto è di una forza incredibile e ci sono brani come FireballBloodsucker e Strange Kind Of Woman, che sembrano portarci indietro dentro una macchina del tempo e siamo di nuovo con i Deep Purple degli anni 70.
Aggiungo, a mio parere che  Don Airey sembra essere posseduto dallo spirito di Ian Lord, bravo ed eclettico come deve essere chiunque si prenda la responsabilità si sostituire un genio come Lord. E che dire del pazzesco Ian Paice, sembrava che una piccola ischemia ci avrebbe sottratto dalle rullate di questo signore che tanti anni fa cambiò per sempre il modo di suonare la batteria.
La serata è stata quella che doveva essere un saluto ad una band che ci ha regalato la musica, quella con la M maiuscola, quella dei grandi che sono in alto, nell’Olimpo dei più grandi. Si spengono le luci e ritorna la malinconia e le gocce di sudore ci ricordano che noi c’eravamo.

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Roberta Tagliaferri

In arte Robin T, ho imparato questo mestiere da un grande fotografo londinese ma la passione e l’arte di catturare l’attimo infinito, un’espressione profonda, sono frutto di un naturale talento artistico. Fotografare è un modo di vivere e di comunicare; diceva qualcuno “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”.
Roberta Tagliaferri

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