Django Unchained

Django Unchained

Questa volta, voglio scrivere due righe ‘di pancia’, usando lo stomaco più che il cervello. Scriverò di Django Unchained a caldo, poche decine di minuti dopo averlo visto. Ciò andrà sicuramente a discapito dell’oggettività e del compromesso ma è ciò che questo film FAVOLOSO a mio avviso merita.

Django è un film alla Tarantino (che firma regia, soggetto e sceneggiatura), un marchio di fabbrica stilistico che sa stuzzicare la mia vena splatter, far vibrare le mie corde ciniche e cullare gli occhi agitati. Quentin sa fare cinema e sa far parlare splendidamente la macchina da presa. Il bello è che non le permette di esprimersi con una lingua sola, gliene ha insegnate tante nel corso degli anni. Questa volta, ha scelto di comunicare in puro stile spaghetti western.

Il regista americano, infatti, è cresciuto con il mito di Sergio Leone, Corbucci, i polizieschi all’italiana (poliziotteschi), i thriller alla “Cani Arrabbiati” (Mario Bava, 1974), riconosce come insegnante il Dario Argento dell’epoca d’oro (anni ’70 – ’80) e ha la straordinaria capacità di digerire assai bene tutto il cinema che ha sempre masticato con il suo vecchio lavoro di commesso in un negozio di noleggio video.

La sua devozione per il sopra citato cinema di casa nostra è visibile sin dal titolo. Prima di andare al cinema, sappiamo bene che Django è un film di Sergio Corbucci del 1966 il cui protagonista è Franco Nero, chiamato a comparire con una breve parte anche nella pellicola di Tarantino. Le citazioni, però, non finiscono qui. E’ solo l’inizio. Il resto è a portata d’occhio e d’orecchio: le musiche di Morricone e di Bacalov, le inquadrature alla Leone, i movimenti audaci della macchina da presa impegnati in rapidi zoom in e zoom out.

In mezzo a tutto ciò, ad ogni modo, Quentin Tarantino ci mette del suo. Ora Django non è più il vendicatore bianco con una mitragliatrice nella cassa da morto, ora è uno schiavo – liberato da un cacciatore di taglie tedesco – che cerca di ritrovare la moglie.

Siamo alla vigilia della guerra d’indipendenza, immersi nella realtà schiavista ed estremamente razzista del sud di quelli che presto diventeranno gli Stati Uniti d’America; lì dove un uomo di colore passa la vita a lavorare in sottomissione, privato di ogni diritto. Ed è proprio in questa realtà che il regista fa muovere Django da uomo libero con una pistola nella fondina, impegnato nella caccia ai bianchi con una taglia sulla testa. Una rivoluzione (o provocazione?) culturale.

Non posso farci nulla: Tarantino mi fa impazzire. E nemmeno la sala piena di gente (io ODIO vedere i film in sale affollate tra orge di commenti, risate e secchi improponibili di popcorn sgranocchiati) e il doppiaggio (seppur ben fatto) mi hanno rovinato la festa. Questo film mi ha tenuto incollato allo schermo con le palpitazioni a mille. Ero caricato come una molla dai dialoghi brillanti, dalle sparatorie impossibili, dalle magistrali interpretazioni di Leonardo DiCaprio, Jamie Foxx, Christoph Waltz e Samuel L. Jackson, dai già citati movimenti di macchina e dalla colonna sonora azzeccata. Ok, facile con Morricone ma io non parlo solo di lui, mi riferisco anche all’azzardo, alla sfida. Anni fa, mentre guardavo per la prima volta “Phenomena” di Dario Argento, quasi mi parte il cuore dal petto quando ho sentito un tema musicale metal descrivere la fuga di una debuttante Jennifer Connelly tra i boschi. Ebbene, questa sera ho provato le stesse sensazioni durante le scena della sparatoria tra Django e gli uomini di Calvin Candie accompagnata da un indovinato pezzo hip hop. Catarsi post-moderna.

Forse sono troppo influenzato dalla grinta che Django Unchained mi ha lasciato in corpo ma francamente non capisco le polemiche legate alla violenza (evidentemente, qualcuno non ha visto film negli ultimi quaranta anni) e, ancora meno, le isteriche chiacchiere di Spike Lee. Il regista de “La 25ma ora” (tra i miei film preferiti) e “Fa’ la cosa giusta” ha infatti parlato dell’ultimo film di Tarantino definendolo un’offesa nei confronti della popolazione di colore ridotta in schiavitù. O, meglio, ha dichiarato che andare a vedere quel film sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi antenati. Certo, Spike Lee può tranquillamente permettersi di mettere becco in questioni che riguardano il razzismo ma per lo meno avrebbe potuto evitare di criticare un contenuto che nemmeno conosce. Insomma, Spike: guardati Django. E ricordati, “la ‘D’ è muta” (gli risparmio il ‘bifolco’ del dialogo originale, d’accordo).

Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
Marco Leoni

Latest posts by Marco Leoni (see all)

One Response to "Django Unchained"

  1. Mirko   24 Gennaio 2013 at 15:21

    Ciao BabboLeo, sono pienamente d’accordo con te! Ormai credo si possa dire già da un pezzo che Tarantino è un GENERE, e che abbia la capacità di trasformare in capolavoro ogni pellicola che realizza. Io personalmente ho trovato anche in questo film la sua grande capacità di fare della citazione un valore aggiunto (se non sbaglio Tarantino disse in un discorso che citare è rubare, non copiare). Poi la colonna sonora è azzecatissima…Per quanto mi riguarda sono pronto a dire che insieme a “Gli Spietati” è il miglior western degli ultimi 20/30 anni…Ti saluto, ma prima “Mi piaci come muori, ragazzo!”

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.