Duca Bianco o Cigno Nero – La Blackstar di David Bowie

Duca Bianco o Cigno Nero – La Blackstar di David Bowie

“Every man has a black star
A black star over his shoulder
And when a man sees his black star
He knows his time, his time has come”

(Elvis Presley)

Al di là dell’omonimia del titolo, nulla potrebbe divergere di più dal punto di vista musicale di questi due brani, lontani tra loro come sono i due musicisti in questione: David Bowie ed Elvis Presley, due galassie diametralmente opposte, due monumenti nella storia della musica. L’accostamento però sorge spontaneo dal momento che “Black Star” – da ora in poi graficamente rappresentato come ★ – è l’ultima fatica del primo autore, una sorta di commiato, di canto del cigno, anche se di un cigno palesemente nero, angosciato, morente.

Profetica, visionaria,★ è l’addio più degno che Major Tom potesse regalarci o regaliarsi. L’opera che chiude il cerchio iniziato cinquant’anni prima con le sue creazioni più coraggiose, sperimentali, in definitiva quelle che, essendo fra le migliori, ci piace di più ricordare. Un testamento, si potrebbe dire, ma considerando che per lui contava solo ciò che gli si prospettava davanti,★ è con tutta probabilità anche quella che di più gli assomiglia, scritta per piacere più a sé stesso, forse, che ad un pubblico dal quale stava già prendendo le distanze. Erano passati tre anni , infatti, dall’uscita del precedente “The Next Day” del 2013.

The White Duke in ★ non è più tale. Ha lasciato il posto a un Duca Nero, dai toni cupi, angoscianti, ossessivi, oscuri, quasi un lamento, a caratterizzare il suo ultimo lavoro. ★ è infatti tanto il titolo dell’album uscito il’8 gennaio 2016 quanto il titolo del brano omonimo che apre la raccolta, il più inquietante della tracklist, accompagnato da un video ancor più inquietante dal quale forse non andrebbe disgiunto – essendo i due, singolo e video, così misteriosamente complementari.

L’uscita dell’album poi, in concomitanza con il suo compleanno e seguita di lì a un soffio dal suo decesso, sono troppo contingenti per non far pensare a un’uscita di scena plateale e spettacolare, esattamente come lui era e come aveva sempre vissuto: un Dandy dei nostri giorni, uno che costruisce la vita come un’opera d’arte e fa dell’opera d’arte una vita, che non si scandalizza né si stupisce di nulla ma che stupisce gli altri per definizione.

Se, come sostiene lo storico produttore Tony Visconti a Bowie sempre molto vicino:

“He always did what he wanted to do. And he wanted to do it his way and he wanted to do it the best way.”

in parte si spiegherebbe l’arcano – non così insolubile in realtà – di una fine quasi calcolata nei tempi e razionalmente scelta, una dinamica molto cartesiana tipica di chi è abituato a conferire un ordine perfetto a ciò che fa e un’estrema decisionalità alla pianificazione.

Riguardo all’ordine e alla meticolosità con cui l’artista lavorava, bisognerebbe fare qualche passo indietro nella sua vita, per capirne meglio gli aspetti. Bowie ha sempre voluto dare un’immagine di sé molto diversa a seconda delle fasi della sua esistenza, attraversando gli stili più disparati, sempre in anticipo sui tempi e seguendo il mood del momento, sfoggiando una tavolozza cromatica ricca ed estrosamente opportuna a seconda del periodo. Se non fosse stato un musicista – sebbene in realtà Bowie si sia misurato in una pletora di attività artistiche nelle quali si è mosso sempre piuttosto bene – avrebbe potuto occuparsi anche di moda, di immagine, di stile, di arti figurative, non è un caso se  il Victoria and Albert Museum solo pochi anni fa, gli  aveva dedicato una mostra dove troneggiavano oltre trecento suoi oggetti,  entrati ormai nella storia

Ogni album, infatti, era notoriamente diverso dal precedente, accompagnato per giunta da operazioni di restyling imponenti e molto accentuate: “The worst dressed woman”   dirà di lui Mr Blackwell ponendolo per ben due volte nella lista nera dei peggio vestiti, dopo la Principessa AnnaBette Middler e Liv Ulmann ma lo reputerà anche uno degli uomini meglio vestiti.

Caratteristiche estreme, opposte, polarità divergenti tra cui l’autore ha sempre dimostrato di sapersi muovere agilmente, con la fulminea rapidità del “king of goblins” (personaggio da lui interpretato nel film “Labyrinth”), manifestando atteggiamenti ambigui non solo per via del look ma anche in virtù di un tratto naturale che con il trucco opportuno avrebbe favorito il suo aspetto androgino prima ancora che “The Thin White Duke” divenisse tale.

“Vivi per l’oggi ma guardando al domani” avrebbe potuto essere il suo motto e durante la campagna commerciale di Ziggy Stardust, nel 1972, in un’intervista Bowie proclama: “I’m gay and always have been”, mentre quattro anni dopo, alla rivista Playboy dirà: “It’s true, I am a bisexual. But I can’t deny that I’ve used that fact very well. I suppose it’s the best thing that ever happened to me.”

Alimentando una curiosità su cui ha saputo giocare abilmente anche in termini di resa commerciale e al momento opportuno, ha capito insomma meglio di altri che tutto sommato il sesso fa vendere. Ecco perché poi alla rivista Rolling Stones farà di nuovo dietrofront dicendo: “the biggest mistake I ever made” in riferimento alla sua precedentemente dichiarata bisessualità, aggiungendo: “I was always a closet  heterosexual.” Vero? Forse sì, sembrano suggerire i suoi due matrimoni e due figli… ma non è questo così preponderante quanto evidenziare il suo  celerissimo trasformismo a seconda degli anni e delle mode, la sua capacità di esternare una sfera che dovrebbe appartenere al privato a vantaggio di un’immagine adeguata al look del momento e speculare al prodotto artistico messo in campo. Abbracciando una posizione personale che potesse quindi giovare anche al ruolo o alla maschera da lui indossata, in grado di fare insomma pendant anche con la sua ultima creazione artistica.

E’ comunque vero che è sempre stato lui a decidere come muoversi, a proporsi come riteneva più opportuno, creando e gestendo da se le etichette che lo definivano, anche solo per il breve tempo della loro durata.

I media dal canto loro si sono limitati a sfruttare il vasto materiale che un artista così prolifico metteva loro a disposizione: creazioni, rappresentazioni, tour e spettacoli; va ribadito per altro che di materiale ce n’era sempre in quantità considerevole se pensiamo alla produzione più che generosa: venticinque album studio, sette live e venti raccolte; una ventina di film e più di dieci documentari, videoclips, non solo cinema ma anche teatro, televisione, fino a prestare la voce a “The Snowman”, un cartone animato del 1982, oltre che ad eseguire doppiaggi vari.

Insomma la “macchina Bowie” ha di sicuro fruttato sempre bene e lo fa a maggior ragione anche dopo il suo decesso. Ecco quindi una possibile chiave di lettura di “Lazarus”, che non a caso pone l’accento sul tema del ritorno, metafora del tamtam scatenatosi sui media e soprattutto sui social dopo la sua uscita di scena.

La regia della sua immagine è sempre stata la sua quindi, al cento per cento, e se già in Space Oddity afferma “You’ve really made the grade/And the papers want to know whose shirts you wear” (1969) significa che fin da allora aveva capito bene come trarre dal circuito mediatico ogni tipo di vantaggio, sapendo però anche ricompensarne meravigliosamente il pubblico con la sua arte.

Cinquant’anni di musica, cavalcando stili, contaminando i generi, utilizzando di tutto, lasciando confluire nella propria opera diverse possibilità, ma avendo sempre la capacità di confezionare prodotti musicali di livello superiore per realizzazione tecnica e mai scontati nei contenuti. Inutile negare che ci siano stati momenti in cui l’innovazione e la sperimentazione erano meno rilevanti di altri, ma è altrettanto vero che ha affrontato di tutto, contaminando e reinventando, precorrendo i tempi, sapendosi comunque sempre circondare di musicisti di talento e di altissimo spessore, lui stesso rientrando fra questi. David Bowie è stato infatti anche un polistrumentista: chitarra, tastiere, sax, violoncello, organo… e sapeva indubbiamente trovare il talento là dove si nascondeva: innumerevoli sono a questo proposito gli artisti emersi grazie a lui, non solo nell’ambito musicale ma anche in quello delle arti visive, grazie alla sua fondazione.

Se Ziggy Stardust morirà con lui sulla scena nel 1973, “Making love with his ego Ziggy sucked up into his mind/Like a leper messiah”, il suo posto non è comunque mai restato vacante: basti contare le varie maschere che nel tempo gli si sono succedute, implementando volta per volta la scena.

Con ★ per contro non solo il cerchio si chiude ma le singole parti si ricompongono. Col suo ultimo lavoro Bowie infatti ha saputo unire insieme passato e futuro, dando voce alla novità ma anche riproponendo e restituendo un senso a elementi che erano già parti di un discorso narrativo preesistente. Sono questi in definitiva che in ★, come in un pop-up reso folle, rimbalzano fuori dai diversi album e si materializzano in prospettive nuove, esseri dialoganti fra di loro e fluttuanti fuor di contesto.

Ecco quindi Major Tom, o quel che ne resta, comparire nel videoclip di ★ in un ambiente lunare e desertico nel contempo, dove nell’assenza di luce che caratterizza soprattutto la prima e l’ultima parte del brano, gli elementi simbolici e occulti di cui Bowie ha spesso fatto uso (innegabile il suo interesse per l’esoterismo), la sua natura tormentata, i suoi tanti volti, si condensano infine nell’unico volto bendato, come se si fosse spinto troppo oltre e avesse aperto gli occhi su qualcosa che va oltre l’umana possibilità di comprensione.

Ormai però le nostre speculazioni rimarranno tali come le tante domande sospese in attesa di una chiave risolutiva finale, potrebbe esserci un arcano? Oppure,  potrebbero essere dirette a noi, quelle smorfie beffarde?

I misteri sono forse quelli di una sfinge senza più segreti, come direbbe Oscar Wilde, perché: “Look up I’m in Heaven” e come ricorda ancora Tony Visconti: “He made Blackstar for us, his parting gift”, se il Duca avesse voluto stupirci per l’ultima volta, direi che con questa ultima rappresentazione ci sia riuscito pienamente, questa sua uscita di scena è plateale e grandiosa, forse il suo ultimo capolavoro.

Daniela Ferro

Daniela Ferro legge, scrive, ascolta ma soprattutto annusa. Appassionata di rose e di fragranze vive con 2 gatti, 3 conigli, due tartarughe, oltre 400 piante di rose che conosce e coltiva personalmente nonché un imprecisato numero di bottiglie di profumo.
Daniela Ferro

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