Elvira, Toni Servillo o la passione teatrale

Elvira, Toni Servillo o la passione teatrale

MILANOFino al 18 dicembre, Toni Servillo porta al Teatro Piccolo di Milano “Elvira”, la pièce di Brigitte Jacques. Uno spettacolo che affascina ancora a tanti anni di distanza dalla vicenda che ne determinò la nascita e che vale la pena ricordare per meglio inquadrare lo spettacolo.

Innegabile che sia l’evento dell’anno, in cartellone al Piccolo di Milano come inaugurazione della settantesima stagione della prestigiosa istituzione teatrale meneghina fino al 18 dicembre, per oltre due mesi consecutivi.

Innegabile che si tratti di uno spettacolo non facile, sia perché denso di intellettualismi che solo gli artisti possono comprendere in profondità, sia perché non prevede un articolato sviluppo drammaturgico di una vicenda tutta interiorizzata.

Innegabile che solo la passione di Toni Servillo poteva riportare in scena un testo simile e fin dalle prime settimane di rappresentazione il pubblico milanese lo sta acclamando come l’attore più amato dalle nuove generazioni.

Elvira affascina ancora a tanti anni di distanza dalla vicenda che ne determinò la nascita e che vale la pena ricordare per meglio inquadrare lo spettacolo.

Fra il 18 febbraio e il 21 settembre 1940 il grande attore francese Louis Jouvet, uno dei mostri sacri del Novecento artistico europeo, prova la seconda scena del quarto atto di un grande classico del teatro francese con gli allievi diplomandi: il Don Giovanni di Molière. Lavorando sui personaggi, egli lavora contemporaneamente sugli attori, per usare una terminologia che diventa consueta nel mondo teatrale, perlomeno a partire dal sistema di Stanislavskij e dei grandi registi russi del XX secolo.

Jouvet fa lezione direttamente in palcoscenico con tre giovani aspiranti attori: Octave nel ruolo di Don Giovanni, Léon in quello di Sganarello suo servitore e Claudia nel fondamentale ruolo di Elvira, la donna sedotta e abbandonata dal vivace libertino e che tuttavia cerca ancora di salvarlo dalla definitiva perdizione.

Il regista non è contento della interpretazione di Claudia, avverte le sue potenzialità artistiche ma la giovane attrice recita in modo tecnicamente giusto ma senza percepire l’afflato sentimentale che ancora avvolge il suo personaggio malgrado la delusione amorosa. E allora la lezione di recitazione deve tramutarsi necessariamente in una scuola dei sentimenti, in cui il più maturo maestro cercherà di trasmettere il proprio mondo interiore alla giovane allieva, tra contrasti, paure e dubbi.

Poiché il testo non ha una scrittura in forma di commedia ma è in origine la stesura delle lezioni agli studenti su Molière dello stesso Jouvet, stenografata dalla sua assistente Charlotte Delbo, ogni interprete può scegliere la misura drammaturgica che preferisce.

Il 30 giugno 1986 fu proprio Giorgio Strehler (che quarant’anni prima era stato con Paolo Grassi il fondatore del Piccolo Teatro) a misurarsi con il testo, intitolandolo Elvira o la passione teatrale, interpretandolo egli stesso accanto a una delle sue attrici predilette, Giulia Lazzarini, e impostando la rappresentazione come “una specie di suicidio teatrale, perché la gente sappia un poco di verità, sulla fatica, sul dolore, sulla tensione nostra di interpreti, di servitori del teatro, sulla nostra segreta realtà di sempre imperfetti messaggeri della poesia e della verità”.

Questa concezione strehleriana della messa in scena, ricca di una magica e sapiente retorica che oggi non funzionerebbe, viene ribaltata da Servillo, che è regista ma soprattutto attore moderno e antiretorico, in una lucida e raziocinante analisi del confronto intergenerazionale che caratterizza e condiziona ogni processo di formazione, soprattutto quando intervengono dinamiche di acquisizione e sottrazione come nella performance artistica.

Poiché mi avvio a essere un vecchio signore, abituato alle gigionerie teatrali della generazione di Strehler, sono entrato al Piccolo con il mio binocolo teatrale, oggetto desueto e quasi ottocentesco, che serviva ai critici per rubare qualunque segreto dei mattatori, in attesa del momento giusto per catturare il codice che desse lo stigma dello spettacolo.

In questa mia spasmodica ricerca dei segni distintivi, devo dire che per tre quarti della durata dello spettacolo Toni Servillo non mi ha dato tregua. Intanto ha utilizzato pienamente una drammaturgia di Brigitte Jacques intitolata Elvire Jouvet 40, che fin dal titolo intende ricostruire l’episodio storicizzandolo, poi è riuscito a costruire uno spettacolo meta teatrale per eccellenza che è registicamente pieno di calore e di entusiasmo ma attorialmente sembra ispirato alle regole dell’attore freddo di Diderot, e probabilmente questa era l’unica modalità per farlo rivivere.

Muovendosi sulla scena asettica, con un piccolo scrittoio a sinistra, due poltroncine e un praticabile, l’attore sale e scende dalla platea stimolando i tre giovani corpi scenici, cercando di accendere e far vibrare la parola scenica, affannandosi a spiegare agli allievi che l’esecuzione di una parte senza sforzo non è un fatto positivo per il testo, perché “recitare è l’arte di smuovere la propria sensibilità”, interviene a spiegare ai tre acerbi interpreti come smorzare i toni per poi riaccenderli, elogiando ma anche rimproverando. E poiché la recitazione sulla recitazione può definirsi un’espressività al quadrato, mentre Servillo insegna come recitare un monologo evidentemente lo recita e per un attimo pare elevarsi in una sorta di ascesi estatica, in cui anche eliminando la retorica attoriale viene salvaguardata la missione quasi sacerdotale del grande attore.

Mentre apprezzavo il distacco del regista dall’allieva, malgrado l’elaborazione di un linguaggio emotivo che li coinvolgeva, attendevo in agguato nel buio il gesto definitivo, la zampata del leone che sempre Servillo riserva ai suoi personaggi, e che gli ha consentito di costruire splendidamente il gelo della maschera andreottiana ne Il divo, il cinismo goldoniano nella Trilogia della villeggiatura, la recitazione di spalle in Sabato, domenica e lunedì, il grottesco delirio de Le voci di dentro, la famosa camminata di Jep Gambardella nella Roma de La grande bellezza. E finalmente la mia sadica pazienza di scrutatore col binocolo ha conseguito il risultato: quando Jouvet comprende che il tentativo di educazione sentimentale di Claudia/Elvira sta ottenendo i suoi frutti, mentre comincia a sentirsi soddisfatto della lotta dell’allieva contro la sua personale inadeguatezza e prefigura il successo dei suoi insegnamenti, Servillo/Jouvet ha un attimo di cedimento, abbandona per una frazione di secondo la sua controllata freddezza, avvicina d’istinto la sua mano alla guancia di Elvira come per carezzarla, ma a un centimetro dallo sfioramento si ferma, come pentito di essersi abbandonato a quella commozione che raccomandava sulla scena ma non è consentita nella vita, se la scuola di teatro deve essere scuola di morale e impegno vocazionale. E intanto l’orrore sonoro di un discorso di Hitler irrompe in sala a piena voce, a testimoniare che sempre le nostre piccole storie personali trovano impatto nella grande Storia collettiva che ci sovrasta.

Quando la Francia fu occupata dai nazisti, Jouvet partì in tournée per il Sudamerica, perse di vista la sua allieva Claudia (che nella realtà si chiamava Paula Dehelly e subito dopo essersi diplomata attrice fu perseguitata ed emarginata perché ebrea, ma poi divenne un’ottima professionista) e ritornò in patria solo dopo la fine della guerra, conseguì successi teatrali e cinematografici e morì nel 1951.

Poiché viviamo tempi difficili, con giovani scarsamente disponibili ad assumersi responsabilità e a fare sacrifici per conquistarsi un’autonomia, questa sobria ed essenziale Elvira di Toni Servillo ci appare una lezione di moralità che va oltre il teatro per farsi paradigma di esigenze profonde del nostro tempo.

E mentre celebro la mia ingenua vittoria, ritenendo di aver colto in un gesto la cifra dello spettacolo, osservo ancora Servillo nella penombra: con i capelli bianchi e gli occhiali, il profilo grifagno e il lungo soprabito, mi ricorda Orazio Costa, uno dei più grandi Maestri della cultura teatrale del secondo Novecento italiano, e questo mi sembra il complimento più grande che si possa fargli…

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Toni servillo

Gennaro Colangelo

Negli ultimi venti anni ha insegnato nei corsi di laurea triennali e specialistici,nell’ illusione di stimolare gli studenti ad approfondire le culture visuali e la comunicazione. Attualmente si dedica all’alta formazione,nel tentativo di traghettare i giovani creativi al lavoro attraverso master di culture management.Contemporaneamente continua a illudersi che gli Italiani possano appassionarsi al proprio patrimonio artistico e agli eventi del made in Italy.Quando avra’ finito di coltivare illusioni, si ritirera’ in un’isola greca per coltivare soltanto la passione di leggere e quella di scrivere…
Gennaro Colangelo

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One Response to "Elvira, Toni Servillo o la passione teatrale"

  1. Stefano Maria Pantano
    Stefano maria pantano   23 Novembre 2016 at 13:38

    Una raffinatezza d’intendimento e di analisi del tipo oggi sempre più raro. Spettacolo indubbiamente meritevole e da vedere.

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