Frida & gli altri nella Collezione Gelman

Palazzo Albergati di Bologna ha aperto i battenti con "La Collezione Gelman: arte messicana del XX secolo" una mostra dedicata ai maggiori pittori messicani del '900: Frida Kahlo, Diego Rivera, RufinoTamayo, María Izquierdo, David Alfaro Siqueiros e Ángel Zárrag. Dal 19 novembre 2016 al 26 marzo 2017.

Frida & gli altri nella Collezione Gelman

BOLOGNA – La Collezione Gelman è il frutto della passione per l’arte che Jacques Gelman e la moglie Natasha Zahalkaha, due emigranti dell’Europa dell’est stabilitisi in Messico, seppero coltivare a partire dagli anni ’40 e che li ha accompagnati per tutto l’arco delle loro esistenze. Jacques era un produttore cinematografico, ebreo russo di origine e scampato alla rivoluzione d’ottobre. Stabilitosi alla fine degli anni ’30 in Messico Gelman si era arricchito producendo i film di Mario Moreno, considerato all’epoca una sorta di Charlie Chaplin messicano. La splendida moglie Natasha venne ritratta su commissione del marito Jacques proprio da Diego Rivera all’epoca sposato con Frida Kahlo questo episodio sancirà una prolifica collaborazione fra il committente e gli esecutori.

La Collezione Gelman consta di due corpi ben diversificati: uno racchiude le firme dei maggiori esponenti della pittura europea del ‘900 e si trova al MOMA di New York, l’altro invece, si trova in Messico a Cuernavaca, presso la Fundación Vergel, al suo interno sono comprese le opere dei maggiori artisti messicani quali María Izquierdo, David Alfaro Siqueiros, Rufino Tamayo e Ángel Zárraga oltre a quelle già citate di Diego Rivera e di Frida Kahlo. Sono proprio i dipinti della collezione messicana ad essere esposti a Palazzo Albergati, a Bologna. Si tratta di oltre una trentina di opere talmente note da risultare quasi famigliari al fruitore. Fra queste annoveriamo il celebre autoritratto di Frida con le scimmie, ovvero alcune fra le sue mascotte nome con il quale l’artista affettuosamente definiva la miriade di animali che condividevano la sua casa (Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943, Olio su tela, 81,5 x 63 cm). La passione per gli animali e quella per le bambole spesso presenti nelle opere della pittrice stanno ad indicare forse una “sindrome della culla vuota”. L’artista a dispetto della salute malferma e dei numerosi problemi fisici, aveva sempre sperato di diventare madre. Ne “La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta ” del 1943, si vede in alto a sinistra una bambola fare capolino, sotto di lei una miriade di frutti maturi, riempiono la tela lasciando al fruitore ben pochi dubbi riguardo gli espliciti riferimenti sessuali.
Per contro, “L’abbraccio amorevole dell’universo la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot” è invece un’opera che enfatizza il suo legame tormentato, burrascoso ma certamente forte con Diego dal quale aveva divorziato, a seguito del tradimento dello stesso Diego con la sorella di lei Cristina, per poi risposarlo l’anno dopo. L’opera venne realizzata ancora da Frida nel 1949, nel quadro ricco di simboli, l’artista si raffigura in guisa di madre terra mentre tiene tra le braccia un Diego dalle dimensioni di un bambino ma la testa di adulto sulla cui fronte è ravvisabile un terzo occhio.

In mostra non solo dipinti ma anche disegni, fotografie, collages,  la ricostruzione fedelissima della camera di Frida Khalo, il letto con lo specchio posto sotto al baldacchino di legno, dovuto ai lunghi periodi di immobilità che l’avevano costretta al letto, da lì i successivi studi e i numerosi autoritratti da lei lasciati. Nella ricostruzione della camera non manca neppure lo scheletro di cartapesta posto invece al di sopra del baldacchino poiché a seguito della salute malferma che già dall’adolescenza l’aveva accompagnata, Frida era solita parlare della morte come del suo amante.

Esposti anche cimeli, gioielli e abiti di provenienza messicana coevi agli anni di Frida Kahlo sia per lo stile che per le fogge alle quali siamo abituati. Gli abiti che fecero di lei una vera icona di stile e riconoscibilità, non furono creati per compiacere una femminilità egocentrica, o per lo meno non solo, ma ebbero anche il duplice compito di sottolineare per via dello stile le sue origini messicane. Lei era nata da padre ebreo tedesco e da madre ispano-amerinda, aveva scelto di aderire a una radice genetica dimentica delle altre, lei che si sentiva figlia della rivoluzione messicana e per questo diceva di essere nata nel 1910, ovvero tre anni dopo. Le tuniche ampie e svasate servivano inoltre a camuffare i busti che era costretta a indossare per via dei numerosi problemi alle vertebre, le gonne lunghissime a celare una protesi, mentre i gioielli abbinati con molta liberalità unendo oggetti di pregio a collane fatte persino di semi, erano un suo segno distintivo si diceva infatti che al suo incedere lei tintinnasse, data l’abbondanza dei monili con cui si ricopriva.

All’interno della mostra è inoltre contenuta una piccola esposizione di abiti creati da stilisti come Valentino, Curiel, Ferrè, Marras che si ispirano a quelli di Frida Kahlo.

 « Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni. » (Frida Kahlo)

La mostra è stata curata da Gioia Mori, promossa dal Comune di Bologna e patrocinata dall’INBA (Instituto Nacional de Bellas Artes)

INFO

 L’apertura è dalle 10,00 alle ore 20,00 ma la biglietteria chiude un’ora prima. Il biglietto si può acquistare direttamente alla cassa oppure online sul sito palazzoalbergati.com
Il biglietto intero con audioguida inclusa costa 14 euro, quello ridotto con audioguida 12 euro.  Sono previsti sconti per gruppi di minimo 15 persone e guide fornite di tesserino.

Copyright Marianne Bargiotti Photography 2016
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Daniela Ferro

Daniela Ferro legge, scrive, ascolta ma soprattutto annusa. Appassionata di rose e di fragranze vive con 2 gatti, 3 conigli, due tartarughe, oltre 400 piante di rose che conosce e coltiva personalmente nonché un imprecisato numero di bottiglie di profumo.
Daniela Ferro

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