Gian Paolo Barbieri. Maestro di stile

Gian Paolo Barbieri. Maestro di stile

MILANO – Negli ultimi anni sono state organizzate numerose mostre dedicate al grande fotografo Gian Paolo Barbieri. L’ultima in ordine di apparizione l’abbiamo potuta ammirare (dal 17 settembre al 30 settembre 2019), presso Palazzo Pirelli.

Il fotografo/brand

La mostra organizzata recentemente nello Spazio Eventi di Palazzi Pirelli è arrivata dopo alcuni anni ricchi di eventi fotografici dedicati al celebratissimo fotografo Gian Paolo Barbieri. Ve ne elenco alcuni, in rapida successione:

“Occhio, cuore e mente, cinquant’anni di bellezza nella fotografia di moda” (23 novembre-20 dicembre 2016); “In viaggio” (7 giugno-14 luglio 2017); “Polaroids and more” (9 maggio- 27 luglio 2019). Tutte queste mostre sono state organizzate da 29 Arts in Progress gallery (Milano), che evidentemente si prende cura di promuovere e commercializzare l’autorevole produzione del fotografo. Senza dimenticare le rilevanti funzioni di ricerca e promozione culturale, esercitate dalla Fondazione creata qualche hanno fa da Barbieri. Aggiungerei alle mostre citate una ulteriore esposizione che ha circolato con grande successo tra il 2018/19, in alcune importanti città in Russia, intitolata “Fashion and Fiction” ( Kaliningrad, San Pietroburgo, Nizhny Novgorod). Quindi, al netto degli scatti presentati in numerose Fiere artistiche (per es: lo scorso febbraio alla Fiera dell’Arte di Bologna ho potuto ammirarne una dozzina di grande impatto) e partecipazioni a mostre collettive, penso di poter affermare che negli ultimi anni nessun fotografo di moda italiano è stato celebrato con tanta e ripetuta ricchezza espositiva. Per farla breve, Gian Paolo Barbieri non è più solo un grande fotografo ma un brand artistico. E da Charles Saatchi in poi (il pubblicitario/collezionista che ha portato artisti come Hirst e i Young British Artists ad avere quotazioni inimmaginabili),  sappiamo tutti quanto oggi sia importante, per chi vuole navigare da protagonista nel mondo dell’arte, avere come armi visioni estetiche polarizzanti, corroborate alla grande da una poco romantica intenzionalità a pensarsi e agire come un brand. Come insegna l’arte contemporanea che conta davvero, la reale influenza di un artista sul nostro tempo dipende dall’abilità con la quale un talento creativo si pensa e agisce come se fosse una marca.

Lo so che è un argomento sgradevole e cinico, ma aiuta a capire molte cose. Per la diffusione della foto di moda come oggetto artistico, da comprare e collezionare, non bastano le pur importanti mostre nei grandi musei. Occorrono identità estetiche robuste, capaci di funzionare come un rappresentante/rappresentativo della pulsione tutta umana deviata su “oggetti” inutili ma forse proprio per questo così importanti per l’economia dei nostri sentimenti.

Una identità estetica robusta (cioè  brandizzata) riduce l’incertezza e l’insicurezza nel fruitore. Certifica l’oggetto avvolgendolo con un fascio di valori percepiti/vissuti come più condivisi, rispetto ai contenuti intellettuali e/o critici verbalizzati.

Gian Paolo Barbieri

Non ci vuole molto per capire quanto la foto di moda, per emergere anche come “oggetto artistico”, abbia avuto il bisogno del branding applicato ai grandi fotografi. Bisogna infatti tenere in debito conto che la foto di moda, normalmente, è sottoposta a inflazione, ad emulazione; la sua efficacia viene misurata principalmente con il successo commerciale del look o del marchio che promuove; non esiste per essa un vero canone d’eccellenza che metta d’accordo tutti; dalla sua nascita ha circolato perlopiù stampata su giornali, adattata alla grafica della testata, quindi sottoposta spesso a brutali interpretazioni e/o selezioni di Art Director non sempre all’altezza del talento del fotografo. Con la digitalizzazione si è diffusa tra una moltitudine di cretini, la credenza che oramai quasi tutto l’effetto estetico sia prodotto dalla macchina. Le tecniche di post produzione hanno aumentato a dismisura le potenzialità espressive, narrative delle immagini, ma non senza rischiare di spalmare su di esse una pesante ombra di inautenticità. Potrei continuare a lungo con i dubbi e le incertezze che animano la fruizione consapevole, ma spero abbiate capito il mio punto di vista: la foto di moda è un oggetto culturale molto più complesso di quanto la sua straordinaria diffusione e la facilità con la quale ne consumiamo gli effetti ci lascino prima facie percepire. Da qui l’incertezza o l’insicurezza che ci coglie quando dobbiamo decidere se comprarla per appenderla alle pareti di casa al posto di un tradizionale quadro oppure  abbandonarla allo sguardo distratto da lettore sonnambulo nel surfing visivo abituale tra le ondate di immagini-moda che fluttuano nelle riviste, nel web, in Tv, nella cartellonistica.

Il fotografo-brand ci rassicura sulla valenza delle immagini. In qualche modo ci convince a dedicare un in-più d’attenzione alle sue messe in scena, ai suoi ritratti, al momentum (nel senso di impulso) che crea e certifica.

Ma occorre aggiungere che il fotografo-brand non è quasi mai una sorta di bolla o di rigonfiamento di notorietà liquida. Ci vogliono anni di esperienze fuori dall’ordinario affinché una pratica articolata come lo è senz’altro l’attività di un fotografo d’eccellenza, possa scolpire attraverso il talento e la creatività  farci percepire ciò che definiamo “uno stile”. E lo stile possiamo pensarlo come la pelle del brand. Ovvero, un involucro poroso che permette al tempo stesso di accumulare valori e comunicare con il mondo. A questo punto i qualia fotografici di bellezza, del glamour, della bella avventura dello sguardo, possono fondere le emozioni con un significativo sentimento di partecipazione o condivisione con una immagine che ci appare pregnante, nel senso che le attribuiamo una sorta di identità molto più robusta rispetto la pletora di belle immagini che pur esistono, anche se in gran parte rimangono presenti nella nostra mente solo per un attimo.

I 70 scatti di Gian Paolo Barbieri presentati a Palazzo Pirelli, per celebrare uno dei fotografi-brand più talentosi e influenti degli ultimi cinquant’anni, sono, tra le altre cose, una testimonianza di come la moda, senza recedere dalle sue regole o se volete dalle sue ossessioni, possa ambire a produrre oggetti estetici empatici che hanno la particolarità di dialogare con il sistema mente-corpo all’insegna di un rassicurante piacere se paragonati a gran parte dell’arte contemporanea (orienta più a traumatizzarci che a sedurci).

Prima Divagazione: riflessioni su una mostra particolare

Potrà sembrarvi bizzarro ma vorrei continuare a parlarvi della mostra di Palazzo Pirelli, facendo un passo indietro nel tempo. Pochi mesi or sono, verso la fine di luglio, chiuse i battenti una rassegna di scatti particolari di Gian Paolo Barbieri che potremmo paragonare agli schizzi preliminari che un pittore effettua prima di mettere su tela la configurazione definitiva. La mostra si intitolava Polaroids and more. A mia memoria Gianpaolo Barbieri non aveva mai presentato al largo pubblico le sue polaroid.

Che origine hanno questi scatti? Suppongo che a suo tempo abbiano funzionato, oltre al ricordato schizzo preparatore del pittore, al Making of nel cinema. Vale a dire come frammenti della documentazione dell’articolato lavoro dietro le quinte (si usa anche l’espressione Behind the scenes) presupposto dai servizi o reportage creati per i grandi Brand della moda, pubblicati in seguito su riviste come Vogue, Harper’s etc.

Il parallelismo con il cinema non deve sorprendere. Praticamente tutti critici hanno sottolineato l’importanza dello sguardo cinematografico nel modus operandi di Barbieri. Tra l’altro, va ricordato che il set di un grande fotografo assomiglia molto a quello di un film. Vi lavorano modelle famose come attrici (spesso vengono scritturate Stars già affermate nel mondo del cinema), circondate da decine di persone che si prendono cura di ogni aspetto della produzione. Noi però vediamo solo lo scatto finale impaginato in una rivista e l’abilità del fotografo consiste nel convincere il nostro sguardo a sentire la presenza dell’immagine come qualcosa di intimo; come se in qualche modo fossimo al posto del fotografo nel preciso momento in cui diviene una cosa sola con con il bersaglio.

C’è da aggiungere che le polaroids di Barbieri si interfacciano perfettamente con il mood contemporaneo che conferisce una valenza particolare a “oggetti estetici” in qualche modo portatori di calibrate imperfezioni e con la mentalità che la cosiddetta rivoluzione digitale sta diffondendo: voglio dire che le Polaroids esposte non sono certo estranee al sentimento del bello, ma per chi conosce il gusto della perfezione glamour degli scatti che hanno promosso Barbieri nell’Olimpo della fotografia di moda, in quelli che sto prendendo in considerazione ora, si percepisce l’elemento casuale, l’immediatezza, i margini del caos che il fotografo, in seconda battuta, suppongo dovrà in qualche modo controllare.

Senza dimenticare che, per come sono realizzate, questa tipologia di immagini sono dei pezzi unici, quindi conformi al desiderio di rarità dei collezionisti più esigenti, se tuttavia le paragoniamo alle immagini iconiche esibite nella mostra a Palazzo Pirelli ci permettono di capire quanto l’ossessione della moda per la teatralità, per la recita, per l’artificiosità avesse raggiunto nell’arco di tempo che va da Avedon a Barbieri, una perfezione esecutiva e concettuale forse insuperata. Di questo superlativo della bellezza glamour il nostro fotografo è stato senz’altro uno dei più magistrali interpreti.

Gian Paolo Barbieri

 

Seconda divagazione: la giovinezza del fotografo e primi successi

Gianpaolo Barbieri quand’era giovane voleva diventare un attore. Si trasferì a Roma e provò a cimentarsi con teatro e il cinema. Secondo quanto lo stesso fotografo ha dichiarato in numerose interviste, negli anni in cui confidava di poter trovare l’occasione giusta di mettersi alla prova sulle scene, per guadagnare qualcosa faceva ritratti per il book personale di giovani che come lui avevano la passione di recitare. Un giorno, un rappresentante di tessuti vide nel magazzino del padre alcune sue fotografie e ne rimase colpito. Gli suggerì di impegnarsi seriamente nella fotografia di moda, un genere di immagini che nella metà degli anni sessanta, nel nostro Paese, non godeva di buona reputazione sia tra i critici che tra i talenti creativi in circolazione, ma che prometteva ai più bravi esperienze e budget di spesa che i fanatici della foto artistica o della foto-verità stile Magnum potevano solo sognare.

In quel periodo in Italia non esisteva una vera scuola di fotografia di moda. Avevamo talentosi interpreti che praticavano tale l’attività come oggi usiamo i bancomat. Cercate di comprendermi, il De Antonis o Ugo Mulas, solo per fare due nomi di nostri grandi fotografi tra i cinquanta e sessanta del secolo scorso, facevano foto di moda a mio avviso estremamente creative ed efficaci, ma senza il desiderio o l’ambizione di essere protagonisti nella costruzione di un immaginario fashion. E aggiungo, non appartenevano all’élite professionale del settore. Gian Paolo Barbieri, aveva bisogno di trasformare il talento che, inaspettatamente, si era trovato addosso, pensava infatti di essere destinato al teatro e al cinema anche se le sue ambizioni di diventare attore velocemente scemavano, come tutti i giovani dicevo aveva bisogno di riconoscersi in qualcosa di operativamente utile per dare una svolta alla sua vita.

E per farla breve, secondo me prese la decisione giusta. Intuendo che erano più che altro le pratiche che si imparano veramente solo facendole ad essere importanti in quella fase della sua vita, accettò di buon grado il sopracitato suggerimento dell’amico rappresentante di tessuti e la successiva opportunità di un colloquio preliminare con l’allora quotato fotografo di moda Tom Kublin. Nei tempi concordati, Gian Paolo Barbieri lo raggiunse a Parigi, superò brillantemente le prove iniziatiche e si trovò promosso ad assistente tuttofare di un fotografo oggi deplorevolmente dimenticato; ma se perdete un po’ di tempo ad osservare le sue foto di Alta moda, vi risulterà semplice intuirne la qualità, la precisione, l’ordine e la giustezza delle sue immagini che in quel periodo rivaleggiavano con i grandi nomi della fotografia di moda. Purtroppo dopo una ventina di giorni il fotografo ungherese fu colpito da un ictus che lo uccise. Eppure, quel breve periodo in cui Gian Paolo Barbieri seguì come assistente lo stimato collaboratore di Harper’s Bazaar, fu sufficiente a generare la forte impressione necessaria per fornire al talento del giovane fotografo le traiettorie operative, forse anche il supplemento di motivazioni, che gli consentirono in tempi brevissimi di divenire l’image makers italiano più corteggiato da stilisti e riviste di settore. Infatti, tornato a Milano, si inserì con autorevolezza tra la ristretta cerchia di fotografi che contribuirono all’inarrestabile scalata della moda italiana, favorita e stimolata dal crescente successo editoriale delle riviste femminili, a quel tempo arbitre incontrastate della diffusione di un nuovo immaginario-moda. Non sto a farvi l’elenco degli stilisti che si affidavano alle sue visioni, dal momento che più o meno tutti i brand di una certa consistenza ambivano alle pagine di Vogue Italia. Mi limito a segnalare che della prestigiosa rivista Gianpaolo Barbieri divenne un apprezzato punto di riferimento. Ad essere precisi all’inizio collaborò con il magazine Novità. In seguito la rivista fu acquistata dalla Condè Nast per essere trasformata nell’edizione italiana della testata più autorevole della moda.

Col senno di poi, mi pare di capire che da Tom Kublin il nostro fotografo abbia distillato la preferenza per una bellezza glamour precisa e dinamicamente ordinata. Precisa nelle armoniche tra i vari elementi costitutivi; dinamica per conferire all’immagine la forza visiva conforme alle aspettative di un pubblico che dai sessanta del novecento in poi sembra prediligere pose, movimenti, messe in scena a dominante narrativa. Aggiungerei inoltre tra gli insight maturati a Parigi l’estrema cura per i dettagli, tipici della generazione di fotografi di moda che lavoravano a stretto contatto l’haute couture.

Ma è anche vero che Gian Paolo Barbieri conferisce al suo glamour una leggerezza dinamica molto più articolata rispetto a quella che percepisco quando guardo foto del nel suo presunto maestro (ne ho potuto vedere poche purtroppo, dal momento che come altri grandi fotografi di moda anni cinquanta/sessanta, attualmente risulta immeritatamente dimenticato dalla critica e dai curatori di mostre, come, per esempio, il grande Henry Clark). In un certo senso il mestiere di fotografo di moda permise a Barbieri di riallinearsi con le sue passioni giovanili. Le sue foto, come riconoscono gli autori che si sono misurati con il suo lavoro, evocavano teatro e cinema. Ed è proprio l’effetto movie a caratterizzare le sue immagini a mio avviso più efficaci nelle decadi settanta/ottanta del novecento.

Della mostra di Palazzo Pirelli 

I 70 scatti stampati meravigliosamente in formato mostra, recentemente visti a Milano, hanno illustrano perfettamente il progetto dei curatori, basato su una idea molto semplice da capire:  Gianpaolo Barbieri è stato e rimane non solo uno dei più rappresentativi fotografi italiani della sofisticata tipologia di immagini che etichettiamo talvolta con troppa superficialità con l’espressione foto di moda, ma anche uno degli artefici, insieme a stilisti come Walter Albini, Missoni, Krizia, Armani, Ferré, dell’evento culturale, sociale ed economico che verrà chiamato Made in Italy. Per farla breve, l‘idea comunicata suona così: del Made in Italy il contesto milanese è stato l’incubatore, gli stilisti che vi operavano il motore creativo e Gian Paolo Barbieri il costruttore dell’immaginario che ne ha favorito la mitizzazione.

D’accordo, d’accordo, viviamo anche di narrazioni, spesso più vicine alle favole che a una verosimile storia. Ma credo di non togliere nulla al nostro grande fotografo ricordando che sarebbe più corretto dire sostenere che la moda italiana decollò tra Firenze e Roma una ventina di anni prima dell’esplosione creativa di Milano nei settanta. Mi riferisco ovviamente alle dimenticate sfilate della “Sala bianca” organizzate da Giorgini; agli atelier dei couturier romani del dopoguerra e alle numerose dive americane che diedero impulso all’Alta Moda romana.

E poi, siamo sicuri che l’interesse mondiale nei valori che in modo brutale incapsuliamo nel meta-brand Made in Italy abbia avuto soprattutto la moda come incubatore? Se penso la questione a partire da ipotetiche origini, io propendo più per il nostro cinema neorealista e il design (il quale aveva proprio in Milano, a partire dai primi sessanta il suo centro propulsivo).

E poi, tra la fine dei sessanta e i settanta del novecento, tra i fotografi di Vogue Italia, Gian Paolo Barbieri non era l’unico talento creativo. Tanto per fare un nome, sulla stessa rivista un giovane Oliviero Toscani metteva in mostra i primi graffi di sregolata abilità nel rimettere coi piedi per terra un glamour troppo idealizzato dalla vulgata pubblicitaria. Infine, se vogliamo fare una analisi seria delle fasi cruciali del decollo del Made in Italy, bisognerebbe mettere a fuoco con attenzione il ruolo giocato dai pubblicitari milanesi operativi nei decenni in oggetto: se prendiamo come riferimento la mitizzazione di uno stile creativo/produttivo, il loro lavoro come dobbiamo collocarlo? Prima, dopo, nel mezzo? Lascio volentieri a voi la questione.

Tuttavia si può dire che tra i fotografi di moda italiani capaci di rivaleggiare con l’esercito di professionisti dislocati perlopiù tra Parigi, Londra, New York, Gian Paolo Barbieri era l’image maker più efficace per le attese della moda del periodo, caratterizzata da un evidente cambiamento di prospettiva, ma sempre ancorata a un concetto di bellezza sofisticata e chic. L’abilità dei fotografi più accreditati nei sessanta/settanta consisteva nell’evocare la casualità (fasulla) dello scatto, inquadrando gesti ed espressioni lontani dalle classicheggianti pose equilibrate. Era chiaro che un po’ tutti lavoravano per costruire il nuovo immaginario della donna-giovane-libera-amante della moda. I fotografi londinesi con in testa David Bailley pensavano fosse necessaria una punta di volgarità e di ruvidezza per diffondere un messaggio sexy adeguato al desiderio di una generazione che reclamava libertà e maggiore spregiudicatezza nei giochi sociali. A Parigi Guy Bourdin e Helmut Newton (sulle pagine di Vogue France) cominciavano ad esplorare altre dimensioni inedite per la moda, sdoganando emozioni mai utilizzate prima per comunicare abiti. Tra perversioni e lugubri evocazioni, evaporava il concetto di bellezza ordinario e al tempo stesso emergeva il lato folle o se volete estremo della fotografia. La novità, tutta ancora da spiegare, consisteva nel fatto che l’escalation di provocazioni non suscitava affatto angoscia o rabbia tra il pubblico di lettori, bensì entusiaste adesioni corroborate dalle inevitabili critiche moralistiche che contribuivano a focalizzare ancor di più l’attenzione sui due fotografi sopracitati.

Nel contesto internazionale che ho frettolosamente affrescato, le immagini di Gian Paolo Barbieri ebbero subito un loro collocamento autorevole. Insieme a quelle di Richard Avedon e di Irving Penn, grandissimi esponenti ella generazione precedente ma la cui influenza continuava tuttavia a perdurare nella prima fase della carriera del nostro fotografo, rappresentarono l‘interpretazione a mio avviso più equilibrata tra l’esigenza della moda di creare modelli probatori di bellezza e la devastazione del “bello armonioso” che da un certo punto in poi agli intermediari editoriali e ai manager, risultava più efficace per connettersi con le passioni dominanti tra i pubblici emergenti.

Guardate l’immagine della vernice che cade da una impalcatura (esposta nella mostra di Palazzo Pirelli).

A mio avviso vi si respira l’aria della svolta portata da fotografi come Bourdin. Senza valutare la dimensione del colore e per restare ancorati alla situazione creata dall’image maker, si può notare che a Barbieri non è necessario sconfinare nei territori delle emozioni estreme per alludere ad una bellezza diversa.  Il bidone di colore che dall’alto imbratta l’incedere della modella è un coup de theatre fantastico per suggerire al nostro occhio il senso di una eleganza che non evapora di fronte all’imprevisto.

Oggi a distanza di  mezzo secolo dall’inizio della carriera di G.Barbieri,  a me pare che la qualità del suo lavoro meriti l’accostamento con l’arte (qualsiasi sia il significato che attribuiate alla parola).

Devo dire che le foto selezionate dall’autore, stampate con cura nel formato giusto (chiunque può accorgersi della differenza percettiva che sperimentiamo quando si passa dal formato magazine alle stampe utilizzate per le mostre e il mercato), suscitano certamente una reazione sensibile che sarebbe sciocco non avvicinare alla reverente attenzione normalmente riservata all’arte (pittura, scultura, performance…insomma oggetti o esperienze di quel tipo).

Per quanto mi riguarda, quando le immagini escono dal contesto di una rivista o di un catalogo, soprattutto se vengono selezionate da un autore (cioè foto mai pubblicato oppure senza i tagli degli art director) presentate in scala spettacolare, considero il riferimento al genere moda estremamente ambiguo. Io non sono del tutto convinto che esistano “foto di moda” mentre sono certo dell’esistenza di eccezionali fotografi e del loro ragguardevole lavoro.

Quindi mi disturba quando foto di stupefacente bellezza vengono etichettate come se fossero poco più di immagini che se la tirano o come qualcosa di inautentico (perché la valenza dell’oggetto non può smarcarsi dalla sua ombra commerciale), Infatti ho avuto la sfortuna di guardare la mostra a Palazzo Pirelli con un paio di amici poco affidabili in esperienze di questo tipo. Possiamo certo dire che la fattura di molti scatti presentati nella mostra citata porta l’impronta dell’ideologema della moda ovvero corpi eccezionali o famosi rivestiti con abiti di ogni tipo, con enfatizzato il fatto che il secondo classifichi il primo. Il riconoscimento dei tratti pertinenti di uno di modi con i quali la moda  comunica, dipende certamente da convenzioni che per abitudine abbiamo interiorizzato. Di conseguenza sembra corretto parlare di “genere”. Tuttavia l’esistenza di convenzioni modulate dagli strateghi del marketing non dovrebbe costituire un limite invalicabile, tale da precludere la percezione qualitativa che definiamo arte. Non è forse la moda, uno dei processi di estetizzazione delle esperienze più potenti e affascinanti, create dall’umanità? D’altronde, provate a immaginare di togliere ai quadri di Velázquez, di Zurbarán, del Goya i magnifici abiti che indossano le aristocratiche/clienti raffigurate in ritratti che ammiriamo nei musei, e fatevi una idea degli esiti! Non solo ci mancherebbero i magnifici abiti creati da Cristóbal Balenciaga ispirati da essi, ma a quelle opere verrebbe a mancare la percezione del bello che da generazioni affascina tantissimi appassionati di arte pittorica. Qualcuno potrebbe sostenere che tra la costruzione pittorica di una forma e la presa dell’oggetto reale da parte della macchina fotografica c’è una grande differenza. Si tratta di una visione superata e sbagliata. La fotografia non è mai solo realismo bensì costruzione di una immagine. Quindi anche il fotografo più compromesso con costrizioni commerciali può indovinare l’orchestrazione degli elementi coinvolti nell’atto fotografico, tale per cui gli esiti possono benissimo suscitarci le attenzioni e la reverenza estetica prevista dall’approccio all’arte.

Ma come la mettiamo con la paludosità, l’estensione e l’attuale indeterminatezza della parola Arte?

Per quanto mi riguarda cerco di usare questo termine solo quando il modo di realizzare l’oggetto estetico  mi fa dimenticare la sua funzione. Faccio un inchino dunque al grande Ernst Gombrich dal quale ho imparato la fecondità di questa scelta anti-definizione e anti-cretinate. Vale la pena che vi citi testualmente l’autore: “ Il segreto dell’artista consiste nel compiere tanto bene il proprio lavoro che quasi ci dimentichiamo di domandare quali fossero in origini le sue intenzioni, tanta è l’ammirazione che il risultato ci ispira” (La storia dell’arte, Einaudi 1966).

Comunque la pensiate, il debordante talento di G.Barbieri, il suo straordinario controllo del mezzo e della messa in scena, sono tali da conferire ai suoi scatti una maestria fuori dall’ordinario nel tradurre nel linguaggio fotografico ogni esperienza visiva che smuova la sua sensibilità e ogni concetto che la sua mente voglia trasformare in una potente, bella ed elegante rappresentazione simbolica. La mostra di foto capolavoro di Palazzo Pirelli forse non sono “arte” nel senso che diamo alla parola quando guardiamo un quadro, ma di certo possiedono una valenza artistica ovvero ritroviamo in esse un lungo elenco di elementi formali, percettivi e cognitivi che sono in gioco nelle opere dei pittori, scultori, disegnatori, illustratori che più ammiriamo.

 

Gian Paolo Barbieri maestro di stile

Uno degli aspetti del lavoro di G.Babieri che mi ha fin da subito attratto, è il sostanziale equilibrio tra visionarietá, padronanza tecnica, valenza narratologica e stilizzazione. Non ho la pretesa che le mie parole abbiano un contenuto critico conforme o più profondo di quanto sinora è stato scritto su di lui. Mi limito a indovinare le categorie verbali che evochino l’integrazione tra percezione e strutture del senso che personalmente ho sperimentato di fronte alle sue opere. Per esempio classificherei l’impressione di sostanziale equilibrio che le caratterizza con l’espressione omeostasi della bellezza.

A posteriori, se rifletto su di me mentre guardo le sue foto e cerco di capire il processo che in output produce una disposizione ad essere catturato dall’immagine, disposizione che può avere esiti linguistici ma che non coincide con essi, trovo che ciò che mi convince assomiglia molto al piacere di percepire un ordine formale non banale, dinamico, ma senza eccessi.

Un “ordine” che, foto dopo foto, si ripete, pur con tutte le variazioni d’obbligo per gli autori che lavorano nel campo della moda.

La riconoscibilità che questo “ordine” particolare imprime all’oggetto preso nel campo fotografico a volte lo chiamiamo stile. La bellezza ordinata delle sue foto va incontro al nostro bisogno di regolarità (di senso); il fatto che poi, simultaneamente, mi facciano percepire la presenza di una identità creativa che riesco a cogliere nei suoi tratti specifici, evoca il sentimento particolare che proviamo di fronte ai processi di stilizzazione.

So benissimo che definire uno stile è una questione complicata. Mi limito quindi, per quanto riguarda lo stile Barbieri, ad evidenziare l’importanza  avuta della sua visione/interpretazione della moda nel processo che ne ha plasmato i caratteri; stile che mi sembra di riconoscere anche nei suoi ritratti, negli still-life e nelle fotografie dedicate ai suoi viaggi esotici.

Guardate l’immagine della tartaruga che sembra salutarci: non trovate in essa l’eleganza, la grazia e un infinitesimo di vanità tale da rendercela attraente? Guardandola proviamo rispetto e ammirazione.

Uno degli organismi più goffi e sgraziati del creato è stato trasformato dalla sapiente regia del fotografo in un emblema di dignitosa, lenta, tranquilla bellezza.

Come ho già scritto, Gian Paolo Barbieri ha lavorato con molti dei creatori di moda più importanti degli ultimi cinquant’anni. Ha avuto a sua disposizione le modelle più belle e gli abiti più ambiti. La sua giovinezza trascorsa ad amare il cinema lo ha dotato di una sensibilità fuori dal comune per la dimensione narrativa che rende più efficace ed eloquente una fotografia. Eppure guardando le sue immagini della moda ho la sensazione che abbia dovuto spesso non soltanto abbellire qualcosa già impregnato di bellezza, bensì trasformare degli abiti/tartaruga in dispositivi acchiappa desiderio capaci di accelerare i processi della moda, dando alla rappresentazione delle vesti le valenze estetiche alle quali pensiamo sia connessa la viralità dell’abito simbolizzato. Se lo stilista è il creatore dell’abito bello, è il fotografo di genio che conferisce ad esso le fattezze del sogno e la potenzialità di essere soprattutto segno di se stesso.

Prendete come esempio l’immagine di Audrey Hepburn che indossa un abito mantello che sembra ispirato al saio con cappuccio di una setta massonica particolarmente elegante. Si tratta di una creazione di metà anni settanta di un Valentino particolarmente ispirato, una probabile emulazione delle sfide compositive che tentò di risolvere il grandissimo Balenciaga quando creò il suo famoso abito-sacco. La forma di Valentino sembra reggere il confronto ed è chiaramente originale e distintiva ma difficile da trasformare in un simbolo di eleganza glamour. Se osservate l’immagine creata da Barbieri potete notare che la scelta di riprendere l’attrice di tre quarti, con una parte del viso celata dal cappuccio, si rivela decisiva: l’inquietante e severa forma dell’abito si trasforma in un simbolo in difesa di una bellezza fragile e delicata…Una foto indimenticabile.

Gian Paolo Barbieri

Quando affermo e scrivo che G. Barbieri ha stile, faccio riferimento ovviamente a qualcosa che si ripete, qualcosa che rimane identica a se stessa. Ma con tale congettura non intendo sottovalutare il valore della sua visionarietà. D’altronde, per gli scopi della Moda uno stile troppo rigido (troppo riconoscibile) risulta prima o poi indigesto.

L’intelligenza operativa di Gian Paolo Barbieri lo ha immunizzato dal rischio di ossificare una impronta creativa troppo rigida. Il suo è uno stile dinamico, nel senso che cambia la regolazione delle forze visive che configurano l’immagine.

Basta schizzare brevemente alcune tappe della sua carriera per rendersene conto. Negli anni sessanta il nostro fotografo è il più bravo a cogliere le lezioni di Avedon e Penn per affinarne alcune scoperte visive che a metà degli anni cinquanta anticipano i modi della comunicazione della moda di almeno trent’anni: penso alle foto sequenziali ispirate al cinema, al racconto di una nuova femminilità non solo seducente o intrigante, ma consapevole, intelligente, ironica. Il tipo particolare di eleganza formale che Barbieri padroneggia possiede somiglianze di famiglia con il migliore Horst, con Hoyningen-Heune e Steichen. A mio avviso in questa fase iniziale della sua carriera tra i giovani fotografi solo Hiro e Bailey (oltre a quelli citati sopra ovviamente) reggono il confronto.. Ma il primo è quasi sempre freddo e formale, almeno quanto il secondo risulta troppo indulgente con se stesso. Barbieri sa cambiare marcia, è curioso, studia l’arte, accetta nuove sfide e ama, alla giusta distanza, la moda.

Il suo controllo scenico quando decide di accelerare il tempo interno di una immagine dando ad esso una direzione (una narrazione) ha la sublime compostezza di Cecil Beaton e il dinamismo estetico di Munkacsi. Quando cerca foto stranianti, vagamente surreali, rimane elegante come lo era Blumenfeld. Negli anni settanta anticipa alcune inquietudini che opportunamente esagerate in Francia, paese che ama la foto di moda, trasformarono in mito Guy Bourdin.

All’inizio degli anni ottanta Barbieri percepisce l’assuefazione del pubblico verso un modo di interpretare la resa in immagini dell’abito troppo codificato ed è uno dei primi ad esplorare le plausibilità della foto scioccante. Se indubbiamente Helmut Newton ha rappresentato, prima e meglio di chiunque altro fotografo, il lato perverso della moda, Barbieri interpreta lo sconfinamento in territori di desiderio più paludosi con maggiore intelligenza grazie alla sua capacità di rinviarci attraverso l’immagine in un altrove, impedendosi di umiliare, seppur per gioco, la modella, mantenendosi nell’orizzonte dell’allegoria (scrivo queste parole mentre penso alla celebre Macellaia: una modella in canotta bianca e bandana che porta sulla spalla un quarto di bue).

Gian Paolo Barbieri Hepburn

Anche quando negli anni novanta si inventa fotografo d’avventure esotiche, i suoi bellissimi libri ispirati dalle bellezze delle Seychelle, di Thaiti, del Madagascar rivelano l’assoluta padronanza del campo fotografico maturata come fotografo di moda. Le sue sperimentazioni hanno l’eleganza straniante del Weston che nobilitava il water dei cessi fotografandolo come se fossero opere d’arte; i corpi scultorei e tatuati degli indigeni forse non colpiscono come le foto di Mapplethorpe ma trasmettono una orgogliosa bellezza, una solida, scultorea e romantica eleganza.

Una serie di foto che mi colpirono tantissimo e che mi permettono di segnalare una caratteristica di Barbieri da non dimenticare, sono le immagini che creò per Vivienne Westwood verso la fine degli anni novanta.

In particolare è la foto del 1998 ispirata da un famoso quadro di Gericault a confermarmi l’eccezionale occhio interiore del fotografo come image makers della moda. Ricordo che rividi l’immagine in oggetto, stampata in modo perfetto, in grande formato, nella grande rassegna dedicatagli da Palazzo Reale nel 2007. In altre sale della prestigiosa sede espositiva era stata da poco inaugurata anche la mostra di La Chappelle con le ultime fotografie chiaramente ispirate a Michelangelo e ad altri artisti. Penso di poter sostenere che la foto di Barbieri non solo regge il confronto, ma in un certo senso la possiamo considerare una innovazione (pur con tutti i limiti che questa parola deve avere in un mondo dove, in un modo o nell’altro, tutto è già stato scritto, detto e fotografato). Mi piacque immaginare che ancora un volta il nostro fotografo avesse intercettato un nuovo paradigma fotografico e che avesse subito stabilito i termini per un confronto di alto profilo.

Due parole sulla tela dell’artista. I francesi amanti della pittura che andarono al Salon del 1819 rimasero sconvolti da una enorme tela di Gericault in cui si narrava la fine della drammatica avventura dei passeggeri e marinai della Medusa. La fregata aveva preso il largo in direzione del Senegal il 18 giugno 1816, ma naufragò e 149 persone cercarono di salvarsi su una zattera. Dopo 12 giorni terrificanti, sperduti nel mare che da un momento all’altro minacciava di sommergerli, furono miracolosamente salvati da una nave. Il pubblico del tempo seguì con passione le vicissitudini della Medusa. I giornali parlarono persino di cannibalismo tra i disgraziati alla deriva e nacque una lunga polemica sullo stato delle navi francesi. Gericault, alla ricerca di un soggetto esemplare per un atto pittorico che colpisse le emozioni del pubblico, eravamo entrati infatti nell’era  romantica, fu colpito dalla forza simbolica dell’evento. Per due anni si documentò minuziosamente, andando persino ad intervistare alcuni dei sopravvissuti e disegnando cadaveri dal vero all’obitorio.

Infine realizzò una importante tela 4×7, La zattera della Medusa, oggi esposta al Louvre. Gian Paolo Barbieri, per celebrare l’appassionata dedizione all’arte di Vivienne Westwood, decise di ispirarsi ad alcuni grandi artisti congruenti con le periodizzazioni preferite dalla stilista. Per le collezioni del ’97 il punto di riferimento era Holbein; l’anno seguente venne il turno della pittura romantica. A mio avviso, la sua ricostruzione della zattera rappresentò uno dei culmini estetici della foto di moda di quel periodo. Nella foto di Barbieri manca ovviamente l’atmosfera drammatica presente nella tela di Gericault. La scenografia conferisce all’immagine il mood delle coinvolgenti prese in giro delle ricostruzioni dei set felliniani. Se Gericault stupì i suoi contemporanei trasformando il simbolismo pittorico in qualcosa che percepivano come più reale del reale, il fotografo dissimula la pressione del vero attraverso un sottile gioco di rimandi, restituendoci una bellezza ironica, teatrale, pertinente gli scopi della moda. C’è un altro aspetto della Zattera che possiamo leggere come un sintomo del suo stile. La citazione pittorica è inclusa in una messa in scena che suggerisce una visione cinematografica.

Se Gericault cercava di sacralizzare un certo ordine di fatti attraverso i modi della pittura che fondevano la fede nel realismo e il dominio del sentimento/passione, Barbieri invece si concentra sulla reattività culturale del fatto di secondo livello rappresentato dal quadro (il primo livello ovviamente sarebbe il fatto contingente del naufragio nel Mondo 1 direbbe Il filosofo Popper), in quanto creatore di simboli visivi pregnanti, per ottenere una curvatura espressiva tale da conferire all’immagine di moda una portanza dissacratoria. Scusatemi l’espressione bizzarra…Volevo solo dire che dall’immagine scompare la tragedia e affiora la sua parodia.

Mi pare che questa strategia compositiva, preliminare allo scatto, valorizzi oltremodo la commovente adesione di Vivienne Westwood all’arte, senza rischiare di museificarne gli abiti e di impregnare l’immagine di indigeribili storicismi. Al tempo stesso riflette l’anti conformismo della stilista, necessario per trasformare l’oggetto in qualcosa di assolutamente contemporaneo. Il modo di giocare con le icone dell’arte di Barbieri, libera l’energia concentrata nelle grandi visioni codificate dalla nostra tradizione, senza aderire ad uno scontato citazionismo e senza mai essere Kitsch.

A mio avviso le foto di Gian Paolo Barbieri sono state una delle migliori traduzioni in immagini della filosofia di Vivienne Westwood. Questa capacità di leggere in profondità l’idea moda che anima il partner nascosto del fotografo, il creatore di abiti, è una delle caratteristiche più esclusive di Barbieri ed è probabilmente la ragione della suo straordinario talento nel saper co-evolvere insieme alla moda, trovando per essa soluzioni percepite come innovative, o come preferiscono dire i modanti, sempre di tendenza.

Gian Paolo Barbieri Photography

Addenda:

Chi ama la fotografia di G.Barbieri e desidera conoscerla in modo più esteso, può fare riferimento alla Fondazione Gian Paolo Barbieri, a Milano in via Lattanzio 11.

Sito Ufficiale

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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76 Responses to "Gian Paolo Barbieri. Maestro di stile"

  1. mauri   31 Ottobre 2019 at 14:47

    Barbieri è il mio fotografo preferito. Però voglio precisare che sono le foto dei suoi viaggi ad avermi appassionato. Per me è al livello di Salgado. Un numero uno!

    Rispondi
  2. mary   31 Ottobre 2019 at 15:35

    Barbieri è un perfezionista. Il suo modo di fotografare è completamente diverso da quello che si sta imponendo oggi grazie a internet e i selfie dei fashion blogger. Ma è proprio vero che la stampa in grande formato arricchisce l’immagine? Se ci stiamo abituando a guardare persino la tv sugli smartphone significa che non è poi così importante la grandezza. Per me arte significa libertà e quindi siamo noi che scegliamo cosa è o non è. Io considero una immagine artistica se mi colpisce, se mi comunica stupore. Le definizioni le lascio ai professori, tanto non servono a nulla.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   31 Ottobre 2019 at 23:30

      La grandezza conta, eccome se conta. Se la Torre Eiffel fosse alta come il tuo albero di Natale, l’andresti a visitare? Tutto quello che interferisce con la forma contribuisce nel bene o nel male a determinare il valore di una immagine. Le foto di Barbieri sulle riviste le ho sempre trovate interessanti. Stampate per le mostre fanno un’altro effetto. Non so se sono arte, ma io vorrei averne tante da mettere al posto dei crostoni di colore che ho in casa.

      Rispondi
      • mary   1 Novembre 2019 at 08:32

        E se la Gioconda di Leonardo fosse tre volte più grande sarebbe per questo più artistica? Volevo solo dire che la dimensione non significa arte.

        Rispondi
        • Ludovica L   13 Novembre 2019 at 10:06

          È sicuramente un personaggio molto interessante, mi ha colpito la sua forte ambizione che la portato a raggiungere grandi obiettivi.

          Rispondi
  3. Mario   31 Ottobre 2019 at 19:50

    Non sono d’accordo con Mary. Il formato delle foto da esporre e come sono stampate è rilevante. Altrimenti si potrebbero fare mostre con le pagine di una rivista. Naturalmente un grande fotografo come Barbieri ci stupisce qualunque sia il formato. Diciamo che il modo in cui vengono presentati gli scatti nelle mostre favorisce l’espressività dell’opera.

    Rispondi
  4. ann   1 Novembre 2019 at 13:57

    Di Barbieri ho apprezzato soprattutto due immagini: La bella Opale e il ritratto di Fabio Mancini, il famoso modello di Armani. Bastano queste due per capire che ci troviamo di fronte ad un maestro della fotografia. Secondo me Barbieri e Giorgio Armani sono i veri protagonisti del made in Italy. Trovo strano però che non abbiano lavorato insieme spesso. Non ho memoria di grandi campagne fatte da Barbieri per Re Giorgio.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Novembre 2019 at 09:48

      Hai ragione Ann. Anch’io non ho ricordi di cataloghi o reportage di G.Barbieri per Giorgio Armani. Devo aver visto qualche bel ritratto dello stilista, dal quale abduco amicizia e reciproca non banale conoscenza, ma campagne ufficiali no! Non ne ricordo. Possiamo avanzare delle congetture: forse Giorgio Armani, pur riconoscendo la maestria di G. Barbieri, per le proprie collezioni gli preferiva fotografi come Aldo Fallai e Peter Lindbergh per la loro visione più delicata, in alcune fasi direi romantica della Donna, senza che un eccesso di sentimentalismo ne minasse la forza interiore. Le Donne di G.Barbieri risultano spesso molto sexy, dure, prepotenti dal punto di vista erotico. In certe fasi credo di poter dire che la visione di G.Barbieri fosse più vicina al campo di percezioni su modelli di Donna utilizzati da Versace. Non a caso tra Giorgio Armani e Gianni Versace è intercorsa per anni una fiera rivalità che si riverberava sui tipi psicologici Donna/Uomo che discendevano dalla struttura delle oro collezioni. Comunque le mie sono solo suggestioni sul filo dei ricordi, provocate dal tuo commento. In realtà non so nulla del perché i due grandi interpreti del Made in Italy abbiano lavorato poco insieme. Possiamo però dire che questo non ha impedito ad entrambi di raggiungere i vertici delle rispettive professioni.

      Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Novembre 2019 at 15:36

      Non conosco una foto alla quale G.Barbieri abbia dato il titolo “La bella Opale”. Ho il sospetto che tu la confonda con “La bella Otero”, in verità una foto bellissima. Ma è chiaro che l’archivio del fotografo me lo figuro immenso. Quindi potrei avere torto. Se puoi mandami l’immagine.

      Rispondi
      • ann   5 Novembre 2019 at 10:23

        Ha ragione Lei. Ho confuso la foto di Barbieri con quella centrata su un gioiello. Io mi riferivo a La bella Otero che reputo meravigliosa.

        Rispondi
  5. Luigi   1 Novembre 2019 at 18:45

    Barbieri è un artista. Forse in origine molte sue foto avevano una natura commerciale. Ma questo non cambia nulla. L’arte dipende da ricerche formali e strutture. Guardando le sue foto è facile rendersi conto che usa il suo mezzo come un pittore usa il pennello.

    Rispondi
  6. vince   1 Novembre 2019 at 19:27

    Scrivere che Gian Paolo Barbieri ha stile è come scoprire l’acqua calda. Tutti quelli che guardano foto di moda con un minimo di interesse lo percepiscono al volo. Mi associo a chi commenta che le sue foto più belle sono quelle dei reportage di viaggio. La bellezza glamour della moda di Barbieri oggi la vedo scontata e superata da fotografi forse meno dotati tecnicamente, ma capaci di creare immagini più fresche e innovative.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto   2 Novembre 2019 at 19:29

      In realtà credo di non avere fatto solo un generico riferimento allo stile, ma ritengo di aver fornito alcune specificità relative alle foto di Gian Paolo Barbieri. Sostanzialmente ho riconosciuto che lo stile è più della somma degli elementi che lo compongono. Ho creduto di riconoscere in un certo ordine di bellezza e nella coerenza le qualità comuni a tutte le foto di Barbieri. Questo aspetto configurante che determina il carattere dell’insieme di immagini che ho considerato non è certo l’unica componente dei lavori del fotografo. È chiaro che il suo modo di riprendere e strutturare una immagine varia nel tempo e cambia a seconda delle circostanze o delle sfide che decide di affrontare. Si tratta di decidere se è legittimo stabilire che malgrado la complessità di componenti che variano, un mostro di bravura come Barbieri, risulti particolarmente abile nell’iscrivere nel campo delle sue foto, un fattore strutturale che le identifica, suggerendoci l’idea della presenza di uno stile. È una mia percezione o è un fenomeno gestalico oggettivo (cioè incorporato all’immagine del fotografo)?

      Rispondi
      • Antonio Bramclet
        Antonio   3 Novembre 2019 at 08:10

        Per me le percezioni sono un fatto privato. Tutto questo stile nelle foto di Barbieri ho incominciato a vederlo dopo aver letto l’articolo. Prima non ci avevo pensato.

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   4 Novembre 2019 at 09:53

          Non nego che percepire qualcosa, tra le altre cose, abbia aspetti “privati”. Ma immaginiamo di essere davanti a un semaforo con la luce rossa. Se la percezione del rosso non fosse condivisa, e quindi secondo determinati rispetti “oggettiva”, cosa succederebbe? Ecco perché il sentimento di vivere esperienze private deve in qualche modo integrarsi con livelli di percezione aperti a processi fisico/biologici primari.

          Rispondi
    • Luca.M Laba   12 Novembre 2019 at 15:12

      Ammiro molto i lavori del maestro Barbieri perchè é riuscito a coinciliare e trovare un connubio perfetto tra elementi che considero fondamentali, nonché essenziali, all’interno della fotografia di moda:
      – eleganza
      – semplicità
      – raffinatezza
      Sono tutte fotografie apparentemente molto semplici quando in realtà dentro ad ognuna di essa si nasconde un significato molto più profondo, capace di andare oltre al semplice scatto. Un’altra caratteristica a mio avviso centrale è l’importanza, la devozione ed il rispetto verso il genere femminile che emerge dell’artista. Una sensibilità di pensiero ed artistica da non sottovalutare, poichè ancora oggi, paesi come Afghanistan, Congo e Nepal (solo per citarne alcuni) vedono fortemente lontano il concetto di parità di genere e uguaglianza di diritti. Ogni anno, un numero considerevole di donne appartenenti ad ogni ceto sociale si vedono talvolta esposte a violenze di tipo fisico e morale. Agli scatti di Barbieri si attribuisce, ammirevolmente, un’esaltazione del loro valore, centrale nei suoi progetti come raffigura la retrospettiva sulla fotografia istantanea intitolata “Polaroids and more”. Questo progetto raffigura, infatti, l’ideale femminile arricchito di bellezza seducente, ma allo stesso tempo anche fragile e vulnerabile. All’artista Barbieri verrà per sempre riconosciuto il merito di aver rivoluzionato la fotografia nel campo della moda.

      Rispondi
  7. lucio   2 Novembre 2019 at 12:04

    Il mito della moda italiana deve molto ai pubblicitari e ai redattori delle riviste, dei quali Barbieri è stato una risorsa fondamentale. Oggi possiamo considerare arte ogni cosa e quindi anche le foto di moda. Però io vedo il rischio di sminuire l’aspetto di comunicazione delle immagini di Barbieri. Perché nelle mostre non si presenta una sequenza completa di un reportage? Io credo sia il “servizio” ciò che permette di giudicare la bravura di un professionista.

    Rispondi
  8. james   7 Novembre 2019 at 15:34

    Non credo che Barbieri quando faceva le sue foto pensasse all’arte. Penso volesse attirare l’attenzione su un prodotto moda. Adesso vediamo le sue foto nelle mostre e parliamo di arte. Cosa significa? Non sono la stessa immagine? Cosa cambia?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   8 Novembre 2019 at 00:04

      Non sono la stessa cosa. Non solo perché c’è un autore che sceglie come presentarle senza la mediazione di fashion editori o clienti, sceglie il formato, lo scatto che assomiglia a quello stampato dal magazine ma che può per qualche dettaglio differenziarsi. Il contesto in cui si calano in una mostra o appese a un muro direzionano la percezione e l’interpretazione in modo molto diverso. I correlati mentali della fruizione cambiano e a mio avviso sono certamente avvicinabili a ciò che riteniamo corrisponda alla ricezione artistica (qualsiasi sia l’oggetto o evento che chiunque di noi ascriva al campo dell’arte).

      Rispondi
  9. MelitaL   8 Novembre 2019 at 11:34

    Crescendo in un modo che, piano piano, ha iniziato ad essere dominato dai social network e da tutti gli strumenti digitali, che ci permettono/facilitano determinati nostri desideri, guardare fotografie e leggere articoli su mondi/epoche passate, fa sognare. Vedere come questo fotografo italiano sia riuscito a differenziarsi dagli altri; in un epoca dove la fotografia di moda era cresciuta grazie a personaggi come Irving Penn e Richard Avedon: veri artisti e visionari, che sono riusciti a creare da una foto un sogno, un desiderio per tutte le ragazze e ragazzi dell’epoca.
    Guardando le fotografie di Barbieri, come anche scritto nell’articolo, mi sono immaginata una storia, o un evento, dove l’abito (quindi le linee, la forma e il modo della modella di indossarlo e portarlo) è per la mia immaginazione, una colonna portante, che indirizza le mie sensazioni, che emergono dalla storia che mi sto creando in quel momento nella mia testa.
    Con la moltitudine di fotografie presenti al giorno d’oggi nel vastissimo mondo del web, le immagini, come quelle di Barbieri sono per me opere d’arte, perchè mi fanno provare sensazioni e mi fanno sognare. Cosa che, invece tutte le altre fotografie presenti nel mio presente, non fanno. Arte è per me tutto quello che mi riporta fantasticamente nella mente dell’artista, tutto quello che mi fa provare emozioni forti, che nella vita normale/di ogni giorno non provo.
    Una fotografia di moda può essere posta all’interno di un museo o in una rivista, se ha qualcosa da dire, che va altro a quello che sta in superficie, ma ci fa entrare più in profondità, è arte. Chi afferma il contrario, è come se affermasse, che una scultura o performance o installazione non sono arte finchè non sono poste all’interno di un istituzione tradizionalmente dedicato all’arte. Una scultura o ionstallazione se trasmette quel qualcosa in più è opera d’arte anche se posta in mezzo alla foresta Amazzonica.
    La fotografia di Barbiere mi riporta indietro nel tempo, senza allontanarmi dal presente, perchè innovativo e attuale.

    Rispondi
    • Mario   10 Novembre 2019 at 08:57

      Mi piace il riferimento al sogno di Melital che l’autore nel suo logorroico articolo non ha preso in considerazione. Le foto di moda devono farci sognare. Cos’altro c’è da dire?

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   11 Novembre 2019 at 14:08

        Caro Mario l’espressione:”la foto di moda deve farci sognare” di solito la lascio al giornalistese. Non spiega nulla e ci inebria con una metafora che galleggia nel vuoto. Personalmente quando sogno non sfoglio riviste; e quando sfoglio riviste mi pare di essere ben sveglio.
        Sono più interessato a capire il lavoro che la nostra mente attiva quando incontra o percepisce immagini.
        Possiamo certo affidarci al pensiero magico che spiega tutto. Preferisco il lento e faticoso lavoro di analisi, possibilmente ancorato a teorie scientifiche. Se la nostra percezione visiva è divenuta così complicata da descrivere e da comprendere non è certo perché ci serviva per dormire bensì per restare svegli e reattivi.

        Rispondi
  10. Chiara Bruscolini Laba   12 Novembre 2019 at 11:35

    Inizio con il dire che non conoscevo questo grande fotografo e grazie a questa lettura mi si è aperto un mondo. Io penso che oggi, per colpa dei social, la maggior parte delle foto non vengono viste per quello che sono davvero. Al giorno ne vedremo un centinaio, senza mai soffermarci sui dettagli meravigliosi che una foto può nascondere. Osservando le foto di Barbieri, ho notato quest’eleganza e precisione che non vedevo da molto. Penso che il fotografo faccia quasi la metà del lavoro per i brand perché comunque devono studiare bene i dettagli che attirano gli sguardi delle persone.

    Rispondi
  11. Matilde Laba   12 Novembre 2019 at 14:03

    I nostri sogni sono imprevedibili, proprio come per noi Gian Paolo Barbieri che da quando era giovane voleva diventare un attore, ora invece non è solo uno dei fotografi rappresentativi italiani, ma anche uno degli artefici dell’evento culturale, sociale ed economico chiamato Made in Italy.
    Mi è rimasto impresso questo suo lato, perché rispecchia la mia strada, che negli ultimi anni ha avuto un cambiamento molto importante è che vorrei come lui arrivare a lasciare un segno, anche solo per pochi sognatori.

    Rispondi
  12. Noemi.L.   12 Novembre 2019 at 15:44

    “L’abilità del fotografo consiste nel convincere il nostro sguardo a sentire la presenza dell’immagine come qualcosa di intimo, come se in qualche modo fossimo al posto del fotografo…” è la frase che per tutta la lettura mi si è presentata nella mia testa. Credo che sia la definizione che ogni fruitore consapevole di fotografia si dovrebbe ripetere di fronte ad uno scatto per poter definire il fotografo degno di questo nome; se così non fosse l’autore del clik e uno dei tanti che ha scattato una foto.
    È, personalmente, la prima volta che sento parlare di Barbieri, anche se alcune foto riportate qui erano da me conosciute. La lettura mi ha incuriosito a tal punto da fare una carrellata rapida di alcuni scatti che mi hanno convinta che l’identità stilistica inconfondibile del fotografo sta proprio nel catturare nel breve attimo di uno scatto ordinato, che riporta tutte le particolarità che si possono ritrovare in una scenografia cinematografica o teatrale segno della sua passione che hanno donato al suo stile una sensibilità unica e inconfondibile aurea, oserei dire, quasi romantica.
    Sono, però, in disaccordo su alcuni punti riportati. Il primo riguarda all’icona di eleganza: sono convinta che un vero fotografo di moda e non solo sia capace di affermare la bellezza e l’eleganza di un icona anche in circostanza non eteree ma, al contrario, provocanti o cruente.
    L’altro punto sul quale non mi trovo d’accordo riguarda il formato delle immagini, non credo che sia totalmente in essa che si possano catturare i dettagli.
    Il mio giudizio a riguardo potrebbe essere influenzato solo dal mondo a portata di smartphone?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Novembre 2019 at 07:56

      Immagina di osservare una tipica scena alla Newton, ovvero caratterizzata da una modella che sta frustando il/la cretinetti/a di turno. La modella sadica è elegantissima, firmatissima; tutto è così curato che persino la frusta sembra brandizzata. Secondo te la prima percezione della scena mette a fuoco l’eleganza dell’ensemble o produce uno shock visivo? Se come penso è lo shock visivo la “qualità terziaria” emergente, possiamo usare la categoria del bello con profitto? Si certo possiamo parlare di “bellezza estrema” e persino trasformare l’immagine in una icona della crudeltà. Ma non è questa sorta di stabilizzazione o normalizzazione degli effetti, che sperimentiamo se focalizziamo l’attenzione sul momento percettivo.
      Altra questione. Sono pronto a scommettere che se il tuo principe azzurro fosse alto come un pigmeo proveresti nei suoi confronti un sentimento diverso. La scala in cui ci appaiono i fenomeni modifica il registro percettivo. Questo aspetto dinamico funziona con immediatezza e al di sotto della coscienza. Altrimenti non capisco perché la moda investa tante risorse nella cartellinistica invece che in figure formato “figurine Panini”.

      Rispondi
  13. SofiaL   12 Novembre 2019 at 16:23

    Se penso al Made in Italy e agli anni Settanta, il collegamento diretto è ai celebri stilisti come Albini, Krizia, Missoni e non ai fotografi di moda di quel periodo.
    Grazie a questo articolo ho avuto la possibilità di conoscere e apprezzare questa grande icona di stile, che è diventato un punto di riferimento per la fotografia italiana. Inoltre il lavoro di Barbieri, può essere considerato arte, nella sua accezione più originale. Così come gli artisti contemporanei, come Hirst o Koons, anche il grande fotografo diventa un brand artistico, e le sue opere acquisiscono un valore assoluto.

    Rispondi
  14. Alessandra laba   12 Novembre 2019 at 16:56

    Inizio dicendo che non conoscevo Gian Paolo Barbieri, dopo aver letto questo testo di questo grande fotografo ho capito che dietro ad ogni fotografia c’è dietro un grande progetto e molta passione. Guardando le sue foto ho notato che sono molto eleganti e glamour. Penso anch’io che il set di un grande fotografo assomiglia molto a quello di un film

    Rispondi
  15. Vanessa L.A.B.A.   12 Novembre 2019 at 17:17

    Penso personalmente che per noi che studiamo moda sia fondamentale conoscere, oltre il prodotto raffigurato nelle foto, anche il fotografo, che è la mente dietro ad ogni scatto, e che dipende proprio da lui se l’abito viene rappresentato nel pieno della sua essenza. Prima di leggere questo articolo non conoscevo Gian Paolo Barbieri, ma grazie alla lettura ho potuto scoprire un fotografo molto importante e innovativo, che crea fotografie come se fossero vere e proprie opere d’arte, con dietro un pensiero e un’intento, quello di non creare solo foto belle con bei vestiti, che vediamo tutti i giorni, ma di creare una potente rappresentazione simbolica. Nell’immagine della vernice che cade dall’impalcatura mi ha stupito positivamente come la modella non perdeva di fascino ed eleganza di fronte a un qualcosa di inatteso, ma non c’è da stupirsi, visto che è riuscito a rendere elegante e raffinata persino la foto di una tartaruga che aveva scattato in uno dei suoi viaggi. Grazie al suo incredibile talento innato ha saputo quindi reinterpretare e rendere arte le foto di moda, un tempo viste solo per l’abito piuttosto che per la fotografia e ciò che voleva trasmettere il fotografo in sé.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Novembre 2019 at 16:35

      Sono d’accordo con tutto quello che dici, ma per favore dimentica la parola “essenza”. Le essenze non esistono. Esiste una forma (l’abito per esempio) che si trasduce in una immagine (la foto di un reportage di moda). Cosa cambia nella nostra percezione? Quali sfumature qualitative emergono (o si inabissano)?

      Rispondi
  16. Giada Rendine   12 Novembre 2019 at 17:30

    GIADA (L)
    Il concetto su cui si sono soffermati i miei pensieri risiede nel paragrafo dedicato alle polaroid di G.P. Barbieri, celebrate nella mostra “Polaroids and more”, realizzata qualche tempo fa a Palazzo Pirelli.
    Questo aspetto, apparentemente di minor importanza rispetto alla sua grande produzione artistica, mi ha fatto riflettere forse su uno dei punti chiave dell’articolo, ovvero la trasformazione da Artista (e opere) a Brand.
    Infatti, se ciò che trasforma una foto di moda in opera d’arte è il messaggio inconscio che colpisce la società e ne muta la percezione, allora forse ciò che rende un opera (e quindi l’identità di un’artista)un brand è il suo stile (i tratti di riconoscibilità), io trovo che anche le polaroid realizzate da Barbieri accentuano la sua unicità come artista e brand, in quest’epoca. Perché ciò che rende contemporanee le sue polaroid sono i “concetti nascosti” che colpiscono la società di oggi: sicuramente uno di questi è il “ritorno al passato”: il desiderio e la ricercatezza di una positività che i nostri genitori hanno vissuto e a cui noi inutilmente aspiriamo.
    Un’altro concetto, presente già nell’articolo è l’idea di unicità: infondo la polaroid è un irripetibile scatto impresso su materia.
    Gian Paolo Barbieri stesso, secondo me, per definirsi non ricercava nei suoi scatti tanto l’idea di brand, quanto il pensiero antico (quasi romantico) di “artista”. Quello di brand è un concetto sicuramente più contemporaneo che si è costruito attraverso il tempo, a mano amano che si rafforzava sempre più nell’immaginario collettivo il suo accostamento ad icona.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Novembre 2019 at 08:26

      Sono d’accordo. E lo hai scritto meglio di me. Complimenti

      Rispondi
  17. RebeccaL   12 Novembre 2019 at 17:33

    Prima di leggere questo articolo non conoscevo questo artista, ma sono felice di aver conosciuto le sue fotografie iconiche e senza tempo, che mi hanno molto impressionata, ricche di simbologie e metafore inerenti alla sua esperienza. È impressionante vedere come la maestria dell’artista sappia trasformare immagini “banali”, in vere e proprie icone. La cosa che mi piace molto è anche il fatto che le sue fotografie sembrino delle pellicole cinematografiche, ed è quindi inevitabile percepire la loro dinamicità che ti fà sognare, facendoti immaginare tutta la storia che c’è dietro quella fotografia. Non sono d’accordo con il fatto che un’immagine acquisisca meno valore se di dimensioni inferiori, poiché la potenza evocativa di un’ immagine secondo me non viene meno a causa della dimensione. Per il fatto del brand invece penso che se una qualunque immagine venga affiancata ad un nome di rilievo, dal fruitore comune viene percepita di grande valore, ma se guardata in atteggiamento estetico se ne può percepire la valenza a prescindere se sia affiancata ad un nome importante o no.
    Per finire penso che la fotografia di moda non debba essere monotona e immobile tesa solo a mettere in mostra l’abito, penso che la moda sia arte e che comunichi emozioni e la fotografia è il giusto mezzo per incanalarle ed enfatizzarle.

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  18. Lucia C (Laba)   12 Novembre 2019 at 18:11

    Condivido pienamente l’affermazione secondo la quale, ad oggi, Barbieri non sia identificabile solamente come fotografo, ma sia palesemente diventato un brand artistico. Partiamo dal fatto che al giorno d’oggi non sia possibile proporsi all’interno del campo della moda, fotografia, grafica o design appartenendo ancora a una sorta di immaginario romantico. Con immaginario romantico vado a intendere quell’insieme di credenze secondo le quali l’artista è un essere solitario, che crea rinchiuso nello studio senza avere contatti con il mondo esterno. Prendiamo come esempio il dipinto di Kesrsting dove Caspar David Friedrich dipinge in solitudine nel suo studio, accanto a una finestra che lascia intravedere allo spettatore l’infinità del mondo esterno. Si instaura così nell’immaginario di chi osserva l’idea che il bravo artista sia un uomo solo, incapace di socializzare e di integrarsi con i suoi simili. Non credo però che quest’ideale, ancora solido nelle menti dei più, sia del tutto fondato. La reale bravura di un creativo sta, secondo la mia opinione, nel proporsi e nel vendersi come se fosse una marca. Per quanto riguarda la moda essa deve essere un dispositivo di induzione passionale ossia deve spingere chi osserva a desiderare e ad acquistare. Per fare ciò sia fotografo che stilista devono essere in grado di proporre la loro identità in maniera forte e decisa. Fotografi come Barbieri e insieme a lui stilisti che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo di quel concetto che è il Made In Italy devono per forza pensarsi e agirsi come delle marche o il loro operato risulta fine a se stesso. Oltre alla bravura nel lavoro di fotografo, designer o stilista che sia è necessario, come ha fatto poi Barbieri stesso, non solo proporre modelli di bellezza che vanno a rompere con la tradizione, ma comprendere anche cosa i fruitori e gli acquirenti che hai davanti stanno cercando adattandosi ad alcuni ideali proposti.
    A mio parere la bravura di Barbieri sta anche nella capacità di raccontare una storia attraverso la realizzazione di ogni foto. Esse, per quanto riguarda la fotografia di moda, non devono essere finalizzate alla mera pubblicizzazione di un prodotto o di un abito, ma devono essere in grado di far viaggiare la mente del fruitore scaturendo in lui un desiderio. (come avviene per le fotografie dei viaggi di Barbieri).
    Altra grande intuizione attribuibile a Barbieri è questa sua capacità di rendere la foto ordinata, caratteristica portante del suo stile. I suoi scatti piacciono agli spettatori anche per questo motivo. L’uomo è spaventato da quello che è caos e per ciò ricerca ordine in quello che sta attorno a lui.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Novembre 2019 at 21:43

      Le tue parole finali le sottoscrivo certamente. Tuttavia devi anche immaginare che l’effetto estetico impone una sorta di allontanamento da ciò che percepiamo come ordine. Gli oggetti del campo fotografico devono interagire per frammentare in qualche punto l’ordine. Altrimenti l’immagine diviene banale. L’orchestrazione del movimento degli oggetti crea tensione e ci permette, nel caso di Barbieri di percepire immediatamente il gioco tra attese-diffazione-persistenza di un ordine riconfigurato.

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  19. Ylenia L   12 Novembre 2019 at 19:01

    Ylenia L
    Oggi la fotografia è utilizzata in modo frenetico e spesso superficiale principalmente nel campo pubblicitario.
    Contrariamente a me piace pensarla come parte integrante dell’arte; realizzata con passione e ambizione, con l’unico scopo di far conoscere e suscitare una reazione sensibile.
    Un esempio lo troviamo nella qualità dei lavori di Barbieri.
    Vorrei che la fotografia riacquistasse importanza ; fermando attimi nel tempo con scatti limitati ma significativi ed emozionanti.

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  20. AlbertoL   12 Novembre 2019 at 19:11

    Articolo interessante, che spiega bene non solo la figura del Barbieri in quanto fotografo (che onestamente non conoscevo) ma anche quello che poi concerne tutto il mondo della fotografia di moda e che stila quelli che sono alcuni dettami per trovare la differenza tra fotografo come operatore meccanico e artista. Per quanto alcune foto non mi piacciano, trovo indiscutibile il fatto che ci siano dei tratti di riconoscibilità talmente tangibili e dinamici che si possono portare dal campo della moda a quello dello still life senza che la foto venga travisata sia a livello informativo che ovviamente a quello emotivo e questa é, a mio parere, una delle due componenti per poterlo definire artista. Il secondo motivo per il quale si distacca dal filone dei fotografi come semplici operatori (e che probabilmente coincide con il fatto che poi da fotografo-artista si evolva in fotografo-brand), é stato probabilmente il modo in cui ha letto la realtà (intesa come insieme di situazioni storiche, economiche e culturali nelle quali era immerso) e abbia risposto grazie anche al suo talento e al suo background a delle esigenze che magari il mondo della moda non aveva ancora palesato ma che sarebbero venute fuori, anticipandone i tempi. Si, probabilmente l’artista non é solo il più bravo ma anche il più furbo.Concludo con un rimando al mondo delle polaroid e ai concetti di unicità e errore domandomi in primis se i canoni dettati dal Barbieri siano destinati in qualche modo a finire e, qualora fosse così, se proprio le foto polarizzate si presentassero come alternativa valida.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   14 Novembre 2019 at 09:28

      Gli standard sono destinati a cambiare. Già con internet e gli smartphone si va diffondendo un gusto per la foto imperfetta che fa attrito con la Stile Barbieri. Non credo sia la polaroid il futuro. Perso piuttosto ai video ovvero a immagini-movimento. La loro organizzazione dinamica a livello di percezione presenta effetti emotivi più articolati e quindi conformi alle esigenze della moda attuale.

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  21. Angelica L   12 Novembre 2019 at 19:18

    Oggi, in un mondo dominato dai social, dove la cosa fondamentale è come apparire agli occhi degli altri, è ammirevole trovare un artista che rimarca principi fondamentali su cui ci dovremmo soffermarci in una fotografia. Presi dalla freneticità delle nostre azioni spesso tralasciamo ciò che veramente fa la differenza, come ad esempio l’attenzione dei dettagli. Inoltre sono due gli aspetti di Barbieri che mi hanno colpito, il connubio tra arte e moda, spesso sottovalutato ma di fondamentale importanza e la sua capacità di abbellire e rendere innovativo un qualcosa di apparentemente semplice e scontato. Trovo che il successo di quest’artista sia stato merito della sua capacità di captare ciò che sarebbe potuto arrivare alla gente sotto forma di emozione, rivoluzionando così il concetto di fotografia di moda, spesso associato esclusivamente alla visione di un capo su cui siamo attirati. Ritengo dunque che sia artista colui che riesca ad arrivare alle persone attraverso le proprie opere, scatti in questo caso, capaci di abolire le barriere e i canoni che spesso ci vengono imposti dalla società, in questo caso ritengo che Barbieri è riuscito nel suo intento.

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  22. Dalila.L   12 Novembre 2019 at 19:27

    Penso che la foto sia un’opera bellissima che ha la capacità di racchiudere con un solo scatto un’attimo colmo di vita, che ingloba molte emozioni positive e non! Come il click veloce, anche la nostra cognizione mentale annebbia in pochi secondi la foto vista pochissimo tempo prima. Inoltre mi colpiscono molto gli scatti di G.Paolo Barbieri pieni di maestria nel evocare raffinatezza, dinamicità,secondi cinematografici, rendendo affasciante ciò che può apparire più “disprezzabile”. Ammiro anche la bravura degli scatti “rubati” e nel dare un’ importanza anche a ciò a cui generalmente non si dà (prendendo in considerazione la foto della tartaruga).

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  23. Alice L   12 Novembre 2019 at 19:27

    Ciò che mi è saltato all’occhio durante la lettura dell’articolo è stata la citazione, in più punti, della sua passione per il cinema. Essa l’ha sicuramente influenzato nel modo di concepire le fotografie e penso sia ciò che l’ha portato a distinguersi dai fotografi a lui contemporanei. Con intelligenza ha saputo attingere dal cinema le capacità che hanno reso le sue fotografie uniche senza però mai essere ripetitive o monotone. Un’altra caratteristica del fotografo che mi ha colpito è stato il suo modo di reinventarsi e adattarsi con dinamicità a tipi differenti di progetti/brand mantenendo però una coerenza con ciò che era la sua visione fotografica.

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  24. Sara G. Laba   12 Novembre 2019 at 19:38

    Leggendo l’articolo in merito a Gian Paolo Barbieri, ritengo che sia un fotografo dotato di un’acuta sensibilità e capace di una decorosa partecipazione emotiva. Le sue fotografie trasudano eleganza e provocazione, seduzione e classicità, per questo credo che abbia saputo rappresentare attraverso di esse lo spirito della fotografia di moda in tutte le sue sfaccettature.

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  25. Rebecca. L.   12 Novembre 2019 at 19:39

    Dopo aver letto questo articolo su Gianpaolo Barbieri dilungarsi su lusinghe a questo artista mi sembra pressoché inutile. Non sono un critico d’arte ne tanto meno mi ritengo un fruitore così consapevole da poter addentrarmi analisi stilistiche complesse. Certo è che quando foto di trent’anni fa sono ancora virali il talento di chi realizza lo scatto non può essere messo in dubbio, come anche la disinformazione che avvolge la società. Infatti conoscevo i suoi scatti ma non lui, e come me penso molti altri. Però forse è anche qui che si può cogliere la silenziosa potenza delle sue fotografie: in una società dove si è continuamente esposti alla visione di immagini, queste foto vengono costantemente riproposte, a significato del fatto che hanno indubbiamente segnato un’epoca.
    La figura di Barbieri può far riflettere sulla correlazione foto/moda, un argomento affascinate quanto complesso, chi rende grande che cosa? È la foto che mitizza l’abito o è l’abito che rende importante una foto?
    E anche su un altro binomio quello che riguarda la foto di moda in correlazione all’arte. Infatti quando si parla di fotografia non si pensa a scatti di modelle ma bensì a scenari più impegnati nel sociale che ci accompagnano in delle riflessioni, eppure l’arte è tale quando non ha una funzione e “ […] ci dimentichiamo di domandare quali fossero in origine le intenzioni “ dell’artista. Essendo abituati a sfogliare riviste di moda piene di foto ci è difficile quindi riconoscerle come arte pura, probabilmente se la norma fosse vederle esposte in grandi formati all’interno di musei questo processo ci risulterebbe più facile.
    Eppure difronte alle foto di Barbieri si ha quella sensazione di una qual certa astrazione temporale dove l’idea di eleganza e classe si fanno canoni universalmente condivisi.

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  26. Renato Laba   12 Novembre 2019 at 20:04

    Articolo molto interessante, il quale segna per la prima volta un mio approccio a tale “mondo”. Detto ciò, a mio parere, sembra riduttivo intendere Barbieri, o meglio le sue fotografie, o meglio ancora opere, come strumento di diffusione o semplice pubblicità utilizzato dalle case di moda per divulgare le proprie foggie. Il motivo risiede nel fatto che dalle sue fotografie emerge l’identità del fotografo, o continuando sulla stessa linea sarebbe opportuno definirlo artista. Emerge una chiara idea di ciò che vuole mostrare (un esempio lo abbiamo con la fotografia riguardante una modella che si trova davanti ad un barattolo di vernice in caduta). È un’idea che rimane invariata nel tempo, ma che comunque cambia i modi di essere percepita. Le sue fotografie sono cinema, sono teatro, sono quadri ma tanto altro ancora.

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  27. Eleonora L   12 Novembre 2019 at 20:06

    Leggendo questo articolo di Lamberto Cantoni mi sono ritrovata a mettere in dubbio un elemento che ho da sempre dato per scontato, ovvero che anche la fotografia sia una forma d’arte. La fotografia é medium di un messaggio che l’artista con il suo gusto e la propria predilezione estetica trasmette al fruitore, che a sua volta è libero di interpretare in funzione del proprio estro. Considerando in tal modo il lavoro fotografico, ritengo sia possibile annoverare anche la fotografia come elemento stesso un’opera d’arte. La preparazione stessa di alcuni set fotografici rimanda alla preparazione e gli studi presenti dietro ad opere d’arte molto note come ad esempio quelle di Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca,ecc. Analizzando il testo proposto mi si sono presentate forti emozioni nel leggere la descrizione dei suoi scatti; mi è venuto dunque spontaneo mettere a confronto foto di moda come quelle di Giampaolo Barbieri e l’effettiva percezione di piattezza che comunicano invece quelle più contemporanee.Nel mondo sommerso di immagini in cui ci troviamo, tendo a prediligere una foto in grado di compiere una narrazione nei confronti del fruitore, che è libero di immaginare non solo la storia racchiusa nello scatto ma anche d’immedesimarsi nel mondo antistante la preparazione dello stesso. Oggigiorno le foto di moda, invece, tendono a concentrarsi maggiormente nel rappresentare l’abito nei suoi dettagli ponendo in secondo piano la storia ad esso legata e le emozioni che esso può suscitare.Tutto questo mi ha portato a riflettere sulle foto di moda attuali, che tendono maggiormente a rappresentare l’abito nei suoi dettagli ponendo in secondo piano la storia ad esso legata e le emozioni che esso può suscitare. Confrontando le due tipologie d’espressione artistica, non negando che anche oggigiorno siano presenti fotografi all’altezza di Barbieri seppur si esprimano differentemente, prediligo fotografi degli anni passati, nei cui lavori la maggiore emotività è in grado di evidenziare un’eleganza innata in elementi in cui essa non è presente esplicitamente. Tale pensiero è dovuto anche al fatto che a mio parere l’artista che crea il prodotto moda necessita di conoscere le modalità di lavoro di chi andrà a presentarlo al pubblico e abbia, cosí, la possibilità di scegliere chi lo rappresenti al meglio nell’espressione artistica della fotografia.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Novembre 2019 at 17:32

      Molto interessante la tua idea che nella nostra contemporaneità emerga la frammentazione e non una visione allargata (o come dici tu: la storia intono all’abito).

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  28. Alessia Laba   12 Novembre 2019 at 20:07

    Leggendo questo articolo sono riuscita a soffermarmi per un attimo ad osservare una fotografia e a scoprirne il lavoro ed i lavoratori che si nascondono dietro ad essa e ad ogni altra fotografia che si possa definire ”professionale” .
    Partendo dal presupposto che non conoscevo prima di questa lettura il fotografo Barbieri, la parte che più mi ha affascinata e catturata è l’importanza che il fotografo dà al dettaglio che viene professionalmente curato prima dello scatto, cosa che al giorno d’oggi con tutti questi social e questa ”guerra” al post più bello non avviene più, e da qui vorrei ricollegarmi alla frase che più mi è rimasta impressa: ”Se lo stilista è il creatore dell’abito bello, è il fotografo di genio che conferisce ad esso le fattezze del sogno e la potenzialità di essere soprattutto segno di se stesso.”
    Un banale esempio moderno di quanto la fotografia sia importante per la moda al giorno d’oggi mi viene da farlo pensando allo shopping online.
    Più passano gli anni più le persone preferiscono acquistare vestiti online piuttosto che fisicamente, e spesso questo acquisto deve essere stimolato ed invogliato dalla fotografia del capo che ci viene presentata, ed è per questo che la cura del dettaglio è ancora una volta fondamentale in quanto com’è stato già detto ” La fotografia non è mai solo realismo bensì costruzione di una immagine”.

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  29. Lorenzo LABA   12 Novembre 2019 at 20:20

    Non conoscendo l’autore, ho potuto dedurre da questo articolo quanto esso sia talentuoso e di quanto questo fotografo di moda sia capace di portare la sua passione nata nell’età giovanile del cinema e la sua dedizione all’arte nella fotografia di moda, creando ed incorniciando così il suo ideale di stile, passando anche attraverso delle limitazioni che il mondo spietato della moda può imporre, trascurando lo stile cardine dellìartista.
    Inoltre, la passione per il teatro e per il cinema ha generato nella fotografia di Barbieri un effetto “movie” che, contornato da una suggestione artistica prendendo ispirazione anche da diversi pittori, ha permesso la realizzazione di diverse fotografie emblematiche del suo stile, come la foto per la campagna di Vivienne Westwood che rimanda al celebre dipinto di Gericault “La Zattera della Medusa”.
    Infine, Barbieri ha inoltre la grande capacità di portare in linguaggio fotografico il suo ideale di bellezza nelle fotografie di moda, senza trascurare una rappresentazione simbolica potente, bella ed elegante proiettandola così nelle più importanti riviste di moda creando anche vere e proprie icone della fotografia.

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  30. ChiaracL   12 Novembre 2019 at 20:36

    Partendo dal presupposto che non conoscevo quest’artista prima d’ora, sul suo conto posso dire sicuramente che sia un’ artista indiscusso. In una società improntata sul significato denotativo, superficiale, apparente delle immagini, senz’altro lui riesce a dare quell’ impronta, quel valore aggiunto, quello stile all’immagine che si percepisce a vista d’occhio. Senza aver letto la sua biografia, avrei sicuramente pensato che fosse orientato verso uno stile elegante, raffinato, teatrale, e in effetti è proprio così. Per quanto riguarda il tema della fotografia, condivido il pensiero che sia superficiale etichettarla come “foto di moda”. E’ semplicemente un modo schematico, sistematico, categorico, denotativo della mente di associare l’utilizzo, la direzione e il fine ultimo di uno strumento, allo strumento stesso. E’ una semplificazione nonché una classificazione della mente per collegare, in qualche modo, diversi concetti, su una base logica. A proposito del mio concetto puro di fotografia e della moda, che sono due cose distinte, penso che entrambi siano una una forma di espressione, e quindi una forma d’arte, perché qualsiasi forma d’arte è pura espressione di qualcosa. Hanno sicuramente dei punti in comune, dei punti di incontro e di fusione, ma penso che ogni disciplina viva di vita propria e che non serva associarla a qualcun’altra per accrescere il suo valore o la sua importanza. Purtroppo le convenzioni della società tendono a fondere insieme più cose e più campi del sapere possibile dando quello stampo (in questo caso il brand) che permetta di riconoscere il valore di qualcosa solo se associata a qualcosa di “più grande”, per accrescere ed estendere il più possibile il campo di visibilià e di notorietà. A mio parere, in questo modo si tende inconsciamente a sopravvalutare un’arte rispetto a un’altra. Si, la fotografia è importante per rappresentare l’identità di quel marchio, per valorizzare il prodotto. Ma a questo punto la fotografia mi sembra schiava dell’oggetto che rappresenta, mi sembra limitata ad essere mero strumento di raffigurazione. E’ vero anche che nell’ambito della moda, al centro dell’attenzione c’è il prodotto moda, non lo strumento usato per esaltarlo e per farlo conosce meglio attraverso la visibilità digitale, ossia la fotografia. Magari nell’ambito della fotografia è più importante il concetto di fotografia stessa piuttosto che ciò che viene fotografato. Fatto sta che per apprezzare realmente la fotografia, slegata da qualsiasi altro concetto, serve una fotografia che sia pura, priva di scopi commerciali o promozionali, che rappresenti il bello per i nostri occhi, non per il nostro mero interesse affaristico, pratico, utile a fini materiali. Un’abito bello, emozionante, non ha bisogno di essere esaltato dalla fotografia per diventare più bello, perché infondo l’abito resterà sempre quello e il suo valore non cambierà. La fotografia è una cosa a parte, appartenente ad un altro campo, che gli si affianca. Stessa cosa per quanto riguarda la fotografia, una foto non è più bella di un’altra solo perché rappresenta un abito di Gucci mentre l’altra un vestito cucito da una sarta meno nota. La fotografia se è bella, è bella, qualsiasi oggetto essa rappresenti. Le foto di Gian Paolo Barbieri sono belle e si vede subito che raccontano qualcosa, anche se non so precisamente cosa rappresentino o cosa voglia dire con quelle foto; ma sono le emozioni che ti scatenano e ciò che ti lasciano impresso che, a mio parere, classificano un lavoro. A mio parere la bellezza sta in qualcosa di puro, sta in un’arte pura; anzi più si cerca di collegare un’arte a ad un’altra, un nucleo ad un altro, più questi perdono di valore, perché saranno visti nel complesso insieme ad altri e non nella loro singolarità, integrità, unicità e caratteristica.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   15 Novembre 2019 at 17:41

      Sottoscrivo l’intransigente purezza romantica di Chiara. Basta contaminazioni. Rimettiamo le cose a posto.

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      • mauri   16 Novembre 2019 at 13:49

        Io credo che invece la bellezza funzioni meglio se la immerdiamo un pochettino. Altrimenti proprio non capisco più niente di quasi tutta l’arte contemporanea-

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   18 Novembre 2019 at 16:32

          Non è proprio il massimo dell’eleganza ma in compenso ti sei fatto capire benissimo.
          Io la metterei giù così: un artista oggi (ma anche un designer) deve poter calcolare l’infrazione alla norma che gli consenta di lottare per la notorietà senza compromettere la fruizione del suo lavoro.

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  31. Giulia L   12 Novembre 2019 at 20:43

    Gian Paola Barbieri da come si può intuire da questo scritto è un fotografo che cerca la perfezione, è proprio grazie a questa sua ricerca che indubbiamente si è differenziato rispetto a all’epoca attuale, dove le immagini sono alla portata di tutti attraverso i social network, con la velocità con cui cerchiamo/troviamo le immagini sul web con la stessa immediatezza c’è le dimentichiamo.
    A differenza delle foto presenti sul web quelle di Gian Paolo Barbieri si possono ritenere ”opere d’arte”, perché dietro a una sua semplice foto c’è uno studio, un mondo proprio che lui stesso ha costruito non solo tramite i suoi studi, ma anche attraverso prove su prove che lui stesso ha fatto da solo, e questo a parer mio lo rende ancora più unico a livello di fotografo.

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  32. EleonoraL   12 Novembre 2019 at 20:48

    Articolo molto interessante. Il lessico molto elegante e la lettura è fluida, ma ammetto che in alcuni punti è a tratti complessa. Gian Paolo Barbieri artista/fotografo che non conoscevo mi ha suscitato molta curiosità. Oltre a lui, grazie a questa lettura ho scoperto nomi di artisti altrettanto interessanti da approfondire. Mi piace com’è stato presento nell’articolo, quasi come se fosse una divinità. Ho apprezzato come le fotografie vengono descritte e approfondite in maniera chiara e dettagliata.

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  33. ElenaS LABA   12 Novembre 2019 at 21:02

    Non conoscevo Gian Paolo Barbieri, dunque grazie a questo articolo ho potuto conoscere un eccellente fotografo italiano, che ha contribuito alla creazione ed alla diffusione nel mondo del fenomeno del made in Italy.
    Famoso ed amato in Italia, ma anche all’estero, ha lavorato con le più grandi testate giornalistiche del settore della moda (Vogue, Harper’s Bazaar) e con le più grandi modelle e dive del cinema (come Audrey Hepburn).
    Barbieri ha sicuramente saputo nobilitare la fotografia di moda, che ai tempi era considerata solo come un mezzo atto alla vendita di un prodotto, rendendola a tutti gli effetti opera d’arte.
    Si è trattato senz’ombra di dubbio di un grande maestro di stile, che ha saputo far confluire eleganza, semplicità e dinamicità in ognuna delle sue immagini. Inoltre, anche grazie ad una giovinezza dedicata ad esplorare il mondo del cinema, i lavori di Barbieri non mancano mai di una certa dimensione narrativa, che contribuisce a rendere le immagini interessanti ed eloquenti (basti pensare alla fotografia della tartaruga o a quella della vernice che cade per capire a cosa ci si riferisce parlando di dimensione narrativa). Questa dimensione narrativa che ha saputo conferire alle sue immagini riesce a nobilitare l’abito fotografato, dando vita ad una storia di cui l’abito è protagonista: ad esempio l’immagine della vernice che cade suggerisce all’occhio dello spettatore la narrazione di un’eleganza che non evapora di fronte all’imprevisto.
    Insomma, grazie alla lettura di questo articolo ho sicuramente scoperto un grande maestro della fotografia, che è anche un pilastro nel mondo della moda, e non mancherò di approfondire la mia conoscenza dei lavori di questo grande fotografo.

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  34. Amani L   12 Novembre 2019 at 21:03

    Non me ne intendo di fotografia, prima della lettura dell’articolo non sapevo chi fosse Gian Paolo Battisti ciò significa che esprimo il mio parere solo sulle fotografie viste.
    Ritengo che è un bravo fotografo come lo ritengono molti altri e si vede dai suoi capolavori ma l’ho trovato simile nello stile ad altri fotografi o meglio l’uso del solito stile che un fotografo bravo deve mettere in luce e cioè uno stile classico, elegante e tutto questo è il “solito” stile secondo me che vediamo sempre nelle foto perfette e che personalmente non mi colpisce più.

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  35. Luca Ruggiero L   12 Novembre 2019 at 21:49

    Un articolo molto interessante che mi ha permesso di conoscere un artista a me sconosciuto.
    Ammiro il suo stile che a mio parere sottolinea l’immagine di un artista poliedrico, in grado di trasmettere in ogni sua opera un senso di monumentalità, eleganza ed equilibrio.
    Sostengo che è limitativo definire Barbieri un semplice fotografo di moda poiché credo che si diventa artisti nel momento in cui ciò che si crea supera ciò che è stato fatto fino ad allora, trovando elementi inimitabili nella propria identità artistica, riscontrabili nella sua figura.
    Ciò che mi affascina maggiormente delle sue fotografie, motivo per cui le definirei un’ opera d’arte, è la loro forza narrativa e la capacità di trasmettere emozioni così forti da restare impresse nella mente dell’osservatore e non volatili come la maggior parte delle immagini contemporanee che ogni giorno passano ai nostri occhi.

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  36. Andrea Giacani   12 Novembre 2019 at 21:58

    Andrea Laba

    Credo che essere un Brand in carne ed ossa di questi tempi sia un punto di forza.
    Un Brand come tale si deve distinguere dalla massa e l’artista G.Barbieri è riuscito in pieno in questo.
    Il suo stile è ormai inconfondibile, semplicità’,armonia ed eleganza sono gli aggettivi che sono presenti nelle sue opere.
    È in grado di trasportarti nel passato (es.shooting Vivienne Westwood) con l’uso della sua macchinetta fotografica. Questo è dato dalla sua creatività e costante ricerca.

    Rispondi
  37. NoraL   12 Novembre 2019 at 22:18

    Essendo Barbieri un artista distintosi per la sua eleganza, raffinatezza, sensibilità e ordine. Essendo la sua, una donna ‘oggetto di fascino’ (non sensuale-volgare), mi ha colpito la sua dinamicità, il suo non porsi limiti, confrontandosi anche con artisti che stilisticamente rappresentano la sua antitesi, come Vivienne Westwood, con la quale ha esplorato la sua ironia e provocazione.
    È riuscito a rappresentare la fotografia di moda in tutte le sue sfumature. Ciò fa di lui un vero artista, in quanto l’arte non conosce gerarchie, né regole, ma è espressione di libertà.

    Rispondi
  38. Andrea Giacani   12 Novembre 2019 at 22:37

    Andrea G.
    Credo che essere un brand in carne ed ossa, di questi tempi, sia un punto di forza.
    G. Barbieri come un Brand che si rispetti si è distinto dalla massa, tramite i suoi scatti, che sono in grado di raccontare periodi storici.
    Attraverso i suoi tratti distintivi, che sono precisione, armonia e creatività, è in grado di trasportati indietro nel tempo (es. Shooting vivienne Westwood). La sua ricerca costante negli altri settori è evidente nei suoi scatti.
    Un fotografo che è in grado di firmare le sue opere con la luce e le ombre.

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  39. Asia L   12 Novembre 2019 at 23:08

    Prima della lettura di questo articolo non conoscevo l’artista in questione ma sono rimasta molto colpita dalle sue foto che lasciano trasparire precisione , eleganza e semplicità . Oggi , dove si è abituati a una fotografia immediata e superficiale ci si è scordati che dietro a una foto di moda c’è tanto lavoro e studio . Il successo di Barbieri è stato nella sua capacità di trasmettere un messaggio ,un’emozione attraverso una fotografia.

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  40. MartaB LABA   12 Novembre 2019 at 23:10

    Partendo dal presupposto che fino ad ora, a mio malgrado, non avessi mai sentito parlare di Gian Paolo Baribieri, preferirò focalizzarmi principalmente sul suo stile: penso che le sue fotografie possano sembrare semplici ma che, nel retroscena, ci sia stato un lavoro ben minuzioso nel rendere gli scatti in un qualche modo eleganti e d’impatto allo stesso tempo, apprezzo il suo stile caratterizzato dall’utilizzo del bianco e nero che, a mio parere, tramite questa mancanza di cromie, renda più artistiche le sue fotografie, tramite ciò l’attenzione dello spettatore si concentra di più sui soggetti fotografati focalizzando l’attenzione sulle luci e ombre delle foto, tanto da far sembrare i soggetti fotografati quasi scultorei ed eterei. Se si guardano le fotografie a colori che ha realizzato, l’attenzione sul soggetto si perde leggermente e penso che perdano quella sensazione che suscitano, a confronto, le sue classiche fotografie in B/N.

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  41. Eleonora.L   12 Novembre 2019 at 23:19

    Ho sempre ammirato Gian Paolo Barbieri e le opere da lui prodotte. Ho avuto modo di conoscerlo attraverso la visione delle varie collaborazioni da lui svolte, in particolare grazie ai suoi scatti iconici realizzati per la rivista Vogue. La cosa che più mi attrae dell’artista in questione, è il modo in cui, con il suo talento, riesce a rappresentare nelle sue opere l’equilibrio perfetto tra i principali componenti della fotografia di moda, dall’eleganza, alla seduzione, alla provocazione. Per sviluppare tale sensibilità, non è bastato solo il campo della fotografia, ma ha avuto un ruolo molto importante anche la passione che Gian Paolo Barbieri nutriva per il cinema ed il teatro. Queste ultime hanno avuto un’influenza molto significativa per le fotografie da lui prodotte, che ne hanno appunto caratterizzato lo stile. La sua maestria è stata, a parer mio, quella di essere collaborativo e propositivo nei differenti lavori/progetti svolti, tenendo comunque fede alle proprie caratteristiche stilistiche. Ciò ha permesso di evidenziare ma soprattutto di far risaltare la sua fotografia rispetto ai suoi colleghi contemporanei, facendo diventare suoi ammiratori, coloro che lui ammirava.

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  42. Alessia L   12 Novembre 2019 at 23:26

    Leggendo questo articolo ho avuto la possibilità di scoprire la grandezza e la bravura di questo fotografo, Gian Paolo Barbieri.
    Personalmente ritegno che definire Barbieri un “fotografo di moda”, sia come sminuire la sua eccellenza culturale.
    A mio parere, prima di fotografo, è un artista, e questo lo si può notare solamente ammirando la bellezza che si cela in ogni suo scatto, trasformandolo in un’incantevole opera d’arte.
    Lo straordinario bagaglio culturale di Barbieri, è presente nelle sue fotografie, ed è proprio questo che, personalmente, lo ha reso uno dei fotografi più stimati e apprezzati.

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  43. Viviana Schipani L   12 Novembre 2019 at 23:28

    Dalla lettura di questo articolo, ho constato che la grandezza di questo artista sta proprio nel riuscire a conciliare l’arte della fotografia con ciò che la moda vuole esprimere, in modo tale da smuovere la sensibilità del lettore e allo stesso tempo di rispettare le regole e le costrizioni che il settore della moda impone.
    Infatti, il mercato sta sfruttando la professionalità degli artisti a fini commerciali. Questo fa sì che le immagini realizzate confondano il lettore, portandolo a non capire e mettere in discussione l’interesse che ha spinto l’artista a creare quelle determinate foto. Inoltre, lo spettatore viene rapito dallo scatto prodotto che assorbe tutta la sua attenzione, in questo modo si crea solo una relazione fra l’immagine ed il pubblico, ma si perde il senso della comunicazione tra quest’ultimo ed il fotografo. Dunque, prevale la legge del mercato, infatti in ogni caso l’obiettivo che si prefigge il marketing viene raggiunto, in quanto lo spettatore viene attratto dalla foto.
    Infine, concordo sul fatto che le tecniche di post produzione creano delle immagini bellissime, ma che rischiano di allontanarsi dalla realtà e diminuire così l’interesse del lettore. Nonostante questo, Barbieri, grazie al suo stile, è riuscito a superare questo ostacolo, anche se in alcuni casi ha dovuto comunque abbellire e trasformare gli abiti in modo da alimentare il desiderio e l’interesse del pubblico.

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  44. Giuliana LABA   12 Novembre 2019 at 23:30

    E’ la prima volta che leggo di Gian Paolo Barbieri.
    L’avevo sentito nominare, e alcune sue foto mi erano anche molto famigliari.
    Eppure spesso ci dimentichiamo di quanto sia importante la figura di chi si cela dietro una fotografia. A volte la diamo per scontata, o a volte la svalutiamo. Ma non c’è cosa più sbagliata.
    Il fotografo è colui che da espressione ad un fatto accaduto, ad un volto, alla moda, ad un sogno. E, se non fosse bravo, o se fosse così scontato, non sarebbe per nulla la stessa cosa, e non sarebbe arrivato fino a noi.
    Questo articolo, secondo me restituisce quel merito, alla fotografia stessa, ed, in particolare, al maestro Gian Paolo Barbieri.
    Barbieri, attraverso la sua teatralità, ha lasciato un segno più che riconoscibile in ogni suo scatto. C’è, in ogni foto, una sua nota caratterizzante. Il segno della Westwood, per esempio, è più che palese, in una maniera però molto originale. In generale si può dire che è come se, ogni sua esperienza passata, o ogni suo pensiero, fossero poi proiettati visivamente nelle sue fotografie.
    Contemporaneamente, egli riesce a dar valore e voce anche al soggetto e al pensiero della foto stessa. Che debba trasmettere sicurezza, eleganza, maestosità o semplicità, che debba fotografare una donna, una tartaruga, una modella o più persone, Barbieri riesce sempre a soddisfare al meglio ogni intento. La sua ricerca di perfezione e il suo studio dietro ogni scatto, sono poi appagati dal risultato ammagliante.
    Tutto questo fa quindi riflettere su quanto, in realtà, nonostante la figura del fotografo sia a volte scontata o sottovalutata, è tuttavia fondamentale. Se dietro una fotografia non c’è una storia, uno studio, una ricerca, avrebbe lo stesso tanto successo? Si pensi ad una gonna di Balenciaga, o ad una scarpa di Louboutin, …è la fotografia che riscatta il prodotto o il prodotto che da valore alla fotografia? Sono quasi sicura che, con un bravo fotografo e una buona fotografia, qualsiasi soggetto possa riscattare il proprio valore, o addirittura acquisirne.

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  45. ilariaL   12 Novembre 2019 at 23:46

    Leggendo questo articolo, ho potuto conoscere in modo piuttosto approfondito un fotografo di cui avevo soltanto sentito parlare. Nonostante però non conoscessi bene Barbieri, credo di aver avuto conferma di quanto ho sempre pensato, in qualsiasi ambito artistico e di moda: accanto ad un grande talento è sempre necessario applicare un metodo. Questo metodo per intenderci è, secondo me, ad esempio il lato marketing di un azienda. Ho apprezzato molto la prima parte dell’articolo dove si spiega come un fotografo debba in un certo senso essere brandizzato per essere apprezzato da un maggior numero di persone. Per metodo ovviamente non intendo solamente marketing ma intendo anche il lavoro che lui fa per codificare un suo stile, per rendere la propria personalità forte e di conseguenza trasmettere una percezione più autorevole di sé stesso. Concordo pienamente con la parte in cui si parla di rendere il fruitore sicuro tramite una forte identità, è un pò quello che a mio parere capita con la moda; un abito che viene spedito sul mercato da una famosa azienda farà successo non solo perché proviene da quell’azienda ma anche perché a forza di vederlo indosso a tutti, prima o poi, piacerà anche a te. Con questo non intendo sminuire il lavoro e il talento di Barbieri che è indubbiamente poco discutibile ma dire soltanto che, dietro a immagini obiettivamente molto attraenti e artistiche per la loro progettazione e perfezione, c’è un lavoro nascosto che riguarda il fotografo o l’artista in sé, che riguarda il suo personaggio e che lavora implicitamente sul nostro cervello senza rendercene conto. Far percepire qualcosa allo spettatore senza che lui ci pensi, in modo da rendere un certo tipo di pensiero o visione già codificata, non discutibile. Questa è stata la parte che mi è più interessata dell’articolo.

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  46. Giulia. L   12 Novembre 2019 at 23:48

    Nonostante fossi a conoscenza della figura di Barbieri, ignoravo la sua potenza artistica. Leggendo questo articolo ciò che salta all’occhio è l’importanza del rapporto tra fotografia e moda. Infatti, grazie alla mano dell’artista, foto che ritraggono scene apparentemente insignificanti, come quella in cui la vernice cade dall’impalcatura, raggiungono una valenza artistica tale da diventare delle opere d’arte.
    Penso inoltre che le foto di Barbieri rappresentano ancora oggi delle vere e proprie storie e esprimono in modo armonico il concetto di eleganza.

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  47. Ilda. L   13 Novembre 2019 at 00:22

    É indiscutibile mettere in dubbio le doti di questo fotografo, ma ciò che più mi ha colpito è stato il modo in cui Barbieri da giovane é riuscito a scoprire il suo vero talento. Attraverso la sua passione per il teatro e il cinema é emerso ciò che poi si rivelerà la sua più grande propensione : la fotografia di moda. Mi sono focalizzata su questo aspetto perché credo che la chiave del suo successo derivi proprio da questo. “la passione” G. Barbieri é un vero talento creativo, in grado di mettere insieme diverse qualità in un unica fotografia. Nelle sue foto ho percepito una forte identità stilistica, originalità e concretezza essendo bravo non solo a trasmettere al pubblico quello che ama ma anche nel valore e nel rispetto che mostra nei confronti delle donne, come possiamo vedere nelle sue foto, in cui indipendentemente da quello che indossano ripreso dal campo della moda sono comunque vestite di una bellezza ironica, sofisticata e chic. Sono d’accordo sul fatto che bisogna prestare maggiore attenzione alle immagini, valorizzarle di più, in quanto spesso dietro ad ogni immagine c’è sempre il frutto di una grande passione e di un duro lavoro.

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  48. Anna Chiara (L)   13 Novembre 2019 at 00:30

    Credo che quello di mutare un lavoro in arte sia un dono incredibile.
    Che a quanto pare è proprio quello che Gian Paolo Barbieri riesce a fare con i suoi scatti.
    Ho particolarmente apprezzato la parte finale dell’articolo, dove viene menzionata la foto realizzata per la campagna di Vivienne Westwood, richiamante “La zattera della medusa” dipinto di Gericault.
    Il tutto pur avendo un che di “caricatura” rende perfettamente come scritto sopra, sia onore alla tragedia avvenuta nei primi del 1800, ma al tempo stesso l’idea di un “oggetto nuovo” e non di semplice “ispirazione” all’evento accaduto.
    Questo è stato reso possibile grazie alla fotografia che è riuscita mettere insieme aspetti come, moda, arte, innovazione, ispirazione e l’idea di brand, perché gli abiti di Vivienne, sono belli, accattivanti e di gusto quanto vogliamo, ma avrebbero avuto lo stesso impatto visivo che abbiamo con questa scenografia? resa possibile grazie al lavoro e all’idea di chi sta dietro l’obbiettivo? Forse no.
    Moda e arte vanno e andranno sempre di pari passo perché l’arte in qualche modo sarà sempre una fonte di ispirazione, e la fotografia (che è a sua volta un arte stessa) riesce a catturare la magia di tutto ciò mettendo in pratica i suoi “escamotage”, riesce a rendere (il più delle volte) le ideologie e messaggi che l’autore vuole comunicarci (ammesso che voglia farlo).
    Scattare una foto non è solo mettere in posizione determinati soggetti con la luce giusta, è avere la lungimiranza di capire cosa renderà quello scatto interessante, e significativo, probabilmente lo stesso motivo che spinge il fotografo a scattare in un preciso istante rispetto ad un altro o da una prospettiva rispetto che da un’altra.

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  49. 𝐌𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐚 𝐕. 𝐋𝐚𝐛𝐚   13 Novembre 2019 at 09:42

    “Come insegna l’arte contemporanea che conta davvero, la reale influenza di un artista sul nostro tempo dipende dall’abilità con la quale un talento creativo si pensa e agisce come se fosse una marca.” Esso funge da propulsore di nuove tendenze e stili di espressione in grado talvolta di emozionare il pubblico e fidelizzarlo, ciò che con lavoro, maestria, dedizione e passione ha fatto Gian Paolo Barbieri; fotografo di moda che ha mitizzato la fotografia del Made in Italy dal finire degli anni sessanta/inizio anni settanta.

    “Per la diffusione della foto di moda come oggetto artistico, da comprare e collezionare, non bastano le pur importanti mostre nei grandi musei. Occorrono identità estetiche robuste” e possiamo dire che il fotografo Barbieri ne è un emblema. Ne testimoniano le 70 polaroid per la mostra Pirelli dove arte, moda, fotografia e cinema creano una sinergia equilibrata e coordinata immersi tra richiami e citazioni dai diversi campi. Questa dote sicuramente rievoca la passione giovanile per la recitazione e per il teatro, tratto che caratterizza gli scatti del fotografo per l’uso di un effetto movie. (Da qui possiamo riflettere su come la moda non sia un campo a se stante ma si connetta e interagisca con altre discipline artistiche e quanto possa risultare straordinaria questa connessione.)

    Le fotografie esposte sono esempio lampante di creazione artistica e non solo di moda; “La fotografia non è mai solo realismo bensì costruzione di una immagine” e Barbieri ha creato fotografie artistiche che suscitano emozioni al pari di opere d’arte, sembrano scatti colti al volo ma sono frutta di una costruzione studiata e pensata dove si ha sempre una citazione al cinema o all’arte stessa.

    La sua maestria è quella di essere riuscito a dare vita emozionale agli abiti, di creare desiderio nel consumatore, coinvolgere sensorialmente il pubblico e coinvolgerlo in uno spazio- tempo non sempre contemporaneo (rievocazioni dell’arte ottocentesca, richiamo a fotografi quali Avedon o Bourdin o La Chapelle per citarne alcuni)
    “Se lo stilista è il creatore dell’abito bello, è il fotografo di genio che conferisce ad esso le fattezze del sogno e la potenzialità di essere soprattutto segno di se stesso”.

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  50. alessiaL   13 Novembre 2019 at 10:14

    Vorrei iniziare articolando il pensiero secondo cui a differenza di un’opera d’arte, una fotografia di moda perde la sua unicità già nel momento in cui ho la possibilità di trovarla facilmente su internet, scaricarla e poi appenderla come se fosse un qualsiasi oggetto.
    In un’opera d’arte specialmente se contemporanea invece questo non può succedere.
    Inoltre credo anche io che sì, la professione di fotografo professionista stia perdendo sempre più il suo valore a causa dell’aumento di dispositivi che dispongono di una buona fotocamera, ma che questo possa far emergere nuovi “talenti” semplicemente mettendo del proprio in ogni scatto. Si potrebbe paragonare magari al fatto che molti ragazzi partano sempre più frequentemente per l’estero con l’intendo di imparare una nuova lingua: magari non hanno le basi solide, ma con l’esperienza e l’ascolto si sarà in grado di apprendere, appunto, la lingua.
    Personalmente, senza nulla togliere, le fotografie di Barbieri non mi suscitano nulla in particolare. Le fotografie che attirano la mia attenzione sono quelle in cui il colore è il protagonista, gli oggetti disposti intelligentemente in disordine, cosa che non ho ritrovato negli scatti di Barbieri: sembrano essere tutti così “composti”.
    Guardando gli scatti non mi viene spontaneo chiedermi o informarmi riguardo la vita dei soggetti, forse per il fatto che essendo personaggi famosi non (mi) trasmettono neutralità.
    A mio parere quindi Barbieri sta all’arte moderna come Valentina Neri all’arte contemporanea.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Novembre 2019 at 14:02

      Devo dire che non ho compreso del tutto la tua equazione di primo grado (senza incognita e quindi matematicamente impossibile) tra Barbieri/modernità e Valentina Neri/contemporaneità. Se guardo le immagini di Toilet Club non mi viene spontaneo fare dei paragoni. Le foto di Valentina mi sembrano intenzionalmente orientate a catturare un’ambiguità che non ho mai trovato in Barbieri. Ma ammetto di conoscere poco la fotografa che citi.

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  51. ChiaraL   13 Novembre 2019 at 13:21

    L’articolo è interessante, tratta di molti tematiche che non riguardano solamente la vita del fotografo, ma anche tutto ciò che lo circonda: il mondo dell’arte, paragoni con fotografi dei suoi anni, paralleli con il mondo contemporaneo.
    Alcuni collegamenti non sono immediati perciò, a mio parere, a tratti risulta difficile da comprendere e da trarre un commento in modo generale.
    Nei primi paragrafi mi è sembrato che venga giudicato in modo negativo chi di un artista apprezza le referenze e sponsorizzazioni. Questo pensiero si contrappone alla carriera di Barbieri che si è sviluppata collaborando con importanti personalità della moda. La sua fama sarebbe stata tale nel caso non avesse collaborato con queste persone?

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  52. EsmeL   13 Novembre 2019 at 22:00

    Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio maestro della fotografia, sinceramente dopo aver letto questo articolo son venuta a conoscenza di Gian Paolo Barbieri.
    Secondo me il fotografo ha un ruolo fondamentale, perché dovrebbe fotografare un personaggio facendo attenzione anche ai vari dettagli, ovvero facendo si che i dettagli non vengono tralasciati, trasmettendo ciò che ha in mente al destinatario; purtroppo al giorno d’oggi son pochi coloro che danno importanza ad una vera e propria foto.
    Ammiro molto questo artista perché rispecchia il vero valore di una donna, ovvero l’eleganza / raffinatezza / semplicità.

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  53. vincenzo   18 Novembre 2019 at 16:47

    Vorrei dire che sono indeciso se mi sono piaciuti di più i commenti dell’articolo delle note critiche dell’autore. è vero che senza le seconde non ci sarebbero state le prime e quindi ha poco senso quello che provo. Forse avendo letto con il telefonino il tutto, dell’autore ho perso dei pezzi mentre i commenti mi sono sembrati molto interessanti. Di Barbieri c’è poco da dire, le sue foto parlano benissimo al nostro senso estetico.

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