The Hateful Eight: tra paranoia carpenteriana e teatro grandguignol

The Hateful Eight: tra paranoia carpenteriana e teatro grandguignol

MONDO – The Hateful Eight, Il penultimo film di Quentin Tarantino è un’opera che non può lasciare indifferenti. Ecco la recensione di una pellicola dal sapore classico che si mischia con lo stile inconfondibile del maestro del pulp.

Ottavo film del californiano Quentin Tarantino (come tiene a precisare il cineasta sin dai titoli di testa), The Hateful Eight è un giallo alla Agatha Cristie a tutto tondo, mascherato però da western ambientato negli anni subito successivi alla sanguinosa Guerra di Secessione.

Una pellicola dal sapore molto classico, visivamente abbacinante nella sua fotografia in 70mm curata dal direttore della fotografia Robert Richardson, che sommerge il pubblico con un vero e proprio tsunami di parole lungo un’ora e mezza che presenta i personaggi per far sì che l’esplosione di violenza e il ritmo più serrato della seconda parte colpisca con maggior incisività.

L’impianto quasi teatrale di The Hateful Eight è estremamente tarantiniano, e ricorda molto da vicino il primo folgorante gioiello del Maestro del pulp, Le iene, oltre che La cosa di John Carpenter per come il concetto di paranoia assuma un ruolo centrale all’interno del film (anche nelle sue impennate splatter).

Trama

Kurt Russel e Samuel L. Jackson in una scena del film

Montagne del Wyoming, seconda metà dell’Ottocento. Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) si sta dirigendo a bordo di una diligenza verso la cittadina di Red Rock per riscuotere la taglia della prigioniera che porta incatenata con sé, la crudele e scaltra fuorilegge Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). Colto da una bufera di neve, l’uomo raccoglie per strada altri due uomini, il pericoloso cacciatore di taglie ed ex eroe di guerra Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e il neo-sceriffo di Red Rock Chris Mannix (Walton Goggins) che vanno nella stessa direzione.

Le circostanze obbligano il gruppo a fermarsi nell’unico luogo sulla strada della città dove trovare riparo dalla tormenta, ovvero lo sgangherato emporio di Minnie, dove già alloggiano il silenzioso mandriano Joe Gage (Michael Madsen), l’eccentrico boia inglese Osvaldo Mobray (Tim Roth), il messicano Bob (Demiàn Bichir) e l’anziano generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern).

Malgrado l’iniziale affabilità, le tensioni tra i presenti si inaspriranno, e John e Marquis vanno ben presto in paranoia quando iniziano a sospettare che almeno uno tra gli uomini è in combutta con Domergue.

Analisi filmica

Come detto, la prima metà di The Hateful Eight si basa principalmente su gargantuesche componenti dialogiche che permettono agli attori di dare il massimo, soprattutto i magnifici Jackson e Russell e l’enigmatica e inquietante Jason Leigh. Sebbene la verbosità dei dialoghi sia a tratti eccessiva e rischi in più di un momento di rallentare troppo il ritmo, il talento di Tarantino non vacilla mai, e grazie alla sua ottima gestione di movimenti di macchina e gestione della composizione delle inquadrature, riesce a mantenere sempre vivo l’interesse pur limitato da una location ristretta.

Il credibile e politicamente scorretto ritratto, che mai scivola nella farsa pur non mancando l’ironia tipica del regista di Pulp Fiction, di un’America contraddittoria e segnata da aberranti divisioni politiche, razziali e sessuali, è impreziosito da un’ossessiva colonna sonora di Ennio Morricone – premiata con un meritatissimo Oscar – che ricicla alcuni pezzi originariamente composti (e poi scartati) per La cosa di Carpenter, per caricare atmosfere di snervante claustrofobia, cariche di paranoia e mancanza di fiducia.

Tutto cambia quando dopo un sontuoso intervallo musicale cala la notte e, come in ogni western che si rispetti, arriva il momento di estrarre le pistole. Ed ecco la violenza che tutti coloro che si approcciano ad un film di Tarantino si aspettano: esagerata, schizoide, bellissima nel suo fascino macabro, con un deflagrare di fiumi di sangue e lunghi minuti di contorsioni e gemiti che portano lo spettacolo a diventare volutamente fastidioso e impressionante.

TheHateful Eight è Tarantino puro e cristallino; i marchi del suo stile ci sono tutti e sono portati all’ennesima potenza, ma il tutto è reso più grandioso grazie a un processo di maggior consapevolezza nell’uso del mezzo cinematografico, i cui semi erano già stati piantati con Bastardi senza gloria, che danno la prova definitiva della completezza di artista già nato grande ma giunto alla maturazione finale.

Testo di Riccardo Antoniazzi per MyWhere

Autore MyWhere

Collaboro ancora da poco con la Redazione di MyWhere e non vedo l’ora di raccontare tutto quello che vedo e che mi emoziona. Collaboro anche con altre testate perché sono uno spirito libero. Chi sono, come mi chiamo e da dove vengo non ha importanza, voglio solo che le mie parole qui vi coinvolgano a vedere un film di cui parlo o mangiare un cibo che ho assaggiato per voi, così come acquistare un libro che vi consiglio o ripercorrere il viaggio del mio tour descritto qui. Seguiteci, vi promettiamo che non vi stancheremo!
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8 Responses to "The Hateful Eight: tra paranoia carpenteriana e teatro grandguignol"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   25 Novembre 2019 at 09:46

    Nei western di Tarantino ci trovo molto della lezione dell’immenso Sam Peckinpah. Ovviamente al posto del tono epico tragico del secondo interviene l’ironica violenza della cinica visione della vita dell’attuale regista.

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  2. Antonio Bramclet
    Antonio   30 Novembre 2019 at 17:40

    A me è piaciuto di più Django. Hateful Eight è logorroico, i personaggi parlano troppo. Faccio un esempio: se mi sparano nelle palle (vedi scena cruenta finale) dico ahi o qualcosa del genere; non dico “mi hanno sparato nelle palle”, non serve, toglie la tragicità e trasforma la violenza in farsa. La bellezza nei western è nell’azione, nel momento epico. Comunque è un buon film, ma non eccezionale come scrive Riccardo.

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    • Riccardo Antoniazzi   4 Dicembre 2019 at 14:40

      Infatti secondo me questo è più un giallo mascherato da western che un film di genere puro. Pur non condividendo, comprendo il tuo punto di vista!

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  3. Enrico   4 Dicembre 2019 at 11:30

    Che stile! Dicono che sia in wyoming, ma il film è stato girato in colorado, per la precisione a telluride, dove sono stato per un anno, infatti ap nostro ristorante venivano sempre gli attori a cenare, solo Tarantino non é mai venuto! Samuel l j ha mangiato tipo per 10 volte maccheroni al pomodoro e beveva gineger ale! Mentre Tim Roth si sparava sempre 2 bicchieri di vino! Il più umile e simpatico Kurt Russel, cazzo mi ha stretto anche la mano due volte dopo cena! Un altra curiosità è che venivano sempre da soli, non cenavano mai sdsieme!

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  4. Tommaso   4 Dicembre 2019 at 11:30

    Fantastico… Crudele,divertente,intrigante,semplice,originale… e uno dei migliori di Tarantino…Ami e odi qualsiasi personaggio!! Sono 3 ore di western,giallo,noir,e comicita’!!! favoloso!

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  5. Priscilla 77   4 Dicembre 2019 at 11:31

    Film straordinario di un regista straordinario.Chi lo critica é un appassionato di cinepanettoni

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  6. Giulia Calca   4 Dicembre 2019 at 11:31

    Riccardo Antoniazzi, cosa ne pensi di C’Era una volta a Hollywood?

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    • Riccardo Antoniazzi   4 Dicembre 2019 at 14:38

      Amato molto. Ho dovuto interiorizzarlo per qualche giorno perché lo reputo tarantinismo portato all’estremo, e solo poi ne ho compreso la grandezza. Per quel che mi riguarda, il film più vicino a Pulp fiction del regista.

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