Horst P. Horst. A beautiful image

Horst P. Horst. A beautiful image

REGGIO EMILIA – Horst P. Horst. A beautiful image è una delle mostre più affascinanti della tredicesima edizione del Festival della fotografia Europea a Reggio Emilia. Dedicata a Horst, photographer of Style, e considerato uno dei più grandi fotografi di moda del novecento.

Le immagini esposte a Palazzo Magnani sono una scelta ponderata di quelle che furono presentate nel 2014 al Victoria & Albert Museum di Londra, nella mostra intitolata Horst, A beautiful image, probabilmente la retrospettiva più completa mai organizzata dell’immenso contributo che il fotografo diede al consolidamento della fotografia di moda come genere e, più in generale, alla fotografia come forma d’arte (1).

Da quel che ho potuto osservare e percepire nel corso della giornata inaugurale dopo l’inaugurazione dell’evento che impreziosisce una Biennale della fotografia europea in continua crescita, le foto capolavoro di Horst nella moda, nel contesto delle migliaia di immagini disseminate in decine di altre piccole e grandi mostre, come era logico aspettarsi, sono state come il trovarsi nel musicale silenzio di un giardino perfettamente curato, dopo l’esposizione sonora a un esplosivo caotico concerto rock.

Se le metafore che ho utilizzato non vi convincono, provate voi a descrivere come risponde la vostra sensibilità passando dalla pletora di atti creativi incontrati nella visita del circuito off della biennale, a cospetto del pathos fotografico di Horst. Mi riferisco a scatti esemplari come il Mainbocher Corset (1939) e Round the Clock (1987), per esempio.

Horst
Horst 1939

Foto 1
Horst P. HorstUntitled_l

Foto 2

Ma la bellezza classicheggiante e al tempo stesso modernista, di Horst, non è certo una novità per chi conosce un po’ di storia della fotografia di moda. La maestria del fotografo nell’uso delle luci era strabiliante. La sua abilità nel suggerire una certa dinamica senza aver bisogno di muovere il soggetto, la trovo commovente. Se fate fatica a seguirmi, vi ricordo che, a partire da Munkacsi, la ricerca di un carattere moving degli oggetti catturati dall’atto fotografico divenne l’insegna della concorrenza, nella incruenta guerra di comunicazione tra Vogue e Harper’s Bazaar. Horst seguiva l’estetica fotografica voluta da Condè Nast per Vogue: modernista con Steichen, ma anche dal sapore neo classico declinato a suo modo da Hoyningen-Huene, spesso teatrale con Cecil Beaton, surrealista con Man Ray, Coffin, Lee Miller. La squadra di fotografi di Harper’s per contro, scommetteva molto di più sulle foto dal sapore fotogiornalistico, piene di movimento e dalla cifra visionaria più accentuata (penso al surrealismo di Blumenfeld (cacciato da Vogue e valorizzato dal concorrente).

Lo stile di Horst all’inizio, fu di certo condizionato dal vangelo estetico di Condè Nast. La sua prima esperienza con il famoso editore non finì bene. Gli era stato imposto di fotografare seguendo rigorosamente lo stile di Steichen. Probabilmente malgrado studiasse la tecnica dell’autorevole collega, non voleva rinunciare al proprio stile. Grazie al suo maestro (e amante o fidanzato, scegliete voi) Hoyningen-Huene, aveva imparato in fretta il modo di smarcarsi dalle ossessioni tecniche e commerciali degli editori attraverso la sublimazione artistica dell’oggetto moda. Tuttavia, forse peccò di arroganza e dopo un dissidio con Condè Nast fu rimandato a Parigi. Venne richiamato in Vogue qualche anno dopo, quando Hoyningen esasperato dall’infelice rapporto con l’art director Fehmy Agha, fuggì per approdare da Harper’s.  Questa volta ebbe più tatto o forse trovò più spazio per le proprie idee. Comunque sia andata, a partire da quel momento, rimase in Condè Nast fino alla fine della sua carriera. È persino banale insistere troppo sul senso scultoreo delle sue creazioni. In realtà l’eleganza e il bello, per Horst dovevano evitare l’eccesso di vitalismo impresso alla foto da movimenti casuali o troppo accentuati. Ma le sue immagini non sono quasi mai rigide o ingenuamente statiche. Prendete come esempio Round the Cock. L’impressione iniziale è certamente dominata da una seducente e statica verticalità. Ma subito, grazie alle increspazioni della gonna sollevata da un colpo d’arie che non vediamo ma che la mente rende presente, subito dicevo, percepiamo un dinamismo gioioso che ci porta a immaginare di vedere un fiore, una donna che diventa fiore. Come metafora visiva non è certo una novità. Ma la creatività del fotografo e il suo stile ne fanno una specie di evento visivo, cioè percepiamo nello stile dell’immagine, figurazioni della temporalità ( il fiorire, lo sbocciare…).

Vi invito ora a guardare un’altra fotografia riuscitissima, scattata da Horst nel 1941, trasformata dall’Art Director di Vogue nella cover del numero di maggio della rivista.

vogue-cover-illustration-of-a-woman-balancing-horst-p-horstHorst P. HorstSummer-Fashions-American-Vogue-cover-15-May-1941-®-Conde-Nast-Horst-EstateFoto 3,4

La modella, sdraiata sul dorso, con le gambe in verticale e leggermente incrociate, gioca con una palla come fanno le atlete della ginnastica ritmica anche se, indossando un costume da bagno con tanto di cuffia, potrebbe far pensare al nuoto sincronizzato, mentre con la mano sinistra alzata cerca di convincerci che sta leggendo qualcosa da un foglio.

Il braccio destro piegato ad angolo acuto permette alla mano di tenere sollevata la testa. In questo modo Horst conferisce alla figura una evidente grazia che addolcisce la rigidità degli altri arti al lavoro. In altre parole, trasforma una figura sostanzialmente statica in una configurazione che suggerisce fluidità dei movimenti, sincronia, controllo dinamico. Le dimensioni enormi della palla di un bel rosso vivo enfatizzano il virtuosismo del gesto e dall’alto si relazionano in simmetria assiale con il tondo della testa della modella, in basso.

A questa bellissima foto, l’Art Director della rivista, Alexander Lieberman suppongo, ma non ne sono sicuro dal momento che cominciò a lavorare in Vogue proprio nel 1941, quando esattamente non lo so, tuttavia chiunque fosse bisogna riconoscere che effettuò un intervento grafico magistrale. Tolse il foglio dalla mano della modella e al suo posto sistemò un nastro simile a quello che usano le ginnaste per provare alle giurie il loro perfetto maneggiamento dello strumento ( così come succede con la palla, la corda, il cerchio e la clavette). Poi per simulare un colpo di destrezza a dir poco magico della modella/ginnasta, raffigura le volute sinuose del nastro nell’intervallo temporale in cui scrivono nell’aria il nome della testata con una grande “V”, una gigantesca “o” formata dal pallone rosso, seguite dalle altre lettere più in piccolo per permettere l’illusione dello spazio tra di esse. Una cover suggestiva, efficace senza il bisogno di alcuna agitata fotografia. Horst era un maestro nel conferire una eleganza dinamica alle messe in scena nelle quali doveva emergere ciò che i francesi chiamano l’allure ovvero il portamento in quanto evocatore di uno stile.

Horst P. HorstHorst e il colore nella foto di moda

La cover che vi ho brevemente descritto presenta un ulteriore argomento critico sviluppato da molte delle opere in mostra. Tra le altre cose è una copertina dai cattivanti colori. A tal riguardo ritengo utile ricordare al lettore che Horst, appartiene alla prima generazione di fotografi di moda che si misurarono con la dimensione del colore. Tra l’altro, lo scatto sopra commentato, ci riporta a un confronto con un’altra cover molto famosa dal momento che fu la prima copertina di una rivista di moda fatta con una foto a colori. Eravamo nel 1932 e Steichen fotografò una modella in costume da bagno con cuffietta che da seduta solleva sopra la testa una palla rossa. Steichen fu un grandissimo fotografo, la sua padronanza tecnica non si discute. Tuttavia considero l’interpretazione di Horst superiore per creatività e qualità dell’immagine. Mi piace immaginare dunque, che con la cover del 1941, Horst, emulando con spirito competitivo Steichen, lo abbia riconosciuto come un maestro e al tempo stesso tentato di superare per prendersi una rivincita su di un grande fotografo che supportato dall’esperienza e dalla totale condivisione di Condè Nast della sua visione estetica e comunicazionale, aveva dominato i palinsesti di Vogue per quasi due decenni, imponendo il suo stile. Nel 1937 Steichen, stanco della foto commerciale e di moda rinunciò ai ricchi contratti di Vogue. Il suo posto fu preso da Horst che per anni divenne il fotografo più utilizzato e pubblicato dalla rivista. Nel frattempo la foto a colori cominciava ad essere lo strumento preferito per l’advertaising. Le tecniche di stampa, seppur estremamente costose, cominciavano ad essere affidabili. Tutti i fotografi di Vogue dovettero misurarsi con con le innovazioni che il colore comportava. Horst divenne un vero e proprio artista della foto a colori. Anche John Rowling era bravissimo. Ma per me Horst lo superava sia nella messa in scena e sia per le tonalità più armoniose. Nel mio personale Olimpo, per quanto riguarda la decade dei quaranta, lo colloco al fianco di Blumenfeld suo agguerritissimo rivale dalle pagine di Harper’s Bazaar. Solo con l’arrivo di Irving Penn, Vogue troverà un fotografo che anche col colore poteva emulare la qualità raggiunta da Horst e Blumenfeld. Tuttavia devo aggiungere che la foto di moda a colori degli anni trenta e quaranta non è mai stata presentata e studiata in profondità. Per esempio anche la Dahl-Wolfe, nelle poche immagini che ho potuto ammirare de visu mi è sembrata dotatissima col colore. Recentemente sono apparse immagini di moda a colori di Lee Miller che mi hanno impressionato. Ma non avendole viste dal vivo, posso solo appellarmi a un vago sentimento di appropriatezza che mi hanno trasmesso.

Fino a qualche anno fa, erano in pochi a conoscere l’abilità di Horst nell’orchestrare la luce in funzione di una foto a colori. Poi con la mostra al Victoria & Albert Museum del 2014, molti opinionisti sono stati letteralmente sedotti da foto di una stupefacente bellezza e hanno cominciato ad interrogarsi sulla valenza dei protagonisti dell’irresistibile ascesa del colore sulle riviste di moda.

Indubbiamente la decade dei trenta del novecento è stata caratterizzata da una inesauribile serie di sperimentazioni, innovazioni  che avevano l’obiettivo lo sfruttamento della dimensione del colore, immaginata essere fondamentale per l’efficacia editoriale della moda. Tutti i più grandi fotografi del periodo si sono misurati col i problemi tecnici ed estetici del colore. A tal riguardo, vi anticipo subito che per quanto mi riguarda non ho alcun dubbio sul fatto che, Horst, anche col colore abbia raggiunto una qualità espressiva e formale encomiabile per niente inferiore ai suoi celebrati bianco/nero e degna di rivaleggiare con le straordinarie interpretazioni di Blumenfeld.

Ma come mai per tanti decenni ci siamo dimenticati che un fotografo del calibro di Horst difficilmente poteva avere cedimenti nel controllo del colore? Secondo Shawn Waldron grosso modo successe questo” “Horst created some of Vogue’s most striking colour images, and more than 90 cover. However, his colour work has remained largely unseen in the museum and gallery setting for a simple reason: there are few vintage photographs to exibit. Colour capture took place on a trasparency, which could be plated and printed on the magazine page without the need to create a photographic print. It is only in the past few years that interest among curators and the pubblic has brought some of these works to light through modern digital printing”(2).

Ho poco da aggiungere a quanto scritto dall’autore. Mi permetto solo una ulteriore congettura: se è vero che l’intuizione di Condè Nast sull’efficacia del colore per la diffusione delle immagini era giusta è altrettanto vero che l’élite intellettuale che promuoveva la fotografia sia come forma d’arte e sia come linguaggio autonomo, aveva nei confronti del colore evidenti perplessità, soprattutto quando rafforzava l’energia visiva di immagini fatalmente contaminate da bellezza sfruttata a fini commerciali (come nel caso delle fotografie di moda).

Bisogna aggiungere che i colori stampati dai magazine di moda erano sorprendenti, nel senso che non riflettevano affatto i colori naturali, ma appartenevano a un nuovo immaginario fotografico che se certamente attraeva il grande pubblico, per contro, veniva considerato kitsch o addirittura volgare dai cultori del purismo fotografico.

Tuttavia, Condè Nast non badò a spese per fornire ai suoi fotografi le tecnologie necessarie per primeggiare. I suoi tecnici o consulenti svilupparono modalità di stampa sia su pellicola che su carta che garantirono a Vogue una qualità superiore ai concorrenti fino al 1939. Poi uscì sul mercato il famoso Kodachrome e quindi tutti furono in grado di sfruttare il colore. A questo punto era il fotografo a fare la differenza. Horst, conscio dell’importanza che l’editore attribuiva alle foto di moda a colori si applicò a trasferire al colore la sapiente regia delle luci che aveva maturato negli anni col bianco/nero. Le foto esposte nella mostra a Reggio Emilia, documentano in modo strabiliante il grado di perfezione che era in grado di garantire anche utilizzando il colore.

Osservate le foto 6 e 7. La prima fu pubblicata nel 1938, la seconda l’anno dopo. La foto in b/n può essere presa come un modello di ciò che Horst intendeva per perfezione, qualità, bellezza formale e contenuti emotivi. La configurazione degli oggetti nel campo dell’immagine è armoniosa senza l’eccesso di ordine che la trasformerebbe in una banale messa in scena. Sottolineo le forme classiche che appaiono sulla destra, sistemate per simulare un principio di disordine fasullo. Si perché, immagino che Horst ne abbia misurato la portanza semantica con rara intensità (in definitiva erano, per così dire, il suo marchio di fabbrica dal momento che indugiava spesso con queste “citazioni” classiche e/o metafisiche). Le luci disegnano una scomposizione piani che suscitano la percezione dello spazio puro. Impossibile evitare di pensare all’astrazione e di conseguenza a uno dei più importanti paradigmi artistici delle avanguardie storiche. La modella è il posa. Probabilmente fuori campo un pittore la sta studiando per riportarne le forme sulla tela

disposta sul cavalletto in modo tale che i suoi contorni e la sua massa più scura spezzino il dominio delle linee rette della fonte luminosa disposta sullo sfondo. Come definireste l’impressione che Horst cerca di suscitare? A me fa pensare a un calmo, intellettualizzato modernismo arricchito con surreali note metafisiche (penso a De Chirico più che ai pittori surrealisti del periodo, anche se risuonavano in Horst atmosfere alla Magritte, deironizzate però).

Se guardate ora la foto a colori citata sopra, credo che sia semplice accorgersi che Horst lavori per costruire la possibilità di ricreare il suo stile con il colore. E a mio avviso con successo. Ma al tempo stesso non possiamo negare che qualcosa della severa bellezza del b/n sia evaporato e al suo posto sia emersa una gradation emozionale forse più leziosa. La grazia classicheggiante che Horst immaginava essere una qualità che la donna (ideale) moderna doveva saper padroneggiare, è sempre presente, ma con il colore diviene più leggera quasi una musica.

Anche chi non condivide questa idealizzazione del femminile, come il sottoscritto, è costretto ad ammettere che il livello di maestria e padroneggiamento dei fondamentali dell’atto fotografico di Horst è ammirevole e che probabilmente, nei contesti in cui la qualità  la sua influenza è ben lontana all’essersi esaurita.

Horst P. HorstFoto 5

Horst P. Horst
Foto 6

Foto di interni con figura

Negli anni cinquanta le scelte di fondo dei photo editor dei magazine di moda cambiarono sostanzialmente il modo di costruire l’immaginario femminile.

Più che le foto negli studi ora venivano privilegiati i reportage en plein air, nelle strade, tra la gente.

La donna ideale ora doveva sembrare più attiva, curiosa, esibizionista. La perfezione alla Horst cominciò lentamente ad essere considerata poco idonea per i servizi di punta della rivista. Negli anni sessanta quando le modelle improvvisamente cominciarono ad agitarsi e le foto di moda le raffiguravano in pose e gesti mai viste prima, spesso ineleganti, vedere immagini aggraziate in stile Horst divenne sempre più raro.

Poco interessato a stravolgere il proprio stile, Horst accettò di deviare la propria attività su un sottogenere della foto di moda, che potremmo definire High Class Style Life, di grande appeal tra le lettrici non solo di American Vogue. Questa tipologia di reportage era concettualmente molto semplice: si trattava di riprendere personaggi di successo nelle prestigiose abitazioni nelle quali vivevano. L’illusione che si intendeva trasmettere alle lettrici era centrata sulla credenza di una possibile e fasulla relazione di intimità con le icone del jet set. In definitiva, mi immagino pensasse la “consumatrice modello” di questi servizi, il set nel quale le star prescelte si calavano era la loro casa ovvero il luogo in cui potevano uscire dal personaggio che si era impossessato della loro vita, per essere finalmente se stesse. Naturalmente, le lettrici più intelligenti sapevano benissimo che la sola presenza di Vogue obbligava le star ad indossare l’identità pubblica che faceva parte del loro successo. L’abilità del fotografo dunque, al netto del controllo delle tecniche fotografiche che garantivano la qualità visuale dello scatto, consisteva nel metacomunicare tratti che rinviassero al “privato” senza incrinare l’aura star system del personaggio focalizzato. A complicare il lavoro interveniva inoltre il vasto apparato di oggetti che interagivano con la significazione dell’immagine, dei quali occorreva calcolare il peso semantico a partire dal loro posizionamento e dalle reciproche correlazioni. Se mi avete seguito, dovreste avere ben chiaro il perché Horst in questo sottogenere si rivelò insuperabile: padroneggiava gli effetti luminosi, il suo senso dell’ordine, maturato nelle lunghe sedute in studio per dare note classiche al suo modernismo, portava a maturazione qualia della bellezza di rara intensità, senza che la corrente emotiva travalicasse i confini del decore intelligente. Certo il lusso sfrenato e la ricchezza degli elementi presenti nel campo visivo, possono far storcere il naso ai cultori del minimalismo. Ma la delicatezza del suo tocco fotografico è evidente: non si tratta di un lusso fine a se stesso, pura ostentazione, voglio dire; bensì di un superlativo applicato agli oggetti e alla decorazione ( e per transizione semantica, applicato ai personaggi ripresi) per fare emergere più l’arte del bel vivere piuttosto che la sottolineatura di una sfrontata ricchezza.

A tal riguardo, e so bene di ripetermi, ma vi ricordo che le mie parole sono ben poco rispetto la “cosa” o evento fotografico che dovete pensare come causa scatenante effetti simbolici e non come rappresentazione dominabile da descrizioni linguistiche, so bene di ripetermi, dicevo, ma vi invito a guardare le foto 8,9,10.

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Foto 7,8,9

Nella foto 8, trovate il grande pittore espressionista astratto Twombly nella casa romana dove risiedeva nel 1966. Se guardate le sue opere appoggiate sullo sfondo troverete plausibile spero la congettura che mi porta a immaginare che Horst non solo abbia voluto suggerirci di pensare il pittore americano come l’artista che tra le avanguardie dell’astrattismo del periodo aveva maggiore propensione ad evocare valenze emotive di un certo rigore (il bianco dominante, i segni sulla tela che assomigliano a una scrittura), ma abbia cercato di dichiarare qualcosa di più generale sulla compatibilità tra l’arte contemporanea e il sentimento di una bellezza che trascende le etichette degli stili storici. La disinvoltura della posa del pittore a proprio agio nel salotto storico a mio avviso ha il compito di far nascere la fantasia dell’esistenza di una sorta di ponte immaginario che connette il lato conservatore dell’arte con le pulsioni che pur negandolo lo arricchiscono di vita.

La foto 9 ci presenta l’estensione del mondo interiore di Diana Vreeland nello spazio privato e immersa nei colori che meglio la rappresentavano. Il salotto e tutti gli arredi nei toni del rosso possono apparire eccessivi se non volgari. Ma sono sfumature che arrivano fino ai confini del kitsch che secondo la celebre direttrice di Vogue, si devono osare per chi aspira allo stile individuale. Anche la posa da geisha mi sembra indovinata. Un ritratto in un interno che ci racconta in un attimo sia chi era la protagonista e sia la sua visione della moda.

Della foto 10, oltre alla giustezza del set, dei colori, delle luci, mi colpisce la leggera inclinazione del collo di Marella Agnelli. Con questo semplice movimento, probabilmente suggerito da Horst, l’immagine cambia registro. Il regno dell’artificio teatrale viene emendato da un in-più di naturalezza (o se volete, da una simulazione di naturalezza). Mi stupisce l’illusione di immediatezza che in modo totalmente studiato Horst conferisce alle sue immagini. Molti fanatici della fotografia pura o della foto verità, probabilmente hanno detestato la straordinaria maestria e trucchi con i quali Horst difendeva la sua visione dell’arte, della moda, della bellezza. È molto probabile che dopo gli anni sessanta del novecento, il lusso sfacciato di interni sontuosamente decorati abbiano perso di aderenza con la moda che conta. Si può non essere in sintonia con la magnificazione di stili di vita che se troppo ostentati valgono quanto una offesa alle pubbliche virtù. Ma anche se non avete letto La favola delle api di Mandeville, e quindi non immaginiate che proprio dai vizi (per esempio l’inclinazione per il lusso e il bello) discendano le pubbliche virtù (una economia allargata ricca di protagonisti e oggetti), non potete rimanere indifferenti alla maestria tecnica che Horst ha messo al servizio di una formula della bellezza alla quale, prima o poi, le mode ritornano.

Horst P. HorstIl corpo del desiderio

Oltre alla moda, ai ritratti e alle foto di interni lussuosi, Horst amava spesso riprendere il corpo femminile e maschile da punti di vista molto originali. In mostra a Palazzo Magnani mi sono apparsi ragguardevoli gli scatti che fece e pubblicò nel 1954. Il soggetto è il corpo glorioso maschile. Se osservate le foto 11,12,13, potete farvi un’idea del modo in cui affrontò un oggetto che io vedo connesso con desiderio omosessuale.

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Foto 10,11,12

In questi scatti, Horst evitava quasi sempre la figura intera, concentrandosi su vaste porzioni del corpo raffigurate in pose che rimandano idealmente alla statuaria classica mutilata dal tempo. In realtà questi corpi perfetti che il taglio fotografico sembra avvicinarli al corps morcelè dei surrealisti, mi rimanda alle teorie del primo Lacan, al suo famoso testo Lo stadio dello specchio, ovvero al montaggio/smontaggio della struttura concreta del corpo da parte dell’immaginario dominato dal desiderio. A mio avviso con queste immagini Horst si confronta con la dimensione tragica dell’Altro e sul dilemma dell’identificazione con l’oggetto del desiderio. Il corpo glorioso fatto a pezzi a me sembra il riconoscimento del dramma implicito nella passione che, spingendomi verso l’Altro, mi apre al desiderio e nello stesso tempo mi aliena. Ma perché Horst rimane ossessivamente legato a riferimento all’arte scultorea classica? Al tragitto drammatico del desiderio, sembrano suggerire le  sue foto sottoposte alla lente della psicoanalisi, si può rispondere o semplicemente attenuare con la sublimazione ovvero con l’adeguamento a una forma ideale che devia le pulsioni verso l’appercezione del bello.

Ovviamente, non vi sto dicendo che Horst conosceva Freud e Lacan. Delle sue letture non so nulla. Mi interessano invece le conseguenze delle sue creazioni visive. Il fatto che le sue forme rispondano a un progetto di idealizzazione dell’Altro, progetto drammatizzato dalla strana fattura delle sue foto (arti che mancano, corpi decollati…), é una evidenza. Altrettanto evidente è l’adesione appassionata di Horst a un paradigma della bellezza che non credo sia esagerato avvicinare alla dimensione etica. Evidentemente, mi si potrebbe obiettare, rimaniamo sempre nei dintorni di una idealizzazione dell’Altro, che ci porta a pensare a una sublimazione fasulla cioè a un’etica fragile, a una mascheratura. E che cosa dovremmo chiedere a un omosessuale vissuto un un’epoca dominata dai moralismi di imbecilli bigotti? La sublimazione di Horst potrà anche essere una forma di godimento dissimulato, ma comunque la pensiate, dovremmo essergli grati per a tenacia e la creatività con cui ha difeso la bellezza in un secolo che ha fatto di tutto per smarrirla.

Horst P. Horst

Palazzo Magnani, Reggio Emilia

12 aprile-9 giugno 2019

Horst P. Horst

A beautiful image

 

Palazzo Magnani

Vi ricordiamo che vi abbiamo parlato qui del Festival della fotografia Europea a Reggio Emilia

Note:

  1. La recensione della mostra al Victoria la potrete trovare in un lungo articolo pubblicato nella mia rubrica, datato 30 novembre 2014.

  2. Shawn Waldrom, Horst’s World in Colour, pag.153; in Horst Photographer of Style, V/A     pubblishing, 2014.

Horst P. Horst in mostra a Reggio Emilia

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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6 Responses to "Horst P. Horst. A beautiful image"

  1. valeria   30 Aprile 2019 at 23:51

    L’eleganza delle foto di Horst si snoda lungo il percorso della mostra di Reggio Emilia. Sembra che il mondo del mistero e del surreale si sposi con un’estetica classica che supera il tempo attraverso giochi di luce e precisi toni di colore. Foto articolate con dettagli quasi casuali che non si rivelano subito ma dopo attenta osservazione. Horst sembra un fotografo contemporaneo, ed è proprio quello che l’artista stesso desiderava, perché come lo stesso Horst scrive:”la moda é un’espressione dei tempi. L’eleganza un’altra cosa”.
    Come in altre occasioni l’articolo di Lamberto Cantoni raffinato e preciso, direi appassionato, mi ha indotto a visitare la mostra.

    Rispondi
  2. Luigi   1 Maggio 2019 at 00:04

    Fotografare un’arte o un mestiere?
    Ci sono fotografi che sanno accogliere e immortalare con successo l’attimo fuggente ed altri fotografi che allestiscono l’ambiente dove mettono in posa il soggetto da fotografare.
    Ambedue i fotografi conoscono bene le potenzialità della propria macchina fotografica, potenziale che sanno poi tradurre nelle rispettive fotografie. Ma questo non è ancora sufficiente. Solo chi ha il dono di essere anche un artista realizza vere opere d’arte.
    Le fotografie di Horst P.Horst sono indubbiamente delle opere d’arte che in quanto tali non vanno solo guardate ma vanno anche interpretate poiché ognuna ha una sua storia da raccontare. A Reggio Emilia guardando le fotografie di Horst le emozioni non mancano.

    Rispondi
  3. mau   1 Maggio 2019 at 18:37

    Troppo affettato e teatrale. Io a Reggio ho preferito la mostra di Larry Fink. Sono una testimonianza più vera delle foto da marketta di lusso di Horst.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto   2 Maggio 2019 at 09:05

      Io direi piuttosto che Horst ha fatto di tutto per non essere né affettato e né teatrale. Nella prima fase della sua carriera la sua bellezza classica/metafisica/modernista è molto lontana dai barocchismi di un Cecil Beaton, per esempio.
      Le sue foto di interni decorativi con personaggi famosi, non sono banalmente teatrali; piuttosto il fotografo rischia il kitsch (vedi foto Vreeland), ma sempre per un motivo: per esempio Diana Vreeland pensava che la vera eleganza dovesse avere qualche nota volgare.
      I suoi nudi sono straordinari. Senza di essi non avremmo avuto Skrebneski e Mapplethorpe. Nella sua carriera ha fatto foto sperimentali, raramente esibite in mostre. Insomma, si può discutere l’attuale valenza delle sue foto di moda in un mondo come il nostro dove il brutto vale quanto il bello se non di più. Ma se partiamo dal suo punto di vista sull’estetica, oltre alla coerenza non possiamo non ammirare il suo gusto per la bella immagine.

      Rispondi
  4. lucio   2 Maggio 2019 at 11:57

    Reggio è diventata veramente una capitale europea della fotografia. Anche grazie a mostre straordinarie come quella di Horst e Fink. A mio avviso un confronto tra i due è improponibile. Il primo è un campione indiscusso della foto di moda e commerciale; il secondo è più interessato alla foto d’autore di testimonianza, senza tanti fronzoli. Sono necessari entrambi. E entrambi sono dei maestri per le giovani generazioni.

    Rispondi
  5. vinc   4 Maggio 2019 at 15:00

    Nel tempo dei selfie un fotografo raffinato come Horst non può certo andare di moda. Le sue foto però parlano da sole. Un maestro da ammirare.

    Rispondi

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