Il guanto – La sua storia, un’opera d’arte

Il guanto – La sua storia, un’opera d’arte

Il guanto, mai uguale a se stesso, poliedrico, che, come un attore, ha interpretato molti ruoli: una donna seducente, ma anche vanitosa; un assassino; un re, detentore del potere; un giudice, un politico corrotto, un religioso. Nel corso dei secoli si è ritagliato un ruolo da protagonista, nel bene o nel male, divenendo un simbolo e non solo un capo di abbigliamento.
Klinger10Per capire la forza e la capacità di questo indumento di stravolgere la vita sociale occorre ripercorrere la sua storia.
Il primo esempio lo troviamo nella Bibbia, dove diventa lo strumento di inganno. Isacco, ormai vecchio e cieco vuole che il figlio Esaù diventi il capofamiglia. Il fratello Giacobbe, spinto dalla moglie Rebecca, si finge Esaù, mascherando l’unica parte del corpo che il padre avrebbe riconosciuto: le mani. Giacobbe, che a differenza del fratello era glabro, si fece avvolgere la mano con pelle di capretti, facendo credere ad Isacco che fosse davvero Esaù, ricevendo così, l’investitura del capofamiglia.
Attraverso i secoli, scopriamo che il guanto era molto usato nel Nord Europa. I barbari utilizzavano sacchetti di pelli di animali per difendersi dal freddo, al contrario dei Romani, che disprezzavano questo costume definendo chi osava indossarli come chi “ veste alla maniera dei Galli”.
Il guanto diventava accessorio comune solo nel XV secolo, ma è nel periodo feudale che esso assumeva un ruolo solenne, espressione dei forti valori sociali, come nelle cerimonie di investitura in cui il vescovo conferiva autorità e potere a re e imperatori. Esso era anche segno di fiducia che il signore riponeva nel suo vassallo, testimone di una promessa, di una sacralità e che rappresentava una parola d’onore. Ritroviamo tali valori nei poemi cavallereschi dove lasciar cadere in terra il guanto era simbolo di infausti presagi, mentre colui che lo raccoglieva diventava automaticamente lo sfidante in duello. Se il nemico era lontano, lo si faceva recapitare con dichiarazioni minacciose oppure lacerato e pieno di sangue.
Klinger6Dall’alto della piramide della struttura feudale si scendeva fino a terra, nel vero senso della parola. Di fatti, per la gente comune il guanto assumeva un ruolo burocratico e l’eredità veniva trasmessa attraverso il passaggio di questo indumento al proprio erede. In caso di compravendita, ad esempio, la proprietà di un terreno si trasferiva mediante la consegna di un pezzo di terra all’interno, proprio, di un guanto.
Nei primi secoli del Medioevo i guanti erano prevalentemente accessori maschili, d’arma o manopola di ferro, a volte lunghi fino al polso oppure fino al gomito. Quelli femminili assumevano un significato pari a quello degli uomini durante la caccia del falco. Infatti, in tale occasione, anche le donne sfoggiavano modelli semplici o raffinati di seta, di pelle o di canapa.
Il guanto si trasformava nuovamente e vedeva il suo periodo d’oro nel Rinascimento in cui diventava sfarzoso, prezioso, senza limiti di fantasia; un trionfo di pietre preziose e materiali importanti, simbolo di eleganza sia per l’uomo che per la donna. Si diffondevano i guanti profumati, i più famosi erano quelli italiani e spagnoli, richiestissimi dai sovrani, come Francesco I o la regina di Francia. Dalle fragranze si passava ai veleni e alla corruzione.foto Protagonisti degli intrighi delle corti rinascimentali, i guanti venivano utilizzati come strumento di morte inserendo al loro interno potentissimi veleni. Invece, per chi voleva ottenere benevolenza o verdetti favorevoli, bastava ne consegnasse un paio al giudice con dentro del denaro. Più in generale, donare un guanto a qualcuno significava accattivarselo per ottenere dei consensi.
Nel primo trent’ennio del 1700, il guanto era uno status symbol, segno di prestigio, di riconoscimento e di ostentazione da parte dei nobili che, per la prima volta, si differenziava per i due sessi: lunghi fino al gomito per le donne, corti con un basso polsino per gli uomini. Successivamente diventava oggetto indispensabile da sfoggiare in tutte le occasioni del giorno: una signora e signore che si rispettassero dovevano possederne almeno quattro o cinque paia e cambiarseli altrettante volte al giorno.
La vita del guanto era messa in pericolo durante la rivoluzione francese in quanto additato come simbolo delle dissolutezze del passato regime. Veniva ammesso solo il nuovo modello post rivoluzione, con i colori della Repubblica: rosso, bianco, blu, e in tessuti non pregiati come il lino e la canapa. Durante la corte napoleonica, il guanto tornava al suo antico splendore, fatto di ricami e preziosità, ma solo ad appannaggio dei nobili che frequentavano la corte imperiale. Per i borghesi, la parola d’ordine era: semplicità. Soprattutto per l’uomo, si guardava con favore alla moda londinese: il guanto giallo diventava simbolo di eleganza e nobiltà d’animo. Il dandy era l’uomo da imitare, con la sua ironia, buon gusto ed eleganza, l’uomo sicuro di sé ed abile negli affari. Ma come ogni grande successo, anche il mito del dandy è rimasto vittima delle imitazioni e copiato dai falsi gentiluomini che lo faranno cadere nel ridicolo.
Klinger 1Nel ventesimo secolo la vita del guanto si tingeva di drammatico. Gli anni che precedevano la grande guerra erano ancora pieni di fiducia per i modelli borghesi. La città di riferimento non era più Londra, ma Parigi. Le donne ancora non ricercavano la semplicità, anche se tutto intorno a loro parlava già di rivoluzione. La guerra irrompeva nella vita del nostro protagonista che diventava funzionale e difficile da reperire, perchè indispensabile per le truppe in battaglia.
Dopo le restrizioni belliche, il guanto viveva una seconda giovinezza negli anni ’50: diventava volume, movimento, oggetto di creatività. Esso si travestiva da sera e diventava da cocktail, per poi far spazio, a metà degli ’50, alle linee essenziali e pure, divenendo, poi, cortissimo, negli anni ’60. Venne demonizzato durante il ’68, perchè accusato di essere simbolo della borghesia, di ipocrisia, di rapporti formali e di inutile sfoggio di ricchezza. Dall’odio, si passava all’indifferenza. Klinger2Negli anni ’70 la moda apriva all’individualità e, non più schiava delle regole imposte dall’alto, non contemplava affatto il guanto che si riprenderà una rivincita negli anni ’80. Infatti i punks apriranno la strada alle bizzarrie, dando vita ad una assoluta libertà di scelta: le donne vestiranno le proprie mani secondo il proprio gusto, senza etichette o regole da seguire.
Il guanto, dal Medioevo in poi, ha abbandonato la sua funzione primaria di uso pratico ed è diventato un simbolo, prima di sani valori e principi, poi di prestigio e di riconoscimento. E proprio per quest’ultima accezione che viene considerato l’emblema della nobiltà prima, ed il simbolo della borghesia poi. Infatti, solo le donne e gli uomini che ricoprissero un certo ruolo all’interno della società indossavano i guanti; alle persone comuni era concesso solo l’uso di un mezzo guanto, tagliato e di pochissimo valore. Era considerato segno di scarsa educazione porgere la mano nuda ad una persona o mostrarsi a mani nude, specialmente di fronte ad una donna: il gentiluomo che si rispettasse, doveva possederne molte paia, anche perché la freschezza del guanto diceva molto del suo status sociale. Infatti, indossarlo “consumato”, non era segno di ricchezza e prestigio, ma di un conto in banca in rosso. Per quanto riguarda invece il gentil sesso, le signore aspiravano a diventare la cosidetta “perfect lady”, la donna ottocentesca che faceva della difesa del pudore il suo valore più importante.
Quale parte del corpo, se non la mano, era più esposta, con la sua nudità al contatto?
Per questo proteggeva ciò che rappresentava l’intimità ed il desiderio con il guanto. La mano, infatti, ha incarnato per tutto l’Ottocento, l’emblema dell’erotismo. Un esempio lo troviamo in Madame Bovary di G. Flaubert, dove il gesto di togliersi il guanto è un movimento che passa tuttal’altro che inosservato: “ […] lo faceva con un gesto lento e sfinito, come per ritardare la nascita della luce del giorno della sua mano translucida […]una mano che si è appena tolta il guanto si offre, sembra con più trasparente fiducia[…] giocava con i suoi guanti in un modo tale da attirare gli sguardi sulla sua mano”. Durante le funzioni religiose le signore dovevano indossare i guanti e se, malauguratamente, li sbottonavano perchè le mani stavano sudando, venivano prontamente rimproverate, secondo il principio che la vera signora non suda! La perfect lady doveva, inoltre, possedere mani piccole e sottili, perché nessuno doveva pensare che fossero consumate dal lavoro. Per questo si utilizzavano i guanti che, all’occorrenza, diventavano veri e propri strumenti di tortura, tanto era difficile sia indossarli che toglierli. Sempre in Madame Bovary, la protagonista, Emma, si rammarica che le sue compaesane, durante il suo banchetto di nozze, non avessero messo i loro guanti nel bicchiere, per far notare che, tra le altre virtù, avevano anche quella di non bere. Ecco come il guanto fosse simbolo non solo di prestigio ed eleganza, ma anche di etichetta, di galateo che costringeva le donne a sottostare a rigide regole di abbigliamento e di comportamento.
foto 3Dunque il guanto, non solo rappresentava l’emblema di una certa nobiltà e di un certo rango, caratterizzandone fortemente i connotati sociali, ma, come detto, anche di quel rigore, di quell’appartenenza a determinati modelli di condotta che ne hanno fatto oggetto di contestazione durante i periodi rivoluzionari. Ad esempio, durante la rivoluzione francese il guanto è stato additato come il simbolo del vecchio regime e per questo condannato. Lo stesso è accaduto durante il ’68, anche se in questo caso le critiche erano rivolte al mondo borghese. In entrambe le due epoche ciò che si rivendicava era la libertà, libertà individuale, libertà dalle regole del sistema e dalle etichette. E’ proprio in questa visione di rivendicazione che si pone uno stretto legame tra il guanto e ciò che ne rappresenta, e l ‘arte. In particolare, la voglia di oltrepassare le posizioni di malcontento e di rivolta, per raggiungere una posizione rivoluzionaria, è uno degli aspetti innovativi del movimento surrealista. Il guanto sarà, infatti, un soggetto molto raffigurato da questi artisti per i quali la libertà mostra due facce: quella individuale e quella relativa alla libertà sociale. La rottura tra arte e società, tra mondo interiore e mondo esteriore, tra fantasia e realtà ha portato i surrealisti a cercare un punto comune che permettesse di cucire le lacerazioni della crisi.
Le tematiche principali sono l’amore, concepito come il centro nevralgico della vita, il sogno e la follia, due mezzi necessari per superare la razionalità e la liberazione dell’individuo dalle convenzioni sociali. L’elemento che accomuna queste tre categorie è la critica radicale ad una razionalità cosciente e la conseguente liberazione delle potenzialità immaginative dell’inconscio, dove il sogno rappresenta una parte di tempo non inferiore rispetto a quello della veglia. Di fatti, il sogno è una parte fondamentale della nostra esistenza in quanto l’uomo, nel mondo onirico, si sazia pienamente di tutto ciò che gli accade, e per questo è fondamentale imparare a liberare le forze dell’ Io inconscio anche nello stato di veglia.
Colui che ha ispirato i surrealisti è Sigmund Freud che con il suo libro “L’interpretazione dei sogni” ha influenzato il poeta Andrè Breton che dopo averlo letto si rese conto che era inaccettabile che l’inconscio avesse avuto così poco spazio nella civiltà moderna. Nel 1924 viene pubblicato il primo manifesto surrealista che definiva così il movimento artistico: “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo, esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”. Il pensiero surrealista si è manifestato come ribellione alle convenzioni culturali e sociali, trasformando la propria vita attraverso la libertà dei costumi, la poesia e l’amore: il guanto rappresenta tutto ciò che i surrealisti negano ma di cui si servono, per raggiungere la libertà desiderata. Esso, infatti, rappresenta la razionalità, la convenzione sociale, l’impedimento amoroso, la chiusura, la restrizione, il pudore. Tutto ciò, viene superato, appunto, attraverso l’inconscio, dove viene meno il controllo della coscienza sui pensieri dell’uomo, dove la mente si libera dai freni inibitori come la moralità e l’educazione.
Klinger7Un artista in particolare, Max Klinger, ha influenzato notevolmente l’opera dei surrealisti, tra cui Giorgio De Chirico e Salvador Dalì. Il pittore tedesco ha infatti realizzato una serie di incisioni, nel 1881, intitolate “ il guanto”. L’opera trae spunto da una vicenda reale: Klinger si era infatuato di una signora brasiliana, molto popolare nella Berlino del 1878, a cui però, non aveva mai avuto il coraggio di dichiarare il proprio amore.
Ci troviamo nella capitale tedesca degli ultimi anni Settanta dell’Ottocento in una pista di pattinaggio a rotelle, dove una donna perde un guanto, ed incurante, continua a pattinare. Un giovane lo raccoglie e lo porta con sé. Da questo momento inizia un viaggio onirico travagliato e sofferto dove la vita dell’uomo e del guanto coincidono. Il giovane piange di fronte al guanto, simbolo della donna desiderata ma perduta che si impadronisce del suo mondo onirico. Cade in mare, viene recuperato per poi ri apparire su un carro trainato da due cavalli bianchi. Lo vediamo su una spiaggia bagnata da onde piene di rose, dopodiché, si fa gigantesco e minaccia l’uomo che sta dormendo. Successivamente si manifesta a grandezza naturale su un tavolino, che fa da altare, e come sfondo una tenda composta da tanti guanti in fila, da cui fa capolino la testa di un animale che, nella scena successiva, rapisce il guanto. Alla fine, solo grazie a cupido, il guanto giace serenamente accanto a lui sancendo il lieto fine della storia.
Questi disegni sono frutto di immagini legate alla sfera dell’inconscio, proiezioni oniriche di paure e desideri. Di fatti ritroviamo molte definizioni simboliche, tra cui: il guanto come feticcio sessuale, il suo moltiplicarsi, ingrandirsi e deformarsi e la presenza dell’acqua. Il protagonista, che nella realtà non ha avuto il coraggio di avvicinare la bella amata, lo trova, invece, nel mondo onirico. Nella tavola, “ il salvataggio”, l’uomo sfida il mare in tempesta e le avversità atmosferiche, pur di salvare il guanto. Questo oggetto non rappresenta solo la donna, ma anche l’amore in generale che, come tale, è fonte sia di felicità e pace ma anche di tormento e angoscia. Di fatti Klinger rappresenta se vogliamo, tutti gli aspetti dell’amore che non hanno uno schema logico e consequenziale. Tra un disegno e l’altro non ce un filo conduttore: da una situazione idilliaca si passa ad uno stato di angoscia, poi di amore, per poi sprofondare nell’angoscia più pura, per poi concludersi con il trionfo dell’amore. Questo ritmo associativo apparentemente sconclusionato e assurdo è tipico dei sogni, dei quali lo psicanalista ricerca una logica d’interpretazione esplorando nell’inconscio e valutando indizi anche secondari e insignificanti, ma fortemente rivelatori.
Ecco l’opera di Klinger: “
Le didascalie delle dieci tavole comprendono alcune frasi tratte dalla canzone”,  “ Un guanto”, contenuta nell’ album “Prendere e lasciare” (1996) di Francesco De Gregori, il quale si è liberamente ispirato all’opera del pittore tedesco. De Gregori, infatti, è rimasto molto colpito da questa serie, soprattutto dall’utilizzo del guanto come simbolo di desiderio e tormento, ambientata nel mondo onirico e l’ ha reinterpretata in chiave musicale.
Tornando ai surrealisti influenzati da Klinger, Salvador Dalì e Giorgio De Chirico hanno dipinto il guanto, con modalità e significati differenti.
daliL’ “Autoritratto molle con pancetta fitta”, di Salvador Dalì è un’opera che dovrebbe rappresentare un autoritratto ma che in realtà mostra un involucro che non permette di esplorare l’interiorità dell’uomo, spesso espressa proprio dal viso di ciascuno. E’ un immagine anti-psicologica così come viene definita da Dalì, “il guanto di me stesso”, poiché invece di dipingere l’anima si concentra sull’esteriorità, l’involucro appunto, che nasconde il nostro mondo interiore. E’ un involucro commestibile, proprio come la pancetta posta accanto ad esso, ma allo stesso tempo anche putrefatto, così come è indicato da piccole formiche che cingono i bordi della bocca e degli occhi. L’artista diviene cibo della propria epoca.
Se Salvador Dalì dipinge il guanto come il suo io, Giorgio De Chirico è più enigmatico, come la sua arte definita, “metafisica” per la sua originalità , dal poeta Apollinaire. Quest’ultimo è autore della poesia “ Canto d’amore”, il cui titolo è stato ripreso da De Chirico per la sua opera. Nel quadro troviamo raffigurati un guanto rosso di plastica, inchiodato ad una sorta di quinta, accanto la testa dell’Apollo del Belvedere ed una sfera verde in primo piano, mentre al di là del muretto si intravede un treno a vapore. Apollo, il guanto e la sfera sono giganteschi. De ChiricoSullo sfondo, le piazze metafisiche, tipiche di Giorgio de Chirico, caratterizzate dalla presenza dei portici: tutto parla di solitudine, desolazione, e mancanza di senso. Proprio perché così enigmatica, ci sono molteplici interpretazioni su cosa rappresenti il guanto. Quando De Chirico dipinge questo quadro era già scoppiata la Prima Guerra Mondiale e lui stesso avendo riportato delle ferite al fronte era stato ricoverato in ospedale. Da qui l’interpretazione secondo cui la scelta cromatica ( verde, bianco e rosso) sia un omaggio all’Italia. Il guanto sembra quello di un chirurgo, forse proprio di colui che lo ha curato in ospedale, rosso perché simbolo di sangue e delle atrocità della guerra. Il guanto potrebbe anche essere il surrogato della presenza umana in un quadro dove vi sono solo oggetti. Tutti gli elementi presenti rimandano alla infanzia di De Chirico vissuta in Grecia: l’ apollo ( l’ arte classica), la palla e la locomotiva. Il padre di De Chirico, infatti, era un ingegnere e si occupava di progettazione di treni. Le arcate dell’edificio potrebbero essere una metafora della femminilità che si apre ad una nuova vita ed il guanto quello usato dalle levatrici. Dal quadro emerge, comunque, molto forte l’influenza dell’opera di Apollinaire che racconta proprio l’amore assoluto verso l’uomo, gli animali, la natura: l’amore universale.

Francesca Biricolti

Nata in una delle città più belle del mondo, Firenze, cresciuta tra codici e
libiri di diritto, appassionata di moda e di arte. Amo viaggiare, ma mai con un
bagaglio leggero, ed adoro la cucina, sia stando dietro ai fornelli, che
davanti ad un bel piatto di pasta. Credo che la vita vada presa con filosofia
ed ottimismo: il bicchiere è sempre mezzo pieno.
Francesca Biricolti

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