Il Lago dei Cigni al Teatro Duse

Il Lago dei Cigni al Teatro Duse

“IL   LAGO  DEI  CIGNI  OVVERO IL CANTO”: una lettura del balletto classico, rinnovata con grande intensità drammatica per uno spettacolo che vorresti rivedere anche appena terminato.

Lo spettacolo andato in scena al Duse, prende il pretesto dal  balletto che per antonomasia è simbolo del romanticismo ossia “Il Lago dei Cigni” di Čajkovskij, ma  il coreografo Fabrizio Monteverde –dichiarandolo sin dal titolo – lo rilegge e lo riscrive in maniera intelligentemente rinnovata, conservando i personaggi principali e rispettando la struttura sostanziale – pur con numerose   ed evidenti varianti – mai tradendo, però, né il senso del pathos, né l’intensità drammatica dell’opera stessa, ma  al contrario:  consegnando il plot ad una casa-ospizio per anziani, ne acuisce il dramma e il forte impatto emozionale, poiché tutti ci siamo immedesimati, in quanto stava avvenendo sul palcoscenico.  Il dramma quasi tragico e la disperazione dei “vecchi” ballerini è stato empaticamente coinvolgente, commovente, innegabile questo, prova il silenzio assoluto, del pubblico  là presente che numerosissimo, ha riempito la sala.

Interpretato con attoriale espressività, dallo storico  Balletto di Roma, lo spettacolo ha convogliato insieme alla danza anche la pantomima, accompagnando il tutto da una  grande espressività non solo data  dalle movenze dei corpi, ma anche dei volti, con risultati molto apprezzabili.

In apertura di sipario,  il solo movimento è quello che avviene sul video, proiettato sullo sfondo, dove immagini si accompagnano alla musica di Čajkovskij e sul palco in mezzo a “stracci” coloratissimi, come solo quelli che immaginiamo siano attribuibili alla senilità o alla demenza dei vecchi, i cui corpi adagiati, quasi un bivacco il loro,   pare stiano sognando poiché solo le braccia di questi  si muovono e assumono le forme aggraziate ed energiche  insieme, delle ali di  quei cigni, presenti solo sullo sfondo e  nel loro immaginario onirico, ultimo afflato di gioventù.

Il risveglio  e con esso ha inizio “Il Canto”: i primi difficili movimenti del giorno, l’artrosi, l’impatto faticoso, doloroso e dolorante con la realtà, in  un corpo non più obbediente come quello nel sogno, ci consegna un insieme di vecchi: capelli inargentati e volti resi rugosi dal trucco,  vestiti con corte camice e vestaglia, con ai piedi solo dei calzettoni grigi e non più le punte ovvio!, ora non c’è più né il senso né la forza di staccarsi dal suolo, innalzarsi per librarsi in aria;  ma gli anni che gravano, incontrano anche la legge di gravità e i piedi  è meglio che siano ben saldi al suolo.

L’aspetto  è quello di una terza età ma  la mente e il cuore sono rimasti, ironia del tempo, gli stessi che del sogno.  “Mens sana in corpore sano” non fa più al caso loro, ma è qui un binomio superato comunque,  poiché  c’è ancora un cuore pulsante che non si arrende e che cerca una sua metamorfosi, malgrado il corpo disobbediente: la stessa che  invoca Odette, la principessa–cigno, nell’ultima sfida,   che  calamita la compassione di noi tutti i presenti.

Un radunare dei panni ora posti in un’unica fila che taglia verticalmente il palcoscenico, come a sgomberare “la pista”,  quindi l’apparire del “principe”, un Sigfried dotato di più energia rispetto agli altri ospiti, l’unico con i capelli tinti di un rosso tiziano acceso e il cui vigore contrasta, in apparenza quello di un equivalente alter ego per metà  un po’ Rothbart un po’ coreografo insieme, tirannico e opprimente nel contempo, gli “stracci” che in realtà si rivelano i vecchi costumi di scena, la “vecchia” Odette che cerca di rientrare nel ruolo ma che vede con senso di angoisse e noi con lei –  il proprio viso riflesso nello specchio (II atto) la fatica di ritornare l’essere danzante che era stato, commuove e con questa senso di pathos aumenta il coinvolgimento e il contagio, anche fra tutti i vecchi ballerini,  che ritornano ai loro vecchi ruoli   contaminati dalla magia del lago, reso tale, anche  dalla disposizione in circolo, dei vecchi costumi. Le danzatrici rientrano nei ruoli con la disperata fatica di un impresa quasi al limite: nella danza dei quattro cigni, infatti, i “passi” vengono affidati più ai movimenti delle braccia, che reggono in mano il costume bianco piumato, le gambe arrancano invece in una danza che è poi pantomima della fatica, dello sforzo, molto interessante però sotto il profilo coreutico.

Qui tutto è “vecchio”: ballerini, costumi, la storia stessa del “Lago” in origine,  ma  tutto è dolorosamente poetico, struggente e nostalgico insieme di una  bellezza diversa e nuova!

stampa_ORLANDI_GABRIELE_Lago5

Se nella versione originale c’è un cigno che vuole ritornare ad essere   umana, qui abbiamo degli umani che vorrebbero ritornare ad essere ancora i “cigni” di un tempo,  doppia dolorosa metamorfosi, che forse anche l’arte fatica a restituire, essendo per sua natura tirannica.

I danzatori che si rinnovano anche nel costume stando sempre sul palcoscenico, mettono a nudo non tanto un corpo quanto un’anima.  L’unica figura con il piglio più arcuato rispetto ai colleghi resta l’oscura Odile, la sola a indossare sebbene per poco le punte, arrancando nel camminare su di esse, ma poi se ne disfa, dopotutto non è certo lei il personaggio così celestiale e “distaccato” dal terreno e dalla materia, può quindi farne a meno. Splendida comunque nel pas a deux!

Il finale in parte è classico, con la scomparsa di Sigfried e Rothbart fagocitati –questa volta- dentro la pila di costumi, così disposti, ammonticchiati,  all’inizio del II atto. Resterà solo Odette o quasi, visto che la trasfigurazione finale, annienta la donna ma ripropone e riscatta il cigno che però muore: chiudendo così con questa circolarità che ritroviamo già dal titolo.

Uno spettacolo che vorreste rivedere proprio quando è appena terminato, ottimamente interpretato, i danzatori sono impegnati a fare con garbo estremo ciò che normalmente non devono, questo incedere a 80° nel simulare una vecchiaia, simula sì un forte senso del reale, ma esibendo un prodotto d’arte a tutti gli effetti, non dev’essere stato così facile.

Bravissimi! Applauditissimi. Nient’altro da aggiungere se non il consiglio di vederlo o rivederlo oppure entrambi!

Roberta Tagliaferri

In arte Robin T, ho imparato questo mestiere da un grande fotografo londinese ma la passione e l’arte di catturare l’attimo infinito, un’espressione profonda, sono frutto di un naturale talento artistico. Fotografare è un modo di vivere e di comunicare; diceva qualcuno “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”.
Roberta Tagliaferri

Leave a Reply

Your email address will not be published.