Il viaggio, di Elena Bartolomei: un percorso dentro e fuori di sé

Il viaggio, di Elena Bartolomei: un percorso dentro e fuori di sé

ITALIA – Il viaggio di Elena Bartolomei, edito da Bonfirraro. La storia di una donna che attraversa se stessa per salvarsi dalla violenza e dal disamore dell’altro. 

Ci sono viaggi che si fanno fuori di sé, nel mondo delle strade, dei metrò, delle stazioni, dei poli che definiscono cosa è Nord e cosa è Sud.
Ci sono viaggi che si fanno dentro di sé, tra i ricordi, le incertezze, le visioni di un futuro che sta sempre un po’ più in là.
Infine, ci sono viaggi che si fanno attraverso di sé, come se il corpo fosse un mezzo, fosse la nave, la mente il timone, il cuore il vento che gonfia le vele. Scoprire chi siamo è venire al mondo due volte, un parto anomalo che ci fa nascere da capo e ci presenta alla vita nuove, vergini ma non intatte, più consapevoli e finalmente intere.
Ne sa qualcosa Amelia, che ama Davide ma non se stessa, e per questo giustifica il primo schiaffo quando arriva e la coglie di sorpresa. Alla violenza non si è mai preparati. Assomiglia al gradino fantasma sul quale metti il piede, credendo di trovare una base solida, reale, e invece il passo finisce nel vuoto, nel disequilibrio dell’assenza. Ti sconcerta. “E’ colpa mia” si dice. “Me lo sono meritato” aggiunge. E firma così la sua condanna, scontandola interamente il giorno in cui Davide la picchia con ferocia disumana e lascia che galleggi in una specie di limbo senza nome, a metà tra la vita e la morte: Amelia esce da se stessa, letteralmente, si guarda dall’alto – col corpo scomposto, piegato in una posizione innaturale, mentre i paramedici provano a rianimarla – e inizia il suo viaggio.

Ha i capelli rossi, Amelia. La pelle chiara, chiarissima, una laurea in ginecologia, e un uomo che è un professionista stimato, rispettato da tutti, col vizio del tradimento e le mani pesanti. Le stesse mani che, nella bella casa di Roma, tra le apparenze sofisticate di una esistenza costruita a mestiere, le procurano un arresto cardiorespiratorio per mezzo del quale Amelia finisce in una dimensione altra, extracorporea, nella quale incontra Erendira, una bambina con gli occhi d’oro e mela verde che la guida in questo strano pellegrinaggio. Accompagnata dal suo personale Virgilio – a cui scoprirà di essere intimamente legata – Amelia stringe amicizia con una serie di personaggi insoliti, tra piantagioni di banane e foreste di alberi altissimi, per ognuno dei quali dovrà, poco alla volta, risalire il proverbiale filo rosso del destino e rintracciare il nesso che a loro la consegna.
Gabito è tra questi. “Devi scavare, scavare ancora, finché non ti faranno male gli occhi, le mani, i polmoni. Finché non ti sentirai implodere ma ti lascerai esplodere. Nel vero senso della parola, quello latino “cacciare via battendo”. Perché vivere è solo questo, in fondo: lasciarsi riempire dalle emozioni fino a traboccarne, e poi rompere gli argini e sbatterle fuori. Per viverle davvero, o per non morirne, decidi tu” le dice, invitandola ad ascoltare meglio ciò che sente, ad aiutarsi come può, a star ferma quando deve, a perdonarsi soprattutto, ad amarsi come ancora non sa fare. Poiché nessuno può amare chi non ama se stesso. Ed è questa la chiave, il primo e più solido mattone sopra il quale edificare le fondamenta della casa che siamo, facendoci lontani da un passato di ferite smerigliate e mai sanate.
E poi Lupita, con la sua bambola malconcia, che esorta Amelia a tornare indietro, a ridestarsi da quel sogno, da quella proiezione febbrile – che i medici chiamano “anossia”, alterazione del lobo temporale, mentre la gente comune la racconta come esperienza di “pre-morte” – perché molto ancora c’è da fare per gli altri. Così, quel viaggio iniziato a Roma finisce in Colombia. Amelia guarisce, parte con Medici Senza Frontiere e, in questa terra lontana per geografia ed abitudini, si prende cura di donne e bambine, violate nel corpo e nella storia, a cui la guerra ha torturato e sottratto fratelli, figli e mariti.
Qui, ogni cosa si raccorda, i pezzi del puzzle raccolti lungo il cammino trovano, ciascuno, il proprio incastro, e il cerchio finalmente si chiude. Amelia si innamora di sé e si apre nuovamente all’altro.

Elena Bartolomei racconta una storia in cui il tema del viaggio si sdoppia e a quello fisico, inteso come spostamento da un capo all’altro del mondo, si aggiunge il viaggio psicologico, introspettivo, che libera la protagonista dalla prigione di un amore violento, la obbliga ad incontrare se stessa e, in questo incontro, la salva.

NOTE BIOGRAFICHE

Viaggio
Elena Bartolomei, autrice de Il viaggio

Elena Bartolomei è nata nel 1982 in provincia di Livorno, dove tutt’ora vive. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea con lode al DAMS di Roma e in seguito la specialistica in “Studi storici, critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi”.
All’amore per il cinema si è affiancato quello per la letteratura e la scrittura, portandola a seguire con successo, durante il periodo universitario, laboratori di critica cinematografica e sceneggiatura con professori come Mario Sesti e Ivan Cotroneo.
Ha collaborato al Joe D’Amato Horror Festival di Livorno (2004) a fianco di Paolo Ruffini e ha lavorato a un progetto per una casa editrice romana come redattrice di testi.
La ricerca della luna (2012) è il suo primo libro, Il valore di ogni alba (2014) il secondo.

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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