La Pazza Gioia: il duo di Virzì come Thelma e Louise?

La Pazza Gioia: il duo di Virzì come Thelma e Louise?

La scorsa settimana vi avevamo anticipato dell’ottimo plauso ricevuto dall’ultimo film di Paolo Virzì al Festival di Cannes 2016, dove è stato presentato nella sezione parallela Quinzaine des Réalisateurs.

La pazza gioiaprodotto da Marco Belardi e distribuito da 01 Distribution e Leone Film Group, è uscito il 17 Maggio e ha registrato risultati molto incoraggianti anche al box office, incassando, solo nel primo weekend di programmazione, 1.335.166,00 € , per un totale di 1.638.392,00 €, aggiudicandosi un secondo posto circondato, al primo e al terzo, rispettivamente dai supereroi americani X-Men e Capitan America.

Seppur braccate dalle “ipersteroidate” produzioni da blockbuster a stelle e strisce, le disagiate protagoniste del film nostrano non sembrano intimorite più di tanto e proseguono (anche metaforicamente) la loro fuga solitaria degna di Thelma e Loiuse: la media copie, che ha sfiorato i 3 mila € (2.967,00) per schermo, è infatti stata la più alta della scorsa settimana. Virzì ha così eguagliato se stesso, ottenendo una partenza simile a quella de Il capitale umano, suo precedente film che, nel primo week-end del  gennaio 2014, incassò 1.640,00 €.

Il risultato economico è in questo caso diretta conseguenza di quello artistico raggiunto dal regista, anche co-sceneggiatore insieme a Francesca Archibugi, ma soprattutto  grazie alla grande prova delle due attrici protagoniste: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti.

La prima, nei panni di Beatrice Morandini Valdirana, megalomane ed eccentrica borghese prigioniera di un passato nell’alta società, non si rassegna alla grama quotidianità di una comunità terapeutica, alla quale è stata affidata in seguito ad un’aggressione che ne ha determinato le misure di sicurezza alle quali è sottoposta. Soffocata dalla cattività della vita in istituto, la donna stabilisce gradualmente un rapporto con la nuova arrivata Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), detenuta per dei trascorsi altrettanto drammatici e turbolenti. Donatella è una ragazza malinconica, sola,  introversa e diametralmente opposta a Beatrice anche per estrazione socio-culturale. La strampalata relazione fra le due donne rappresenta il cosiddetto “incidente scatenante”, che turba l’equilibrio della comunità, dando luogo a una fuga da un mondo di costrizioni e di a-patia nei confronti del disagio sociale.

Se l’ispirazione fondante di Virzì ha molto a che vedere con il sopra citato classico di Ridley Scott, in cui il moto di ribellione era perpetrato essenzialmente contro la tirannia maschile di cui era pregno il mondo delle due protagoniste, quella di Beatrice e Donatella, nonostante l’evidente citazione nella scena della fuga in auto, è una vicenda molto più provinciale e meno estrema, condotta di stazione in stazione verso un finale verosimile ma che lascia l’amaro in bocca.

Il tema del disagio psichico e il dramma di una società che fatica a confrontarsi efficacemente con esso, attuando misure restrittive più che reali strategie di reinserimento basate sulla comprensione umana e sulle emozioni, sono ricondotti all’ovile degli stilemi della commedia all’italiana, che conserva tuttavia tinte drammatiche ben armonizzate, nella sceneggiatura, con i momenti di maggior leggerezza.  Questi ultimi sono in gran parte generati dalla vulcanica personalità di Beatrice, motore fondamentale nell’evoluzione della trama, in quanto ella, nel suo tragico scollamento con la realtà, è in grado, con il suo dinamismo e la sua millantatrice forza dialettica, di guadagnare crediti inaspettati su persone e situazioni inizialmente negative che sembrano a prima vista lasciare poche speranze.

Appare inoltre con evidente chiarezza un concetto non certo nuovo nel cinema e nella letteratura: il mondo e la società dei sani non sono certo più rassicuranti di quello di quanti sono ritenuti malati o pazzi. Il film di Virzì offre a tal proposito un discreto vivaio di verosimili bizzarrie quotidianamente riscontrabili nel panorama umano…

Sebbene la ricerca di uno spazio personale e di un tempo sospeso, “senza fine” (non è casuale il perfetto contrappunto sonoro di Gino Paoli) come l’Oceano Mare di Baricco, sia una tensione egualmente presente nelle due donne, il personaggio di Donatella pare, a conti fatti, restare decisamente in ombra rispetto a quello della donna più adulta e decisamente più forte, senza la quale la sua avventura non avrebbe neppure avuto inizio. Grazie alla sua atipica compagna di viaggio, la ragazza scarnita, triste, con un figlio non riconosciuto dal padre e strappatole dai servizi sociali, ha in seguito una chance di riannodare la matassa del suo passato e di riscattarsi.

Davvero efficace e pregnante la regia di Virzì è la ripresa con variazione delle primissime inquadrature con una sequenza più avanzata, che ellitticamente si ricongiunge alle prime ridefinendo e sugellando  simbolicamente il rapporto tra madre e figlio all’insegna di un’ambivalente dialettica vita-morte, il cui unico sacerdote-testimone è un intimo, primordiale spazio marino-amniotico.

Nonostante l’apparente prevalenza di una protagonista sull’altra, i due personaggi sono, dal punto di vista della scrittura del film, egualmente caratterizzati da azioni e dialoghi che ne evidenziano il mondo più intimo e il rispettivo passato.

Se Beatrice, con in mano i brandelli di se stessa, sembra voler gridare al mondo che il suo tempo non è finito e ha la forza di affrontare un mondo ingiustamente ostile, come un eroico soldato in procinto di scagliarsi frontalmente contro un intero battaglione con la convinzione di poterlo sconfiggere, Donatella attraversa la sua storia personale in punta di piedi, con lo sguardo basso, le spalle incassate e molti silenzi.

Dunque la prova attoriale atta a dipingere due donne così diverse e complementari è necessariamente differente. Le protagoniste, punto realmente forte del film (forse più della storia e della scrittura stessa), riescono a trovare un ritmo cardiaco perfettamente armonico tra pause e fasi concitate, rendendo convincente tutto lo sviluppo drammatico.

La presenza di altri attori noti e di grande esperienza come Anna Galiena e Marco Messeri non fanno che arricchire notevolmente il cast. Una singolare curiosità è rappresentata dal fatto che un’importante scena di dialogo mostra una breve apparizione di Marisa Borini, musicista e attrice, nonché vera madre di Valeria Bruni Tedeschi (oltre che dell’ex première dame Carla Bruni), nei panni della signora Morandini Valdirana.

Fuor di luogo e stucchevolmente ideologiche sono a nostro avviso gli appunti di alcuni critici che vedrebbero in taluni atteggiamenti gradassi di Beatrice i residui di “un’Italia nonostante tutto ancora molto berlusconiana”. Più condivisibile invece è l’opinione secondo cui La pazza gioia sia un buon film tradizionale, di ieri, cui avremmo forse preferito un film magari meno buono ma più attuale nel linguaggio da parte di un Virzì che osasse qualcosina in più.

Nel complesso La pazza gioia è un lavoro molto gradevole, ennesima testimonianza del fatto che, come la grandeur di una delle protagoniste, anche il cinema italiano è ben lungi dal non aver più nulla da dire.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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