La vita di Adele

La vita di Adele

Eccomi qua, di fronte alla pagina bianca con il timore (reverenziale) di parlare de “La vita di Adele” (Abdellatif Kechiche, 2013). Mettiamola così: limiterò la responsabilità delle mie parole scrivendo esclusivamente di ciò che questo film mi ha lasciato in bocca, negli occhi e nello stomaco.
28467La vita di Adele” (tratto dal romanzo a fumetti “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh) è un’opera forte, fortissima. A volte, mi è parsa addirittura violenta esclusivamente perché la delicatezza e la sapienza con la quale il regista mostra la crudezza dei sentimenti dell’adolescente Adele – per mezzo di una regia puntale, precisa, ponderata in ogni sua scena, in ogni suo singolo primo piano – è uno schiaffo in pieno volto che risveglia anche le anime esteticamente più assopite. La protagonista è presentata spoglia delle sue maschere: seguiamo il suo rapporto sessuale con il giovane coetaneo con il suo stesso scetticismo e rimaniamo immersi nel suo mare di angosce, trascinati dalla corrente dei suoi pensieri. Ma non sono solo le sue turbe (amplificate dall’attrazione verso il suo stesso sesso) a presentarci la bella Adele. Sono soprattutto i dettagli della sua vita a guidarci e fonderci con il suo personaggio. La sua timidezza, il suo modo vorace di mangiare, il naso sporco durante i pianti ecc.
Senza accorgercene, la ritroviamo cresciuta con la netta sensazione di conoscere ogni singolo mattone di quel muro che ella ha eretto a suo stesso sostegno. Che sia il suo lavoro come insegnante, quell’amore tanto ricercato sin dal primo sguardo perso tra i capelli blu di Emma o la frettolosa voglia di crescere, è questo appoggio che le ha impedito di guardare oltre l’orizzonte delle sue insicurezze.
imagesSi nota dagli abiti, dal fatto che convive, dalle immagini che la vedono al lavoro che Adele – in quello che facilmente si può riconoscere come il secondo capitolo dell’opera – è diventata adulta ma è impossibile non vedere lo stesso sguardo timoroso e spaesato, timido e insicuro che pure le labbra tradiscono.
Sembra una donna sola, la nostra protagonista. Irrealizzata. In realtà, vive la sua vita in funzione di altre incognite – da cui si fa trascinare – e ciò la porterà a vivere sulla propria pelle il dramma del tradimento. Curioso che sia il suo. Curioso che riesca a sopportare il senso di colpa e a negare fino all’ultimo momento le sue colpe. Curioso, o forse no.
Sui titoli di coda, mentre le immagini ci lasciano testimoni di un presente ancora drammaticamente legato al passato, non è poi così strano che qualcuno di noi spettatori si sia trovato a ripercorrere alla rinfusa la propria vita alla ricerca di quei residui dell’adolescenza che hanno il sapore di fondamenta su cui, magari, esiste ancora – o già – qualche crepa.

Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
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