Lasciami Entrare al MACRO! di Alessandro Valeri

Dal 2 giugno al 24 luglio gli spazi de La Pelanda al MACRO Testaccio ospitano la mostra Lasciami Entrare. Alessandro Valeri, a cura di Micol Veller Fornasa e con i testi di Barbara Martusciello e Jonathan Turner. Scopriamo di che si tratta.

Fotoritratto dell'artista davanti a una sua opera al MACRO - ph. Srdja Mirkovic, 2016
Alessandro Valeri

La mostra rappresenta l’ultima tappa di un viaggio iniziato dall’artista Alessandro Valeri nel 2011 a Tzippori (Sepphoris in greco antico) in Galilea, nelle vicinanze di Nazareth. E’ lì che , all’interno di un moshav ebraico in una zona del paese prevalentemente abitata da arabi e musulmani, un piccolissimo gruppo di suore dell’Ordine delle Figlie di Sant’Anna gestisce, con operatori cristiani, ebrei e musulmani, un orfanotrofio che accoglie bambini senza alcuna distinzione di etnia o religione. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’opera di Alessandro Valeri. L’artista si pone come obiettivo quello di dare un contributo, mettendo a disposizione la sua creatività, la sua arte e il suo linguaggio. Attiva amici, conoscenti, scatta fotografie, registra e riprende, disegna con e per i bambini. Nasce così il progetto Sepphoris, per sostenere le attività di un luogo tanto speciale quanto complesso per la diversità culturale e religiosa che rappresenta.

Dopo varie tappe, il progetto Sepphoris approda a Roma, negli spazi del MACRO di Testaccio. “Lasciami Entrare” è un vero e proprio percorso visivo, dove fotografia e pittura dialogano con una grande installazione di matite spezzate e oggetti sospesi, immerse in un’opera di sound-design. Molto forte e numerosa la presenza dei bambini di Tzippori nella rassegna. Un mondo complicato il loro, fatto di sogni e speranze, che spesso rimangono tali.

Il percorso espositivo è caratterizzato da  migliaia di matite che ci accompagnano per tutto il cammino, che culmina con un’installazione sospesa, un vecchio banco di scuola posizionato nel vuoto per evocare il diritto dell’istruzione, spesso negato. La mostra è promossa da Roma Capitale- Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

In occasione dell’apertura di “Lasciami Entrare. Alessandro Valeri”, abbiamo intervistato Barbara Martusciello che ha corredato la mostra con un testo critico.

Come definiresti l’artista Alessandro Valeri?

Un Artista. Questa definizione dovrebbe poter bastare poiché intende una complessità teorica e creativa che mette insieme forma e contenuto indissolubilmente legati insieme. Ma se la domanda intende riferirsi a che tipo di ricerca l’artista Alessandro Valeri porta avanti posso riassumere così: egli, attraverso un avventuroso percorso tra materiali e tecniche diverse – fotografia, video, disegno, installazione etc. – è animato da un’attenzione critica nei confronti della realtà che di volta in volta indaga individuando chiusure, criticità, degenerazioni, mistificazioni e interdizioni concrete che si incontrano e che non avrebbero motivo di esistere. Tale analisi nella sua arte si manifesti sempre attraverso un gesto di generosità, una mediazione dolce…, e di apertura all’altro da sé. I suoi lavori nascono da un desiderio di partecipazione e condivisione creativa e sociale che porti uncambiamento…: nella coscienza individuale e poi collettiva e anche più concreto e materiale.

Alessandro Valeri in questa mostra racconta contesti e convivenze difficili. Qual è il messaggio che vuole lanciare?

L’Arte e l’artista difficilmente vogliono lanciare messaggi unidirezionali e non propongono mai strade da percorrere o soluzioni; aprono, semmai, nuove prospettive da cui guardare la realtà, il mondo, che non siano omologate ma più spesso problematiche (per questo, per esempio, l’arte e la cultura sono disturbanti per il potere e i regimi). Ad ogni modo, “Lasciami entrare” muove dalla storia (vera) di un orfanotrofio – Istituto Educativo Assistenziale S. Anna – di Tsippori (o Zippori), vicino Nazareth in cui Valeri è andato qualche tempo fa e che sta sostenendo attraverso l’arte, avendo donato moltissime delle opere alle suore che ne trarranno economia necessaria a tenerlo aperto. Già nella mostra “SEPPHORIS” a Venezia, durante la Biennale, aveva indicato questa realtà ciò con grandi foto, segni e un particolare allestimento; al Macro Testaccio ha ampliato la riflessione anche con installazioni che richiamano il diritto all’istruzione, l’accidentalità della vita, la difficoltà a trovare un proprio “centro di gravità permanente” e di equilibrio (provate a camminare senza inciampare su un tappeto di migliaia di matite spezzate!)…

Il diritto all’istruzione e alla cultura è spesso negato dove ci sono conflitti inter-religiosi e spesso anche l’arte è vista come una minaccia. Sta cambiando qualcosa in Medio Oriente?

 Onestamente, per rispondere a questa domanda in maniera pertinente e aggiornata ci vorrebbe chi vive quella realtà in quei territori, un esperto (sociologo, politologo, mediatore culturale etc.) che oltre a studiare la situazione la veda tutti i giorni. Come dicevo prima, però, l’istruzione e la Cultura rendono davvero autonomi, informati, liberi, pertanto sono pericolosi per i regimi, per il Potere. Le suore dell’orfanotrofio, per esempio, si trovano all’interno di una propria isola che sta resistendo… Per quanto riguarda l’Arte non mi risultano cambiamenti positivi che la accolgano e la valorizzino, attualmente, in Paesi di tali tensioni epocali, a parte – forse – nelle ricche consorterie del Quatar o a Dubai, dove però tutto rientra dentro regole precisissime su ciò che si può e non si può fare, dire e far vedere… Dove non ci sono libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti civili e parità, la Cultura e l’Arte sono a rischio, clandestine. Dopo la ventata “street” durante la Primavera Araba, quella degli studenti, quella più specchiata, spontanea, ci troviamo a fronteggiare delle rese. Distruzioni e vendite illegali internazionali di reperti archeologici (e qui dovremmo aprire un altro capitolo, nerissimo) come a Palmira e non solo, e kermesse d’Arte, come l’edizione 2016 dell’Art International a Istanbul, rimandata per questioni di sicurezza internazionale non sono segnali positivi…

Posso dirti che a Sephoris, nonostante tutto, sembra realizzarsi un’utopia, che mette insieme tutte le culture e le religioni nel segno della concordia e accogliendo anche la creatività.

La mostra crea un coinvolgimento molto diretto dello spettatore. Ce ne parli un po’?

 L’invito del titolo a “lasciare entrare…” (cosa? Un concetto? L’amore? Un principiò? L’Arte?) è già un richiamo a una maggiore partecipazione del pubblico; poi, come dicevo prima, lo è l’installazione che si può calpestare: è un altro sprone a diventare più attivi nel mondo, non solo di quello che l’artista ha concretizzato; un’illuminazione appena teatrale, che crea un’atmosfera adatta alla riflessione, direi quali spirituale, fa il resto…

“Lasciami Entrare” spazia tra fotografia, pittura e sound design.  Ci spieghi il ruolo che hai avuto in questo percorso espositivo?

 Questa mostra è curata da Micol Veller ed è corredata da un testo critico di Jonathan Turner e uno mio; io seguo Alessandro dalla mostra di Venezia, curata dal mio collega Raffaele Gavarro, e l’ho guidato in questa nuova fatica aiutandolo a chiarire ancor più efficacemente il suo percorso poetico, analizzando criticamente il suo lavoro, ascoltando, consigliandolo: come farebbe un compagno di viaggio lucido e consapevole.

Ci puoi  spiegare anche la scelta del titolo?

E’ un titolo volutamente enigmatico perché l’Arte non racconta pedissequamente, non propone soluzioni ma apre nuove possibilità di riflessione, prospettive non omologate sulle cose, sulla realtà (una nessuna centomila). Sicuramente, Valeri è turbato da tutto ciò che è chiusura e interdizione, che spesso è motivo di opposizioni, dissidi, e attraverso l’Arte propone una modalità che accoglie, spalanca… sta al pubblico  accettare l’invito e a diventare da osservatore ad attore

Ulteriori Info:  http://www.museomacro.org/macro_testaccio/macro_testaccio

Lasciami Entrare di Alessandro Valeri

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

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