L’Insostenibile Leggerezza del Trentenne #1

Dare ascolto all'Arte Contemporanea sarà la nostra ancora di salvezza.

L’Insostenibile Leggerezza del Trentenne #1

È l’ultima volta che faccio cose come questa…metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore del cavolo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai…in attesa del giorno in cui morirai.

Era il 1996 e la mia generazione all’epoca Diciannovenne, oggi Trentenne a cavallo degli “Anta”, si lasciò trasportare dal film Trainspotting e dalle parole del visionario scrittore scozzese Irvine Welsh.

“Diventeremo anche noi esattamente come voi?” era questa la domanda che, uscendo dal liceo ed entrando nel mondo universitario, mi ponevo; è sempre questa la domanda che continuo a farmi, evitando di darmi risposte. Preferisco ascoltare l’arte, ascoltare le sue domande.

1 Novembre 2015 – ore 7.45, il Black Berry mi sveglia, risuona nel mio monolocale bunker. Sarà il piano terra troppo ombreggiato che mi soffoca, saranno le pareti bianche molto arrotondate e prive di spigoli che mettono allo scoperto; sarà lo Schifano, certamente falso perchè non archiviato, che mi osserva da sopra il letto; ma il diktat costante che mi impongo, sempre, ogni giorno, è: “Devo farcela! ma a fare cosa?”

Dal liceo sono passati anni luce, dalla laurea lo stesso. Per fortuna restano un sacco di risate (sempre meno purtroppo), situazioni grottesche e paradossali molto divertenti che la mia generazione continua a vivere ancora oggi, come se la propria adolescenza avesse deciso di salire sui trampoli per allungarsi. Un flusso continuo di messaggi, un labirinto di codici comportamentali veicolati attraverso decine di canali, un copione, sempre lo stesso, che inizia adesso e che culmina ogni settimana con il taglio del nastro del venerdì sera e con i sensi di colpa del “Non l’ho fatto”.

Una staffetta, un “Telethon del divertimento”: “Raccogliamo punti gente, più social si è, più cresce il montepremi”. Chi non c’è ti chiede perché non c’eri, chi c’è ti chiede che ci fai li, chi ti chiama ti chiede dove sei, chi ti rimprovera perché sei sparito non ha ancora capito bene dove stia andando, chi ti dice fatti vivo, è “morto” da un pezzo, chi ti dice che ti sei perso, ha perso ogni speranza.

“Roba da matti!” diceva sempre mia nonna, “Roba da Trentenni!” dice suo nipote. Non si sa a chi dare i resti, peccato che, a proposito di montepremi, il premio del saldo resta sempre lo stesso: eccolo li, che dolce, lo visualizzo sul display, l’impietoso Bankomat a cristalli liquidi che mi osserva; lo “Spizzo” come una carta da poker quando strappo l’estratto conto dalla busta, lasciata a decantare per qualche giorno come se fosse una cozza nera da spurgare di sabbia. In fondo quello del saldo è un gioco, disse qualcuno; sembra che sarà un un gioco eterno, che durerà  fino a 75 anni.

Divago qualche minuto, il caffè, nella cialda di plastica, è ready-made; non nel senso alla Duchamp, non è ancora il caso di decontestualizzare, ci arriveremo più in la. Il Post Human è plastica, penso, ma io cosa c’entro? Be’ un pò c’entro, la plastica ha una superficie liscia, la plastica è leggera, quella della cialda mi sembra anche brillante e capace di riflettere la luce del faretto del mio “Angolo cottura bunker”. Quel faretto osserva, esprime bene il senso dello “Spionaggio reciproco” a cui noi tutti ci sottoponiamo allegramente.

I Trentenni sono un pò di plastica, penso, proprio come la mia cialda, si scottano facilmente; qualcuno si scotta anche nel solarium in pieno centro, si scottano nei sentimenti e ne restano carbonizzati e, proprio come la cialda, la loro essenza non si riesce ad osservare.

Bene,  siamo leggeri, anche le strette di mano sono “Mosce”, tutto sembra poco Human e molto Post, forse Dada ma certamente e ultimamente “Post-datato“.

Mentre premo il tasto dell’erogazione della macchinetta del caffè, accade che si avverte un segnale. No, questa volta non è il Black Berry, ogni tanto ho l’impressione che squilli anche quando non lo fa. Dicono stress, ma come?! Non causava solo la forfora lo stress? Trentenne occhio! è in arrivo un alarm alert, il bip bip proviene dalla macchinetta del caffè. Manca l’acqua!

Oddio! un campanello di allarme, qualcosa dentro la mia generazione suona forte, si chiama ansia oppure panico, insomma insofferenza, agitazione, sudarella, smania, catastrofe, potrei continuare ma poi mi verrebbe l’ansia di smettere.

Questa pallina da tennis sponsorizzata dall’ansia, con il gentile patrocinio delle case farmaceutiche, si schianta a 200 km l’ora contro i nostri neuroni che qualcuno ha paragonato a un mucchietto di lenticchie che vola via; in effetti è finita l’acqua e le lenticchie ne hanno bisogno per non disidratarsi. Mi viene in mente l’artista Damien Hirts, mi viene in mente un cervello disidratato, sotto formaldeide, assetato e chinato su una fontanella di Roma, chinato come un Nasone, il beccuccio di ferro da cui esce l’acqua. Si fa tardi e mentre mi viene in mente la Nona Ora di Cattelan e quel grande papa che sembra uscito da Madam Tussout, piegato dalle “pesanti” sofferenze che deve portare, mi si schianta addosso, come un meteorite, l’agitazione di mia madre: “No!!…..non bere dalla fontanella!! Ci si attaccano i cani!”

Eccolo li, Il pericolo è alle porte. Trentenni cresciuti all’ombra del “E’ pericoloso!”, almeno 20 anni di pericoli scampati, di “Attento”, di “Copriti bene che fa freddo”, di “Non sei tu….sono gli altri”. Mi chiedo, dopo una tale goccia cinese (in effetti i cinesi sono arrivati pochi anni dopo), come riusciamo ancora ad uscire di casa senza avere paura di qualunque cosa.

Ma siamo tanto assetati?, mi domando, ma ci basta così poca acqua per sopravvivere? Be si, per nuotare a morto a galla e in superficie ci basta, potrebbero aiutarci i braccioli in silicone che è sempre plastica, ma per andare a fondo come facciamo? Perché l’acqua si tramuta in “sudarella”? Forse dipende dal fatto che i Trentenni, non essendo abituati a sudare, come sudavano i nonni nei campi, come sudavano i genitori per il troppo cachemire addosso che si indossava negli anni ’80, vengano rimproverati in questo modo dal cervello: “A si! Comincia a bagnarti le mani bello! Intanto prova la sensazione, poi vedremo cosa saprai fare per asciugarle!”

Eccolo li, il nostro cervello, dipinto per sognare, fa invece di tutto per complicarsi la vita, rimuginando sul senso di inadeguatezza che lo attanaglia e solleticato dai sensi di colpa.

Irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli” scriveva Pasolini. Penso al popolo dei Trentenni anch’esso dissociato e, prendendo spunto da Pasolini, oggi voglio riscrivere così: “I(r)reale è ogni idea, i(r)reale è ogni passione”. Se questo è il reale continuo a chiedermi, però, i sogni cosa siano.

Ero rimasto al caffè delle 7.45. La generazione dei Trentenni è sveglia, i sogni sono sempre in letargo.

Sono le 8.45, usciamo dai “Nostri monolocali bunker”, si sceglie la vita, si vedono cose “Che voi umani non potete neanche immaginare” mi verrebbe da dire pensando a Ridley Scott. Le cose si vedono, non si osservano. Si guardano gli altri guidare, lavorare, accompagnare i ragazzini a scuola. Noi Trentenni invece guardiamo il cielo ma non le sue stelle. Fosse sempre più blu, come diceva la canzone, non avremmo problemi, ma adesso piove. A Roma ultimamente piove spesso e a dirotto, colpa del “buco dell’azoto” come diceva qualcuno (Citazione di Valerio Mastrandea – in Supercafone – Er Piotta). Fatto sta che questa generazione deve pur proteggersi, in qualche modo, dalla pioggia.

Una fittissima pioggerella liquida, se lo sapesse l’artista Christo, ci impacchetterebbe per bene e, proteggendoci dall’umidità, ci “Toglierebbe il respiro”.

Zigmunt Bauman, da grande visionario che è, ha centrato perfettamente il punto. Viviamo una Modernità Liquida: Essere moderni, essere liberi, viene oggi a significare essere incapaci di fermarsi e ancor meno restar fermi. Ci muoviamo e siamo condannati a muoverci incessantemente, non tanto a causa del “ritardo della gratificazione”, ma a causa dell’impossibilità di sentirci gratificati. La realizzazione è sempre qualcosa da venire, e i successi perdono attrattiva e capacità di soddisfare nell’attimo stesso in cui vengono colti, se non prima. Essere moderni significa essere perpetuamente in testa a se stessi, significa anche avere un’identità che può esistere solo in quanto progetto irrealizzato. Per noi, aggiungerei solamente: “Liquidi e infiammabili!”.

Si procede a tentativi, lo step by step made in USA lo lasciamo nelle sale cardio-fitness, abbiamo bisogno del tutto e del subito, di un progetto immediato che per natura è destinato al fallimento, abbiamo bisogno di ricevere un “overbooking” di stimoli ma siamo incapaci di compilare la lista delle risposte.

Mitici che siamo, flessibili emotivamente ci adattiamo al bene e al male, al caldo e al freddo. Pizza fredda e birra calda.

Rigidi sentimentalmente. La paura di guardarci dentro ci fa chiedere agli altri “Che c’hai?, si può sapere che c’hai!”; sentircelo chiedere ci manda su tutte le furie. Vorremmo aprire tutte le porte ma della nostra serratura abbiamo spezzato la chiave dentro.

E’ giunto il momento che l’Arte Contemporanea ci liberi, esorcizzi il nostro cervello e lo scarti dalla patina membranosa di “Domopack” (non dall’ impacchetata di Christo però!) che lo avvolge; lo sciolga una volta per tutte dai luoghi comuni e dal sentito dire.

E’ il momento di ingoiare la pillola del “Chissenefrega”‘. Trentenni (anche al giro di boa degli “Anta”), scegliamo la vita.

L'Insostenibile Leggerezza del Trentenne

Blade Runner, Ridley Scott

Blade Runner, Ridley Scott

Christo and Jeanne Claude, 1967

Christo and Jeanne Claude, 1967

Damien Hirst

Damien Hirst

Maurizio Cattelan, la Nona Ora

Maurizio Cattelan, la Nona Ora

Mario Schifano

Mario Schifano

Mattew Barney, Post Human

Mattew Barney, Post Human

Marcel Duchamp, Ready Made

Marcel Duchamp, Ready Made

Trainspotting, Irvine Welsh

Trainspotting, Irvine Welsh

Espressione di Dadaismo

Espressione di Dadaismo

Daniele Di Giorgio

Romano da tre generazioni, flessibile caratterialmente si adatta bene al caldo e al freddo, al riso e al pianto…pizza fredda e birra calda. Appassionato di qualunque veicolo di comunicazione, non scenderebbe mai dal suo veicolo a due ruote. Scrive di comunicazione pubblicitaria, arte e moda. Adora le pastiglie “Chisseneimporta” e il “Cacao Meravigliao”. Si ostina a stare al passo con i tempi ma resta sempre inside 80’s!
Daniele Di Giorgio

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