L’intervista alle attrici di “Ferite a morte”

L’intervista alle attrici di “Ferite a morte”

Quattro bravissime attrici vestite di nero e con un’unica nota di colore e distinzione, le scarpe rosse come simbolo della lotta alla violenza sulle donne. C’è la donna odiata dal marito perché più brava di lui nel lavoro, c’è l’iraniana lapidata per adulterio, la musulmana innamorata dell’italiano e per questo costretta a pagare con la vita, c’è la ragazza perseguitata dallo stalker e persino una donna single uccisa dal marito della sua vicina di casa solo perché testimone scomoda. Una raccolta di vittime della violenza maschile, cui finalmente, almeno nella finzione letteraria e teatrale, viene data voce. Tutto questo è “Ferite a morte” e a pensarlo, a dirigerlo, a raccogliere le varie energie intorno al progetto, e a portarlo in giro è Serena Dandini, intitolandolo come il suo libro, da cui lo spettacolo è tratto. Serena Dandini ha unito nello spettacolo molte donne illustri, che interpretano donne comuni, ridotte al silenzio dagli uomini. L’allestimento teatrale con Lella Costa, Orsetta de’ Rossi, Rita Pelusio e Giorgia Cardaci è andato in scena all’Europauditorium di Bologna il 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. In contemporanea Serena Dandini ha portato il suo spettacolo a New York nella sede delle Nazioni Unite e a Roma, Ambra Angiolini, Malika Ayane, Sonia Bergamasco, Geppi Cucciari, Angela Finocchiaro e Lunetta Savino hanno letto gli stessi monologhi alla camera dei Deputati assieme ad alcune parlamentari.
Uno spettacolo teatrale, una performance di attrici e donne importanti che danno voce a donne morte per mano di uomini, vittime del femminicidio.

Poco prima dello spettacolo di Bologna, Rita Pelusio e Orsetta de’ Rossi ci hanno accolto nei loro camerini e hanno risposto per noi a qualche domanda.

Autografo Rita Pelusio
Autografo Rita Pelusio

In Italia sembra ci sia un maschilismo imperante ben radicato. Secondo voi è possibile cambiare questa cultura?
Rita: Dobbiamo guardare anche al mondo. In Cina per esempio vengono ammazzate le bambine. Io interpreto una ragazza che muore a causa dell’infibulazione quindi il femminicidio riguarda tutto. Poi c’è una componente maschilista ma non solo.
Orsetta: certo è una cosa grossa che non riguarda solo gli uomini. Poi è importante che gli uomini ci siano e ci aiutino
Rita: Si può cambiare la cultura nei bambini e nelle bambine, per me è un fattore sociale.

Questi monologhi secondo voi sono adatti ad essere portati nelle scuole?
Rita: Alle elementari e alle medie sicuramente no, forse dalle superiori in poi.
Orsetta: Ci vorrebbe comunque una preparazione adeguata per farglieli sentire, ma secondo me è troppo presto.
Rita: Per quanto siano stati scritti con leggerezza (perché a volte si ride e le protagoniste sono ironiche) per i bambini son troppo crudi. Ci vorrebbe sicuramente un progetto per portare questo argomento nelle scuole. Io ho un bimbo di 8 anni e quando le sue amichette gli danno i pizzicotti e lui si vorrebbe vendicare, io lo sgrido e lui mi dice: “Allora non le posso picchiare perché sono femmine?” E tu pensi: adesso cosa rispondo? “Diciamo che la violenza non va mai bene, a maggior ragione fatta alle tue compagne perché tu sei più forte”. I bambini sono puri, son gattini che si arruffano. Ora cerco di fargli capire qual’è il limite tra gioco e prevaricazione.

In questo spettacolo ci sono anche momenti leggeri. Si può quindi parlare anche di una cosa così drammatica con ironia?
Orsetta: Sì, Serena assieme a Maura Misiti ricercatrice del CNR ha scritto questi testi. Con l’ironia si sorride, ma il messaggio arriva.
Rita: Ieri abbiamo fatto una serata meravigliosa a Rimini dove si sono liberate delle risate quasi catartiche. Le storie che raccontiamo sono terribili ma alcuni caratteri che noi portiamo in scena sono comici.
Orsetta: Ci sono tante tipologie di donne nello spettacolo: la siciliana, l’iraniana, la stronza, l’ingenua, la cretina. Però siamo in questa specie di aldilà e siamo tutte morte per mano degli uomini.

Voi rappresentate quella che è la debolezza umana, soprattutto degli uomini. La violenza sulle donne denota grande debolezza.
Rita: Se parliamo dell’uso della forza come incapacità di usare altre forme di dialogo sì, questa è debolezza.
Orsetta: In un monologo interpreto una donna che ha superato professionalmente il marito, guadagna anche più di lui e lui questo non lo accetta e la ammazza.

Una volta molti drammi in famiglia non si dicevano, ora bisogna dirli e urlarli.
Orsetta: Vari tipi di violenza capitano tra le mura domestiche, a volte anche solo violenze psicologiche.
Rita: Voglio riportare l’attenzione sul problema mondiale. A livello globale ci son violenze culturali, non solo domestiche. In Congo, ad esempio, usano la violenza sulle donne per distruggere i popoli. È già un bel traguardo che stasera Serena sia all’Onu, che ci sia questa mobilitazione mondiale sul problema.
Orsetta: alla fine dello spettacolo sullo schermo appaiono i nomi delle donne uccise dagli uomini in Italia nel 2012 e la cosa che colpisce è che sono uccise per mano dei compagni donne di ogni età.

Diciamo che la donna può dare la vita e l’uomo può toglierla.
Rita: Ricordiamo che anche gli uomini possono dare la vita. Un assessore donna torinese ha detto una cosa che non dimentico: “Ognuno di noi è stato toccato in parte dalla violenza sulle donne. Tutti capiamo di cosa stiamo parlando”. Iniziano per esempio ad esserci dei centri per uomini maltrattanti. Ieri dopo lo spettacolo di Rimini un ragazzo di 30 anni è passato dall’associazione “Rompiamo il silenzio” e ha detto che aveva bisogno di qualcosa per domare la sua aggressività in coppia e così gli hanno segnalato un servizio. Quelli dell’associazione ci hanno ringraziato tantissimo dicendoci che solo per questo vale la pena andare in scena ogni sera. Lo spettacolo negli uomini deve muovere questi sentimenti e nel pubblico solidarietà. Io sono incazzatissima con le istituzioni, i centri antiviolenza vengono chiusi, ci si basa solo sul volontariato, non vengono stanziati fondi per i centri d’accoglienza. Va bene dirlo, fare decreti leggi, ma anche applicarli. A Trento per esempio stanno facendo un progetto coordinato tra associazioni e forze dell’ordine e vorrei che questa cosa fosse così ovunque, ma non bisognerebbe nemmeno chiederlo. Dovrebbe essere così in una società civile.

Sara Di Paola

Fin da quando ero bambina si diceva che in me convivevano due lati opposti: seria e quasi timida a scuola ed estroversa nella vita privata. Questa mia seconda caratteristica l’ho applicata a due attività che potessero esprimere al meglio la mia vena artistica e il mio amore per lo spettacolo: il ballo, ma soprattutto, il teatro che, dopo tanta gavetta, mi ha portato a diventare attrice professionista e mi ha permesso di trasformare un hobby in un secondo lavoro. E se è vero che si comincia un po’ a morire nel momento in cui cala il fuoco di ogni nostra passione, il mio non si è ancora spento e così passo la mia settimana destreggiandomi tra lavoro, amici, fidanzato, ballo e teatro in un incastro perfetto…o quasi!
Sara Di Paola

2 Responses to "L’intervista alle attrici di “Ferite a morte”"

  1. Claudio   27 Novembre 2013 at 23:47

    E’ bellissima la descrizione di Rita “risate quasi catartiche”….
    Ci vuole l’ironia, anche nel dramma.
    Poi ce l’ha insegnato il nostro grande cinema: cosa c’è di più amaro della tipica commedia all’italiana?

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  2. Sara   29 Novembre 2013 at 01:12

    Infatti le risate erano proprio necessarie,hanno fatto da contrappeso a uno spettacolo che aveva veramente un carico emotivo troppo elevato per essere sopportato se non avesse avuto anche quei brevi attimi di leggerezza.

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