Il Mundial dimenticato

Il Mundial dimenticato

E rieccoci, è febbre da Mondiale!
L’attesa per la controversa edizione dei campionati mondiali di calcio brasiliani è terminata e il Paese si prepara a rimpinzarsi di pallone, inizia a inventare neologismi da urlare allo schermo, compra birre, approfitta degli sconti creati ad hoc in negozi e centri commerciali e, per non farci mancare nulla, qualcuno prepara pure delle fini requisitorie contro il popolino che si accuccia per un poco di sport milionario.
mundial_dimenticato_patagoniaC’è chi compra magliette, chi s’inventa tifoso per un mese ogni due anni (consideriamo pure gli Europei, vah), chi si prepara al fantamondiale e chi non vede l’ora che tutto finisca. Ci sono “quelli che…” (piacevole rimembranza d’uno Jannacci d’annata) viva la Lega, viva la Padania, l’Italia agli italiani e poi se segna Balotelli son baci e abbracci, quelli che… “finalmente arrivano i mondiali e pure la mia morosa non può dire nulla se mi rimpinzo di calcio tutti giorni, tutto il giorno”, quelli che… “dove la vediamo la partita? Ma sì dai, tranquilli a casa” e poi ci si ritrova in metà di mille tanto pure il pavimento inizia a diventare comodo dopo una cassa di birra gelata. I mondiali sono tutto e il contrario di tutto, insomma. Grande spettacolo, gran movimento di denaro, scandali, violenze, integrazione, rivalse socio-politiche. Tutto.
Bene, allora io vorrei dedicare un articolo a questi mondiali facendo due cose: la prima, molto seria, esprimendo la mia solidarietà a tutti quei brasiliani dimenticati, ammutoliti dai mass media che l’organizzazione di questo evento l’hanno subita sulla pelle. In secondo luogo, vorrei invitarvi a vedere Il Mundial dimenticato (L. Garzella, F. Macelloni, 2011).
Il Mundial dimenticato è un fine e divertente mockumentario – documentario basato su fatti mai realmente accaduti – che racconta l’organizzazione di un fantomatico Mondiale di calcio che sarebbe stato giocato in Patagonia nel 1942 e lo fa partendo dal ritrovamento dello scheletro di Guillermo Sandrini, cineoperatore argentino morto dopo la finale, sepolto da un’alluvione insieme alla sua cinepresa.
Illustri interviste alternate a racconti di finti protagonisti, a veri filmati d’epoca e a riprese elaborate con una post-produzione precisa e puntuale, ci raccontano un mondiale alternativo, sociale, non riconosciuto dalla FIFA e che vedeva tra i protagonisti la squadra nazista tedesca (formata da soldati e inviata dal Reich per sdoganare la purezza della razza ariana anche in America Latina), una selezione italiana composta da immigrati del Belpaese e ferventi antifascisti, il Real Patagonia e la squadra dei Mapuche, Indios che sfidano, superandoli, gli invisibili confini geopolitici e sorprendono per le loro giocate funamboliche.
Intrecci politici, scandali arbitrali e triangoli (anzi, quadrilateri) amorosi tessono le fila di questo delizioso lavoro che, però, non si ferma a queste dinamiche. Si parla, infatti, anche di Cinema in senso stretto: il Mundial della Patagonia, diventa infatti, nelle intenzioni del prode Sandrini e di una avvenente fotografa tedesca (alter ego della ben più reale Leni Riefenstahl) un laboratorio di sperimentazione cinematografica e di sviluppo per nuovi brevetti tecnici. Vediamo, infatti, una cinepresa montata su un buffo copricapo speciale per seguire le partite dal campo, improbabili buche scavate nel terreno per seguire la palla tra le gambe dei giocatori, macchine da presa subacquee o, addirittura, l’utilizzo di una paleo-moviola in campo.
il-mundial-dimenticatoFra tutte, la pensata più importante si rivelerà essere la poltrona installata a dieci metri d’altezza per le riprese dall’alto.
Durante la finalissima tra la Germania e i Mapuche, un violento nubifragio si abbatte sul campo mentre la partita è ferma sul punteggio di 1-1 e la catastrofe – provocata dalla conseguente alluvione – impedisce al mondo di venire a conoscenza del risultato finale della gara e fa cadere nell’oblio il Mundial. Il ritrovamento dello scheletro dell’operatore e della sua telecamera (quella con cui, appunto, stava girando le riprese aeree) permetterà al riunito pubblico di ‘sopravvissuti’ ed eredi di scoprire, finalmente, il “reale” vincitore di quella storica partita a molti decenni di distanza e di capire che fine ha fatto la perduta Coppa Rimet.
Diciamolo, l’idea è geniale ma immagino che la sua applicazione o, meglio, la sua scrittura, abbia presentato notevoli difficoltà. Perciò, è da lodare il risultato finale, che si rivela un surreale e divertente racconto adattissimo agli appassionati di calcio – come ovvio – ma non solo.
Ora, non mi resta che augurarvi buon Mundial e buon Mondiale!

Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
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