MyBiennal.Quando l’arte cambia la geografia c’è lo zampino dei latino-americani.

foto01Venezia in questi giorni è praticamente impraticabile, freddo, vento e pioggia rallentano la corsa degli addetti ai lavori che con valigie incollate addosso, ombrelli e scarpe da tennis, vagano per la Biennale alla ricerca del bello. Ormai la stanchezza rasenta livelli altissimi ma anche se le gambe fanno male non si rinuncia a vedere e magari rivedere qualche padiglione con più calma. Una bella ventata la da sicuramente il “PADIGLIONE AMERICA LATINA-IILA”, che come tema centrale quest’anno alla 55ma biennale ha “El Atlas del Imperio” e si lancia nell’esplorazione dei nuovi aspetti geopolitici dell’arte contemporanea, nelle esperienze di fertilizzazione reciproca tra artisti latinoamericani ed europei. L’idea prende spunto dall’allegoria letteraria dello scrittore argentino Jorge Luis Borges che descrive, nel suo libro Del rigore della scienza, il tentativo dei Cartografi di fare «una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso», agli scritti e al pensiero del grande Carlos Fuentes e a Le Città Invisibili di Italo Calvino.
Un’occasione per gli artisti invitati, [Guillermo Srodek-Hart (Argentina), Sonia Falcone (Bolivia), Juliana Stein (Brasile), León & Cociña (Cile), François Bucher (Colombia), Lucía Madriz (Costa Rica), Humberto Díaz (Cuba), Miguel Alvear e Patricio Andrade (Ecuador), Simón Vega (El Salvador), Marcos Agudelo (Nicaragua), Jhafis Quintero (Panama), Fredi Casco (Paraguay), David Zink Yi (Perù), Collettivo Quintapata (Repubblica Dominicana), Martín Sastre (Uruguay), Susana Arwas (Repubblica Boliviana del Venezuela)] per ridisegnare una loro cartografia simbolica, in cui non è tanto importante la precisione topografica, quanto l’osservazione puntuale di dettagli, di relazioni interpersonali o di situazioni precarie del presente.
Di particolare interesse il lavoro dell’artista boliviana Sonia Falcone, che con il suo tappeto di spezie Campo de color (Campo di colore) invade il corridoio centrale del padiglione estendendosi  come un paesaggio di sensazioni, provocando la percezione sinestesica dei sensi. “Dolci azzurri, rossi piccanti e amari dorati emanano un vortice di intense fragranze che diffondono tutte le qualità della materia”. La Falcone ha tappezzato  il pavimento con moltissimi di vasi di argilla pieni di cacao, peperoncino, achiote, pepe, cannella, curcuma, timo, senape, curry, paprika, tra tante altre, componendo un quadro minimalista alla color field. Questo il banchetto visivo portato a Venezia, unisce come nel medioevo la via delle spezie tra l’Asia e i porti Veneziani e in questa occasione completa la cartografia portando dal Nuovo Mondo la sua tavolozza di sapori.
Dal testo di Alfons Hug, Paz Guevara: “Paesaggio, banchetto, mercato e altare, questi elementi della terra provocano sensazioni che ci stordiscono e ci ricordano la caducità dei loro corpi, la temporaneità del piacere dei sensi, e, in ultima istanza, la fugacità della vita”.
rwas (Repubblica Bolivariana del Venezuela).

Simona Gavioli

A chi mi chiede perché amo l’arte rispondo cosi:
Sono nata nella città di Virgilio, del Regno dei Gonzaga e di Isabella D’Este, una delle donne più colte e stimate del Rinascimento. Sono nata tra le mura di Palazzo Te (Giulio Romano) e la camera degli sposi (Andrea Mantegna). Sono cresciuta saltellando qua e là, facendo finta di pregare tra la chiesa di San Sebastiano e la Basilica di Sant’Andrea (Leon Battista Alberti). Sono vissuta dividendo la mia vita tra cucine e chiese matildiche; la mia favola, prima di dormire, era L’Arte di Ben Cucinare di Bartolomeo Stefani, cuoco al servizio di Ottavio Gonzaga.
A chi mi chiede perché scrivo, non rispondo.
Ma a chi mi chiede perché scrivo di arte e di cucina, dico solo che la scrittura è qualcosa che hai dentro e dalla quale non puoi scappare perché fa parte di te. La scrittura, come l’arte, ingombra la vita, soprattutto quando diventa urgente, compulsiva e passionale come la mia.
Simona Gavioli

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