Ritorno a teatro per La Gatta sul Tetto che Scotta

Vittoria Puccini come Liz Taylor? Ricordiamo che il prossimo 23 Marzo ricorreranno 5 anni dalla scomparsa della diva.

Un momento di ritorni, debutti e pesanti eredità quello che sta vivendo in questi mesi in Italia La gatta sul tetto che scotta, di Tennesse Williams.  Lo spettacolo, che fu rappresentato per la prima volta nel 1955 al Morosco Theatre di New York, fu subito un successo (valse all’autore il secondo premio Pulitzer dopo quello ottenuto per Un tram che si chiama Desiderio, nel 1948) tanto da essere trasposto sul grande schermo da Richard Brooks nel 1958, con due grandi interpreti, Liz Taylor e Paul Newman.

Gravosissima, dunque, l’eredità che Arturo Cirillo e la Compagnia Gli Ipocriti (non potrebbe portare nome migliore, sebbene l’origine greca del termine “ipocrita” indichi proprio l’attore in quanto mentitore, la Compagnia alla quale è affidata la messa in scena di un dramma fondato proprio sul tema della feroce menzogna celata sotto l’elegante allure dell’alta borghesia americana degli anni ’50) hanno scelto di raccogliere debuttando l’11 Febbraio 2016 al Teatro Manzoni di Milano riportando in scena questa tragicommedia.

Il ritorno de La gatta sul tetto che scotta cade a cinque anni dalla morte di Elizabeth Taylor, la “diva dagli occhi viola” che ha fatto sognare generazioni e alla quale MyWhere ha dedicato recenti articoli, l’ultimo dei quali in occasione della ricorrenza del suo compleanno, il 27 Febbraio.

Il dramma è una storia che ruota attorno a vari temi, alcuni dei quali estremamente attuali: la famiglia nel suo rapporto tra facciata e fragilità interne, l’omosessualità (che resta, anche nel film, vagamente accennata per via del codice Hays vigente in America sino al 1967), il ruolo e le difficoltà della donna all’interno di un nucleo familiare in cui l’uomo non è più in grado di assumersi le sue responsabilità, l’avidità e il rapporto tra affetti e interessi personali.

La relazione tra Brick, un ex giocatore di football fallito, poi divenuto cronista sportivo, e la moglie Maggie-la gatta, si trascina da tempo per forza di inerzia fra la chiusa apatia di lui e l’ostinazione di lei nel tenere in piedi un rapporto con un marito che non la ama:

Margaret – E’ vero! Sono una gatta su un tetto che brucia.
Brick – E allora salta, da questo tetto! Tanto i gatti cascano in piedi.

Alla base della depressione di Brick, il cui unico legame rimasto nella vita sembra ormai essere quello con la bottiglia, vi è la convinzione che ella abbia delle responsabilità nella morte per suicidio del fraterno amico e compagno di squadra Skipper. Anche per questo Brick non riesce a desiderare la bellissima e focosa moglie e annega nell’alcol qualunque barlume di consapevolezza emergente, restando vittima di una rabbia repressa sotto una coltre d’indifferenza che si dimostra essere fonte d’infelicità per se stesso e per coloro che gli stanno accanto. Tutto quello che il giovane marito, che giace prostrato in casa dopo essersi procurato un infortunio in uno sciocco episodio di ubriachezza notturna, può offrire a Maggie è lo status economico-sociale che egli possiede grazie al facoltoso genitore “fattosi da sé”. L’amore di Brick le resta però precluso dal pudore consapevole dell’omosessualità di quest’ultimo.

La lotta, in primo piano, di una moglie sinceramente innamorata e disposta a tutto per riavere l’uomo che ama, si svolge sullo sfondo di una diatriba dinastica che i cognati di Maggie conducono contro Brick per accaparrarsi l’eredità di famiglia alla notizia che il ricchissimo patriarca (il quale è inizialmente ignaro di tutto) ha un cancro che lo condanna…

Abbiamo assistito alla riproposizione della drammaturgia di Tennesse Williams, nella data unica del 4 marzo 2016 presso il Cinemateatro Nestor di Frosinone. Protagonisti del cast sono Vittoria Puccini, al suo debutto teatrale ma attrice di consolidata esperienza televisiva e Vinicio Marchioni, reso noto al grande pubblico soprattutto per il suo ruolo di Freddo in Romanzo Criminale – La serie.

Resta dunque da chiedersi se la gatta sia ancora in grado di graffiare nonostante il tempo che passa o se il primo nome di questo cartellone non sia piuttosto una “tigre di carta”.

La regia di Cirillo sembra restituire degnamente, nel rispetto delle unità pseudo-aristoteliche, la profondità psicologica e le caratterizzazioni chiaroscurate dei personaggi di un testo oggettivamente arduo. Il limite tra il detto e il non detto, i contenuti inespressi e i conflitti sentimentali e materiali di una cornice familiare piena di crepe trovano adeguato riscontro in questa messa in scena.

Ottimi Paolo Musio e Franca Pennone nel ruolo dei genitori della coppia protagonista, nella media tutti gli altri. Marchioni regge dignitosamente il ruolo che fu di Paul Newman, mentre c’è effettivo imbarazzo per la gatta-Puccini, che parte malissimo nei primi minuti di spettacolo e si salva a stento in calcio d’angolo con il finale. La protagonista tenta di giocare con la sua sensualità espressa con movenze feline a piedi scalzi, ma il palcoscenico sembra ancora un tetto che scotta decisamente troppo per lei; mancano la naturalezza, la grinta, le giuste pause necessarie a sostenere un ruolo per il quale il talento e il fascino devastante di Liz Taylor emanano ancora un’ombra con cui il confronto è impietoso.

Evidentemente il passaggio dal piccolo schermo all’arena del teatro dimostra che nel caso di quest’ultimo di tratta di tutt’altra partita, per vincere la quale il lavoro sarà ancora molto lungo.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

Leave a Reply

Your email address will not be published.