La sfilata evento: Thom Browne e Gianbattista Valli

La sfilata evento: Thom Browne e Gianbattista Valli

Esistono diverse forme di sfilata. Nelle grandi manifestazioni della moda la costante ricerca di eventi ha trasformato i defilé in sorprendenti performance degni di rivaleggiare con una prima teatrale e con le istallazioni presentate dai musei di arte contemporanea.

1. Pitti Uomo si distingue dai luoghi del gran tour delle nuove mode (New York, Londra, Milano, Parigi) per le rare sfilate inserite nel calendario ufficiale della manifestazione fiorentina. Mentre le presentazioni delle nuove collezioni messe in scena nelle sopra citate capitali della moda, si concretizzano in una serie estenuante di celebratissimi defilè, a Firenze il mondo fashion maschile da sempre preferisce i modi della fiera classica: stand, allestimenti funzionali, istallazioni artistiche… e qualche fashion show.

Sfilata di Thom Browne

C’è da aggiungere tuttavia che le rare sfilate al Pitti sono spesso straordinarie.

Voglio portarvi come esempio la 75° edizione della fiera, del 2009. Ebbene gli abiti esibiti in quell’occasione o sono nei nostri armadi oppure sono sparsi negli outlet di tutto il mondo. Che cosa ricordiamo di quella settimana vissuta sperando su una improbabile ripresa del mercato? Ebbene, tra gli addetti ai lavori il 75° verrà ricordato soprattutto per i fashion show di Thom Browne e di Gianbattista Valli, invitati da Pitti Immagine ad esibire un saggio del proprio talento.

Io chiamo questo tipo di fashion show “sfilata evento” per differenziarlo dalle presentazioni semplicemente spettacolari e/o dalle modalità del defilè commerciale. Ovviamente sono possibili e frequenti le contaminazioni tra le forme elencate. E’ possibile quindi immaginare strategie d’immagine basate su una diversa distribuzione dei valori presupposti dai modelli astratti di fashion show, divenuti degli schemi di riferimento sui quali ragionare in vista delle significazioni che si vorrebbero diffondere. In breve, assistiamo a sfilate spettacolari con valenza commerciale; a sfilate rituali che sono anche eventi; ad eventi spettacolari etc.

Sfilata di Gianbattista Valli

2. La sfilata evento implica una dimensione del tempo fortemente centrata sul presente che in qualche modo comporta un alto tasso di imprevedibilità e di rischio. In prima battuta si potrebbe pensare che essa coinvolga una quota di spontaneità creativa maggiore rispetto alle situazioni che definiamo semplicemente spettacoli (situazioni sostanzialmente imbrigliate in una codifica più rigida, quella delle regole dello spettacolo per l’appunto). Potremmo dire che la bellezza di un evento moda dipenda da una esperienza estetica che mi si presenta come sorpresa e come qualcosa di percettivamente diverso rispetto alle aspettative che ho del rituale della sfilata. Per contro, la bellezza del fashion show spettacolare assumerebbe la sua valenza da una dimensione formale ben conosciuta, ovvero da una esecuzione di routine estetiche attese e interpretate per valorizzare ciò che potremmo etichettare con la frase/concetto di “il piacere della buona immagine attesa”.

Quindi riassumendo, il valore della sfilata evento risiederebbe essenzialmente nel sentimento di partecipazione che provo in ciò che accade ora e non si ripeterà; sentimento reso vitale dal fatto che l’evenemenziale sembrerebbe fondere in dosi diverse imprevedibilità, casualità, libertà espressiva.

Basandosi su questi presupposti si capisce perché la sfilata evento risulti molto notiziabile. Non deve sorprenderci dunque se osserviamo che pressoché tutte le marche più importanti presentano i propri defilè come se fossero eventi. In realtà, nella maggioranza dei casi ci troviamo di fronte a pseudo eventi e a fattoidi di moda congruenti con l’infotaiment che piace tanto all’industria editoriale.

Ma il fatto che l’evenemenziale sia lo specchio per le allodole sul quale gli strateghi d’immagine scommettono per il ritorno d’immagine di messe in scena molto costose, non cancella la possibilità di produrre dei veri eventi. Lo so benissimo che è difficile sfuggire al déjà vu. Ma se vogliamo comunicare attraverso un registro passionale modulato da un appagante stupore, piuttosto che una reverente meraviglia, oppure un imbarazzante o suggestivo shock, dobbiamo affinare la nostra capacità di cogliere i tratti pertinenti che ci consentono di differenziare le varie forme di sfilata. Evidentemente in questa sede sono a proporvi una riflessione sull’evenemenziale, ovvero il defilé più ambito, forse più costoso e difficile da realizzare.

3. Ora, come dicevo all’inizio, le sfilate di un certo livello a Pitti Immagine sono rare, ma spesso vengono organizzate, promosse e vissute come dei veri eventi. Firenze è dunque una tappa privilegiata per fare il punto sulla complessità raggiunta dai defilé, da quando i dispositivi della comunicazione spettacolo hanno preso il sopravvento rispetto il tradizionale, serioso rituale tipico dell’Alta Moda del passato. Presenterò come modelli esemplari delle forme che può assumere il fashion show evenemenziale, i defilé di Thom Browne e di Gianbattista Valli organizzati a Firenze nel 2009.

Il mio punto di vista privilegerà gli aspetti strutturali del fashion show, riservando agli abiti di quelle collezioni un interesse diffuso. So benissimo che gran parte del pubblico presente ad un fashion show di primo livello dovrebbe concentrare la sua attenzione ai vari giochi di moda indossati da corpi eccellenti. Ma che ne sia consapevole o meno, tutti scommettono che quel pubblico non è affatto insensibile alla complessità degli esiti dell’evoluzione formale della sfilata e dell’avvincente pregnanza estetica messa in campo dai creativi per sostenere l’immagine del brand (altrimenti perché tanta costosa complessità?).

Vorrei dunque dedicare qualche riflessione all’aspettualità del dispositivo, trascurando la pur importante focalizzazione sugli abiti. In definitiva una sfilata ben fatta dovrebbe creare la disposizione del pubblico presente ad arrendersi di fronte alla bellezza o giustezza dei look. Ma quanto questa disposizione (o manipolazione) dipende dalla potenza del dispositivi e quanto dalla bellezza degli abiti in sé?

 

Thom Browne a Pitti: la sfilata evento come performance art

4. Firenze, 13 gennaio 2009. La parte centrale della spartana sala dell’Istituto Aeronautico Militare è stata allestita con alcune decine di scrivanie perfettamente simmetriche le une con le altre, sormontate da vecchie macchine da scrivere Olivetti. Di fianco a ogni scrivania c’è un appendiabiti. La scenografia della sfilata trasuda di segni che rimandano ad un periodo fine anni cinquanta e inizio sessanta. È il breve battito di tempo storico che per Thom Browne rappresenta una feconda ossessione: il suo gusto sembra privilegiare gli stili allocabili prima della troppo celebrata “rivoluzione” che noi europei etichettiamo con l’annata del ’68; lo stilista sembra volerci ricordare l’anticipo del mutamento delle mode rispetto l’ansia di cambiamento politico che caratterizzerà la fine degli anni sessanta, portando sulla scena abiti meno gioiosi rispetto il flower style e pop style, ma rigorosamente creativi, una sorta di look pre-mod che stabilisce la differenza rispetto gli abiti delle mentalità conservatrici del periodo grazie al principio della caricatura del particolare.

Sfilata di Thom Browne

In piedi stretto contro le pareti della sala circondata da un pubblico in piedi, incerto tra il divertimento di una scomodità inattesa e qualche perplessità, immagino una serie di parallelismi tra l’ambientazione seriosa e minimalista della scuola e ciò che normalmente si scrive riguardo la cifra creativa dello stilista statunitense. Il suo tailoring sartoriale da guerra fredda si accompagna spesso a camicie intenzionalmente non stirate e mai completamente abbottonate. I revers delle giacche sembrano più stretti di quello che dovrebbero essere; i calzoni sono quasi sempre più corti del normale e arrivano a malapena alla caviglia. Insomma la sua moda è un bel pugno in faccia allo stile addolcito imposto all’uomo dalla moda italiana…. Ma ecco che arrivano sulla scena i modelli che indossano la collezione preparata per Pitti; prendono posizione di fianco alle scrivanie, ordinati come una classe di universitari molto per bene, tanto disciplinati da sembrare un po’ ritardati di mente… Fanno pensare anche a replicanti dal colletto bianco, precisi, puliti, controllati. Guidati dal clone maitre, una specie di professore dall’espressione ebete, dopo essersi liberati dallo spolverino e dalla giacca diligentemente appesi sull’appendiabiti si predispongono a scrivere a macchina qualcosa di non ben definito. Il silenzio straniante della performance viene reso ancora più acuto dal disordinato ritmo delle vecchie macchine da scrivere. Il pubblico catturato dal niente di quei gesti, segue con un eccesso d’attenzione la paradossale recita: tutti i modelli vestono lo stesso vestito, si muovono interpretando routine di comportamento sconcertanti per banalità ma al tempo stesso capaci di rimandare il senso ad un’altra scena che tuttavia non c’è. La sequenza di azioni che seguono non aiutano a sciogliere l’enigma… I replicanti tolgono il foglio dalla macchina e lo sistemano sulla cattedra, uno di loro li raccoglie e li trasporta sino alla scrivania del clone maitre. Tolgono tutti dalla 24 ore una mela che sistemano in un punto preciso sulla scrivania… Nessuno mangia la mela, perché? Forse nessuno vuole peccare; ecco allora prodursi lungo l’asse della metafora la contiguità tra i replicanti e la purezza… Insomma la catena dei rimandi mi porta a stabilire una sorta di determinismo folle tra nuova moda, rinuncia agli eccessi (un abito solo invece che la molteplicità solita di una collezione), un look pulito, sterilizzato, senza fronzoli… Ma c’è dell’ironia oppure Thom Browne crede veramente al paradigma igenista della sua moda? Non è chiaro cosa effettivamente voglia comunicarci. E in quest’ambiguità si nasconde la valenza eminentemente estetica di questa “sfilata” ispirata agli allestimenti e alla performed art.

Il pubblico è colpito e sembra accettare le provocazioni dello stilista.

 

Gianbattista Valli: elogio della sfilata ritual/evenemenziale

5. Firenze, 13 febbraio, poche ore dopo l’evento di Thom Browne. Ospite di Pitti W Woman Precollection, GianbattistaValli ha accettato di presentare la sua Winter time 2009/10 collection, in una location per la verità straordinaria, difficilmente emulabile in qualsiasi altra città del mondo. Sfilare nella Sala dei ‘500 del Palazzo della Signoria significa costruire un evento a partire da una teoria dei luoghi (o non-luoghi della moda) che tutti possono facilmente comprendere. L’effetto di straniamento, incontrare la sfilata là dove non mi aspetto di trovarla, oppure, se vogliamo dirla nei modi dei della teoria dell’informazione, accentuare la legge dell’improbabilità (le circostanze non prevedibili contengono il massimo valenza informativa) spinge di forza lo spettacolo rappresentato in questo caso dai bellissimi abiti di Valli, verso la dimensione temporale dell’evento che ho descritto all’inizio.

Sfilata di Gianbattista Valli

L’ex Palazzo dei Priori, progettato in uno stile rigoroso e severo da Arnolfo di Cambio nel 1299, divenuto sede della Signoria nel 1540 con Cosimo de Medici, trasformato in una lussuosa reggia dal Vasari impone reverenza a tutte le persone, colte o meno, capaci di sentire l’indicibile sentimento fatto nascere in noi dalla fusione tra la bellezza, i segni di un glorioso passato e l’unicità dell’architettura che li condensa. Se Gianbattista Valli con il suo talento e l’affinamento magistrale delle sue competenze si è meritato l’attenzione di tutti gli addetti ai lavori, gli strateghi di Pitti Immagine facendogli l’onore di invitarlo a sfilare in uno dei luoghi più esclusivi della città, hanno certificato speranze e desideri di chi ama l’idea di un avvicendamento nella continuità in stile couture nella moda contemporanea, offrendo allo stilista l’opportunità di viversi già da ora nella storia. Io sono d’accordo con chi da un po’ di tempo lo considera uno degli eredi autorevoli dei creativi dall’immenso prestigio che hanno portato la moda a livelli di notorietà assoluta. Ma siamo a metà della sua avventura e i capitoli che lo consegneranno definitivamente nella ristretta cerchia dei creativi che contrassegneranno il loro tempo probabilmente devono ancora essere scritti. Si capisce allora quanto l’offerta di Pitti sia stata in realtà insidiosa. Aldilà delle pur non banali opportunità di consolidamento d’immagine, senz’altro calcolate da chi ragiona con i concetti del marketing evoluto all’interno dello staff aziendale che produce lo stilista, in realtà il contenuto pragmatico dell’offerta di Pitti è traducibile il un gioco linguistico del tipo: dimostraci che sei veramente all’altezza dell’onore che ti abbiamo concesso…

In un certo qual modo Gianbattista Valli ha accettato questa sfida, organizzando una messa in scena rispettosa dei valori fondamentali della cultura della moda, evitando l’insidia delle tecniche spettacolari usate da tanti suoi colleghi.

In primo luogo mi ha colpito notare che gli abiti presentati nella sfilata di Firenze esibivano contenuti di fin troppo esasperata autenticità. Ad eccezione forse dell’ultima uscita, un abito da sposa completamente nero particolarmente suntuoso, Gianbattista Valli ha semplicemente fatto sfilare la sua collezione senza gli innesti di apparenze sopra le righe che a volte trasformano una sfilata in un defilè di altezzosi clown. Ovviamente quando queste architetture di improbabili abiti riescono, la sfilata diventa teatro, diventa arte e così via. Spesso però le creazioni che hanno esclusivamente il compito di attirare l’attenzione del pubblico perdono il controllo della propria dismisura involgarendo il fashion show.

I modi della sfilata rituale non ammettono le protesi d’abbigliamento utili per uno spettacolo fine a se stesso. Inoltre di solito la scenografia e la coreografia sono rispettose della collezione e del luogo. Le modelle recitano la sceneggiatura classica prevista dalle codifiche (deboli) della tradizione della moda: una giovane donna perfettamente vestita che cammina per circa venti metri mostrandosi ad un pubblico che ne misura la bellezza. È chiaro che con il portamento e la promenade si dicono un sacco di cose. Ma è altrettanto chiaro che vi sono partiture non previste dalla tradizione, in presenza di una certa libertà espressiva, che per contrasto spingono la significazione su altri lidi da quelli previsti dalla liturgia classica.

La sfilata rituale nel tentativo di trasformare un corpo vestito in un’icona di bellezza assoluta evita l’eccesso di interpretazione o la personalizzazione. Ecco perché in questo caso le modelle sembrano degli affascinati automi. Non si vuole negare la loro interiorità reificandone la bellezza come se fossero splendide cose in movimento; semplicemente si narcotizza la loro anima per accentuare gli effetti della superficie.

La sfilata di Gianbattista Valli per certi versi ha rispettato scrupolosamente i modi della sfilata rituale conferendo all’evento un senso di sacralità encomiabile. Tuttavia dal punto di vista ricettivo non posso non sottolineare che la grandiosità delle proporzioni della sala del cinquecento e gli invadenti affreschi degli allievi del Vasari raffiguranti alcuni momenti gloriosi di guerre antiche hanno sovrastato l’incedere delle modelle, facendo mancare all’evento l’appropriatezza al luogo. Devo dire che la scelta musicale non ha aiutato a ricomporre questa carenza di proporzioni. Non discuto tanto la scelta delle musiche di John Gosling ma il suo montaggio troppo centrato su attese (emozionali) sempre frustrate… Il sentimento di accentuato non finito suscitato dalla musica ha impedito l’armonizzazione tra la componente moda e l’arte e/o architettura del luogo.

Ovviamente bisogna dare atto che tutte le scelte degli organizzatori della sfilata hanno denotato un encomiabile senso del decoro, rispettoso della grandiosità della sala dei 500. Ma spesso purtroppo le buone intenzioni non producono di per sé l’effetto olistico che egoisticamente pretendiamo da un vero evento. Le coerenti e poetiche sfumature del nero dei look di Giovanbattista Valli, attraversati da poetiche incursioni del viola, del verde, del bianco luccicante e del suo rosso Potorno, non si discutono: l’eleganza seria in equilibrio tra passato e futuro proposta dallo stilista a mio avviso rappresenta un eccellente declinazione della contemporaneità. I suoi abiti neri con scarpettine rosse avrebbero scandalizzato la duchessa di Guermantes ma oggi sembrano accostamenti intelligenti, conformi al modo intellettualmente coinvolgente di Giovanbattista Valli di configurare algoritmi di moda che in qualche modo rimescolano le piccole scoperte di Elsa Schiapparelli, Walter Albini e Emmanuel Ungaro (sono alcuni grandi creativi spesso citati dallo stilista). Quindi possiamo parlare di una sfida senz’altro vinta, senza convincere. Questa è la dura legge dell’evento.

6. Come concludere la rivisitazione degli eventi Pitti 2009 che ho descritto?
Thom Browne pur presentando look che di certo non mi appassionano, trovo indigeribili le ridicole proporzioni dei suoi abiti: troppo corti i calzoni; troppo strette le sue giacche; non voglio commentare le cravatte extralarge… E poi la noiosità di modelli tutti uguali… Insomma, pur estraneo ai suoi look, mi sono sentito dentro alla sua sfilata. Per non parlare dell’orrore dell’architettura della scuola militare e della sala. Eppure, lo ripeto, la sua performance ha lasciato senza fiato il pubblico come ci fa mancare il respiro una botta al plesso solare.

Sfilata di Thom Browne

Gianbattista Valli ha presentato una collezione da ammirare. Il contesto è stato grandioso. Il pubblico è uscito felice di aver partecipato ad una eccellente esibizione di stile e di ricerca del gusto. In questo caso possiamo dire che sia mancato qualcosa oppure sono esattamente questi gli esiti passionali cercati con il dispositivo dell’evento rituale? Nessuno può dare una risposta certa. Però più ci penso e più prevale in me la percezione di qualcosa che è mancato. Ma forse, qualche volta, l’essenza di un evento è proprio questa perdurante incertezza nel coglierne gli esatti contorni.

Sfilata di Gianbattista Valli

 

Informazioni:
Pitti Uomo 83
8-11 gennaio 2013
Fortezza da Basso
Viale F. Strozzi 1 – Firenze

 

 

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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4 Responses to "La sfilata evento: Thom Browne e Gianbattista Valli"

  1. Arianna Fuccio
    Arianna F.   27 Gennaio 2013 at 19:17

    “In una tradizionale sfilata, i modelli sfilano sulla passerella, indossando gli abiti creati dallo stilista” questo è ciò che viene definito come Sfilata. Al giorno d’oggi però, il pubblico è dinamico e non si accontenta più della semplice passerella e di adocchiare abiti striminziti che fasciano i corpi-oggetto di modelle e icone, no! Oggi ci aspettiamo che alla base ci sia uno show, un evento, qualcosa che ci colpisca e ci lasci di stucco, qualcosa che ci spinga ad andare oltre il solito “mi piace” o “non mi piace”. Spesso, attraverso questi eventi smettiamo di guardare gli abiti e ci soffermiamo sulla genialità dello stilista che ancora una volta ha saputo fare un passo in più; il bello dei fashion show, a mio avviso, è proprio questo. Per essere spettacolari devono concentrarsi su qualcosa che mai ci aspetteremmo da quel creativo, come un cambio di stile o di ambientazione, qualcosa che crei un passaparola e che resti impresso nella mente.Diciamocelo, oggettivamente siamo tutti un pò stanchi della solita passerella, degna solo di chi, ( cito per esempio Armani) ha ormai un nome talmente solido e potente da potersi permettere- ed essere quasi obbligato nella realtà- di non innovare e lasciare che i capi viaggino da soli, senza voci fuori campo. Essere all’avanguardia oggi è importante ed è secondo me da lodare chi riesce a farlo così velocemente da stupire da un lato e creare interesse dall’altro.

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  2. Susanna Poggi
    susanna poggi   30 Gennaio 2013 at 19:14

    Sono d’accordo con lei, professore, sulla sua ultima riflessione e credo, infatti, che percepire la mancanza di qualcosa in una sfilata sia anche dovuto al rapporto location-abiti, che non sempre si sposano alla perfezione. Penso, però, che dopo aver partecipato a un fashion show di uno stilista a mio avviso fenomenale, come Giambattista Valli, siano gli abiti che questo designer riesce a realizzare a darci la sensazione che manchi qualcosa: tolgono il fiato e forse è proprio questo quel qualcosa che sentiamo mancare.
    Purtroppo, o per fortuna, io faccio parte di quella categoria di persone che riesce a trovare il bello anche nel peggiore dei contesti; potrei innamorarmi di un abito anche in mezzo alla pattumiera, probabilmente. Non riesco però nel contrario.. Mi spiego.. Mi rendo conto che l’ambientazione migliori (e talvolta aiuti!)la percezione della collezione stessa ma la sfilata di Louis Vuitton per la PE 2013, per esempio,è stata un successo specialmente grazie al contesto creato.
    Scale mobili e colori accesi hanno fatto da meraviglioso contorno a una collezione, a mio avviso, richiamante tovaglie da cucina. Capisco che la scacchiera sia un tema a cui la Maison -e Marc Jacobs di conseguenza- siano fedeli, ma questo, per me è troppo. E’ importante non farsi “intortare” dall’ambientazione!
    Tutto questo per dire: abiti e location, o performance o quel che si voglia, devono andare a braccetto e completarsi. Qualora quest’ultima superi i primi, l’aspettativa viene tristemente tradita.

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  3. Giorgia Ceroni
    Giorgia Ceroni   31 Gennaio 2013 at 10:49

    Per me la location per una sfilata è importante, altrimenti si rischia di perdere la congruenza con la collezione stessa. Nel caso di Giambattista Valli, se avesse scelto una location futuristica, i suoi abiti romantici avrebbero perso certamente l’identità! L’eleganza è una parola che dà adito a mille interpretazioni. Non c’è un’eleganza, ci sono molti tipi di eleganza e soprattutto molti modi per realizzarla e rappresentarla. Se la moda è una forma d’arte, allora perché non impegnarsi nella scelta di una buona scenografia?! Atteggiamento che mi trovo a condividere solo se la rappresentazione teatrale della collezione è dovuta ad un completamento di un bel lavoro e non come qualcosa che distolga l’attenzione da un pessimo lavoro.

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  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto cantoni   1 Febbraio 2013 at 17:53

    Cara Georgia, ovviamente sono molto in sintonia con la sottolineatura che fai sull’importanza della location. Riflettendo su quello che ho scritto il senso della mia narrazione e’ questo: la location prestigiosa in se’ e’ troppo poco per gli scopi della moda; la location prima di tutto deve essere pertinente alle significazioni presupposte da una collezione; senza pertinenza, l’efficacia di un evento esce velocemente dalle finestre dell’edificio simbolico che dobbiamo edificare per favorire la modazione.
    Direi che siamo d’accordo. E forse anche Susanna, piu’ fortunata di me dal momento che riesce a distillare bellezza anche dalle pattumiere, potrebbe trovarsi d’accordo.

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