Stasera andiamo a Palazzo. Per gioco.

Stasera andiamo a Palazzo. Per gioco.

“Stasera andiamo a Palazzo a vedere l’Armani: ho trovato i biglietti!” A Palazzo? Armani? Già fantasticavo su cosa mi sarei potuta mettere, chissà chi ci sarebbe stato, quali posti avremmo avuto… Ma che sfilata c’è il 3 ottobre a Bologna? E poi… in quale Palazzo?! Improvvisamente il risveglio. Non si tratta di una sfilata di Armani ma di una partita di basket all’Unipol Arena (il Palazzo!): Virtus contro Milano. E così lo scintillio che in un battibaleno si era creato nei miei occhi è scomparso lasciando il posto a un’unica domanda: e io cosa capirò?

Sì, perché se è vero che ormai sono a Bologna da quasi 10 anni e che qui la pallacanestro è più importante del calcio, non mi sono mai applicata abbastanza per conoscere le regole, per capire il meccanismo del gioco. Poco importa. Con al fianco un intenditore, un ex giocatore, estremo conoscitore delle regole certamente sarà una passeggiata.

Arriviamo a Casalecchio e parcheggiamo all’Ikea. Siamo in anticipo e quindi perché non fare un giretto in quel dedalo di corridoi? Guardo peluche, bicchieri, poltrone e candele… vorrei comprare tutto, mi serve tutto! Ma scorgo una lieve pressione nello sguardo del mio accompagnatore e capisco che per un appassionato, vedere il riscaldamento, le prime fasi di entrata in campo dei giocatori, è fondamentale.

Il “mentore”

Finalmente eccoci salire le scale del Palazzo (non siamo in parterre?!) e posizionarci su degli sgabellini così piccini e scomodi da far rabbrividire. Giusto in tempo per vedere entrare in campo la Virtus Bologna e l’Olimpia Milano, quella di Armani appunto. Mi guardo attorno e cerco di capire chi sono gli spettatori: ci sono famiglie al completo, bambini che sgranocchiano le patatine soddisfatti di farlo in un orario generalmente a loro vietato, ragazzi con sciarpe bianco nere al collo, e anche un cospicuo numero di donne. Poi in alto un piccolo spicchio rosso dedicato agli ospiti. “Ma c’è anche Armani?” questo il mio unico pensiero…

Ore 20.30. A Palazzo i tamburi e gli applausi scandiscono l’entrata dei giocatori di casa. Prima, invece, mentre “quelli di Milano” entravano, solo un tripudio di fischi e bu, ad eccezione di un applauso per Keith Langford che, come mi spiega il mio “mentore”, ha giocato in Virtus e se ne è andato con l’amaro in bocca dichiarando in un’intervista a giugno 2009: “Seguirò sempre la Virtus, coi suoi tifosi è il posto migliore in Europa per giocare”. E i suoi tifosi lo sanno e lo stanno dimostrando.

“Palla a due” e si comincia. 24 secondi per ogni azione. Attacco. Difesa. Questi ragazzi in meno di cinque secondi corrono per 28 metri scambiandosi in maniera repentina la palla. Poi un fischio. Che è successo? Perché ha fischiato? “Hanno fatto fallo! Infrazione di passi.” Il mio sguardo è attonito. Il mio compagno capisce che sarà una lunga partita, non tanto per i 40 minuti giocati in campo, quanto per le spiegazioni che dovrà dare a me. Senza staccare gli occhi dai giocatori mi spiega che quando hai la palla in mano non puoi muoverti, lo puoi fare solamente palleggiando. Altrimenti, se non palleggi, puoi fare un passo tenendo un piede sempre fermo. Oppure, se stai palleggiando, puoi fare un “arresto e tiro” in uno o due tempi… Purtroppo per lui, al primo “non puoi” la mia attenzione era svanita e lo sguardo si era posato su un “bestione” di 2 metri e 13 per 122 chili che “manco una gru sarebbe riuscita a spostarlo”. Ma cosa mangiano questi ragazzi per essere così?

Improvvisamente rinsavisco dai miei pensieri e osservo un giocatore che dalla lunetta sta tirando due tiri liberi. “Perché?” “Perché hanno fatto fallo”. “Ma prima non li hanno tirati, hanno solo cambiato il possesso palla”. “Si ma questo era un fallo da contatto fisico” sbuffa. Capisco che è meglio evitare di chiedere altre specifiche riguardo a queste situazioni e mi concentro per cercare di capire meglio il gioco. Suona la sirena. Fine primo quarto. Solo due minuti di pausa in cui gli allenatori, che a confronto dei giocatori sembrano dei lillipuziani, cercando di far capire agli atleti quali tecniche e quali schemi utilizzare.

Riprende la partita. Entra in campo un ragazzo di 18 anni: Imbrò. “Un fenomeno” ho sentito dire da un signore seduto vicino a noi. E in effetti gioca bene: un buon connubio tecnico e atletico considerando anche la giovane età. Poi improvvisamente ecco che i “Forever Boys Virtus” iniziano a fischiare e a intonare un coro (poco elegante) contro un certo Basile. Cosa avrà fatto mai? “Beh, era il capitando della Fortitudo” acerrima nemica della Virtus.

Al termine del secondo quarto, durante i 15 minuti di pausa, in campo arrivano le piccole cheerleaders con  pompon, costumi e tanta grinta che, diciamocelo, più di ricreare attenzione nei confronti dei tanti maschietti presenti, hanno donato tanto orgoglio ai loro genitori.

Le Cheerleader

Allo scadere del quarto d’ora, dopo il cambio di campo, ecco di nuovo le due squadre correre, sudare, scambiarsi palla, andare a canestro… il tempo sembra volare e i seggiolini, che prima sembravano così scomodi, ora paiono come delle poltrone. L’adrenalina inizia a salire, gli animi si scaldano… mi accorgo di essermi alzata ripetute volte ad applaudire una bella azione, un canestro da tre, e a sorridere ammiccando.

Quasi al termine dell’ultimo quarto, ecco che l’arbitro fischia un fallo a favore della Virtus. Ma poi cambia idea spronato dal collega, dando possesso palla a Milano. La folla esplode e impreca come fin’ora non avevo ancora sentito fare. Si perché a Palazzo, rispetto a uno uno stadio di calcio, i tifosi applaudono molto di più, commentano in maniera più composta e, nonostante le trombe e i tamburi dei Forever Boys (la curva), tutto sembra apparentemente più elegante e meno pericoloso. Basti guardare anche le sedute degli spettatori: a ridosso del campo. E senza problemi di invasione o lanci in campo di oggetti. Tant’è che al termine della partita (finita – lo dico per dovere di cronaca – 67 a 64 per la Virtus) i giocatori sono andati a salutare i tifosi, stringendo mani e abbracciando i più calorosi. Un esempio di come lo sport possa ancora essere vissuto come gioco, senza risse o colluttazioni.

Mi è piaciuta questa esperienza, indipendentemente dalle squadre o dal risultato. Nonostante probabilmente dovrei ancora imparare alcune regole e capire “certi fischi”, sono certa che ritornerò.

 

P.S. Per fortuna nessuno dei virtussini si è accorto che indossavo scarpe e borsa di Armani…

 

Roberta Filippi

Bresciana di origine, bolognese di adozione e svizzera nell’organizzare la mia vita. Pretendo che tutto sia sempre scadenzato e gestito con la tempistica più rigorosa possibile. L’ordine per me è una mania, ad esclusione della mia scrivania che non è nulla a confronto di un campo da guerra. Ho la fortuna di lavorare come avrei sempre sognato: in modo indipendente, con collaboratori intelligenti e facendo ciò che più mi piace, scrivere e organizzare. Intenzionata a voler sempre arricchire le mie conoscenze e sempre pronta a scoprire nuove cose, combatto le mie giornate tra Mac, agende, planning, farina e padelle. Perché per essere veramente realizzata devo poter trovare il tempo per cucinare un risotto o sfornare del pane caldo da gustare per cena, rigorosamente con un buon bicchiere di vino.
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