Terremoto dell’Aquila 9 anni dopo: intervista all’Ing. Domenico Costantini

Terremoto dell’Aquila 9 anni dopo: intervista all’Ing. Domenico Costantini

L’AQUILA – L’Ingegnere Domenico Costantini ci aggiorna sullo stato attuale della città a 9 anni dal disastro che l’ha colpita il 6 aprile 2009.

Non si potranno mai dimenticare i terremoti che hanno devastato l’Italia in questi anni: l’Aquila, l’Emilia ed infine il Centro Italia. E ognuno di questi, nella fase della gestione post terremoto e ricostruzione, ha una storia a sé.

Tutti accomunati dalla presenza incombente della macchina burocratica che ha spesso rallentato, per non dire come nell’ultimo terremoto, molto rallentato la ricostruzione.

Riporto l’intervista che ho fatto di alcuni mesi fa (Maggio 2017) all’ ingegnere Domenico Costantini, testimone del terremoto dell’Aquila.

E poi alcune riflessioni sullo stato attuale.

Domenico qual è stata la sua esperienza con il terremoto?

Ricordo come se fosse ieri i giorni precedenti la scossa del 06 aprile 2009, quando avevo 24 anni e stavo seguendo gli ultimi corsi della laurea triennale. Le scosse si susseguivano con una certa insistenza da almeno 4 mesi e ci stavo quasi facendo l’abitudine. Molti aquilani stavano ormai convivendo con tale situazione:in città girava voce che era meglio così, poichè attraverso uno sciame sismico si sarebbe dissipata l’energia un po’ per volta. Invece non è andata così: da quella mattina del sei aprile per gli aquilani e per la gente che poi è entrata a far parte del cosiddetto “cratere simico” c’è stato un nuovo anno zero, un prima e un dopo. Io sono stato fortunato ad essere uscito senza problemi dal mio edificio che ha riportato solo lievi danni, ma ricordo ancora le urla nel buio delle persone intrappolate sotto le macerie, la sensazione di impotenza di fonte a quello che stava succedendo, il terribile odore di gas, dovuto alla rottura delle tubazioni degli edifici crollati, i telefoni fuori uso a causa delle linee intasate e le continue scosse di magnitudo anche importante, che si susseguivano a distanza anche di pochi minuti l’una dall’altra. L’indomani mattina io e mia sorella, anch’essa studente di ingegneria, con solo la paura e alcuni vestiti, ci siamo messi in macchina per andare verso luoghi che ritenevamo più sicuri, ovvero verso la costa abruzzese, ma anche qui la situazione si è rivelata peggiore del previsto: strade crollate, edifici pericolanti prospicenti le vie, impalcati dei ponti usciti dalla loro sede. E le scosse continuavano a rincorrerci…

Uno scenario apocalittico quello che ha appena descritto ma tutto sommato siete stati fortunati: non siete stati feriti, né tu né i ti tuoi familiari, e la tua casa non ha subito grossi danni!

Si infatti, siamo stati fortunati considerando che in quelle ore cominciava la triste conta dei feriti e delle vittime (309 anime)

Abbiamo visto tutti le immagini del terremoto di L’Aquila subito dopo il terremoto, ma ad oggi (Maggio 2017) com’è vivere a L’Aquila, la ricostruzione è finita?

Purtroppo la ricostruzione è ben lungi dall’essere finita, ci vorranno ancora diversi anni, ma sinceramente molto è stato fatto, soprattutto in periferia, dove quasi tutti i fabbricati sono stati riparati o ricostruiti, mentre per il centro storico de L’Aquila e soprattutto quelli delle frazioni, la situazione è ancora complicata.

Come mai tutti questi ritardi ?

In realtà, al contrario di quello che possono pensare le persone che non hanno vissuto l’esperienza del terremoto, non si tratta di ritardi ma di difficoltà, che è ben diverso. Le difficoltà di cui parlo sono molteplici, sia dal punto di vista tecnico, ma anche, purtroppo, dal punto di vista burocratico, cosa che in Italia non ci facciamo mai mancare. Ricostruire una città dopo un terremoto non significa soltanto dare dei soldi “a pioggia” ai cittadini per consentire loro di riparare la propria casa: è necessaria una visione più ampia sulle opportunità future di sviluppo del territorio, in modo tale che gli interventi non si trasformino banalmente in una questione tecnica di ricostruzione di quello che c’era “com’era dov’era” .Per un edilizia degli anni sessanta (con scarso valore sia tecnico che storico) può non avere molto senso questa fiolosofia. Bisogna inoltre creare gli strumenti per cui i soldi stanziati vadano a buon fine e non si perdano nei mille rigagnoli delle maglie della pubblica amministrazione o peggio ancora nelle tasche della malavita. Da questo punto di vista a L’Aquila si può dire che si è stati abbastanza immuni dalle infiltrazioni malavitose, fatta eccezione per alcuni episodi. Comunque, rispetto alla mole di soldi e alla vastità del territorio coinvolto, si può asserire che la situazione è stata tenuta sotto controllo. Di questo buon risultato bisogna chiaramente ringraziare le istituzioni che hanno vigilato attentamente sulla ricostruzione, ma forse ancora di più gli aquilani stessi, che hanno diffidato di imprese e tecnici come dire “poco raccomandabili”.

Lei parla di imprese, di tecnici; ma lì c’è stato molto da fare e molto ancora ne rimane. Da parte del mondo delle professioni tecniche come è stato gestita la ricostruzione secondo lei?

I tecnici da subito sono stati chiamati ad operare in prima linea, infatti sono stati loro che subito dopo la fase dell’emergenza hanno letteralmente contribuito a far ripartire la città. Infatti ingegneri, architetti e geometri con le loro verifiche e analisi hanno da subito permesso la riapertura di alcuni edifici (quelli meno danneggiati) rendendo agibili, in alcuni casi anche solo parzialmente, attività commerciali, abitazioni, uffici ecc. Immaginate vivere in una città in cui la stragrande maggioranza degli immobili sebbene non crollati è inagibile. Vengono meno tutte le certezze come la propria casa, il luogo di lavoro, i supermercati, la scuola dove mandare i propri figli, solo per fare alcuni esempi. Vengono meno anche i cosiddetti luoghi di aggregazione sociale: il centro storico da luogo in cui passeggiare, rilassarsi, uscire con gli amici per un aperitivo si trasforma in un luogo inaccessibile e vigilato dai militari. Subito dopo il sei aprile 2009, i cosiddetti “sciacalli” erano in agguato per andare a rubare tra le case distrutte o danneggiate dal terremoto e quindi la città doveva essere sorvegliata dai militari.

Pensate cosa ha significato per l’Aquila, la cui economia era basata sugli uffici pubblici (essendo l’Aquila il capoluogo dell’Abruzzo), sul polo farmaceutico, ma soprattutto sull’università, con tutto l’indotto che questa comporta dovuto alla presenza degli studenti.

Vivere a L’Aquila dopo il terremoto non è stato facile sia per la condizione emergenziale sia per la situazione socio-economica che si è venuta a creare negli anni successivi al terremoto. Chi è rimasto ha accettato una specie di sfida con se stessio forse incantato dalla bellezza dei luoghi. Il terremoto ha distrutto non solo edifici, strutture e strade ma ha distrutto i luoghi di ritrovo, quelli in cui si socializzava. Immaginate una persona anziana che per generazioni ha vissuto nello stesso posto e adesso si trova delocalizzata in una abitazione provvisoria, magari a lei sconosciuta fino a quel momento; questa persona non riconoscerà mai quei luoghi come casa propria anche perché, forse, nella propria casa non ci tornerà più.

Un tecnico chiamato ad operare in una situazione come quella in emergenza post-sismica non ha il solo compito di restituire un fabbricato sicuro e confortevole ma ha il dovere morale di restituire sicurezza ad una popolazione a cui è stato tolto tutto, una sicurezza che va oltre la normativa, ma che mette al centro la persona e le sue necessità.

Come ha vissuto l’ultimo terremoto che ha colpito il centro Italia?

Questo nuovo tragico evento ha riportato alla memoria tanti ricordi, ma soprattutto mi ha ricordato che viviamo in un paese altamente simico dove il rischio è sempre in agguato e non bisogna mai abbassare la guardia. Questa volta sono stato parte attiva nell’emergenza, impegnato da subito come volontario nelle verifiche di agibilità post-sisma. Tante le situazioni drammatiche: intere frazioni rase al suolo, persone che avevano perso i loro cari, i loro affetti. La macchina del soccorso si è messa subito all’opera tramite la protezione civile, anche se questa volta è stata messa a dura prova perché le scosse sismiche si sono susseguite con una intensità davvero drammatica, passando dalla prima del 24 agosto a quelle del 30ottobre fino a quelle del 18 gennaio, a cui si è aggiunta l’ingente nevicata che ha isolato interi paesi dell’Abruzzo e causato la valanga a Rigopiano.

Alla luce delle sue esperienze prima da studente, poi da cittadino e ora da tecnico cosa pensa di questi eventi così drammatici. Si può fare qualcosa, oppure siamo condannati a ricorrere le tragedie ogni qualvolta che accadono?

Io credo che ognuno di noi all’interno della società abbia un ruolo e si debba chiedere: chi sono io? Sono un ingegnere, un architetto, un geometra, un professionista, sono un amministratore pubblico, un responsabile di una stazione appaltante, sono un costruttore, un imprenditore edile, sono un muratore, un carpentiere, un ferraiolo, un manovale, oppure sono un privato cittadino committente di un lavoro edile? Io sono “l’italiano medio” il comune cittadino. Nei giorni successivi al terremoto ho letto tante cose sul tragico evento che ha colpito il cento Italia. Tutti si sono scagliati contro qualcuno: la politica, i tecnici, le imprese ecc. La cosa che mi ha colpito di più è la mancanza di autocritica, Qualcuno scriveva su facebook “facciamo ricostruire Amatrice dai giapponesi”, come se gli ingegneri italiani non fossero capaci. L’Ingegneria italiana non è seconda a nessuno, in nessun campo; basti pensare alla meccanica con i capolavori che si costruiscono in Italia (cito solo le più blasonate Ferrari e Lamborghini), per non parlare di tutta la componentistica meccanica che si produce in Italia. Dal punto di vista dell’ingegneria civile, oggi abbiamo una normativa tecnica tra le più avanzate al mondo, siamo in grado di progettare con sistemi di isolamento sismico e di dissipazione delle azioni sismiche. Per quanto concerne il recupero del patrimonio edilizio esistente, francamente, siamo anche più bravi degli altri in quanto nessuno al mondo ha il nostro patrimonio storico-edilizio e quindi la nostra esperienza: veniamo chiamati in tutto il mondo per intervenire sugli edifici storici! Il problema non è tecnico ma culturale:o ci facciamo venire gli occhi a mandorla, oppure cerchiamo tutti di evolverci un po’ rispetto all’italiano medio. Cosi forse eviteremo, o meglio mitigheremo, il rischio sismico in futuro.

Riflessioni ad oggi

A tutt’oggi purtroppo i cantieri sono pochissimi.

La burocrazia domina su tutto,anche in queste condizioni di emergenza.In particolare per gli edifici pubblici.

Ne è un esempio la facoltà di ingegneria a ROIO. Costituita da due edifici , uno in stile fascista e uno di fine anni ’90. Da quanto riferito dall’ingegnere, quest’ultimo è stato ristrutturato, mentre il primo no,essendo di destinazione pubblica.

Invece per la periferia la situazione è molto diversa, essendo completata quasi per il 90%.

Il centro storico presenta tanti cantieri finiti, in corso e da fare.

Altro tasto dolente sono le frazioni: qui la situazione è spesso con gravi ritardi.

Nicoletta Gandolfi

Dott. Arch. Nicoletta Gandolfi Giornalista.

Laureata in architettura e iscritta all’ordine dei giornalisti, ha da sempre scritto su riviste di settore. Con spirito eclettico, tipico degli architetti, si occupa di architettura, urbanistica, arte e musica. Collabora anche con televisioni locali. La curiosità è il motore fondamentale del suo interesse e continui aggiornamenti.

Nicoletta Gandolfi

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