Tutti i Premi del 33° Torino Film Festival

Si è chiusa sabato 28 novembre la trentatreesima edizione del Torino Film Festival, con la consueta cerimonia di premiazione al Reposi 3 condotta dalla direttrice artistica Emanuela Martini e dall’attrice comica e madrina del festival Chiara Francini, alla presenza della Giuria ufficiale composta da Valerio Mastandrea, Marco Cazzato, Josephine Decker, Jan-Ole Gerster e Corin Hardy. L’edizione 2015 della kermesse, che nel lontano 1982 era ancora chiamata Festival Internazionale Cinema Giovani, è una prestigiosa vetrina del cinema italiano, internazionale e mondiale e, anche quest’anno, si è rivelato un appuntamento ricco di sorprese che ha saputo coniugare qualità e quantità. Il pubblico di appassionati e addetti ai lavori, accorso come sempre numeroso, ha potuto assistere alle proiezioni dei film in concorso nelle principali sezioni, inebriato da qualche gustosa novità, mi riferisco all’introduzione di Notte Horror e Palcoscenico, quest’ultima sezione aggiuntiva, tentativo ben riuscito di far incontrare e coniugare i diversi eppur simbiotici linguaggi di cinema e teatro. Dalla retrospettiva a tema distopico e post-apocalittico Cose che verranno – organizzata in due sezioni comprendenti i film più rappresentativi sulla “fine del mondo”, dalle pietre miliari di Kubrick agli instant cult contemporanei di Kathryn Bigelow – all’omaggio tributato al mito di Orson Welles – basti aver osservato il poster ufficiale del Festival e aver partecipato alla rassegna dedicata alle sue opere più rappresentative – la kermesse ha saputo dare risalto tanto alla memoria storica del cinema e ai suoi grandi nomi, quanto alle nuove leve che si affacciano con determinazione nel variegato e complesso panorama di celluloide. È stato ad esempio presentato in concorso I racconti dell’orso di Samuele Sestieri e Olmo Amato, coraggiosa produzione italiana low budget che ha scommesso su un’intima storia realizzata interamente dai due autori durante un viaggio di quaranta giorni tra Finlandia e Norvegia. Si tratta senza dubbio di una narrazione distopica e sognante colma di fascino e di grande sensibilità che non è passata inosservata ai critici.

Noi di Mywhere, nel vasto assortimento dei titoli presentati, abbiamo cercato di rintracciare il fil rouge che potesse accomunare tanto il gusto della giuria critica, tanto quello del pubblico presente in sala, per catturare gli umori, ma soprattutto le tendenze di questa edizione appena trascorsa del Torino Film Festival. Per questo motivo, prima di elencarvi nel dettaglio tutti i premi, abbiamo pensato di parlarvi di quattro tra i film più rappresentativi tra quelli che hanno ricevuto importanti riconoscimenti: Keeper, La Patota, Sopladora de Hojas, A Simple Goodbye. Perché proprio questi film? Innanzitutto ci sembra che il filo conduttore che li accomuna tutti sia la riflessione sulla famiglia e sul valore catartico di giustizia sociale nei contesti di marginalizzazione dell’individuo o in quelli, pur sempre di esclusione, della propria realtà politica e familiare di riferimento. Keeper di Guillaume Senez, pellicola co-prodotta da Belgio, Svizzera e Francia, è stata insignita dalla giuria del Premio come Miglior film (€ 15.000). Primo lungometraggio del cineasta, si situa in stretta continuità col suo precedente cortometraggio “In our blood”, tragica vicenda della violenza domestica architettata sistematicamente da un padre-padrone crudele. Al suo esordio, Guillaume Senez concepisce quella che a buon diritto può definirsi l’opera della maturità, poiché, grazie ad una messa in scena rigorosa e realistica, emula con grande capacità innovativa il cinema vérité dei suoi maestri Mike Leigh e Abel Ferrara. L’intento del regista nel raccontare le traversie dei due giovanissimi futuri genitori, Maxime (Kacey Mottet Klein) e Mélanie (Galatea Bellugi), non è di stampo moralizzatore o pedagogico, ma proteso a mostrare la situazione difficile in cui versano due outsider abbandonati al loro destino, anche se così caparbi da saper fronteggiare, a soli quindici anni, una situazione complessa come la nascita di un figlio. Più manifesto libertario che cinema politico dunque, Keeper ha incantato pubblico e giurati per la sua forza drammaturgica e per l’empatia che è in grado di far provare nei confronti dei due ragazzini. Di tutt’altro genere, La Patota di Santiago Mitre, Premio Speciale della Giuria, affronta sempre il tema dell’esclusione sociale, ma questa volta dal punto di vista di una donna dalla forte tempra, Paulina (Dolores Fonzi, premiata anche come Migliore Attrice), la quale, giunta nel remoto confine tra Paraguay e Brasile dopo aver avviato una carriera forense di successo a Buenos Aires, deve confrontarsi con un orrore più grande di lei: la violenza efferata subita da parte di una sanguinaria gang di strada. Ma la donna, più forte della marginalizzazione, si rialza e continua indomita a lottare, anche da sola. In mezzo al sangue e al respingimento collettivo (lo stupro di gruppo) della donna in un inferno terreno, il film articola con sapienza un discorso incentrato sul potere legislativo di un paese fintamente democratico – e a subire il collasso sarà in questo caso il padre di Paulina che è anche giudice – e sulle sfumature culturali che possono rendere polifunzionale il significato di giustizia: essa dipende dal contesto culturale di riferimento? Può definirsi universale? Colpisce solo i carnefici o ne fanno le spese anche vittime innocenti? A tutti questi interrogativi prova a rispondere un film sull’idealismo negato e sull’attivismo partecipe che racconta una storia di emarginazione con sfumature thriller, come aveva già saputo fare la Palma d’oro Jacques Audiard con Dheepan. Di tono più leggero, ma non per questo di natura inconsistente è l’opera prima del messicano Alejandro Iglesias Sopladora de Hojas, intenso “bildungsroman” adolescenziale in bilico tra commedia briosa e toni dolceamari. Vincitrice del Premio per la migliore sceneggiatura ex-aequo con A Simple goodbye, la pellicola racconta l’ odissea di un trio di ragazzini “aspiratori di foglie” (traduzione del titolo del film dal messicano), intenti a cercare un mazzo di chiavi sotto un letto di foglie morte. Lo sparuto gruppetto si deve sbrigare nella surreale impresa, perché deve recarsi alla commemorazione funebre dell’amico scomparso Martin. Applaudito dal pubblico in sala, Sopladora de Hojas è un apologo dolceamaro sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sul modello di Stand by me di Rob Reiner tratto dal romanzo di Stephen King. Il regista riesce ad elevare l’odissea quotidiana della ricerca delle chiavi, a momento catartico e a paradigma dello scorrere del tempo, vero ed unico effetto speciale del film. Chiudiamo la nostra analisi sui vincitori con A simple Goodbye, altro trionfatore del Premio alla migliore sceneggiatura. Alla sua seconda regia, la cinese Dejena Yun realizza un dramma che analizza dinamiche sociali e interpersonali trascolorando dal generale all’autoreferenziale, poiché dietro la storia narrata c’è anche un po’ della sua reale biografia. Una donna pechinese si reca al capezzale del padre morente, regista in pensione che, in attesa della morte, riprende i contatti con la moglie pur mal sopportandola. Ancora una volta siamo di fronte ad una famiglia disfunzionale e ad una vita, quella della giovane protagonista, divisa tra incomunicabilità e tristi rimpianti. Come insegna il maestro Ozu, al limitare dell’autunno dell’esistenza si nasconde anche il segreto per una riunificazione degli affetti, che sia essa dettata dalle circostanze avverse o realmente sentita. Per Dejena Yun il tema è particolarmente forte, perché suo padre, come quello nella finzione, è stato realmente un regista e il film, oltre ad essere un omaggio al genitore Saifu è anche, nella valenza metacinematografica dell’opera, antidoto al dolore esiziale che ogni personaggio si porta dietro, tra una ruralità tracimante elegia e un urbanesimo congestionante.

Qui trovate tutti i Premi del 33° Torino Film Festival:

MIGLIOR FILM:

KEEPER di Guillaume Senez (Belgio/Svizzera/Francia, 2015)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo:

LA PATOTA di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015)

PREMIO PER LA MIGLIORE ATTRICE 

Dolores Fonzi per il film LA PATOTA di Santiago Mitre (Argentina/Brasile/Francia, 2015)

PREMIO PER IL MIGLIORE ATTORE

Karim Leklou per il film COUP DE CHAUD di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015)

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA

ex-aequo a SIMPLE GOODBYE di Degena Yun (Cina, 2015) e SOPLADORA DE HOJAS di Alejandro Iglesias Mendizábal (Messico, 2015)

PREMIO DEL PUBBLICO

COUP DE CHAUD di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015)

La Giuria di Internazionale.doc, composta da Maja Bogojevic, Leonardo Di Costanzo, Marie Losier, ha assegnato i seguenti premi:

MIGLIOR FILM

FI RASSI ROND-POINT di Hassen Ferhani (Algeria/Francia, 2015)

PREMIO SPECIALE

GIPSOFILA di Margarida Leitão (Portogallo, 2015)

 La Giuria di Italiana.doc, composta da Jonas Carpignano, Minnie Ferrara, Giovanni Giommi, ha assegnato i seguenti premi:

MIGLIOR FILM

IL SOLENGO di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (Italia, 2015)

PREMIO SPECIALE

LA GENTE RESTA di Maria Tilli (Italia, 2015)

La Giuria di Italiana corti, composta da Dente, François Farellacci, Tiziana Lo Porto, ha assegnato i seguenti premi:

PREMIO CHICCA RICHELMY PER IL MIGLIOR FILM 

LE DOSSIER DE MARI S. di Olivia Molnàr (Belgio, 2015)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

LA DOLCE CASA di Elisabetta Falanga (Italia, 2015)

 SPAZIO TORINO  

CORTOMETRAGGI REALIZZATI DA REGISTI NATI O RESIDENTI IN PIEMONTE  

Premio Achille Valdata per il Miglior cortometraggio

(in collaborazione con La Stampa – Torino Sette):

TRAM STORIES di Leone Balduzzi (Italia, 2015)

Premio Fipresci per il Miglior film

LES LOUPS di Sophie Deraspe (Canada/Francia, 2015)

Premio Cipputi 2015 per il miglior film sul mondo del lavoro

IL SUCCESSORE di Mattia Epifani (Italia, 2015)

Tutti i Premi del 33° Torino Film Festival

Vincenzo Palermo

Cinefilo vorace e accanito bibliofilo, aspetta con pazienza un primo contatto alieno dal 1992, anno in cui vide Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e si innamorò del cinema e del regista di Cincinnati. Una laurea in lettere, il grande schermo come fissa dimora, la cultura come pane quotidiano: segue festival e rassegne cinematografiche, mostre d’arte e conferenze letterarie. Ama indistintamente Dante e Boccaccio, Nabokov e Stephen King, Hieronymus Bosch e Caravaggio, Bergman e Scorsese. Se il caro vecchio Doc di Ritorno al futuro potesse teletrasporarlo in un’altra epoca a 88 miglia orarie, sceglierebbe di tornare al Medioevo dei cantori d’arme e d’amore, di streghe e cavalieri giostranti. Scrive recensioni, saggi e articoli di approfondimento su testate giornalistiche on-line e riviste specializzate.
Vincenzo Palermo

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