Verginità rapite, il romanzo di Ismete Selmanaj Leba

La copertina del libro "Verginità rapite" di Ismete Selmanaj Leba
Verginità rapite, il romanzo di Ismete Selmanaj Leba edito da Bonfirraro

ITALIA – Verginità rapite: una storia di coraggio e di riscatto.

Mira. Come mirabile, degna di ammirazione, meravigliosa. Per lei vale l’espressione latina Nomen omen, il destino nel nome, di nome e di fatto. Un presagio di lotta, la profezia di una battaglia che inizia a quindici anni, tra i banchi di scuola, quando la violenza di un uomo la sorprende poco più che bambina e ne segna la vita per sempre.

Stuprata più volte dal professor Estref, segretario del Partito della scuola, e minacciata dalla certezza della tragica sorte che sarebbe toccata a lei, e ai suoi cari, se solo avesse osato denunciare, Mira tace, e si porta dietro il mormorio delle malelingue fintamente benpensanti, come un codazzo strisciante che la segue passo passo, dal giorno in cui si scopre incinta. Quasi fosse lei la peccatrice, l’imputata, la polvere viziata e viziosa da nascondere sotto il tappeto di certe ipocrisie.
“Non è che il Partito legalizzasse gli stupri o i rapporti intimi con i minorenni, ma era il sistema stesso a renderli possibili: abbandonando o disprezzando le ragazze che li subivano, in quanto cattivo esempio per la morale comunista, il sistema puniva le vittime e lasciava liberi gli aguzzini. Le ragazze-madri ricevevano la prima punizione dall’opinione pubblica e, in secondo luogo, dallo Stato che non prendeva in considerazione le violenze sessuali, relegandole ad argomenti di cui discutere a bassa voce” scrive Ismete Selmanaj Leba nel libro “Verginità rapite“, edito da Bonfirraro. Un libro appassionato e feroce, un libro che resta e sopravvive al suo fisiologico epilogo narrativo.

Nell’Abania degli anni Ottanta, in pieno regime dittatoriale, il Paese è stretto nella morsa soffocante della tacita sudditanza ai suoi ideali e la legge dello Stato vieta l’aborto. Mira porta avanti la gravidanza con coraggio e dedizione, sebbene fosse il frutto di un atto immorale ed aberrante. In ospedale, al momento della nascita, le autorità competenti prelevano il bambino contro la volontà della madre e provvedono a nasconderne le tracce, affinché il segretario del Partito non corra alcun rischio e che nulla di tutta quella storia, non un solo indizio, una sola traccia, ne comprometta la reputazione ed il ruolo politico così fortemente osannato.

La storia di Mira, l’impalcatura descrittiva che sottintende l’intero romanzo, è probabilmente riconducibile ad una parola sola, una delle più belle al mondo perché il mondo, poi, lo tiene in piedi: perseveranza. E’ questo che fa Mira. Persevera. Sceglie di non piegarsi, di non lasciarsi morire e, così, comincia lentamente a lottare. Dapprima lotta per la sopravvivenza, poi per la vita stessa, in ultimo per creare valore nella vita degli altri. Diventa un medico stimato, un pediatra conosciuto in tutta l’Albania, un faro di speranza o, come dice l’autrice stessa, una donna che mette le ali alle donne. Mira costruisce una fitta rete di mutuo soccorso allo scopo di alleviare l’inferno di chi, come lei, è stata violentata, usurpata nella giovinezza e nella dignità, o costretta in un matrimonio rabbioso alle cui botte non può sottrarsi perché farlo, ribellarsi, vorrebbe dire creare un precedente, una falla nel sistema del regime che silenzia, mette alla gogna e punisce qualunque forma di espressione, mentre il Paese è vessato dalla povertà ed ogni giorno la sua gente combatte per mangiare, vestirsi, ripararsi dal freddo poiché cibo, acqua e legna sono fortemente razionati. Anche l’Albania persevera, negli anni della dittatura, al pari di Mira. Persevera e resiste.

Mira e la sua terra si somigliano. Entrambi provano a puntare i piedi e a risalire il baratro, come la leggendaria fenice che dalle sue ceneri rinasce. Ad emergere è l’immagine di una nazione e di un popolo generosi e di buon cuore a cui molto è stato tolto, indebitamente sottratto con l’illusione di un falso mito, come accade per ogni dittatura nella storia, eppure ricco di potenziale, di bellezza e di altruismo.
La storia di Mira è anche la storia di nonna Zara che, mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi figli, nell’inverno del 1943, con i soldati tedeschi alle porte, nasconde e protegge Salvatore, un soldato siciliano che non la dimenticherà mai e che tenterà in ogni modo di ritrovarla. E’ una storia di confini che cadono, questa storia. Di generazioni che si incontrano, differenze culturali che si annullano, di ponti ideali costruiti per accorciare le distanze da cuore a cuore, da Tirana a Messina, dall’Italia all’Albania, facendo vicino ciò che la convenzione e la geografia vorrebbero lontano.

E’ un libro bellissimo, questo libro. Commovente in molti tratti. Ismete Selmanaj racconta con incisività e dolcezza le storie che ascoltava da ragazza, a Durazzo, dov’è nata. Quelle stesse storie di cui amici e parenti sussurravano con prudenza, e che in “Verginità rapite” trovano finalmente spazio libero e voce piena. Ti lascia addosso la voglia di stringere la mano a Mira e a nonna Zara, di guardare il mare della Sicilia dal cortile di casa di Salvatore, di intonare i versi dei poeti albanesi, di trasformare in primavera l’inverno.

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

2 Responses to "Verginità rapite, il romanzo di Ismete Selmanaj Leba"

  1. Anna Memoli   22 Gennaio 2017 at 15:26

    Sono rimasta estremamente affascinata dalla splendida recensione scritta da Antonia Storace su questo splendido libro tratto da una storia vera. Adoro leggere libri , ma soprattutto amo leggere storie reali.
    La storia di Mira mi avvicina ad un lontano ricordo , quello della mia nonna , la quale vittima di uno stupro , fu costretta , sotto gli occhi critici e cinici a nascondere tanto dolore e dare in adozione il frutto della sua violenza. Correva il lontano 1943 e lei come Mira ha dovuto aprirsi la strada da sola, fare a botte con la vita e scegliere di dirigersi controcorrente, perché quando la vita ti colpisce, non sempre riesci a camminare di fianco ad altri. Acquisterò questo splendido libro e mi immergerò pienamente nella vita di Mira e la sua meravigliosa nonna , e forse in alcuni punti potrò ritrovare dolori e ricordi che mi raccontava la mia bellissima nonna Anna.
    Ringrazio ancora Antonia Storace per questa splendida recensione.

    Rispondi
  2. Antonia Storace   22 Gennaio 2017 at 20:13

    Ciao Anna,

    grazie di cuore per questo bellissimo commento e per aver scelto di condividere con noi una parte così intima e delicata della tua storia personale. Immagino sia vero che, ad un certo punto, le parole smettano di essere di chi le scrive per diventare di chi le legge, aprendo finestre sul mondo degli altri dalle quali è possibile vedere con chiarezza quanti punti in comune esistono con gli altri.

    Ancora grazie,
    Antonia

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.