La zeppa

La zeppa

Di Federica Tonet

La zeppa ha origini lontane nel tempo; frutto di una necessità, conosce in seguito uno sviluppo molto nobile, per diventare infine segno di vanità e di civetteria femminile.

Bisogna risalire all’antico Egitto per vederla apparire come appannaggio dell’uomo e più sorprendentemente dei macellai, al fine di evitare che nelle loro botteghe il piede venisse a contatto con il sangue.

La ritroviamo poi nel teatro greco, nel V secolo a.C., per esigenze sceniche. Tuttavia è nella Roma Imperiale che diventa un vezzo femminile: le matrone romane indossavano infatti sandali con una zeppa di 13-15 cm ed in alcuni casi anche di più.

Modello di pianella rinascimentale con suola molto alta

La posizione scomoda a cui costringeva il piede la fece però progressivamente scomparire. Assente durante tutto il Medioevo, essa ricomparve in pieno Rinascimento, sotto il nome di “pianella”. Il termine “pianelle” è utilizzato dagli storici del costume per indicare tutti i tipi di calzatura con zeppa indossate nei paesi europei tra il XIV ed il XVII secolo, frutto dello sviluppo graduale del tradizionale zoccolo medioevale indossato tanto dai poveri quanto dai ricchi. Impiegate soprattutto per difendersi dalla sporcizia del terreno, esse presentavano delle sagome che lasciavano scoperto il calcagno e delle suole rialzate, tramite strati di legno o sughero, talvolta fissate al piede solo da strisce di cuoio o di stoffa. Inizialmente erano calzature sia da donna che da uomo; in seguito in varie città – tra le quali anche Firenze – se ne vietò l’utilizzo da parte degli uomini.

I rialzi erano principalmente di 8-10 centimetri, ma in alcuni casi potevano raggiungere anche uno spessore di 50 centimetri; tutto ciò lo fece ritenere dagli studiosi il modello di scarpe femminili probabilmente più estremo che sia mai stato creato in Occidente.

Modello di pianella rinascimentale con suola alta

I materiali e principalmente l’altezza della zeppa che, secondo il Vecellio, in Lombardia e a Genova non fu mai vertiginosa come nei modelli veneziani, ne determinarono via via le possibili varianti.

A Milano esse venivano chiamate “sibre” o “solee”, a Venezia “zoccoli”, “ calcagnini” o “mule”.

Queste pianelle appartenevano a diverse tipologie, ognuna delle quali, a seconda dell’altezza, trasmetteva informazioni precise sul ceto e sull’identità della donna che le indossava.

Celebri diventarono infatti a Venezia: la “pianella dakla”, con zeppa molto alta ed utilizzata dalle cortigiane, e sopratutto le “chopines”. Quest’ultime scarpe, bizzarre e molto eleganti, venivano indossate invece dalle belle aristocratiche veneziane che ne traevano un vantaggio di statura non indifferente e che vi vedevano uno strumento ideale per affermare la propria ricchezza. Inoltre le “chopines” permettevano loro di sfoggiare più seta, più broccato, più ricami, e soprattutto la propria autonomia, visto che per molte di esse indossare le pianelle era anche un modo di “femminilizzare lo spazio pubblico”, sottolineando in tal modo la presenza delle donne in una città dominata fisicamente e culturalmente dagli uomini. La differenza di pochi centimetri nell’altezza delle suole poteva servire a distinguere la donna famosa da quella malfamata e, nel XVI secolo, la condotta decorosa da quella disdicevole. Il legame culturale tra l’altezza delle scarpe ed il comportamento morale rimase per tutto il XVI secolo.

Anche a Firenze si riteneva che le scarpe molto alte non fossero adatte alle donne rispettabili.

Da un manoscritto milanese del 1308 risulta che la corporazione dei calzolai veneziani fosse l’unica in Italia a comprendere una sottocorporazione di “zoccolieri”, specializzati nella fabbricazione di questo genere di calzature.

Addirittura il più grande organo politico della Repubblica veneziana, il cosiddetto “Maggior Consiglio”, aveva approvato nel 1400 una legge che fissava l’altezza massima di queste discusse calzature. La norma lamentava il fatto che le veneziane, sia sposate che nubili, stavano seguendo una nuova moda “vergognosa”: portavano infatti zoccoli incredibilmente alti che, oltre a comportare una grossa spesa ed a coprire d’infamia chi le indossava, avevano provocato la caduta di numerose donne incinte, le quali avevano poi abortito. Per evitare tutto ciò il Consiglio proibì ai calzolai di vendere pianelle con la suola più alta di 8-9 centimetri.

Nonostante tutto ciò, trascorso solo mezzo secolo, l’altezza delle scarpe con la zeppa tornò nuovamente ad aumentare.

L’ispirazione di queste pianelle sembrava provenire però da molto più lontano: forse dagli harem, dove erano indossate dalle donne turche, o addirittura, secondo alcuni, dalle scarpe tradizionali in loto delle geishe ammirate in Cina da Marco Polo. Infatti, sia le concubine cinesi che le odalische turche indossavano scarpe alte, costringendo gli studiosi ad ipotizzare che i tacchi fossero stati utilizzati non solo per ragioni estetiche, ma anche per impedire alle donne di fuggire dagli harem. La moda delle pianelle si sviluppò presto in particolar modo anche in Francia ed in Inghilterra.

Tuttavia a causa del costo proibitivo di questo modello di scarpe, che utilizzavano materiali preziosi, esse furono indossate unicamente dall’alta società dell’epoca, l’unica in grado di permettersi di possederle.

Il fatto che queste nascondessero solo parzialmente il piede femminile, la cui esposizione in pubblico era sempre stata disapprovata, unitamente al fatto che venissero indossate da donne di più o meno scarsa moralità, finì per attirare le critiche della Chiesa, che non mancò di punire questi eccessi nelle maniere più dure.

Prova dell’importanza e della diffusione di queste calzature sono sia le liste dotali del Quattrocento delle dame milanesi sia il ricchissimo guardaroba di Lucrezia Borgia dell’inizio del Cinquecento.

Si può quindi ritenere che nel XVI secolo la chopine fosse una delle calzature più seducenti e meglio corrispondenti alla nostra attuale concezione di scarpa di moda.

Tuttavia alla fine del Seicento questa mania delle pianelle conobbe un declino.

A Venezia questo cambiamento obbligò i fabbricanti di pianelle, i cosiddetti “zoccoleri” a riciclarsi gradualmente come ciabattini, anche a causa della trasformazione nel XVII secolo della zeppa in tacco alto, già in voga a Parigi, la città che stava diventando la nuova capitale europea della moda.

Bisogna attendere il 1938, per vedere riapparire dopo secoli il plateau. Irene Brin scrisse:”I ciabattini industriosi staccavano i tacchi a rocchetto Luigi XV per sostituirli con quindici centimetri di sughero […]. Le piattaforme non tardarono a conquistare le vetrine, e poi strade, case e spiagge, segnando un’imperiosa rivoluzione del gusto e strane metamorfosi nelle proporzioni”.

Fu infatti nel periodo dell’Autarchia (1935-1945) che il “calzolaio dei sogni”, Salvatore Ferragamo, divenne il creatore più alla moda. Natalia Aspesi disse: “fu Ferragamo, con la sua suola ortopedica, a inventare la sola moda autentica di quegli anni, la sola novità non caduta, un simbolo dei tempi”. Tali scarpe ortopediche erano realizzate in sughero e con ogni possibile sostituto della pelle: vi era infatti tra la gente l’idea che il cuoio si utilizzasse per i soldati e per cose importanti. Ferragamo stesso raccontò: “Eccitato, con il modello di tacco chiaro in mente, mi sedetti e cominciai a lavorare con pezzi di sughero sardo,[…], finché l’intero spazio tra il calcagno e il tacco non fu riempito. Finalmente un paio di scarpe fu finito: il primo paio di scarpe ortopediche del mondo moderno”.

La prima cliente cui Salvatore Ferragamo presentò il suo modello di scarpa ortopedica fu la duchessa Visconti di Modrone che, dapprima inorridita di fronte a quella visione, si rifiutò d’indossarle; ma Ferragamo non si perse d’animo e le disse: “Lasci che gliene faccia un paio. Le calzerà una sola volta, dopodiché, se non le avranno fatto i complimenti me le restituirà e non ne parleremo più”. Fu così che la duchessa si lasciò convincere indossandole una domenica mattina. Il giorno seguente le amiche della duchessa andarono una dopo l’altra da Ferragamo per farsene fare un paio. In poche settimane le scarpe a zeppa divennero il suo modello più popolare. Tutte le donne elogiavano la comodità che tali calzature apportava; inoltre il sughero dava la sensazione – come affermò Ferragamo – “di camminare sopra cuscini”.

Infatti nella rivista “Per Voi signora” del 1941, si affermava che:“le donne si eccitarono tutte a questa novità e le elegantone dichiararono che non poteva più esservi calzatura elegante senza suola di sughero”.

In seguito furono in particolare la ballerina portoghese Carmen Miranda e la principessa Maria José di Savoia ad indossare le sue scarpe a zeppa.

Col tempo Ferragamo sperimentò molte varianti di zeppe: a tacco e a piattaforma, a strati pressati e bombati, scolpite e dipinte, decorate con specchietti di vetro con l’antica tecnica del mosaico o con grate in ottone lavorate a girali floreali o tempestate di pietre.

Sandalo Judy Garland di Ferragamo con tacco di sughero, ricoperto di camoscio arcobaleno e tomaia in capretto dorato, 1938

Negli anni Settanta i negozi di articoli di moda inglesi ed italiani, come Biba e Fiorucci, vendevano scarpe con la zeppa alta.

Da allora la zeppa tornò di moda a fasi alterne, non senza essere accompagnata da pareri discordanti. Ad esempio quello di Manolo Blanhik (lo stilista che ha fornito le calzature al celeberrimo “Sex and the city”), il quale ritiene che essa abbruttisca anche il piede più bello; oppure quello favorevole di Christian Louboutin, che invece la elogia, in quanto “innalza la bellezza femminile sopra un piedistallo”.

Scarpa in sughero con zeppa di Louboutin

Il destino della scarpa con la zeppa sembra quello di rimanere in voga qualche anno, poi scomparire per ritornare prepotentemente quando la moda lo richiede: ricoperta di pelle, decorata con borchie, disegni etnici od impreziosita da materiali luccicanti, o ancora semplicemente in sughero.

E se la femminilità corrisponde alla scarpa alta o altissima, la comodità trova il suo modello di calzatura preferito proprio nella zeppa.

Come il tacco, la suola rialzata slancia ed assottiglia la silhouette, permettendo una certa stabilità: spetta quindi all’intelligenza della donna di sceglierne l’inclinazione che più le conviene.

Sandali con zeppa di Alexander McQueen
Federica Tonet

Latest posts by Federica Tonet (see all)

2 Responses to "La zeppa"

  1. Nicoletta   4 Gennaio 2013 at 22:29

    Sicuramente un’interessantissima e dettagliata carrellata storica su di una calzatura semplice, funzionale, elegante, intramontabile: in una parola…perfetta!La creazione (o a questo punto la rivisitazione, data la sua lunghissima storia così sapientemente descritta nell’articolo) per eccellenza di un quel Salvatore Ferragamo simbolo incontrastato dello stile italiano nel mondo. Un artista più che uno stilista, in grado di trasmettere nelle propri creazioni il suo ingegno, il suo profondo amore per le scarpe e per le donne che le avrebbero indossate. Difficile pensare alle sue zeppe come a delle semplici scarpe…noi le definiamo sogni.

    Rispondi
  2. Patrizia   4 Gennaio 2013 at 23:25

    Interessante articolo relativo all’evoluzione storica della famosa “zeppa”.Ad oggi la zeppa risulta un elemento di congiunzione tra l’elegante ed il pratico, dovuto alla applicazione di materiali diversi e di diverse linee di realizzazione da parte dei vari stilisti. Sia il materiale che la forma rendo la “zeppa” un raffinato e pratico elemento di completamento dell’abito femminile. Una calzatura capace, come poche altre, di esaltare l’attitudine all’eleganza di ogni donna.

    Rispondi

Leave a Reply

Your email address will not be published.