Storie di giocattoli: quando bambole e trenini raccontano

NAPOLI – dall’8 Dicembre 2016 al 19 Marzo 2017, il Convento di San Domenico Maggiore ospita la mostra “Storie di giocattoli, dal settecento a barbie”: circa mille piccoli capolavori – tra automi, giostre, trenini, dame, pulcinella, trottole e pinocchi – che raccontano la storia dal secolo dei lumi alla seconda metà del 900.

Il primo giocattolo della mia infanzia è stato un orsetto di peluche col manto marrone ed una maglietta rossa, a mezze maniche, con sopra la scritta: “Io & te”. Me lo ha regalato papà quando sono nata. Ha una sottile apertura in velcro sulla schiena che serve a contenere un piccolo registratore, ormai fuori uso, grazie al quale Orso Bear – è questo il suo nome – ripeteva qualunque genere di frase pronunciassi: “Ti voglio bene”, “abbracciami”, “voglio un biscotto”.

Maschietta, la bambola di produzione LENCI
La Maschietta, la bambola creata dalla LENCI, con i capelli corti e gli abiti dal taglio maschile.

A lui, negli anni, si sono aggiunti Pepè e Puzzone. Padre e figlio, rispettivamente. Il primo è un coniglio giallo con le zampe enormi e la pancia tonda tonda come una palla da bowling. Assai più morbida, però. Il secondo è un coniglietto piccolo e rosa che, per molti versi e per ragioni oscure, somiglia terribilmente ad un pollo.
Mio padre si è improvvisato ventriloquo per molti anni, con me e mio fratello. Lo fa ancora oggi, in beffa all’età che avanza per tutti e che, per convenzione, ci vorrebbe più rigidi e seriosi. Ha prestato la voce a Pepè, a Puzzone, ad Orso Bear e alle loro mirabolanti avventure. Stupefacenti storie di sterminati campi di carote o di peperoncino di Cayenna. All’improbabile trio, di tanto in tanto, si aggiungeva pure il Signor Lumacone che, con la sua biologica flemma, stava molto poco simpatico a Pepè.
Sono pupazzi pieni di rattoppi, di anima e di rammendi fatti a mano. Si sono scuciti diverse volte perdendo, ogni volta, un po’ di lanetta ma conservando intatta l’aura di gioiosità e amorevolezza che da sempre li accompagna.
Così, tra i corridoi della mostra “Storie di giocattoli, dal settecento a barbie“, che il Convento di San Domenico Maggiore ospita fino al 19 Marzo – festa del papà, per giunta – ho ripensato ad una frase di Neruda che dice: “Nella mia casa ho riunito giocattoli grandi e piccoli, senza i quali non potrei vivere. Il bimbo che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di sé e che gli mancherà molto.”
In casa mia, per fortuna, quel bambino nessuno l’ha smarrito, sebbene brutture e fisiologiche difficoltà quotidiane possano averne celato le tracce, qualche volta, e resa più complicata la sopravvivenza.
Per chi, invece, bambino ancora lo fosse o per chi, al contrario, non ricorda più di esserlo stato, sia pure in un tempo lontano, questa originale esposizione è certamente una carezza sul cuore, un percorso giocoso, intelligente ed evocativo che, nato dalla collezione e dall’esperienza di Vincenzo Capuano – avvocato e docente di Storia del giocattolo all’Università Suor Orsola Benincasa – e caldeggiato dall’Assessorato alla cultura e al turismo del Comune di Napoli, traccia una rotta precisa attraverso epoche storiche, materiali di realizzazione ed importanti tematiche culturali.

Marionette e burattini, flippers francesi e giochi da tavolo, tarocchi dipinti a mano, dame antiche, astronavi, robot e bambole moderne, sostituendosi alle leggendarie mollichine di Hansel e Gretel, guidano i visitatori in un viaggio affascinante, dal secolo dei lumi alla seconda metà del Novecento, e raccontano l’eccellenza delle fabbriche italiane ed internazionali – INGAP, LENCI, Furga e Lima, per citarne solo alcune – e quei luoghi comuni, evidentemente universali, che vogliono gli uomini e le donne divisi in soldatini e principesse fin dall’infanzia. Emblematica e significativa, a questo proposito, è l’idea che sta alla base della nascita di Teddy Bear, il famoso orsacchiotto di peluche. Margarete Steiff, la sua ideatrice, osservando il comportamento dei bambini, intuì e comprese quanto il desiderio di giocare con le bambole fosse comune a maschi e femmine. L’austera formazione ottocentesca, tuttavia, impediva ai primi di farlo, poiché la cosa sarebbe risultata certamente sconveniente, e poco appropriata, nell’ottica di una categorizzazione educativa che cresceva i bambini come devoti servitori della Patria, e le bambine come mamme e mogli ineccepibili. Anche i giochi, dunque, dovevano orientarsi in questa direzione. Teddy Bear rappresentò un espediente intelligente e di grandissimo successo, un peluche dall’aspetto tenero che ispirasse accudimento, richiamando, ad un tempo, l’idea di forza e di ferocia dell’orso.
Allo stesso modo si guardi la Maschietta, la bambola con i capelli corti e gli abiti dal taglio maschile, creata dalla LENCI, la cui produzione Mussolini tentò, invano, di fermare perché troppo lontana dal modello di donna che il fascismo voleva imporre.
“È la denuncia di ogni abuso e discriminazione, non per caso, il filo conduttore parallelo del Museo del Giocattolo di Napoli, dedicato alla memoria del bambino zingaro, Ernst Lossa, ucciso dalla campagna di eugenetica nazista. Perché, al di là di estetiche di maniera per famiglie benestanti, emerga con forza la carica di bellezza, di gioia, di tolleranza che i giocattoli condensano e alimentano. Una rassegna di caratura internazionale, in definitiva, un allestimento plurimediale, immersivo, tra manufatti ingegnosi e rari, memorie storiche, testimonianze di costume, di perizia artigianale, di vera e propria imprenditoria, da tutte le ‘fabbriche del gioco’ di Europa e di Oltreoceano, per mettere in vetrina la centralità dell’immaginario creativo, della fantasia, della cosiddetta arte minore più amata da bambini e famiglie” si legge sul sito ufficiale – www.storiedigiocattoli.net
Un modo per sdoganare l’alienazione e la ghettizzazione che vengono dalla differenza di sesso, di razza, di appartenenza politica o religiosa, di estrazione economica e culturale, ponendo tutti su un piano paritario di eguaglianza ed umanità attraverso uno strumento globale che mette d’accordo grandi e piccini, da qualunque e in qualunque parte del mondo: il giocattolo.

Coi giocattoli nun s’ pazzea” è lo slogan scelto dall’Associazione del Museo del Vero e del Falso, con la collaborazione della Procura della Repubblica di Napoli, per promuovere un’area della mostra interamente dedicata ai giocattoli contraffatti e sequestrati dalle Forze dell’Ordine. Il progetto nasce dall’esigenza di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, orientando i consumatori all’acquisto sicuro, nel rispetto delle norme vigenti tese a tutelare le imprese e il diritto alla proprietà intellettuale,
che il plagio dei giocattoli naturalmente lede, e la salute dei bambini, giacché i giochi contraffatti sono spesso realizzati con materiali tossici e nocivi.

Nella cornice storica e bellissima del Convento della Basilica di San Domenico Maggiore, storie di giocattoli e di vita si raccontano e si lasciano ascoltare da chi ha orecchie per sentire. Perché Il Piccolo Principe aveva ragione: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”.

giocattoli

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Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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