Lee Miller, la surrealista

Lee Miller, la surrealista

BOLOGNA. A Palazzo Pallavicini, fino al 9 giugno 2019, nella mostra “Surrealist Lee Miller” si potranno ammirare le foto di una donna fuori dall’ordinario, autrice nel campo della fotografia di opere che meritano di essere collocate tra le esperienze visive più originali degli anni trenta e quaranta del novecento.

La retrospettiva bolognese sulle opere di uno dei personaggi mitici della scena artistica parigina tra la seconda e la terza decade del novecento è stata concepita dal Antony Penrose (1947), il figlio di Lee Miller (1907-1977) e Roland Penrose (1900-1984), secondo marito della fotografa, pittore, poeta e scrittore, autore di apprezzabili biografie critiche su Picasso, Mirò, Man Ray, ma anche raffinato collezionista di artisti che in qualche modo si riconoscevano nell’esperienza surrealista. Probabilmente fu anche grazie a Roland Penrose se l’arte surrealista trovò un pubblico di devoti ammiratori in Inghilterra.

Dall’inizio del terzo millennio la casa di Roland e Lee nell’East Sussex, è divenuta una sorta di museo nel quale si trovano conservati i Lee Miller Archives con documenti rilevanti per gli studiosi e molte opere appartenenti al marito. Naturalmente nella Farleys Farm House è stata ricavata una Gallery nella quale i turisti possono fruire di una scelta temporanea delle opere sia di Lee che di Roland unitamente a quelle degli amici surrealisti.

Da tempo, Antony Penrose, erede e responsabile di un giacimento culturale ragguardevole, è impegnato a mantenere vivo l’interesse per il lavoro intellettuale e artistico dei genitori. In particolare per l’importante contributo che Lee Miller ha dato alla fotografia. E non c’è modo migliore per tenere vivo il ricordo di una donna fuori dall’ordinario, dal far circolare tra pubblici che ne hanno perso la memoria o addirittura non conoscono le opere, mostre itineranti che raccontano con l’evidenza di immagini ben scelte, un’avventura artistica e umana che non teme confronti con nessun altro soggetto femminile di quella generazione di mia conoscenza.

L’evento espositivo a Palazzo Pallavicini è dunque un eccellente esempio di come si deve agire per non dissipare la memoria, il valore delle opere e il contenuti artistici di autori che rischiano di essere ricordati, celebrati dai media più per le vicissitudini di vite quant’altro mai avventurose, trasgressive se non controverse, piuttosto che dalla valenza formale delle immagini prodotte nel corso della loro carriera.

La rassegna di fotografie scelte da Antony Penrose, contenute nella mostra “Surrealist Lee Miller”, sono ovviamente una piccolissima parte delle immagini prodotte dall’autrice. Ma delineano un percorso che attraversa quasi tutte le fasi salienti della sua vita. Mancano le foto commerciali e sono pochissime quelle strettamente vincolate all’ideologema fotografico della moda. Probabilmente perché, a prescindere dal loro valore storico, sono fatalmente le più condizionabili da editori, art director e sponsor. Lee Miller era soprattutto una persona che amava la libertà e con una determinazione rara tra le donne della sua generazione, agiva e viveva rivendicando per sé le prerogative che in quei giorni erano tipiche degli uomini. Per restituirci l’ombra dello stile di vita e di pensiero, difeso con intelligenza e coraggio dall’autrice, stile che attraversa molte delle sue immagini, Antony Penrose, ha scelto scatti che lasciano percepire la libertà dello sguardo della madre sia di fronte a oggetti, a corpi, a paesaggi, e sia davanti a eventi drammatici come il famoso reportage dai lager di Buchenvald e Dachau, nei quali per prima si recò per documentare la spaventosa propensione all’orrore che il nazismo aveva istillato in una forma di vita culturalmente evoluta che discendeva da Kant, Goethe, Mozart, Beethoven.

La struttura di senso che connette la narrazione dominante delle immagini in oggetto, viene giustamente enfatizzata nel titolo della mostra. L’idea di fondo, evidentemente, è che Lee Miller nel corso della sua carriera, non abbia mai perso la propensione a cogliere nel reale visivo (intendetelo in questa sede semplicemente come ciò che sicuramente esiste e viene ripreso dall’obiettivo), un punto di fuga surrealista.  Con questa parola/concetto, entrata nella seconda metà del novecento nel lessico popolare (surreale è divenuto un aggettivo comune sia tra gli adolescenti che tra gli adulti), ci si riferisce a situazioni, oggetti, opere che ci appaiono strane, misteriose forse un po’ inquietanti. Ma oltre a queste tecniche di straniamento di elementi che fanno entrare in conflitto i “contenuti attesi” presupposti dall’ordine normale delle cose, con qualcosa d’altro, io credo che Antony Penrose abbia voluto farci capire che il surrealismo di sua madre era anche, per certi versi, uno stile di vita e di pensiero.

Nella bella biografia che le dedicò ( The Lives of Lee Miller, Thames & Hudson, 1988), ripresa in parte nell’elegante e godibilissima sintesi proposta nel catalogo della mostra bolognese, Antony Penrose ci racconta in modo convincente quanto la vita trasgressiva della madre negli anni della giovinezza fosse in realtà comune tra la maggioranza degli artisti e intellettuali della cosiddetta Avant-Garde che animava la scena parigina tra le due grandi guerre. Il connubio tra arte e vita nel nome di una avversione radicale alle convenzioni di vita borghese, di fatto sperimentava modi di relazione e un concetto di libertà individuale, probabilmente sopravvalutato e ambivalente nei suoi effetti, ma molto vicino all’insieme dei valori che oggi molti di noi considererebbero irrinunciabili. È altresì vero che in quella generazione di intellettuali artisti, lo stile di vita trasgressivo era declinato soprattutto al maschile. Ma su questo terreno Lee Miller fu una coraggiosa e leale partner, poco incline a negoziare in perdita i suoi legittimi desideri di reciprocità. Voleva per sé le stesse prerogative degli uomini ai quali si legava, e favorita dalla sua sessualità per certi aspetti tipicamente maschile, ma incapsulata in un corpo che promanava frequenze di sex appeal micidiali, sapeva benissimo come difenderle. Bisogna aggiungere che la sua aggressività erotica non aveva nulla di violento. Era certo cosciente del potere del suo fascino, ma metteva sempre il chiaro con chi incontrava, le sue regole. Ho il fondato sospetto che se oggi Lee Miller per un pubblico femminile giovane sta divenendo un vero e proprio mito, questo dipenda soprattutto dalle sue vicende esistenziali che fondono il fascino di una bellezza libera di volare là dove la portavano le passioni, con i drammi le tragedie che punteggiano le vite di noi umani, rendendo struggente il romanzo di una vita. Tuttavia la mitizzazione può facilmente farci perdere di vista la reale valenza di Lee Miller come fotografa, artista e preziosa testimone del suo tempo. Ecco perché eventi come la mostra di Bologna risultano decisivi per permetterci di penetrare nelle nebbie del mito e ottenere una più profonda percezione del valore degli “oggetti” che certo hanno fatto parte della vita dell’autrice, ma che ora sono opere autonome che dialogano con il nostro tempo, ci invitano a misurarne la valenza, lo spessore, la qualità, la testimonianza storica. Tuttavia nel caso di Lee Miller, l’avrete capito spero, è complicato separare le sue opere dalle vicissitudini esistenziali alle quali andava incontro. Per una donna, soprattutto se molto bella, a quel tempo, era difficile fare carriera nell’arte, nella moda, in società, solo con il talento e le competenze tecniche. Bisognava essere accettate nel mondo degli uomini di successo e di potere. Diciamo che Lee Miller era particolarmente dotata nel primeggiare in questa lotta per potersi sentire libera, indipendente, creativa. Guardando le foto in mostra, in certi momenti mi è sembrato di vedere l’estensione fotografica di questa lotta.

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Lee Miller a Parigi

Le prime immagini della mostra documentano l’attività della fotografa negli anni in cui il Surrealismo stava arrivando all’apice delle tendenze artistiche d’avanguardia.

Uno degli agitatori più famosi del movimento era certamente Man Ray, di ascendenza dadaista, in quei giorni artista di altalenante successo economico, divenuto un fotografo molto apprezzato, disponibile a collaborazioni commerciali soprattutto per sbarcare il lunario. Naturalmente, oltre ai ritratti di persone famose e alle collaborazioni con riviste di Moda disponibili a pagarlo, in studio applicava al mezzo fotografico le tecniche stranianti tipiche delle sperimentazioni artistiche. Per farla breve, anche se il mercato non apprezzava più di tanto i suoi oggetti artistici, Man Ray era famoso e molto considerato da chi si riconosceva nel paradigma estetico surrealista. Lee Miller, nel 1929, da poco arrivata a Parigi da New York, ebbe modo di vederlo in un bistrò e chiese subito al suo accompagnatore di presentarli. E così Edward Steichen, celebre fotografo di Vogue, introdusse una delle donne considerate più attraenti al mondo, all’artista bohémienne il quale dopo i convenevoli, probabilmente già un po’ alticcio, rispose alla richiesta di poter diventare una sua allieva, con uno stupefacente, mi spiace ma non ho mai avuto apprendisti e non ne sento il bisogno, inoltre domani partirò per Biarritz per un servizio fotografico e quindi per un po’ sparirò da Parigi. A queste parole Lee Miller rispose con un esilarante, benissimo, credo che anch’io domani partirò per Biarriz…sapete tutti come andò a finire e se non lo ricordate ve lo sintetizzo: la giovane americana divenne sua allieva, modella, musa, collaboratrice, amante, compagna di divertimenti erotici e chissà quante altre cose ancora che Man Ray non in quel momento poteva intuire, ma che scoprì dopo poco meno di un anno, quando Lee Miller lo lasciò. Come tanti ardenti adepti della libertà sessuale, ovvero della separazione netta tra piacere erotico e sentimento amoroso, Man Ray finì per innamorarsi come un ebete, divenne orribilmente geloso e soffrì come mai aveva provato nel corso della sua esistenza, quando perse la persona che evidentemente amava di quell’amore che il suo stile di vita e di pensiero avevano con accanimento denegato. Mi fa obbligo aggiungere che Lee Miller era una persona leale. Probabilmente non gli aveva mai nascosto di non essere innamorata quanto lui e che per lei il sesso era una divertente forma d’entertainment tra persone libere di scegliere. D’altronde leggendo la biografia di Antony Penrose si comprendono benissimo le ragioni per cui Lee Miller poteva avere uno scetticismo di fondo verso l’innamoramento romantico. In giovanissima età fu violentata da uno sconosciuto che le attaccò la gonorrea (lo scolo). Fu una dolorosa tragedia che non poteva non lasciare tracce nello sviluppo. Secondo Antony Penrose, fu lo psichiatra al quale fu affidata nella prima adolescenza a raccontarle la storiella che l’amore fisico era tutto sommato poco più di una sudaticcia, divertente attività fisica, da non confondere con il vero amore. Probabilmente, il terapeuta ammantato di pseudoscienza, era in buona fede. In altre parole cercava di cauterizzare il trauma, con una storiella che aveva come fine rassicurare la piccola Lee sul fatto che l’incidente non le avrebbe precluso le esperienze che tutte le ragazze sognano. E infatti, seguo a mio modo l’autore, la troviamo nell’età dei primi amori, con il suo ragazzo in gita al lago, mentre solcano tête-à-tête le acque in barca. Non so cosa successe ma il principe azzurro cadde e annegò. Una tragedia, immagino. Successivamente Lee ebbe l’opportunità di ritornare a Parigi ( sulle probabili ragioni dirò qualcosa più avanti). Mentre il transatlantico lasciava il porto di New York, al suo nuovo fidanzato, ma forse era solo un ardente ammiratore, venne l’idea di salutarla con un coup de theatre da album dei ricordi, volteggiando in aereo intorno alla nave per lanciarvi delle rose rosse. Per qualche ragione rimase ucciso. Chissà, forse dopo qualche strambata troppo audace il furbacchione si sfracellò in mare. Comunque sia andata, come scrive benissimo Antony Penrose, a Parigi arrivò una ragazza che aveva avuto una prima giovinezza fuori dall’ordinario e non proprio con lo spirito incline a innamorarsi seriamente. Aggiungo pure che Man Ray non era certamente un adone. Bassotto, inelegante, bruttino, scorbutico almeno quanto Lee era alta, bella, elegante, con quella classe che un tocco di anticonformismo o, se volete, di volgarità, rende praticamente irresistibile. Penso tentasse in ogni modo di ingabbiarla per farne il proprio esclusivo oggetto erotico. Non ci riuscì e come ho già detto sopra, se ne innamorò perdutamente. Quando lei lo lasciò soffrì come una bestia (ma è proprio vero che le bestie soffrono così tanto? Più di noi? Ne dubito. Ma cosa volete farci, è questo il modo di dire popolare secondo me più vicino a quello che Man Ray deve aver provato), fece per un po’ le solite teatrali sciocchezze che fanno tutti. Ma poi elaborò il lutto e gli rimase amico fraterno per tutta la vita.

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Se dal punto di vista della relazione erotica, anche nei momenti più travolgenti o trasgressivi, decidete voi la parola, il lavoro dell’inconscio di entrambi lavorava per minare il rapporto, dal punto di vista professionale invece, la complicità sembrava quasi perfetta. Al punto che oggi, agli studiosi, riesce difficile distinguere le loro foto. Tuttavia, anche tenendo conto del fatto che molte delle immagini create da Lee Miller finivano con l’essere firmate da Man Ray (in definitiva quello che aveva un “nome” spendibile sul mercato era lui), mi sembra invece di poter attribuire a lei, sguardi e tagli caratterizzati da una maggiore durezza, quindi da un approccio severo a volte crudele all’objet trouvé, noto stilema surrealista. Le foto del seno reciso da operazione chirurgica in un piatto, pronto per essere consumato, quella degli zoccoli, scarpe e catrame, esposte a Bologna, rimandano alla semantica olistica alla quale alludevo. Anche il ritratto che Lee Miller fece al suo “maestro” nel 1929 (fig.2), a mio avviso rivela lo sguardo freddo della fotografa, la sua raggelante grazia. L’elemento casuale della schiuma da barba, conferisce al volto una pietrificazione già di per se drammatizzata dal profilo di Man Ray. La tentazione di percepire in questo ritratto le ambivalenze del loro rapporto è forte, ma probabilmente fantasiosa. Secondo Juliet Hacking (“I grandi fotografi”, Einaudi, 2015), era opinione diffusa nell’ambiente artistico-bohémienne parigino che il ruolo di musa stesse stretto a Lee, finendo col divenire “…un elemento fondamentale nella decisione di lei di mettere fine alla loro relazione nel 1932”. Nessuno può sostenere con ragionevole certezza che Man Ray abbia inibito le aspirazioni di Lee Miller. Comunque il concetto di ambivalenza a questo punto mi pare appropriato. È tipico del forte coinvolgimento passionale oscillare da un atteggiamento di grande apertura e rispetto per “l’altro” a meschinerie grandi o piccole a secondo delle circostanze. Nei suoi diari Man Ray scrive che considerava Lee un’artista della fotografia. Questo non esclude però che ne temesse l’autonomia e l’eventuale successo. Con il senno di poi, e le immagini esposte a Bologna lo confermano, si può sostenere che Lee Miller era senz’altro la fotografa surrealista più talentosa e geniale della sua generazione. A mio avviso solo Dora Maar (1907-1997), per circa 8 anni musa e amante di Picasso, si avvicina alla qualità delle opere di stretta osservanza surrealista di Lee, create negli anni in cui era legata a Man Ray.

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Il fascino dell’oriente

Tornata a New York, Lee Miller si immerse immediatamente da protagonista nel mondo modaiolo che gravitava intorno a Conde Nast e la rivista Vogue. Molte donne ricche, famose e influenti ambivano essere ritratte da un’altra donna circondata da un’aura leggendaria bellezza, esperienza, anticonformismo. Ma la loro adesione non era sufficiente a reggere i costi dello studio che Lee Miller aveva aperto a Manhattan. I compensi delle foto pubblicitarie e di moda, che riceveva, non erano parametrati alla sua bravura. Anche se New York stava reagendo bene alla famosa depressione del ‘29, Lee poteva fare ben poco per difendersi dai pregiudizi maschili nei confronti delle donne fotografe. In realtà l’élite imprenditoriale che gravitava intorno al lusso e alla moda, tutti maschi, la vedeva soprattutto come una bellissima ragazza e consideravano il suo lavoro di fotografa come il patetico tentativo di una giovane ambiziosa di fare concorrenza ai più quotati colleghi maschi. Insomma, volevano Lee Miller ai loro party; la adoravano, ma del suo talento fotografico sostanzialmente se ne fregavano. Era difficile, in queste condizioni, reggere i costi crescenti del suo Studio. Dopo pochi anni Lee risolse il problema suo modo, lasciando di stucco tutto il bel mondo newyorkese. Le cose andarono all’incirca in questo modo. Quando tornò a New York, fu presto raggiunta da un ricco uomo d’affari egiziano, Aziz Eloui Bey, che aveva conosciuto a Parigi e, senza dubbio, lui si era subito innamorato di lei. Ovviamente a New York si frequentarono con maggiore intensità, visto che il rompicoglioni Man Ray era fuori gioco. Nel 1934,  decisero di sposarsi e di andare a vivere al Cairo. Naturalmente pur provando a recitare il ruolo di donna ricca e felicemente sistemata, Lee continuava ad essere fondamentalmente una artista inquieta, una donna dalla curiosità esplosiva. Aziz certamente conosceva il carattere della moglie e non ho dubbi che ben lungi dal confinarla nella sua ricca casa, si prodigasse in frequenti viaggi in Europa, offrendole come destinazione tutte le località di vacanza frequentate dal bel mondo. Ma era solo una questione di tempo. Dopo qualche anno Lee lo lasciò. Può sembrare bizzarro, ma nell’arco del periodo funestato da un matrimonio che Lee aveva accettato senza averne la disposizione, non c’è niente di più noioso e soffocante di un marito che ti adora senza limiti, per giunta in una città come Il Cairo, certamente lontana dalla eccitante vivacità intellettuale di Parigi o New York, può sembrare strano dicevo, ma Lee Miller riuscì a produrre fotografie che reputo straordinarie. Per certi aspetti, superiori a quelle del periodo di stretta osservanza surrealista. In mostra a Bologna ho potuto ammirarne un discreto numero. Le più rappresentative del suo stile, a mio avviso sono Portrait of Space (1937) e From the top of Great Pyramid (1937).

Come funziona il dispositivo visivo col quale le immagini di Lee cercano l’innesco con il nostro sistema cervello-mente?

Il contenuto delle foto diviene il pretesto che, e lo dico con le parole di Susan Sontag, funziona da “esca che impegna la coscienza in processi di trasformazione essenzialmente formali” ( Sullo Stile; in “Contro l’interpretazione”, 1964). Se cooperiamo con Lee Miller, ovvero cerchiamo di essere sensibili al modo in cui vuole farci vedere qualcosa di deviato rispetto al contenuto immediato degli oggetti presi nel campo fotografico, allora, anche se troviamo difficile classificarlo con una etichetta verbale, progressivamente si fa largo l’impressione di poter riconoscerne le stigmate di uno stile individuale. Ritengo scontato inoltre, ritrovare in quei paesaggi l’impronta dello sguardo surrealista. Non credo sia in discussione il fatto che Lee Miller, anche quando affrontava generi fotografici diversi dalle sperimentazioni artistiche, rimanesse fedele ad alcuni principi base del surrealismo. Ma, occorre considerare che, nel preciso momento in cui questa categoria estetica diviene una metafora troppo diffusa, rischia di annullare lo spazio di autonomia formale ed espressiva, necessarie per l’identificazione di una singolarità creativa. Lontana da Man Ray e dall’enclave parigina di artisti surrealisti, Lee Miller guidata da una volontà o desiderio di oggettivare il proprio modo di catturare quel qualcosa che solo lei poteva sentire, affrontò l’atto fotografico all’insegna di un (sur)realismo translucido, che le permetteva di essere una inconsapevole reporter e al tempo stesso una artista. È chiaro che sto proponendo una congettura, una ipotesi forte, che risponde alla domanda nata dal confronto con le immagini in oggetto, domanda implicata dal riconoscimento dell’emersione del suo stile.

Ho messo tra parentesi sur per suggerirvi che per me il problema di Lee era, ogni tanto, narcotizzare quella sorta di pilota automatico che aveva nel cervello, chiamatelo pure “sguardo surrealista”, per resistere alla trasfigurazione onirica del dato reale. L’aggettivo translucido significa che tra gli oggetti ripresi dallo scatto, come quando in presenza di un corpo trasparente intravediamo qualcosa al suo interno, oltre alle significazioni immediate alle quali rimandano, diventano per noi fruitori, la rappresentazione oppure, come dice la Sontag, la scenografia della volontà dell’autore che informa uno stile.

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Fotografare l’orrore

Mi sono fatto l’idea che Lee Miller per reggere a lungo la bontà, la gentilezza, le attenzioni del marito e la noiosità della vita al Cairo, avesse bisogno di cambiare aria spesso. Aziz lo sapeva e si prodigava in tal senso. Non poteva sapere però che proprio in uno di questi viaggi la moglie avrebbe incontrato l’uomo con il quale reinventarsi una vita. Accade nel 1937, quando Lee lo convinse che aveva bisogno di trascorrere senza di lui le vacanze estive in Francia, accompagnata da una governante di casa. Sembra che appena sbarcata nell’albergo di lusso della località prescelta, la sera stessa al ristorante, fu presentata a Roland Penrose, destinato a divenire nel 1947 il suo secondo marito.  L’aristocratico artista inglese, tanto per cambiare, si innamorò immediatamente di Lee. Non credo che abbiano perso troppo tempo in preliminari come corteggiamenti, civetterie e altre stronzate di questo tipo. Divennero subito amanti. Praticamente passarono tutta l’estate insieme. Poi tornò dal marito, mantenendo una fitta corrispondenza con Ronald. I retroscena non li conosco e nemmeno mi interessano dal momento che ad essere veramente importante è l’inevitabile separazione da Aziz (formalmente fu sancita dal divorzio nel 1939) e il fatto che Lee andò a vivere con Roland in Inghilterra. Sotto determinati rispetti, so bene che il comportamento di Lee Miller potrebbe essere interpretato come quello di una inaffidabile stronza. Ma ancora una volta invito il lettore a riflettere su cosa significassero per Lee, la libertà sessuale e il sentimento che chiamiamo amore. Per tante ragazze americane ed europee, soprattutto le prime, privilegiate come lei, gli anni venti del novecento sono paragonabili ai nostri anni sessanta. Una vita libera e indipendente era prioritaria rispetto a scelte stabilizzatrici dell’identità come il matrimonio, la famiglia, essere madre…Ovviamente a quei tempi occorrevano delle precauzioni, un certo grado di discrezione per proteggersi dalle chiacchiere, dai bigottismo, dalle ipocrisie causate dai macropoteri che condizionavano la vita, quasi per intero declinati al maschile. Lee, fin da giovanissima aveva sperimentato sulla sua pelle, l’ambiguità dall’atteggiamento dei maschi, anche di quelli che si consideravano evoluti, e con la sfrontatezza permessa dal premio biologico avuto in dote, aveva venduta cara la pelle, a rischio di apparire un po’ svitata. Aziz era affascinate, raffinato, devoto, ma anche notevolmente più vecchio di lei. Probabilmente era cosciente che il privilegio di avere a fianco una delle donne più chic in circolazione era già in sé un valore. Per contro, Lee aveva bisogno di protezione, non era facile per una donna mantenere un livello di vita alto con i guadagni da fotografa, lei lo aveva ben presente e di conseguenza amava e rispettava suo marito a suo modo, cioè mettendo ben in chiaro i principi non negoziabili ai quali si atteneva, tra i quali non rientrava certo la fedeltà coniugale di stampo tradizionale. Come vedremo anche con Roland Penrose manterrà lo stesso atteggiamento.

In Inghilterra Lee Miller si mise di nuovo sotto contratto con varie edizioni di Vogue per servizi fotografici di moda e commerciali. Nel frattempo era scoppiata la guerra, il suo amante/fidanzato, noto tra le altre cose per essere un esperto di camouflage, partì come volontario col grado di capitano per insegnare tecniche di mimetizzazione che servivano per proteggersi dai nemici. Camouflage è una parola di origine francese che unisce camuffare e maquillage, quindi significa “nascondere qualcosa con un trucco”. Roland Penrose come artista utilizzava spesso queste tecnica per le sue opere e scrisse per l’esercito anche un manuale intitolato: Home Guard Manual of Camouflage (1941). La guerra partì male per gli inglesi che presto vissero l’incubo dell’invasione nazista. Il lavoro di Roland Penrose come istruttore/inventore di camouflage militari era molto più importante di quanto possa immaginare chi conosce la guerra solo dai film. L’arte di nascondersi al nemico è infatti una tattica raffinata e ingegnosa in grado di ribaltare le forze in campo. L’impegno di Roland era commisurato allo sforzo bellico che tutta la nazione britannica stava propugnando. Rimase spesso lontano da casa, salvo qualche rara licenza, per lunghi periodi. Lee Miller, quando poteva lo andava a trovare. In una di queste occasioni ebbe modo di incontrare David Sherman, un giornalista reporter, corrispondente di guerra per la rivista Life, dallo spiccato senso dell’umorismo che, evidentemente, Lee trovò irresistibile. Come andò a finire lo potete facilmente immaginare. E Roland? Preso atto che David era innamorato di Lee accettò il ménage a trois e offerse all’americano di trasferirsi a casa sua, per aiutarla a sopportare i traumi dei bombardamenti. Fenomenale. Lo sottolineo perché personalmente sono più per l’incazzatura alla Man Ray. Non arrivo a dirvi che al suo posto, avrei preferito vedere la mia casa disintegrata da una bomba nazista, ma il solo pensiero che la mia partner giaccia nel mio letto con un altro mi fa uscire di senno.

La relazione con David Sherman a mio avviso fu decisiva per la più drammatica e gloriosa fase della carriera di Lee Miller. Io credo che lei detestasse il nazismo con tutta se stessa, molti suoi vecchi amici erano ebrei, e avesse maturato il desiderio di catturarne le malefatte. Per l’esercito inglese non esisteva la possibilità che una donna reporter potesse documentare l’orrore della guerra sotto la linea di fuoco. David gli suggerì un’altra strada e l’aiutò ad essere arruolata come corrispondente di guerra nell’esercito americano, più consapevole di quanto fosse importante la comunicazione di guerra per il morale della nazione. Una suggestiva foto, presente nella mostra bolognese, ci presenta un primo piano di Lee in divisa militare US, nel 1943 : non ha il volto trasognato e vagamente indifferente della modella apparsa vent’anni prima su Vogue; l’espressione del viso rimanda piuttosto alla determinazione, confermata dai biografi, con la quale affrontava una esperienza limite che le avrebbe sconvolto la vita. Dietro alla sua testa, appesa al muro vediamo una cover di Vogue in formato guerra, che ci suggerisce il brusco cambiamento della linea editoriale della rivista, impegnata a dare il proprio contributo, presentando alle lettrici reportage dai vari fronti, reportage spesso di una crudezza mai vista sulle riviste femminili. Non so dirvi se Lee Miller fosse l’unica loro corrispondente in prima linea. Ma è certo che nessuno eguagliò l’enorme numero di scatti che le riuscì di riprendere nelle situazioni più estreme, mettendo a rischio la sua vita. Se consideriamo che Lee Miller non aveva mai lavorato come fotogiornalista, la qualità del suo lavoro come fotografa di reportage è stupefacente. Per quello che ne so, tra le grandi fotografe di quel periodo che si misero in gioco documentando ciò che avveniva nelle zone di guerra, la sola Toni Frissell può reggere il paragone. Toni lavorava per la concorrenza cioè Harper’s Bazaar. Ispirata da Munkacsi, fu una delle prime fotografe a portare la moda fuori dagli studi fotografici. Era bravissima, creativa, innovativa e come succedeva a tante colleghe, compresa Lee Miller, il suo lavoro nella moda era sostanzialmente sottovalutato. Durante la guerra fece reportage di prim’ordine. Ma nelle sue foto non trovo la struggente e lucida durezza dello sguardo di Lee. Sembra che niente potesse fermare Lee da un ansia di documentare da vicino i culmini di crudeltà e orrore che normalmente fa chiudere gli occhi alla gente. Per lei, la bellezza intrisa di morte dei paesaggi devastati dalle bombe, le silenziose lacrime di uomini mutilati o già cadaveri, gli oggetti deturpati, edifici violentati, rappresentavano qualcosa che il mondo doveva conoscere per capire chi fossero veramente i nazisti.

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Tra le foto del periodo in oggetto, esposte in mostra, un feeling diverso da tutte le altre lo ritrovo nell’immagine che documenta l’incontro con Picasso, da sempre innamorato di Lee, forse non corrisposto come lui avrebbe voluto (ma con la Miller non si può mai dire); in questa foto sembrano entrambi commossi, lui le accarezza dolcemente il collo mentre la guarda felice e ancora sorpreso, lei reagisce con una nota di pudore al quale non era preparata. Siamo nel ‘44, Parigi è di nuovo libera, l’orrore sembra sul punto di finire. Non andrà in questo modo, non per Lee. La sua volontà di estrarre da quei tragici eventi ogni immagine possibile, era divenuta insaziabile. Nel 1945, dorme a Monaco da poco occupata e casualmente trova libera e abitabile la casa di Hitler. Chiunque si sarebbe eccitato per fotografarla in tutti i suoi dettagli. Ma solo Lee poteva avere la sfrontatezza, l’audacia e il geniale colpo creativo di riprendersi (con la collaborazione di David Sherman) mentre si lava nella vasca da bagno privata del letale buffone nazista. Uno scatto che io vedo trasudare di umorismo nero, ma che forse per Lee Miller esprimeva ben altro. Il buffone in foto ritratto è lì davanti a lei; e la guarda mentre nuda si ripulisce dalle schifezze della guerra da lui voluta. Il tappeto sporcato dagli anfibi è sovrastato da una statuetta di fattura classica, appoggiata in bellavista sul tavolo. La messa in scena fa pensare a un desiderio dell’autrice di purificazione dall’orrore attraverso l’arte (il nudo, soprattutto quello femminile, è uno dei temi cruciali della storia dell’estetica occidentale in quanto simbolo di bellezza, innocenza, armonia). Al tempo stesso, abbandonarsi a un gesto che evoca lo sfregio inflitto all’arroganza di chi si riteneva invincibile, ovvero fare il bagno nella vasca personale del buffone, era un risarcimento simbolico offerto a tutte le donne che avevano perso i loro mariti, figli, fidanzati, amanti per colpa di una ideologia aberrante. Fotografare la punizione che le truppe alleate stavano infliggendo ai nazisti, non era una banale vendetta bensì un monito per i sopravvissuti di qualunque parte fossero. Mi pare questa la grandezza delle foto che Antony Penrose ha scelto per la mostra. Guardate con attenzione la faccia di Lee dentro la vasca da bagno di casa Hitler. La vedete forse felice? Perché non sorride? Perché non si riprende mentre si insapona o sciacqua le ascelle, i piedi, la passera? Perché non guarda il buffone rinviandogli l’oscenità che lui, in ben altra scala, ha inflitto al mondo? Invece il volto di Lee è serio, rivolto verso la statuetta con quasi lo stesso gesto del braccio. Io vi vedo un bisogno di creare uno spazio autonomo tra il piano di realtà e le significazioni normalmente aggregate ad essa, e l’articolazione del campo fotografico, dei suoi oggetti, tale per cui la forma fotografica ci convince più per la sua forza che per la significazione ordinaria. Come definire questo spazio tra contenuti immediati e l’organizzazione formale degli oggetti che li nega?  Nel caso di Lee Miller, delle foto in oggetto voglio dire, lo chiamerei “lo spazio del monito”, e lo penso come un “avvertimento inderogabile” strutturato non dalla linearità dei concetti bensì dal sentimento nato dalla effervescenza emotiva attivata dalla specifica organizzazione degli oggetti pregnanti inquadrati nel campo fotografico.

È chiaro che potremmo metterla giù, forse più elegantemente, in modo diverso. Per esempio come scrive Antony Penrose: “Lee osservava con occhio surrealista. In modo del tutto inaspettato, tra il reportage, il fango e i proiettili troviamo fotografie in cui l’irrealtà  della guerra assume una bellezza quasi lirica, a volte con riferimento ad altri artisti surrealisti come De Chirico. A ben riflettere, mi rendo conto che l’unica formazione rilevante per un corrispondente di guerra è essere prima un surrealista, poiché per un surrealista nulla è troppo insolito”(pag.31 del catalogo della mostra).

Non nego che in molti scatti Lee abbia cercato di sublimare il reale con il suo surrealismo. Ma non lo considero sufficiente per spiegarmi il particolare effetto delle sue immagini di guerra. Insomma, l’etichetta surrealista in questo caso funziona come un abito troppo stretto e rigido per un corpo in trasformazione. Io credo che in questa fase, di fronte all’orrore, al dolore, alla tragedia, Lee abbia fatto di tutto per evitare il surrealismo. Secondo me voleva “dire” a suo modo, la verità di una guerra folle, voleva che l’immagine trasudasse di volizione, la sua volizione nel dichiararla giusta, da combattere, ma anche lacerante e disumana. Ho chiamato, per queste occorrenze, “spazio del monito”, il particolare intervallo che la fotografia rende possibile, grazie al quale il talento di una grande fotografa ci consegna un messaggio intessuto di energia emotiva che ci costringe a prendere una posizione.

Lo “spazio del monito”, cioè l’effigie emozionale che trasfigura l’orrore (e il suo fascino perverso) in una sorta di fondamento dell’etica, nell’esperienza di Lee Miller ha il suo culmine nel reportage che la fotografa effettuò quando gli alleati liberarono Dachau e Buchenvald.

Sono immagini di una crudezza estrema, quasi insopportabile. Posso solo vagamente immaginare cosa deve aver provato Lee di fronte ad una così spietata devastazione di ogni valore umano. Le sono grato per non aver ceduto, evitando che fosse il solo virtuosismo a guidarla, ma con ostinazione abbia cercato di restituirci “l’impossibile” in tutta la sua tragica, banale, folle verità.

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Conseguenze della deliberata esposizione all’orrore

Finalmente arrivò la pace. Ma Lee Miller non voleva o poteva fermarsi. Cercava continuamente missioni per soddisfare un bisogno di confrontarsi con l’orrore che David Sherman non comprendeva più. Il fidato amante, amico, compagno, collega, al suo fianco in molti suoi reportage in guerra, la lasciò.

Lee cominciò a perdersi nell’alcol. Si ammalò. Poi un giorno David le scrisse che Roland la stava lasciando per un’altra donna. Allora Lee trovò la forza per ritornare, si sbarazzò dell’intrusa e cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita concentrandosi di nuovo sulla foto di moda.

Vogue le doveva molto. Probabilmente in tempo di guerra i reportage di Lee bucavano le pagine. Ma non posso non ricordarvi che per tutta la durata del conflitto a fasi alterne, la Miller pubblicò anche numerosissime e coraggiose fotografie di moda. Tuttavia quando arrivò la pace, la strategia editoriale di Vogue cambiò drasticamente. Ora l’imperativo era la ricostruzione di un immaginario femminile utile all’ordine sociale e al business degli abiti, finalmente liberi dalle rigide regole suntuarie imposte dallo stato di guerra. Dior con il suo New Look aveva creato la scintilla giusta. Una nuova generazione di fotografi era impegnata a diffondere un nuovo vangelo glamour che probabilmente Lee, a questo punto, non comprendeva o non accettava fino in fondo.

Intendiamoci, Lee Miller, tra le altre cose, è stata a mio avviso una eccezionale fotografa di moda. Quando giovanissima faceva la modella, lavorava a stretto contatto con Edward Steichen, Hoyningen Huene, Horst, vale a dire i più grandi fotografi di moda del loro tempo. Negli anni in cui collaborava con Man Ray, e dopo, portò sulle pagine di Vogue innovazioni artistiche che pochi altri fotografi potevano sperare di emulare. Anche durante il secondo conflitto mondiale le sue immagini avevano una qualità invidiabile. Ovviamente non divennero celebri come quelle di cruda guerra raccontate sopra, ma se le mettete a confronto con quelle dei colleghi, non solo non sfigurano ma esibiscono un senso della contemporaneità  (nella moda si chiama “tendenza”) che ha dell’incredibile se pensiamo alla potente passione che Lee aveva maturato per la foto di reportage.

Eppure, la sua carriera come fotografa di moda è stata sinora sorprendentemente sottovalutata. Negli anni trenta e quaranta le fotografie di moda più interessanti vedevano spesso protagoniste alcune grandi fotografe come la già citata Toni Frissel e Louise Dahl-Wolfe. Lee Miller aveva uno stile diverso. Ma pochi fotografi conoscevano come lei, l’arte di evocare lo chic e l’atteggiamento vagamente blasé, che valorizzava non solo l’eleganza ma anche la personalità, l’intelligenza della modella. La sua versatilità era superiore a quella delle colleghe. Anche se un vero e proprio canone d’eccellenza, nella foto di moda non è mai esistito, se mai dovessimo immaginarne la composizione, allora, molti scatti di Lee dovrebbero essere ricordati insieme a quelli di Toni e Louise. Persino quando si prende in considerazione il contributo che il Surrealismo ha dato alla fotografia di moda, a molti storici e critici riesce difficile collocarla decentemente. Per esempio, Nancy Hall-Duncan, autrice di una pregevole “The History of Fashion Photography” (1978), quando parla dei protagonisti di quella fase particolarmente innovativa, cita Man Ray ovviamente, poi giustamente il grande Blumenfeld, poi Clifford Coffin, George Platt Lynes, Cecil Beaton…e fin qui niente da dire. Ma poi cita anche i bravi Èmilie Danielson, Peter Ose-Pulham, André Durst, André Duret…per quanto riguarda Lee Miller, rimozione totale. La liquida sbrigativamente nel capitolo dedicato alla foto di moda durante la guerra, dicendo che per lei era più che altro una fotografa di reportage e che quindi non la riteneva all’altezza dei colleghi citati. Come vi ho già fatto capire, considero questa presa di posizione di Nancy Hall-Duncan un errore macroscopico, giustificato in parte dalla difficoltà di stabilire i criteri di confronto tra i protagonisti di questo genere fotografico, e la comprensibile arbitrarietà dei giudizi di valore che da sempre domina nella cultura della moda. Nathalie Herschdorfer, nel suo libro “Fashion” (praticamente una discutibile storia della foto di moda basata solo sugli archivi di Vogue), concede a Lee Miller l’onore di 6 righe, facendola apparire quasi una intrusa a cospetto dei grandi fotografi che collaborarono con la prestigiosa rivista.

Nella mostra bolognese, Antony Penrose sembra quasi dare ragione alle due studiose citate sopra. Di fatto, la carriera di Lee come fotografa di moda, si intravede appena in un paio di fotografie. Un autoritratto del 1932 (fig.1) e l’immagine intitolata “Good and bad pisture”, strabiliante virtuosismo grafico pubblicato su Vogue nel 1942. Aggiungiamo pure anche lo scatto “For cycling” nel quale un abito di raion bianco nobilita una ragazza sulla bici in prossimità della torre Eiffel (Vogue, 1944); ancora da citare il “Rose Descat’s dark red felt hat”, foto centrata sul cappello di feltro indossato da una pensosa modella raddoppiata grazie a uno specchio (noto stilema surrealistico), in un contesto privato di ornamenti vestimentari, probabilmente per metacomunicare alle lettrici la scarsità marginale di risorse dovuta alla guerra che paradossalmente aggiunge una nota di pathos all’eleganza della figura. Ebbene, a mio avviso bastano queste quattro fotografie per capire che l’originalità, la maestria tecnica, la visione estetica di Lee Miller hanno plasmato il suo tempo in una misura che sinora gli studiosi non hanno restituito alla sua memoria.

Per non fare apparire Antony Penrose un curatore poco attento alla dimensione del valore della madre anche in questo genere fotografico, devo aggiungere che probabilmente la sua scelta è stata condizionata dal tema della mostra.

Infatti, quasi in simultanea con l’evento bolognese, a Horten (Norvegia), presso il Preus Museum (7 aprile-8 settembre 2019), si possono ammirare le foto di moda dell’autrice, nella mostra, Lee Miller: Fashion and War.

Della serie di immagini esibite, scelte probabilmente da Antony, vi presento subito quelle pubblicabili per la promozione della mostra sopracitata che quasi certamente non riuscirò a vedere.

Lee Miller

Non so voi come la pensiate, ma a mio avviso rafforzano l’idea che Lee Miller oltre a padroneggiare i modi stranianti delle tecniche surrealiste, era particolarmente abile nel rendere percepibile una qualità della bellezza della quale la moda di quel periodo non poteva fare a meno, qualità espressa bene dalla porosa semantica della parola “chic”. Inoltre Lee era versatile, riusciva a rendere interessanti abiti modesti, non solo in studio ma anche en plein air.

Alla Farleys Gallery (nella casa dove vissero Roland Penrose e Lee), è appena stata inaugurata la mostra Lee Miller in Color (aperta fino a 13 ottobre 2019). Io credo che questa esposizione confermi ancora di più la centralità di una artista com’era Lee, nella costruzione dell’immaginario della moda nel suo tempo. La prima foto di moda a colori fu pubblicata nel 1931. L’autore era Steichen, grande amico ed estimatore di Lee. Penso di poter affermare che fu anche uno dei maestri inconsapevoli della Miller, prima dell’esperienza con Man Ray. La dimensione del colore divenne subito centrale per l’efficacia della foto di moda. Gli editor sulle riviste, li alternavano con i tradizionali servizi in bianco e nero. Forse la Miller non amava la vivacità, l’energia dei colori che erano tipiche di Blumenfeld o della Dahl-Wolfe. La sua tavolozza di colori era più delicata e sorprendentemente efficace. E si può dire che, anche in questa dimensione che si rivelerà molto performante per il successo delle immagini di moda tra il grande pubblico, Lee Miller, negli anni in cui si sperimentavano nuove soluzioni, abbia dato un contributo che la colloca tra i protagonisti del suo tempo.

La mia impressione è che, dopo l’esperienza di reporter di guerra, Lee Miller avesse perso interesse per la moda. Tuttavia le sue foto per Vogue (ed. inglese), tra il 1946 fino ai primi cinquanta sono ragguardevoli. Viste col senno di poi, per certi aspetti, risultano almeno pari a quelle che Cecil Beaton e Parkinson, i due principali rivali nella redazione di Londra, scattarono in quel periodo. Ma non aveva più la consapevolezza di quanto fosse brava. L’interesse intellettuale per la fotografia si stava spegnendo. Era sempre più difficile per i responsabili della rivista interagire con lei.

Becky E. Conekin, nel suo bel libro, Lee Miller in Fashion (Thames & Hudson), racconta questo distacco dalla fotografia come la conseguenza di una grave depressione a sua volta legata ai traumi vissuti e visti durante la guerra; complicata dal fatto che ora si era risposata, aveva un figlio senza il desiderio di essere madre, la fotografia commerciale l’annoiava. Finito un amore ne trovò subito un’altro. Dalla fotografia passò alla passione culinaria. Sembra che i suoi piatti fossero molto creativi e apprezzati. Secondo Antony Penrose, l’arte di cucinare gli salvò la vita, permettendogli nei decenni che le rimanevano da vivere, insieme a Roland, di creare nella loro casa di campagna, un accogliente è ben frequentato ricettacolo culturale che oggi è diventato una vera e propria casa Museo dedicata alla conservazione e divulgazione delle loro opere e di quelle degli amici artisti che condividevano i loro valori. Lee Miller morì di cancro nel 1977.

 

Le mostre citate nel testo

Bologna, Palazzo Pallavicini

Surrealistic Lee Miller (14 marzo-9 giugno 2019)


Horten (Norvegia)

Preus Museum

Lee Miller: Fashion and War (7 aprile-8 settembre 2019)

 

Farleys House & Gallery (East Sussex, England)

Lee Miller in colour (7 aprile-13 ottobre 2019)

Addenda:

Il copyright di tutte le immagini pubblicate appartengono a Lee Miller Archivie. All Rights Reserved. www.leemiller.co.uk.

Non sono una mia scelta, non ho potuto pubblicare quelle che avrei preferito. Semplicemente ho rispettato le indicazioni degli organizzatori della mostra, pubblicando quelle temporaneamente libere da diritti.

Comunque il lettore che provasse interesse a conoscere meglio Lee Miller può trovare una immensa serie di sue immagini nel web. Il mio consiglio è di partire sempre dal sito www.leemiller.co.uk, il più serio e organizzato.

Comunque ci tengo a sottolineare che personalmente non baratterei mai l’esperienza di una sola visione dal vivo di una foto di qualità come quelle di Lee Miller, con tutte quelle che volete, anche mille, guardate su internet.

Lamberto Cantoni
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82 Responses to "Lee Miller, la surrealista"

  1. jenny   8 Aprile 2019 at 09:19

    Sono stupita dalla bravura della fotografa che conoscevo solo per essere stata la modella preferita di Man Ray. Che però sia stata più brava del maestro, questo mi fa venire dei dubbi. Che forti le foto di reportage! le vicende della sua vita me la fanno piacere ancora di più.
    Ho una critica da fare. Avendo visto la mostra, tra l’altro molto ben organizzata e in una location bellissima, posso dire che è un errore citare nell’articolo fotografie che poi non si vedono. Non capisco perchè gli organizzatori non consentano la loro pubblicazione. Forse pensano di non aver bisogno di pubblicità. Comunque se si descrive una foto bisogna farla vedere, altrimenti non si capisce.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 Aprile 2019 at 17:00

      Non chiedermi perché è così difficile avere la liberatoria sulle immagini che servono per completare un articolo. Probabilmente gli uffici stampa lavorano soprattutto per avere articoli su quotidiani, immaginando così di produrre informazioni utili per portare gente in mostra. Interventi articolati come il mio, evidentemente non interessano. Comunque è un andazzo diffuso che troppi miei colleghi accettano. Ti confesso che se non fosse stata Lee Miller, non avrei fatto la recensione.

      Rispondi
  2. valeria   9 Aprile 2019 at 08:49

    Lee Miller: una donna moderna che ha cavalcato il suo tempo precorrendo il nostro. Una splendida fotografa descritta in una mostra (che consiglio a tutti di vedere) e in una presentazione accuratissima, colta ed esauriente.
    Mi sarebbe piaciuto vedere più immagini nell’articolo: mi sarei goduta di più il percorso della mostra.
    Peccato che le foto inerenti alla moda siano poche: avrei voluto conoscere l’artista anche nell’ambito delle sue scelte lavorative per cogliere ogni sfaccettatura della personalità
    di questa grande fotografa.

    Rispondi
  3. lucio   9 Aprile 2019 at 09:11

    Jenny non ha tutti i torti. Non vedere le immagini che l’autore commenta demotiva la lettura. E’ anche vero che ila foto di Lee Miller che fa il bagno nella vasca di Hitler l’ho trovata subito in internet. A Palazzo Pallavicini avevo già visto la mostra di Vivian Maier. L’andrò a vedere la nuova con interesse.

    Rispondi
  4. Ale   9 Aprile 2019 at 09:55

    Ho visto la mostra. Per me le foto di reportage sono le migliori. Quelle di moda sono datate. Le foto artistiche sono tipicamente surrealiste. Di certo complessivamente è stata una fotografa geniale. Spero che vedano la mostra in tanti. Merita.

    Rispondi
  5. mau   10 Aprile 2019 at 09:08

    mostra stupenda. Lee Miller è attualissima. Spero arrivino anche altre mostre su di lei. Perché non una grande e completa retrospettiva? Ho una critica da fare a chi ha scritto l’art. Foto così importanti meritavano delle belle didascalie.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 Aprile 2019 at 08:43

      Ho già evidenziato il problema nel precedente commento. Ero incazzato e quindi mi sono liberato di quello che avevo scritto senza la necessaria attenzione. Lo ripeto: se non fosse stato per Lee Miller, avrei guardato la mostra solo per il mio piacere. Se gli organizzatori cercano solo le stronzate informative da due righe, sono affari loro. Per i miei articoli ho bisogno di avere un supporto diverso. Comunque appena ho tempo, cercherò di mettere le dida.

      Rispondi
  6. Antonio Bramclet
    Antonio   11 Aprile 2019 at 14:57

    La mostra è molto interessante e importante. Dovrebbero vederla i deficienti che si ostinano a sognare nazismi e fascismi. Mi associo con chi si chiedeva il perché non è stata fatta una vera retrospettiva con molte più foto, rappresentative di tutta la vita della Miller. Mi spiace non aver visto quelle a colori e quelle della moda.

    Rispondi
  7. ann   12 Aprile 2019 at 09:29

    Ho visto la mostra con Jenny e condivido la sua opinione. Non sapevo che Lee Miller fosse così brava anche come fotografa di moda. Chissà perché il sig. Antony non ci ha portato una retrospettiva più completa.

    Rispondi
    • Lamberto   15 Aprile 2019 at 09:47

      L’ultima sua grande retrospettiva credo sia stata la mostra concepita dal Victoria & Albert Museum di Londra, nel 2007, per celebrare il centenario dalla nascita. Si intitolava The Art of Lee Miller. Fu visitata da mezzo milione di persone. Immagino che la mostra fosse richiesta da altre grandi città nel mondo. Di sicuro arrivò anche a Parigi. Quell’evento contribuì ad aumentare l’interesse di un vasto pubblico per le opere e per la vita della fotografa.

      Rispondi
  8. Ilenia   13 Gennaio 2023 at 10:43

    Sono stupita dalla bravura della fotografa che conoscevo solo per essere stata la modella preferita di Man Ray. Le forti le foto di reportage! le vicende della sua vita me la fanno apprezzare ancora di più.Miller per me è una donna moderna che ha cavalcato il suo tempo precorrendo il nostro.Mi sarebbe piaciuto vedere più immagini nell’articolo: mi sarei goduta di più il percorso della mostra.Peccato che le foto inerenti alla moda siano poche: avrei voluto conoscere l’artista anche nell’ambito delle sue scelte lavorative per cogliere ogni sfaccettatura della personalità di questa grande fotografa.

    Rispondi
  9. Nicolò U   13 Gennaio 2023 at 11:32

    La storia di Lee Miller ricorda per certi versi quello della pittrice surrealista (anche se lei non amava considerarsi tale e citando le sue parole:«Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni») Frida Kahlo. Entrambe hanno avuto una vita molto turbolenta costellata di eventi tragici e drammatici ed entrambe hanno dovuto lottare in un’ambiente artistico dominato da uomini.
    Tra le sue foto quella che mi colpisce di più è “Donna nella vasca da bagno di Hitler” perché comunica un senso di forte disagio emotivo da parte della suddetta

    Rispondi
  10. Francesca   14 Gennaio 2023 at 17:28

    “Miller, la donna rinata nella vasca di Hitler”.
    Cosi titolava il giornale Repubblica presentando il libro scritto da Serena Dandini, presentatrice televisiva, dedicato a Lee Miller; fotografa e modella americana.
    Ricordo di aver visto questa foto e ne rimasi colpita pensando: perché’ la Miller decise di fare la foto nel bagno del Fuhrer?
    Chiunque sarebbe entrato nella casa di Hitler dopo l ‘orrore della guerra, avrebbe fatto tutt’altro!
    Pensando alla mia esperienza al campo di concentramento di Sachsenhausen a Berlino, io avrei pianto a dirotto o sarei rimasta pietrificata…ok io non sono una Report di guerra ne’ una giornalista…comunque la foto nuda dentro la vasca di Hitler, mostra il suo stile unico insolito e surreale.
    A distanza di anni ricordo ancora le sensazioni che provai dopo aver visto questa foto sul giornale!
    Quello che ammiro in lei è la voglia di vivere la vita pienamente essendo se stessa in un epoca il ‘900 molto difficile per una donna come lei, anche se non condivo la sua morale.
    Da una parte rivendica la libertà di scelta nell’amore ma quando sola si ammala e viene a conoscenza che il marito probabilmente ha un’altra donna, ritorna da lui?
    Questo non è forza di ritornare …la paura di affrontare una malattia da sola le avrà dato modo di riflettere sulle cose vere della vita e che la lealtà e la fedeltà hanno un prezzo anche la rinuncia a un piacere immediato di un nuovo amante.

    Rispondi
  11. Francesco Casadei   15 Gennaio 2023 at 12:36

    Indubbiamente non avevo mai sentito parlare di Lee Miller, la sua storia è particolarmente interessante e ricca di vissuto, sarò io, ma ogni volta che mi si presenta la storia di un personaggio che in qualche modo abbia potuto “dire la sua” durante il periodo della disastrosa Seconda Guerra Modiale mi ci appassiono, mi si crea una sorta di filmato mentre leggo o ascolto le varie vicende.
    L’unica perplessità mi rimane quella di Nathalie Herschdorfer che definisce la Miller nel suo libro “Fashion” “una intrusa a cospetto dei grandi fotografi che collaborarono con la prestigiosa rivista.”, non capisco come si possa definire un esempio di donna come Lee Miller una intrusa all’interno del mondo della fotografia…

    Rispondi
  12. Chiara   15 Gennaio 2023 at 14:47

    “Preferisco fare una foto, che essere una foto”
    affermava l’artista che, durante tutta la sua carriera, non si impose mai limiti, dedicandosi alla fotografia di moda, al ritratto, agli esperimenti surrealisti, al reportage di guerra.
    La potremmo definire una donna dalle mille vite, coraggiosa, una delle figure più affascinanti del XX secolo.
    fotoreporter statunitense e fotografa talentuosa, ma anche modella per magazine di moda, bella, libera e indipendente, con i suoi scatti ha documentato l’emancipazione e le battaglie femminili, mettendoci sempre il suo punto di vista.
    I suoi lavori a mio avviso vanno anche a rispondere al problema di genere nell’ambito fotografico, non potendo essere ignorata, la presenza femminile nella storia della fotografia è stata classificata, inquadrata, sottoposta a un framing dai confini molto stretti.
    Chiunque creda che il lavoro fotografico fatto da donne possa essere relegato a confini più ristretti rispetto a quelli maschili, non ha assolutamente idea di cosa sia la fotografia.
    Non ci sono stati lavori al femminile, ma solo fotografie. Fotografie magnifiche che hanno impreziosito la storia, e quelli di Lee Miller ne sono un grande esempio.

    Rispondi
  13. Gloria2405   16 Gennaio 2023 at 16:14

    Inquieta quanto imprevedibile, Lee ha attraversato in lungo e in largo il secolo scorso come modella prima, poi come fotografa e successivamente come corrispondente di guerra.
    Elizabeth (Lee) Miller possedeva una bellezza eterea che non passava inosservata e una personalità ribelle, forse troppo moderna per quell’epoca.
    Nel 1928 è coinvolta in uno scandalo commerciale: un suo ritratto è utilizzato per una pubblicità di assorbenti femminili.
    Fu uno scandalo e le proteste non passarono inosservate, era la prima volta che l’immagine di una donna appariva associata ad un prodotto così intimo.
    Neanche Lee inizialmente approverà ma poi si ricrederà andando fiera di aver contribuito ad abbattere un tabù tra i più radicati nella società.
    Molti la conoscono come la bellissima e sensuale amante e compagna del fotografo Man Ray che pur essendo strettamente legato a quell’idea di libertà sessuale, fondata sulla netta separazione tra sentimento amoroso e attrazione fisica, perde completamente il senno dopo che la Miller lo scarica in seguito ai nove mesi di relazione.
    In questo stralcio di tempo, nelle pellicole di Man Ray non figura nient’altro che lei.
    Risalgono a questo periodo gli esperimenti di solarizzazione negli suoi scatti, capaci di portare l’elemento surrealista anche in una mera fotografia del reale.
    Alla Miller va il premio di essersi distinta nel campo della fotografia liberandosi dall’ombra del compagno con cui lei trascorre il tempo necessario per assorbire nozioni e insegnamenti.
    Incarna la figura di una vera e propria donna in carriera, anche se a causa del suo percorso nel mondo lavorativo, all’epoca non era considerata niente di più di una poco di buono.
    La buona sorte fornitagli dalla bellezza e dall’intelletto non furono sempre a suo favore, da bambina fu vittima di stupro da parte di un amico di famiglia da cui contrasse la gonorrea, incurabile a quel tempo, tenuta a bada da lavaggi interni dolorossissimi, si definiva come un angelo fuori: “Sembravo un angelo fuori. Mi vedevano così anche se dentro ero un demonio. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina. Perché ci sono vite che sono romanzi ed anche la mia è stata un fradicio rompicapo, le cui tessere ubriache non combaciano per forma ne’ scopo.”
    Il dolore del mondo la sfiorerà ancora una volta con gli orrori della guerra.
    Dal passato surrealista, le sue fotografie ritraggono la “gente comune”: soldati, infermiere, civili, vittime e feriti; morte, con un macabro distacco che rende il racconto di Lee Miller una testimonianza unica.
    L’alcool rappresenterà per lei un vizio consolatore fino alla morte, pronto ad annebbiare i brutti ricordi.
    Concludo dicendo che la maggior parte delle donne della sua epoca, e forse anche in questa, si sarebbero accontentate di vivere sfruttando la propria bellezza ei vantaggi di un buon matrimonio.
    Lee Miller invece decise di non porsi nessun tipo di limite.
    In una frase in particolare, dove lei stessa afferma “ Non sono Cenerentola, non posso costringere il mio piede nella scarpetta di cristallo “, emerge in modo spiccato il suo anticonformismo, la volontà di scardinare le porte che la società anni ‘50 imponeva alla figura della donna e non si perse neanche un istante di una vita vissuta intensamente.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Gennaio 2023 at 17:38

      Non per fare il pignolo ma Lee era una ragazza del 1907. Eventualmente la società che voleva scardinare dobbiamo collocarla tra la fine degli anni venti e la seconda guerra mondiale. Nei cinquanta i sui problemi la costrinsero aduna vita ritirata,

      Rispondi
  14. Noemi   16 Gennaio 2023 at 18:31

    Lee Miller aveva una sua anima libera ed era tutt’uno con la sua determinazione, il suo voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore attraverso la scrittura e il linguaggio dell’immaginario, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia.

    Rispondi
  15. Martina De luca Laba rimini   16 Gennaio 2023 at 19:09

    Lee Miller è stata una modella, fotografa, viaggiatrice, reporter di guerra ma soprattuto una donna libera, dimostrandolo nelle sue scelte di vita, oltre che una surrealista molto prima che questo movimento avesse un nome in quanto decise di vivere secondo i principi surrealisti prima di tutti quanti negli Stati Uniti.
    Ciò che mi affascina è proprio il suo animo totalmente libero e tutt’uno con la sua determinazione, il voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore, attraverso la scrittura e il linguaggio è indubbiamente la fotografia, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia, oltre che emancipata, in un’epoca in cui, esserlo era praticamente impossibile. Vediamo infatti nelle sue fotografie una forte urgenza di narrazione femminile, una sorta di denuncia e non a caso ci troviamo in balia di eventi che fotografano una realtà che mette da parte le donne, le emargina e le deride

    Rispondi
  16. Silvia   16 Gennaio 2023 at 19:31

    Non avevo mai sentito parlare di Lee Miller, ma leggendo la sua storia mi ha colpito molto.
    Una donna forte, libera, indipendente, coraggiosa e determinata a fare la fotografa che ne ha passate tante fin dalla giovane età, andata in guerra per fare la reporter per fotografare degli scenari dell’orrore.
    Ho cercato delle sue fotografie su internet e guardandole mi è come venuto un brivido sulla schiena, si riesce a percepire la sofferenza e la crudezza del momento in cui è stata scattata la foto.
    A parer mio è stata una fotografa di talento e non so come Nancy Hall-Duncan non l’abbia potuta nominare in “The History of Fashion Photography” come protagonista del Surrealismo.

    Rispondi
  17. Elisabetta Ferrucci (LABA)   16 Gennaio 2023 at 19:31

    Personalmente non conoscevo la figura di Lee Mille e quest’articolo mi ha permesso di scoprire una donna dalla personalità incredibile, una donna che deve essere un vero esempio per tutte noi oggi. Nonostante i forti pregiudizi della società del secolo scorso (patiamo ancora oggi per preconcetti degli uomini quindi posso solo immaginare quale fosse la situazione cent’anni fa) ha difeso la sua libertà con determinazione e senza mai andare contro sè stessa. Lee Miller, oltre ad avere una grande testa, era di una bellezza disarmante, infatti, nel 1926, quando rischia di essere investita da un’auto a Manhattan a salvarla è per un caso del destino Condé Montrose Nast, il quale resta talmente colpito dalla bellezza di Lee che le propone proprio lì di diventare uno dei volti da copertina di Vogue. La ragazza divenne così una delle modelle più celebri d’America, anche se questa non era proprio la sua aspirazione. Tutti restavano incantati dalla sua bellezza e molti perdevano la testa per lei, come si evince anche dall’articolo ma, nonostante ciò, lei decide di seguire la sua strada e di intraprendere una carriera lavorativa in un settore che all’epoca era dominato dal genere maschile. Probabilmente qualsiasi donna al suo posto avrebbe approfittato di questo dono della natura il più possibile, sposando qualche riccone che le avrebbe assicurato una vita tranquilla, ma lei non era così, non era la tranquillità che cercava. Con lo scoppio della guerra decide di voler documentare personalmente quell’orrore e non si ferma nemmeno dopo essere stata arrestata per essersi avvicinata troppo al fronte; con risolutezza ha perseguito il suo obiettivo, scattando foto che probabilmente resteranno alla storia per sempre. Fu ella stessa ad affermare che “le fotografe di guerra hanno dovuto combattere su due fronti: le bombe e gli uomini”. Mi ha particolarmente colpita la sua foto nella vasca da bagno nella casa di Hitler, in cui con sfrontatezza affronta l’uomo che è stato la causa di uno dei più terribili episodi della storia dell’umanità. Probabilmente in molti non avrebbero nemmeno avuto il coraggio di entrare nella casa di un tale mostro o si sarebbero sentiti intimoriti nel farlo ma lei, addirittura, dorme nel suo letto e fa il bagno nella sua vasca. “Portavo in tasca da anni l’indirizzo di Monaco di Hitler e finalmente ho avuto la possibilità di usarlo. Ma il mio ospite non era a casa. Ho scattato alcune foto del posto e ho anche dormito bene la notte nel suo letto. Ho persino lavato via lo sporco di Dachau nella sua vasca”. Lee Miller è uno dei tanti esempi del valore, della forza e della voglia di riscatto che da sempre caratterizza il genere femminile e, la sua carriera è la dimostrazione che anche le donne possono essere artiste valide (anche più valide degli uomini). Anche se probabilmente all’occhio delle sue coetanee era considerata solo una poco di buono, ad oggi credo meriti di essere conosciuta e presa ad esempio da ogni ragazza (e non comprendo per quale motivo non lo sia già).

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Gennaio 2023 at 07:57

      Il riccone lo ha sposato. Aziz era ben fornito. Anche Penrose non aveva problemi. Io penso che Lee, con grande lucidità, volesse dall’eventuale marito anche altro: gusto, intelligenza e una propensione al masochismo sentimentale: nel gioco di coppia era lei la dominatrice.

      Rispondi
      • Elisabetta Ferrucci (LABA)   20 Gennaio 2023 at 16:35

        credo di essermi espressa male. ciò che intendevo dire è che un’altra donna, dopo aver sposato un uomo abbiente, avrebbe vissuto una vita nel lusso, senza muovere un dito e senza dover lavorare nemmeno un giorno della sua vita. Lee, invece, non ricercava una vita tranquilla, né tantomeno voleva ricoprire il ruolo della perfetta mogliettina solo per essere mantenuta economicamente da un uomo.

        Rispondi
  18. Pamela Ferri LABA   16 Gennaio 2023 at 21:28

    Lee Miller nasce nel 1907 a Poughkeepsie, figlia di Theodore e Florence Miller. Cresce fin da piccola con la passione dell’ fotografia, trasmesso dal padre oltre ad essere lei stessa sua modella. Fu modella di successo, fotografa e fotoreporter.
    All’età di sette nani fu vittima di un abuso da parte di un amico di famiglia che le attacco la gonorrea.
    Appena maggiorenne si trasferisce dall’America a Parigi, lei, surrealista prima ancora che questo movimento prendesse il nome si dedicò per tutta la vita alla fotografia, iniziano proprio a Parigi con l’auto di Man Ray che divento suo amico e amante.
    Man Ray si innamorò perdutamente della Lee, dedicandole foto in cui accentuava ogni singola parte del suo corpo, come una musa di un pittore.
    Lee Miller è stata prima di tutto una donna libera, strana per il suo tempo, visto che le donne dell’epoca pensavano soprattutto ad agguantare un uomo influente e potente. Questa libertà traspare anche attraverso le sue foto, infatti lei tende a liberare e squarciare pezzi di vita, aggiungendo all’oggetto o scena una vita propria e misteriosa.
    Nella sua vita mira soprattutto alla distruzione delle convezioni sociali, buttandosi in un mondo ancora dedicato agli uomini, sgomitando con forza per far riconoscere la sua bravura e il suo occhio creativo e artistico, lei stessa anche ponendosi davanti l’obbiettivo si lascia fotografare come se fosse lei stessa a dirigere la scena.
    Dopo quasi un anno di relazione decide di lasciare Man Ray, torna a New York per poi conoscere il suo futuro marito Aziz Eloui Bey e trasferirsi con lui in Egitto. Dopo tredici anni di relazione decide di trasferirsi a Londra, dove vive Roland Penrose, da prima collega e poi secondo marito.
    In quegli anni passa d fotografa a fotoreporter di guerra, infatti durante il secondo confitto mondiale grazie alle sue foto riesce a trasmettere l’orrore della guerra, attraverso foto uniche e forti, tra cui la sua foto (una delle più famose) in cui si fa un bagno caldo nella vasca di Hitler e la foto che ritrae un cumulo di ossa nei campi di concentramento.
    Finita la guerra la sua fame di “vita” non si placa e si butta nell’alcol e nella depressione, dovuta da un disturbo post traumatico da stress, supera questo periodo grazie all’aiuto dei suoi amici e del marito.
    Ripresa da questo buco nero si dedica alla cucina e al figlio, non abbandonando però la fotografia, scattando occasionalmente foto per Vogue.
    Lee Miller morì all’età di 70 di cancro nella sua casa a Farley Farm.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Gennaio 2023 at 08:10

      L’età misurata in “sette nani” è decisamente fiabesca. Intervento pieno di ragionamenti interessanti e intelligenti. L’idea che da un certo punto in poi, sul set, dirigesse lei l’effetto della foto, andrebbe sviluppata. In quel periodo emerge il concetto di fotogenia…Lee potrebbe suggerirci inedite interpretazioni del concetto.
      Però devi essere più precisa. Il matrimonio con Aziz non è durato 13 anni. E Roland divenne il suo secondo marito.

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  19. Serena Gentilini   16 Gennaio 2023 at 21:49

    Ammetto che non conoscevo questa artista dalle mille vite, ma mi ha lasciata davvero sorpresa l’audacia e la determinazione con cui seppe portare avanti le sue convinzioni ed ideali come donna e come artista, in un contesto sociale alquanto sfavorevole ad accettare una donna in potere di tracciare il proprio destino.
    Elisabeth Miller nacque in una famiglia benestante. Il padre,Theodore Miller, era un’ingegnere che curava l’hobby della fotografia.
    Nel 1915 chiede alla figlia di otto anni di posare per uno scatto artistico e inconsueto in cui lei gli concede di essere ripresa nuda, su uno sfondo naturale innevato e inquietante. Uno scatto piuttosto insolito e scabroso che non risultò certamente come il tipico scatto dei ricordi di famiglia. Secondo me questo, al di là delle opinioni, fu probabilmente per lei un primo avvicinamento alla fotografia con un’approccio anticonvenzionale.
    Sin dall’infanzia Lee seguirà il padre nelle attività fotografiche e nello sviluppo in camera oscura degli scatti.
    Dopo l’abuso subito da un’amico di famiglia, Lee ne rimarrà segnata per sempre.
    Per questo il padre le permette di seguire liberamente le sue ambizioni, sperando che questo le conceda la giusta spensieratezza per curare quel dolore. Di certo questa fu una rara opportunità per quell’epoca. Elisabeth Miller decise in quel momento della sua vita di farsi chiamare Lee: un nome neutro che non dà importanza al suo sesso. Occupa per tutto il suo vissuto posizioni direi contrastanti: protagonista di primo piano, ammirata, e allo stesso tempo “oscurata” da chi lavorava con lei. Questo nonostante fu lei portatrice di innovazione, come nel caso del processo di solarizzazione, scoperto per errore durante uno shooting con Man Ray.
    Inoltre si pensa che diverse delle solarizzazioni firmate Man Ray siano state effettivamente realizzate da Lee.
    Durante il periodo della guerra nonostante gli inviti del governo americano a rientrare in patria, la Miller riesce ad essere accreditata da «Vogue» come corrispondente di guerra. Lei e Margaret Bourke-White, anche se non lavoreranno mai insieme, saranno le uniche donne accreditate presso l’esercito degli Stati Uniti come corrispondenti di guerra. 
    Trovo gli scatti del periodo di guerra davvero crudi, aspri, ma allo stesso tempo portatori di un’inaspettata “sublimazione” estetica. Penso che gli anni da reporter le siano costati molto in termini emotivi e questo l’ha portata alla fine di tutto a legarsi all’alcol, in mezzo alla confusione della mente e dell’anima.
    Concludo dicendo che, nonostante io non condivida tutte le sue scelte di vita, soprattutto dal punto di vista amoroso, le capisco e le ritengo forse quasi necessarie in quel periodo, per incarnare totalmente un modo di vivere progressista per la donna.
    Lee Miller aveva coraggio da vendere.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Gennaio 2023 at 08:20

      Ottimo lavoro Serena, note biografiche importanti. Giustissimo il ricordo di Margaret Bourke-White. A me risulta che anche Toni Frissel fosse al seguito delle truppe americane. Con un accredito diverso. Non da prima linea, voglio dire. Mi pare di ricordare che fosse al seguito della Croce Rossa e sul finire del conflitto fosse accreditata dall’’Air Force (l’aviazione militare).

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  20. Pekins Omorodion Laba   16 Gennaio 2023 at 22:26

    Lee Miller mi lascia senza parole, una personalità forte, determinata, curiosa e assolutamente imprevedibile, nascosta da un volto così seducente e leggiadro. Costretta a vivere in una società così limitante, nei confronti della donna, che la vedeva come una musa da esposizione dando più rilevanza al suo apparire, mettendo così in secondo piano la sua arte. Questa virtuosa della fotografia ha dovuto lottare per affermarsi in tale ambiente che, nel corso della vita, le ha afflitto traumi che l’hanno resa la figura che conosciamo oggi.

    Ammiro la sua fotografia ho controllato sul web e la sua arte risulta assolutamente elegante e pulita, anche nelle foto naturali e più reali risulta tutto così perfetto e ordinato. Questo è solo uno delle facci di Miller, ella ci mostra anche foto più provocatorie con significati più profondi come la foto nella vasca di Hitler e oltre a quello gli scatti realizzati in guerra che mostrano una realtà più cruda e fredda.

    Trovo che i suoi scatti siano incredibili ma non penso lo stesso della persona, mi trovo un po’ contrario al suo costante cambio di partner, decisioni prese alla continua ricerca di libertà e affermazione della sua figura ma che non trovo molto apprezzabili, però non la biasimo il mondo che la circondava la resa quello che era, i lutti ei trami l’hanno portata a mettere in secondo piano certi aspetti della vita. Nonostante questo ammiro la sua arte e la sua personalità dominante, certamente andrò a vedere delle sue mostre

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  21. Andrea Marcaccini   16 Gennaio 2023 at 22:30

    “Alle sette del mattino, prima di soddisfare una fame immaginaria – il sole non ha ancora deciso di sorgere o tramontare – la tua bocca viene a soppiantare tutte queste indecisioni. Unica realtà, che da valore al sogno e ripugna al risveglio, essa rimane sospesa nel vuoto, fra due corpi. La tua bocca stessa diventa due corpi, separati da un orizzonte sottile, ondulato. Come la terra e il cielo, come te e me.” Man Ray

    Lee Miller surrealista già negli Stati Uniti, prima che questo movimento avesse un nome, scelse fin dall’inizio di vivere secondo principi solo suoi. Top model statunitense trasferitasi a Parigi nei primi anni Venti per affermarsi come fotografa di moda, viaggiatrice appassionata, reporter di guerra, musa ispiratrice di tanti protagonisti del Novecento, Lee Miller è stata una donna libera, prima di tutto, dimostrandolo nelle sue scelte, nella vita che ha vissuto.
    Pablo Picasso, Dora Maar, Max Ernst e Man Ray sono solo alcuni dei principali avanguardisti che Elizabeth “Lee” Miller ha immortalato con la sua macchina fotografica.
    Nel corso della sua carriera la Miller ha saputo impreziosire i propri scatti con una certa poesia che li ha poi resi particolarmente evocativi.
    Nel 1913 Gustave Flaubert pubblicò un libro in cui raggruppava, in maniera enciclopedica, tutti luoghi comuni diffusi nella società parigina, e quindi occidentale, di allora. A distanza di un secolo, non tutti i cliché contenuti nel Dictionnaire des idées reçues sono totalmente scomparsi: uno dei più duri a morire è quello secondo cui “la donna artista non può che essere in realtà una semplice sgualdrina”. La storia dell’arte, costellata da figure di primissimo livello già in età antica, sconfessa ovviamente questa affermazione. Scardinare certe convinzioni non è tuttavia mai facile, soprattutto se provi a farlo quando sei al contempo anche una delle bellezze più affascinanti del tuo tempo
    Di lei si diceva che fosse un vero enigma, con la sua personalità prorompente, le sue difficoltà, i suoi amori. Certo, Lee Miller sfugge a ogni semplice definizione e la sua vicenda personale, il suo lavoro, le sue fotografie, perfino il suo corpo, sono elementi che, insieme, compongono l’immagine complessa e unica di una donna indipendente e un’artista di talento.

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  22. Madalina   16 Gennaio 2023 at 22:38

    Sicuramente l’evento più traumatico nella carriera di Lee Miller è stato senza dubbio lo scoppio della guerra nel 1939. Ai tempi Lee Miller viveva a Londra lavorando come una fotografava di moda a Vogue. Vedendo gli effetti dei bombardamenti tedeschi su Londra, il cosiddetto Blitzkrieg del 1940/41, perciò ha deciso di diventare una corrispondente di guerra per Vogue. In totale ci sono state solo cinque donne corrispondenti di guerra negli Stati Uniti, a fare reportage per diverse riviste. Da Londra, Lee Miller ha viaggiato per quasi tutta l’Europa; ha fatto parte delle truppe americane e ha viaggiato per il Nord Europa fino alla Francia. Da lì è andata a Parigi e tra i suoi traguardi più importanti per la sua carriera fotografica: Germania ed infine Austria. Nel 30 aprile con la 45esima divisa statunitense, è entrata nell’appartamento privato di Adolf Hitler, a Munich. Un momento prima stava facendo delle foto al campo di concentramento di Dachau e adesso sta posando nella vasca da bagno di Hitler. Questo per dire che è stata la prima ad avvicinarsi così tanto, dato che in quei tempi i fotografi di guerra dovevano escogitare strategie diverse per poter scattare delle foto. Per esempio, alcuni si tenevano a distanza da quelle “situazioni”. Una collega di Lee Miller, Margaret Bourke usava la lente della fotocamera come una specie di scudo protettivo, ma Miller era totalmente diversa. Lei si avvicina, e molto. Ci teneva a far vedere quei momenti così come erano. Nonostante queste foto di guerra fossero più realistiche rispetto alle sue altre foto, si riesce comunque ad intravedere il suo occhio artistico e surrealistico. Un esempio è la foto di un suicidio di una delle figlie del vice sindaco Leipzig, in questa immagine infatti diventa evidente che Lee Miller crea una scena più “surrealistica” tramite l’uso della luce, con il quale trasporta il corpo in una drammatica composizione.

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    • Lamberto Cantoni
      lamberto cantoni   17 Gennaio 2023 at 08:36

      Bel lavoro. Ma perché non hai scritto il nome delle cinque fotografe corrispondenti di guerra? Azzardo una risposta. Non sono esistite 5 fotografe americane corrispondenti di guerra.

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      • Madalina Stefan   17 Gennaio 2023 at 12:22

        Se non sbaglio, dovrebbero essere Mary Welch, Dixie Tighe, Kathleen Harriman, Helen Kirkpatrick, Tania Long e ovviamente anche Lee Miller; erano le donne corrispondenti di guerra della US Army durante la seconda guerra mondiale

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   18 Gennaio 2023 at 08:58

          Grazie per l’info. Sospettavo che l’esercito USA impegnato su fronti vastissimi avesse bisogno di tanti fotografi. Ma pensavo fossero maschi. Prendo atto della tua precisione e ti chiedo scusa per l’ironia fuori luogo del mio commento precedente.

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  23. Carlotta   16 Gennaio 2023 at 22:51

    Lee Miller era senza dubbio una donna fuori dagli schemi per il periodo in cui viveva, purtroppo la sua vita “trasgressiva” non venne capita al tempo in quanto le donne non erano libere di essere sé stesse al contrario degli uomini. Ora come ora penso che sia impressionante come una donna sia riuscita a farsi strada in un periodo come quello da lei vissuto dove erano gli uomini a comandare e specialmente il fatto che nonostante le critiche abbia continuato la sua carriera da fotografa con volontà e coraggio in quanto non fosse facile allora seguire i propri ideali a quel tempo. Ora la Miller è un grande esempio per le donne che ancora oggi si sentono ostacolate solo per il fatto di essere sé stesse, riguardandola oggi rappresenta il futuro della società e il nostro presente.

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  24. Giada.giannotti03@gmail.com   16 Gennaio 2023 at 23:03

    È affascinate come Lee Miller abbia occupato, negli ambiti che ha attraversato, posizioni per così dire opposte e contrastanti. Passò da essere protagonista di primo piano a personaggio defilato del suo tempo, venne esaltata ma in contempo celata da chi lavorava con lei, modella e fotografa, invisibile all’osservazione “nemica”.
    Fu Pablo Picasso, suo grande amico, uno dei pochi a riconoscere il suo valore di grande donna, con il suo spirito vivace e la sua sessualità libertina, tanto da dedicarle diversi ritratti. Lo stile cubista sicuramente rappresenta nel migliore dei modi le diverse sfaccettature, frammentando i soggetti per mostrare una nuova visione dello scorrimento del tempo e delle diverse sensazioni e percezioni scaturite davanti a uno stesso oggetto in due momenti differenti, ciò che traspira anche dalle fotografie della stessa Miller.
    I suoi occhi videro tanto e nessuno seppe essere come lei tanto moderna, ammagliata dalla bellezza ma senza trascurare “l’impegno civile”, in particolare non tirandosi mai indietro nemmeno di fronte all’orrore, il quale nel mondo della moda e fotografia era una delle emozioni negative da tenere maggiormente sotto controllo.
    Lee Miller e Margaret Bourke-White, anche se con scopi estremamente differenti, saranno le uniche donne accreditate presso l’esercito degli Stati Uniti come corrispondenti di guerra.
    Lee partí fotografando Londra, le incursioni e i bombardamenti sull’Inghilterra del sud, dopo lo sbarco in Normandia arriverà in Francia e seguirà le truppe nell’avanzata verso Parigi e Berlino. La battaglia di St. Malo, l’ Alsazia, l’incontro a Turgau tra americani e russi. Fotograferà Monaco, Vienna, l’Ungheria. Fotograferà brutalmente l’entrata degli Alleati nel campo di Dachau e sarà fotografata da Scherman mentre si lava nella vasca del bagno privato di Hitler, ironizzando su come la casa da lui messa a disposizione era per una persona medio-stipendiata. 
La guerra sarà un’esperienza che la segnerà pesantemente, la depressione post bellica e l’alcool pare abbiano la meglio sulla sua volontà. Fu una delle poche a vedere il mondo da due prospettive, dietro e di fronte l’obiettivo, addentrandosi nella strada meno agibile.

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  25. Mbappe Fossi   16 Gennaio 2023 at 23:15

    Credo che Lee Miller sia stata una ragazza estremamente sicura di se questo grazie anche al suo fascino che la portò a diventare una modella , ma tutti sappiamo che Lee Miller voleva diventare qualcuno anche a livello culturale e questa la portò a trasferirsi a Parigi dove incontro Man Ray da cui imparerà il mestiere di fotografa da qui in poi Lee Miller imparerà a vivere in un ambiente surrealista attraverso le immagini che descrivono lo stile di vita e di pensiero di ciò che accade durante il crollo dell’impero nazista. Concludo dicendo che a par mio Lee Miller sia stata una ragazza estremamente coraggiosa e probabilmente nessun’altra donna avrebbe potuto vivere e sentirsi così vicino a quelle bruttissime condizioni di guerra

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  26. Emilia Grgeori   16 Gennaio 2023 at 23:35

    Quando si incontrano questo tipo di personaggi è sempre difficile riuscire a separare le opere dalla vita privata ricca e densa di avvenimenti, anche perché, nel caso di Lee Miller, siamo di fronte ad una donna che ha lottato per farsi valere in un mondo dove gli uomini primeggiavano in tutto, problematica purtroppo ancora molto attuale.
    È stata sicuramente abile a sfruttare le sue doti per farsi conoscere o per lo meno per imparare il più possibile da Man Ray.
    Il surrealismo sembra caratterizzarla durante tutto il corso della sua vita ed è a mio parere un’ottima rappresentante di questa corrente.
    Sembra quindi che gli elementi surrealisti siano intrinsechi alla Miller ed grazie a questo suo ingaggio percettivo diverso che riesce a mantenere uno stile personale in tutte le sue fotografie seppur cambiando completamente genere e dimostrando quindi anche una versatilità non indifferente.

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  27. Gaia   17 Gennaio 2023 at 00:18

    Arte surrealista=é un arte in cui la ricerca è volta al punto d’incontro tra sogno e realtà alla costruzione di una realtà superiore,libera come fa l’artista Lee Miller,voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore, attraverso la scrittura e il linguaggio dell’immaginario, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia. Emancipata, in un’epoca in cui, esserlo era praticamente impossibile.
    Cercava il connubio tra vita e arte andando fuori dagli schemi convenzionali di una vita borghese,sperimentando modi di relazione è un concetto di libertà individuale.
    Era una donna molto bella,difficile fare carriera nell’arte a quell’epoca,dovevi essere accettata dalla società dove c’erano sopratutto uomini di successo e con il potere ma lei ha sempre saputo tramite le sue doti nell’arte trasmettere che anche una donna poteva fare la differenza.
    Tramite le sue opere,anche quando affrontava generi fotografici diversi rimaneva fedeli ai suoi principi base surrealisti.
    Lei aveva il desiderio di oggettivare solo quello che le piaceva come dice nell’articolo permettendola di fare da reporter e artista al contempo.
    É stata un importante fotografa di moda lavorando per Vogue e avendo l’opportunità di poter collaborare con uomini che l’hanno aiutata nel suo intento di artista,aveva uno stile diverso riusciva ad evocare lo chic,eleganza,la sua intelligenza e personalità ma anche la vera cruda storia durante la guerra come l’arte del fotografare la punizione che le truppe alleate stavano infliggendo ai nazisti,monito per i sopravvissuti o la sfrontatezza e il colpo geniale come ci dice di riprendersi mentre si lava nella vasca da bagno privata di Hitler,dove mette a risalto ai nostri occhi il suo volto serio quasi provocatorio verso questa scena.
    La retrospettiva Bolognese sulle sue opere concepita dal figlio Antony Penrose,tiene vivo il ricordo dell’importante contributo che Lee Miller,la madre ha avuto con le sue opere e l’insegnamento che ha potuto dare tramite le sue rappresentazioni,tenendo vivo il ricordo scegliendo tutti gli scatti concependo la libertà degli sguardi della madre,in tutto quello che nella sua carriera ha fatto sia davanti a corpi,paesaggi e davanti ad eventi drammatici come il reportage sulla guerra dove Antony Penrose sottolineando il surrealismo della madre con le tecniche di straniamento,eventi di questo tipo penso che siano un grande valore all’artista stesso per permetterci di penetrare nelle nebbie del ricordo quasi ormai lontano del mito per ottenere il valore del percorso fatto e della persona,per cosa ci abbia voluto rappresentare e trasmettere ed insegnare tramite le sue opere.

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  28. Queen   17 Gennaio 2023 at 09:09

    Lee Miller a mio avviso rappresenta una donna forte che procede rettilinea per raggiungere il suo obbiettivo, senza mai però affrettare il processo. Inizia la sua carriera come modella diventando la preferita di Man Ray che fu per lei una grande svolta nella sua carriera. Per raggiungere il successo che le spettava è stata però obbligata a percorre un percorso di vita relazionare forzato, come d’altronde molte donne ancora oggi. Non biasimo le sue scelte considerando il mondo maschilista in cui visse ritengo che le sue decisioni furono meditate al fine di ottenere un riscontro e la notorietà che era consapevole di poter meritare.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Gennaio 2023 at 09:17

      Non so se possiamo dire che Lee è stata forzata a una vita di relazione che non desiderava. Io mi sono fatto l’idea che fosse una donna molto ammirata e ambita e che scegliesse le sue relazioni da protagonista e certo non da vittima.

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  29. Virginia   17 Gennaio 2023 at 16:20

    Personalmente non ho visitato la mostra di cui si parla in questo articolo e di conseguenza mi sono dovuta informare in rete.
    Guardando in rete alcune delle sue fotografie sono rimasta molto colpita da alcune, in particolare quella raffigurante una montagna di ossa di ebrei e l’autoritratto all’interno della vasca di Hitler nel suo appartamento di Monaco.
    Nonostante l’esistenza alquanto travagliata che ha vissuto, il suo lavoro è molto interessante.
    La trovo una donna di grande valore, soprattutto per la scelta di andare al fronte come foto reporter di guerra per Vogue, è una scelta sicuramente molto difficile da fare e che porta con sè un trauma psicologico non indifferente.

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  30. Sinfonia giornale scommessa   18 Gennaio 2023 at 13:08

    Molto molto interessante l’articolo, mi ha tenuta attaccata allo schermo fino alla fine (avrei però aggiunto più foto).
    Lee Miller, che c’è da dire… ho cercato foto su internet ed è veramente bella. Leggendo l’articolo ho provato due sensazioni contrastanti: ammirazione e disprezzo. La ammiro molto per ciò che ha fatto, l’essere in grado e avere il coraggio di vivere la propria vita nella maniera in cui ci è stata raccontata dall’articolo è una cosa a dir poco difficile soprattutto contando il fatto che il periodo storico riguarda il ‘900, quindi con tutte le sue “chiusure mentali” e imposizioni sociali. Ammiro anche la sua arte (ho guardato alcune foto su internet) e la sua scelta di andare al fronte come fotoreporter di guerra, sono consapevole che ci vuole molta forza mentale. L’unica cosa che ho disprezzato è stata la sua libertà a livello sentimentale, ma questo semplicemente perché sono una persona diversa da lei e non rientra nella mia morale “usare” le persone come se fossero dei fazzoletti usa e getta. Comunque, leggendo, io giungerei alla conclusione (anche se non sono una psicologa) che questa sua indifferenza nei confronti delle relazioni sentimentali sia causata dal trauma dello stupro e da un certo punto di vista la capisco perché anch’io ho avuto dei “traumi” che mi hanno resa un po’ più insicura ma sto cercando di reagire.

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  31. Tommaso Tognetti   18 Gennaio 2023 at 15:31

    Dopo aver letto e compreso la vita di Lee Miller, a mio parere, è possibile comprendere con chiarezza le cause che hanno portato a molte delle sue scelte, sia artistiche che amorose. Dopo il trauma subito da giovanissima è comprensibilissimo che l’artista avesse una concezione propria e totalmente personale sulla vita sessuale e amorosa. Saper reagire e combattere è sicuramente ammirevole, ma non solo, solamente una persona con un forte spirito, consapevolezza di sé e delle sue potenzialità poteva uscire da quel “brutto incubo”, e dai quei cupi ricordi, in modo strabiliante come la Miller, un ringraziamento va sicuramente però anche al suo psichiatra.
    Ciò che mi affascina e mi sorprende molto della Miller è proprio il suo animo sciolto ma determinato e preciso riguardo le sue ambizioni e obbiettivi. Anche dopo gli eventi traumatici precedentemente anticipati è riuscita infatti a risollevarsi e a crearsi il proprio futuro, piacevole o no non sta a me giudicarlo però.
    Durante la sua vita ha inoltre viaggiato molto (Stati Uniti, Nord Europa, Francia, Inghilterra, Germania e Austria) e, secondo me, ciò ha, da una parte, ingrandito sempre di più la sua ambizione, ma dall’altro le ha negato la possibilità di avere una maggiore stabilità familiare che, conoscendo la sua storia, le avrebbe giovato in età avanzata. Ma d’altro canto non ce lo si poteva aspettare da un’artista come lei e in un periodo caratterizzato da così tanta libertà amorosa.
    Un altro fatto che sicuramente non ha giovato alla salute dell’artista è stato il periodo in guerra e la sete di rappresentare sempre, e in ogni situazione, la crudeltà e l’orrore di essa. Tutti questi sentimenti l’hanno logorata dall’interno, insieme al ricordo della sua sciagurata vicenda giovanile ovviamente, e l’hanno portata, in età avanzata, a gettarsi sull’alcol e ad estraniarsi parzialmente dal mondo.
    Concludo dicendo che non oso immaginare come deve essere un’adolescenza così e nemmeno l’orrore, vissuto in prima persona, del secondo conflitto mondiale che sicuramente logorerebbe l’animo e la mente di chiunque. Siamo solo grati che non sia toccato a noi personalmente e ringraziamo sicuramente Lee Miller per le foto strabilianti che ci hanno mostrato la crudeltà del periodo per far sì che non ricapiti.

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  32. Linda Laba   18 Gennaio 2023 at 15:45

    Purtroppo, prima di leggere l’articolo, non ero a conoscenza dell’esistenza di Lee Miller.
    Ammetto di esser rimasta particolarmente colpita dalla grinta, dalla determinatezza e dall’audacia di quest’ artista del 1900.
    La sua vita è degna di essere raccontata per tanto fu movimentata, ricca di cambiamenti e di episodi che la segnarono profondamente e la fecero diventare una tra le donne più emancipate e moderne della sua epoca.
    Elizabeth Miller nacque a Poughkeepsie, nello stato di New York, in una famiglia borghese. Il padre, Theodore Miller, ingegnere, nutre da sempre un interesse particolare per la fotografia e ben presto sceglie la figlia come modella per i suoi scatti, oltre ad introdurla ai segreti della ripresa e del laboratorio.
    Il primo approccio al mondo della fotografia avvenne con uno scatto, fatto dal padre stesso, in cui posava nuda, direi un primo approccio particolarmente insolito.
    Nel 1914, all’età di sette anni, subì una violenza sessuale mentre si trovava a Brooklyn presso amici di famiglia a causa del ricovero in ospedale della madre. Non venne sporta alcuna denuncia e non fu ben chiaro chi fosse l’autore della violenza.
    In seguito a questo episodio, il padre le permise di seguire i suoi sogni, credendo che questo le concedesse la spensieratezza per eliminare quel dolore. Questa fu una rara opportunità per quell’epoca.
    Da quel momento in poi, Elisabeth Miller decise di farsi chiamare “Lee”: un nome neutro che non dà importanza al suo sesso.
    A 19 anni, attraversando una via di New York, l’attenzione di Condé Nast, il fondatore del colosso editoriale proprietario di Vogue e Vanity Fair, venne catturata dalla bellezza, dal portamento e dal modo di vestire di Lee, al punto da proporle un contratto: così ebbe inizio la sua carriera da fotomodella.
    Nel 1928 venne coinvolta in uno scandalo commerciale: un suo ritratto a figura intera, scattato da Steichen, fu utilizzato per una pubblicità di assorbenti femminili.
    Parlare di assorbenti mestruazioni è complicato ancora oggi, ma nel 1927 era un assoluto tabù. Per la prima volta l’immagine di una donna fu associata ad un prodotto così intimo e le proteste non passarono inosservate, tanto che questo episodio rischia di porre fine alla carriera come fotomodella.
    In seguito, nel 1929 si trasferisce in Europa, in Italia studia l’arte, a Parigi frequenta il mondo della moda e degli artisti; è fotografata e fotografa lei stessa. Ha un proprio studio, partecipa a mostre, posa come fotomodella per Man Ray e ben presto diventa la sua musa, la sua assistente, la sua amante. È con Lee Miller che Man Ray sperimenta e mette a punto il processo di solarizzazione della stampa fotografica. Un giorno, mentre sono entrambi nella camera oscura, Lee Miller accende involontariamente la luce. Le parti del negativo che non dovevano essere esposte hanno incontrato inavvertitamente questa luce improvvisa: ora il fondo e l’immagine non si uniscono e rimane il tratto nero che caratterizza qualcosa di nuovo, la “solarizzazione” appunto.
    Miller ammira molto Man Ray, ma non è più soddisfatta da quella relazione basata sulle dinamiche tra allieva e maestro, sa di essere una fotografa completa e autonoma e torna a New York.
    Successivamente, sedotta dal facoltoso Aziz Eloui Bey e dalla prospettiva di emigrare con lui in Egitto, abbandona il lavoro di fotografa e parte per l’Africa.
    Miller riprende a fotografare e lo fa con un occhio surrealista: nei suoi scatti si incontrano persone ritratte solo dai piedi fino alla vita, specchi e addirittura ombre di piramidi riprese dall’alto. Eppure, di nuovo stanca della routine, si sente un’altra volta in trappola: scappa a Parigi, dove conosce il curatore d’arte Roland Penrose, che sposerà, anche se il tutto verrà interrotto dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
    Roland Penrose viene chiamato a prestare servizio al fronte e la fotografa rimane sola, in una capitale che inizia a essere bombardata da frequenti blitz aerei. In quel periodo, Lee Miller si guadagna da vivere come fotografa di moda per Vogue ma, ben presto comincia così a unire la fotografia di moda al reportage di guerra, regalando foto stranianti e senza censure.
    Fu lei infatti l’unica donna fotografa a documentare la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald da parte degli alleati, testimoniando la tragica visione che le si presentava in quei luoghi.
    Lee Miller, assieme all’amico e collega David E. Scherman, riesce ad entrare nell’appartamento di Hitler. Appena vide che c’era una vasca, Lee sentì la necessità di lavare via lo sporco di Dachau, così la riempì di acqua calda e vi si immerse, affidando lo scatto al collega. Ma prima si slacciò gli scarponi sporchi del fango di Dachau e li lasciò sul tappetino, bianchissimo come gli asciugamani, posto davanti alla vasca, che così da immacolato si sporcò di macchie nere; accanto lasciò su uno sgabello l’uniforme e sopra l’orologio.
    Sul bordo della vasca, appoggiato al muro, sistemò un quadretto con il ritratto del dittatore e infine su un tavolinetto di fronte al lavandino posizionò una statua che raffigurava una Venere al bagno.
    La sua foto mentre si fa il primo bagno dopo settimane nella vasca del Führer diventa il simbolo della vittoria.

    Lee Miller come fotografa di guerra è ciò che mi ha appassionato di più leggendo la sua incredibile ed impensabile storia, in quanto ha dimostrato che una donna può essere un’artista, riuscendo a dare il meglio nelle situazioni più difficili ed estreme.
    Lee Miller ha voluto sempre di più perché desiderava far sentire la sua voce attraverso l’arte.
    Credo che il coraggio e la forza di Lee Miller abbiano aiutato ed aiuteranno molte donne, sottolineando il fatto che non bisogna mai accontentarsi per assecondare le convenzioni.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Gennaio 2023 at 21:14

      Lo script di Linda è molto ricco dal punto di vista biografico. Mi permetto solo una piccola precisazione. Non credo si possa dire che Lee fu sedotta da Aziz, piuttosto penso sia vero il contrario….

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  33. martina c laba   18 Gennaio 2023 at 16:36

    Questo articolo è stato molto interessante. Sono molto meravigliata in senso positivo dalla forte personalità di Miller, proprio perché come fotografa è riuscita a scardinare pregiudizi ed etichette. Vi sono molti ambiti ritenuti prettamente maschili, in cui le donne “ammesse” a parlarne sono molto poche e in cui spesso sono selezionate in base anche alla propria “presenza”. Ma è grazie proprio a queste donne guida, che negli anni la figura femminile è riuscita ad affermarsi anche in quegli ambienti considerati incompatibili dalla società, riuscendosi a farsi valere e scardinando pregiudizi. In questo caso Lee Miller è una anticipatrice, e idolo di tutte le donne. Secondo me Lee è stata una donna molto coraggiosa, altruista e determinata che non si è mai fatta fermare dagli ostacoli esterni. Per fare un esempio nel corso della sua vita, fotografò persino l’orrore dei campi di concentramento e i sopravvissuti delle prigioni della Gestapo. Una vera e propria documentatrice storica.

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  34. Michela Naldi LABA   18 Gennaio 2023 at 16:49

    Prima di leggere questo articolo non conoscevo ancora la fotografa e modella Lee Miller, e devo ammettere che la sua biografia mi ha incuriosita molto, tanto che sono andata a fare ulteriori ricerche sulla vita e soprattutto su i suoi scatti.
    Lee Miller ha lasciato un segno molto profondo nella storia della fotografia, e probabilmente uno dei principali motivi di questo avvenimento è dato dal suo forte carattere.
    Non conosco la fotografa nello specifico, ma da quanto letto ho capito che è sempre stata una donna pronta ad affrontare gli eventi traumatici della vita, partendo dalla violenza subita da piccola, alla guerra fino al momento in cui il suo ultimo marito voleva lasciarla per un’altra donna.
    Essere una donna come Lee Miller nella sua epoca era una grande responsabilità perchè all’epoca la figura femminile era più legata esclusivamente all’ambito familiare di moglie e madre; invece lei non era solo questo, lei amava sentirsi libera, fare quello che tenesse vivo il fuoco della passione in ogni ambito, e credo che questo sia un grande pregio per una donna degli anni ‘20.
    La sua sensualità e femminilità non la rendevano volgare, ma quasi elegante, e per questa sua caratteristica nel leggere la biografia mi è venuta in mente Marilyn Monroe, un’attrice degli anni ‘40 che veniva considerata una figura di spicco nel mondo del cinema grazie alle sue forme. Sicuramente le due donne hanno avuto percorsi di vita molto diversi, ma credo che indirettamente siano accumunate dal loro essere considerate delle muse da chi le osserva e le desidera; anzi, forse proprio per questa caratteristica comune entrambe sono donne che in quell’epoca hanno lasciato un segno, talmente profondo che anche oggi sono due figure importanti nei loro ambiti.

    L ‘ essere una donna che insegue la propria libertà e la propria passione ad ogni costo, come il vivere la guerra da più vicino per poterla raccontare in prima persona, credo siano dettagli fondamentali per questa fotografa, dettagli che l’hanno resa la famosa Lee Miller agli occhi delle persone, e non solo perché poteva essere il desiderio degli uomini, ma anche perché a livello simbolico rappresentava una vetta molto alta per molte donne della sua società.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Gennaio 2023 at 21:02

      Perché “quasi elegante”? Penso che nei suoi anni migliori poche donne al mondo potevamo reggere il confronto con il glamour della Miller. Il parallelismo giusto non è con Marilyn Monroe più vittima che dominatrice, bensì con Marlene Dietrich che era della sua generazione e aveva la sua stessa determinazione.

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  35. Noemi Midolo   18 Gennaio 2023 at 17:06

    Lee Miller è un perfetto esempio di ispirazione. Ma penso più a lei come a una donna coraggiosa. Non per il semplice fatto che scelse di vivere la sua vita come voleva ma più al rischio che correva, a cui si sottoponeva,durante il periodo di guerra nell’essere una report di guerra,nel immortalare momenti di testimonianza e anche storici come di lei nella vasca da bagno di Hitler. Una buona dose di coraggio.
    Era sicuramente una donna fuori dal suo periodo storico, a cui non sempre gli venne riconosciuto il giusto merito o giudizio, ma proprio per questo motivo penso che i suoi scatti siano così singolari, soprattutto quelli riguardarti il surrealismo che hanno così tanto da dire e mostrare. Riusciva a catturare l’attenzione, lo spessore,l’essenza,la crudezza e il vero del soggetto ma mantenendone comunque un’aria indifenita. Questa stessa percezione io la rivedo nei suoi numerosi scatti come modella che per miei gusti personali sono i miei preferiti. Decisamente un’ottima fotografa scavalcata da figure maschili solo perché donna ma oggi giorno ci ricordiamo di lei e dei suoi scatti.

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  36. Martina giamperoli   18 Gennaio 2023 at 18:23

    sinceramente di Lee Miller avevo solo vaghe conoscenze, non avevo mai approfondito la sua storia ma questo articolo ha reso bene l’idea sul tipo di personaggio che ha rappresentato e che tutt’ora è all’interno dei ricordi. Una donna che senz’altro ha lasciato un segno come molte altre, anche se forse non al livello di Rita Levi Montalcini, penso comunque che possa essere un buon punto di riferimento soprattutto per la forza e il modo con cui ha reagito a ciò che le è successo. Personalmente non avendo visto in persona la mostra di cui cita l’articolo, anche se ammetto che mi sarebbe piaciuto, posso limitarmi solo sulle foto ritrovate su internet, che sicuramente non trasmettono lo stesso effetto e le stesse emozioni del vederle dal vivo. Nonostante questo devo dire che le ho trovate molto interessanti.

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  37. Benedetta   18 Gennaio 2023 at 21:34

    Non conoscevo Lee Miller, ma la sua storia mi ha affascinata. Le foto del reportage sono stupefacenti e il suo passato traspare in esse e le rendono uniche. È una donna coraggiosa che ha vissuto il suo tempo e ha potuto farsi sentire nel periodo della guerra; con le sue foto riesce a rappresentare l’emancipazione delle donne facendo trasparire sempre il suo punto di vista. Coloro che riescono a mettersi in gioco e far sentire la propria voce mi appassiona e mi invoglia a saperne sempre di più. Lee Miller è riuscita a spiccare attraverso i suoi lavori, che potrebbero rispondere anche al problema di genere in ambito fotografico: non si tratta di lavoro femminile, bensì soltanto di immagini affascinanti che fanno da esempio per la storia della fotografia.

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  38. Alyssa T   18 Gennaio 2023 at 22:52

    Lee Miller ha occupato, negli ambiti che ha attraversato, posizioni per così dire opposte: tanto da essere allo stesso tempo protagonista di primo piano e personaggio defilato, esaltata e allo stesso tempo anche un po’ celata da chi ha lavorato con lei.

    Si potrebbe banalmente pensare che il grande successo di Lee fosse dovuto alla sua straordinaria bellezza ma non è affatto così. Sicuramente è stata però il motivo per la quale è cominciata la sua carriera: è all’età di 19 anni infatti che, attraversando una via di New York, venne notata da Condé Nast, fondatore e proprietario di «Vogue» e «Vanity Fair», diventando in breve tempo LA fotomodella di «Vogue»; ma saranno il suo forte carattere, le sue scelte e soprattutto ciò che ha rappresentato per la sua epoca a renderla veramente grande.
    Icona di femminilità e di stile, contribuisce ad abbattere tabù ben consolidati nel suo tempo ma passerà rapidamente dall’essere musa ispiratrice, soggetto degli scatti, ad essere lei stessa la mente dietro alle meravigliose creazioni che faranno la storia. Riesce inoltre ad essere accreditata dalla stessa rivista «Vogue» come corrispondente di guerra nel periodo in cui si trova a Londra fornendo così un’interpretazione femminile del fronte, senza mai nascondersi dietro la macchina ma mettendosi in prima linea.

    Insomma, non era di certo semplice essere donna nel primo novecento, quando ci si aspettava da loro che fossero solo brave madri e mogli devote; di certo non era semplice essere donna e vivere in modo sano la propria sessualità, spesso segnata da abusi come nel caso della giovane Miller; di certo non era semplice essere donna quando scoppia la guerra, gli uomini vanno al fronte e ricadono su di loro ancora più responsabilità. La grande capacità di Lee Miller è stata quella di trasformare tutte le difficoltà e le ferite infertele dalla vita in una spinta verso l’emancipazione, diventando così un esempio per tutte noi ancora oggi.

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  39. Mattia C.   18 Gennaio 2023 at 23:22

    Penso che la fotografa Lee Miller, personaggio mitico della scena artistica parigina e amante della libertà, nei suoi scatti venisse ispirata in base ai cambiamenti che vedeva nella società, spostandosi di luogo in luogo dove vedeva una suggestione, per cercare di dare valore a ciò che accade in essa (ad esempio la guerra), sfruttando anche altre persone per raggiungere il suo scopo, probabilmente a causa della sua lotta contro una società che non la apprezzava e a causa degli accadimenti della sua vita.
    Mi ha colpito il fatto della sua perdita di passione della fotografia, dovuta al cambio dello stile editoriale di moda, perché dimostra che era appassionata e fedele alle proprie idee, tanto da doverle ritrovare in un altro ambito completamente diverso: la cucina.
    Ritengo che un artista paragonabile a Miller sia Philippe Halsman, anche lui ha collaborato con vogue e la rivista Life. Artista fondamentale nella storia della fotografia del Novecento, con una vita composta da avvenimenti che gli fornirono spunti per rappresentare la sua arte, ispirandosi anche a pittori surrealisti come Salvador Dalì. Il surrealismo rimane l’impronta più evidente nel lavoro di Halsman, l’opera d’arte In Voluptas Mors (1951) ne rappresenta la prova più eclatante.

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  40. Ivana Doldi   18 Gennaio 2023 at 23:30

    Lee Miller, una personalità atipica, camaleontica e fedele solo a sé stessa, padrona e schiava solo di sé stessa. Una donna che, per personalità, per esperienze di vita, per ceto sociale è riuscita a mettere in rilevanza l’importanza dei propri bisogni nelle varie sfere esistenziali. Un percorso ricco di realtà umana, positivo e non. Non poteva, leggendo la sua biografia, passare indifferente agli occhi della società dell’epoca. Una società, è vero aperta al nuovo, ma ancora radicata nei pregiudizi, nelle convenzioni, alla filosofia e cultura tipica del periodo. Che genere di reazioni scatenava nelle persone, quali considerazioni, quali ammirazioni e quali critiche.Chissa’ se lei era consapevole di tutta questa attenzione, magari nemmeno voluta, intenta forse solo a trovare un modo per vivere, un suo modo, una sua realtà. Ha voluto dare un senso e significato notevole alla sua vita. Un vivere troppo controcorrente, un tentativo il suo, attraverso la fotografia, di provare a trasmettere le proprie emozioni più intime, la sua visione della vita tra leggerezza e serietà. Una donna completa, a tutto tondo e questo bastava per catturare l’attenzione di molti, al di là della sua bellezza. Una sorta di apripista e stimolo del futuro movimento femminile che ha osato “sfidare” la sfera maschile gareggiando ad armi impari. È bastato solo questo per renderla indimenticabile.

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  41. Yasaman   19 Gennaio 2023 at 11:31

    Lee Miller aveva una sua anima libera ed era tutt’uno con la sua determinazione, il suo voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore attraverso la scrittura e il linguaggio dell’immaginario, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia. Anche la storia di Lee Miller richiama per certi versi la memoria del pittore surrealista (se non amava definirsi così e come diceva: “Pensavano che fossi anch’io un surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà .” , non la realtà dei tuoi sogni”) Frida Kahlo. Entrambe le vite molto turbolente piene di eventi tristi Tra le sue foto, quella che mi colpisce di più è “Woman in Hitler’s Van” perché mostra un’intensa angoscia emotiva da parte delle suddette persone.

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  42. Tommaso Morandi   19 Gennaio 2023 at 11:42

    Lee Miller nasce nei primi anni del ‘900 nei dintorni di New York e comincia la sua carriera come modella per poi divenire fotografa di moda, di arte e fotoreporter di guerra.
    Penso che Lee Miller sia stata musa ispiratrice non solo per i fotografi o gli artisti con i quali ha collaborato, ma anche per le generazioni seguenti, trasmettendo determinazione, coraggio, libertà artistica e di vita.
    Infatti credo che la sua biografia susciti così tanto clamore solo per il fatto che Lee sia nata nel 1907, anni in cui il potere e la libertà femminile non erano sicuramente equivalenti a quelli attuali, probabilmente il fatto che nella sua vita abbia avuto più mariti e numerosi partner, suscitava stupore.
    Inoltre la sua determinazione ed ambizione nell’ambito lavorativo ed artistico non era vista di buon occhio, non veniva presa sempre sul serio, soltanto perchè donna.
    Per questo penso che una personalità come la sua, ai giorni nostri, sarebbe stata presa molto più seriamente e la sua carriera amorosa sarebbe risultata abbastanza normale.
    Proprio sotto quest’ultimo aspetto, non mi trovo del tutto d’accordo con ciò che ha fatto, ma penso sia un’ulteriore dimostrazione della sua determinazione, ambizione e libertà mentale.

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  43. Annalisa Balsamini   19 Gennaio 2023 at 11:45

    Durante l’ultimo anno di liceo la mia prof di storia dell’arte ci ha parlato di Lee Miller, ma per quanto riguarda il periodo Surrealista. Sapevo giusto per informazioni di sfuggita della sua relazione con Hitler, ma non credevo che la sua vita fosse stata cosi tanto piena, direi quasi la trama di un film.
    Partendo da un’infanzia molto difficile e tanto traumatica, che sicuramente ha condizionato tutta la sua vita, penso che un evento del genere sia impossibile da dimenticare.
    Credo sia partita proprio da qui, la voglia di sentirsi libera, cosa non possibile in quel periodo storico, mi ha impressionato molto la sua determinazione e la sua voglia di uscire da quelli che erano gli schemi fissi dell’epoca, esprimendo tutto questo attraverso l’arte. Poi per quanto riguarda le sue scelte di vita privata non mi sento di commentare, il continuo cambio di partner rimane in linea su quello che era il suo stile di vita, e non tutti sentono il bisogno di seguire la solita favola raccontata della famiglia felice, credo che lo “scandalo” nasca solo per il fatto che sia donna, fosse stato il contrario sarebbero state nozioni così, quasi da elogio (mi viene in mente d’Annunzio ma ce ne sono tanti altri).
    Comunque non ero a conoscenza della mostra e sono andata a cercare, mi stupisce sempre la sua bellezza e la sua semplicità nelle foto, inoltre tutti i suoi altri scatti riescono a comunicare qualcosa, e questo credo sia un aspetto molto importante nell’ambito fotografico.

    Rispondi
  44. Annalisa Balsamini   19 Gennaio 2023 at 11:48

    Durante l’ultimo anno di liceo la mia prof di storia dell’arte ci ha parlato di Lee Miller, ma per quanto riguarda il periodo Surrealista. Sapevo giusto per informazioni di sfuggita della sua relazione con Hitler, ma non credevo che la sua vita fosse stata cosi tanto piena, direi quasi la trama di un film.
    Partendo da un’infanzia molto difficile e tanto traumatica, che sicuramente ha condizionato tutta la sua vita, penso che un evento del genere sia impossibile da dimenticare.
    Credo sia partita proprio da qui, la voglia di sentirsi libera, cosa che in quel periodo storico era davvero difficile, mi ha impressionato molto la sua determinazione e la sua voglia di uscire da quelli che erano gli schemi fissi dell’epoca, esprimendo tutto questo attraverso l’arte. Poi per quanto riguarda le sue scelte di vita privata non mi sento di commentare, il continuo cambio di partner rimane in linea su quello che era il suo stile di vita, e non tutti sentono il bisogno di seguire la solita favola raccontata della famiglia felice, credo che lo “scandalo” nasca solo per il fatto che sia donna, fosse stato il contrario sarebbero state nozioni così, quasi da elogio (mi viene in mente d’Annunzio ma ce ne sono tanti altri)
    Comunque non ero a conoscenza della mostra e sono andata a cercare, mi stupisce sempre la sua bellezza e la sua semplicità nelle foto, inoltre tutti i suoi altri scatti riescono a comunicare qualcosa, e questo credo sia un aspetto molto importante nell’ambito fotografico.

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  45. Federica   19 Gennaio 2023 at 11:52

    Lee Miller è stata una donna indipendente perché raramente lasciava che qualcuno influenzasse le sue scelte, una donna libera, proprio perché di tutte le scelte lei è sempre stata padrona, una donna coraggiosa perché ha preferito le scene della guerra ai servizi fotografici di moda. Lee Miller è stata precorritrice del surrealismo in fotografia, ponendola su un piano di parità con Man Ray. Osservando le fotografie di Lee Miller si ha la sensazione che abbia vissuto una vita intensa e caratterizzata da incontri decisivi. L’incontro che forse è stato più decisivo è stato quello con l’artista Man Ray, con cui ha avuto un rapporto profondo e complicato. Infatti, lui fu dapprima suo maestro, poi amore passionale e infine amico. Si conoscono a Parigi nel 1929 e si lasciano nel 1932, dopo un breve periodo di sperimentazioni, passione e fotografie storiche. Entrambi esercitarono un’influenza reciproca sul loro lavoro, inclusa la tecnica fotografica della solarizzazione che Man Ray fece sua al punto che spesso sono stati erroneamente attribuiti a Ray i lavori di Miller. Il surrealismo è l’elemento caratterizzante la loro unione e gli scatti surrealisti di Man Ray a Lee Miller sono i più belli. Quando il rapporto tra loro due si rompe, lei torna a New York e apre uno studio fotografico di successo, all’epoca il primo fondato e gestito da una fotografa donna. Nonostante la storia d’amore e professionale tra Lee Miller e Man Ray finisca, l’amicizia resta e dura per quasi 50 anni, parallelamente ai matrimoni con Aziz e Roland, i due si sosterranno sempre sia nei momenti belli sia in quelli più difficili, come nel periodo in cui Lee Miller soffre di depressione cronica, anche a causa di una sorta di disturbo post-traumatico dovuto agli orrori a cui aveva assistito nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Non dimentichiamoci che era una donna nata nei primi anni del Novecento, dove queste caratteristiche erano ben difficili da portarsi dietro ma lei le indossava tutte con un’innata eleganza, altra qualità alla quale lei non ha mai rinunciato, persino in tempo di guerra.

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  46. Cristian Serani LABA   19 Gennaio 2023 at 12:20

    La vita di Lee è stata estremamente movimentata, secondo gli standard moderni può essere definita una (scusate il termine) “donna con le palle”. Nonostante la vita amorosa molto “versatile” con cui non vado assolutamente d’accordo, anzi lo detesto, ha raggiunto dei traguardi assolutamente fuori da ogni portata: nonostante tutte le avversità, i pregiudizi e soprattutto i traumi è riuscita a spiccare in un mondo ostile segnando la storia come una delle icone surrealiste della sua generazione… allucinante. L’ultima volta che ho sentito una storia simile è stato in quinto superiore per educazione civica, ci hanno fatto scegliere una donna che ha fatto la storia da portare all’esame e ho scelto , letteralmente un’eroina di guerra per quanto mi riguarda. Leda fu una staffetta antifascista, subì di tutto e di più (anche tortura dai tedeschi) ma fece mille sacrifici per i suoi compagni, facendosi catturare dando possibilità ai compagni di scappare e rischiando ogni giorno la vita per il resto del paese e questo a soli tredici anni. Il mondo è pieno di persone che puntano alle stelle e ci arrivano pure e sono queste le persone di cui abbiamo bisogno per ispirare a diventare sempre migliori, fino a superarci.

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  47. Giacomo Lorenzetti (LABA)   19 Gennaio 2023 at 20:51

    Lee Miller è stata una donna straordinaria, con un’anima libera e una forte determinazione ad abbattere le convenzioni sociali del suo tempo.
    Surrealista già negli Stati Uniti, prima che questo movimento avesse un nome, scelse fin dall’inizio di vivere secondo principi solo suoi. Modella, viaggiatrice appassionata, fotografa, reporter di guerra, Lee Miller è stata una donna libera, prima di tutto, dimostrandolo nelle sue scelte, nella vita che ha vissuto.
    La sua anima libera era tutt’uno con la sua determinazione, il voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore . Emancipata, in un’epoca in cui, esserlo era praticamente impossibile, Sono gli anni in cui le sue amiche rappresentano una femminilità debole a cospetto dei loro uomini, Dora Maar al suo Picasso, Jacqueline Lamba ad Andrè Breton, con un talento che in qualche modo hanno dovuto far tacere. Lee invece pur vivendo in un conflitto continuo, non permetterà a nessuno di essere rinchiusa in una gabbia.
    La sua passione per la fotografia è qualcosa che ha radici delicate nella sua infanzia, non è la storia della bambina a cui viene regalata la sua prima macchina fotografica…c’è una ferita dentro l’anima di Lee.
    Nel 1914, perde la madre e viene affidata ad alcuni amici di famiglia a Brooklyn. E’ qui che Lee subirà una violenza e, a sette anni, perderà per sempre quell’innocenza. Diventerà uno dei volti più celebri d’America, un’icona della moda. Questa fama non descrive la sua aspirazione primaria ma lei sta al gioco, le permette di guadagnare soldi e conoscere i migliori fotografi del Paese.
    Incontrò il famoso fotografo Man Ray durante una mostra di surrealismo e iniziò una relazione con lui, anche se il loro talento artistico non riuscì a procedere insieme. Man Ray le dedicò molte immagini, riflettendo sulla bellezza femminile e sulle inquietudini dell’anima umana.
    Ma, anche in questo caso, Lee utilizza la sua bellezza rompendo gli schemi, andando contro quell’America bigotta degli anni trenta che gli stronca la carriera.
    Lee Miller nel pieno della sua bellezza, fotografata per la rivista più ambita al mondo, lasciò tutto per poter affermare che non c’era nulla di vergognoso ad essere il volto di un pacco di assorbenti, la bellezza ha il suo pudore, ma non c’è vergogna ad essere donna.
    Tutta l’emancipazione di Lee Miller, si percepisce già dalla scioltezza del suo porsi dinanzi l’obiettivo, si lascia fotografare come se fosse lei stessa a dirigere la scena, dimostrando subito, quanto in seguito orgogliosa lei stessa dichiarerà che preferisce fare una fotografia piuttosto che essere fotografata.
    Nello studio a Parigi Man Ray e Lee Miller lavoreranno insieme con partecipazione. Alcune fotografie artistiche di maggiore importanza espressiva raffigurano parti del corpo di Lee, il collo, gli occhi, in ombra o isolati, le curve e i contorni. La divisione del corpo di Lee Miller da parte di Man Ray è un aspetto essenziale, tipico del suo stile.
    Ray provò ad “impossessarsi” di Lee ma, non ci riuscì, lei lasciò Parigi nell’ottobre del 1932 e tornò a New York.
    La sua libertà personale la portò a cercare di catturare immagini al di fuori dello studio, in luoghi estesi e immediati, e utilizzando la fotografia per “squarciare” pezzi della realtà e mostrarne una nuova prospettiva.
    Lee Miller aveva chiaro in testa ,che qualsiasi sarà il suo obiettivo, deve lavorarci almeno due volte in più, prima di ottenerlo e, di certo, infastidirà qualcuno.

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  48. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   20 Gennaio 2023 at 16:53

    Il rapporto tra Lee e Man Ray è il tema della mostra attualmente in corso a Venezia. Non l’ho ancora vista,non ho letto il catalogo e quindi non conosco eventuali incrementi di informazione.

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  49. Irene G   24 Gennaio 2023 at 13:49

    Lee Miller la conoscevo solo come musa e modella di Man Ray (come credo e aggiungo sfortunatamente la maggior parte delle persone) e questo sminuisce di molto la sua persona.
    Oltre ad aver avuto una vita interessante (spesso anche difficile, per la violenza subita in giovane età e per essere una donna che reclama indipendenza in un mondo ancora troppo misogino e maschilista) fu una fotografa di guerra e una delle prime a fotografare gli orrori del genocidio causati dalla dittatura nazista di Hitler, infatti fece un servizio all’interno di uno dei campi di stermino più conosciuti in Germania, ovvero quello di Dachau.
    Prima del servizio nei lager, Lee scrisse per Vogue un articolo sulla guerra che privilegiava i particolari.
    In uno dei suoi scatti ritrae Regina Lisso, la figlia di un generale tedesco, accasciata sul divano, che scelse la morte alla cattura degli alleati.

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  50. Enea Tacchi (Laba)   25 Gennaio 2023 at 06:26

    C’è una fotografia nel sito http://www.leemiller.co.uk,
    Senza titolo che mi ha particolarmente colpito (ce ne sono tante, in verità), sono ritratte tre fanciulle di differenti età: una sui 6/7 anni, una sui 10/11 e la terza è probabilmente un’adolescente, sui 13 anni. Si trovano su una spiaggia, sullo sfondo un promontorio. Si abbracciano; i volti delle più grandi e le loro silhouette sono chiare e distinte, hanno sorrisi limpidi, freschi, i loro occhi possiedono una spontaneità e una spensieratezza lucente, cristallina. La bambina più piccola, ha una figura evanescente, è in movimento, sembra volteggiare, presente ma impalpabile. Scorgo in questa foto un desiderio di libertà, gioia, fiducia, apertura al futuro. Forse la più piccola è lei, lee, che dal momento dello stupro è diventata quasi trasparente, in un limbo indefinito, in cui il dolore si è fossilizzato, dandole dei contorni indistinti, sfumati. Ma poi, logicamente, l’evoluzione di quello stesso dolore la conduce ad essere come le altre due fanciulle: libere e felici di vivere la loro età. L’immagine mi rimanda un desiderio di auto affermazione e riappropriazione della sua “infanzia rubata”. Questa grandiosa artista ha in se una resilienza senza pari. Leggendo la sua storia si comprende da quanto sia stata straordinaria. Penso che le opere di un artista non prescindano mai dalle proprie vicende esistenziali, anche per la Miller è così: l’arte (della fotografia) come costante mezzo di espressione, concretizzazione, esorcizzazione e liberazione. Lungo tutta la sua vita sembra cercasse, e trovasse, i mezzi per incanalare non solo il suo dolore, ma anche questa energia potentissima di cui disponeva. Lee Miller si staglia nel suo periodo storico, come figura immensa, la cui creatività si manifesta sovente nella crudezza di una guerra verso la quale ella prova sentimenti di aberrazione, diniego e disgusto, ma mia frustrazione. La resa non è mai presente nelle opere di lee, piuttosto è palpabile il desiderio, la volontà di mostrare la crudeltà e l’ingiustizia con occhi severi ma sempre attenti e sinceri, lo sguardo di chi sente di dovere mostrare al mondo la devastazione e l’annichilimento del genere umano. Il nazismo e gli orrori che portava con se, per Lee dovevano essere documentati, portati alla conoscenza di tutti.
    Modella, fotografa di moda, fotoreporter in guerra e poi di nuovo fotografa di moda, Lee Miller ha vissuto tante vite, così intensamente, da non essere mai sazia.
    L’autrice della foto “kendall Lee Glaenzer”, che riesce a catturare bellezza, grazia, glamour, che usa la luce in maniera impeccabile su una modella dall’eleganza ineccepibile e cattura l’armonia di un bellissimo volto di donna nelle sue sfumature di sensualità e malizia, l’autrice, dicevano, è la stessa che si immortala nella vasca da bagno del “mostro nazista” in “Lee Miller in Hitler’s bathtub” del 1945, con lo sguardo duro e consapevole, quasi a voler affogare l’orrore nella vasca, e dare sfregio all’uomo malvagio. “Mi ripulisco dalle tue nefandezze, nella tua vasca da bagno; ripulisco il mondo da te “sembra voler dire Lee.
    Lee Miller è stata tutto: appassionata, libera, creativa, intelligente, bellissima, volitiva, sensuale, inafferrabile ma presente, sempre in divenire, mai banale, mai statica. Capace di raffigurare un uomo sfigurato dalle ferite di guerra o morto suicida (suicided ss guard, 1945), ma anche formidabile (sempre protesa verso l’oltre) fotografa di moda, in grado di esprimere l’arte felice della moda con raffinata e lucente creatività (the lead, 1941). Lee è un’artista cangiante ma nel contempo fedele a se stessa, come nella sua vita privata, innamorata dell’amore, ma mai imprigionata in una relazione, sempre sincera, mai subdola. Chi aveva il privilegio di conoscerla, non poteva non essere travolto dalla sua fascinazione, ed io credo, anche del suo genio. Il surrealismo delle sue creazioni è secondo me, una trasposizione del reale, che attraverso i dettagli e le sfumature rimanda ad una realtà più vera e completa, è il suo modo di portare l’occhio di chi osserva, molto più in là, dove significato e significante si fondono quasi fino a perderne le differenze.
    Fotografa di moda e fotoreporter in zone di guerra: sembra un dualismo inconciliabile; ma Lee era questo: poteva portare in scena una pila di cadaveri, a testimonianza dell’orrore dei lager e creare per Vogue foto come “ Petersham on wool” del 1944 dove tutto è stile, bellezza, armonie, lontano anni luce dal conflitto e le sue atrocità.
    Un artista poliedrica, curiosa, mai sazia. Stupendo lo scatto “corsetry, Solarised photographs” del 1942: luci ed ombre in accordo perfetto, una corporeità che definirei “sensualmente delicata”. Vedo molto dell’autrice in questa foto: consapevole della sua bellezza, protesa verso la libertà (liberazione?) da schemi, maschilismo, luoghi comuni. Forse autoaffermazione… ma gli occhi nascosti dal braccio vogliono anche dire: “ ci sono, ma non del tutto, vorrei esserci di più”.
    Donna strutturata, Lee, ma probabilmente mai risolta. Geniale Picasso nei ritratti dell’artista, che riesce a cogliere della donna tutte le sue contraddizioni, la bellezza, la fragilità, l’eleganza innata. Una donna piena di colori, instancabile, avida di conoscenze ed esperienze, con la straordinaria capacità di “guardare oltre” e di ammaliare, coinvolgere, stupire gli occhi di chi ammira le sue creazioni, che non è più solo spettatore passivo, ma sedotto da tanta forza è pervaso dalla passione di Lee da sentirsi pienamente coinvolto dalle immagini e ciò a cui esse rimandano.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   25 Gennaio 2023 at 09:38

      Intervento autorevole. Ho apprezzato i costanti riferimenti alle opere.

      Rispondi
  51. elisa   25 Gennaio 2023 at 10:58

    La Miller è sicuramente una donna considerata ribelle e moderna per l’epoca ma anche ai giorni nostri sarebbe risultata tale.
    Modella di grido per Vogue e poi fotografa di moda, musa e compagna di Man Ray e amica degli artisti d’avanguardia di inizio 900, poi anche fotoreporter donna.
    troviamo una figura tragica che non si è piegata ma ha appreso da ogni esperienza e sofferenza. La Miller racchiude in sé una storia bellissima e terribile, e la donna che è diventata non è altro che il frutto degli eventi che l’hanno segnata.

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  52. Matilde Gatti LABA   26 Gennaio 2023 at 01:07

    Libera, anticonformista e coraggiosa, Elizabeth (Lee) Miller nasce nel 1907 a Poughkeepsie, New York, purtroppo la sua vita conoscerà il dolore e l’abuso prima di conoscere successo e fama. Quella che senza dubbio ritengo un’azione ragguardevole è il reportage che per prima, come donna, scelse di affrontare per comprovare l’orrore dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald testimoniando la realtà cruda dei corpi accatastati e delle incessanti violenze. La fotografia per eccellenza di questo reportage, che raffigura il suo spirito libero è quella scattata nella vasca da bagno di Hitler; lei e il fotografo David E. Scherman si trovavano a Prinzregentenstrasse in un edificio in particolare: lo stabile in cui si trovava uno degli appartamenti di Hitler. Qui dopo aver esaminato l’interno trovò la famosa vasca da bagno in cui decise di “lavarsi” a scopo simbolico, e aggiunse altri elementi come: gli scarponi sporchi sul tappetino candido, la foto di Hitler, la statua della Venere ecc…
    Si avvicina al surrealismo grazie all’amicizia, e in seguito relazione, con Man Ray tramite il quale conoscerà altre eccellenze del tempo come Pablo Picasso, Joan Miró, Jean Cocteau, Leonora Carrington e Max Ernst.
    Molteplici sue fotografie come “Nude bent forward” o “Tanja Ramm under a bell jar”, sono state denominate come opere di Man Ray, tanto il suo stile si era simile a quello del suo maestro, ma in realtà quello che lei pensava era solo ed esclusivamente frutto della sua creatività, che si ispirava soltanto a Man Ray. Uno degli scatti in cui ho trovato l’impronta del suo maestro è “Nude bent forward” (1930) che mi rimanda a “Le violon d’ingres” (1924) di appunto Man Ray che ritraeva l’amante e modella Alice Prin, in arte Kiki.
    Lee nonostante l’infanzia e adolescenza turbata dallo stupro, riesce a lasciare il segno e a dare vita a opere fotografiche in grado di sconvolgere, emozionare e appassionare con lo spirito libero e ribelle che possiede.

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  53. Alice   27 Gennaio 2023 at 15:48

    Lo “sguardo surrealista” con il quale Lee vede il mondo mi affascina, le sue foto hanno come una sorta di “patina” quasi impercettibile che nasconde qualcosa di inquietante.
    Lei osserva il mondo dalla sua macchina fotografica e lo fa sapere a tutti tramite le sue immagini.
    Sono scatti che trasmettono una crudezza e disumanità estrema.
    non avevo mai sentito parlare di lei prima di questo articolo ma dopo averlo letto posso dire che Lee Miller é una donna con un carattere forte, anzi, é proprio una donna con le palle, quasi nessuno a quei tempi si sarebbe sognato di realizzare uno scatto così sfrontato nella vasca del Führer.

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  54. Desire Graffiedi Laba   29 Gennaio 2023 at 15:28

    Lee Miller era una donna moderna, anticonformista ed eccentrica, una perfetta esponente delle avanguardie artistiche del ‘900 ed in particolare del surrealismo. L’articolo racconta la vita concitata della Miller con tutte le esperienze che ha vissuto e che hanno inevitabilmente segnato il suo percorso artistico ed è veramente difficile non rimanere colpiti dal fascino di questa donna così carismatica. Leggendo l’articolo così ricco di aneddoti viene davvero voglia di visitare la mostra dedicata alla fotografa (anche se purtroppo è finita) per vedere coi propri occhi i suoi scatti più iconici.

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  55. Sofia S.   29 Gennaio 2023 at 16:02

    Rimango molto colpita da questo articolo e dall’artista Lee Miller, ammiro il suo coraggio e credo sia da prendere da esempio come tutte le donne che in qualsiasi epoca hanno cercato dentro di loro la forza per esprimersi non sottomettendosi a niente e a nessuno. La foto nella vasca di Hitler è sicuramente quella che mi ha colpito maggiormente perchè dimostra la grandezza della volontà di giustizia nei confronti dell’orrore che è stato creato.
    Cercando in internet per studiare meglio la figura della fotografa Miller ho trovato una citazione alle cinque donne (tra cui la Miller) corrispondenti accreditate dall’esercito degli Stati Uniti, venivano chiamate le Dame del D-day e volevano combattere su ogni fronte il divieto per le donne di andare in prima linea nella seconda guerra mondiale.
    Loro sono per me l’esempio che non tutte le guerre sono alla vista di tutti come il più grande conflitto mondiale a cui hanno partecipato, ma ci sono tante altre guerre meno visibili come quella di essere donna e di esistere in un mondo che non ti apprezza per quello che sei realmente e che non ti prende sul serio. Con questo ribadisco che mi è piaciuto molto leggere il racconto di questa donna perchè lo ritengo una spinta per tutti di credere nelle proprie capacità senza arrendersi alle continue disapprovazioni.

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  56. asia laba   29 Gennaio 2023 at 17:45

    Il mio scatto preferito della Miller è “la donna rinata nella vasca di hitler”. La sua foto mentre si fa il primo bagno dopo settimane nella vasca del Führer diventa il simbolo della vittoria della seconda guerra mondiale.
    Lee era una donna forte, ma soprattutto libera. I suoi lavori sono ammirevoli, metteva tutta la sua anima in ciò che faceva. Avrebbe potuto limitarsi a sfruttare la sua bellezza, ma desiderava far sentire la sua voce attraverso l’arte. Ancora oggi il suo coraggio dovrebbe essere di esempio per tante altre donne.

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  57. Martina Di Mauro LABA   30 Gennaio 2023 at 14:27

    Leggere questo articolo è stato di grande aiuto dal momento che non avevo delle conoscenze così approfondite riguardo a Lee Miller: una donna che ha messo tutta se stessa in quello che faceva, che non si è mai accontentata di nulla e ha lottato fino alla fine per raggiungere i suoi obiettivi. Dovremmo imparare tanto da una donna come lei, una donna che avrebbe potuto limitarsi a sfruttare la sua bellezza, scegliere di rimanere confinata al ruolo di sex symbol di un’epoca e addirittura censurarsi per assecondare le convenzioni. Invece Lee Miller ha voluto sempre di più perché desiderava far sentire la sua voce attraverso l’arte, mettere a nudo tutto ciò che spesso non veniva reso pubblico per paura. Il suo coraggio, la sua voglia di lottare e andare avanti dovrebbe essere uno stimolo per tante altre donne.

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  58. Francesco Tentoni LABA   30 Gennaio 2023 at 19:00

    L’intraprendenza, il coraggio e l’ambizione di Lee Miller dovrebbe essere d’esempio e dovrebbe aiutare tante ragazze a capire ancora oggi che non bisogna mai accontentarsi o censurarsi per assecondare le convenzioni. Avrebbe potuto limitarsi a sfruttare la sua bellezza, scegliere di rimanere confinata al ruolo di sex symbol di un’epoca, ma ha voluto sempre di più perché desiderava far sentire la sua voce attraverso l’arte.
    Nel 1927, epoca in cui parlare di mestruazioni era un assoluto tabù, Lee Miller diventa la prima donna a prestare il volto alla campagna pubblicitaria di un marchio di tamponi: la sua carriera da modella nell’America bigotta degli anni Trenta finì.
    Non ne fa una tragedia: non vuole essere più una musa, bensì l’artista dietro la macchina da presa. Una delle sue frasi più famose, destinata a essere ripresa in eterno è: “Preferisco fare una foto che essere una foto”

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  59. Livia Scandali   30 Gennaio 2023 at 19:53

    Lee Miller è stata una delle più grandi modelle, fotografe e reporter di guerra del novecento, anche se sembra quasi assurdo che sia vissuta in questo periodo. Perché affermo ciò? Perché era una donna libera, che superava i suoi limiti, viveva in un periodo storico dove seguire questi ideali per la donna era pressoché impossibile, ma lei ci riuscì.
    Attraverso la sua sensibilità e la sua determinazione fece del suo lavoro la sua vita, sfruttando tutte le occasioni possibili. La sua è una storia di una donna con una forza e sensibilità speciale, lo si nota certamente nei suoi capolavori fotografici, ma anche nel coraggio cui cui affronta e vive a pieno la sua passione. Riesce a esprimere se stessa attraverso la fotografia, anche se seguire questa sua passione, la porterà a spingersi troppo oltre e questo le costerà caro. Infatti Lee Miller lavora come fotografa di guerra per le truppe americane e questa esperienza sarà probabilmente una delle più forti e difficili della sua vita, forse non capiamo neanche quanta forza ci voglia per vivere un’esperienza del genere. Descrive e cattura attimi di realtà vera, cruda e lo fa sempre attraverso la sua sensibilità, attraverso il suo occhio surrealistico e artistico.
    Questo coraggio e determinazione caratterizza l’artista stessa, non solo la sua passione; è qualcosa che fa parte di lei. Questo senso di libertà che la anima da dentro, si vede anche nell’atteggiamento che ha avuto durante tutte le relazioni della sua vita, cambiando più volte partner. Era una donna libera, che non sopportava i limiti, viveva seguendo il cuore. Ciò che più mi affascina di lei è che, per quanto lei lo faccia sembrare la cosa più naturale del mondo, superare i limiti, seguire il proprio cuore è una delle cose più difficili che si possa fare, perché serve una forza che non tutti hanno e quando questa forza si perde vediamo quanto sia difficile per la Miller ritrovarla. Dopo l’esperienza della guerra, l’artista rimane talmente colpita che riprendersi è difficile, l’alcol diventa qualcosa che la cattura e uscirne per lei diventa un limite difficile de superare. Sarà un periodo che si lascerà alle spalle solo con l’aiuto di chi ha vicino, riprenderà poi a scattare in seguito per Vogue e si dedicherà al figlio e alla cucina. Ma riuscirà comunque nonostante tutto ciò che ha vissuto a rialzarsi e riprendere in mano la sua vita.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   3 Febbraio 2023 at 11:34

      Niente da dire su quanto scrivi. Mi sarebbe piaciuto però conoscere gli scatti che secondo la tua opinione ci fanno percepire la maestria di LM come modella di Vogue, come artista surrealista e come reporter di guerra.
      Il riferimento costante alle opere è fondamentale per far emergere una possibile interpretazione da un mondo di “fatti”.

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  60. Elisa LABA   31 Gennaio 2023 at 00:07

    Prima di leggere questo articolo non avevo mai sentito parlare di Lee Miller. La cosa che più mi affascina di lei e della sua vita è il periodo del reportage di guerra. Periodo che però la segnò fortemente. Cosicché lasciò la sua amata fotografia. Lei, donna di una straordinaria bellezza e ancor più straordinario fascino, che poteva benissimo vivere il sogno delle donne della sua epoca( marito abbiente, bellezza, fama, carriera come modella per pubblicità di marche importanti), che fa tutto ciò che è in suo potere per continuare a perseguire la sua passione per la fotografia. Pure quando fotografa durante la guerra per testimoniare i crimini atroci attuati dal nazismo i suoi scatti continuano ad essere surrealisti, il perfetto connubio tra arte e storia.

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  61. Elisa LABA   31 Gennaio 2023 at 00:14

    La foto che preferisco di questo periodo è quella che la ritrae soggetta nella vasca da bagno di Hitler, come a sminuirne l’autorità e a lavarsi via i peccati e l’orrore da lui lasciato, per rappresentare il candore( ipotizzato) del periodo che avverrà dopo.

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  62. Eleonora Marchetti   31 Gennaio 2023 at 10:42

    Theodore Miller è uno stimato ingegnere della provincia americana che coltiva l’hobby di un’arte nuova, la fotografia. È una fredda mattina di dicembre del 1915 quando chiede alla figlia di posare per uno scatto artistico e inusuale. Elizabeth, detta Li-Li, ha solo otto anni e acconsente divertita a farsi riprendere nuda, incorniciata da un paesaggio innevato da brividi. C’è qualcosa di scabroso e di insolito in questa foto, che non rientra nella rassicurante tradizione degli album di ricordi familiari. Eppure lo sguardo di Elizabeth non tradisce imbarazzo né pudore. Lei seguirebbe il padre ovunque, è il suo eroe, e partecipa sin da piccola agli incantesimi della camera oscura, dove prendono vita le immagini che il padre coglie con la sua scatola magica.

    Elizabeth ancora non sa che l’intimità di quel luogo buio si trasformerà in una piacevole consuetudine per la sua creatività surrealista. È la scienza la religione impartita da Theodore ai figli, ma l’immensa fiducia che l’ingegner Miller nutre nei confronti del progresso non è stata di nessun aiuto davanti al danno che la figlia ha subito un anno prima di quel gelido mattino di dicembre. Un amico di famiglia ha abusato di Elizabeth: il male irrompe come una maledizione nella sua vita. Il padre seguita a fotografare Li-Li, sperando, con la bellezza delle immagini, di cancellare “il danno”, ma sa che, dietro l’aspetto incantevole, quella figlia bellissima cela un malessere a cui non può porre rimedio con le sue conoscenze scientifiche. Con l’intento di risarcirla per le sofferenze subite, Theodore le concede la libertà di scegliere l’esistenza che preferisce: quale altra cura può esserci, per una ragazza così speciale? Un’opportunità rara e insolita anche per i nostri tempi cosiddetti emancipati, che però ai primi del Novecento era quasi inaudita. Così Elisabeth, conservando il proprio dolore in un luogo segreto e invalicabile, deciderà di non rinunciare mai alla libertà e di inseguire i propri sogni con un’audacia che ancora oggi non finisce di meravigliarci
    La sua vita, meglio ancora, le sue mille vite, hanno percorso il Novecento incarnando sempre lo spirito del tempo in modo straordinario.

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  63. luigi lupini   31 Gennaio 2023 at 12:23

    Lee Miller era una donna senza dubbio molto forte e per certi versi mi ci rispecchio, anch’io sono molto appassionato alla fotografia, vivere in un periodo come quello rappresenta per me un vero e proprio incubo e lei è riuscita a farsi strada in un mondo del genere, sicuramente la bellezza dei suoi scatti è dovuta dalla fatica e dall impegno che ha dovuto mettere vivendo in quel periodo

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  64. Cecilia LABA   1 Febbraio 2023 at 18:56

    Lee Miller fu una donna di tale bellezza che avrebbe potuto guadagnare tramite essa apparendo sulle riviste, ma decise di usare questa sua qualità per rompere gli schemi, infatti negli anni 30 quando l’America aveva una mentalità piuttosto bigotta prestò il suo volto per pubblicizzare degli assorbenti creando molto scandalo. Era quindi una donna indipendente che non si lasciava influenzare dal parere altrui, sempre artefice delle sue decisioni e coraggiosa, non si lasciava intimorire da ostacoli esterni e per questo l’ammiro molto.

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  65. laura rontini LABA   2 Febbraio 2023 at 12:03

    Lee Miller nel corso della sua vita ha dato senz’altro un importante contributo alla fotografia.
    Lei era una donna fuori dall’ordinario, amava la libertà ed era determinata ad ottenerla.
    Lee voleva per sé le stesse prerogative degli uomini e grazie alla sua bellezza e alla sua sensualità riuscì ad ottenere quello che desiderava.
    In poche parole era una donna cosciente del potere del proprio fascino, una donna dalla curiosità esplosiva che nel corso della sua carriera, non ha mai perso la propensione a cogliere nel reale visivo un punto di vista surrealista.

    La qualità del suo lavoro come reportage di guerra è stupefacente.
    Nessuno eguagliò l’enorme numero di scatti che lei riuscì a riprendere nelle situazioni più estreme, a volte anche mettendo a rischio la sua vita; ma sembra che niente potesse fermare Lee da un’insaziabile sete di documentare da vicino la crudeltà e l’orrore del nazismo e della guerra e questo è una cosa che ammiro molto.
    Non tutti avrebbero avuto il coraggio di documentare in prima linea la brutalità della guerra.

    Un’altra cosa che ammiro di questa grande artista è il suo desiderio di purificazione dall’orrore attraverso l’arte, come si vede nell’opera della vasca da bagno, che personalmente avevo già analizzato alla scuola superiore. L’opera mi ha subito colpito perché mostra la sua sfrontatezza e tutti gli ideali di Lee.

    In conclusione, nonostante la sua vita amorosa movimentata e i suoi viaggi continui, il lavoro di Lee come artista, fotografa, modella e reporter di guerra è stupefacente, soprattutto tenendo conto del ruolo delle donne dell’epoca e della sua lotta continua con il tentativo di fare concorrenza ai suoi colleghi uomini.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto cantoni   3 Febbraio 2023 at 11:27

      Ben scritto sia dal punto di vista micronarrativo e sia per l’interpretazione delle esperienze creative che LM inanellò durante la sua vita.

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