David LaChapelle. La messa in scena della verità fotografica presa da tergo

David LaChapelle. La messa in scena della verità fotografica presa da tergo

Nella Città del Vaticano, un’aula rettangolare di circa 40 m per 13, alta una ventina di metri, illuminata da sei grandi finestre centinate su ciascuno dei lati lunghi e coperta da volte a botte ribassata, contiene una delle opere d’arte più complesse e famose al mondo. Tra il 1481 e il 1483 vi furono eseguiti affreschi dai maggiori pittori toscani e umbri. Nel 1508, il Michelangelo, dopo pressioni inaudite di papa Giulio II, decorò le volte e i lumettoni sopra le finestre. Dal 1536 al 1541 il Buonarroti terminò le decorazioni affrescando la parete frontale con il Giudizio Universale. Si può dire che nella Cappella Sistina, in oltre 800 metri quadri di pittura troviamo un condensato dell’evoluzione della pittura italiana dalla metà del ‘400 sino al culmine del Rinascimento. Per la quasi totalità degli storici dell’arte il tour de force intrapreso da Michelangelo per decorare questa sede di riunioni papali ha del prodigioso, sia come esperienza fisica dell’atto di affrescare e sia per gli straordinari esiti artistici del suo lavoro. Sembra impossibile che un solo uomo sia riuscito a creare una simile ricchezza compositiva, padroneggiando con maestria il più piccolo dettaglio.

LaChappelle
Benedikt and Angelika Taschen At Home at Chemosphere House (2001)
© David LaChapelle

Nel corso del tempo, innumerevoli artisti, poeti, letterati hanno trovato nelle gradi visioni michelangiolesche relative al mito biblico della creazione, del diluvio, del giudizio universale, una inesauribile fonte di ispirazione estetica. Tra i creativi influenzati dal genio del rinascimento, uno dei più sorprendenti e inattesi è senz’altro David LaChapelle, il fotografo americano divenuto famosissimo per le sue immagini di moda coinvolgenti e ironiche, per i ritratti di personaggi dello star system, per la trasfigurazione spettacolare delle merci più popolari. A dire il vero, il fotografo in più di un’intervista, aveva ricordato a noi lettori la sua passione per Michelangelo. Passione culminata nei primi anni del terzo millennio in una fotografia sorprendente, esposta per la prima volta in una grande mostra che Palazzo Reale gli aveva dedicato e che, qualche tempo dopo rividi al Center of Contemporary Art di Lucca, nel contesto di una nutrita serie di immagini che coprivano tutte le tematiche e le fasi della carriera del fotografo.

LaChappelle
Deluge (2006)
© David LaChapelle

In Deluge, foto gigantesca che esposta occupa un’intera parete, ispirata dal Diluvio Universale di Michelangelo, la scena ci presenta le devastanti forze della natura in procinto di sovrastare il regno dell’Uomo; i sopravvissuti cercano di sfuggire alla furia delle acque aggrappandosi a ciò che può mantenerli ancora in vita. Alcuni simboli della civiltà consumistica, il Caesar Palace, noto casinò di Las Vegas, Burger King, le insegne della catena di caffè Starbucks, e il supermarchio della moda Gucci, stanno per essere inghiottiti dal diluvio. Ovviamente a noi fruitori non resta che prendere atto dell’ovvia ammonizione che LaChapelle lancia nei confronti del mondo effimero che lo ha reso famoso. Infatti, la cupa immediatezza del senso dell’immagine del fotografo, rafforzata dalla valenza percettiva di colori particolarmente intrusivi, caratteristiche salienti del suo riconoscibilissimo stile, sprofondano l’approccio percettivo all’opera, nelle mappe neuronali che fungono da correlato biologico di una categorizzazione linearizzabile con l’espressione “divina punizione di uno stile di vita”, o qualcosa del genere. Anche se, devo pur riconoscere la primarietà di una reazione emotiva che apres coup avvicinerei alla semantica di un reverente stupore.

Un altro tratto che mi colpisce nelle sue immagini è il sentimento che ciascuno di noi trovi sempre in esse il proprio punctum, vale a dire ciò che in una foto punge il nostro desiderio, risvegliandoci dal sonnambulismo delle ordinarie abitudini visive. Questo particolare effetto indotto dalla fotografia, messo in luce da Roland Barthes nella “La camera chiara” (Einaudi,1980), è forse il dono più grande che ci offre il lavoro di LaChapelle. L’effetto punctum nel Deluge è la “forza tranquilla” che promana dai corpi umani: dovrebbero essere terrorizzati, disperati, scomposti e invece, proprio mentre sta per inabissarsi il mondo che fino ad un attimo prima li vedeva consacrati al vizio, al più bieco materialismo, alla vanità estrema, esattamente in quel preciso momento, posti di fronte alla morte ritrovano valori universali come la pietà, la solidarietà, lo spirito di comunanza. Non ci credete?Osservate con attenzione l’immagine: sulla destra della scena un clone dell’umanità, in realtà si tratta di un manichino la cui posa espressiva tuttavia rende plausibile una sua estensione interpretativa, osserva con stupore la ritrovata umanità. La prima volta che guardate l’opera, potete certo partire da qualsiasi punto. Ma quando arrivate al manichino il movimento dei corpi e dell’intera scena cambia di valenza emotiva. La grandezza dell’opera e l’orrizzontalità favorisce i feedback interpretativi, come se guardassimo tante immagini legate una all’altra, costringendo il sistema occhi-mente a un lavoro di progressiva ricostruzione delle tonalità espressive dell’opera.

Nelle mostre che ho citato sopra era possibile vedere un suggestivo documentario di Frank Benvenuto in cui si raccontava come LaChapelle aveva creato questa potente e coinvolgente immagine. Il video lasciava intendere che per il fotografo la costruzione dell’oggetto artistico fosse una via di mezzo o meglio, una sintesi, tra le pratiche del cinema e del teatro. Dal punto di vista euristico LaChapelle trasforma modelli e modelle in attori chiamati a recitare in una messa in scena; nel video li vediamo, animati dalla musica,  cercare la posa e l’effetto loro imposti dall’attenta regia del fotografo. Ogni singola azione, ripresa più volte da molteplici punti di vista, successivamente sarà ricomposta in un insieme coerente attraverso il montaggio al computer. Non assistiamo quindi al colpo decisivo sferrato dall’obiettivo del fotografo ad una realtà instabile, sempre in procinto di scompaginarsi travolta dalla veloce deriva del tempo dell’orologio. La consistenza, la verità della foto risiede nel lungo lavoro di concepimento della messa in scena e nell’attenta regia degli elementi che la compongono. L’immagine definitiva, con queste procedure, diviene chiaramente una estensione del lavoro della fantasia del fotografo, sottoposta in ogni momento al controllo minuzioso degli effetti di ogni singolo scatto preparatore. Ricordo che, mentre osservavo sullo schermo LaChappelle, circondato dal suo team creativo, scattare in sequenza le foto del diluvio, non potevo non pensare a cosa facesse Michelangelo negli anni di lavoro solitario sulle impalcature della Cappella Sistina: innalzato a quasi venti metri d’altezza, era costretto a dipingere supino con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto; tuttavia lo spaventoso sforzo fisico non doveva interferire con la ricchezza inesauribile della sua fantasia e con la maestria sempre vigile nell’esecuzione di ogni minimo particolare. Una insuperabile prova di forza, in relazione alla quale non ho memoria di emulazioni successive da parte di altri artisti. Eppure, malgrado l’evidente distanza tra LaChappelle raccontato dal video e il fuoriclasse del nostro rinascimento, se riguardo la foto del diluvio sono colpito dalla capacità del fotografo di incapsulare le grandi visioni michelangiolesche nel campo visivo ed emozionale dello sguardo contemporaneo. Bisogna aggiungere che LaChapelle, pur essendo un fine osservatore di ogni cosa, fatto o persona capace di attirare l’interesse della gente, da sempre studia, incorpora e usa le creazioni dei grandi artisti del passato come metodo per creare una figurazione che ci appare molto originale, dallo stile inconfondibile. Oltre a Michelangelo nelle sue foto riverberano le energie visuali di Bellini, del Bronzino, del Canova, di Dante Gabriel Rossetti. Per non parlare della evidente corrispondenza tra il suo stile e gli artisti della pop art, primo tra tutti Andy Wharol ovviamente. Come mai non trovo contraddizione tra lo sguardo verso il passato ę il sentimento che mi spinge a sentire il suo stile come assolutamente contemporaneo? Ve la metto giù così: in un certo senso il fotografo sembra credere che i movimenti espressivi più efficaci in base ai quali creare una immagine esemplare, spesso possono raggiungerci dal passato perché già scoperti da altri artisti. Vi sarebbero configurazioni create da talenti geniali, trasformatesi grazie alle loro opere in simboli espressivi, in cui troviamo conservate le energie da cui gli stessi simbolo derivano. Quando entriamo in relazione con questa specie di engramma della nostra memoria storica, sperimentiamo l’energia mnemonica (le particolari emozioni) di cui essi erano carichi. Senza probabilmente saperlo, il fotografo usa simboli del passato non come semplici citazioni, ma perché come Aby Warburg crede che in essi vi sia un contenuto emotivo particolarmente importante ed efficace che può favorire il processo di fruizione. Per esempio nella foto “Pietà with Courtney Love” in cui la cantante/attrice sostiene in grembo un drogato appena spirato, il modo di posizionare il corpo di entrambi gli attanti della composizione è chiaramente ispirato dalle pitture del Bellini. Ma invece che adattare lo scenario al sentimento che il quadro vuole trasmetterci, come facevano gli antichi, LaChappelle creando una ambientazione kitsch o se volete eccessivamente carica di colori puri, unisce alla commozione della scena la leggerezza di un paradossale sorriso. Il fascino di LaChappelle dipende a mio avviso dalle forze visive antinomiche che riesce ad equilibrare. Da un lato le sue composizioni sono clamorosamente neobarocche, dall’altro lato il centro visivo più importante in ogni sua foto è decisamente classico. Assistiamo ad un posizionamento, alla modulazione dei gesti e delle espressioni dei personaggi centrali dell’immagine, che sembrano sempre cercare il pathos del sentimento, in messe in scena sempre eccessive, nelle proporzioni, nei colori, nelle significazioni contestuali. Oltre al Deluge, nella tappa esistenziale in cui LaChappelle abbandonò la foto di moda per dedicarsi all’arte, mi sono sembrati importanti gli scatti tratti dalla serie Museum, Statue, Cathedral ed il ciclo degli Awakened nei quali il fotografo ci induce a riflettere sulla spiritualità, sulla precarietà dell’arte, sul tema della rinascita.

LaChapelle
Awakened Abigail (2007) © David LaChapelle

Nella foto del “Museo allagato”, il contrasto tra l’ambiente degradato e i quadri esposti, ci fa pensare a quanto fragili siano le conquiste più alte della nostra civiltà; in “Cathedral”, una piccola folla di umani in preghiera dentro una chiesa allagata e semidistrutta, attraversata da una luce di illogica speranza, si ricongiungono finalmente alla fede; nelle foto dei “risvegli” i corpi ripresi mentre galleggiano sott’acqua simbolizzano una ascesa verso un altro mondo, una rinascita, forse.

LaChapelle

LaChapelle, dopo averci a lungo sorpreso e stupito con le sue foto “commerciali”, nella attuale fase di accentuata ricerca artistica sembra voglia fotografare ciò che noi sappiamo ma non vogliamo vedere. Sembra voglia farci sentire ciò che noi, in fondo al nostro cuore udiamo, ma non vogliamo ascoltare. Per raggiungere questo scopo ha bisogno di truccare la realtà, mettendo a profitto le scoperte visive sperimentate durante le innumerevoli sedute dedicate a promuovere il mondo di oggetti che lo hanno reso celebre e ricco. Negli anni Novanta le sue foto furono pubblicate da “Paris Vogue”, “The Face”, “Vanity Fair”, “New York Times Magazine”, “Vogue”. Le sue acclamate campagne accompagnarono il successo commerciale di marchi come Diesel, MTV, Iceberg, L’Oreal, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani.

LaChapelle
Paris Hilton Hi Bitch bye Bitch (2004)
© David LaChapelle

Nelle mostre che lo hanno celebrato come uno dei più influenti image maker del suo tempo, le immagini che LaChapelle ha creato per le riviste e la moda sono di solito raccolte in sezioni dal titolo ironico come Plastic People, Consumo/Consumption; Eccesso/Excess e Star System. Nelle foto dedicate al culto del corpo, si nota come l’esasperazione delle pratiche di modellazione del fisico si risolvano in grottesche degenerazioni dell’ideale di bellezza. L’inventario degli eccessi sessuali, fotografati in stile ultra glamour, si rivelano essere una grottesca sindrome narcisistica di auto-affermazione. Insieme al catalogo di perversioni sessuali che LaChappelle rende particolarmente eloquenti senza mai cadere nel moralismo e nella volgarità, le immagini centrate sul consumo di oggetti, a mio avviso visualizzano le aporie di un desiderio insaziabile, incolmabile, il cui soddisfacimento sembra coinvolgere il soggetto in una escalation senza senso. Per quanto riguarda i ritratti delle star, altro genere nel quale il fotografo è stato un maestro, viene quasi sempre messa in rilievo l’attitudine all’esibizionismo dei personaggi che vivono della propria immagine pubblica, attraverso la messa in scena di ogni forma di eccesso narcisistico.

Insomma, LaChapelle ci conquista con la sua prossimità ai temi, agli oggetti, ai pseudomiti che ci circondano. La foto di moda soprattutto gli ha insegnato come far esplodere la superficie che ci affascina. Il gioco consiste nell’evitare di cercare una profondità che non esiste e nel caricare di effetti l’immagine glamorosa. Ecco perché sono così convincenti i suoi colori, potenti come i desideri più insondabili che alla fine sono come i sogni che ci svegliano.

LaChapelle
When the world is trough (2005)
© David LaChapelle

La sua luce non lascia quasi ombre, ma tuttavia riesce a raccontarci benissimo le ombre che ci portiamo dentro, senza compromessi, moralismi o compassioni. LaChapelle fotografa ciò che non vogliamo dire con le parole. Il suo realismo teatrale, avvicinato da molti critici al modo con cui Fellini ricreava il contesto dei suoi film, ci porta lontani dall’umanitarismo del realismo ingenuo di tante poetiche fotografiche. La vita, sembra suggerirci, è un colpo di scena ben riuscito che ci lascia soli (penso ad immagini come: When the World Is Through, 2005 ). Trovo che LaChappelle riesce a trasmetterci un effetto di solitudine pura come Hopper in Nighthawks, una icona della cultura americana, ma di segno completamente rovesciato: nel pittore è l’immobile efficacia della sua purezza cinematografica a conquistarci; in LaChappelle è la comica perdita della purezza a farci sentire soli e sperduti.

LaChapelle

Le sue foto oggi mi appaiono come icone simboliche della schizofrenia che domina l’umanità. Come tutti i simboli le sue foto non descrivono, non spiegano bensì asseriscono. Non ci dicono: guarda cosa è successo o cosa sta per succedere. Semplicemente affermano: è successo, punto. Ma nel far questo, ci inducono a pensare a ciò che sta fuori dalla fotografia. Un altro aspetto che mi attrae in LaChappelle è che il suo sguardo è un po’ il nostro sguardo di cannibali dell’immagine. Nelle sue foto  moda sembra strizzare l’occhio al nostro voyeurismo, per poi punirci facendoci percepire che esiste una verità fotografica che ci sorride solo quando prendiamo atto della nostra perdita. Il talento di LaChappelle è di avere scoperto come evitare di confondere le immagini con le cose. Il tipo particolare di surrealtà che mette in scena non è un aldilà delle cose alle quali ci hanno abituato sia il realismo ingenuo della fotografia e quella specie di contrario che sarebbe la foto che cerca l’astrazione o il mistero. Il suo surrealismo non nega le cose che ci circondano ma è ciò che ci riporta alla “cosa che sentiamo” attraverso una trasformazione percettiva: tutto sembra configurato per eccitarci, per sedurci; peccato che quel tutto evapori troppo in fretta. Che il mio sentire dipenda da un raffreddamento delle emozioni… Ecco qualcosa a cui non avevo pensato! Guardate le luci dai colori freddi delle sue immagini, guardate i volti sempre seri o dall’espressione artefatta… Non sentite allontanarsi da voi le emozioni che pensate di vedere? Non sentite l’eternità che promana dalle sue immagini?

LaChapelle

I libri di DAVID LACHAPELLE:

– Hotel LaChapelle, edizioni Buldfinch 1999

– LaChapelle Land, Calloway  Editions

– Heaven to Hell, Taschen 2010

David LaChapelle, Giunti (catalogo della mostra di Palazzo Reale, Milano 2007)

– Land Scape, Taschen 2014

Mostra di David LaChapelle alla Reggia di Venaria (Torino)

Sito Ufficiale

Attualmente è possibile ammirare le opere dell’artista nella grande mostra a lui dedicata presso la Citroneria delle Scuderie Juvarriane (uno degli spazi architettonici più imponenti della Venaria).

La mostra intitolata ”Atti Divini” rimarrà aperta sino al 6  Gennaio 2020.

Lamberto Cantoni
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