Poliform & Paolo Roversi

Poliform & Paolo Roversi

Tutto il design, anche quello più serioso e prudente sta sempre più emulando le strategie d’immagine e comunicazione della moda. Breve analisi di un modello di collaborazione.

Premessa

Tra moda e design lo scambio di prestazioni, in forme eterogenee, sembrerebbe oggi scontato. In realtà, nel passato, i rapporti tra i grandi interpreti del design e i creatori di abiti non sono mai stati particolarmente affettuosi. A parte le collaborazioni necessarie per gli interni dei punti vendita, penso per esempio alla fruttuosa stima reciproca che univa il grande Fiorucci a Ettore Sottsass, la visione dell’oggetto che avevano i designer di mobili o i progettisti grafici faceva attriti con quella dei pseudo colleghi stilisti.   Alessandro Mendini (1932- 2019), a suo tempo, quando assunse la direzione di Casabella (1970-76) e poi di Domus (1979-84), si prodigò per avvicinare questi due mondi. Ma molti designer di arredi, Graphic designer e architetti d’interni continuarono a considerare la Moda troppo effimera per poter essere una seria interlocutrice. Lavoravano spesso per aziende dell’abbigliamento senza crederci troppo.

La situazione cambiò quando al posto del generico concetto di “moda” fece la sua comparsa l’idea che fosse “lo stile di vita” a fungere da catalizzatore delle responsabilità estetiche di tutti i designer. Non sto sostenendo che all’improvviso i creativi si siano precipitati a leggere Thorstein Veblen, Max Weber o lo psicologo Alfred Adler. Ma l’idea che ogni individuo faccia innanzitutto esperienza del modo in cui recita se stesso, all’interno di una rete di relazioni contestualizzate, è divenuta in fretta una linea di confine in base alla quale misurare l’efficacia estetica di ogni oggetto prodotto nella nostra forma di vita. Un certo stile di vita può essere etichettato come si vuole, ma nel suo fondo rimane sempre una avventura creativa che rimanda ad esperienze, percezioni, emozioni di individui reali. Avere Stile, comunque lo definiamo, significa parteggiare per un’etica della bellezza ordinata, della giustezza condivisa …Significa inoltre una reazione verso i limiti della funzionabilità estrema o pura (che sterilizza gli oggetti da ogni emozione umana).  Con la pluralità degli stili di vita come punto di riferimento, hanno potuto strutturarsi “zone libere” da vangeli estetici prestabiliti, nelle quali creativi di diversi settori potevano collaborare per sviluppare idee disancorate alle norme funzionali, razionali se volete, concepite per stabilizzare il senso dell’oggetto nel semplice uso.

Devo però aggiungere che, se pur molti stilisti famosi hanno fatto oggetto del proprio interesse il “design allargato”  con risultati notevoli, risulta più difficile trovare esempi di grandi designer specializzati nell’arredamento o dei Graphic designer capaci di creare elementi d’abbigliamento in grado di oltrepassare la soglia che introduce alla notorietà.  Per esempio: Giorgio Armani disegna personalmente da anni una collezione di mobili di notevole impatto percettivo/visivo (voglio dire che, guardandoli, sento una coerenza di fondo con il suo Grande Stile così come si è depositato nella cultura estetica del nostro tempo). Anche Gianni Versace, a suo modo, fu un pioniere dello scambio di prestazioni tra industria degli interni di lusso e moda. Ricordo che, le sue ceramiche divennero subito un complemento d’arredo di valenza internazionale.

Come dicevo sopra mi riesce difficile citare un esempio opposto cioè chi dal design tradizionale ha fatto colpi creativi di successo nel campo della moda. Una delle rare eccezioni che ricordo fu Moschino: da grafico pubblicitario di grande talento seppe trasformarsi in fashion designer di travolgente successo.

Comunque oggi, in un modo o nell’altro, tra chi si occupa di arredamento e chi crea abiti, esistono certamente affinità di campo, solide almeno quanto le differenze.

Ma forse in questo inizio del terzo millennio, il citato riferimento al punto di svolta che ho collocato alla diffusione del concetto di “stile di vita”, necessita di un rinforzo, di una revisione. Se distinguiamo la moda come creazione di forme oppure di oggetti, dal processo che li fa discendere negli ambienti percettivi umani, processo che definisco “modazione”, risulta più chiaro come interpretare lo “scambio di prestazioni” dal quale sono partito. Mi spiego meglio. Immaginando che un mercato grande come il pianeta implichi un interesse estremo di chiunque sia immune a rischiosi romanticismi, soggetto o azienda non importa, implichi dicevo una attenzione al processo che trasforma un oggetto in qualcosa che intreccia notorietà, novità, metriche degli stili di vita, ricerca del successo commerciale, con una dedizione forse superiore a quella dedicata alla sua configurazione materiale, allora se è vero che l’oggetto deve trasformarsi in evento, in immagini, in storie, riesce facile capire perché da tempo l’industria degli arredi tende a seguire le tracce o i sentieri della modazione esplorati dalle grandi marche della moda.

Se osserviamo Il design che sta facendo la differenza, difficilmente lo troviamo arroccato dietro forme-funzioni. Il design che fa la differenza trasuda di idee, punta a suscitare emozioni, diventa fin dalla fase progettuale un catalizzatore di narrazioni. Il campo di forze (visive, emozionali, semantiche) che orchestra sembrano configurate per sintonizzarsi con il processo che ho definito “modazione”.  La sorpresa, l’allontanamento dalla norma, le rotture non sono solo più informative e più potenti nel comunicare qualcosa; in realtà esse non vengono più vissute come anomalie creative bensì come effetti desiderabili e pregnanti del dispositivo estetizzante che governa il sistema di oggetti necessari alla riproduzione della nostra forma di vita così com’è ora.

In parole forse più semplici, il ragionamento acrobatico che vi ho presentato, possiamo sintetizzarlo e semplificarlo così: i dispositivi della moda, soprattutto le marche affermate e i lori creativi più radicali, stanno fungendo da modello di riferimento per tutti i settori del design. Eventi, informazioni/narrazioni, emozioni, correlate agli oggetti, agiscono sulle disposizioni della gente generando effetti retroattivi in contesto progettuale.  Non sto facendo riferimento ad una astratta logica evenemenziale o spettacolare, oppure a una generica idea di creatività diffusa, ma al come queste parole=concetto prendono parte al processo, compenetrandosi e spesso cambiando le disposizioni del consumatore fin dalle prime interazioni con l’oggetto (per esempio, riuscendo a dare valore alla percezione di una immagine virtuale, pensare all’e-commerce, come se i suoi colori, dimensioni, superfici fossero pregnanti quanto le percezioni reali).

foto n.1

Poliform & Paolo Roversi

Uno degli esempio a noi più vicini dal punto di vista temporale, relativo a ciò che sopra ho sintetizzato con l’espressione “scambio di prestazioni”, è rappresentato dalla recente collaborazione tra Poliform (azienda da 700 dipendenti, presente in 85 paesi con 750 rivenditori mono brand) e Paolo Roversi. Per celebrare i suoi primi 50 anni di attività l’azienda ha scelto di collaborare con uno dei più apprezzati fotografi di moda attualmente in circolazione, affidandogli la realizzazione di un testo al quale va stretta l’etichetta di “libro celebrativo”. Il libro si intitola Time, Light, Space (ed. Rizzoli), e presenta il racconto per immagini della storia dell’azienda vista dalla prospettiva dei prodotti realizzati.

Naturalmente, al famoso image maker della moda è stata conferita una totale libertà espressiva/interpretativa e, non credo di esagerare, se aggiungo che il risultato è fuori dall’ordinario.

Come gran parte dei giudizi estetici del nostro tempo oramai così lontano da stabili canoni estetici condivisi, soprattutto quando il contesto delle “opere” ha pareti di comunanza con la comunicazione pubblicitaria, il mio giudizio sconfina sfacciatamente nell’arbitrarietà, nel soggettivismo, nelle mie personali preferenze. Me ne rendo conto e perciò vorrei motivarlo. Comincio con l’osservare che raramente si riscontrano sulle riviste specializzate e non, atti creativi  che trasducono in immagini oggetti del design d’arredamento, capaci di farci percepire le  sfumature emozionali che Roversi fa emergere.

Per quanto mi riguarda, gran parte delle immagini standard usate dalle marche che producono e commercializzano mobili sono Still Life oppure foto di interni opportunamente arredati. La qualità delle immagini non si discute, il ritratto fatto agli oggetti è quasi sempre esemplare, così come lo sono le foto di ambientazione e/o contestualizzazione dell’oggetto da promuovere. Sfogliare una rivista di design a larga diffusione può essere percettivamente sconcertante: dopo una decina di pagine tutta la perfezione evocata sopra produce l’evaporazione dell’attenzione cioè del carburante che consente all’atto percettivo di muoversi lungo le rete neuronali fino alla correlazione con l’astrazione categorizzata che chiamiamo “senso”, idea, pensiero. Non so a voi, ma a me, l’evaporazione dell’attenzione, induce più che altro una insopprimibile rottura di palle, tale per cui credo di non essere mai riuscito a sfogliare una delle riviste citate fino in fondo. Nemmeno nell’ambulatorio del mio dentista, quando nell’anticamera, un salottino male arredato, in attesa del mio turno, mi aggrappo a qualsiasi pubblicazione nella vana speranza di trascendere il momento. Voi siete certamente lettori per bene e quindi senz’altro preferirete usare la parola “noia”. Avete ragione ma io non ho torto. L’espressione popolare che ho utilizzato è politicamente scorretta ma traduce meglio il senso dell’esperienza in oggetto, ovvero il fatto che la struttura emergente non ha niente di semantico e si riduce a un infinitesimale malessere a sua volta induttore di una qualità temporale dannatamente umana chiamata fretta che, applicata alla situazione che ho utilizzato come esempio, ci porta a saltare pagine su pagine per ricacciare la rivista sul tavolino (e prenderne subito un’altra).

Tutte queste parole per dirvi che la perfezione può essere boring, noiosa. Sottoposta a ripetizioni senza soluzione di continuità produce l’ottundimento dell’ingaggio percettivo. Fu il filosofo/psicologo T. Lipps (1851-1914) a focalizzare per primo questo tipo di fenomeno in una teoria finalizzata a promuovere l’empatia come concetto centrale della sua visione fenomenologica della vita psichica. Oggi le sue idee non godono certo di un largo seguito. Ma l’ottundimento percettivo dovuto a ripetizione dello stimolo, persino se ammantato di perfezione, è un’esperienza che ciascuno di noi vive quasi quotidianamente.

Bene, abbiamo visto che le immagini standard utilizzate dalle marche del design per trasducere l’oggetto in un dispositivo visuale efficace per farlo circolare velocemente nel mondo, seppur tecnicamente perfette, possono indurre problemi.

Ora osservate l’immagine 1, di G. Roversi. Si tratta di due sedie disposte in modo da farci percepire casualità e una appena accennata asimmetria. I contorni degli oggetti sono sfumati come se fossero in procinto di entrare in dissolvenza. La sfumatura della poltrona bianca tende ad appiattirla sulle tonalità dello sfondo. Roversi narcotizza i parametri spaziali per valorizzare le superfici a macchia di colore, nel senso che nell’oggetto non vediamo più il tempo ordinario bensì una sua fluttuante sospensione come ci succede quando ricordiamo qualcosa che con insistenza permane senza un prima e un dopo, una presenza che sentiamo più vicina proprio per l’assenza delle geometrie di linee, di contorni ben disegnati, angoli, di netti contrasti di colore, tutte dimensioni che siamo abituati a percepire nella maggioranza delle immagini pubblicitarie e nelle foto come modelli astratti del reale. Roversi de-realizza lo spazio/tempo della percezione dell’oggetto con l’evidente obiettivo di trasformarlo in qualcosa di ek-sistente cioè di più vicino all’origine dell’oggetto, ovvero sembra trasportarci in un illusorio momentum  quando tra ciò che diventerà forma e l’esperienza interiore del designer dobbiamo immaginare esistesse una sorta di simbiosi mutualistica. Oggetto ed emozioni dunque diventano inscindibili. Ogni creazione implica un atto di amore. È questo il mito che appassiona Roversi e gli fa preferire l’ek-sistenza dell’oggetto. Il lettore evoluto a questo punto potrebbe chiedermi le ragioni di scomodare Heidegger e il suo anti-umanesimo. In effetti la forzatura c’è. L’obiettivo del filosofo tedesco è porre al centro della riflessione l’essere e non l’uomo esistenziale. Ek-sistere significa dunque porsi in prossimità dell’essere. Ma attraverso quale strumento noi possiamo avvicinarci a questo punto d’origine? Per il filosofo è il linguaggio poetico e l’arte che, riportati al loro significati originari, possono lasciarci intravvedere la luce dell’essere. È in questo passaggio che io trovo esplicativo il concetto di ek-sistenza in relazione al modus operandi fotografico e artistico di Roversi. Indubbiamente il realismo fotografico, il naturalismo, non lo interessano. Ecco perché lavora essenzialmente in studio e usa la luce non per presenziare la scena, il soggetto, l’oggetto bensì per trasfigurarlo, per sottrarre ad essi una eccedenza di chiarezza che evidentemente lo imbarazza. Cosa cerca Roversi con la “sua” luce? Sembra cercare con essa quel supplemento di temporalità che nella sua visione rappresenta un più-di-esistenza (cosa saremmo senza un passato? Senza una memoria? Senza ricordi?).

Ebbene, questo in-più, aldilà dei concetti che strutturano la visione o il Vangelo fotografico di Roversi, dal punto di vista dell’atto percettivo implicato nella fruizione delle sue immagini, sembra coincidere con l’emersione di una particolare sfumatura emotiva. “I miei scatti vogliono catturare l’emozione che provo in un preciso momento davanti al soggetto”…La frase è una mia invenzione. Ma sono convinto che in modi discorsivi simili il fotografo l’abbia ripetuta spesso nelle innumerevoli interviste di cui ho vaga memoria. Ma soprattutto nella frase inventata penso sia imbricato il raffinato Vangelo fotografico con il quale Roversi ha costruito il suo stile e di conseguenza la riconoscibilità nell’immediatezza, di molte delle sue immagini. Un Vangelo fotografico è un mito che ci serve per dare un certo ordine a una ricerca fatta di domande che non cessano di ripetersi. Oggi preferiamo parlare di “narrazioni”. Ogni narrazione suscita interpretazioni che possono planare su territori semantici assai diversi gli uni dagli altri. Per esempio, c’è chi trova negli oggetti e/o soggetti di Roversi qualcosa di proustiano. E quindi ha la disposizione a percepirli come le “madeleine” nella Recherche di Mercel Proust ovvero come ectoplasmi della memoria originati da sinestesie (un profumo, un colore, una musica) dai quali scaturiscono inaspettati e improvvisi ricordi, vissuti in una bolla emozionale che nel caso del grande scrittore francese ha il sapore della nostalgia. Tanto per farmi capire anche da chi non ha letto Proust: un dolcetto, la madeleine (sarebbe l’oggetto), immerso nel the di Giglio, nel preciso momento che stimola il palato e il narratore ne percepisce l’odore ( la percezione diviene sinestesica ), fa emergere in parallelo ricordi (immagini mentali, suppongo) e una gioia improvvisa (emozione) trascinando il narratore in un passato che si ammanta di nostalgia (l’emozione quindi non è descrivibile da una parola/concetto; non è un punto bensì è un flusso in trasformazione). Devo ammettere che memoria, ricordo, nostalgia sono parole che compaiono spesso nei commenti critici che riguardano il lavoro di Roversi. Guardate le immagini 2 e 3. L’analogia con l’emersione della memoria di un ricordo è verosimile? Vi suscitano un sentimento di nostalgia? Io non lo provo affatto, anche se ammetto che l’oggetto-madeleine sia certamente una metafora suggestiva per descrivere la struttura di senso che Roversi sembrerebbe voglia farci percepire con molte delle sue immagini.

Tuttavia preferisco metterla giù così: siamo propensi a percepire nell’immagine sfuocata o dai contorni instabili, un riferimento temporale al passato che può indurre sfumature emozionali raggruppate a una nostalgia resa particolarmente penetrante dalla grazia magistralmente configurata da Roversi. Questa cifra della bellezza può assumere le sembianze di una premonizione e quindi, per certi versi, ammantarsi di futuro, Ecco perché il fotografo gode di grande credito nel campo della moda. I suoi non sono anacronismi. Nelle sue imagini percepiamo fluttuazioni che creano tensività tra una presenza che rimanda a qualcosa che c’è stato per addivenire.

foto 2

Gli spiriti animali del design

È prevedibile che alcune delle foto del libro “celebrativo” finiranno sulle riviste specializzate, funzionando come pubblicità di marca. Di conseguenza posso congetturare che daranno un insospettabile contributo allo sviluppo e alla maturazione delle strategia d’immagine della Publiform, mettendola a passo con le marche della moda più efficaci. Anche se Paolo Roversi per la notorietà e il prestigio che tutti gli opinion leader del settore gli riconoscono, rappresenta solo per il nome che porta un valore aggiunto, io credo che sia stato scelto soprattutto in vista di un cambio di prospettiva rispetto al problema di come comunicare i valori di marca nel nostro tempo.

Per quanto riguarda la comunicazione prodotto, forse le immagini standard utilizzate dall’industria del design di arredi ancora per qualche tempo continueranno ad essere configurate seguendo il paradigma fotografico standard: rappresentazioni di interni nelle quali la percezione dell’oggetto risponde alle attese del fruitore razionale, ovvero ambientazioni armoniose, coerenti, immediate per chiarezza, disposizione, punto di vista.

Ma oggi, la percezione della qualità intesa in senso olistico, la percezione della valenza di un possibile valore, dipendono solo in parte dalla bella rappresentazione dell’oggetto funzionale. Anche se la creatività nella maggioranza dei casi è fasulla, rimane pur sempre un mito di riferimento che sarebbe da sciocchi sottovalutare. L’idea che il pubblico evoluto misuri l’estetica dell’oggetto secondo parametri emozionali ed esperenziali che implicano una visione diversa del modo di comunicarlo, non è una semplice moda discorsiva del momento. Gli spiriti animali del design reclamano la loro parte. L’approccio arido alle funzionalità primarie di un oggetto ha tentato in ogni modo di rimuoverli. L’eccesso di razionalità che molti chiamano minimalismo, se ostentato, non produce passione quindi inibisce, annichilisce la percezione di emozioni, limita l’esperienza.

Tra gli spiriti animali possiamo annoverare anche le narrazioni che ci suscitano gli oggetti. Forse farò sussultare il fondatore dell’ecologia percettiva James Gibson ma sono pronto a sostenere che tra le affordances che predispongono ogni prodotto, evento, situazione a compenetrarsi con le nostre percezioni suggerendo modi d’uso, tra le affordances dicevo, l’istanza narrativa/emozionale riveste un ruolo strategico per sintonizzare e sincronizzare l’oggetto del design con il soggetto ideale che deve in qualche modo prevedere, costruire, implicare.

Le grandi marche della moda anche grazie al talento di image maker come Roversi, sono le più evolute in questi giochi di trasfigurazione (qualcuno preferisce definirli giochi di manipolazione) nei quali percezioni, emozioni, passioni di dinamizzano, escono o rompono schemi, interrompono bruscamente abitudini, giocano con imperfezioni, valorizzano illusioni.

Anche il design più severo non può rinunciare a questa sfida. Forse è per questo che tende ad assomigliare sempre più alla moda, qualsiasi sia la definizione o l’idea che avete di essa.

A me pare che la collaborazionePoliform/Roversi, tra le altre cose, lo mostri con una certa evidenza.

Le immagini che presento nell’articolo sono tratte dal citato libro di Giancarlo Roversi, “Time, Ligh, Space” edito da Rizzoli.

Una vasta rassegna dedicata al fotografo, è in corso al Mart di Ravenna, intitolata Paolo Roversi = Studio Luce (aperta fino al 10 gennaio 2021).

Foto 3

 

Lamberto Cantoni
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67 Responses to "Poliform & Paolo Roversi"

  1. Antonio Bramclet
    Antonio   30 Novembre 2020 at 08:26

    Premetto che l’oggetto madeleine mi piace e lo trovo più esplicativo rispetto la misteriosa eksistenza. Ma quanto valgono le info che abbiamo sul fotografo rispetto alla percezione di una sua immagine?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Novembre 2020 at 09:17

      Non sono sicuro di aver capito la domanda…

      Rispondi
      • Antonio Bramclet
        antonio   30 Novembre 2020 at 11:16

        Volevo chiedere quanto ciò che conosciamo del fotografo conta nella percezione di una sua immagine.

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   30 Novembre 2020 at 11:38

          Il processo percettivo è molto più ricco di dati rispetto a ciò che i sensi ci mettono a disposizione.

          Rispondi
          • Antonio Bramclet
            antonio   30 Novembre 2020 at 16:23

            Significa che nelle foto di Roversi ci mettiamo del nostro?

          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   1 Dicembre 2020 at 13:07

            È per noi molto difficile distinguere ciò che vediamo da ciò che sappiamo.
            Diciamo che nel caso delle foto di Roversi il loro effetto sfumato induce il fruitore a proiettare nella figura ciò che ha appreso di inerente a situazioni simili. Da qui l’illusione semantica che ci fa credere che in esse sia visibile il tempo, la nostalgia etc.

  2. annalisa   30 Novembre 2020 at 09:37

    Sono d’accordo con Antonio è elegante anzi intrigante. Personalmente avrei citato le “scarpette rosse” della Duchessa de Guermantes. Che bellezza quelle pagine! L’articolo mi è piaciuto, però mi sarei aspettata delle considerazioni su Roversi e la moda. Se le sue foto di moda sono così speciali, perché non farle almeno vedere.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Novembre 2020 at 09:51

      Sei d’accordo su cosa? Mi fa piacere scoprire quanto ti commuovano le “scarpette rosse” ma purtroppo non c’entrano un bel nulla con il parallelismo tra l’immagine letteraria dell’ingaggio percettivo di Proust e un certo modo di leggere le foto di Roversi.
      Sul lavoro nella moda hai ragione. Se trovo il tempo aggiungerò alcune note e immagini ( nel web ne trovi migliaia).

      Rispondi
      • annalisa   30 Novembre 2020 at 11:58

        Mi era piaciuta la citazione della Madeleine e quindi sono d’accordo con Antonio. La ringrazio per aver accettato i miei suggerimenti. Scusi l’impertinenza, ha dei problemi con il rosso?

        Rispondi
  3. Lucia Morigi   30 Novembre 2020 at 20:11

    Comincio col dire che sono d’accordo con il problema dell’evaporazione dell’attenzione data dalla perfezione delle immagini utilizzate da i grandi brand o dalle industrie per pubblicizzare i loro prodotti; anche se, sono consapevole, che tutto ciò che fanno lo fanno a scopo di lucro, infatti grazie alle tecniche di marketing utilizzate per costruire le loro pubblicità, questi riescono a vendere più facilmente e con più efficacia i propri prodotti/servizi, ma il problema non è tanto quanto siano superficiali le pubblicità ma quanto lo siano le persone.
    Analizzando l’aspetto storico sociale, vediamo che “la società di massa” nasce alla fine del ‘800, e con essa la cultura di massa, alimentata dall’avvento dei mass media, in maniera sempre maggiore, prima di tutto i giornali, quindi il cinema e poi soprattutto la televisione, hanno avuto la possibilità di creare, questo tipo di cultura.
    Col passare del tempo questi mezzi divennero sempre più presenti nelle vite di tutti, diventando di basa la struttura comunicativa della “massa” in sé, influenzando la loro cultura generale e la percezione della realtà proponendo modelli e stili di vita sulla desiderabilità sociale.
    Infatti, le grandi aziende per pubblicizzare i propri prodotti/servizi fanno leva sulle emozioni, che giocano un ruolo cruciale nel modo in cui la mente funziona, ovviamente con metodi sempre più limitanti fino ad arrivare alla sinteticità delle pubblicità di oggi.
    Tutto questo è anche dovuto allo sviluppo della società organica, che funzionando come un’organismo, ha necessitato di più ambiti di specializzazione, mi spiego, ciò che richiedeva la società non era un sapere enciclopedico ma più specializzato; questo ha fatto in modo che la “massa” si interessasse ad un’ambito preciso, quasi eclissando la presenza di altri ambiti della vita/sapere. Infatti, in molti parlano di “massificazione della superficialità”, portando la semplificazione e la velocizzazione della vita quotidiana delle persone che ha ridotto al minimo lo sforzo necessario per realizzare molte attività.
    In conclusione, il prodotto è il risultato di un adattamento più o meno equilibrato fra le possibilità dell’offerta e l’attesa della domanda, se la domanda sarà più o meno superficiale la risposta lo sarà di conseguenza.

    Rispondi
  4. Fedor Beserra   30 Novembre 2020 at 20:20

    Io mi trovo d’accordo con l’autore quasi in tutti i punti di questo articolo.
    Trovo curioso il fatto preso in analisi: esistono più casi di stilisti che sfociano in altri campi del design che, di graphic designer che si avvicinano alla moda, come citato nell’articolo. Sarà uno spunto di riflessione interessante.
    Mi ritrovo molto anche nel fatto di non finire mai una rivista perchè diventa noiosa e ripetitiva.
    Amo le foto di Roversi, trovo che Poliform abbia fatto una scelta vincente a farsi rappresentare da un artista del genere.
    L’unico punto in qui mi trovo in disaccordo è per quanto concerne il minimalismo: non credo che il minimalismo limiti l’esperienza, anzi credo proprio che ci voglia tanta esperienza e creatività per ottenere il minimalismo degno di essere chiamato tale, contrariamente si otterrebbe solo un progetto spoglio con poco significato.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Novembre 2020 at 21:08

      Minimalismo è solo una parola/etichetta. In realtà esistono, forse, i minimalismi, a volte molto diversi uno dall’altro. Per me l’unico minimalismo che ha senso è quello che reagisce all’inbaroccamento del mondo. In questo caso assume una valenza etica che approvo e che associo a una tensione post classicista ovvero con la freccia del tempo orientata al futuro (cioè una tensione per l’innovazione, la ricerca, la tecnologia). Però il minimalismo che si ripete, che ostenta il proprio il proprio desiderio di niente lo trovo deludente e in definitiva noioso.

      Rispondi
  5. silvia pedrelli   30 Novembre 2020 at 20:33

    Le fotografie di Paolo Roversi emerse dalla collaborazione con l’azienda Poliform sono una reinvenzione.
    In esse possiamo osservare oggetti di design, ma anche emozioni. Un nuovo modo di vedere le forme.
    Reinventare significa anche scuotere la routine, ed è importante nel mercato.
    Il consumatore è infatti bisognoso di stimoli, desideri, emozioni.
    Il minimalismo quindi, è anch’esso reinvenzione ed emozione, perché eliminare ciò che è superfluo significa, oltre che valorizzare materiali e forme, liberare la mente dalla moltitudine di informazioni in essa già presenti, conferendo calma interiore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Novembre 2020 at 21:19

      Reinvenzione è una categoria critica interessante. Minimalismo è una parola abusata. E come un vaso con un buco sul fondo: dentro non ci rimane niente,

      Rispondi
  6. Beatrice Ricci   30 Novembre 2020 at 21:07

    Attualmente più che mai è ben evidente che il mercato e il marketing abbiano una grande influenza sui vari settori del design e il loro modo di comunicare; infatti all’interno di un mercato globale fortemente targetizzato a sua volta anche il design ha iniziato ad adottare una comunicazione sempre più di nicchia in base a chi vuole rivolgersi.
    Oggi i vari brand non si limitano più a creare un prodotto o servizio, bensì cercano di offrire esperienze concrete e multisensoriali che portino le persone ad associare determinate emozioni ad un prodotto o servizio.
    La comunicazione utilizzata nel design in questi ultimi tempi mira infatti a coinvolgere nello stesso tempo i sensi, l’emotività e il pensiero razionale dei loro destinatari al fine di cercare di instaurare una sorta di legame diretto che li permetta di entrare all’interno della vita delle persone; pertanto si potrebbe affermare che ormai i diversi marche e brand in circolazione non vendano più prodotti ma esperienze che siano piacevoli tanto quanto da influire fortemente nella percezione che la gente ha sul quel prodotto e di conseguenza rendere le persone più predisposte a comprare determinati prodotti o servizi rispetto ad altri.
    Detto ciò, si può affermare che l’immagine di un’azienda e del prodotto ha un ruolo fondamentale all’interno del design e la comunicazione e ciò ha fatto sì che i diversi ambiti del design iniziassero a collaborare in sinergia tra loro al fine di unire le loro conoscenze specifiche per rendere l’immagine e il modo di comunicare nel mercato di una determinata azienda o prodotto più completa possibile e che riesca ad instaurare una sorta di rapporto con le persone in modo tale da entrare a far parte della vita quotidiana di queste ultime.

    Rispondi
  7. Sofia Toccaceli   30 Novembre 2020 at 21:29

    Seguo il discorso del sentimentalismo estremo che hanno portato avanti certi esponenti delle pratiche di design (il quale ha avuto concretezza nelle teorie di Lipps), ma nei bisogni visuali umani ritroviamo anche una ricerca di equilibrio ed ordine stilistico che dona una sintesi all’impatto visivo.
    Roversi ha ricercato, si, una concettualità nel suo lavoro, ma anche il potere di innovare otticamente la forma fotografica dell’immagine. Una ricerca che si distacca dalle altre, e diviene innovativa per oggi, momento in cui tutto è così stabile e misurato.
    Tale misura e stabilità si traduce in coerenza negli atti pratici di una azienda che appunto mette in riga tutto il “set” comunicativo del concept promozionale, per arrivare sempre più a colpire il consumatore traducendo in visual degli impulsi emozionali ed identificativi del pubblico.

    Rispondi
  8. Alice Colombari   30 Novembre 2020 at 22:26

    Roversi, grande fotografo italiano, racconta la storia di un’azienda, di una terra e di una famiglia attraverso inconfondibili immagini.
    Roversi riesce a guardare l’azienda con occhi diversi, a rappresentare uno stile di vita miscelando sapientemente il soggetto, le luci, la scenografia attraverso uno sguardo unico e professionale.
    Questo grande fotografo con i suoi scatti è alla continua ricerca dell’emozione e della suggestione per regalarci una sorta di mix magico.
    Riguardo alla comunicazione del prodotto, tuttavia, credo ci sia una continua evoluzione che va oltre il ‘paradigma fotografico standard’. Le immagini dell’industria del design stanno evolvendo in modo radicale, possiamo prendere in esempio la comunicazione VR Experience che molti brand ultimamente stanno adottando (es. Ikea o Amazon).
    Il ‘possibile cliente’ potrà riuscire, in questo modo, a percepire il prodotto in tempo reale nel suo quotidiano e non solamente visionarlo da cataloghi o e-commerce.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 Dicembre 2020 at 08:06

      Sulla VR Experience hai ragione. Sei sicura che sia già così diffusa? Puoi citare ricerche che ne comprovino l’efficacia? La percezione del prodotto in VR è omologabile a quella che nasce dal rapporto ambiente-prodotto-organismo biologico?

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      • Veronica Bucci   2 Dicembre 2020 at 21:46

        Girando vicino a Ravenna, sono stata subito colpita dai pieghevoli e dai manifesti della mostra che ospitava il Mar proprio con le fotografie di Roversi.
        Era una grafica molto accattivante, inusuale quanto meno per il posto in cui era affissa.
        Se non ricordo male era in bianco e nero e molto essenziale, le tipiche cose che piacciono a noi aspiranti grafici.
        Studio luce appunto era il titolo della mostra,titolo che possiamo scomporre e spiegare in :
        -‘’studio’’, ovvero lo spazio. Spazio che a sua volta può significare: sia luogo fisico, un teatro di posa essenziale e scarno dove mettere in scena i propri sogni e interpretazioni e dall’altra un luogo della mente, una contesto rituale che apre le porte ad una dimensione alternativa, la cui chiave è, da sempre, la luce.
        Dalla luce, parte anche il titolo de libro: tempo, luce e spazio: sono gli elementi essenziali da cui nasce una fotografia.
        Il suo stil è unico e riconoscibilissimo, va alla ricerca di una sintesi, di una semplicità, tanto da usare la luce per sottrarre.
        Sottrae i contorni, lasciando che sia il fruitore, attraverso i territori della mente a costruirli. Accostando le cromie, costruisce i contorni, vediamo ciò che sappiamo.
        Time, Light, Space anche se ritrae oggetti di arredo e design è quanto di più lontano da un catalogo di Ikea, così come lo saranno i clienti o chi andrá a sfogliare queste pagine : è quasi un viaggio all’interno dell’universo di Poliform non fermandosi solo a mostrare i prodotti con scatti impeccabili e ma anche nel raccontare i propri valori, l’amore per il lavoro ed il rispetto per la qualità.

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  9. Aurora Fabbri   1 Dicembre 2020 at 10:57

    Roversi è un grandissimo fotografo. Ha saputo interpretare i cinquant’anni di storia di Poliform, l’azienda italiana che ha saputo trasportare nella modernità l’antica tradizione artigianale della Brianza. Questo grande fotografo si differenzia per il fatto che riesce a rappresentare la realtà con occhi diversi, non solo per i soggetti da lui utilizzati ma anche per luce e spazio che assumono particolare importanza e tanto da dare nome al volume.
    Ha attuato una RIVOLUZIONE perché alle emozioni vengono accostati oggetti di design. Questo scatenerà nel consumatore, che guarderà uno scatto di Roversi, non solo emozioni ma anche desideri nei confronti degli oggetti presenti.
    A mio avviso Roversi, attraverso la sua fotografia, cerca di persuadere la nostra mente in modo del tutto innovativo, cercando di far percepire allo spettatore come un determinato oggetto potrebbe assumere un ruolo importante nella nostra quotidianità.

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  10. Antonio Fagnocchi   1 Dicembre 2020 at 12:08

    Mi trovo in accordo con il fatto che gli scatti di Paolo Roversi riescano a rendere vivi i prodotti di Poliform grazie ai giochi di luci-ombre e la scenografia. Non c’è dubbio sulla qualità del suo occhio fotografico.
    In quanto alla comunicazione del prodotto mi trovo abbastanza d’accordo con Alice e il discorso della realtà aumentata che sta prendendo sempre più piede anche grazie a questo periodo di lockdown vari dove ormai si fa tutto da casa, nonostante ciò, almeno personalmente, se devo acquistare un mobile, poltrona, eccetera mi sento obbligato a vederla e provarla nel mondo fisico.

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  11. Siria Vaselli   1 Dicembre 2020 at 12:55

    È interessante l’interazione che c’è tra design e moda, e artisti di settori diversi che tendono a fondere le loro esperienze per dare vita a mondi differenti. Detto questo però tendo anche a sottolineare che però l arte e il mercato sono due luoghi distinti (anche se a volte si fondono). Voglio soffermarmi principalmente su due concetti. Il primo riguarda il commento riferito alle riviste di settore (per es di arredamento) dove tale rivista viene considerata pallosa e monotona; e il secondo che riguarda questa frase “I miei scatti vogliono catturare l’emozione che provo in un preciso momento davanti al soggetto” riferita a Roversi.

    Ciò che fa Roversi è incrementare il significato dell’oggetto d’arredamento arricchendolo di un significato emozionale, empatico ed attrattivo attraverso l’uso sapiente della sua fotografia.
    È un evento, appunto si festeggiano i 50 anni dell’azienda Poliform.
    È importante questo perché è ovvio che questo lavoro evada dal classico volantino Ikea per esempio, è intrinseco di emozioni e significati e i mobili di Poliform si calano in una sorta di ambiente fiabesco che sicuramente attrae.
    “I miei scatti vogliono catturare l’emozione che provo in un preciso momento davanti al soggetto” questo è quello che direbbe Roversi.
    Attribuire un emozione una certa atmosfera agli oggetti è sicuramente un modo attrattivo per vendere ma questa fase si deve concentrare nello storytelling del prodotto ovvero nel periodo di promozione e pubblicità dello stesso, in modo che l’attenzione venga catturata e poi conduca il cliente nei classici sfogliabili pallosi.
    Perché non adattare una visione “Roveresca” a tali sfogliabili? Secondo me lo sfogliabile deve essere neutro e si anche palloso perché si deve concentrare l’attenzione su quelle che sono le caratteristiche fisiche del prodotto quali misure materiali ecc cosa che verrebbe difficile notare se si inserissero immagini a forte impatto visivo che distoglierebbero l’attenzione.
    Le foto artistiche di Roversi sono fatte in un occasione speciale e meritano di essere esposte ma con altri obbiettivi ovvero attirare verso l’azienda Poliform dopo aver suscitato emozioni precise.
    Facendo uno sfogliabile più accattivante si rischia di mettere in primo piano il lato artistico dello stesso e metterebbe secondo me in confusione l’acquirente. E se l’emozione che scaturisce dai suoi scatti non interessasse affatto un determinato cliente? Ciò comporterebbe il rifiuto TOTALE di ogni prodotto presente su quello sfogliabile invece che indurlo alla pagina seguente dove può trovare un altro mobile a prezzo più conveniente dove sicuramente andrebbe a parare.

    Lo stesso discorso credo possa valere anche nell’ambito dell’abbigliamento.
    Abbiamo scatti e pubblicità, storytelling che ci portano ad avere una determinata idea di vestiario. Per esempio lo stile di Gucci viene raccontato ed esposto in maniera diversa rispetto alla marca di Adidas ma quando siamo in negozio ciò che guardiamo è il prezzo e la taglia, sia da Gucci che da Adidas.

    Penso, riassumendo, che il lato artistico sia affascinante e sia uno step primario che serve a indottrinare il cliente; ma successivamente segue la fase di acquisto dove è necessario avere minimalismo, freddezza e dépliant pallosi che possano renderci consapevoli di ciò che acquistiamo. Sono due concetti diversi e se vogliamo opposti, ma che meritano di coesistere.

    Comprando un mobile scattato da Roversi, una volta tornati a casa e piazzato in salotto magari notiamo che non ci azzecca nulla con tutto il contorno. Questo perché abbiamo puntato sul livello emozionale trasmetto e non ci siano concentrati sulla realtà effettiva non avendo magari a disposizione il classico sfogliabile che ci riporta alla realtà.
    Al contrario avendo entrambe le cose (lato artistico e razionale) possiamo decidere di riarredare casa seguendo quel determinato Mood e feeling.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 Dicembre 2020 at 13:18

      Dici cose sensate in linea con le abitudini consolidate delle aziende.. Ricordati però che ho parlato di Comunicazione strategica e di marca. Non di prodotto.
      Non so se veramente qualcuno compri qualcosa perché motivato da un depliant palloso. Io spero di no, ma la prevalenza del cretino e/o sonnambulo mi invita alla prudenza.

      Rispondi
      • Elisa Tito   29 Dicembre 2020 at 15:24

        Leggendo questo articolo mi sono ritrovata molto nell’esempio riportato; ovvero di trovarsi in una sala d’aspetto e sfogliare riviste senza porre particolare attenzione a quest’ultime , ebbene si mi è capitato di sfogliare riviste per noia e che le riviste stesse alla fine erano una noia…sicuramente se mi fosse capitata una rivista con le foto di Roversi sarebbe stato diverso e avrebbe attirato la mia attenzione.
        Sono totalmente d’accordo inoltre con il problema dell’evaporazione dell’attenzione, ai giorni d’oggi è sempre più frequente questo aspetto; i tempi di fruizione e attenzione sono molto brevi quindi è importante non proporre contenuti noiosi ma bensì contenuti piacevoli che ti invoglino a finire di leggere/ osservare la rivista o libro che sia.
        Credo che Poliform con Roversi, oltre a trovare interessante questo legame tra moda e design, abbia fatto una scelta vincente poiché trovo che nei suoi scatti, oltre ad avere l’oggetto di design in se, grazie alle ombre/luci da lui utilizzate troviamo emozioni, stimoli, il desiderio di avere quel determinato oggetto e questo aspetto è molto importante nel marketing, io consumatore ho bisogno di questi stimoli.
        Il cliente non baserà solo le proprie decisioni d’acquisto sulle caratteristiche tecniche del prodotto o se effettivamente quel prodotto soddisfi i suoi bisogni ma piuttosto si concentrerà molto sul desiderio di avere quel determinato prodotto.
        Le emozioni influiscono sulle nostre decisioni ,anche di acquisto.
        Chi comprerebbe , chi è motivato ad acquistare un oggetto da una rivista statica e noiosa?

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  12. Federico Battistoni   1 Dicembre 2020 at 13:02

    Molto interessante il lavoro che fa paolo Roversi su ombra/luce.
    Per quanto riguarda la VR experience, trovo che sia un mondo affascinante, non è ancora molto diffusa ma ultimamente sta cominciando ad essere più richiesta nel mercato. Un esperienza in VR puó renderci il nostro tour virtuale molto più interessante e puó esserci d’aiuto su un acquisto, scegliendo forme, colori e dimensioni che più ci soddisfano, anche se pecca da un punto, l’esperienza tattile, possiamo vedere il nostro oggetto perfettamente arredato nel nostro soggiornl, nella nostra cucina, ma non possiamo toccarlo, e un arredo come ad esempio il divano, trovo fondamentale la parte sensoriale tattile.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 Dicembre 2020 at 13:40

      Beh! Anche l’olfatto non se la cava bene in VR. Comunque credo che oggi sia più corretto parlare di Augmented Reality come sviluppo del virtuale.

      Rispondi
  13. giorgia piastra   1 Dicembre 2020 at 16:59

    Io ritengo che ai tempi d’oggi, sia designer che stilisti abbiano il compito di “rompere gli schemi”, e debbano avere una caratteristica fondamentale: il coraggio di farlo. Concordo con il fatto che spesso le riviste di design possano sembrare noiose appunto perchè rappresentano una perfezione che, in fondo, non esiste. Per questo motivo vengono la maggior parte delle volte abbandonate e non lette, nè osservate con attenzione. L’attenzione dei fruitori nel mondo d’oggi si è indebolita per questo ritengo che il lavoro di chiunque abbia a che fare col mondo del design e delle immagini debba impegnarsi per risvegliarla usando al massimo la sua creatività per fare in modo di suscitare nuove emozioni in chi si trova di fronte al loro lavoro. Questo è un rischio ovviamente, potrebbe infatti non essere apprezzato o addirittura giudicato da molte persone che non riescono a comprenderlo, altre, invece, potrebbero elogiarlo. Io credo sia sempre opportuno rischiare di fare lavori fuori dal “comune”, usando e sfruttando al massimo la creatività e l’invenzione unite ovviamente ad uno studio profondo e tecnica, sia nel campo della moda, del design o della fotografia.

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  14. federica forte   2 Dicembre 2020 at 16:37

    Ricadiamo ripetutamente in tentazioni di cui spesso conosciamo già il risultato. Design e moda sono entrambi correnti che si influenzano, viaggiano di pari passo e decadono al mancare di una. Tuttavia, per chi opera nell’uno o nell’altro settore, é difficile pensare a questi due mondi come parti divise non appartenenti ad un’unico panorama culturale. La moda e il design si scrutano a distanza, si ammirano e si invidiano a vicenda, senza ammetterlo. La moda invidia al design il Salone del Mobile milanese. Il design invidia alla moda i fatturati da capogiro, e a lei, che presenta le sue collezioni prima di tutti, si ispira alla realizzazione delle sue creature.
    Paolo Roversi, fotografo italiano, attua agli occhi dello consumatore un efficace processo mentale che rinomina parte della pubblicità e trasforma quello che é poi l’impatto percettivo sulla persona. Rinomina la definizione delle immagini e la fa percepire come mossa, sfocata grazie a questo gioco che compie di ombra – luce, facendo riemergere una tematica molto trattata da diversi artisti che hanno fatto la storia. Il suo impatto sullo spettatore non può che essere destabilizzante e quindi suscitare desideri in relazione a quello che viene mostrato.

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  15. francesco   2 Dicembre 2020 at 17:32

    “Time, light, space” non è una pubblicazione ai fini di accrescere (in senso numerico) le vendite di Poliform.
    Lo scopo principale di questo libro è quello di valorizzare l’azienda fortificandone le radici, l’azione di unire produzione industriale all’arte ha come fine quello di incrementare il valore del prodotto .

    Le foto di Paolo Roversi non spingono il possibile cliente a comprare compulsivamente i prodotti, bensì tendono a farlo sognare ed emozionare.
    Le emozioni che le foto suscitano danno al fruitore un senso di gratitudine che, inconsapevolmente lo legheranno all’azienda.

    Rispondi
  16. Francesco   2 Dicembre 2020 at 17:35

    “Time, light, space” non è una pubblicazione ai fini di accrescere (in senso numerico) le vendite di Poliform.
    Lo scopo principale di questo libro è quello di valorizzare l’azienda fortificandone le radici, l’azione di unire produzione industriale all’arte ha come fine quello di incrementare il valore del prodotto .

    Le foto di Paolo Roversi non spingono il possibile cliente a comprare compulsivamente i prodotti, bensì tendono a farlo sognare ed emozionare.
    Le emozioni che le foto suscitano danno al fruitore un senso di gratitudine che, inconsapevolmente lo legano all’azienda.

    Rispondi
  17. Sara Mascherucci   2 Dicembre 2020 at 17:39

    Dopo aver ammirato gli scatti di Paolo Roversi, sono attratta dalla sua capacità di unire oggetto e sensibilità. Una sorprendente armonia fra gli oggetti e l’occhio che li guarda.
    Ha saputo trasportare nella modernità l’antica tradizione artigianale.
    Il marketing emozionale gioca un ruolo sempre più rilevante nel panorama commerciale odierno. Eppure, molti imprenditori ne sottovalutano le potenzialità.
    Secondo me, se qualcuno ci togliesse le emozioni, non saremmo più capaci di decidere.
    Le emozioni influiscono sulle nostre decisioni anche di acquisto e ci imprimono nella memoria fatti, situazioni, prodotti e brand.

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  18. Sharon Miotti   3 Dicembre 2020 at 09:44

    Perché il design emula le strategie comunicative della moda?
    Come è stato detto, in principio il designer considerava la moda un campo effimero, fino a quando non compare l’idea di “stile di vita”. Da questo modo di pensare si è visto che chi lavora nell’ambito della moda può occuparsi anche di design, ma non viceversa.
    Oggi, invece, il designer cerca di emulare lo stilista, ma perché?
    Perché la moda sta cercando di restare al passo con i tempi, sfrutta l’avvento dei social come trampolino di lancio per mettere in mostra i propri prodotti. Anche grazie ai vari influencer, che creano immagini dalle quali nascono storie o eventi. Tutto deve trasmettere delle emozioni, al contrario del design puro ed essenziale, che doveva essere anestetico. Ed è proprio questo il problema del design: non riuscire a trasmettere emozioni.
    Ecco perché un designer o un grafico non potrebbe mai entrare nel campo della moda. Quest’ultima infatti sta lavorando troppo sulle sensazioni, sul dare a chi guarda un motivo per continuare a farlo. Tutta la ricerca della perfezione nel campo del design invece annoia. Ma come eliminare questa sensazione?
    I designer allora cerca di appellarsi anch’essi alle sensazioni/emozioni. Come è stato mostrato nell’articolo soprastante. Roversi si appella al passato, alla memoria e ai ricordi, nella sua immagine delle due sedie ci fa provare il senso di sospensione, come ci succede quando ricordiamo qualcosa.
    Ed ecco il salto di qualità che fa avanzare di livello chi si occupa di progettazione grafica. Basta anesteticità, basta ricerca della perfezione, ma spazio all’emozione e a quello che un oggetto può trasmettere. D’altro canto, in un mondo che sta andando verso l’apatia, la ricerca di emozioni è essenziale.
    Ritornando alla domanda iniziale, oggi si può dire che il design e la moda collaborino. Entrambi con la stessa finalità: comunicare emozioni, far vivere allo spettatore una nuova esperienza. In più, lavorando assieme, moda e design, si valorizzano a vicenda, dopotutto lo stilista non avrà mai le conoscenze tecniche di chi si occupa di grafica, al contrario, il designer non avrà mai le competenze tecniche di chi fa moda.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Dicembre 2020 at 12:19

      Molti stilisti sono dei disegnatori eccezionali. D’altra parte il figurino o lo schizzo che fa prendere forma a una idea moda, non è forse parte di una attività “grafica”? Infatti con quel figùrino lo stilista comunica allo staff produttivo istruzioni, funzioni, estetica del progetto.
      Comunque hai ragione, stilisti e designer possono collaborare, ma agiscono su superfici che richiedono competenze tecniche specifiche.

      Rispondi
  19. Paolo Teodonno   3 Dicembre 2020 at 18:30

    Trovo molto interessante questo legame che vi è tra moda e design e concordo sull’accezione di vendere emozioni e prefigurare stili di vita quando si acquista un prodotto. Il lavoro che ha svolto Roversi è importante sotto molti punti di vista: innanzitutto un catalogo fotografico del genere va ad attirare il cliente che vede nell’oggetto qualcosa di diverso e quindi di speciale, che si diversifica dal mercato-standard. Inoltre questa presentazione trasmette un valore determinante per l’usabilità: l’emozione. L’uomo si rivede attraverso le proprie esperienze, realtà quotidiana e proprio sapere in quell’oggetto sentendolo più vicino a sé. L’emozione, in particolare, ci trasmette continuamente dei giudizi e sensazioni, offrendoci informazioni immediate sul mondo circostante: qui potrebbe esserci un pericolo, lì un possibile benessere ecc…
    L’estetica (che scaturisce emozioni) quindi, può avere un ruolo chiave nel design; infatti, un prodotto esteticamente attraente induce in chi ne fa uso, uno stato d’animo positivo, rendendolo, di conseguenza, meglio predisposto alla formulazione di soluzioni alternative e al pensiero creativo. Come risultato, l’individuo avrà la percezione che questo sia più semplice e piacevole da usare.
    Un esempio analogo che mi è venuto in mente leggendo questo articolo, riguardo l’argomento, è l’azienda produttrice di computers Apple, che incentra la sua produzione concentrandosi sul dettaglio, aggiungendo nel tempo novità che potevano sembrare superflue ma hanno dato un gran valore aggiunto al prodotto; per esempio: l’utilizzo del marchio illuminato sulla scocca del dispositivo, tasti con illuminazione regolabile, fino ad arrivare all’introduzione di una touch bar nei modelli più recenti. Anche la scelta dei colori e materiali come l’alluminio, rispetto a materiali plastici, danno la percezione di trovarsi davanti ad una macchina altamente sofisticata e performante che ha “una storia da raccontare”, affidabile e facile da utilizzare rispetto ad un computer prodotto di altri competitor, ad un costo inferiore, ma più minimal sotto questo aspetto.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   4 Dicembre 2020 at 12:45

      Gli esempi Apple che proponi sono convincenti.

      Rispondi
  20. Rebecca Rizzo   5 Dicembre 2020 at 12:54

    Allontanarsi dagli standard del mercato oggi non è così semplice e quello che ha realizzato Roversi rappresenta come si possa andare oltre aggiungendo alla strategia di marketing il parametro delle emozioni. Non si cerca di vendere il semplice prodotto in quanto tale, bensì di vendere l’intera esperienza che porta quell’oggetto con sé. Discipline nuove come lo UX design fondano buona parte del loro lavoro proprio sulle emozioni legate all’esperienza che l’utente ha ad esempio su siti web o applicazioni. L’emozione quindi è importante sia per l’usabilità del prodotto, per la strategia di comunicazione e per l’estetica legata ad esso perché cambia la prospettiva fornendo nuove soluzioni e stimoli per la creatività.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   7 Dicembre 2020 at 00:26

      D’accordo Rebecca. Mi permetto solo di segnalarti che oggi tutti i soggetti economici parlano, propongono, inducono emozioni. È la loro regolazione a fare la differenza. Le marche della moda sono particolarmente evolute nel gestirne la sceneggiatura. E poi, nel caso di Roversi, è la specificità dell’impatto emozionale sul quale lavora a generare l’emersione della qualità d’immagine che nel tempo è divenuta una componente del suo stile individuale.

      Rispondi
  21. Silvia Savioli   6 Dicembre 2020 at 15:01

    Trovo molto interessante il rapporto che si può instaurare tra design e moda, perchè sempre più spesso questo binomio viene richiamato quale simbolo dell’italianità nel mondo, a connotare un universo di prodotti che rappresentano nel loro complesso il made in Italy. Tuttavia, per chi opera nell’uno o nell’altro settore, è difficile pensare a questi due mondi come parte di un unico panorama produttivo e soprattutto “culturale”. È, tuttavia, proprio sul piano delle radici culturali che moda e design sono assai simili. Queste comuni radici trovano conferma nel recente avvicinamento di questi due mondi che, sempre più spesso, trovano spazi comuni di sviluppo ma anche di comunicazione e promozione. Infatti, la tradizionale reciproca indifferenza si sta oggi sgretolando, non senza resistenze, di fronte agli innegabili vantaggi che le sinergie tra design e moda possono portare sul piano dell’immagine. Ad esempio l’azienda Publiform negli ultimi mesi ha operato una svolta in direzione della moda, e quindi verso tutte quelle pratiche che consentono all’oggetto di circolare e trasfigurarsi in qualcos’altro. L’oggetto in sè deve essere comunicato e per questo ha bisogno di una trasfigurazione, per esempio un’immagine digitale. In questo modo può fare il giro del mondo in poco tempo. Nel contesto sociale italiano la “cultura dell’abitare” rappresenta infatti un valore primario, realizzato attraverso la ricerca di qualità nel quotidiano, vissuto negli spazi di relazione della famiglia o del gruppo sociale, spesso ristretto alla comunità locale. Arredi, accessori, tessuti, abiti, persino i prodotti della tradizione alimentare, divengono i medium di questa cultura.

    Rispondi
  22. Emanuele Maraldi   7 Dicembre 2020 at 10:53

    Trovo molto interessante l’approccio di Roversi alla fotografia di Design. Se nella sala d’attesa del mio dentista, rovistando tra le pile di riviste inutili tutte uguali, dovessi imbattermi in una rivista in cui vengono riportate delle fotografie insolite, come quelle sopra mostrate, diverse rispetto allo standard attuale, molto probabilmente ne sarei maggiormente attratto. Dietro questi scatti vedo l’influenza di un marketing diverso, non recepisco il classico e banale messaggio “Compralo! Questo è il prodotto che fa per te” e soprattutto non vedo una semplice poltrona la cui foto è stata scattata da un semplice esecutore, ma riesco a percepire la soggettività del fotografo.
    Sembra che l’azienda voglia farmi vivere i loro prodotti e la loro comunicazione sotto un aspetto più innovativo, ovviamente grazie allo stile inconfondibile di Roversi, cercando di stimolare la parte più emotiva e profonda del fruitore, andando a cestinare il solito approccio standardizzato in voga in questo ultimo decennio, che a mio parere risulta freddo e noioso e che restituisce sempre il solito messaggio percettivo.

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  23. Gessica Hima   8 Dicembre 2020 at 15:35

    Nella lettura dell’articolo mi sono soffermata particolarmente sulla tesi del “design che segue le strategie della moda”. Innanzitutto potremmo affermare che la nascita della moda ha influenzato la vita delle popolazioni sin dall’antichità: dalla scelta dei tessuti, alla vestibilità, all’assuefazione che si prova nel sentirsi invincibili in un abito. Il design nasce per rispondere a questioni e ulteriori problematiche conseguenti ad uno sviluppo sociale e culturale, nel quale le necessità plasmano gli stili di vita, dove si passa dal vendere il sapone solido al kilo al venderlo con dosi preconfezionate uguali per tutti, dove la carta che accoglie la saponetta riporta il marchio produttore. In quel momento nascono la progettazione, il design thinking e un Problem solving che risponde a situazioni legate alla propria contemporaneità.

    Dire che il design imita la moda è rischioso, perché si potrebbe capovolgere facilmente la situazione ponendo sul tavolo dell’articolo il pensiero che la moda imiti il design, considerando che ad oggi il design è presente in ogni campo, non solo a vendersi ma anche a facilitare la vendita di prodotti altri campi (appunto, tra i tanti, la moda).

    Attualmente non considererei come un paragone il rapporto moda-design, piuttosto li vedrei come due campi differenti che viaggiano in parallelo e rispondono a domande differenti, ma con obiettivi simili. Si aiutano reciprocamente con strumenti diversi.

    Sono, invece, parzialmente d’accordo per quanto riguarda la nullità delle riviste che troviamo in sala d’attesa. La noia che si prova nello sfogliare tematiche ed argomenti (a volte anche fasulli) è comprensibile, ma d’altro canto non possiamo pretendere che il nostro dentista chieda ad ogni suo paziente quali siano le tematiche che vorrebbe trovare a sua disposizione al prossimo appuntamento. Il fatto che le riviste siano noiose non può portarci ad eliminare o ad ignorare altre realtà che definiscono riviste dignitose. Molti consigliano la stesura di riviste monotematiche, curate fino all’osso tanto da dispiacerti nel leggerle, e preferirle come pezzi d’arte sulla propria libreria.

    Per quanto riguarda il temine “minimalismo”, è sbagliato considerarlo come sinonimo di “razionale” perché non è solo questo. Negli ultimi decenni si è definito minimale qualsiasi cosa che agli occhi risultasse pulito, senza fronzoli in sostanza. Questo termine è stato abusato tanto quanto l’utilizzo del termine “semplice” per indicare il “banale”. Il minimalismo è affascinante e, se utilizzato sapientemente, invece di limitare l’esperienza, la espande, portando l’osservatore ad indagare la ricerca e l’obiettivo ultimo del designer.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 Dicembre 2020 at 14:34

      Attenzione Jessica, nel mio script parlo di “modazione” cioè della trasformazione dell’oggetto in dispositivo e/o evento.
      È in questo contesto che ho ipotizzato una maggiore efficacia delle marche della moda rispetto al design degli arredi.

      Rispondi
  24. Aurora Verdone   12 Dicembre 2020 at 13:16

    Tutti quei prodotti che risultano essere effimeri ovviamente puntano sull’impatto immediato, sul suscitare emozioni forti, proprio per riuscire a vincere l’attenzione e l’empatia dello spettatore – e potenziale cliente – immediatamente. I prodotti della moda sono decisamente di questa categoria, visto come la moda stessa è volubile, cambia da un anno all’altro e volontariamente ci fa sentire la necessità di cambiare il nostro modo di vestire allo stesso ritmo (dopo che si è posseduto un capo d’abbigliamento per più di un anno, normalmente, si ha già voglia di buttarlo via e sostituirlo con qualcosa di nuovo, anche se non è concretamente necessario. Almeno per me è così.)

    Per l’oggetto di design invece l’atteggiamento è diverso, più statuario, lo si vuole far sembrare perfetto ed eterno, rendendolo quindi paradossalmente più noioso, difficile da afferrare, e le riviste di design, rispetto a quelle di moda, risultano nel 90% dei casi più “aride”, fredde, e seppur bellissime ci inducono alla distrazione dopo 5 pagine.

    Trovo che cercare di rendere i prodotti di design a loro volta più effimeri e carichi di emotività sia un’ottima strategia per fare emergere un brand dal mercato iper-saturo di oggi, per far risaltare una rivista su un mucchio del tavolino del dentista e renderla davvero interessante. Poi è vero che un mobile non ha la stessa durata vitale di un capo d’abbigliamento, ma penso che nel loro approccio le fotografie di Roversi riescano a trasmettere anche una certa idea di tempo sospeso e la loro emotività supera ogni altro pensiero razionale che ci possa far mettere in discussione La qualità dell’oggetto, aumentandone invece il valore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Dicembre 2020 at 15:35

      I contenuti che metti in campo sono condivisibili. Mi permetto di segnalarti l’opportunità di rendere più comprensibile le tue argomentazioni. Per esempio la frase “vincere l’attenzione e l’empatia” ha un significato ambiguo. Può significare la loro narcotizzazione. Io credo che tu volessi dire proprio il contrario.
      Ci siamo detti che il primo campo percettivo sul quale lavorare coincide con il vostro assetto come individui. Il modo in cui presentate voi stessi e il vostro lavoro ha una importanza straordinaria. Non dimentichiamolo.

      Rispondi
  25. Jessica Mazzola   13 Dicembre 2020 at 18:29

    “La fotografia è scrittura, è un linguaggio. Le foto sono parole e anche se tutti siamo alfabetizzati, pochi sanno veramente scrivere.”

    Sono parole di Paolo Pellegrin, un fotoreporter che ha collaborato con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine. Ci vuole veramente tanta immaginazione per essere un buon fotografo, bisogna vedere oltre gli schemi. Serve meno immaginazione per fare il designer perché le cose le si può inventare, mentre con la fotografia è tutto molto ordinario e bisogna osservare parecchio prima di imparare a vedere lo straordinario. Ma qual’è il problema? Che non tutti sono abituati a vedere lo straordinario. Mi trovo pienamente d’accordo con lei quando dice “Sfogliare una rivista di design a larga diffusione può essere percettivamente sconcertante: dopo una decina di pagine tutta la perfezione evocata sopra produce l’evaporazione dell’attenzione.” Credo di non essere riuscita neanch’io a sfogliare un’intera rivista di design ma vediamola con gli occhi di una persona qualunque, ci sono tante donne e uomini che nelle sale d’attesa sfogliano riviste impregnate di foto che emulano la perfezione, foto che noi riteniamo noiose, come ha detto lei, ma che loro ritengono belle, di moda e interessanti. Sicuramente le foto di Roversi stimolano sentimenti diversi, magari anche contrastanti, ma siamo sicuri che quelle persone nelle sale d’attesa possano percepire positivamente foto del genere?

    Trovo che sicuramente il lavoro di Roversi con Poliform sia un mix di sentimenti e di emozioni che danno vita a quei prodotti raffigurati, che non sono neanche più prodotti ma opere che vivono di luce propria. Le ombre, le cromie, i bordi sfocati e le texture permettono di percepirli e di sentirli vivi.

    Per quanto riguarda la comunicazione del prodotto, tuttavia, credo non si possa vederla allo stesso modo, le persone non hanno voglia di “perdere tempo”, deve essere tutto veloce e immediato. Un e-commerce, come poi una rivista, deve comunicare i prodotti, sicuramente deve far vivere un’esperienza al “cliente” ma deve anche essere fruita subito quest’esperienza.
    Forse quei mobili in Still Life oppure quelle foto di interni opportunamente arredati, di cui lei parla, sono proprio ciò che arrivano alla gente e perché vedere questa sorta di foto “minimal”, di cui tanto oggi si parla, come un qualcosa di negativo, di freddo e di distacco? E mi raccomando quando dico “minimal” non mi riferisco al Total White. Il bianco non è minimal e raffinato, è basico, é solo bianco, nulla in più.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Dicembre 2020 at 10:34

      Enigmatica Jessica, alcuni tuoi ragionamenti mi hanno dato i crampi mentali. Per esempio scrivi che a un designer serve meno immaginazione di un fotografo, perché inventa le cose.
      A me risulta che per inventare qualcosa serva molta immaginazione!
      Ancora, proprio perché le persone non hanno voglia di perdere tempo è l’argomento che ha convinto gli strateghi d’immagine ad affinare i messaggi, sconfinando dalle proprie abitudini. Perché allora le foto noiose rimangono così diffuse? 1. Cambiare strategia significa aumentare i costi e assumere manager qualificati; 2. Cambiare arredi, passando dall’Ikea al design d’autore,costa di più che cambiare le scarpe o la camicia. Gran parte della gente si adegua forzatamente a vivere in ambienti standardizzati, di bassa qualità e non può permettersi oggetti di design. Perché spendere soldi per persone che non possono restituirli? E allora che problema c’è se gli propino pubblicità che è poco più di propaganda per ritardati mentali! 3. Le aziende di arredi evolute parlano lo stesso linguaggio della moda, se questo è vero allora è utile capire il perché e come.
      Dulcis in fundo, nel mio script non parlo di pubblicità prodotto bensì di strategie di marca. Tattica commerciale e strategia d’immagine implicano modi di pensare a agire molto diversi. In un mondo economico nel quale la sopravvivenza dipende dall’allargamento del mercato la strategia classifica la tattica e non viceversa.
      Per quanto riguarda il minimalismo direi che è quasi scontato fraintendersi. Troppo interferenze soggettive. Sul fatto che il bianco sia percepito come più freddo del rosso c’è poco da dire. Ma io non parlo della semantica dei colori o delle sensazioni private che ciascuno di noi prova. L’idea di fondo è semplice da capire e da misurare: il minimalismo ad oltranza è deprimente, anti emozionale, noioso. Le costanti reazioni al minimalismo che possiamo osservare avanti e indietro nella storia ce lo mostrano a sufficienza. Così come dopo eccessi prolungati diviene irresistibile il fascino della semplicità, del less is more, di forme più minimal, perdinci e poi perbacco!

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      • Jessica   21 Dicembre 2020 at 16:47

        Buonasera, mi ha fatto piacere avere un suo riscontro, ciò che ha scritto mi ha fatta riflettere veramente tanto e sicuramente ci sono vari punti che mi ha elencato sul quale sono pienamente d’accordo.

        Probabilmente il discorso relativo “all’immaginazione” è stato frainteso, quando le scrivo che ad un designer serve meno immaginazione rispetto ad un fotografo mi riferisco al fatto che un designer può creare una qualsiasi cosa, dal nulla, senza limiti e senza troppi paletti, un fotografo invece deve riuscire a trasmettere una sensazione riproducendo un qualcosa di già creato, un qualcosa che già è stato immaginato e prodotto. Ed è per questo che credo che ciò non sia affatto semplice, siamo tutti bravi con l’immaginazione, chi più e chi meno, ma trovo che sia molto più complicato immaginare un qualcosa avendo dei limiti imposti già dalla realtà.

        Per quanto riguarda le immagini noiose sono d’accordo con lei, i tre punti che mi ha esposto raffigurano al meglio l’ideologia della nostra società e i costi sono il problema maggiore.

        Relativamente al concetto di minimalismo invece non trovo che sia deprimente, anti emozionale e noioso ma credo sia semplicemente un modo diverso per vedere o per mostrare un qualsiasi soggetto e che utilizzato al momento giusto possa dare all’immagine un carattere maggiore che valorizzi i suoi punti di forza. E con ciò non nego nulla, magari ad oltranza, come dice lei, mi potrà risultare un qualcosa di monotono e noioso. Soggettivamente parlando, per ora, credo possa essere solamente una tipologia stilistica che fatta nel modo giusto possa dare forma all’immagine.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   21 Dicembre 2020 at 17:05

          Finalmente ho capito cosa vuoi dire quando tiri in ballo l’immaginazione. Penso che tu abbia proposto un argomento intelligente: i limiti (di ogni tipo) esaltano o deprimono l’immaginazione creativa? Molto interessante.
          Sul minimalismo apprezzo la tua auto difesa. Ti ricordo solo che io parlo di minimalismo ad oltranza, parlo di farne una specie di Vangelo inattaccabile pena la blasfemia grafica.

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  26. Federico Battistoni   14 Dicembre 2020 at 16:13

    Paolo roversi è un bravissimo fotografo e fotoreporter italiano, peccato ricostruisca quasi tutte le sue opere in studio, che personalmente non mi intusiasma moltissimo, peró apprezzo il suo modo di trasformare un immagine semplice anche di design, per dargli un atmosfera molto più oscura, tetra, malinconica e ribaltare il significato che diamo al singolo scatto. Sembra come se il soggetto si fondesse con lo sfondo. È come se non volesse lavorare sull’oggetto ma sui colori e le cromie che lo rappresentano.

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    • james   15 Dicembre 2020 at 13:48

      E come si fa ad ottenere gli effetti di luce che Roversi ama en plein air? Non dico sia impossibile soprattutto in post pruduzione, ma di sicuro Roversi non é interessato al realismo fotografico.

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  27. Noemi Nevola   15 Dicembre 2020 at 12:59

    Dopo aver letto questo articolo, mi è rimasta particolarmente in mente la scena in cui lei si trova nello studio dentistico a sfogliare varie riviste… Mi sono trovata svariate volte in questa situazione: sfogliare riviste senza alcuna attenzione per la paura di entrare nella sala del mio dentista. Effettivamente non ho mai provato eccessivo interesse e ho sempre guardato quelle viste per perder tempo.

    Sono d’accordo col fatto che la maggior parte delle immagini perfette non siano sempre interessanti ma spesso noiose… Però non voglio dare per scontato che sia così per tutte… Anzi credo che dietro ogni foto ci sia uno studio o un significato, che poi non sia pben riuscito è un altro conto.
    Creare un’immagine più interessante effettivamente potrebbe rendere l’articolo più interessante, ma comunque potrebbe avere un qualche tipo di problema nell’ambito della funzionalità, per quanto possa essere interessante potrebbe essere non fruibile.
    Le immagini vanno adattate alle esigenze richieste… Per quanto un’immagina possa essere evocativa o emozionale in ambito di design deve essere come già detto “funzionale” agli obiettivi stabiliti.
    Per sfortuna o fortuna in questo ambito lavorativo bisogna comportarsi in questo modo, seguire ciò che viene richiesto.

    Con le foto di Roveresi sicuramente i campi citati vengono toccati profondamente e resi in modo immediato.

    Credo inoltre che sia fondamentale il rapporto tra design e moda, sono strettamente legati e uno dipendente dall’altro.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Dicembre 2020 at 10:25

      Sulla base della mia esperienza posso dire che chi si occupa di strategia, di solito sono manager che applicano i vangeli marketing che hanno imparato, è ben lieto di incontrare interlocutori che mettano in discussione persino le sue pseudo certezze. Di certo però bisogna saper descrivere e motivare i progetti che ci vedono coinvolti. Altrimenti, come sostiene Noemi, non ci resta che eseguire ciò che ci viene richiesto,

      Rispondi
  28. Martina Tinti   25 Dicembre 2020 at 19:46

    L’operato di Roversi è estremamente azzeccato poiché consiste nel prendere un prodotto commerciale, un oggetto, e dargli vita: attraverso la sua fotografia riesce ad attribuire a quell’oggetto inanimato caratteristiche che appartengono alla sfera emotiva dell’uomo. Credo sia un procedimento estremamente importante (anzi, NECESSARIO) nell’ambito della comunicazione pubblicitaria. Osservando le fotografie di Roversi posso percepire sensazioni, emozioni, che vengono attribuite automaticamente al soggetto rappresentato all’interno della fotografia. E quindi mi inducono a creare un legame affettivo con quell’oggetto, si crea un rapporto di empatia che mi istiga all’acquisto. Io compro quell’oggetto perché mi ci rispecchio. Io compro quel vestito perché mi ci identifico. Questo processo creativo effettuato da Roversi credo sia la caratteristica che accomuna gli esperti di diversi settori del design. Come la fotografia può effettuare questo procedimento, la moda lo fa da sempre: lo stilista non crea semplicemente un’idea estetica, ma trasmette con i suoi prodotti, attraverso un processo creativo complesso, un’emozione, un sentimento, una storia, uno stile di vita. Ed è questo che spinge un consumatore a scegliere un determinato prodotto, di una determinata marca.

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  29. Giorgia Baldassari   26 Dicembre 2020 at 10:39

    Io mi trovo pienamente d’accordo con il problema dell’evaporazione dell’attenzione, al giorno d’oggi i tempi di fruizione sono molto brevi e proporre troppi contenuti e sopratutto tutti con la stessa impostazione porta già dalla quinta pagina un senso di noia, ma guardando questi pochi scatti penso che forse per la prima volta riuscirei a finire la rivista. Per scampare a questa noia penso che Polifom abbia fatto davvero un ottima scelta, gli scatti di Roversi sono tra i miei preferiti. Li trovo davvero unici e indescrivibili, sono in grado di rappresentare l’oggetto immergendolo in un’aria di mistero attraverso i splendidi giochi di luce che vanno, non solo a evidenziare l’oggetto ma a creare un’ambientazione che accompagna lo stesso. E guardando solo questi 3 scatti posso dire che si presentano le stesse caratteristiche ma che rendono così particolare l’immagine che non porta facilmente ad un senso di noia.

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  30. Enya   2 Gennaio 2021 at 11:16

    Indiscutibile il talento del maestro Roversi, capace di reinventarsi ogni volta creando un armonia di ombre, luci e scenografie pazzesche e al tempo stesso creare un unione tra antiche tradizioni e sensibilità, in grado cosi da poterci regalare un emozione solo tramite la visione di un oggetto.
    Anche dal punto di vista del marketing questo aspetto è fondamentale, unire un oggetto a un emozione è proprio ciò che più lo rende un potenziale acquisto e inoltre, ciò che lo differenzia da un “non acquisto” perché in fondo è questo da cui siamo attratti, non l’oggetto in se bensì le emozioni che cercano di venderci.
    Ed è proprio questo che può salvarci dal fenomeno della vaporizzazione dell’attenzione, la noia è un sentimento che ci viene scaturito nel momento in cui le emozioni, sensazioni con cui entriamo in relazione sono le stesse che abbiamo già provato e condiviso un infinità di volte, ma nel momento in cui veniamo a contatto con qualcosa di fresco e nuovo aumenta anche la possibilità che la nostra attenzione venga catturata.

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  31. D.TAURO   3 Gennaio 2021 at 17:03

    P. Roversi come sappiamo è un fotografo e fororeporter molto conosciuto sopra tutto per la sua identità nel scattare. Roversi pone molta attenzione nell’utilizzo dell’illuminazione cercando, quasi sempre di ricreare atmosfere malinconiche. Inoltre utilizza spesso il chiaro e scuro e i colori, ma il tutto in modo molto moderato. Insomma Roversi ha una tecnica personale molto determinante. Detto ciò ritengo che sia molto interessante il suo approccio alla fotografia di Design, per il semplice motivo che le persone non comprano prodotti ma semplici emozioni. Dal mio punto di vista personale ritengo che sia un fatto storico che ormai, da anni non esistono più delle grande ‘’invenzioni‘’. Quello che noi consideriamo ‘’invenzioni’’ sono solo un ripetersi di avvenimenti già accaduti, è un continuo ritorno dal passato. Per esempio nella moda, nel design, nel design degli arredi e in tanti altri ambiti. Si ripetono le influenze, ogni anno c’è un nuovo cambiamento. Viviamo in un mondo in costante mutamento e di conseguenza anche i fruitori si sentono in dovere di cambiare, e stare al passo. L’unica cosa che ci differenzia al giorno d’oggi è l’approccio di vendita. In questo periodo storico ci sono tantissimi modi in cui si possono vendere e sponsorizzare dei prodotti. Il quale ritengo che l’eccesivo abuso di pubblicità o di visualizzazione ci possa dare danno, e di conseguenza ci può fare perdere l’interesse. Come già detto le persone sono in costante cerca di emozioni. Per questo motivo condivido la scelta di Polifom che con gli scatti di Roversi è stato in grado di innovare il modo di comunicare ed è stato in grado di catturare la giusta attenzione e interesse di cui il fruitore ha bisogno. Questi scatti personalmente te li ritengo davvero interessanti, sono in grado di trasmettere sensazioni e gli scatti sono coerenti tra di loro presentano le stesse caratteristiche.

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  32. Daniela Panuta   5 Gennaio 2021 at 23:26

    Paolo Roversi, che si definisce “un fotografo poco sofisticato che scatta immagini sofisticate”, è considerato uno dei fotografi di moda contemporanei dotati di maggior talento e dallo stile più personale e riconoscibile.
    Gli elementi della sua arte sono facilmente identificabili: la luce, l’utilizzo dello sfocato e un’attenzione particolare verso il femminile, un approccio quasi spirituale verso la bellezza incarnata dai soggetti ritratti.
    Le immagini di Roversi, le sue fanciulle dall’aspetto infantile ed etereo, incarnano “l’espressione più estrema della grazia e della fragilità”. L’approccio di Roversi alla fotografia è quasi “mistico e non del tutto razionale – ha detto – scattare foto a qualcuno è avere uno scambio intenso, intimo, un tentativo di “catturare la sua anima, la sua personalità”. Roversi attribuisce questa intensità al suo utilizzo delle lunghe esposizioni (da pochi secondi fino a 30 secondi) preferendolo all’utilizzo del flash per catturare le espressioni dei suoi soggetti, tecnica che darebbe più “tempo all’anima di manifestarsi e affiorare allo scoperto”.
    Capace come pochi altri di rendere magici i suoi scatti, Roversi è stato più volte definito un “pittore d’immagini”. Il suo rapporto con il mondo, infatti, non passa attraverso la macchina fotografica, non è un atto di testimonianza, il momento fotografico è per lui uno spazio creativo in cui viene fuori la più estrema espressione della grazie e della bellezza.
    Poliform ha fatto centro scegliendo Roversi, poiché la sua capacità straordinaria fa dimenticare a chi guarda, attraverso l’uso spettacolare di luci e ombre, di non guardare solo un prodotto di design, ma di guardare un sogno, ovvero quella cosa che suscita emozioni e che ci resta dentro, che ci fa sentire partecipi che ci fa desiderare, che ci aiuta a non cadere nella banalità e nella noia.
    Di conseguenza il potenziale cliente si dimenticherà di comprare solo un prodotto, e comprerà un desiderio, un emozione, un sogno che può diventare realtà.
    Le emozioni ci influenzano sempre, determinano le nostre azioni e le nostre decisioni, di conseguenza penso che che nessuno comprerebbe un oggetto da una rivista noiosa senza anima, senza comunicazione, senza EMOZIONE.
    Ed é per questo che Roversi é unico ed inimitabile, poiché da una ventata d’aria fresca a quella comunicazione che da più di un decennio é stata fredda statica e noiosa.

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  33. Anzhelika Komarova   12 Gennaio 2021 at 15:34

    Ritengo che il modo in cui Roversi ha deciso di rappresentare gli oggetti è molto particolare. Questa sfumatura, questo contorno sfumato, questa evanescenza è talmente particolare che si fa fatica a distogliere lo sguardo e ti invoglia di continuare a indagare. Nonostante nella nostra testa abbiamo già l’idea della poltrona perciò creiamo le linee nette già nella nostra mente, non riusciamo a distogliere lo sguardo da questa fotografia.
    Si può affermare che queste fotografie sono quasi l’opposto della pubblicità in cui infatti tutto deve essere perfezionato per attirare gli acquirenti, invece in questo caso questa ‘imperfezione’ (se possiamo chiamare così questa evanescenza/sfumatura) rende unica e catturante l’esperienza di guardare queste poltrone. Perciò ritengo che Roversi è riuscito a usare la luce in modo da riuscire a rappresentare il momento ideale tra l’idea stessa del oggetto e la creazione di quel oggetto. Questa luce e sfumatura ci spingono anche a pensare alle vecchie macchine fotografiche e per scattare avevano bisogno di molto più tempo rispetto ad adesso, perciò secondo me Roversi è riuscito a richiamare questa ‘nostalgia dell’infanzia’, che è il suo motore principale del lavoro, richiamando un po’ quello stile oscurato delle vecchie foto (che è lo stesso stile presente nei suoi ritratti, che ritengo siano molto profondi e particolari).

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  34. Pasqualini Cristiana   17 Marzo 2021 at 17:42

    Mi hanno molto colpito gli scatti di Paolo Roversi e questo fa capire come la sua capacità ha potuto imbattersi nell’emozione di chi osserva. Parliamo di un’ottima capacità di unire all’oggetto quello che è la sensibilità dell’uomo.
    Oggi come oggi questo tipo di marketing è sempre più ricercato e utilizzato per poter arrivare sempre più vicino all’osservatore. Infatti ritengo che quello che possa differenziare un’azienda dall’altra è proprio la potenza della propria comunicazione visiva che va ad intaccare la percezione emotiva dell’osservatore andando così ad influenzare le loro decisioni di acquisto.

    Rispondi
  35. Giorgia Caroni   24 Marzo 2021 at 11:24

    Trovo molto interessante la reciprocità che c’è tra il design e la moda, soprattutto trovo interessante l’impegno che artisti, di settori diversi, impiegano per fondere le loro esperienze e dare vita a nuove dimensioni. In ogni caso, anche se questi due mondi tendono a fondersi, rimangono distanti a livello pratico.

    Leggendo l’articolo ho evoluto una mia considerazione a riguardo; ciò che fa Paolo Roversi consiste nel realizzare foto che aumentino il significato del soggetto fotografato, assegnandoli anche un aspetto più emotivo, più empatico, attraverso l’uso di questa sua dote, ovvero la fotografia.
    Detto questo, è ovvio che per celebrare i 50 anni dell’azienda “Poliform” non ci si può limitare a un volantino come quelli che ci ritroviamo nella buchetta della posta; questo progetto è normale che sia pieno di emozioni, di significati. Inoltre i mobili della Poliform sembrano calarsi perfettamente nella scena, come in una favola e ricordiamo che tutto ciò che è solare e felice, piace.
    Infatti Roversi afferma che il suo intento era proprio quello di catturare l’emozione che LUI prova in quei precisi istanti mentre si trova davanti al soggetto fotografato.
    Secondo me, questo processo, può avvenire in due passaggi che sono fondamentali per la riuscita dell’intento, dell’obbiettivo: il primo passaggio è proprio capire cosa vogliamo trasmettere, schiarire le nostre idee e focalizzarci su ciò che lo spettatore deve provare; il secondo passaggio avviene successivamente alla foto, nel periodo di promozione e pubblicità del prodotto, in modo da catturare l’attenzione del cliente.
    Lo stesso discorso forse vale anche per l’ambito della moda; abbiamo foto che ci portano a farci una nostra idea sui vestiti, ad esempio marche come Prada, Gucci, Yves Saint Laurent vengono raccontati in modo diverso rispetto a marche come Nike, Adidas o Puma.

    In questi anni in cui ho studiato grafica, ho capito che lo sfogliabile deve essere neutro e magari può risultare “palloso” ma questo perché? Perché l’attenzione di chi sta guardando deve cadere su quelle che sono le caratteristiche fisiche del prodotto stesso (misure, materiale, ecc…) che sono cose difficili da notare se le immagini inserite fossero a forte impatto visivo e quindi che distolgono l’attenzione.
    Quindi, facendo un riassunto: le foto “artistiche” di Roversi sono fatte per una determinata occasione speciale e, secondo me, meritano di essere esposte ma tenendo presente che l’obbiettivo di queste foto sono per attirare le persone verso l’azienda dopo aver suscitato emozioni precise. Facendo uno sfogliabile accattivante si mette ovviamente in primo piano il lato più artistico del progetto, ma questo porta in confusione il compratore.
    Il lato artistico è il primo passo per attirare il cliente, ma dopo segue comunque la fase dell’acquisto, nel quale è necessario essere sintetici ma che ci rendono consapevoli di ciò che acquistiamo.

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  36. Claudia Varano   31 Marzo 2021 at 18:19

    In “Time, Light, Space” Paolo Roversi ha interpretato i cinquant’anni di storia di Poliform, con lo scopo principale di valorizzare l’azienda, celebrarla, aumentando così il pregio del prodotto, unendo la produzione industriale all’arte.
    La pubblicazione quindi vuole fare emozionare il cliente, in modo da farlo sentire legato all’azienda. Roversi è indubbiamente riuscito con successo in questa operazione, riuscendo con la sua fotografia a dare vita a un oggetto, un prodotto commerciale, suscitando in chi guarda le sue immagini un legame con l’oggetto, e quindi con il marchio.

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  37. sebastiano baratta   16 Aprile 2021 at 14:49

    Nelle fotografie di roversi possiamo notare che il ritratto dell’oggetto non è esemplare e nemmeno l’ambientazione, Roversi punta più sulla parte emozionale, dal punto di vista oggettivo peggiora la foto del oggetto, la rende meno riconoscibile. D’altro canto vuole sensibilizzare il prodotto provando a renderlo familiare, sensibile, vivo. Ovviamente queste foto funzionano perché sono state fatte per celebrare il 50 anniversario del brand, se Roversi avesse fatto la stessa cosa con la nascita dell’azienda dal mio punto di vista non avrebbe senso. Roversi tramite questi scatti fa rivivere tutti i 50 anni del brand, non sarebbe riuscito a fare lo stesso se avesse scattato le foto in maniera rigida fredda perfetta.

    Rispondi
  38. Giorgia Verdini   16 Aprile 2021 at 14:51

    Inizio col dire che condivido il pensiero espresso riguardo le immagini “standard” usate dalle marche che producono e commercializzano mobili possono essere noiose a lungo andare, ma forse sono anche le migliori per vedere un oggetto in modo superficiale, senza tanti “fronzoli” dietro a persone che non hanno interesse a questi “fronzoli”.
    Nelle immagini di Roveresi per Poliform nascondo emozioni mixando sapientemente luci, ombre e scenografia, una ricerca visiva innovativa sull’immagine. Ricerca che si distacca dallo standard rigido delle normali immagini dei prodotti, non solo per poter vedere il singolo prodotto ma anche un’esperieza.

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  39. Greta Lodi   19 Aprile 2021 at 14:10

    Questa è la storia per immagini di una dimensione dell’abitare diversa dalle altre. Sebbene ci siano stati tentativi di creare una filosofia di interior design, raramente c’è stato uno sforzo per scoprire l’anima di mobili e oggetti. È quello che Paolo Roversi ha cercato di fare con la sua macchina fotografica in queste pagine, dedicate a Poliform, l’azienda italiana che ha trasformato con successo le antiche tradizioni artigianali italiane in mobili contemporanei. Utilizzando quelle che da sempre sono state le sue materie prime – tempo, luce, spazio – Roversi ci conduce in un viaggio fotografico al centro dell’universo Poliform, aiutandoci a rivivere la storia dell’azienda ea catturare l’anima misteriosa e inconfondibile che la compone. superfici e volumi dei suoi oggetti vibrano.
    Il titolo del libro Time, Light, Space cita tempo, luce e spazio, elementi costitutivi sia della fotografia che del design, la ricerca di una sintesi assoluta e di una semplicità radicale che accomunano il lavoro di Paolo Roversi e che guidano la progettualità di Poliform nella sua costante reinvenzione dell’abitare. Non un catalogo, ma una potente narrazione attraverso il linguaggio universale della fotografia, un viaggio all’interno dell’universo Poliform che condensa nelle immagini dei suoi prodotti anni di innovazioni, sfide e incontri, di valori senza tempo come l’amore per il lavoro, il rispetto per la qualità e la dedizione all’eccellenza. Dicono che guardarsi con gli occhi degli altri sia una
    delle cose più difficili. Poliform, dopo 50 anni ha deciso di farlo, raccontando i propri valori
    senza tempo nel linguaggio universale della fotografia.

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  40. Sara B   26 Aprile 2021 at 17:42

    Paolo Roversi è un grandissimo fotografo della storia italiana, che ha interpretato la storia di un’azienda attraverso scatti fotografici.
    La sua grande forza come fotografo è proprio quella di essere unico nel suo genere attraverso l’uso di soggetto, luci e scenografia. Infatti Roversi si serve delle luci per sottrarre, per arrivare alla semplicità, toglie i contorni lasciando che lo spettatore attraverso la sua mente possa ricostruirli. Roversi si occupa di ritrarre oggetti di design e arredo ma di ritrarre anche la loro qualità e l’artigianalità e al contempo esprimere i sentimenti dati, i valori e il lavoro.
    I suoi scatti riescono a rendere vivi i prodotti di Poliform grazie ai giochi di luci-ombre e di scenografie. Poliform grazie a Roversi è riuscito a stimolare attraverso i suoi scatti il desiderio al cliente, riesce a stimolare lo spettatore. Le emozioni influiscono sulle nostre decisioni anche di acquisto e ci imprimono nella memoria fatti, situazioni, prodotti e brand.
    Per questo motivo condivido la scelta di Polifom che con gli scatti di Roversi è stato in grado di innovare il modo di comunicare ed è stato in grado di catturare la giusta attenzione e interesse di cui il fruitore ha bisogno.

    Rispondi
  41. Camilla Zanotti   30 Aprile 2021 at 17:06

    Una grande challenge per Paolo Roversi doversi ritrovare a fotografare arredamento,una challenge che però ha accettato molto volentieri.
    Quello che dice Roversi è che il suo lavoro non può considerarsi incentrato sulla moda ma il suo unico lavoro è togliere la maschera, andare oltre la superficie ed arrivare all’anima che si tratti di una persona, di un albero o di un oggetto.
    E da qui anche il paragone al titolo dell’album per Poliform, ‘Tempo spazio e luce’ sono le coordinate principali che si tratti di fotografia, di moda o di arredamento.
    In un’intervista Roversi dice di trovare nell’arredamento e nella fotografia di moda la stessa ricerca di uno stile, dell’eleganza, la ricerca di novità, di rinnovarsi.
    Si hanno molti paralleli tra questi due campi, da un certo punto di vista indossare un abito è come sedersi su una sedia ed arricchirla con la propria persona.
    Ecco dove sta la grande differenza tra la moda ed il design, la forma del prodotto finale.
    “Tutto il lavoro si fonda sulla ricerca della bellezza che può essere a volte un sorriso, uno sguardo, a volte un oggetto, uno spazio”.

    Rispondi
  42. Marco Caporrino   3 Maggio 2021 at 16:20

    Ammiro molto il lavoro di Paolo Roversi e ho avuto la possibilità di ammirare la sua esposizione “Studio Luce” a Ravenna. Lui non è solito a ritrarre questo ti po di soggetti, ovvero pezzi di design d’arredo, ma comunque si è visto il vero talento che lo distingue dagli altri ed è riuscito a trattare questi soggetti esattamente come fa di solito con i suo modelli, dandogli vita e significato! Con questa pubblicazione vuole fare crescere un’emozione al cliente e a creare un legame tra il prodotto e il cliente. Al giorno questo tipo di marketing è sicuramente di successo e si è visto dal risultato.

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  43. Michele Saracino   24 Agosto 2021 at 11:43

    Essendo un appassionato di moda dagli anni in cui andavo alle scuole medie, conosco molto bene questo tipo d’interezione che vi è tra design e moda.
    Sono convinto che alla fine in ogni settore artistico come può essere il product design o il graphic design ecc.. ci sia sempre un influenza da altri settori/discipline, è un modo per evolvere e creare un qualcosa di nuovo.

    Per quanto riguarda questa vicinanza tra moda e design, negli ultimi anni si è sviluppata molto, ci sono stati brand che dall’abbigliamento si sono catapultati a creare anche oggetti per la casa (es. zara home), oppure semplici oggetti esteticamente affascinanti che insieme al marketing la gente desiderava a tutti i costi (es. custodia airpods luis vuitton, mascherine off white).
    E poi ci sono brand tra i quali Supreme NY, che nella pianificazione dei drop settimanali per la vendita, inseriva ed inserisce tutt’ora anche oggetti di design logati, a volte sono anche prodotti inutili come un mattone logato, un pala ecc..

    A livello d’influenze sono convinto che ci sia una sorta di piramide d’importanza, dove al primo posto troviamo l’arte, che influenza la moda, che poi influenza tutti gli altri settori.
    (l’’arte in primis influenza molteplici discipline).

    Per quanto riguarda Roversi e il suo lavoro non c’è nulla da dire, ha un estetica pazzesca e riesce come nel caso di Poliform, a trasmettere tramite la sua fotografia delle emozioni uniche.
    Con la frase di Roversi: “I miei scatti vogliono catturare l’emozione che provo in un preciso momento davanti al soggetto”, vorrei citare un’altro fotografo molto importante; Platon che dice: “Lo scopo del mio lavoro è fermare un momento, quel momento è quando mi sento il più vicino possibile all’anima del soggetto/oggetto.
    Questo è il vero design, ti fa provare una sensazione di grande potenza e quando succede crei un Icona.”

    Con questa citazione, voglio dire che Roversi nel fotografare i prodtti dell’azienda è riuscito a catturare proprio quel momento, creando degli scatti che sono poi diventati delle Icone dell’immagine.

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