Il coding e la morte del design

Il coding e la morte del design

Alcune dichiarazioni inerenti il design di due grandi protagonisti del nostro tempo, recentemente apparse su quotidiani nazionali, hanno attirato la mia attenzione.

La prima che vi presento è di Philippe Starck, senza dubbio uno dei designer più influenti attualmente in circolazione.

Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe).

Vi presento ora la seconda dichiarazione. Il protagonista è Alessandro Marchetti, uno dei nostri top manager/imprenditori meglio posizionati per parlare con cognizioni di causa del domani.

Philippe Starck

Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani” (intervista di Valerio Baroncini, Il Resto del Carlino, 13-12-2019: Mister Yoox, perché assumo giovani talenti).

A suo tempo, subito dopo aver letto le interviste che contenevano le citazioni sopra riportate, ebbi un insight di pensiero nella forma di domanda che, come l’après coup (a colpo avvenuto) di lacaniana memoria, ovvero una riformulazione di qualcosa che mi aveva scosso, vi traduco in questi termini: esiste una struttura di senso che connette le due dichiarazioni? Vi confesso che come risposta pensai immediatamente alle conseguenze del dominio attribuito al paradigma della digitalizzazione dei processi creativi, produttivi e di consumo. Lo spazio svuotato di oggetti (reali) e il riferimento all’essere “nudi” di Starck mi proiettarono di colpo tra le narrazioni sulla domotica, sulla Realtà Aumentata di ogni cosa o processo, sbandierate con la prevedibilissima enfasi da chi ha interesse a venderci l’illusione di un mondo perfetto, manipolando la moltitudine di creduloni che del paradigma digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, maggiore entertainment e libertà.

Naturalmente, non posso nascondervi che tra i pensieri in me suscitati a cascata dalle parole delle interviste in oggetto, ci fosse l’impressione della coglionata totale. Da quando Roland Barthes verso la metà degli anni 70 del 900, pubblicò “La morte dell’autore”, è di moda tra gli intellettuali e artisti parigini dichiarare “morto” o giù di lì, qualsiasi discorso (o personaggio) venuto a noia. Philippe Starck, nato e residente a Parigi, anche se attualmente vive più in Portogallo che in Francia, è il più intellettuale tra i designer che ammiro e quindi il sospetto che nell’intervista esibisse una tipica figura del discorso di stampo parigino mi è venuta spontanea.

Aggiungo che, se osservo per esempio gli Yacht disegnati per il magnate russo Andrej Meinichenko, tutta questa dematerializzazione proprio non la vedo. Il suo design sembra inspirarsi piuttosto alle modernissime navi militari che trovo tutt’altro che dematerializzate.  A meno che non vogliamo intendere con questa parola, l’esasperazione di alcune funzioni, per esempio una profilazione diversa dello scafo efficace per sfuggire ai radar o la riduzione di armi come cannoni di lunga gittata con decine di missili imbricati nello scafo. Anche nella barca disegnata per Steven Jobs non confonderei affatto l’effetto di mimetismo marino e il minimalismo estetico ipertecnologico con l’idea del vuoto dematerializzante. Mi è chiaro che Starck vuole stabilire un forte attrito tra un design-funzione e il design=Entertainment, ma che il primo annunci la scomparsa della materia e conseguentemente dell’oggetto, e che il secondo, visionario finché si vuole, penso a Sottssass, a Pesce, preservi lo statuto di oggetto annullando completamente la ricerca sulla funzionabilità, è una narrazione discutibile. Comunque sia, guardando i suoi yacht e le sue creazioni Kartell ( per esempio: la trasparenza della sedia Ghost, evoca certo la dematerializzazione ma non cancella l’impronta dell’oggetto) io non penserei mai a prenderli come un sintomo della morte del design. Nemmeno Path, la sua famosa casa prefabbricata, pur con la vasta superficie vetrata e l’esasperazione tecnologica in ogni dettaglio progettate nel nome della eco sostenibilità, potrebbe evocarmi seppur in tempi differiti, la scomparsa del design.  Piuttosto mi verrebbe da pensare alla sublimazione delle funzionalità di base, ottenuta attraverso l’estetizzazione integrata con le dimemensioni pregnanti degli elementi dell’oggetto/dispositivo (forme, contorni, colori…e il loro montaggio). Se usiamo come bordo di appoggio per la comprensione del suo stile, la nota formula dell’architetto Louis Sullivan “La forma segue la funzione”, in circolazione tra gli addetti ai lavori da 1915, o giù di lì, direi che per Starck e tanti altri suoi colleghi, potremmo correggerla in: “La funzione viene trasfigurata dalla forma” intendendo con questa espressione il potere del design di intensificare l’ingaggio emotivo con l’oggetto per renderne pregnante l’uso. Trasfigurata non significa negata, bensì messa al servizio dell’oggetto (per fornirgli una identità anti-fragile) secondo i principi della forma di ingaggio percettivo che Gibson avvicinava con il concetto di Affordance. Oppure, se volete dirlo con un’espressione oramai calata tra il senso comune, il design (sia industriale che della moda) deve produrre un valore aggiunto immateriale, orchestrando funzioni, esperienze sensoriali e culturali ancorabili all’oggetto, secondo un registro polarizzato dallo stile di vita del momento.

Per farla breve, ho sempre considerato Philippe Starck un magistrale interprete di trasfigurazioni e prendere atto della sua metamorfosi in profeta della prossima purificazione del design mi ha dato le vertigini (si fa per dire, of course). Anche se nella citazione parla di bionismo, dunque di un design che prende ispirazione dal corpo, le sue parole mi hanno evocato esattamente il contrario. Per esempio, il design sterilizzato di edifici, interni e costumi del mieloso ma intelligente film di fantascienza Equals, del regista Drake Doremus: un futuro nel quale provare emozioni sarà un crimine, il contatto tra corpi rigorosamente proibito, nessuno racconta barzellette, nessuno ride, nessuno tromba. Ebbene il lavoro degli scenografi e dei costumisti del film mi è sembrato la traduzione in immagini della profezia di Starck ovvero uno scenario ecologico talmente puro, pulito, sgrassato da ogni pulsione umana da risultare angosciante. E, per fortuna, improbabile.

Alessandro Marchetti coding
Coding. Alessandro Marchetti

Tuttavia, è chiaro che, spostando il discorso sull’evaporazione del design in avanti di vent’anni rispetto al 2019, Philippe Starck può far sembrare tutto quello che dice vagamente plausibile. Anche le coglionate.

Per quanto riguarda il coding e la Chanel informatica di Alessandro Marchetti, le mie perplessità assumono sfumature leggermente diverse.

Se il nostro geniale top manager, con quelle parole, intendeva enfatizzare le virtuosità operative che il fotonico tip tap algoritmico del computer, tradotto sullo schermo in figure tratte da smisurate banche dati di immagini, figure manipolabili, assemblabili, contestualizzbili, quasi senza limiti…se voleva dire  che questi programmi possono aggiungere alle pratiche del design opportunità tutte da esplorare, allora siamo fondamentalmente d’accordo. Sia nella fase di formazione che nel lavoro, l’integrazione tra protocolli tradizionali e competenze digitali, è una sfida che dobbiamo raccogliere.

Coding significa “programmare” in contesto informatico (da to code ovvero codificare). Il fatto che vi siamo software che per potenza di calcolo possono rendere più veloci e vari gli assemblaggi di forme, colori, taglie implicati nella configurazione di un pattern di moda o di ciò che una volta chiamavamo look, è ben conosciuto dagli addetti ai lavori e, suppongo, utilizzato nelle fasi di progettazione di una collezione o semplicemente di un elemento e/o forma dell’abbigliamento piuttosto che l’altro. Probabilmente nell’attuale processo realizzativo della moda non è ancora una tecnica dominante. Probabilmente dalle scuole di moda che da tempo hanno implementato tra le materie formative il coding, usciranno stilisti che oltre a saper disegnare e costruire un abito, saranno performanti nell’esplorare velocemente le pressoché infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate. Non trascurerei inoltre l’impatto della dimensione Game del coding, per dirla con il bel libro di Alessandro Baricco ( The Game, Einaudi, 2019), ovvero il passaggio dal sistema uomo-matita-forbici a quello uomo-tastiera-schermo con tutte le mutazioni che lo scrittore elenca; anche se, vorrei aggiungere, la fiducia anticipata nelle nuove tecnologie digitali, più che una reazione della prima generazione di informatici alle tragiche brutture novecentesche ipotizzata dall’autore, oggi, soprattutto per i più giovani, a me sembra implicare soprattutto fascino di una creatività diffusa, libera, leggera, inarrestabile, immune alle critiche. Il mito emergente di Fashion Game praticamente infiniti, veloci, senza altri confini che non siano i Big Data raccolti dalle aziende e operativizzati dai dispositivi informatici, i cui algoritmi forniranno metriche ad hoc sullo stato del desiderio degli internauti, lo possiamo facilmente riconoscere nella sopravvalutazione dei blogger di moda e nell’adesione acritica alle logiche dei social da parte di manager che in pochi anni sono passati da un atteggiamento prudente a una fervente adesione a tutto ciò che assapora di virtuale.

Sappiamo tutti che le fasi fortemente innovative legate a un nuovo paradigma tecnologico presuppongono forti dosi di visionarietà e una certa noncuranza sulle conseguenze negative che potrebbero incrinarne l’espansione.

Se le parole di Marchetti intendevano enfatizzare l’inarrestabile “rivoluzione” provocata da Internet, tale per cui sarà molto più divertente studiare moda e, sul lavoro, molto più veloce e piacevole simulare look attraverso il coding, mi sento di aderire alle sue argomentazioni. Se voleva dire che oltre allo studio dell’Arte, dei fenomeni culturali, della storia della moda, l’allenamento per padroneggiare tecnologie digitali, farà parte della cassetta degli strumenti utile per trovare lavoro, sono senz’altro d’accordo. Tra qualche anno probabilmente tutti i lavori o quasi, classificati come “alto artigianato” subiranno una integrazione digitale. Marchetti crede in questo processo vivendolo come un progresso cioè presentandolo come inarrestabile perché ammantato di valori decisivi. Il suo impegno per favorire le giovani generazioni sin dalla fase della loro formazione è fuori discussione. Come tutti i grandi visionari della cosiddetta “rivoluzione digitale”, quando prende la parola, orienta il discorso illuminando più che altro i benefici che discenderanno a cascata dalla scelta del virtuale. Come tutti i grandi visionari, le sue parole pubbliche sono sostanzialmente cieche relativamente agli attriti e costi sociali prodotti dal digitale. Per farla breve, ha sostanzialmente ragione quando ci ricorda le opportunità offerte dalla transizione tecnologica che stiamo attraversando.

Ma tuttavia, l’affermazione “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica” può essere interpretata anche come una sorta di misticismo tecnologico dove al posto del fashion designer come soggetto creativo che, a suo modo e con i suoi mezzi, cerca di dare risposte socialmente e culturalmente innovative al suo tempo, in sua vece dicevo, troviamo il tecnico programmatore che trasforma l’atto creativo in un gioco sempre più condizionato dalla potenza algoritmica del dispositivo e dei software che la rendono spendibile (e aziendabile).

Ma giunti a questo punto, la creatività dove sarebbe collocabile? Verrebbe da rispondere: nella macchina o computer, ovviamente, non solo perché è più potente ma anche per il fatto che in ultima istanza velocizza processi che sono comparabili con quelli che ritroviamo (molti più lenti e limitati) in scala umana, senza le imperfezioni o i corto circuiti di una mente (e del suo sostrato biologico, cioè il cervello).

Quindi, seguendo l’interpretazione hard dell’affermazione di Marchetti, in un certo qual modo il coding annuncerebbe la fine del fashion design (così come l’abbiamo conosciuto).

Mi chiedo: è questa la dimensione della creatività che fa la differenza e che serve alle aziende moda per sentirsi protagoniste?

Rispondo prendendo come esempio la fashion designer citata dal top manager. Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.

Il suo autorevole collega Christian Dior, invece, era pazzo per il disegno. Qualche mese prima delle sfilate, si ritirava in campagna e in poche settimane come divorato da una febbre estatica, produceva centinaia, migliaia di schizzi che progressivamente convergevano sul tema prescelto.

Bene, immaginiamo di poter raggiungere entrambi con una macchina del tempo, per consegnare a essi un computer e i software per il coding. Immaginiamo anche che per magia comincino a farli girare senza problemi, sfruttandone le enormi potenzialità. Potremmo sostenere che il loro ruolo storico nella moda sarebbe rimasto inalterato? Personalmente ho molti dubbi. Non credo che la loro mente avrebbe retroagito agli stimoli della macchina allo stesso modo rispetto alle percezioni che discendono dal contatto col corpo o attraverso la mediazione del disegno. Bisogna capire che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni (di colori, forme, composizioni etc. etc…) e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer. Capita spesso di leggere nelle interviste a grandi stilisti frasi del tipo: io non disegno abiti bensì prefiguro stili di vita, emozioni, sogni. Non sono sicuro di capire fino in fondo cosa significhi. Ma sospetto che vogliano dirci qualcosa di simile a questo: prima di progettare e poi costruire una forma, devo compenetrarmi con qualcosa che trascende ogni cosificazione o performance tecnica, nel senso che rappresenta una mia esperienza mentale connessa al problema che devo risolvere cioè come vestire un corpo che sente, desidera, può emozionarsi.

Da questa connessione tra corpi in stato di attesa (chiamateli pure consumatori) e menti creative che li osservano trasfigurandoli o correggendoli, emerge il fenomeno della valenza emergente di una forma, che conferisce preferenze per certi concetti o idee moda piuttosto che altre.

Quanto di tutto ciò può essere incapsulato in un algoritmo (sistema di calcolo)? Può una programmatrice informatica solo con il coding simulare grazie a sofisticati programmi la complessità delle esperienze che chiamiamo vita, dalla quale discende lo strano ordine estetico che si impone nella mente di un creativo di primo livello? Io credo di no. Tra l’altro pur avendo scoperto tantissime cose, non abbiamo ancora compreso come realmente funziona gran parte della nostra mente, e quindi figuriamoci se ha senso postulare una creatività in scala umana (sensazioni, percezioni, emozioni umane) dominata da programmi informatici.

È chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel, a meno che a un certo punto la programmatrice informatica spenga il computer per fare altre cose del tipo, leggere libri, visitare musei, andare al cinema, a feste, vedere persone, provare emozioni, trovarsi un fidanzato, perderlo etc. etc.

Vorrei fosse chiaro che stimo moltissimo Alessandro Marchetti soprattutto perché lo ritengo persona di rara intelligenza. E quindi immagino che non negherebbe mai le ultime mie parole. Darebbe per scontato che il coding è solo un mezzo per un fine più sofisticato per il quale sinora le macchine non possono accedere (e infatti, come Starck, sposta il discorso avanti di vent’anni). Ma è anche vero che ciò che ho chiamato interpretazione hard delle sue parole, ci annuncia la fine dello stilismo come l’abbiamo vissuto nell’ultimo mezzo secolo e merita di essere esplorata.

Il problema che pongo quindi non è correlato alla validità del coding come innesto formativo per futuri stilisti e tecnica di progettazione, bensì se “l’effetto Coco Chanel” ovvero se uno stile creativo capace di cambiare e allo stesso tempo compenetrarsi con le aspettative del proprio tempo al punto di cambiare la disposizione delle donne più influenti del periodo, può essere affrontato con metriche estetiche dominate da una macchina algoritmica.

Molto di quello che sappiamo della nostra mente suggerisce il contrario. Ma è soprattutto quello che non sappiamo ancora (es.: perché esiste la coscienza?  A cosa serve? Cosa ci guadagna il cervello a far emergere una mente creativa?) a confermarci che il design che cambia la vita delle persone non è programmabile nel senso del coding, ma dipende da tratti umani che difficilmente un algoritmo potrà emulare. Forse ci arriveremo, ma allora la nuova Coco Chanel non sarà affatto una programmatrice informatica. Sarà un robot, una replicante, una AI che sentirà, percepirà, si emozionerà come tutti noi. Ma a questo punto sarà umana e farà parte della nostra vita. Quindi parole e riflessioni come quelle che avete appena letto, non avranno più senso.

 

Il coding e la morte del design. Addenda

Il testo era in origine la parte introduttiva di una mia lezione al LABA (libera Accademia Belle Arti) di Rimini. Nello sviluppo delle mie lezioni di “Teoria della Percezione” per designer e stilisti, stavo per inaugurare il debodamento dell’ingaggio percettivo nei territori delle Neuroscienze. Mi sembrava opportuno proporre ai miei perspicaci studenti una riflessione sul futuro della loro professione. Esasperando l’interpretazione delle parole di Starck e Marchetti, ai quali chiedo umilmente scusa, ho immaginato di favorire il dialogo in aula. In definitiva nelle loro parole echeggiava il particolare punto di vista che Yuval Noah Harari, nel suo bestseller “21 lezioni per il xxi secolo”, ha diffuso con successo in tutto il mondo. Ma in quel preciso momento più che “apprendimento” o “previsioni sul futuro del design” avevo bisogno di stimolare il sentimento di partecipazione dei presenti.

L’attivazione di un dialogo in aula è, tra le altre cose, una tattica utile per stimolare l’attenzione, che considero fondamentale per la didattica. Lo so è una banalità. Lo sanno tutti, anche i prof più sgangherati. Chiunque si trovi impegnato nella presentazione di “qualcosa” davanti a un pubblico, impara subito che senza l’attenzione, le parole che con fatica ha preparato, galleggeranno nel vuoto e il loro posto verrà subito occupato da sbadigli, dalla noia, da gesti imprevedibili come grattarsi da qualche parte. In un’aula la situazione risulta ancora più compromessa: immagino sia piacevolissimo fuggire dall’indottrinamento, vagabondando nei social con il proprio smartphone o nascondensi dietro il portatile, senza che il prof del momento possa farci nulla. Senza l’attenzione, il processo di apprendimento non può funzionare. Ma vorrei farvi notare anche quanto risulti difficile pensare e analizzare l’attenzione. È difficile trovare teorie, libri, che ne illuminino i concetti operativi e suggeriscano pratiche efficaci. Mi sono fatto l’idea che, in aula, il modo migliore di approcciarla è mettersi in gioco e mostrarla. Quindi, per ritornare al contenuto del mio script, l’interrogarmi, davanti ai miei allievi, sui possibili significati delle estrapolazioni in oggetto (le citazioni), aveva la metafunzione di mettere in scena l’attenzione al lavoro, compresi i limiti o se volete le cazzate che rischiamo di dire quando cerchiamo di afferrare con le parole un mondo di fatti di natura complessa. L’idea di fondo è molto semplice da capire: osservare l’implume bipede parlante che chiamiamo prof., brancolare nei dintorni di “oggetti cognitivi” senza la protezione del programma didattico, è percettivamente divertente e quindi stimolante. Qualche volta può succedere che le chiacchiere del prof. su questioni laterali rispetto il “programma”, facciano nascere in chi le ascolta il desiderio di partecipare. A questo punto l’attenzione, da quella pre-emozione che era all’inizio, può  divenire una specie di lampada capace di illuminare sempre più spazio intorno a sè. Mi piace pensare che, da quel preciso momento, grazie alla mente/lampada, tutto ciò che si inscriverà nel territorio mentale illuminato dall’attenzione, possa avere la consistenza che attribuiamo ai veri processi di apprendimento.

Lamberto Cantoni

175 Responses to "Il coding e la morte del design"

  1. luc97   7 Febbraio 2020 at 08:49

    Nel design che conta l’estetica deve scontrarsi con la funzione. Altrimenti il manufatto risulta banale. Un minimo di distorsione ci deve essere. Il corsetto o la crinolina non erano di sicuro funzionali eppure per decenni sono stati un assoluto per le donne. Gaudì non ha pensato primariamente alla funzionalità dei suoi edifici. Eppure continuano ancora ad essere abitati. Cosa sarebbe Barcellona senza di essi? Leggendo l’articolo mi è venuto in mente che tutto ciò che è funzionale può essere tradotto in algoritmi, tutto ciò che percepiamo come estetico no! non è solo matematica. Perché? perché l’estetica è un sentimento che provano gli uomini e non le macchine. Quindi, secondo me, il futuro robot creativo potrà solo eventualmente imitare la creatività del passato messa nella sua memoria dal programmatore. Non potrà intuire quella che può dare la scossa alle persone che vivono nel tempo che gli è capitato di vivere.

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  2. mary   7 Febbraio 2020 at 11:18

    Ma perché l’informatica non può restare semplicemente un ingegnoso strumento per apprendere l’essenza del design? Se dovessimo insegnare ai bambini cos’è il design oggi non sarebbe meglio farlo con il computer? Che bisogno c’è di parlare di scenari catastrofici? Mia madre scriveva le lettere con la stilografica io spedisco e mail? Cosa cambia? Se è importante quello che si scrive, inciderlo sulla pietra, illustrare un papiro, scriverlo su un foglio cartaceo, digitalizzarlo…Cosa cambia?
    Sono preoccupata per la confusione tra mezzi e fini che io vedo nell’attuale società. La tecnologia non è un fine ma una strumentazione per aiutarci a lavorare meglio. Per me tra vent’anni non ci sarà nessuna morte del design. I creativi faranno le stesso cose che fanno oggi, con la differenza che saranno viste e create su supporti digitali.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   7 Febbraio 2020 at 13:46

      Scusa tanto Mary, ma secondo te se Dio avesse mandato a Mosè i 10 comandamenti utilizzando l’e-mail non sarebbe cambiato nulla?

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      • mary   7 Febbraio 2020 at 15:28

        Gli avrebbe risparmiato una bella camminata in salita. Comunque ti ricordo che tutti noi abbiamo incontrato i 10 comandamenti scritti e in formato diverso rispetto a quelli scritti sulla pietra. Non mi pare che l’essenziale, cioè il contenuto sia cambiato. Quindi con la tua ironia ti sei incartato da solo, portando acqua al mio mulino. Tiè!

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   7 Febbraio 2020 at 18:28

          Invito Mary e Antonio a rispettare il 2 comandamento. Non riesco proprio a capire cosa c’entri Mosè, la camminata sul monte Sinai…con il mio script. Posso solo aggiungere che l’errore di Mary è pensare che Internet e il digitale siano solo un mezzo ovvero una tecnologia. In realtà dobbiamo prendere atto che per un numero crescente di soggetti ha la stessa evidenza percettiva/esperenziale di un ambiente vitale.

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    • Chiara C. (L)   10 Aprile 2020 at 17:19

      “Il design crea cultura. La cultura modella i valori. I valori determinano il futuro.” Disse Robert L. Peters
      Secondo il mio parere nessuno può essere in grado di descrivere con precisione e decidere come sarà il futuro, dell’uomo come del design in tutte le sue forme. Soli 20 o trent’anni fa le persone pensavano che oggi avremmo avuto macchine volanti e il potere di teletrasportarci. Quindi le parole di Philippe Stark non sono altro che il punto di vista una persona, non diversa da molte altre anche se più influente.
      Studiare il passato è un primo passo per poter immaginarci il futuro anche se questo non ha regole precise e riuscirà sicuramente a sorprenderci. Pensiamo a tutti gli anni in cui lo stile (design, arte, moda, è indifferente) si sono alternati da semplice ed essenziale a creativo e pieno di decori.
      Penso che il coding possa essere un’ottima arma data in mano agli artisti perché coloro che hanno immaginazione e sono di per sè degli artisti, con uno strumento così potente chissà cosa potranno realizzare. La macchina non la creatività, non ha un cervello, non prova sentimenti quindi anche se un programma risulta estremamente potente, non riuscirai mai a creare qualcosa come le opere create dall’uomo. Quindi per cui mi trovo in disaccordo con Marchetti perché il fashion design, come tutti gli altri tipi di progettazione, non moriranno mai finché l’uomo potrà pensare con la sua testa. Il coding e l’informatica sono soltanto un nuovo strumento come lo erano matita e gesso.

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  3. gennaro   7 Febbraio 2020 at 23:34

    Quesito intrigante che mi motiva a fare il profeta. Tra vent’anni il design sarà di due tipi. Ci sarà il design d’autore fatto da uomini in carne e ossa e ci sarà quello che oggi si chiama design industriale per il quale il coding e il trasferimento a decisioni algoritmiche sarà fondamentale.
    Voglio aggiungere una critica all’autore: trovo stonato buttare lì parole come Affordance senza spiegarle. Anche Gibson andrebbe specificato per non confonderlo con il celebre l’attore.

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  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto   8 Febbraio 2020 at 10:51

    Hai ragione Gennaro. Appena avrò un po’ tempo cercherò di correggere le “stonature”. Nel frattempo ti informo che il Gibson citato non è il bravo Ralph che abbiamo ammirato in Brave Heart nel ruolo di Wallace. Si tratta di James J. Gibson, psicologo, autore di “The Ecological approach to a visual perception” (1979), del quale mi interessa il concetto di “Affordance”.
    Si tratta di una parola inglese dalle molteplici sfumature semantiche: offrire, dare, concedere, disponibilità etc.
    J.J. Gibson l’utilizza per marcare un momento del processo percettivo a mio avviso decisivo. Ovvero quel preciso momento in cui la configurazione di un oggetto fa emergere una qualità o valenza suscettibile di suggerire a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo.
    Potremmo tradurre l’affordance con l’espressione “invito all’uso” e stabilire che ogni oggetto, evento o ambiente non possono non avere la propria Affordance. Perché? L’ipotesi è che questo tipo di relazioni di base siano innestate nella mente umana. In altre parole i sensi possiedono sistemi percettivi particolarmente affinati per cogliere le invarianti di un oggetto o ambiente o evento. La capacità degli oggetti, per come sono configurati, di suggerire le sequenze di azione per il loro uso mi pare un dato di assoluto rilievo per un designer. Se ci spostiamo sul versante della fruizione dell’oggetto, possiamo aggiungere che la percezione visiva di esso, diventa l’attivatore di potenziali “istruzioni per l’uso”. Si possono algoritmizzare queste sofisticate relazioni tra il biologico e i meccanismi percettivi tipicamente umani? Mi pare che avere dei dubbi possa essere legittimo.
    Altra questione. Nel mio testo si parla di una “programmatrice informatica” ovvero, per ora, di un essere umano, quindi in teoria di una mente che può sfruttare in modalità creativa la potenza operativa del coding. Ecco perché la profezia di Marchetti ha il fascino della fantascienza che personalmente a me piace moltissimo come genere cinematografico. Tuttavia, come ho mostrato nell’interpretazione hard della citazione del CEO di Yoox-Net-a-porter (Richmont), è legittimo avanzare dei dubbi sul parallelismo tra una geniale creativa epocale come Coco Chanel e un pur importante ruolo professionale, parallelismo che induce a presupporre che in un futuro prossimo l’innovazione moda efficace dipenderà essenzialmente da qualcosa di tecnologico.

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  5. Ilaria L   8 Febbraio 2020 at 12:41

    Inizio col dire che entro il 2022 sarà obbligatorio per tutte le scuole d’Infanzia e Primarie integrare il coding come materia di studio. Sono pienamente d’accordo con questa scelta poiché credo che esso, non solo aiuti i bambini ad apprendere un linguaggio che sarà necessario ed imprescindibile nel loro futuro, ma che in una mente cosi giovane come quello di un bambino sviluppi anche un buon metodo di problem solving.
    Il coding, come le tecnologie in generale, spesso vengono viste in maniera negativa poiché si pensa che esse ci allontanino dalla realtà o dalla nostra umanità. Io invece non credo gran che alle affermazioni di Starck su dematerializzazione o sull’evoluzione dell’uomo come spirito e pura intelligenza, penso che questo sia solo utopia. A mio parere le nuove tecnologie, la programmazione informatica o la realtà aumentata sono semplicemente il potenziamento dei nostri sensi, poiché create da noi, e credo sia IMPOSSIBILE che questo possa farci diventare spirito perché in quanto umani siamo legati alla nostra fisicità e fin quando di umanità si parlerà, non sarà possibile parlare di dematerializzazione. Al contrario sono convinta che queste nuove tecnologie, in particolare la realtà aumentata, ci riporti molto al nostro essere uomo più antico. Basti pensare che ad oggi i sensi che si sono più sviluppati a discapito degli altri sono l’udito e la vista: un tempo la conoscenza avveniva molto di più tramite l’olfatto e il gusto ma con l’arrivo della civiltà questi hanno subito un regresso. Le nuove tecnologie invece cercano di riportare in auge proprio quei sensi che oggi vengono più trascurati, riportando noi ad avvicinarci al nostro stadio primitivo (un esempio di tecnologia per l’olfatto è la microincapsulazione). L’uomo conosce il mondo tramite percezioni plurisensoriali quindi sono convinta che il coding come tutto ciò che gira attorno ad esso, possa espandere le nostre conoscenze e possa farci avere un’esperienza più completa del mondo, che magari non avremmo potuto avere tramite capacità sensoriali dirette. Certo è che, queste tecnologie, sono come protesi e che come tali dovrebbero essere regolate: la necessita è quella di creare una nuova etica attorno a un nuovo mondo.

    La programmazione allena la mente e stimola la creatività e da quest’ultima affermazione deriva il mio pensiero sul coding stesso legato al sistema fashion, infatti sono convinta che la creatività e il coding siano fortemente in connessione, poiché con esso il cervello viene stimolato e aperto a nuove dimensioni, nuove alternative e nuove possibilità che possono ampliare il mondo della moda e portarlo ad un upgrade.

    Penso che la moda sia un territorio molto fertile per sperimentare il coding o le nuove tecnologie ed è forse ciò che pensava anche Zac Posen quando nel 2015, in collaborazione con Google, debuttò alla Fashion Week di NY con un abito disegnato da lui ma con disegni codificati online da alcune ragazze, realizzando cosi un vestito a LED.
    Inoltre, sono personalmente molto interessata alla moda per quanto riguarda l’ambito del tessuto e in questo campo sono già stati realizzati alcuni esperimenti come tessuti sensibili capaci di cambiare temperatura per adattarsi alla temperatura del corpo che li ospita.
    Nel 2018 è stato inventato un tessuto, ChroMorphus, in grado di cambiare colore con un lieve cambiamento di temperatura ed è possibile cambiare colore o disegno anche tramite il proprio smartphone; ciò è stato possibile grazie all’inserimento di microfili metallici intrecciati nel filamento del tessuto.
    Un altro progetto degno di nota è quello dello studio creativo THE UNSEEN che ha creato un tessuto che cambia colore quando viene colpito dal vento, questo inserendo nel tessuto delle nanotecnologie che riescono a reagire a vento, raggi UV e umidità.

    Il coding è una questione di fondamentale importanza per tutti in quanto prefigura ciò che sarà inevitabilmente il nostro futuro ma credo che per la moda sia ancora più interessante e chi vuole lavorare nel fashion system dovrebbe conoscere molto bene questo ambito.
    Infine, concludo dicendo che secondo me il design non morirà ma subirà un’evoluzione, come succede sempre quando ci si deve adattare ad una nuova epoca. Sono convinta che le tecnologie non siano mai un aspetto negativo bensì positivo e risolutivo ma è innegabile che siano necessarie nuove regole, per vivere in un mondo che non sarà più come quello di oggi. Riprendendo la mia idea a inizio discorso sull’impossibilità della dematerializzione penso che la moda non sarà dominata solo da programmi informatici ma più da programmi informatici uniti alla creatività dell’uomo, che è imprescindibile e necessaria. In fondo senza l’uomo non esisterebbe la tecnologia e non penso che sia possibile il contrario: il segreto alla fine è sempre la cooperazione.

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    • annalisa   9 Febbraio 2020 at 09:11

      Un brava brava a Ilaria. Scritto benissimo e ricco di informazioni. Dopo aver letto Cantoni non avevo una opinione. Ora grazie a Ilaria ce l’ho.

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   13 Febbraio 2020 at 11:09

        Negli Stati Uniti, avanti di una generazione tecnologica rispetto a noi, il coding è materia scolastica da vent’anni. Tutte le virtuosità previste dai futurologi ottimisti ancora non si vedono.
        Bisogna ragionare a partire da due contesti principali:
        A. Il digitale è il nuovo standard operativo per le simulazioni d’opera, ovvero è una superficie di proiezione molto più efficace della carta=matita.
        Tutti o quasi, oggi, preferiscono scrivere al computer invece che su carta, ma nessuno sano di mente metterebbe in correlazione la qualità di un grande scrittore con il software che anima il suo computer.
        B. Esistono tante forme di design. Quello industriale sembra più coding rispetto a quello di un grande creativo della moda (o del design di un Gaetano Pesce, tanto per fare un esempio).
        Cosa voglio dire? Vorrei fosse chiara la demarcazione tra una tecnologia che prende il sopravvento su altre perchè viene considerata più efficiente, e il problema della qualità estetica degli oggetti su scala umana.
        Sulla prima c’è poco da dire, tra qualche anno anche la famosa “nonna in carriola” farà la calza col coding e la stampante 3D, forse. Sulla seconda questione ho più che ragionevoli dubbi. La mente computazionale che fa da sfondo alla sovvalutazione del coding è una narrazione cognitivista con evidenti limiti in termini di verità. La nostra mente è un costrutto evolutivo plasmato certo dai problemi che i nostri antenati hanno dovuto risolvere, ma è anche qualcosa che ha creato bellezza, sentimenti, coscienza, empatia. La mente sogna, il computer o si spegne o rimane acceso come gli ebeti, in attesa di istruzioni.
        Ultima questione. Sembra che lo storytelling messo in campo da chi ha tutto l’interesse nel venderci il mondo digitale, voglia farci credere che il bambini, gli studenti che studiano coding diventino più intelligenti e creativi rispetto a chi disegna, scrive con la biro etc. etc…. Che prove abbiamo per sostenerlo? Nessuna.
        Non sarebbe più corretto dire semplicemente: abbiamo un nuovo standard reso desiderabile dall’espansione del mondo digitale. Integriamolo all’approccio umanistico tradizionale che funziona bene da molto più tempo (ovviamente nell’ambito estetico=artistico).Punto. Non mi convincono quelli che invece parlano e agiscono come se tutto il nostro futuro dipendesse dalla adesione totale e acefala alle innovazioni tecnologiche presentate allo stesso modo in cui mago Merlino presentava Excalubur a Re Artù.

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  6. valeria   9 Febbraio 2020 at 14:38

    Dividerei in due il commento all’articolo, il primo commento riguarda “gli spazi”, il secondo la moda. E’ vero, sempre di design si tratta, ma di design riferito a due cose diverse. Per quello che riguarda gli spazi noto che, seppur lentamente, é in atto una “purificazione” degli ambienti, un voler fare a meno di cose inutili (“le belle cose di pessimo gusto”) che riempivano le nostre case. E’ una visione minimalista, più pulita, più funzionale. Questo però a parer mio con significa la cancellazione del design, anzi: meno cose, ma più belle, più appropriate proprio per valorizzare gli spazi (é un periodo storico in cui emotivamente “aneliamo allo spazio”). Poche cose ma belle e funzionali. Siamo quindi alla ricerca di prestazioni funzionali sempre nuove che si devono abbinare costantemente a nuove qualità estetiche che soddisfino il consumatore. E poiché i consumi appaiono orientati sempre più diversamente rispetto al passato il design ha continuamente bisogno di riproporsi sia nei materiali che nell’estetica. Abbandoniamo la storia famosissima di Kartell fissiamoci per un attimo solo su una cosa stupidissima di ogni giorno: le cover dei cellulari, e sorridiamo.
    Per quello invece che riguarda la moda mi sembra che sia avvenuto il processo opposto: la trovo sempre più complessa da tutti i punti di vista :per l a creatività, per i materiali frutto della nuova e sofisticata tecnologia, per le normative vigenti, per le regole di mercato, il tutto dominato dalla rapida fruizione indotta dal nuovo tipo di pubblicità. Si senz’altro il coding aiuterà a studiarla, a simulare look, ad assemblare o addirittura creare colori nuovi, spingerà a sperimentare nuovi materiali, ma la scelta finale apparterà sempre e soltanto all’uomo. Coco Chanel aveva bisogno per creare di toccare il tessuto, di sentire il corpo delle modelle e mi sento tutt’uno con lei: io non comprerei mai nessuna cosa senza poterla toccare, dal tatto prende il via la mia immaginazione, la mia fantasia, mentre per Dior tutto ciò che era creatività prendeva forma dalla vita dei disegni. Il coding sarà quindi un valido aiuto, uno strumento, ma sempre alla fine sono gli spazi sconosciuti della mente che ci aiutano a scegliere, a valorizzare le nostre idee perché é la mente che imprigiona non solo la nostra storia ma una piccola parte della storia di tutti gli altri uomini.

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  7. Emanuele Laba   11 Febbraio 2020 at 12:16

    Sono completamente d’accordo con la sua conclusione.
    La forma deriva della funzione, penso accada spesso il contrario si parte dalla forma per poi dargli una funzione.
    Nel mondo di oggi il computer e i programmi 3D riescono a darti un immediato feedback su quello che hai mente e vuoi rappresentare che spesso non pensiamo alle funzioni che deve svolgere un oggetto ma lo rappresentiamo immediatamente al PC.
    Si pensa esclusivamente alla forma che più attrae il compratore o che più va di “moda” in questo periodo.
    Premetto che sono un fan della Computer Grafica: rappresentare qualcosa che hai in mente e vederlo su uno schermo con la possibilità di cambiare la texture e collocarlo in uno spazio per vedere come interagisce con l’ambiente circostante penso che sia fantastico!
    Stesso discorso per il coding: ci permette di realizzare forme incredibili che forse neanche abbiamo in mente inizialmente, credo che sia fondamentale sapere quello che possiamo fare e quello che possiamo realizzare senza nessun tipo di limite.
    Non penso arriveremo mai a lasciar la parte creativa ad computer perché come è stato scritto nell’articolo viviamo di emozione e ognuno di noi ha una cultura diversa: la cultura asiatica è diversa dalla cultura occidentale che a sua volta è diversa da quella araba; ogni persona nel mondo è diversa dall’altra perché vive esperienze diverse e no potrà mai avere lo stesso pensiero o la stessa vena creativa di un’altra.

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  8. Francesco A Laba   11 Febbraio 2020 at 18:09

    Trovo che già ai giorni nostri sia di notevole importanza la conoscenza del coding, quindi in futuro sarà sicuramente di maggiore importanza esserne a conoscenza. Secondo un mio punto di vista sarà quasi normalità l’apprendimento del coding, probabilmente da quando diventerà obbligatorio per le scuole integrare una materia che lo spieghi e quindi che ne allarghi gli orizzonti alle future generazione. Lo possiamo definire come un principio di adattamento, perché senza di esso diventerà molto difficile muoversi in ambito lavorativo e non solo perché piano piano ormai molte delle nostre abitudini quotidiani vengono plasmate e modificate grazie ad elementi informatici che ci permettono di semplificarci la vita. Talvolta questa semplificazione però ci priva di vivere queste abitudini o esperienze di prima persona ma con il tempo tenderà a diventare solo un pensiero obsoleto. Non dimentichiamo inoltre che l’uomo rimarrà sempre di vitale importanza perché senza di esso nessuna macchina o nessun coding potrebbero funzionare, quindi la creatività si sviluppa solo quando vi è un creativo che utilizza il coding e che lo usa per realizzare la sua idea, quindi è importante la sua conoscenza perché grazie a esso possiamo sviluppare in maniera più esaustiva e chiara la nostra idea o progetto che vogliamo rappresentare. Nel ambito della moda poi trovo di estrema importanza la conoscenza di questi programmi perché possono concretizzare tutto ciò che la nostra mente può immaginare, cosa che senza di essi risulterebbe un processo decisamente più lungo e complesso da svolgere. Riguardo alle affermazioni di Starck, nonostante trovo che sia un designer veramente di grande livello e rilievo nel suo panorama mi trovo a non essere estremamente d’accordo con lui. Secondo me è quasi impossibile considerare la sparizione del design, probabilmente diventerà sempre di più di vitale importanza per la realizzazione degli spazi dove vivremo. Sono invece d’accordo con lui quando afferma “Saremo esseri nudi circondati dalle comodità necessarie” perché è un probabile effetto dell’evoluzione tecnologica ma tutto dipende da come l’uomo saprà sfruttare queste risorse. Estremamente vere e di grande importanza secondo me le parole che ha affermato l’imprenditore Alessandro Marchetti sopratutto quando paragona il coding alla lingua inglese, paragone di estrema verità e precisione perché come ci stiamo adattando al fatto che la lingua inglese vada assolutamente imparata lo stesso identico progetto avverrà con il coding fino a farlo diventare normalità.

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  9. alessia   12 Febbraio 2020 at 09:56

    Alessia Laba

    Personalmente sostengo che il Coding possa aiutare e migliorare tutti i settori della vita che conduciamo.
    Quando si parla di Coding, è come se si stesse parlando di una nuova lingua che permette di dialogare con i computer attraverso degli algoritmi.
    Questa nuova lingua ci permette di mettere in moto processi logici che portano alla risoluzione di problemi che riscontriamo.
    In quest’ultimo periodo si è discusso sull’insegnamento del Coding nelle scuole. A mio parere, penso sia un’ottima iniziativa, poiché è sempre un valore aggiunto, e azzarderei a dire, fondamentale per l’istruzione di un ragazzo.
    L’obiettivo non è formare una generazione di futuri programmatori, ma educare i più piccoli al pensiero computazionale, che consiste nella capacità di risolvere problemi, anche complessi, applicando la logica, ragionando step by step sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione.
    Per quanto mi riguarda il Coding è uno strumento molto valido, e bisogna prestare attenzione quando si pensa, a mio avviso erroneamente, che il Coding possa prendere il sopravvento sull’uomo. Ritengo che quest’ultima affermazione sia improbabile poiché senza la mente dell’uomo il Coding avrebbe vita breve o nulla.
    É la mente dell’uomo che, grazie a processi logici, crea algoritmi capaci di far funzionare questo grande meccanismo che sta, sempre più, trasformando ed evolvendo il nostro stile di vita.
    Quando Philippe Starck parla di Dematerializzazione riferendosi al futuro del design, mi trovo in disaccordo poiché, il Coding penso porti al miglioramento della materia e non alla sua morte, alla sua scomparsa.
    La tematica del Coding ritengo sia molto interessante riversata nell’emisfero moda.
    É grazie a nuovi macchinari, funzionanti tramite il sistema del Coding, che si può, ad esempio, far cambiare il colore della maglia in base alla temperatura corporea.
    Un esempio significativo e, a mio parere eccezionale, di Coding nell’ambito moda, sono le creazioni di Iris Van Herpen, stilista olandese, che nella collezione del 2014, Biopiracy, ha realizzato, con un materiale completamente flessibile a base di poliuretano termoplastico stampato con la tecnologia 3D, una collezione innovativa nata dalla fusione tra moda e tecnologia.
    L’affermazione del manager imprenditoriale Alessandro Marchetti, sulle future generazioni e come saranno da qui a 20 anni, penso sia in parte inesatta, poiché
    da un lato concordo sull’affermazione che non si potrà non conoscere il linguaggio della programmazione un domani, dal momento che sarà alla base della nostra quotidianità , ma dall’altro non ritengo possibile paragonare la creatività dello stilista al sistema Coding, in quanto quest’ultima è la caratteristica innata dell’essere umano, in particolare del designer o del fashion designer e, nonostante la tecnologia faccia progressi smisurati, non penso che questa qualità si possa trasmettere attraverso un algoritmo ad una macchina.

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  10. Luca Ruggiero   12 Febbraio 2020 at 15:15

    Luca R Laba

    Sono del parere che la morte del design sia un’utopia, una visione paranormale del futuro. Concepisco la visione di Philippe Starck plausibile, seppur eccessiva. Il design nel XXI secolo procede verso un’ottica di semplificazione delle forme e ciò inevitabilmente semplifica la funzionalità del prodotto, che si adatta allo spazio circostante, a volte scomparendo del tutto. Procediamo verso una maniacale ricerca del dettaglio e il primo approccio a questa forma di design, l’ho avuta osservando i prodotti Apple, approfondendo la percezione di essi con la lettura di libri che parlano di Steve Jobs e della sua visione del mondo. Un uomo dedito alla ricerca di creazioni che potessero semplificare la vita delle persone, basando il design dei suoi lavori su un’ossessiva ricerca dell’essenziale, eliminando tutto ciò considerato di troppo. Non credete che sia questa la direzione che il mondo del design sta prendendo? Basta prendere in considerazione la cyber track firmata Tesla o le AirPods. Ciò non implica la creazione di spazi vuoti, ma di una visione del design che segue assiduamente il progresso, superando a volte il naturale corso delle cose, dove molti oggetti spariranno come dice Starck, ma a mio parere saranno sostituiti da nuove forme ed oggetti a noi ancora sconosciuti o nascosti nella nostra immaginazione. Subentra poi la visione di Alessandro Marchetti sul coding, strettamente connessa a quella di Starck. Ho avuto l’opportunità di studiare programmazione informatica durante gli anni del liceo, per poi cimentarmi nel campo del fashion design. Due mondi spesso considerati molto distanti tra loro. Il primo basato su Flow chart, numeri, codici e l’assidua ripetizione di 1-0-1-0 (codice binario) ed il secondo sulla libera espressione del mentale, della nostra visione del mondo e delle cose e personalmente reputo i due mondi lontani ma compatibili tra loro. Sono contro alla possibile sostituzione del fare dell’uomo con codici e numeri impostati da una macchina. Il Coding può migliorare e velocizzare alcune pratiche di creazione, ma reputo che la totale sostituzione di esse non potrà mai accadere. Una macchina non potrà mai sostituire tutti i processi di creazione di un prodotto, esso sottende emozioni, percezioni e stimoli del suo creatore, le quali a parer mio possono essere filtrate dal prodotto all’acquirente. Immaginate una macchina che inventa una collezione? Probabilmente l’aspetto estetico potrebbe risultare impeccabile, oltretutto i codici di progettazione verrebbero impostati dall’uomo, ma sarebbe un processo meccanico privo di emozioni, stimoli positivi o negativi che vanno ad impregnare l’oggetto in questione.  Non riesco ad immaginare un grande direttore creativo come Alessandro Michele o Virgil Abloh che si affidano ad un programma per creare una collezione, per esprimere un concept e far sognare milioni di persone. Sono pro al coding, all’insegnamento della programmazione all’interno delle scuole, poichè diventerà inevitabilmente un linguaggio fondamentale in un futuro non troppo lontano, ma come ho già detto credo che esso possa solo rappresentare un estensione della formazione di una persona, che in alcuni casi nel nostro settore può risultare molto utile. Il design come affermato nell’articolo proviene da tratti umani che una macchina difficilmente potrà mai replicare. Se ci soffermiamo sugli sviluppi tecnologici che l’uomo sta creando, direi che il nostro lavoro ha un grande futuro davanti. Le invenzioni e la continua ricerca stanno aprendo nuove frontiere che pongono ogni ramo del design difronte a nuove sfide creative. Oggi ovunque guardiamo abbiamo stimoli percettivi che possono permetterci di avere grandi ispirazioni. Credo che il nostro lavoro sia in continua evoluzione poiché ha bisogno di stare al passo con i tempi e di confrontarsi continuamente con le nuove tecnologie, per questo credo che la figura del designer tra qualche decennio sarà diversa da come la conosciamo oggi, ma conserverà sempre i tratti originali di questo mestiere.

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  11. Andrea Giacani L   12 Febbraio 2020 at 17:18

    [17:17, 12/2/2020] Andrea Giacani: Credo che l’affermazione di Stark sia eccessiva.
    Il design in questi ultimi anni sta avendo una mutazione e così sarà in futuro.
    Un giorno forse  si potrà fondere insieme al coding ma ci sarà sempre l’impronta umana.
    Il design non sta scomparendo, si sta  domotizzando.
    I cambiamenti nel settore della moda sono molti, come i tessuti intelligenti e le stampe 3D.
    A mio parere  non vi è alcuna possibilità che il design posso scomparire, in quanto ogni giorno è possibile sentir parlare di nuove invenzioni dal design innovativo.
    Per quanto mi riguarda questa affermazione non riguarda tutti i campi del design, basti pensare al mondo degli smartphone, nei quali è possibile osservare una ripetizione costante delle forme di telefoni diversi e brand diversi.
    Forse il motivo di questa omologazione è dovuto dal fatto che dopo l’avvenuta del touchscreen e dei comandi vocali non vi sono stati passi avanti.
    Un esempio sostanziale nel campo della moda è l’uso di applicazioni che sono in grado di gestire l’apparenza del tessuto grazie ai dei microchip applicati nelle fibre firmati da Drimlux.
    Sono contro la visione di Marchetti, secondo la quale afferma che i direttori creativi o designer saranno succeduti da dei programmatori informatici, poiché a mio parere la figura del programmatore può essere un membro aggiunto alle spalle di un team di moda ma non può sostituire l’estro di un direttore creativo perché codici e numeri non possono sostituire il fare del nostro settore.

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  12. Michela (L.)   17 Febbraio 2020 at 12:34

    Mi piacerebbe incominciare con la definizione di empatia: si tratta di un coinvolgimento emotivo che permette alle persone di immedesimarsi nelle condizioni di altri, ma la cosa fondamentale è che, come dichiarano le neuroscienze grazie agli studi sui neuroni specchio, l’empatia è sostanzialmente qualcosa di innato nell’essere umano. Detto ciò, mi chiedo come si possa ricreare questa dote, preesistente nell’uomo e creata da forse un Dio o “chissà chi”, nei circuiti di un’intelligenza artificiale.
    Questa premessa è riferita ad entrambe le affermazioni in questione, poiché da un lato Starck è convinto che il design verrà rimpiazzato, probabilmente da robot che racchiuderanno in sé tutte le funzioni dei singoli oggetti, e dall’altro Marchetti ritiene che il percorso creativo di una mente possa essere sostituito da un algoritmo matematico.
    Sebbene sia chiara la mia posizione nei confronti di queste affermazioni, vorrei concentrarmi su ulteriori concetti che la motivino, in particolare prendendo in esame il campo del design, più vicino a me rispetto alla moda.
    Innanzitutto il design nasce per dare risposte alle esigenze delle persone, che solo altre persone, e non esseri artificiali, possono comprendere vivendo la medesima vita, con gli stessi bisogni. Inoltre, per le stesse motivazioni, è fondamentale lo studio dell’ergonomia di un oggetto, che è sicuramente il frutto di una memoria che tenta di migliorare un gesto fatto, intuendo come esso possa essere reso più comodo in base a caratteristiche fisiche, culturali ecc. . Si può ampliare il tutto anche ad un discorso estetico, che è indubbiamente la qualità dell’oggetto che ha più a che fare con la sfera emotiva del soggetto, e proprio per questo è “imprevedibile” in quanto dipende anch’essa da esperienze, cultura, gusti personali. Infine, volendo, possiamo parlare di oggetti come di status symbol, caratterizzanti della propria condizione sociale e culturale. Allo stato dei fatti, di conseguenza a ciò detto sino ad ora, trovo inspiegabile e impossibile che il design possa scomparire o essere sotituito. Il design racchiude in sé molteplici funzioni e significati, necessari all’uomo per la sua esistenza. Ed anzi, penso che nella società odierna, che si distingue per il suo cinico consumismo, il design abbia assunto un valore ancora maggiore. Starck parla di dematerializzazione, sicuramente un concetto affascinante e misterioso, ma che enuncia un’astrattezza a cui l’uomo non è preparato, poiché essa presupporrebbe il termine dell’utilizzo dei sensi, mezzi grazie a cui l’uomo è in grado di vivere.
    Concludo dicendo che non mi trovo in accordo con Philippe Starck, e trovo maggiormente corretto definire il design saturo allo stato attuale, ma è anche vero che si dice che una cosa non esiste finchè non viene inventata, e perciò c’è un infinito margine di creazione all’interno del design, così come nella moda, che troverà ancora più adito con l’avvenire di nuove esigenze date dallo scorrere degli anni.

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  13. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 Febbraio 2020 at 09:29

    Ottimo intervento. Intelligente, preciso, ben articolato. Michela ha preso spunto dalle mie forzature interpretative per mostrarci la sua disinvoltura nell’affrontare discorsi di frontiera sul design.
    A mio avviso ha fatto emergere un aspetto spesso dato per scontato, che provvisoriamente definirei: la vocazione transitiva del design. Il buon design non solo ci mette in contatto (qualità percettive) con l’oggetto per inscrivere l’esperienza che ne facciamo nel quadro delle passioni tipicamente umane, ma ci spinge a classificare questa esperienza. In tal modo l’oggetto diventa significante e entra a far parte di un progetto (o stile di vita).
    Non escludo che nel futuro una macchina algoritmica capace di lavorare con dispositivi di calcolo in parallelo, possa indovinare la fattura dell’oggetto capace di emozionarci. Ma ammesso che questo avvenga come faremo a immaginare che il robot sia cosciente che è proprio quella forma e non un’altra a essere giusta? Sì certo, glielo dirà un operatore. Ma a questo punto la macchina algoritmica sarà semplicemente un dispositivo immensamente più complesso, ma simile a tutti gli altri creati nel corso della storia dei bipedi parlanti, ovvero una sorta di proiezione esterna dello strano modo di funzionare del nostro apparato psichico, bisognoso di ordine ma condannato a provare le emozioni più significative là dove l’ordine si incrina.

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  14. GIADA (L)   18 Febbraio 2020 at 16:13

    “La morte del design” il titolo stesso porta a delle profonde riflessioni su quanto siano labili le certezze umane.
    Trovo che le affermazioni di Stark e Marchetti, pur parlando con condizione di causa, siano sentenze troppo precipitose. Senz’alcun dubbio il concetto di design, come le figure professionali che se ne occupano, hanno una definizione “precaria” per così dire, in continuo mutamento.
    È proprio così, la figura del designer è in continua ricerca verso soluzioni geniali: Arte che si dirama in oggetti, abiti, costruzioni, che hanno come scopo quello di trasmettere una comprensione di ciò che accade nel mondo, la mia visione è all’incirca questa ma so che potrebbe cambiare con il tempo.
    “Cambiamento” è la parola che orbita attorno al design: in fin dei conti quindi non mi sento di condannare le visioni estremiste di Strack e Marchetti, forse perché anche loro stessi volevano trasmettere ai lettori che la tecnologia, se utilizzata in modo corretto, può arricchire ed agevolare lenti e obsoleti processi, ma che allo stesso tempo un uso scorretto ed inadeguato può condurci ad un futuro insapore.
    Il Coding è senza dubbio un sistema che verrà utilizzato nel campo del design perché aspira ad averne lo stesso scopo: ovvero quello di risolvere i problemi, attraverso dei codici. Concetto che riprende le teorie sulla cibernetica di Turing: ovvero lo studio di trasmissione di informazioni in modo più sintetico possibile, arrivando a comprendere che siamo predisposti all’elaborazione di segnali in cambiamento e che la percezione si può sviluppare.
    Il voler risolvere problemi, cercare le risposte non è, da sempre, lo scopo dell’uomo? Ecco che anche un qualcosa che ci appare diverso e lontano da noi, in fin dei conti ci assomiglia più di quanto immaginiamo.
    La tecnologia quindi, ha lo scopo di tentare il raggiungimento di una perfezione a cui l’uomo stesso aspira ma che non possiede: grazie alla quale otteniamo proiezioni digitali molto più efficaci rispetto ai metodi arretrati (anche se ancora pieni di fascino per qualche nicchia della popolazione).
    In fondo sappiamo che le generazioni passate hanno sempre avuto una visone pessimistica della tecnologia (la immagino simile al film Blade Runner del 1977): che in qualche modo potesse superarci, sostituirci, sormontarci. Ma per chi come noi millennials ci è nato e cresciuto, non spaventa, in quanto non è qualcosa fine a se stessa, bensì uno strumento dedito all’uomo… in continuo cambiamento, grazie a l’uomo, e perché no, anche in simbiosi con esso.
    In conclusione se mi chiedeste cos’è che rende l’essere umano nonostante tutto insostituibile, direi senza alcun dubbio che sono proprio i difetti, che generano una serie di fattori irriproducibili quale la sensibilità, la capacità di emozionare ed emozionarsi, di comprendere e intuire messaggi nascosti anche dietro ad un’immagine.
    Come già compreso, non è forse l’inaspettato a produrre una maggiore attenzione negli occhi di chi guarda?
    E così l’arte di stupire, di immaginare ciò che non è stato mai pensato, ci porta ad essere sempre un passo avanti a ciò che esiste

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   18 Febbraio 2020 at 20:46

      Mi è piaciuto l’intervento di Giada. Molto sensato e realista. Se posso permettermi una obiezione leggera leggera, le ricorderei che non esiste solo il design artistico. Esiste anche un design per prodotti di massa che non richiede voli pindarici. È questo tipo di design che verrà colonizzato dal coding.

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  15. Maite (L)   20 Febbraio 2020 at 14:46

    Questo articolo mi ha fatto riflettere su varie tematiche:

    Partiamo prima di tutto dal design come definizione in sé, o meglio, dalla mia personale definizione:
    Quando si parla di design oramai, noi occidentali, pensiamo a mobili, oggetti sofisticati che hanno un valore molto elevato.
    Ne è un esempio la famosa poltrona di Gaetano Pesce che viene a costare 4000 euro circa, oppure la sedia Ghost di Starck, citata precedentemente, che viene a costare 125 euro.
    Una sola sedia.
    Esteticamente e concettualmente hanno portato tanto scalpore ma diciamoci la verità, è un design d’élite.
    Non tutti hanno la possibilità di sfruttare e usufruire dei magnifici oggetti progettati dalle grandi menti.
    Pensiamo all’africa o alla Colombia, una sedia di 2000 euro non è un vero e proprio bisogno.

    Il mio design è un design che mi piace definirlo sociale, creato dall’uomo per l’uomo.
    E proprio per questo, i designer, devono cercare di essere dei ‘’tuttologi’’.
    L’uomo di sé e per se è un essere estremamente complicato e per questo motivo necessita di uno studio approfondito.
    Bisogna essere in grado di progettare unendo 4 macro tematiche:
    – l’arte, che ti permette di interrogarti sul mondo che ci circonda;
    – la scienza, che cerca di rispondere alle domande che l’uomo si pone;
    – la tecnologia, che tenta di mettere in pratica ciò che l’uomo pensa;
    – e l’ambito umanistico, che ‘’umanizza’’ tutti gli oggetti creati secondo l’uomo.

    In poche parole, vedo il Design come LA soluzione a problemi seri e gravi, come povertà, fame ecc. che possono essere risolti intelligentemente e saggiamente.

    Vorrei definire anche cosa significa per me essere intelligenti e saggi : una persona intelligente è una persona che è in grado di risolvere un problema in maniera furba e logica; una persona saggia, invece è una persona che ha fatto/ ha esperienza in vari settori e che è in grado di trovare soluzioni giuste.

    Difatti, il mio pensiero coincide in parte con il discorso sull’empatia di Michela.
    E posso affermare con certezza che il design non potrà mai morire definitivamente.
    L’uomo è spinto a muoversi dai suoi bisogni i quali devono essere soddisfatti.

    Parliamo ora del design odierno: siamo in uno stallo in cui i creativi non hanno un vero e proprio movimento o filone da seguire, esiste solamente un grande punto interrogativo.
    Certo, in questo ultimo periodo si sta sviluppando un design green ed eco ma a livello concettuale trovo nel mondo ancora molta confusione.

    Per quanto riguarda il futuro, Starck afferma che il design verrà rimpiazzato dai robot che racchiuderanno tutte le funzioni dei singoli oggetti, mentre Marchetti ritiene che il processo creativo sarà sostituito da un algoritmo matematico.

    Tragica e drammatica l’affermazione di Starck, ma non penso sia corretta.
    La tecnologia è uno strumento che noi designer sfruttiamo al massimo.
    Certo, oramai la tecnologia è capace di aiutarci a sviluppare oggetti che siano in grado di soddisfare l’uomo, ma non prenderanno mai il sopravvento.
    Il design nasce da menti creative che sappiano vedere oltre l’orizzonte.
    Le macchine o i robot questo non lo sanno fare.

    Ricollegandomi anche alla affermazione di Marchetti, bisogna ricordarsi che la creatività nasce da uno tsunami di idee innate, lampi di genio che si manifestano in ordine casuale e di diversa intensità/ importanza.
    Successivamente si organizzano attraverso una selezione logica e prevalentemente corretta delle idee migliori.
    Al contrario, un computer nasce, nel vero senso della parola, da codici ( codice binario ), importati dalle nostre menti umane, che hanno già una loro organizzazione e un loro ordine logico.

    Ricapitolando: l’uomo parte dal disordine per arrivare all’ordine, mentre la macchine dall’ordine potrebbero arrivare al disordine, che comunque è programmato.

    Infatti, come ha scritto il professore nel suo articolo: non siamo in grado neppure noi umani a capire il mistero dei nostri processi cognitivi, figuriamoci un robot che alla fin fine è creato da noi stessi.

    Rispondi
  16. james   22 Febbraio 2020 at 15:27

    Il design sociale al quale aspira Maite è molto più importante di tutte le chiacchiere che ho letto compreso l’intervento dell’autore. Forse verrà il giorno in cui saremo oberati da algoritmi ma spero che nessuno ci impedirà di scegliere secondo la nostra natura.

    Rispondi
    • ann   22 Febbraio 2020 at 18:16

      Sono d’accordo. Il rilievo di Maite sull’importanza del design sociale anche in un’ottica anti-algortimo è giusto.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   23 Febbraio 2020 at 15:56

        In un certo senso tutto il design è sociale. È la natura transitiva dell’oggetto creato per uno scopo a creare questa funzione complementare.

        Rispondi
        • maite   24 Febbraio 2020 at 10:32

          Forse sarebbe più corretto definirlo come design SUPERsociale, indirizzato quindi a specifici bisogni, di prima necessità.

          Rispondi
          • Antonio Bramclet
            Antonio   24 Febbraio 2020 at 14:01

            Il design Supersociale mi piace. Però che cosa significa? Togliere tutto il superfluo dai prodotti di massa? Non si rischia di banalizzarli?

          • Maite   24 Febbraio 2020 at 15:26

            rispondo ad Antonio: il design Supersociale non per forza deve essere ”l’unico” design al mondo.
            Questa ricordo che è comunque una mia visione.
            il Superdesign è un design specializzato nella risoluzione di bisogni primari in maniera intelligente per permettere alla gente della classe medio-bassa/bassa di usufruire dei prodotti.
            Mi immagino di applicarlo soprattutto in un luogo con problematiche gravi, come il terzo mondo.
            Ovviamente in occidente questo design è meno richiesto ma forse in qualche caso potrebbe essere utile.
            Per esempio, per rispondere alla domanda sul superfluo, si potrebbe trovare una soluzione per i prodotti per capelli i quali, invece che essere realizzati di plastica, sono realizzati in bambù.
            Non è un togliere tutto ciò che è superfluo, ma analizzare i problemi più critici e trovare una soluzione intelligente che non abbia un grosso impatto economico.
            Questo non mi sembra ”banalizzare un oggetto” anzi, lo si rende migliore sia dal punto di vista ambientale, prendendo come esempio il flacone per i capelli, sia dal punto di vista del compratore che acquista un prodotto che sa che non inquina e moralmente si sente sollevato.

  17. MelitaL   24 Febbraio 2020 at 10:50

    Arrivati al 2020 ovviamente le differenze con i decenni e secoli precedenti, si fanno sentire e sono molto più evidenti. Alcune caratteristiche sul futuro, sulle quali si è costruito storie e intere correnti di pensiero, si stanno affermando e altre smentendo. Di sicuro il mondo del 2100 sarà in parte come ce lo siamo immaginato, ma dovremmo risolvere alcuni problemi, che invece avevamo tralasciato nelle nostre visioni: come il surriscaldamento globale. È anche vero che l’eco sistema cambia e si evolve: c’è e ci sarà bisogno di lottare per la nostra sopravvivenza, dell’umanità.
    Con l’avvento delle tecnologie nel secolo precedente e la loro rapida evoluzione, espansione all’interno della società mondiale, tutti i vari sistemi che la caratterizzano si sono sviluppati di conseguenza e intrecciandosi con il mondo digitale. L’arte e il design sono state, possiamo dire, quelle realtà che più ne hanno risentito e che più stanno manifestando l’avvento e l’evoluzione dell’era tecnologica.
    Perché? Se ci riflettiamo un attimo, l’arte e il design, nelle loro molteplici varianti, sono quelle manifestazioni dirette e non filtrate della mente della persona, nei confronti di come vive la realtà. È uno sfogo o un metodo di comunicazione universale e diverso, che permette di rendere i problemi e esperienze dell’artista o designer, accessibili a tutti.
    In questo caso, in questo articolo, sono stati nominati due visionari molto diversi tra loro. Il primo è Philippe Starck, uno dei più grandi e conosciuti designer di tutti i tempi. Non si è mai accontentato di lavorare in una sola direzione, con un solo metodo. Più di diecimila oggetti portano la sua firma; tra varie collaborazioni e progetti, troviamo quelli più famosi come le sedie per la Kartell o lo spremiagrumi per Alessi. Il materiale a cui tiene di più e per il quale è conosciuto è la plastica. In varie interviste afferma che è da sempre coinvolto nell’ecologia, nel risparmio dei materiali e energie, impiegate per la costruzione di un oggetto di design: come lui pochi altri artisti e designer possono affermare con tale sicurezza di riuscire a lavorare, in linea con i bisogni dell’ambiente. Penso che questo sia un grande ed evidente segno di un design e pensiero proiettati verso un futuro lontano: anche se messo in pratica da molto tempo, il fatto di creare e pensare al proprio lavoro, come qualcosa che debba rispettare l’altro e la natura, cercando sempre materiali e metodi di creazione alternativi, sia già di per sé futuristico e visionario.
    Ma nell’intervista che anche il prof. Cantoni prende in considerazione, si parla no di futuro in generale e neanche di pensiero futurista, ma proprio di cosa succederà al design in un’epoca che forse noi, non avremmo neanche il piacere di vedere. Lui parla di dematerializzazione, dell’umanità e degli oggetti che costruiscono la nostra vita: come vivere e soddisfare i nostri bisogni materialistici con il minimo dei materiali e delle energie, rinnovabili e alternative ovviamente.
    È difficile fare per me un commento corposo e ricco di miei pensieri, quando sono così tanto d’accordo con quello, che l’artista Starck sostiene. L’unico pensiero che mi ronza nella mente, è che nella contemporaneità siamo così legati ai materiali e agli oggetti, che ci sta portando all’esagerazione. In un tempo futuro, quando per colpa di questo abuso dei materiali presenti in natura e quelli che ne ricaviamo da essa, verranno a mancare, entreremo in una crisi senza precedenti. Sarà in quel momento che vedremo gli oggetti non più soltanto come realtà semplici, composte da materiali e senza vita, ma come insieme di nostre emozioni, ricordi e sensazioni.
    A questo punto mi viene in mente la presentazione di una mia amica e compagna di corso all’università. Durante le lezioni di arte lei presenta quest’artista e la sua opera, che meglio traduce e rappresenta tutto questo lungo e esasperante discorso: Joseph Kosuth è un artista dell’arte concettuale, se la definiamo come corrente. In sostanza l’arte dal XX secolo, non è soltanto un processo creativo dotato di abilità manuali, ma la genialità e la diversità che fa di una persona, un artista, sta nel pensiero che sta dietro alle creazioni. Queste sono solo la manifestazione. Lui, come tanti altri, togliendo il superfluo arriva prima e più direttamente ai processi mentali: questo perché gli oggetti che fa, non sono legati alla realtà io cui viviamo, quindi i nostri sensi non funzionano in maniera convenzionale e vanno in crisi. Riprendendo Joseph Kosuth e il suo riduzionismo (come quello di cui parla Starck), possiamo osservare la sua opera 1 e 3 sedie, dove va a rappresentare la sedia in tre diversi modi: con l’oggetto reale, la sua rappresentazione fotografica e quella verbale. Cosa centra vi chiederete? In questo modo lui non porta in primo piano l’oggetto in sé, ma i processi mentali che ci sono dietro. L’oggetto, i materiali e la sua manifestazione passano in secondo piano, in primo piano invece porta quello che è quell’oggetto per noi.

    Nel commento invece del secondo personaggio citato nell’articolo, mi trovo meno in difficoltà. Marchetti, direttore e manager di YOOX, il sito e-commerce che ha portato ad una visione nuova della moda: quella attraverso la vendita e l’acquisto online. All’inizio questi due mondi sembravano troppo distanti, ma lui riuscì a farli convivere e a costruire un nuovo pensiero, che ha rafforzato e evoluto un mondo, come quello della moda che è così tanto legato e in connessione, con i cambiamenti della società e del mondo. Cosa afferma però? Un algoritmo sarà in grado di sostituire la mente e la mano dello stilista. Posso dire che quest’affermazione è tanto vera quanto spaventosa. Frequentando un’accademia d’arte sto sentendo e provando cosa vuol dire fare moda nella contemporaneità: per le nostre collezioni e creazioni non utilizziamo soltanto carta, matita e colori. Il mondo digitale si intrufola sempre in qualche modo: o in parte, come completamento e come caratteristica in più, positiva e che rafforza la creazione e la concezione della nostra creatività e abilità, agli occhi degli altri; o del tutto. Infatti ci sono molti stilisti che utilizzano soltanto il computer per la creazione e il disegno dei capi d’abbigliamento.
    Tutto questo è però diverso da quello che ha affermato Marchetti. L’impatto che hanno avuto gli stilisti del passato, sulla società e sulla storia, è stato perché avevano una connessione con il corpo umano e con l’epoca in cui questo corpo esisteva, unica e diversa. Che gli ha portati ad essere i grandi, i rivoluzionari: parlo non soltanto di Chanel e Dior, ma di brand come Comme de Garcons, Margiela, McQueen, Paco Rabanne, YSL, Mugler, Westwood, Balenciaga, ecc.
    Le emozioni e la mente umana non si trova ancora in una macchina digitale. L’impatto che avrebbe una creazione per l’uomo, fatta attraverso un codice/algoritmo, non potrà mai essere così forte dal punto di vista emozionale, come quella realizzata dalla mente umana stessa. Soltanto una persona prova, sente e si emoziona come un’altra persona, che invece di creare fruisce l’oggetto. L’impatto quindi non sarà mai lo stesso, questo non vuol dire che sarà per forza negativo: soltanto diverso.

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    • maurizio   25 Febbraio 2020 at 08:23

      Questo dibattito mi interessa molto e ho apprezzato tutti commenti. Ma questo non significa che io sia d’accordo al 100 % su tutto. Per esempio come fa Melita a non accorgersi della contraddizione di Stark il plasticone? Dematerializzare con la plastica? Ma lo sapete quanti danni all’ambiente produce la plastica? E poi vorrei chiedere a Melita: se sei stanca e vuoi sederti su una sedia, cosa fai? prendi il dizionario e leggi la definizione? e se la sedia ha uno spuntone sul sedile o una gamba più corta, ti senti sicura perché hai letto che è una sedia o cominci a capire che il “come” viene fatta vale di più delle parole?

      Rispondi
      • MelitaL   26 Febbraio 2020 at 09:22

        Inizio a rispondere a tutte le tue domande, anche se alcune le trovo buttate la giusto per. Intanto la dematerializzazione di stark non è legata soltanto alla plastica come materiale, ma alle sue caratteristiche. Come per esempio la sedia di stark, semplice lineare e trasparente. Che ci fa soltanto ricordare che è una sedia e ci permette di sederci. Ma in realtà in uno spazio tutto bianco quasi non si vede.
        Altra cosa importante che nel mio commento ho accennato, è che stark utilizza una lavorazione completamente in linea con l’ambiente e con un impatto minimo. E lo fa ormai da decenni. Questo secondo te lo porta ad usare la plastica normale? Sarebbe un po’ una contraddizione. Come ben saprai, visto che sai anche che la plastica inquina, esiste un tipo di plastica chiamato bioplastica. Oppure come anche lui a dichiarato il suo uso della plastica è minimo, economico come anche i processi di lavorazione. In questo modo si usa meno materiale, meno energia per produrlo e si producono oggetti che utilizzano meno materiali. Comunque se vai a cercarti le varie opere che ha fatto ne troverai sia quelle di plastica, sia quelle di metallo, che quelle anche fatte di materiali riciclati.
        Comunque altra questione da te sollevata. La mia analisi finale sul concetto è non l’oggetto, come anche te hai capito ma ti piaceva fare un commento diverso, era in risposta all’articolo sul coding; era una riflessione sul concetto significato dell’oggetto e l’oggetto stesso. Ho riportato delle informazioni anche dal mondo dell’arte, che da Duchamp (dall’inizio del 900), il significato che sta dietro nel mondo della psiche, è importante o più importante dell’oggetto reale. E penso che dicendo sedia, soltanto grazie ai processi mentali e al significato che per noi ha questa parola, riconosciamo quell’oggetto come sedia (che poi ogni cultura e parte del mondo ha la sua manifestazione reale di questo concetto – sedia, è un altro discorso). QUELLO CHE VOLEVO DIRE IO, È CHE È GRAZIE AL SIGNIFICATO E ALLE SENSAZIONI LEGATE AD UN OGGETTO SPECIFICO CHE QUESTO VIENE RICONOSCIUTO DALLA NOSTRA PERCEZIONE.

        Rispondi
        • maurizio   26 Febbraio 2020 at 10:16

          Peccato che la tua bioplastica NON SIA BIODEGRADABILE in modo così scontato come fai intendere. E poi toglie spazio all’agricoltura che ci serve per mangiare, a meno che Starck il plasticone non inventi la sedia che non si vede, però la puoi mangiare. Inoltre a me risulta che le bioplastiche siano in effettiva circolazione da una decina di anni. Starck plastifica il mondo da mezzo secolo. Se oggi parla di ecologia mi tolgo il cappello. Ma chi osa dire il contrario? potrebbe vendere? Ma il dire è molto diverso dal fare.
          Citi Duchamp. Se ben ricordo nel suo quadro con la pipa, scrisse “Ceci ne pas une pippe”. Ma questo non significa esattamente il contrario di quello che sostieni tu? Il significato verbale produce un mondo suo e non corrisponde a ciò che percepiamo.

          Rispondi
          • MelitaL   27 Febbraio 2020 at 00:29

            Il tuo commento quasi reggeva.
            Prima di scrivere accertati che le tue affermazioni siano corrette/giuste… Di chi è il dipinto”ceci ne pas una pipe”?

          • maurizio   27 Febbraio 2020 at 10:39

            M…a! mi sono fregato da solo. Chiedo scusa a Magritte, a Melita e a Mywhere.

          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   27 Febbraio 2020 at 11:01

            Il quadro si intitola “Ceci n’est pas une pipe”, quindi avete sbagliato entrambi. I contenuti critici che avete messo in gioco sono molto intriganti. Direi che il match, espresso in termini calcistici, potrebbe essere numerato con un 3 a 2 per Melita.

          • ann   28 Febbraio 2020 at 09:14

            Per me Melita non si è sbagliata. Ha voluto ironizzare anche sull’errore di scrittura di Maurizio, storpiando lei stessa il titolo. Quindi per me vince 4 a 0.

          • james   29 Febbraio 2020 at 09:47

            Io preferisco il basket. Vince Melita 101 a 66.

          • Mario   29 Febbraio 2020 at 10:29

            Meglio il tennis. E’ più elegante. 6-1,6-2,6-2 per Melita.

          • Antonio Bramclet
            Antonio   2 Marzo 2020 at 14:07

            Come siete spiritosi! Ci manca solo il Ping pong e poi Maurizio è sistemato. Però io ritengo che dovreste motivare perché Melita vi ha straconvinto.

          • Mario   3 Marzo 2020 at 10:41

            L’intervento di Melita è di qualità superiore. Maurizio anche senza considerare l’errore di aver confuso Duchamp con Magritte, cosa dice? Accusa Starck di essere un plasticone e niente di più!

      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   4 Marzo 2020 at 09:55

        Non sono d’accordo. L’intervento di Maurizio, aldilà delle note critiche sulla plastica, si articola su una questione che avete sottovalutato. Melita, nel suo travolgente testo a un certo punto cita un artista concettuale ovvero Joseph Kosuth. In particolare descrive una delle sue opere più conosciute: una e tre sedie, cioè una sedia fisica (al centro), la sua fotografia (a sinistra di chi guarda), una definizione tratta da un dizionario (sulla destra). Cosa vuole dirci Kosuth? Senza dubbio intende ridimensionare l’ossessione dell’arte per questioni formali, mettendo in una posizione di privilegio il “concetto”. Detta come vuol detta, la questione suona così: prima viene il concetto poi la forma. È questa la tesi che Melita sembra sposare e che Maurizio mette sotto osservazione. Sostanzialmente le dice: guarda che se vuoi sederti comodamente o vuoi provare il sentimento di bellezza nella sedia che hai comprato, la definizione cioè l’essenza/concetto/idea, ti servono fino a un certo punto. In questo caso la forma domina il concetto e non viceversa. Niente male come intervento critico. In relazione al testo di partenza sorge una domanda: ma a noi cosa ce ne frega? È semplice: il concetto interpretato come l’essenza di qualcosa è integrabile al coding, gli effetti delle forme molto meno.

        Rispondi
        • MelitaL   5 Marzo 2020 at 19:55

          Nel mio intervento volevo dire che l’idea e il concetto di un oggetto, quindi il suo significato, emotivo e non, per noi persone, ha una forte influenza sulla nostra percezione, creazione e visione di un oggetto. Dal punto di vista dle coding, si può collegare con il fatto che ci mettemmo sempre qualcosa di umano nella creazione di qualcosa, quindi secondo me permetteremmo fino ad un certo punto, alle macchine di prendere il nostro posto.

          Rispondi
  18. Mario L   25 Febbraio 2020 at 16:23

    Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.

    Vorrei partire dalla prima risposta data, alla domanda che viene fatta a Philippe Starck.
    Io credo che ciò che Philippe ha detto e affermato, sia da una parte vero e dall’altra un pò meno.
    Per quale motivo? semplicemente perché forse, molte persone, ad una risposta del genere o a delle domande come questa, si creano già un film mentale, che ridà a tutte quelle creazioni cinematografiche “fantasy”, dove i mondi sono pieni di tecnologia, macchine volanti, oggetti di Design assurdi e improbabili da poter pensare e realizzare.
    Ma è anche vero, che per poter realizzare una cosa del genere, come un film, ci vuole una fantasia e una mente di alto livello, quindi non metto in dubbio, che forse, un’indomani, si possa arrivare ad un mondo di quel tipo, ma sicuramente NON sviluppato come quello che vediamo nei film.
    Riprendendo quindi il discorso del Design, creato dalla mente umana, con delle basi solide alle quali ci si sofferma per la creazione di un nuovo oggetto, o qualsiasi altra cosa che sia anche un edificio e quant’altro non potrà mai scomparire e sicuramente non potrà mai essere sostituito da menti artificiali o corpi artificiali.
    Si parla quindi anche di “coding” è sicuramente qualcosa di interessante al quale tutti prima o poi dovremmo soffermarci e studiare, perché comunque il mondo è sempre in piena evoluzione, ma non si può dire che il Design morira’, per questo motivo, non mi sento pienamente d’accordo con Philippe Starck, ma sicuramente sono d’accordo sul fatto che molti oggetti, o realizzazioni di Design saranno ad un livello altissimo di sviluppo al quale solo poche menti, di cui alcune messe insieme, saranno in grado di poter realizzare.

    Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani”.

    Rispondendo a ciò che Marchetti afferma, penso che si sbagli alla grande.
    Per un semplice motivo, rispondendo solamente con “Emozionale”, non potrà mai accadere che qualcosa realizzato da menti artificiali, possa sostituire l’emotività delle persone, che solamente con la mente umana si può dare.
    A meno che la nostra mente non venga trasformata in qualcosa di Bionico che ci farà amare solo quello che si vuole da qualcun’altra, ma non credo che succederà.
    Sicuramente delle menti artificiali ci saranno, ma come d’altronde esiste già, e lo vediamo in semplici cose, che vengono realizzate per creare altro ed essere inserire nella nostra società.
    Ormai la tecnologia e gli sviluppi ci stanno mangiando e massacrando contemporaneamente, basta vedere delle semplici foto che girano in rete, o alzare un secondo della nostra vita la testa da un semplice schermo e vedere come tutte le nostre menti vengano mangiate.
    Ancora sto sperando in un piccolo cambiamento, in un cambiamento dove tutte le persone possano capire l’importanza di poter tornare a leggere un libro, o fare attività che non comprendano la tecnologia.
    Sicuramente ne sono affetto anche io da questa cosa, non lo metto in dubbio, oramai la tecnologia serve molto, per essere a contatto con altre persone, per lavoro, per svago, cosa alla quale mi appoggio perché mi serve e sono nato in un’epoca che si sta sviluppando cosi, ma comunque bisogna starne un pò alla larga.
    E se non siamo noi i primi a capirlo, nessuno lo farà mai.

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  19. Alex B Laba   29 Febbraio 2020 at 12:55

    Credo che discorsi di questo genere siano sempre esistiti, e sempre esisteranno. Ci interrogheremo sempre su come sarà inteso il design ”tra vent’anni”; sarà successo sicuramente durante le due rivoluzioni industriali o durante la diffusione dei primi computer. Ovviamente tale quesito, dal quale nasceranno delle previsioni su tempi futuri, suscita sempre estremo scalpore ed interesse, e da esso fuoriescono sensazioni prevalentemente negative nei confronti di ciò verrà.
    Questo perchè una gran parte della società ha sempre avuto un atteggiamento di timore riguardo al futuro e alle sue tecnologie. Osservo come molte persone siano tristemente ancorate al benessere attuale, alle abitudini del presente, senza la minima curiosità o fiducia nel futuro.
    Sembra che tutto ciò che ci sarà nei prossimi anni rappresenti un ostacolo per la vita dell’uomo, che il design e la tecnologia non miglioreranno l’esistenza umana, anzi, la spingeranno ulteriormente verso il baratro.
    Forse non tengono in considerazione il fatto che, proprio come la tecnologia, anche la percezione dell’uomo in confronto di essa sia in continuo mutamento/progresso.
    E’ ovvio che se si immagina un futuro (in cui la maggior parte delle funzioni saranno svolte tramite l’utilizzo del coding), e lo si fa rimanendo percettivamente legati ad un presente (in cui ancora la componente manuale all’interno del processo progettuale occupa un importante spazio) si rischia di rimanere scioccati, intorpiditi.
    Pensare al futuro richiede sempre uno sforzo mentale non banale, in quanto tale azione induce ad un doppio salto temporale; da un lato a livello tecnologico, dall’altro a livello percettivo, o meglio come l’uomo percepirà mentalmente la sua futura quotidianità.
    Quindi se l’evoluzione del design prevede come step successivo quello della programmazione, significa che estetica e creatività si adegueranno ad essa, o viceversa; di certo non svaniranno nel nulla, anzi, continueranno sicuramente a giocare un ruolo fondamentale.

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  20. Giuliana LABA   1 Marzo 2020 at 20:30

    Parlando di futuro, o forse di presente, non possiamo non parlare di coding!

    Il coding è a tutti gli effetti da intendere come la nuova lingua, che permette di “dialogare” con il computer per assegnargli dei compiti e dei comandi in modo semplice.
    Non a caso verrà infatti inserita a breve nelle scuole, già dalle elementari.

    Giocando a programmare si impara ad usare la logica, a risolvere problemi e a sviluppare il “pensiero computazionale”, un processo logico-creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti, per affrontarlo più semplicemente un pezzetto alla volta, così da risolvere il problema generale.
    Da questa semplice definizione, si può già intuire che il coding è e sarà il protagonista del secolo.
    Per i cosiddetti conservatori, abituati a vedere sempre gli aspetti negativi del progresso, e per quelli del “era meglio una volta”, questa storia di progresso mette quasi paura.
    Se non si accetta positivamente e quasi “disinteressatamente” il presente, si rischia di rimanere intrappolati in alcuni schemi di pensiero poco funzionali. Si vive nel passato, e si spera in un folle ritorno alle origini.
    Ma per le menti aperte, pronte ad accettare l’evoluzione, le cose positive da vedere sono innumerevoli. Non sto però negando che, ovviamente, come ogni cosa nuova, innovazione o progresso, ci siano due facce della medaglia. E che quindi di fianco agli aspetti positivi ci siano anche delle cose negative.
    È tuttavia insensato vivere in quella malsana nostalgia, che fa ripensare al passato con il nodo in gola. Ciò che ne è stato del passato, è ormai passato.
    E se vi è stata un’evoluzione, vi è per forza un aspetto positivo.
    Oltre i conservatori e i realisti, vi è però un’altra categoria un po’ folle, che accetta sì l’evoluzione, ma ciò che non accetta, o oserei dire non vede, sono gli aspetti negativi. Questa categoria omette, per assurdo, tutto il resto. Vedono il progresso, l’evoluzione, e si dimenticano del resto, come se non servisse più e si potesse eliminare!
    Prendo l’evoluzione tecnologica, piuttosto che il coding, o concetti come il bionismo, e la dematerializzazione, pongo il focus su di essi, mi esalto per tutti i loro aspetti positivi e mi dimentico del resto, come se tutto ciò che è venuto prima smettesse di esistere.
    E questo è un po’ quello che vi è dietro i pensieri di Phlippe Starck, e di Marchetti.
    Certo, vi sono sicuramente delle cose che, evolvendosi, possono essere eliminate o sostituite da altre. Ma ve ne sono altre, da non sottovalutare. E senza le quali nulla avrebbe quasi senso.

    Che il coding sia il protagonista indiscusso del secolo, non ci sono dubbi. Ma non dobbiamo perciò eliminare o mettere da parte le emozioni, o il design.

    Se immaginiamo un mondo, o anche solo una stanza, “nuda”, senza oggetti, con il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti, stiamo sicuramente parlando di un mondo o una stanza rivoluzionaria e nuova ai nostri occhi. Siamo nel futuro, nell’evoluzione. Ma anche in quel caso, quel nuovo mondo o quella nuova stanza, avrà un suo design. Che sia un design nudo e povero, o che sia “trasparente”, sarà pur sempre un design, un gusto stilistico, che lascerà inevitabilmente delle emozioni.

    Non si può prescindere dalle emozioni. E perciò, non si può prescindere dal design.
    Magari lo chiameranno design nudo, o coding design. Ma sarà pur sempre design.
    Saranno pur sempre emozioni. Senza emozioni, noi saremmo già morti. E vi sono un sacco di esperimenti a riguardo, che si potrebbero citare.

    Quindi pensare di poter sopravvivere senza emozioni è una follia. Sarebbe una sorta di autodistruzione. O, forse, chi arriva a pensarla così, lo fa perché sta sottovalutando qualcosa alla base, o perché ha paura, o perché pensa ed ha la pretesa di poter controllare le emozioni stesse, non rendendosi conto che così facendo finisce solo per schiantarsi contro un muro.
    Ci si annoia dei personaggi, dei lavori, delle situazioni, e persino delle emozioni, ma ciò non vuol dire che esse siano morte. Dichiararle morte vuol dire far finta che non esistano e credersi più forte delle leggi stesse della natura.
    Si pensa di comprare l’idea o l’illusione di un mondo perfetto, dove l’uomo è padrone di tutto, manipolando le teste della massa che del mondo digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, controllo e libertà.

    Il progresso tecnologico e le rivoluzioni che l’uomo sta attuando, sono senz’altro potenti ed affascinanti, ma sono a mio avviso un qualcosa in più. Non tutto è sostituibile dalle macchine o da un computer. La presenza di una mente brillante, di un’idea, di un’emozione che da valore a quell’idea, sono e saranno ancora fondamentali.

    “La funzione viene trasfigurata dalla forma”. Ed è proprio vero secondo me. La connessione mentale ed emozionale non si può trascurare. Se ciò accadesse l’umanità sarebbe in pericolo, e il suo declino, più che veloce.

    Per concludere voglio sperare che, per quanto riguarda le affermazioni dei due designer, queste siano state fatte, in realtà, con un velo di provocazione e di sfida verso la società. Che ci sia forse poca o tanta consapevolezza sotto, non so dirlo, però, se per loro tali frasi avessero un fondo di verità, su questo, ne sono quasi sicura! Ma su questo, sarà solo il tempo ad averne l’ultima parola!

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Marzo 2020 at 13:54

      Dici cose corrette. Il gioco dell’articolo non è focalizzato sull’utilità del coding, ma fino a che punto possiamo far dipendere esperienze complesse come quella di Coco Chanel, dalla programmazione.
      Poi non capisco tutta questa enfasi sul “nuovo linguaggio”. La programmazione esiste da mezzo secolo, il computer a scuola c’è da vent’anni. Siamo sicuri che i giovani siano più “logici” e razionali rispetto al passato?

      Rispondi
      • Giuliana LABA   27 Marzo 2020 at 10:02

        Certo, esiste da un po’, però finché una cosa non non si diffonde e diventa alla portata di tutti, non penso si possa parlare ancora di linguaggio, o nuova lingua. Finché una cosa non si radica nella società, è purtroppo dedicata a pochi élite. E per diffondere non intendo però il “sentito parlare”. Perciò, che esista o no da tempo, è in questo presente che viene considerata nuova lingua e che sarà presto introdotta in tutte le scuole.

        Per quanto riguarda il “fino a che punto possiamo far dipendere esperienze complesse come quella di Coco Chanel dalla programmazione”, pensavo di essermi espressa, ma forse non è arrivato del tutto il mio messaggio.
        In tutte le cose serve un equilibrio, quindi che possa nascere una Coco Chanel programmatrice, e che possa dipendere da una programmatrice un’esperienza complessa come quella della nota stilista, non è da escludere, finché non si esclude anche un certo equilibrio. In tutto serve equilibrio. E a parer mio, tra le cose fondamentali per reggere questo equilibrio, vi devono essere le emozioni. Anche, dietro con computer. Anche dietro un programma. Se vi sono anche quelle, allora perché no..

        Rispondi
        • Antonio Bramclet
          Antonio   27 Marzo 2020 at 12:00

          Un programma o un computer che si emoziona non l’ho mai visto. Il software è logica e matematica. Producono calcoli e sequenze di entità astratte. La nostra mente ha creato i presupposti computazionali del computer ma non è solo questo. Il computer non ha mai creato nessuna mente, nemmeno la propria, dal momento che per funzionare ha bisogno di istruzioni, del,e nostre istruzioni.

          Rispondi
  21. Angelica (L)   2 Marzo 2020 at 12:40

    Il design, almeno per come lo intendo io, è un mezzo che utilizziamo per un fine comune, ovvero il connubio tra funzionalità ed estetica, ora penso che i canoni di estetici e funzionali si siano un pò rivoluzionati e si sono improntati verso una visione d’avanguardia e futurista. Capita sempre più spesso di vedere oggetti e abiti dal design assurdo, quasi inconcepibile, eppure la maggior parte delle volte è ciò che sembra inaccettabile a catturare la nostra attenzione e ad avere maggior successo. Il design, concepito in tutti i suoi molteplici aspetti è in continua evoluzione e cambiamento, basta pensare alla velocità in cui vengono create nuove tecnologie, alla trasformazione della moda di stagione in stagione. Ritengo che per comprendere e proporre il design più avvincente sia necessario un accurato studio dei bisogni e dei consumi della società, trovo limitativo il dover ridurre tutto all’utilizzo di macchine che ci sostituiscano. Il design, è una forma d’arte ed è espressione diretta di emozioni. Credo che vada di pari passo con l’evoluzione e se per migliorarlo sono necessarie nuove tecnologie e avanguardie non vedo dove sia il problema. Non ritengo con ciò che una macchina algoritmica possa sostituire il lavoro di stilisti e designer di qualsiasi settore si operi, il carburante per mantenere vivo il design è proprio la mente umana, che attraverso la creatività conquista le persone.

    Prendendo in esame le parole di Philippe Starck e soffermandomi sulle parole chiave da lui citate Dematerializzazione e Bionismo. Per Dematerializzazione si intende l’attività informatica che consiste nella realizzazione di ogni documento in formato digitale, finalizzata alla distruzione della precedente materialità cartacea degli stessi documenti. Questo concetto lo comprendo, in quanto oggi siamo sempre improntati verso ciò che ci rimane più semplice ed è alla portata di tutti in qualsiasi momento si voglia, non nego allo stesso tempo che questo sviluppo mi turba, pensare che libri, giornali, riviste vengano ridotti ESCLUSIVAMENTE ad uno schermo. In prima persona per comodità e per necessità mi trovo la maggior parte delle volte ad avvalermi della tecnologia per accedere a qualsiasi notizia o ricerca io necessiti, ma allo stesso tempo utilizzo libri e riviste cartacei. Mi rimane difficile pensare ad una totale dematerializzazione. Per quanto riguarda l’altro aspetto toccato da Starck, il bionismo, ovvero un concetto che prende ispirazione dal corpo umano per creare tecnologie sempre più compatibili con l’uomo. Sono pro a questo pensiero in quanto l’uomo è sempre alle ricerca di innovazione e le necessità aumentano sempre di più, quindi ritengo corretto avvalersi di quanti più mezzi creativi possibili per incrementare lo sviluppo.

    Il coding in fondo credo che sia, imparare un nuovo linguaggio. Penso sia fondamentale studiarlo e sia corretto utilizzarlo nella giusta maniera, è una risorsa che abbiamo a disposizione perché non utilizzarla come mezzo per aumentare in maniera intelligente le prestazioni servendosene come risorsa di ottimizzazione. La programmazione non deve essere considerata un lavoro riservato a un esclusivo gruppo di programmatori, ma un linguaggio accessibile a tutti.

    Non ritengo che il Design possa morire, certamente subirà cambiamenti e sviluppi, come le variazioni che subiamo tutti i giorni, le esigenze sociali, le tecnologie, le risorse, i mezzi, i consumi. L’intelligenza umana sta nel saper cogliere al meglio tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per uno sviluppo intelligente evitando di ridurci a macchine che ragionano e operino al posto nostro. Il design in tutti i suoi aspetti è alimentato da emozioni, come può essere sostituita un’emozione? Penso non vi sia soluzione che tenga. La tecnologia oggi, fa parte di noi, è intrinseca con la nostra quotidianità, ed è inevitabile avvalersene, ritengo pero che come tutte in le cose un abuso possa essere nocivo e ci possa portare ad una sorta di plasmazione emotiva generale.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Marzo 2020 at 14:00

      Se per “plasmazione emotiva generale” volevi dire che stiamo mitizzando il coding, siamo d’accordo.

      Rispondi
  22. Luca.M. LABA   2 Marzo 2020 at 18:21

    Il Coding (programmazione informatica), si fonda su processi mentali finalizzati a 2 scopi ben precisi:
    – Comprensione e risoluzione di problemi
    – Sviluppo di idee
    In che modo viene portato all’interno delle scuole primarie? Attraverso l’utilizzo di principi di programmazione (per scrivere software), il tutto però posto in maniera intuitiva e applicati in contesti che non sono quelli tipici della programmazione. Gli studenti imparano quindi a programmare divertendosi, tramite una serie di giochi ed esercizi interattivi. A mio avviso questa nuova metodologia credo che possa essere un valore aggiunto in quanto potrebbe portare le nuove generazioni a livelli di intelligenza molto alti, ovviamente come in ogni cosa ci deve essere la giusta misura di utilizzo; i ragazzi non devono cioè farsi assorbire dalla macchina stando 24 ore su 24, giorno e notte davanti ad essa, devono si, trarne vantaggio, riuscendo però a non diventarne succubi. È questo secondo me il lieve confine tra una metodologia che può portare da un lato ad una evoluzione dall’altro invece che porti soltanto ad una vera e propria regressione. Quindi se affiancata alla giuste materie, se viene utilizzata nei modi e nelle misure corrette il coding a mio parere può essere una vera e propria risorsa per le generazioni emergenti.
    Passiamo invece alle affermazioni fatte dal designer e architetto francese Philippe Starck e dal top manager italiano Alessandro Marchetti.
    Stark afferma che in meno di 20 anni il design non esisterà più, in quanto la maggior parte degli oggetti saranno integrati altrove. Mi sono subito venuti in mente gli arredi del brand italiano “LAGO” uno dei primi a concepire arredi integrati, tecnologici e all’avanguardia. Tavoli che integrano i fornelli e assolvono quindi alla due funzioni di cucina e convivialità. Con lo smartphone invece ci si può connettere con tutti coloro che hanno lo stesso tavolo per scambiarsi ricette e inviti a cena. Questo secondo me é il tipo di design a cui fa riferimento Starck, un design apparentemente minimale che cela però funzionalità all’avanguardia. Per questo motivo trovo controproducente e non corretto affermare che il design in meno di 20 anni non esisterà più, esisterà e come. L’estetica virerà sempre di più sul minimalismo e sull’essenzialità ma al contempo la funzionalità di tali oggetti, apparentemente privi di reali funzioni, celeranno una miriade di potenzialità tali per cui non se potrà più fare a meno. Vi lascio in allegato, al termine del commento, le fotografie del tavolo di “LAGO” a cui mi riferivo precedentemente.
    Per quanto riguarda l’affermazione di Marchetti, “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica…” mi trovo anche qui in disaccordo. Se penso a Chanel penso alla sua estetica minimale, raffinata e di grande eleganza, penso al suo tubino nero, alle sue giacche in tweed con bottoni dorati, alla sua borsa in pelle matelassé nera 2.55, al suo iconico profumo “N.5”, non posso pensare ad una programmatrice informatica che esegue calcoli al computer in maniera ripetitiva per sfornare abiti. Il suo successo é stato proprio il modo di relazionarsi tra il circolo di persone altolocate dentro il quale é stata catapultata dopo essersi fidanzata con il suo primo amore Balsan, pur venendo da una realtà molto dura ( in quanto fu cresciuta in un ospizio per poveri), é riuscita comunque a distinguersi e a distaccarsi da un mondo che non le apparteneva, cogliendo solo il meglio per realizzare abiti e accessori rivolti al “popolo”, non a caso fu soprannominata la regina del “genre pauvre”. É stato proprio questo ciò che le ha permesso di distinguersi, le relazioni amorose che ha vissuto, i viaggi che ha intrapreso, la conoscenza con Misia Sert (conosciuta per il suo salotto artistico parigino, frequentato dall’elite culturale degli intellettuali d’avanguardia) che le permise di entrare in contatto con figure come Paul Morand, Pablo Picasso, Max Jacob, Igor Stravinsky e Jean Cocteau, il suo modo di affermare la propria femminilità attraverso la rivisitazione di abiti maschili… Trovo dunque difficile immaginare la stilista che, attraverso l’utilizzo del coding, fosse riuscita a dare sfogo alla sua creatività, realizzando capi della stessa valenza di quelli che conosciamo oggi. Proprio perché ciò che avrebbe creato con il coding sarebbe risultato magari a livello estetico sensazionale, in quanto é sempre riuscita a realizzare capolavori pur partendo dal nulla, a livello di contenuto però, molto probabilmente, sarebbero risultati vuoti, privi di un anima, non riuscendo così ad arrivare al pubblico tanto quanto la vera Coco Chanel armata di sesto senso riuscì a fare. Credo quindi nella validità del coding come mezzo per dare forma concreta alla creatività di noi artisti emergenti, anche in questo caso però, sempre e solo se viene affiancato alle classiche tecniche di sviluppo di un idea ( ricerca, lettura, informazione, sperimentazione materica…). Dobbiamo dunque essere sempre assetati di conoscenza nonostante le scorciatoie che ci vengono proposte, per riuscire a sviluppare idee dalle basi solide e con un messaggio da comunicare.

    Foto tavolo “LAGO”: ( https://www.lago.it/nectar_slider/prodotti-cucina-air-fornelli-bambini/cucina-rotonda-air-fornelli-a-induzione/ )

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  23. Riccardo L   3 Marzo 2020 at 10:35

    Personalmente, credo di poter comprendere la previsione annunciata dal noto designer Philippe Stark sul concetto di “Morte del design”. Basti pensare come dai primi 15 anni del terzo millennio ad oggi, l’avanzamento tecnologico, scientifico e informatico si sia evoluto e come tutt’ora stia avanzando ad una velocità smisurata. Il design ha già annunciato l’ascesa verso territori più immateriali, la domotica per esempio, ovvero quelle tecnologie volte al miglioramento degli ambienti antropizzati per cui, più che dire “vivremo in spazi vuoti”, come Stark afferma, direi io: “li stiamo già vivendo”. Mi preme però scindere l’idea che ho di design in quanto non rappresenta (per me) un’unica cosa. Anzitutto ritengo che, nonostante il design sia l’opposto di arte, rappresenta comunque una forma artistica. Lo schizzo di un designer è una forma d’arte, dietro c’è una visione, un progetto ed uno studio sia fisico che mentale e anche estetico, ciò crea l’oggetto di design. Parlando di “oggetto” mi riferisco a tutto ciò che assume una forma materiale, tangibile su cui il consumatore può fare esperienza. D’altra parte, l’ulteriore idea che ho sul concetto di design rappresenta la tecnologia che l’essere umano progetta per poter soddisfare i bisogni immateriali delle persone che a parer mio va oltre il concetto di design, la vedrei più una trascendenza. Fatte queste precisazioni dico che il futuro sarà fatto di tecnologia. Stiamo già vivendo l’era del superamento del concetto di umano, pensiamo alle aziende di robotica e al loro approccio verso le intelligenze artificiali, la cosa che ci separa dalla macchina è la coscienza, anche se ormai quel limite tra uomo e macchina è diventato veramente sottile. Tra 20 anni? Credo che la velocità con cui si svilupperà la tecnologia da qui a 20 anni viaggerà il doppio dei 20 anni precedenti, a questo punto è probabile che le due tipologie di design potranno un giorno fondersi tra le mani di un robot.

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  24. Caterina (L.)   6 Marzo 2020 at 11:17

    Personalmente penso che il coding sia fondamentale per il futuro e per la società di oggi.
    Penso sia utile inserirlo come materia di studio, perché insegna già ai piccoli una giusta interazione tra uomo/macchina.
    Anche se lo reputo uno dei miglior designer al mondo, non mi trovo d’accordo con l’affermazione di Philippe Starck, ovvero “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.
    Si, probabilmente fra vent’anni l’era tecnologica sarà ancora più sviluppata, ma non penso che essa possa sostituirci.
    Tra vent’anni, probabilmente riusciremo a fare cose che nemmeno oggi riusciamo a pensare, ma questo è solo grazie all’intelligenza umana.
    Per questo, appunto, è importante conoscere ed esplorare il coding, perché è un mezzo che potrà servirci a realizzare grandi cose ed ampliare le nostre conoscenze.
    Starck afferma che nel futuro saremo circondati dalle comodità necessarie, e allora mi sorgono due domande: al giorno d’oggi quindi da cosa siamo circondati? Non è forse la comodità una risposta del design?
    Mi sembra che la società di oggi sia già piena di comodità, e questo è grazie al design, perché design significa progettare, ricreare, migliorare, e di certo non si progettano oggetti non funzionali.
    I robot e la tecnologia non potranno mai sostituire l’essere umano, la sua esperienza e la sua percezione, perché è grazie all’esperienza che sorgono domande e starà all’uomo a trovare le risposte attraverso i mezzi che ha a disposizione.

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  25. Anna Chiara (L)   9 Marzo 2020 at 17:09

    Avendo letto l’articolo mi sono fatta un idea ben precisa riguardo all’argomento. Sono sicura che l’evoluzione, digitale informatica nel corso degli anni prenderà sempre più campo come già dimostratosi nell’ultimo decennio, il che è una cosa che ci piaccia o meno inevitabile. Penso che l’avanzamento digitale sia una cosa buona, importante, e che permetta di sfiorare sfere professionali lavorative mai raggiunte prima e di arrivare a livelli di perfezione sempre più alti (essendo questi “programmi” basati su regole matematiche algoritmi e dunque calcoli ben precisi). E fin qua ci siamo, nulla in contrario alla digitalizzazione nei vari settori anche in quello del design e delle sue varie ramificazioni. In fin dei conti è il normale evolversi delle cose. Di una cosa non sono assolutamente certa, che il Coding, ovvero questi processi matematici informatici possano sostituire il lavoro del designer, del creativo.
    Essendo macchine, da quali esperienze, sensazioni, emozioni possono prendere spunto per creare qualcosa che coinvolga emotivamente il fruitore? Che creino un legame con la mente, le parti vive di lui? Su cosa farà breccia il prodotto che ne uscirà fuori? sull’aspetto? Sul packaging? Ma poi tra l’altro questi aspetti non sono un passaggio sottinteso, sempre derivato dall’emozioni e dalle percezioni di chi lo crea?
    Il creativo grazie alle molteplici impressioni, grazie alla cultura di cui si nutre riesce a raggiungere una certa profondità nella sua creazione, ad arrivare al cuore ed ai sentimenti delle persone alle quali è destinato quell’oggetto/prodotto.
    Sono dell’idea che nel processo dell’evoluzione sia inevitabile un ruolo sempre più attivo da parte della tecnologia, ma credo anche che resti unicamente uno strumento del quale l’artista/creativo possa servirsi per creare e perfezionare il suo prodotto, il suo messaggio e non una “soluzione conclusiva” alla fase creativa.
    Penso che se un domani vivessimo in un mondo governato dalla robotica, dalla digitalizzazione, in un contesto dove l’anima umana venisse completamente repressa da questi processi matematici, se si iniziassero ad eliminare gli oggetti del design, che circondano il nostro quotidiano vivere, attraverso una semplificazione sempre più acuta, la specie umana avrebbe un esistenza limitata, ovvero; se si iniziano ad eliminare le cose che ci circondano create da un flusso interno di emozioni, che a sua volta generano nuove emozioni a chi le possiede, si passerebbe ad una semplificazione sempre più esaustiva e non solo negli oggetti che ci circondano ma in tutto ciò che ci circonda, fino alla non riproduzione, dunque all’estinzione del genere umano.Tutto questo, forse esagerato e catastrofico pensiero per dire che a mio avviso il Coding non sarebbe solo la morte del design, ma dell’intera specie umana, non fraintendetemi, non parlo del Coding in sé per sé, ma della sua eventuale applicazione senza mezze misure e senza l’intervento vivo dell’uomo.
    Credo e voglio sperare che il lavoro del creativo continui ad esistere ed ad animare le nostre vite, con gli strumenti della digitalizzazione come supplemento e mezzo per migliorare, ma senza il potere di assorbire completamente il processo creativo. Aggiungo che il Design negli ultimi tempi sta decisamente semplificando le sue forme, arrivandone appunto a una forma sempre più sintetica ma questo non significa che questo processo di semplificazione debba includere il fatto che sia una progressione verso l’annullamento del design stesso.
    Concludo dicendo che il creativo, e il suo lavoro non moriranno mai, ma si servirà del Coding , come strumento di semplificazione per raggiungere forme sempre più elevate ed efficaci, in fondo come siamo passati dai calcoli a mente alla calcolatrice, dalla scrittura manuale a quella elettronica, perché non aiutarci con processi digitalizzati per produrre gli oggetti che “allestiscono” e “riempono” le nostre vite?

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  26. Lorenzo LABA   11 Marzo 2020 at 22:05

    Leggendo il seguente articolo, posso dedurre che nella parte iniziale dell’articolo vengono citati due grandi artisti che affermano due importanti concetti. Il primo è quello che il design non esisterà più, frase errata secondo i miei gusti, poiché questo è sempre esistito, la società di oggi lo rende vivo ancora più di prima e la società del domani lo potenzierà ancora di più. Probabilmente ci sarà un processo di minimalizzazione del design, sia nel senso teorico che pratico. Come il design tutti i campi verranno digitalizzati oppure faranno parte di un “coding”, a parer mio. L’informatica probabilmente sarà l’estensione della mente del creativo, così da poter modificare senza limiti le proprie creazioni, concetto fondamentale di un’artista contemporaneo. Più che morte del design parlerei di una limitazione del design, in senso visivo..
    Una frase più corretta è quella che concerne l’idea di “dematerializzazione” dell’oggetto, che è molto lontana dall’idea della morte dell’oggetto. Per quanto riguarda il coding invece, che è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, cioè tutti quei processi mentali che mirano alla risoluzione di problemi combinando metodi caratteristici e strumenti intellettuali, sia di immenso contributo a tutti i creativi di oggi e del domani, alla società attuale e futura. Il coding a parer mio non sostituirà affatto il lavoro del creativo, poiché manca l’elemento principale che da sempre appartiene all’uomo e mai all’informatica: l’emozione, la creatività e l’esperienza. Concludo dicendo che possiamo teorizzare e basta quello che sarà tra 20 anni, alla fine non sarà mai quello che avremmo pensato… Alla fine anche 20 anni fa pensavamo che nel 2020 le macchine volassero, e la cosa mi pare totalmente diversa…Sbaglio?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Marzo 2020 at 10:55

      Cosa ne dici dei droni? Qualsiasi macchina se vogliamo può volare. Non è questa la funzione che può demarcare ciò che è umano da ciò che avrà l’impronta di qualcosa di artificiale. Chanel è stata un personaggio fondamentale per le caratteristiche tipicamente umane delle sue risposte alle sfide della vita, errori compresi. Non certo perché aveva o meno le ali.

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      • Lorenzo LABA   17 Marzo 2020 at 15:30

        Nella parte finale del mio commento volevo intendere di come il futuro non è certo come crediamo, certo ci sono macchine volanti come dice lei… i droni…. ma intendevo fare un esempio il più pratico possibile… parlavo di automobili, per intenderci… Il mio concetto era quello che non si può dare un commento preciso, giusto o sbagliato, di una condizione futura, sopratutto nel campo del design, o comunque sia quello artistico.

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  27. Lucia C (LABA)   12 Marzo 2020 at 11:35

    Lucia C (LABA)
    Al giorno d’oggi la tecnologia è sempre più importante, è parte del mondo in cui viviamo ed è un qualcosa che le generazioni successive erediteranno. Ma poniamoci sin da subito una domanda, quali sono le differenze tra informatica e pensiero computazionale?
    Innanzi tutto è necessario sapere che l’espressione ‘’pensiero computazionale’’ si intende un processo di formulazione di problemi e di soluzioni in una forma che sia eseguibile da un agente che processi informazioni. (Definizione di Jeannette Wing, direttrice del Dipartimento di informatica della Canergie Mellon University)
    Come si può ben notare nella definizione non è in alcun modo nominata la tecnologia. Il pensiero computazionale, e allo stesso modo il coding, possono essere anche indipendenti dalle tecnologie. Il loro scopo non è quello di ridurre il pensiero creativo umano alle modalità di un computer, ma serve a far capire all’uomo le capacità del proprio cervello.
    Il pensiero computazionale viene messo in atto attraverso il coding che può ssere realizzato attraverso strumenti visivi, ludici, didattici e tanto altro. Esso ci pone davanti dei quesiti o dei progetti da risolvere tramite istruzioni. Impariamo dalla nostra stessa esperienza commettendo e correggendo i errori e sviluppando così nuove capacità logiche e mentali che, a mio parere, sarebbero utili a ognuno di noi e non solamente alle nuove generazioni.
    Dunque non sono per niente d’accordo con l’affermazione che questo tipo di approccio possa limitare o addirittura eliminare l’immaginazione e la creatività.
    Il nostro mondo è da sempre soggetto a evoluzione. Nell’800 qualcuno avrebbe mai pensato che la moda si sarebbe trasformata da qualcosa di sartoriale in qualcosa di prodotto in serie (prêt-à-porter)? O pittori come Leonardo da Vinci avrebbero mai immaginato che nel nuovo secolo i dipinti avrebbero potuto essere realizzati tramite una tavoletta grafica o un computer? Io non credo. Eppure in questo modo la creatività non è in alcun modo stata scalfita o arrotondata, ma al contrario è stata data la possibilità a un numero maggiore di persone di potersi esprimere.
    Quanti nuovi designer vediamo oggi e quanti nuovi creativi che grazie all’avvento della tecnologia hanno trovato il loro modo di esprimersi. Chi non era in grado di disegnare manualmente ha trovato nel computer un nuovo mezzo di espressione; o chi non essendo artigiano e non essendo quindi in grado di realizzare oggetti di design ha trovato nelle tecnologie attuali nuovi metodi di progettazione.
    Non dobbiamo essere spaventati dall’evoluzione, non dobbiamo avere paura che il design scompaia o che la nostra immaginazione possa essere limitata in quanto i nuovi mezzi tecnologici creati non hanno l’eliminazione del pensiero creativo come fine ultimo, al contrario avranno il compito di spingere l’individuo aldilà dei suoi limiti mentali.

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  28. Damiano L   12 Marzo 2020 at 16:37

    Per iniziare mi concentrerei su fare chiarezza dal mio punto di vista sulle due affermazioni date da Starck e da Marchetti. Entrambi propongono l’idee questo futuro sulla creatività non più umano o non più per mezzo di una umanità, che lentamente verrà sostituita da un vuoto sia fisico (come gli spazi intesi da Starck) e uno mentale (mediante una serie di codici detti da Marchetti). Lasciando ben intendere che il tipo di approccio al lavoro muterà in punti in cui la nostra stessa spontanetà ed emotività verrà poi scaricata via da questi sistemi più “puri” (se così vogliamo intendere) senza la presenza del limite umano che siamo e che ci è stato fatto dono di essere. essendo il mio intento quello di concentrarmi nel futuro nel design del prodotto mi soffermerò maggiormente su questo rispetto a quello della moda (me ne scuso). Confermando per l’ennesima volta che il design nasce per dare risposte alle esigenze delle persone, cercando sempre un perenne collegamento fra l’umano (io e la persona – io e tu – tu ed io) di quello che sono i reciproci bisogni e desideri. Pertanto nel raggiungere questo scopo, noi futuri designer abbiamo il compito di seguire perennemente gli eventuali studi per rispondere alle domande che queste bisogni ed esigenze richiedono.
    Per tanto trovo immaginabile che il design e il suo futuro verra del tutto inglobato in quel pensiero asettico detto da Starck vi chiedo scuso, ma lo trovo che con quella definizione oltre alla fine del design ci possa essere la morte vera e propria di quello che è essere umani.
    Dopo una serie di ragionamenti posso affermare con certezza che il design è il mezzo per cui passiamo noi, in continuo cambiamento e allo stesso tempo, immersi nella costante evoluzione e creatività. In tutto questo devo far notare di essere d’accordo con il commento di Michela e di condividere molto di quello da lei scritto trovandolo molto di ispirazione.
    Concludo dicendo che il design non potrà scemare o omologare per poi spegnersi, ma anzi tutto il contrario dando origine a cose sempre più incredibili.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   16 Marzo 2020 at 09:12

      Sono d’accordo con Damiano. È ormai certo che ci sono software molto più potenti del nostro cervello a fare calcoli. Ma essere umani non è un algoritmo matematico. Anzi la maggioranza delle persone non si trova a proprio agio con i numeri e i calcoli. Per me il design ha più a che fare con la biologia, con il corpo, con le nostre esperienze.

      Rispondi
  29. Elena L   16 Marzo 2020 at 00:53

    Il coding essendo una programmazione informatica ed è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, permette di dialogare con i computer attraverso degli algoritmi. Senza dubbio sarà un sistema che verrà utilizzato nel campo del design perché aspira ad averne lo stesso scopo: ovvero quello di risolvere i problemi, attraverso dei codici. Il voler risolvere problemi, cercare le risposte non è, da sempre, lo scopo dell’uomo? Ecco che anche un qualcosa che ci appare diverso e lontano da noi, in fin dei conti ci assomiglia più di quanto immaginiamo. Il mondo digitale si intrufola sempre in qualche modo: o in parte o del tutto. Infatti ci sono molti stilisti che utilizzano soltanto il computer per la creazione e il disegno dei capi di abbigliamento. Tutti noi oggi ci esaltiamo per i loro aspetti positivi e ci dimentichiamo del resto, come se tutto ciò che è venuto prima smettesse di esistere.
    E questo è un po’ quello che vi è dietro i pensieri di Phlippe Starck, e di Marchetti. Nel settore della moda in effetti possiamo dimenticare la storia dell’haute couture per far spazio a questi nuovi stilisti e alle loro nuove invenzioni. Quindi possiamo dire in conclusione che il coding sia il protagonista indiscusso del secolo, su questo non ci sono dubbi. Ma non dobbiamo perciò eliminare o mettere da parte le emozioni, o soprattutto il design. Non si può prescindere dalle emozioni. E perciò, non si può prescindere dal design.
    Magari lo chiameranno design nudo, o coding design. Ma sarà pur sempre design. Penso non vi sia soluzione che tenga. La tecnologia oggi, fa parte di noi, è intrinseca con la nostra quotidianità, ed è inevitabile avvalersene. Possiamo dire che già oggi stiamo vivendo il superamento della tecnologia quindi come ogni era ci si chiede come sarà tra 20 anni il mondo?

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  30. ChiaraBLaba   16 Marzo 2020 at 10:11

    Considerando il designer, l’artista, lo scrittore, il poeta sullo stesso piano, si possono chiaramente distinguere due forze che spingano in due direzioni non per forza coincidenti. Da una parte il successo (o quantomeno la sopravvivenza) sul mercato risulta imprescindibile, d’altra parte per essere ricordato ai posteri non si può rinunciare alla ricerca dell’ideale del “bello” e del “buon gusto” avvicinando le proprie creazioni, se vogliamo, a qualcosa di ultra terreno.

    Durante un’intervista a Raf Simons, alla domanda posta su quale sia il ruolo odierno dello stilista, risponde mettendo in primo piano il processo creativo e sostenendo che ancora oggi il suo principale obiettivo deve essere quello di “creare desiderio”. Per lo stilista belga le questioni del marketing e l’imperativo assoluto di crescere hanno avuto la precedenza sulla sartorialità e sulla lavorazione artigianale, condannando i marchi ad una continua rincorsa commerciale. È proprio questo il problema odierno produrre in tempi rapidi per adeguarsi alle esigenze, ai gusti mutevoli dei consumatori.

    Le nuove donne e i nuovi uomini che vorranno entrare a fare parte del gotha artistico e culturale del nuovo millennio non dovranno per forza possedere grandi doti tecniche, ma essere in grado di sfruttare la tecnica e la tecnologia al servizio della propria sensibilità ed umanità. La macchina non toglierà spazio all’uomo, ma al contrario lo porrà ancora più al centro della scena per via delle infinite possibilità di esprimersi e dell’immensa complessità del mondo a venire.
    Già tante aziende, per scegliere le figure chiave all’interno dei propri organigrammi, prestano attenzione a esperienze non convenzionali, percorsi di studio umanistici, attività “extra-curricolari”.

    Non credo che tra vent’anni il mondo sarà come ha provocatoriamente predetto Starck. La mia idea è che la tecnologia possa fare gradi passi avanti, ma l’adozione dei nuovi strumenti da parte della maggioranza della popolazione, la quale si trova a dover affrontare altre questioni che esulano dal contesto informatico, rallenterà la visione del mondo del designer.
    L’uomo non può essere sostituibile, perciò quello che mi auguro per il futuro è che possa riconoscere i limiti all’importanza delle macchine e al contempo attribuire maggior valore alle azioni umane.

    Rispondi
  31. Chiara B. LABA   16 Marzo 2020 at 16:55

    Dopo aver letto il seguente articolo posso dire che questi due grandi designer parlano di concetti
    importanti che fanno pensare tanto.
    Sono del parere che l’affermazione di Philippe Starck, quando parla della “morte” del design, sia troppo eccessiva, in quanto il design da sempre viene sempre più potenziato, grazie ad aggiornamenti e a nuove ricerche, per questo sono dell’idea che il design non darà mai noia.
    Quando si parla di Coding, nuova lingua che permette di far dialogare computer grazie ad algoritmi, secondo me è uno strumento molto utile e valido, però bisogna stare attenti a non esagerare. Secondo me se si fa buon uso, è molto utile, anche perché in questi ultimi decenni, la maggior parte delle case di moda, hanno creato dei capolavori sperimentando nuovi materiali, nuove tecniche utilizzando tecnologie moderne. Mi permetto di citare una grande stilista come Iris Van Herpen in quanto sia stata la prima ad esplorare questa tecnologia nel mondo della moda e di creare capi spettacolari, con forme totalmente nuove, irraggiungibili in un modo tradizionale. Nelle sue creazioni combina il lavoro manuale con l’uso delle tecnologie innovative come ad esempio il 3D il quale fa rafforzare il suo stile. Il coding può aiutare a sperimentare nuove modalità di creazione ma non potrà mai sostituire la creatività del direttore artistico.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Marzo 2020 at 20:20

      Scusami tento Chiara, ma chi sono i due designer? Marchetti è un top manager, imprenditore e amministratore delegato. Grazie per la citazione di Iris Van Herpen, non sapevo fosse stata la prima ad utilizzare il coding. Controllerò con interesse.

      Rispondi
  32. Matilde L   17 Marzo 2020 at 15:51

    Nel momento in cui svolgiamo un compito in maniera logica, sulla base di regole di comportamento, stiamo eseguendo un codice di programmazione: il musicista che esegue un brano, un medico che effettua una diagnosi, un cuoco che prepara un piatto, un calciatore che esegue uno schema, stanno tutti eseguendo le istruzioni di un programma, stanno “facendo coding”.
    Non nego che il coding possa aiutare il desing, ma a mio parere non lo può sostituire. Questo perché il design sia industriale che della moda trasmette un emozione, esperienza sensoriale ma anche cultura, un valore aggiunto immateriale, che non può nascere sulla base di regole.
    “Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.”
    Proprio questo voglio affermare che quello che provava Coco Chanel, durante la realizzazione di un abito, come il bisogno di toccare, immaginare, fantasticare, sognare, lavorare direttamente sul corpo, ancora oggi sia fondamentale per il design e che tutto ciò non può essere sostituito nel tempo, dalla tecnologia, da una semplice programmazione.
    Perché che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni come colori, forme, composizioni e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer.
    Certo nasceranno stilisti, che saranno performanti nell’esplorare velocemente le infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate, ma che non saranno dominanti nella realizzazione dell’opera d’arte, perché proprio come l’arte, il design ha più definizioni, il design può essere arte, estetica, moda, tutto ciò che trasmette un emozione, un sentimento.
    Il design è così semplice e così complicato.
    Progettare un prodotto è progettare una relazione. – Steve Rogers – Quindi un algoritmo senza sentimenti non può realizzare design.
    Il mestiere che farò potrà durare a lungo?
    Alla fine di questa riflessione posso affermare che il mio mestiere potrà durare a lungo purché in quello che realizziamo nasca quella relazione tra sentimenti, emozioni e materiali.

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  33. Alberto L   18 Marzo 2020 at 12:38

    Mi fa sorridere scrivere questo articolo proprio in tempo di Covid-19, dove le distanze vengono divorate dall’etere per renderci tutti un po’ più vicini. Cercherò di utilizzare questa metafora, premettendo come le due dichiarazioni oggetto dell’articolo siano a mio parere delle provocazioni, che hanno delle solide fondamenta su cui poggiarsi, ma comunque provocazioni per rendere al meglio il concetto di quello che pare essere il futuro. Mi piace però immaginare gli autori delle dichiarazioni, seduti sui loro splendidi cessi o nei loro comodi divani o passeggiando tra gli alberi e le siepi dei loro giardini con i loro nasi spiaccicati sulla telecamera frontale intraprendendo videoconversazioni di lavoro o facendo quelli che potrebbero definirsi “aperitivi digitali” con i propri conoscenti, i propri amici. E me le immagino queste conversazioni in cui si parla di cose, di soldi, di situazioni nere in cui ci troviamo costretti a vivere oggi. Me le immagino. E potrebbero andare avanti ore e giorni, e li vedo ridere, scherzare, ubriacarsi, piangere, distrarsi e preoccuparsi. Mi piace poi pensare che si arriverà al momento dei saluti, al fatidico momento in cui, premendo il tasto rosso, la telecamera si spegne e… il pensiero è lampante e non ammette repliche: “si stava meglio al bar.”

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   16 Aprile 2020 at 11:33

      Bell’intervento Alberto. Sono d’accordo. Si stava meglio al bar.

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  34. Eleonora LABA   21 Marzo 2020 at 09:52

    La morte del design arriverà quando l’uomo si estinguerà, il design si evolverà come si evolverà l’uomo. L’uomo di adesso non è come l’uomo di 50 anni idem il design. Oggi massimo possiamo riprendere le forme, i colori e magari qualche oggetto rivisitato come il modo di vestire, riprendendo uno stile e rivisitarlo. Ai giorni nostri siamo così attaccati al passato che lo stiamo riportando alla moda. Non c’è nessuna morte solo evoluzione, ogni generazione di essere umani è diversa così come il design. Entrambi lasciano qualcosa in più in questo mondo. Non si sa in che tipo di forma o evento, ma lasciano una traccia. Ovvero quel punto in cui la prossima generazione può partire o semplicemente decidere di partire da un’altra parte. Siamo una specie, che come viene riportata nell’articolo nella parte del coding “non abbiamo compreso come realmente funzionerà gran parte della nostra mente” viviamo un momento in cui l’uomo per andare avanti deve ritrovarsi, è proprio dalla crisi che si vedono i veri sviluppi. In più dobbiamo ricordarci che la tecnologia l’abbiamo inventata noi e credo che sia l’unica cosa su questa terra di cui abbiamo il potere e possiamo decidere se fermarla oppure continuare a farla crescere. Alcune persone sono legate alla tradizione, alla fede altre allo sviluppo. Se ci sono buone fondamenta ci sarà un futuro migliore, e ritornando al design e al coding non c’è nessuna morte solo sviluppo e figure lavorative diverse da quelle di un tempo. E credo che Christian Dior e Coco Chanel non avrebbero mai acceso quel computer.

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  35. ELENA S. LABA   24 Marzo 2020 at 19:18

    Mi trovo fondamentalmente in disaccordo con le parole di Starck “Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie.” per diverse ragioni. Innanzitutto, perché il desiderio di possesso è uno degli stimoli fondamentali dell’essere umano. In un mondo capitalista come quello in cui viviamo, a maggior ragione, la facilità di acquisto e il marketing hanno facilitato l’accumulo di oggetti, al limite del collezionismo compulsivo. Il bisogno di possesso, ordine e conservazione sono delle tendenze che fanno parte dell’uomo naturalmente sin dall’infanzia. E queste tendenze danno sicurezza di sé e gratificazione, per questo è così difficile farne a meno: a livello psicologico, usiamo gli oggetti nuovi per costruire la nostra identità  e ne compriamo altri per sentirci coerenti. La nostra naturale tendenza è quella di accumulare e consumare di più, non viceversa. In più, il sistema economico capitalista sa servirsi di diversi mezzi per portare l’individuo a continuare a consumare. Per capitalismo si intende il sistema economico, dominante dalla rivoluzione industriale ad oggi, fondato sull’impiego di un insieme di denaro e beni materiali (il capitale) al fine di sviluppare le attività dirette alla produzione di beni, fornendo un profitto ai capitalisti, ovvero coloro che hanno impiegato il suddetto capitale.
    Un fenomeno comodo al capitalismo molto interessante, ad esempio, è l’effetto Diderot, un meccanismo secondo il quale quando acquistiamo qualche oggetto nuovo ciò che già possediamo ci appare improvvisamente vecchio e stonato. Questa sensazione (ben nota al marketing) ci fa cadere in una spirale consumistica che ci spinge a comprare altre cose nuove in cambio di quelle vecchie. L’espressione “effetto Diderot” trae origine da uno scritto intitolato “Rimpianti sopra la mia vecchia veste da camera” del filosofo Denis Diderot, nel quale racconta che un giorno ricevette in regalo da un amico una splendida veste da camera. Quando la indossò si accorse che stonava con i suoi indumenti usuali, facendoli sembrare vecchi e consunti. Fu così che cominciò a comprarne di nuovi per sostituirli e, sostituzione dopo sostituzione, arrivò perfino a cambiare tutto il mobilio della casa! E’ proprio questo che fa dell’effetto Diderot un meccanismo davvero comodo al capitalismo: la soddisfazione dei bisogni, per l’ essere umano, è un desiderio perfettamente naturale. Tuttavia, le persone tendono a cadere nella trappola psicologica dell’effetto Diderot, consumando sempre di più e comprando cose inutili, poiché bramano comprare sempre più cose nuove per sentirsi più ricchi, più belli, migliori.
    E’ anche vero, certo, che negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un ritorno tra le tendenze del minimalismo. Il minimalismo era stato di tendenza già una ventina di anni fa, ma oggi più che mai siamo testimoni di un suo ritorno. Allora come oggi ci troviamo in un’epoca di abbondanza, nella quale ci ritroviamo tutto a portata di mano. Ed è proprio in momenti come questi che prende piede l’idea che “less is more”. Oggi, ad esempio, vediamo in tendenza video e articoli di anti-haul, oppure di decluttering in stile Marie Kondo, che sembrano voler introdurre una tendenza di anti-capitalismo limitando i consumi. Ma questo alone anti-capitalista è soltanto un’apparenza, ed ecco perché:
    Il minimalismo che vediamo oggi nei social e nelle riviste è qualcosa che ci dice di smettere di spendere soldi per tanti articoli di basso costo, optando invece per pochi articoli, ma molto più pregiati e anche molto più costosi! Le influencer minimaliste spesso ci dicono cose di questo tipo: “Smettete di spendere soldi per tutte quelle cianfrusaglie di IKEA! con questo tavolo da 2000 $ fatto a mano da un artigiano in Scandinavia non avrai più bisogno di altri mobili per il tuo soggiorno!”. Questo atteggiamento, semplicemente, significa avere abbastanza disponibilità economica per potersi permettere di “investire” nel proprio guardaroba, arredamento, ecc. E’ un’altra forma di consumo evidente, un modo per dire al mondo “Guardatemi! Guardate tutte le cose che mi sono rifiutato di acquistare e invece i rari articoli incredibilmente costosi che ho ritenuto meritevoli!”. E anche in questo caso il rischio di cadere preda dell’effetto Diderot è dietro l’angolo. Insomma, l’attuale trend del minimalismo non sembra proprio essere un vero antidoto al capitalismo iper-consumista, ma piuttosto una sua variante decisamente più snob e costosa: il design, ancora, non è sul punto di morire. Senz’altro si sta evolvendo, come si sta evolvendo l’umanità stessa: è probabile che si stia andando verso un nuovo design di tipo concettuale, un tipo di design in cui il concetto ha più peso della materia (pensiamo ad esempio alla ghost chair, di Kartell). Possiamo credere in questo tipo di smaterializzazione, e in questo caso diamo credito a Starck, ma non penso proprio che l’ipotesi di spazi vuoti e di morte del design sia credibile, perlomeno per ora.

    Per quanto riguarda l’aspetto del coding, invece, trovo che la riflessione di Alessandro Marchetti sia davvero interessante.
    In effetti, senz’ombra di dubbio la codifica e l’alfabetizzazione con i codici possono essere considerate una delle competenze più importanti per le generazioni attuali e future. Molti hanno sostenuto che dovrebbe far parte di un curriculum nazionale alla pari con la lingua madre, le scienze e la matematica.
    Siamo circondati da dispositivi elettronici, che eseguono software e dipendono da codici di qualche tipo, ed il nostro mondo moderno dipende fortemente da Internet, con un mercato del lavoro che richiede sempre più conoscenze informatiche ogni anno che passa. Conoscere e saper usare il coding è quindi importante per guadagnarsi da vivere al giorno d’oggi, allo stesso modo di una buona conoscenza della grammatica, dell’ortografia e della numerazione.
    E’ quindi plausibile pensare che “la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica.”. A dire il vero, vediamo già alcuni casi in cui si potrebbe dire che questa ipotesi si sia già avverata. E’ il caso, per esempio, di Iris Van Herpen, una delle stiliste più in voga del momento. È considerata una dei precursori nell’utilizzo della stampa 3D come modo di creare vestiti, come sostituto o come aggiunta alla stoffa comune. Ha fondato il suo marchio personale nel 2010 e sin dagli esordi ha sempre cercato di sperimentare, di creare nuove forme e di provare nuovi materiali. Pensiamo ad esempio alla sfilata primavera-estate 2018/19, tenutasi presso la Galerie de Minérologie et de Géologie, all’interno della quale Iris ha presentato la collezione di abiti “Foliage Dress”. Il risultato è una collezione di abiti fluenti dai colori marroncini e verdi pastello. Gli abiti della collezione non sembrano i classici abiti plasticosi realizzati con la tecnologia 3D. Infatti è stato realizzato attraverso un nuovo metodo di stampa 3D ibrida, lanciato da Van Herpen in collaborazione con un team di scienziati dell’Università di tecnologia di Delft, nei Paesi Bassi. La particolare tecnologia ibrida ha permesso alla stilista di creare sottili variazioni nel colore e nella trasparenza di materiale. L’abito ha richiesto oltre 260 ore di stampa e 60 ore di lavoro manuale per essere completato. E’ evidente che il lavoro della stilista è basato proprio sull’uso e sulla comprensione delle nuove tecnologie e necessiti dunque di una buona conoscenza del coding.
    Inoltre, interpretando in un altro modo le parole di Marchetti, potremmo ricondurre la sua affermazione alla creazione e allo sviluppo delle intelligenze artificiali. Dati i continui cambiamenti nella moda e nel design, i brand devono essere costantemente al passo con le tendenze più attuali e prevedere le preferenze dei consumatori per la prossima stagione. Tradizionalmente, i rivenditori basano la loro stima delle vendite dell’anno in corso sui dati dell’anno precedente, ma si tratta di un metodo non sempre accurato poiché le vendite possono essere influenzate da innumerevoli fattori. E’ proprio qui che entrano in gioco le intelligenze artificiali: infatti gli approcci basati sull’intelligenza artificiale per la proiezione della domanda possono ridurre gli errori di previsione fino al 50 percento. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per assistere i progetti o per prevedere varie tendenze. E’ eccezionale la rapidità con cui i designer si adattano all’uso di queste nuove tecnologie scoprendo sempre nuovi modi per rivoluzionare i loro progetti per ottenere risultati straordinari. La recente collaborazione di Tommy Hilfiger con IBM e FIT (The Fashion Institute of Technology) è una grande mossa verso un nuovo mondo della moda che lega la tecnologia dell’intelligenza artificiale al design.
    Con il progetto chiamato Reimagine Retail, l’obiettivo di IBM era offrire uno strumento in più al settore della moda, per andare incontro alle esigenze di stilisti in carne e ossa e delle aziende, che si trovano a dare risposte in tempi sempre più brevi ai consumatori e ai loro gusti che cambiano. IBM ha lavorato unendo l’intelligenza artificiale al lavoro degli studenti in una procedura di progettazione basata sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per capire le tendenze del settore della moda in tempo reale. L’intelligenza artificiale ha analizzato 15 mila immagini di prodotti Tommy Hilfiger, circa 600 mila immagini di ciò che è stato portato in questi anni sulle passerelle, e quasi 100 mila tipi di tessuti. Dopo una veloce rielaborazione, è stata in grado di creare colori, stampe e modelli nuovi che potrebbero ispirare i disegni degli studenti.
    “Come marchio, — scrive Avery Baker, direttrice del marchio Tommy Hilfiger, sul blog di IBM – siamo interessati a spingerci oltre i limiti di ciò che è possibile e puntiamo sulla forza dirompente dell’innovazione”. Questo progetto è una ulteriore conferma di come tecnologie di intelligenza artificiale possano essere usate con successo per accrescere le capacità umane.
    Un altro progetto interessante che combina tecnologia ed estro creativo umano è quello di Huawei, che ha usato i chipset e gli algoritmi montati sul suo ultimo smartphone top di gamma, il P30, per il progetto “Fashion Flair”, con lo scopo di dare vita ad una collezione di moda originale ed unica partendo dagli input generati dall’intelligenza artificiale. Insieme ad un’equipe di sviluppatori italiani, Huawei ha creato l’app “Fashion Flair”, che è stata addestrata con decine di migliaia di iconiche immagini di moda degli ultimi 100 anni. L’applicazione, utilizzando la doppia unità di calcolo neurale (NPU) presente all’interno dei dispositivi, è così in grado di creare una proposta di outfit seguendo gli input e i filtri impostati dal designer.
    Una volta rielaborate queste informazioni, l’applicazione restituisce una serie di proposte di outfit, potenzialmente infinite, che rappresentano un punto di partenza da cui iniziare il disegno di un capo, uno spunto ulteriore per il processo creativo dell’artista, che lo completerà poi con il suo tocco.
    In definitiva, è evidente che ci stiamo muovendo nella direzione individuata da Alessandro Marchetti, anche se devo dire che trovo molto più plausibile l’idea di un mondo in cui l’uomo – il fashion designer in questo caso – è aiutato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale nello svolgimento del suo lavoro, come negli esempi discussi sopra, piuttosto che uno scenario in cui l’intelligenza artificiale ha il monopolio sulla creazione di moda, perlomeno per quanto riguarda il prossimo futuro.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 Marzo 2020 at 13:19

      Intervento autorevole e intelligente che mi ha indotto alcune riflessioni.
      McCracker propose l’effetto Diderot verso la fine degli anni ottanta. Aldilà della etichetta verbale io credo che intendesse modellizzare un processo formato da quattro fasi: a. Di solito compriamo oggetti secondo una logica e/o uno stile coerenti; b. Quando nella nostra nicchia estetica privata entra un nuovo oggetto incoerente con la serie di somiglianze di famiglia che danno ad essa (alla nicchia, voglio dire) una logica, percepiamo qualcosa che non va, percepiamo l’inquietudine causata dalla rottura del contesto armonioso nel quale viviamo e interagiamo; c. Spesso succede che, dopo (a) e (b) sentiamo una forte spinta interiore per ripristinare un nuovo ordine; d. Per fare questo, siamo costretti ad effettuare nuovi acquisti. A questo punto possiamo facilmente perdere il controllo e avviarci ad una spirale di consumi.
      Più o meno è quello che capitò al filosofo D.Diderot, utilizzato da McCracker per categorizzare il suo modello di comportamento al consumo, brillantemente ricordato da Elena nel suo script.
      La domanda ora è: quali sono i limiti di questo modello oggi? La metto giù così: da almeno vent’anni parliamo di consumi trasversali. All’inizio sembravano una anomalia poi si sono trasformati in “fatti o azioni” dominanti.
      I consumi trasversali sono un mix e remix di tendenze, stili, qualità, incoerenti, eterogenee, disarmoniche (faccio un esempio personale: oggi ho raggiunto il mio ufficio vestito con una elegantissima giacca di velluto bordot fatta a mano da uno dei più bravi sarti bolognesi, indossata con una tuta H&M e una felpa militare di seconda mano, scarpe da montagna. Piove, quindi ho messo in testa un cappello da pescatore di plastica gialla che ho visto indossare da pensionati pescatori dalla faccia ustionata dal sole a Portoferraio (probabilmente l’ho comprato lì, anche se non lo ricordo: se avessi visto per strada, vent’anni fa, una persona vestita in questo modo avrei pensato che poverino non era del tutto a posto).
      È chiaro che coerenza e armonia sono state narcotizzate. Di conseguenza anche l’effetto Diderot perde di efficacia. Ho inventato l’effetto Arcimboldo per modellizzare l’attuale nostra disposizione a scegliere incoerenza, asimmetrie, imperfezioni, disarmonie. Ovviamente non viene esclusa la spirale consumistica. Ma almeno l’eventuale nuovo oggetto non annulla la presa di tutti gli altri.
      Questa propensione all’effetto Arcimboldo (penso ai Millennial) rafforza la percezione di libertà espressiva e nello stesso tempo autorizza a dare sempre più importanza al coding, ovvero ad una sterminata creazione di una molteplicità di oggetti, look, sperimentazioni di stilizzazioni.
      Quindi, penso, esattamente il rovescio di tutto ciò che possiamo ancorare al Grande Stile come è stato il fenomeno Chanel.
      Da queste considerazioni, saltando dei passaggi dal momento che mi è venuta voglia di farmi un caffè, arrivo a pensare che il coding non c’entra nulla con le scelte creative di Coco e, proseguendo il ragionamento, l’evento storico Chanel non possa essere trasformato in un algoritmo.
      La mente di Coco non era un computer. La nostra mente non è un computer. Un computer non ha una mente ma un software e può funzionare solo se una mente lo istruisce e lo alimenta con dati.
      Sto forse dicendo che il coding non serve a nulla? No! Probabilmente diverrà uno standard come in passato lo era il sistema carta-matita-forbici. Ma da qui a farne la conditio sine qua non della creatività e del colpo estetico epocale, ce ne passa…Elena, mi hai fatto venire altre idee, ma ora ho bisogno di caffè. È il mio modo di reagire al virus di merda che sta alterando i ritmi quotidiani. Uso la tecnica di starmene il più possibile incazzato come antidepressivo.

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  36. EsmeL   27 Marzo 2020 at 01:59

    Secondo me il coding al giorno d’oggi è già un tipo di linguaggio e se non si viene a conoscenza si risulta come una persona intellettuale, figuriamoci nel futuro cosa può essere il termine coding.
    Notiamo che i bambini del giorno d’oggi non sono come i bambini di una decina di anni fa, ovvero l’infanzia del giorno d’oggi è tutta basata sui social,al contrario dei contatti che si avevano con i giocattoli e il rapporto che si aveva con i genitori. Al giorno d’oggi tutto ciò non esiste quasi più , perché oggi un bambino vive la sua quotidianità in modo differente passando il proprio tempo sul telefono o sul iPad. A parer mio il coding può avere dei lati positivi ma anche negativi: quello positivo consiste nella semplificazione di tantissime cose quindi di conseguenza rende la vita più immediata, mentre quella negativa è che a mano a mano che il coding diventa il protagonista noi diventiamo più pigri ovvero in una visione futuristica a pensar di esercitare forza saranno i robot e non sentiremo più quell’emozione nel provare a far un abito sopra ad una modella come Coco Chanel . Diventeremo associali senza contatti diretti con le persone ma sempre di più tramite i social e altre tecnologie. Inoltre sono imparagonabile un abito cucito, ricamato a mano e un abito industriale, a parer mio quest’ultimo non ha caratteristiche personali e non può trasmettere le stesse emozioni di un abito artigianale, bensì è più scienza e tecnologia.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Marzo 2020 at 11:52

      La tua visione è piena di buon senso. Mi hai fatto ricordare un episodio della mia infanzia. Ogni settimana mia madre mi portava a casa di una sua grande amica, Mentre facevano conversazione, noi bambini dovevamo giocare e ovviamente stare buoni. I figli dell’amica erano stati addestrati a giocare al Lego, perché così sarebbero diventati più intelligenti. Io mi rompevo le palle con il Lego e quindi presi l’abitudine di portarmi dietro i miei soldatini preferiti. Quando mia madre scoprì che invece del gioco “intelligente” avevo coinvolto i miei coetanei in fantasiose avventure tra cattivissimi indiani e eroiche giacche azzurre, mi sgridò di brutto: non diventerai mai intelligente, diceva, i tuoi stupidi giochi sono privi di logica, sono inutili, diventerai cattivo…Guarda come sono bravi invece X e Y! Ma io tenni duro e quei pomeriggi finirono presto. Probabilmente l’amica non voleva che i figli venissero contaminati da giochi sanguinari o qualcosa del genere (non voleva nemmeno che guardassero la televisione). Sono passati tanti anni e devo dire che oggi mi dispiace di aver contribuito alle frustrazioni di mia madre. Potevo facilmente fare finta che mi piacesse il Lego. Però posso dire che X e Y non sono diventati de fenomeni. Tutt’altro credo.
      Cosa voglio dire con l’apologo che ho tratteggiato? l’urgenza del mondo dei grandi di far sì che i bambini siano più intelligenti c’è sempre stata. Oggi al posto del Lego troviamo il coding. In un mondo digitalizzato sembra una scelta formativa obbligata. Ma siamo sicuri che diventeranno più intelligenti? E poi mi rode un’altra domanda: è proprio il coding il problema per le prossime generazioni di adulti? Non sarà il riscaldamento climatico? Perché non esistono ancora moduli formativi che addestrino i bambini a prepararsi ad affrontare problemi la cui posta in gioco è vivere o morire?

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  37. Sara Laba   7 Aprile 2020 at 11:56

    Io credo che il Coding stia prendendo il sopravvento nelle nostre vite. Oggi ai bambini nelle scuole viene insegnato ad essere dei programmatori, o meglio degli esecutori. Io non credo che la tecnologia in generale sia stato un avvento negativo nelle nostre vite, anzi secondo diversi aspetti ha concesso all’uomo di vivere circondato da un maggiore benessere e comfort, ma credo che siamo arrivati ad un punto in cui bisognerebbe tenerla a freno, in qualche modo limitarla. Perché credo che tutta questa tecnologia, social media ecc stia limitando le nostre vite dal punto di vista più umano, sembra che oggi le persone siano in grado solo di eseguire ciò che gli viene detto dall’alto, come delle marionette nelle mani di qualcuno. Credo che questo sia molto grave perché esula dal senso di responsabilità, ci viene insegnato solo ad eseguire dei comandi invece bisognerebbe imparare a ragionare usando la propria testa: questa è la differenza tra l’essere umano e il computer.

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  38. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   10 Aprile 2020 at 13:02

    Stimata Sara, mi permetto di chiosare un passaggio del tuo commento. A un certo punto scrivi che tecnologia, social media etc. etc. stanno “limitando le nostre vite dal punto di vista più umano, sembra quasi che oggi le persone siano in grado solo di seguire ciò che gli viene detto dall’alto, come delle marionette nello mani di qualcuno”.
    Non me la sento di darti completamente torto. Verrei però ragionare sulle conseguenze del tuo discorso.
    Se come giustamente dici il digitale sta prendendo il sopravvento e se gli effetti sono quelli della citazione, allora non ci resta che prepararci alle angolose movenze delle marionette.
    Ma attenzione la causalità dall’alto del digitale è spesso bilanciata da quella che proviene dal basso (altrimenti come spiegare il fenomeno blogger).
    Aggiungo che la causalità dall’alto, in una società complessa, non possiamo confinarla solo in una relazione di potere (manipolatorio).
    Mi spiego. Quando vi parlai della cibernetica come origine della attuale era digitale, oltre a soffermarmi sull’impatto che ebbe per la comprensione dei fenomeni percettivi, introdussi il concetto di informazione. La causalità informativa non è la stessa cosa della causalità fisica (quella che scaturisce da forze, energie che trasformano la materia).
    Norbert Wiener, uno dei fondatori della cibernetica, suggerì che ogni fenomeno rappresentabile attraverso informazioni quantificabili, può far emergere la causalità Alto verso il basso. A che condizioni? In condizioni di complessità crescente, direi.
    Wiener era talmente consapevole di tutto ciò da dare una categorizzazione precisa a questo effetto (legato all’aumento della complessità informativa). Lo chiamò Entrainment.
    L’entrainment si verifica quando un oscillatore di qualche tipo si sintonizza su un segnale e risponde in sincronia.
    Ma lasciamo da parte le macchine informatiche e mettiamo sotto la luce dei concetti cibernetici dispositivi come la moda, le aziende, i mercati.
    Per esempio, come fa una azienda-moda con una struttura centrale di poche decine di persone (manager, creativi, designer…) a gestire la produzione di dislocata in più paesi, a organizzare una distribuzione globale? Evidentemente grazie ai computer e alla digitalizzazione cioè attraverso fenomeni di entrainment può sincronizzare perfettamente creativi, centri produttivi diffusi, luoghi di consumo in tantissimi Paesi; con gli stessi mezzi può far entrare in sintonia narrazioni specifiche con milioni di consumatori.
    Quindi grazie ai cibernetici e alle tecnologie digitali noi sappiamo che i processi che avvengono ai livelli inferiori possono essere “regolati” da procedure che appartengono a procedure create nei livelli superiori. E viceversa.
    Quindi è un errore pensare che il digitale produca solo manipolazione e marionette. Sintonizzarsi e cercare sincronie non può essere ridotto a una pura relazione di potere.
    La cibernetica ci ha fatto capire che quando le relazioni tra individui, quando le relazioni tra tribù o nazioni, raggiungono fasi o stati più complessi, emergono qualità che non possono più essere gestite dalle procedure tipiche di stati o livelli di inferiore articolazione.
    Lo so che il digitale, internet ci sta dando anche le fake news, i big data con i quali qualcuno si illude di poterci trasformare in marionette. Ma la causalità dall’alto non produce solo potere. Può essere orientata all’efficacia, alla maggior efficienza, non necessariamente anti-umane. Dipende da noi. Da quanto riusciremo a capire il dono che ci ha fatto più di una generazione di persone intelligenti che, ne sono sicuro, non hanno creato computer software il web per manipolarci.
    E poi, volevo dire per concludere, la dinamica Alto V/S Basso e la manipolazione del cretinetti, non l’hanno certo inventata i geniali creativi del digitale.
    Se nella Germania degli anni del nazismo ci fosse stato Internet, un letale buffone come Hitler avrebbe preso il potere così facilmente? Se i tedeschi di allora avessero potuto rivedere le movenze isteriche che metteva in risalto quando parlava nei raduni di massa, se avessero potuto riascoltare le banalità che orchestrava nei suoi discorsi, avrebbero aderito in massa a quei deliri? Se ci fosse stato internet il letale buffone avrebbe potuto nascondere l’uccisione di milioni di innocenti?
    Quindi, cara Sara, più che a tenere a freno la tecnologia io credo che dovremmo conoscerla meglio. Studiarla di più e meglio per non trasformarla in un mito proiettato verso fatali illusioni, queste sì tipicamente umane, così distanti dalle macchine.

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    • Sara Laba   20 Aprile 2020 at 16:44

      Sono d’accordo con lei prof, quello che intendevo dire è appunto che la tecnologia andrebbe secondo me usata con cautela, e che se utilizzata in maniera corretta permette una vera e propria emancipazione per l’uomo! Ma credo però che la tecnologia, internet e i social media forse non sono per tutti e parlo di quel lato oscuro di internet dove le persone ne abusano e ne fanno un cattivo uso, in alcuni casi direi vergognoso. Intendevo quindi che in questi casi internet diventa un regresso per l’umanità, piuttosto che un progresso.

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  39. Federica L   10 Aprile 2020 at 15:18

    Il design di prodotto commerciale non può morire poiché un qualsiasi elemento estetico (forma, colore…) di un prodotto è design. Casomai si andrà verso una “limitazione” del design, che vedrà la creazione di prodotti sempre più orientate alla funzionalità e all’integrazione (che permette ad un singolo prodotto di svolgere più cose) piuttosto che alla ricerca artistica.
    L’evoluzione inevitabilmente potrà generare nuove tendenze, nuovi linguaggi, ma non potrà mai sostituire l’arte intrinseca al design.
    La programmazione, l’informatica e la tecnologia hanno infinite possibilità di espansione, ma non potranno entrare mai nei settori manifatturieri e artistici in genere, se non con un’applicabilità secondaria.
    La provocazione “Chanel sarà una programmatrice” non ha ragione di esistere poiché solo il genio di una persona può creare quello che fece Coco Chanel.
    Nella più tecnologica delle realtà ci potranno essere automi a contribuire concretamente alla realizzazione di un abito, ma il pensiero alla base della creazione dell’oggetto deriverà sempre dall’uomo.

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  40. Lorenzo (L)   11 Aprile 2020 at 16:47

    “In meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.
    Con queste parole Philippe Starck ha lanciato una decisa critica nei confronti del mondo del design e i relativi progressi tecnologici.
    Condivido in parte queste dichiarazioni, perché sono il frutto del ragionamento di un professionista che non si limita a vivere passivamente l’evolversi del mondo e del settore in cui lavora, bensì prende parte in maniera decisa alla metamorfosi tecnico-culturale che tutti i settori economico-sociali stanno vivendo.
    Basti pensare al lavoro dell’architetto e del designer.
    Prima degli anni ’80, e quindi della nascita dei software CAD, il disegno tecnico-progettuale era basato sul rapporto “mente-penna-carta”. Era un tipo di lavoro impegnativo sia dal punto di vista concettuale, sia fisico. La rappresentazione cartacea del progetto doveva essere estremamente accurata.
    Con l’avvento dei software CAD, questo rapporto è mutato radicalmente. Da “mente-penna-carta”, siamo passati a “mente-muose-schermo”. Questo tipo di cambiamento ci ha permesso un grosso progresso dal punto di vista tecnico ed economico. Tempi di lavora molto ridotti, errore umano quasi eliminato, precisione della macchina rispetto a quella dell’uomo.
    Dagli anni ’80 ad oggi, l’evoluzione tecnologica, e quindi dei software per il disegno tecnico-progettuale, è avanzata sempre di più.
    In ambito edile-architettonico, i software BIM hanno ulteriormente accorciato i tempi di lavoro ed aumentato la precisione di progettazione. Questo tipo di software permette agli architetti di disegnare simultaneamente piante, sezioni, prospetti e modelli 3d, a differenza dei software CAD.
    Ultima evoluzione dei software CAD, e parallela in un certo senso ai BIM, è i software parametrici che operano attraverso la creazione di algoritmi. Questi ultimi permettono la massima libertà di progettazione, la creazione di forme geometriche impossibili da rappresentare attraverso altri software e difficili anche da concepire. Attraverso i parametri che vengono impostati in fase progettuale, si crea un sistema dinamico in grado di variare e gestire una grande mole di dati.
    Questo perché si progetta secondo due modus operandi: form-making e form-finding.
    Attraverso la prima, si progetta con l’idea precisa di quale sarà il risultato finale.
    Attraverso la seconda, si progetta senza avere un’idea precisa di quale sarà il risultato finale. Questo procedimento, ci permette di indagare forme geometriche complesse.
    Inoltre, è possibile integrare codici di programmazione, per esplorare le più svariate possibilità di progettazione.
    Alla luce di questo, lecita è l’affermazione di Marchetti “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica”.
    E’ vero, progettare oggi, significa anche avere una solida conoscenza di software all’avanguardia, ma non dimentichiamoci mai che questi sono programmati dall’uomo, svolgono i comandi che l’uomo gli impartisce. Sono solo un mezzo che ci permette di esplorare il mondo delle possibilità.
    L’ultima parola nella fase progettuale spetta all’uomo. Siamo noi che clicchiamo il tasto “invio”.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Aprile 2020 at 00:04

      Ottimo intervento, bene articolato. Ovviamente non sono d’accordo sul caso Chanel. Probabilmente la prossima Chanel è già nata, potrà usare o meno l’informatica, ma questo aspetto tecnico non avrà alcuna implicazione con la sua capacitazione ad intercettare ciò che gli stolti chiamano “lo spirito dei tempi” e che io vedo come una predisposizione a prendersi rischi creativi fuori dall’ordinario.

      Rispondi
  41. Adela (L)   13 Aprile 2020 at 14:06

    “In meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove”. Stando alle dichiarazioni di Philippe Starck si presuppone un’assenza materica, un spazio vuoto e incolmabile se non dalla presenza fisica di persone. A parer mio questo è esattamente l’opposto di quello che in realtà è la natura dell’uomo. Una casa vuota dove le cose ci sono ma non si vedono risulterebbe sempre e comunque vuota. Sarà pur vero che molte cose saranno integrate e unite tra loro (questo già succede, è inevitabile), ma è regola non può valere su tutto, perché la persona ha tuttavia bisogno di circondarsi di oggetti, vedere ciò che ha ed essere soddisfatto di ciò che ha.
    É vero che la tecnologia ha fatto enormi progressi, ma ci sono cose che non può sostituire. Un esempio, un pò banale e che ovviamente non riguarda molti campi, è quello dei libri. Io sono una di quelle persone che non sostituirebbe mai e poi mai un libro fisico ad un eBook, che pur essendo molto comodo e pratico non ne racchiude la vera essenza. Non puoi sentire il profumo delle pagine mentre le sfogli, non puoi provare il piacere di voltarle e non puoi provare la soddisfazione di averlo nella tua libreria personale. L’uomo ha bisogno dell’essenza delle cose, e ci sono cose di cui non si può venire a meno. Ovvio che questo non vale per tutti, ma ognuno è differente e proprio per questo non ritengo le parole di Stark esatte, seppur rispettabili vedendo l’avanzare della tecnologia nei tempi d’oggi.
    Se devo invece riflettere sulle altre parole: “Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio”, beh, a questo punto, direi che la morte non sia del design, ma dell’uomo. Non saremmo noi ad essere pura intelligenza, ma le cose che ci circondano.

    Rispondi
  42. finta bionda   13 Aprile 2020 at 14:46

    STRANO.

    È stato strano leggere questo articolo, perché una vera e inconfutabile risposta giusta non esiste.

    Sì, posso essere in parte d’accordo con le parole di Philippe Starck quando accenna al desiderio di essere circondati dalle “comodità”, se tali comodità, però, ambiscono a risolvere determinate problematiche legate alla persona. Ma è proprio qui che entra in gioco il DESIGN.

    Da sempre il design ci viene incontro per risolvere queste problematiche e quindi eccoci nuovamente al punto di partenza. Chiodo schiaccia chiodo.

    Per me è inconcepibile che il design possa morire così.
    Per cosa ? Per ostentare l’obiettivo di creare delle divinità come afferma l’estremista e audace Starck?.

    – Avanguardia pura, allora!.

    Son convinta invece che il design verrà portato avanti e come sta già facendo, verrà incanalato e assorbito da ogni fessura di qualsivoglia sbocco professionale. Tutti gli ambiti lavorativi parlano di design, si rifanno ad esso, crescono per via della sua esistenza. Dove ti giri e giri senti parlare di Industrial design, fashion design, car design, cooking design, light design, urban design…. E chi più ne ha più ne metta. Può solo diffondersi come la pandemia che ci sta colpendo in questo periodo. E malgrado le speranze di Philippe, non è previsto alcun antidoto ma siamo destinati ad assorbirlo. Ha solo possibilità di crescita e non di regressione ma forse di stasi. Sì perché credo che nel secolo scorso e nell’attuale, il design abbia fatto di tutto per crescere esponenzialmente ma arriverà forse a un momento di stallo totale. Un momento nel quale tutto il progresso tecnologico che ci sta dietro si fermerà per un breve periodo per poi ripartire sfruttando le nuove conoscenze. Perché quello che esiste oggi è stato pensato dieci anni prima ma delle necessità e delle problematiche che dovranno affrontare le future generazioni fra 20,40 60,80 anni ancora non si sa niente. In fin dei conti non potevamo nemmeno prevedere il collasso dell’intera popolazione globale causato da questo nuovo virus ma le pandemie ci son sempre state e ci saranno e, forse, la sola risposta per venirne a capo è guardare alle testimonianze passate e con le giuste accortezze trovare soluzioni da adottare. E perché no, sfruttando appunto il design !.

    Alla fine è anche questo il suo compito. Analizzare e studiare soluzioni valide, nel più breve tempo possibile, volte al progresso e adattate alla persona. Sì perché è delle persone che stiamo parlando, non delle macchine. Le macchine, senza le persone, hanno la semplice mansione di produrre in loop e senza freni ma alla base ci sarà sempre il pensiero umano. L’ausilio meccanico ben venga ma ricordiamoci che l’essere umano è una macchina perfetta, dotata di storia, esperienza e soprattutto di emozioni. Emozioni che solo un umano può concepire e trasmettere.

    A tal riguardo mi viene in mente la trama di un film americano visto da piccola, non particolarmente ricco di cultura ma che senza dubbio è riuscito a trasmettermi con la sua vena tragicomica l’essenza del suo messaggio. Mi riferisco a “Cambia la tua vita con un click”, film del 2006 ma che è sempre attuale, per i miei gusti. Il protagonista Michael, architetto alle prese con gli affari, finisce per trascurare la moglie e i due figli ma quando gli vien donato un telecomando universale, da un misterioso individuo, con il quale può mandare avanti e indietro gli avvenimenti di tutta la sua vita, con un solo click, Michael, può tenere sotto controllo tutto. Il suo intento è infatti quello di usare l’apparecchio per semplificarsi la vita e arrivare alla tanto sospirata promozione. Grazie al telecomando, le cose vanno a gonfie vele e riesce a concludere importanti affari sul lavoro ma quando scopre che dovrà aspettare ancora molto prima di poter essere premiato, decide di utilizzare il telecomando per saltare direttamente al giorno della promozione. Da quel momento, le cose iniziano a complicarsi. Il telecomando sfugge al suo controllo, andando avanti automaticamente ad ogni desiderio già espresso dal protagonista. Così, egli non potrà assistere alla crescita dei figli, che intanto conducono già una loro vita; senza neanche saperlo scopre di aver dedicato tutta la sua vita al lavoro, motivo per cui la moglie lo lascia per risposarsi con un altro. Con l’uso di quel telecomando il protagonista diventa dipendente dalle sue funzioni perdendosi tutto ciò che di più caro lo circonda, tra cui la scomparsa del padre.
    Quando Michael avverte un malore, viene ricoverato in ospedale con la speranza di salvezza, ma quando il figlio gli dice di aver annullato il viaggio di nozze per lavoro egli si sente in dovere di richiamarlo sulla famiglia, spingendosi addirittura ad alzarsi dal lettino d’ospedale, morendo per strada sotto gli addolorati sguardi della ex moglie e dei figli.
    Fortunatamente, Michael si risveglia nel negozio in cui ha incontrato per la prima volta l’essere misterioso
    ( rivelatosi come angelo della morte) e la sua felicità è al massimo livello notando che la sua famiglia è ancora quella di prima e che suo padre è ancora vivo. La storia si conclude con Michael che, notando che il telecomando esiste veramente e che gli è stato portato a casa dall’Angelo della morte (il quale lascia un biglietto di cordiali saluti), lo getta nella spazzatura, dopodiché corre entusiasta dalla sua famiglia.

    Questo in qualche modo per rispondere sia a Starck che a Marchetti o per lo meno per metterli in guardia sul futuro. Il coding, la tecnologia, il progresso informatico e le macchine factotum “ok” ma con moderazione. Altrimenti finiremo per spendere il nostro tempo a risolvere i problemi che noi stessi ci siamo creati.
    Non sono nessuno per dare uno stop ai famigerati studi delle automobili volanti, all’abitare qualche altro pianeta o ai robot che si impossesseranno di ogni nostro singolo impiego ma siamo arrivati ad un livello talmente alto di progresso che è bene sapersi porre un limite e valutare tutti i pro e i contro di ogni singola azione.

    Ad oggi ci sono problemi ben più importanti di quelli volti a progettare una macchina come il “telecomando universale” di Michael, ad esempio il riscaldamento globale. Problematica che sembra non toccare Philippe nella sua dichiarazione ma dovranno farci i conti seriamente le future generazioni non solo fra vent’anni ma già da ora.
    Il design può dare delle risposte associate ad analisi scientifiche e forse nascerà un’altra categoria ovvero il “design scientifico”.

    Ci dev’essere una salda coesione fra tutti i campi per riuscire davvero a trovare le risposte valide, rispettando l’ambiente e ancor più di tutti non dovrà mancare l’UMANITÀ .

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    • enzo   13 Aprile 2020 at 16:58

      I miei complimenti alla Finta Bionda che immagino sia una morona (altrimenti che finta bionda sarebbe!). I miei complimento non solo per quello che dice il cui senso è riscontrabile in tanti altri interventi. Ma soprattutto per il modo in cui lo dice e per gli esempi che propone. Coniugare la tecnologia con un neo umanesimo sarà la sfida del futuro anche per il design.

      Rispondi
      • james   13 Aprile 2020 at 19:33

        D’accordo sull’umanesimo. Però mi chiedo se esista un design che non sia umano. Anche il computer funziona con operatori umani. Starck e Marchetti hanno recitato la parte del guru, ma sanno benissimo che design e moda saranno creazione di persone come loro. Ma un guru non può dire cose scontate. Un guru ha bisogno di mistero.

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   14 Aprile 2020 at 08:18

          Certo che esiste (un design che non sia umano) e si chiama Evoluzione, nel significato darwiniano del concetto. È chiaro che stiamo parlano di fenomeni creativi in una scala spazio-temporale enormemente diversa da quella della nostra esperienza ordinaria. È un design senza autore, senza soggetto, senza una direzione prestabilita, ma reale quanto quello che arreda la nicchia dell’implume bipede parlante.
          Vorrei aggiungere che la vera sfida di oggi del design è il confronto con il non-umano.

          Rispondi
          • finta bionda   28 Maggio 2020 at 11:26

            Come dice lei prof, l’evoluzione e il design vanno di pari passo.

            Semplicemente ci riferiamo in un caso a delle persone e nell’altro ad una tecnologia e conoscenza scientifica. Due nuclei differenti per amalgamarsi completamente…un po’ come l’olio nell’acqua se vogliamo.

            Sarà che sono legata a ciò che il corpo e la mente umana possano dare e trasmettere, piuttosto che cercare la risposta in qualcosa di inorganico.
            La maggior parte di noi, parte dall’idea di conoscere sia il comportamento umano sia la mente umana: siamo uomini e conviviamo con noi stessi da quando siamo nati, quindi ci piace pensare di conoscerci, ma la verità è che non ci capiamo e far elaborare da una macchina un pensiero che già di base può variare, in qualunque momento, può portare a dei rischi e complicazioni e non alla soluzione.
            Come ci disse a lezione, il pensiero e comportamento umano sono in gran parte il risultato di processi subconsci, di cui siamo inconsapevoli, pertanto molte delle convinzioni che abbiamo su come si comportano le persone, noi compresi, sono sbagliate.
            Quello che volevo far emergere nel mio commento è che è importante che designer e progettisti conoscano il funzionamento della mente umana perché le cose sono fatte per essere usate dalle persone e senza questa conoscenza i progetti saranno difettosi, difficili da usare o da capire. Anche se con l’ausilio di una macchina si può arrivare ad ottenere il risultato ( giusto o sbagliato non lo so) in tempi ristretti, può capitare di trovare dati e informazioni in contrasto con le nostre idee di base, contro-intuitivi, difficilmente comprensibili, ma se il metodo che si è utilizzato per ottenere queste informazioni è corretto, non possiamo che arrenderci alle evidenze e aggiustare i nostri pregiudizi. Pregiudizi, da cui nessuno è immune, intesi come idee che pensiamo siano corrette senza averle verificate.

            Non è una banalità, in psicologia e nella vita, accettarsi per quel che si è, e a questo punto non è una banalità nemmeno progettare per come siamo fatti davvero piuttosto che per come pensiamo di essere e funzionare.

  43. SofiaB L   14 Aprile 2020 at 18:15

    Penso che il Coding sia essenziale per il futuro e per la progettazione di oggetti/abiti sempre più all’ avanguardia. Sono tuttavia in disaccordo con entrambe le affermazioni: Philippe Starck sostiene che tra vent’anni il design non esisterà più mentre Alessandro Marchetti afferma che esiste già una nuova Coco Chanel ed è una programmatrice informatica.
    Il design deve produrre un valore aggiunto immateriale; un oggetto di design oltre ad essere ergonomico e bello esteticamente deve saper trasmettere anche delle emozioni.
    Per quanto riguarda l’affermazione di Philippe Starck, penso che il design sarà sempre presente; più gli anni passeranno e più si confronterà con le nuove tecnologie per migliorare ed evolversi ma non potrà scomparire.
    Per quanto riguarda l’affermazione di Alessandro Marchetti invece, penso che il lavoro degli stilisti/designers non possa essere sostituito da una macchina algoritmica; Coco Chanel creava forme direttamente sul corpo, lavorando con mani, spilli e forbici mentre Christian Dior amava disegnare le sue creazioni.
    Ogni stilista/designer deve conservare con cura le proprie qualità innate, le quali sono molto importanti nel processo creativo; il Coding quindi è un valore aggiunto.
    La conoscenza del Coding sarà sempre più importante per rimanere al passo con l’evoluzione e la tecnologia ma penso che non potrà sostituire totalmente la creatività e l’intelligenza della mente umana.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Aprile 2020 at 11:07

      Sono ovviamente d’accordo con il tuo disaccordo. Ho qualche problema con il concetto di avanguardia. Lo considero troppo romantico e legato a una visione tipica dell’andropocene, centrata sull’ineluttabilità del progresso.

      Rispondi
  44. Giulia L   15 Aprile 2020 at 23:21

    Partendo dalla prima affermazione del designer Philiphe Starck, dove alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe).
    Mi trovo completamente in disaccordo con quanto Philiphe Starck ha rilasciato in questa intervista, penso che il design in questi ultimi anni stia vivendo una grandissima fase di mutazione e così si presenterà anche in futuro, ma penso che il design non sta per niente scomparendo, semplicemente con l’andare del tempo sta mutando in forme più vicine alle nostre esigenze di vita.
    Sempre in questa intervista si parla di questi ‘’Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove’’, ritengo che questi spazi vuoti stanno facendo spazio a spazi più minimalisti con un minor numero di cose, con elementi più belli, più funzionali e più sofisticati andando a dare quel tocco innovativo nei vari spazi (‘’poche cose ma belle’’), rispetto a quello che prima ma anche forse in alcuni casi vediamo ancora oggi, con elementi si funzionali ma di un pessimo gusto facendo decadere il concetto precedente.
    Per quanto riguarda il ‘’coding’’ invece, ritengo che possa essere utile in qualsiasi settore anche in quello della moda.
    Penso che l’insegnamento del ‘’coding’’ già partendo dalle scuole, sia forse fondamentale per insegnare ed educare fin dai più piccoli a un pensiero di computazionale, che consiste nella capacità di risolvere problemi applicando dietro della logica grazie a dei motori, ma allo steso tempo deve anche essere insegnato loro che questi motori che ci permettono di ottenere questi facili risultati in poco tempo non sono però dei sostituti della nostra mente, ma semplicemente degli alleati per quanto riguarda la velocità e la rapidità di informazioni.
    Riprendo un’altra parte del testo ’’Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.
    Il suo autorevole collega Christian Dior, invece, era pazzo per il disegno. Qualche mese prima delle sfilate, si ritirava in campagna e in poche settimane come divorato da una febbre estatica, produceva centinaia, migliaia di schizzi che progressivamente convergevano sul tema prescelto.’’, in merito a quanto scritto penso che il ‘’coding’’ si sia fondamentale la sua presenza all’interno della moda come mezzo di velocità/creatività/ecc.. ma penso che la vera progettualità che troviamo dietro nella realizzazione di una collezione o di un singolo abito come Coco Chanel faceva non sia paragonabile a nessun tipo di motore innovativo, il ‘’coding’’ è semplicemente una macchina non può sostituire delle mani o delle menti di grandi maestri credo che possa solo aiutarli in certi piccoli passaggi ma niente di più e niente di meno.

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  45. DiegoB(LABA)   21 Aprile 2020 at 12:35

    Personalmente vedo inverosimile, e non condivido affatto, l’idea di Starck che vede un prossimo futuro (20 anni) in cui non vi esisterà più il design e che come dice lui “vivremo in spazi vuoti”.
    Penso invece che come in tutte le cose in questo momento stiamo vivendo un cico di vita per quanto riguarda il design e che in 20 anni probabilmente questo ciclo sarà finito a al suo posto vi sarà un altra corrente che possibilmente sarà legata più al mondo del coding , intendo quindi dire che a differenza delle idee di Starck condivido invece la visione di Marchetti che dice ce la prossima Coco Chanel sarà probabilmente una programmatrice.
    Penso in realtà che questi due mondi saranno destinati a fondersi ancora in maniera più profonda in un prossimo futuro di quanto lo stiano già facendo oggi.
    Il design rimane però una chiave di forza che in questi ultimi anni ha consentito a moltissime aziende di distinguersi dalle competitrici e di rafforzare invece il proprio marchio battendo così la concorrenza, penso ad esempio ad Apple che ha fatto del design uno dei suoi punti di forza con cui ha conquistato il mercato, non vedo quindi assolutamente possibile che una potenza come Apple abbia interesse nel far scomparire quello che per loro risulta essere uno delle loro maggiori chiavi di guadagno.
    Ovviamente poi però il futuro è imprevedibile e sono dell’idea che in realtà la vera chiave del successo sia evolvere ed adattarsi ai tempi e non rimanere fermo su un qualcosa che magari in passato ci ha portato fortuna ma che in un futuro potrà segnare la nostra fine.

    Rispondi
  46. RebeccaL   21 Aprile 2020 at 15:57

    Credo che ormai il coding sia una materia che sta divenendo con gli anni sempre più popolare e soprattutto molto importante da conoscere, data l’era tecnologica che stiamo vivendo e che si farà sempre più largo nel tempo. Per quanto riguarda il design, esso sicuramente si sta evolvendo e in linea con il pensiero di Stark, concordo sul fatto che si stia sempre più semplificando, basti guardare i telefoni e computer di ultima generazione per capire quanto i designer, in base anche a quello che ovviamente vogliono gli utenti, ovvero la “semplicità”, stiano togliendo la “carne” dagli oggetti per arrivare sempre di più all’ “osso”, (all’essenza), per rendere questi oggetti, semplici, che abbiano un estetica accattivante e sempre più green e raffinati pur nella loro essenzialità. Il coding si sta fondendo sempre di più con l’arte e con il passare del tempo, anche quest’aspetto maturerà, evolverà e dietro a tutto ci sarà sempre la mano dell’uomo. In ogni caso non credo che il design possa mai scomparire, men che meno nell’accezione creativa, sentimentale, istintiva ed emozionale del termine. Tutto intorno a noi è design ed è un aspetto commerciale fondamentale per qualsiasi settore. Per quanto detto, non sono d’accordo con l’affermazione di Marchetti, secondo la quale i direttori creativi presto saranno succeduti da dei programmatori informatici, poichè, come già ho detto, sicuramente la tecnologia entrerà sempre di più a far parte della nostra vita, ma non credo che degli algoritmi possano sostituire l’estro geniale e creativo di un direttore artistico.

    Rispondi
  47. Vanessa L.A.B.A.   21 Aprile 2020 at 16:05

    Come troviamo scritto in questo articolo, Alessandro Marchetti ha affermato : “Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani” (intervista di Valerio Baroncini, Il Resto del Carlino, 13-12-2019: Mister Yoox, perché assumo giovani talenti). Secondo il mio punto di vista non poteva affermare una frase più vera. Coding significa letteralmente “l’attività di scrivere codice sorgente”, che è uno dei quasi-sinonimi di “programmare”.Con “coding”, in questo momento e in Italia, ci si riferisce però alle attività di introduzione dei bambini alla programmazione, attraverso ambienti di programmazione visuale, a partire dalla prima elementare, e come dalla prima ai bambini si insegna a leggere e a scrivere, ora si insegna anche a usare il computer. Questo perché come il linguaggio, il coding serve a comunicare e a entrare nel mondo di oggi, in cui internet è ovunque e nelle case di tutti. Io, in prima persona, ho vissuto l’introduzione di internet e del computer nella società. Molti stilisti e illustratori di moda al giorno d’oggi usano sempre di più, oltre al disegno/schizzo, anche il disegno in digitale, per far vedere meglio i dettagli e per mettere il tessuto giusto, con la giusta texture e penso che grazie a programmi come Photoshop o Procreate lo stilista può fare le sue collezioni molto più velocemente. Il disegno a mano è però sempre importante, anche perché se uno non sa disegnare a mano non riesce neanche sui programmi, perché un minimo di manualità serve e il disegno a mano, almeno per quanto riguarda il mio pensiero, è molto più diretto, ciò che penso faccio ed è molto più stimolante. Sempre lo stesso Marchetti ha affermato che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica, ma non pensò sia così, Coco Chanel è stata capace con la sua opera di rivoluzionare il concetto di femminilità e di imporsi come figura fondamentale del fashion design e della cultura popolare del XX secolo, e ciò grazie al suo essere innovativo e fuori dagli schemi, portò la comodità con i suoi abiti, ispirandosi alle persone che la circondavano, contro i corsetti e le impalcature della Belle époque. Non penso che una semplice programmatrice informatica possa arrivare a stravolgere lo stile di un intera popolazione e facendo di sé una delle stiliste più importanti di tutti i tempi, almeno senza un minimo di immaginazione e innovazione, ma invece, come ho già affermato prima, il computer e i programmi possono essere un valore aggiunto alla fantasia dello stilista. Per quanto riguarda l’ affermazione di Philippe Starck, in cui disse: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe), penso e tra parentesi spero, che il designer si sbagli, come ha affermato anni or sono il sociologo francese Abraham Moles, l’unica nostra previsione che ha ragionevoli probabilità di successo, è che le nostre previsioni risulteranno errate. Comunque non penso che l’uomo riesca a far a meno di tutto e tenere solo ciò di essenziale, parlando personalmente le cose più inutili sono quelle che più tendo a comprare, non sto dicendo che il minimalismo è una tendenza errata, anzi, molti scienziati hanno affermato che è meno stressante per la persona, ma non penso che arriveremo ad essere spiriti di pura intelligenza, perchè siamo anche corpo, e anche esso ha bisogno di essere soddisfatto, non solo la mente, magari con vestiti per coprirsi d’inverno, perché da quel che afferma il designer sembra che le persone vivranno solo dentro la propria casa e anche ciò non penso sia possibile, sarebbe un grande spreco di tempo, poi è ovvio, questo è il mio pensiero.

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  48. RebeccaP Laba   21 Aprile 2020 at 16:54

    A mio parere anche se “Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie” qualcuno che si occuperà di reinventare e rendere questi spazi vuoti dandogli un impronta soggettiva e moderna ci sarà sempre.
    È impensabile che in meno di vent’anni tutti vivremo in spazi vuoti ed uguali non distinguibili.
    Per riallacciarmi a ciò che afferma Marchetti, sono dell’idea che i designer si ritroveranno sempre più a dover far fronte al inesorabile avanzata della tecnologia; come sta avvenendo nell’arte contemporanea dove sempre più artisti fanno uso di competenze digitali.
    Prendo in esempio Rafman che all’ultima Biennale d’arte ha riprodotto virtualmente uno spazio onirico popolato da sue fantasie. Nessuno cinquant’anni fa si sarebbe immaginato che quella sarebbe stata un opera da Biennale eppure eccola lì. Con questo non voglio dire che nel futuro coloro che faranno design o progetteranno vestiti saranno programmatori digitali come ha affermato Marchetti.
    Penso più che come nel caso dell’arte (dove ad oggi gli artisti si servono sia di tecniche innovative sia di tecniche più antiquate) anche i futuri designer a secondo del loro estro e delle loro competenze potranno sentirsi liberi di utilizzare ed integrare il Coding a loro piacimento. Anche perché non dobbiamo dimenticare che a differenza dell’arte il design deve avere una funzione. Quindi sicuramente cambieranno le tecniche con cui verrano realizzati gli oggetti ma è impensabile che macchine vadano a sostituire il lavoro creativo che affonda le sue radici in quella che è la mente umana fatta di percezioni, emozioni e ricordi per dar vita a qualcosa di nuovo.

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  49. Giulia L   21 Aprile 2020 at 17:07

    Dopo aver appreso i pensieri di Starck e Marchetti, subentrano sicuramente alcuni dubbi e perplessità che già erano presenti ma non in maniera cosi evidente, riguardo questo mondo e tutto ciò che comprende l’aspetto artificiale.
    Non condivido l’affermazione di Starck, per quanto possa essere plausibile, in quanto secondo me un po’ azzardata. Non credo che il design scomparirà, penso però che si adatterà a quelli che sono i cambiamenti e le possibili innovazioni che si attueranno andando avanti con gli anni. Per quanto riguarda l’affermazione di Marchetti, penso la medesima cosa e cioè che la creatività degli stilisti si adatterà anche essa al momento e cambierà in base alle esigenze.
    Dal momento che tutto è in mutamento, non possiamo immaginarci un qualcosa che ancora dovrà esserci ma solo fare delle supposizioni, vedendo anche i cambiamenti che sono riscontrabili già da ora e dalle continue innovazioni tecnologiche del momento.
    Sentendo queste cose, mi viene spontaneo citare l’arte contemporanea e in particolare artisti che lavorano proprio con l’aspetto artificiale e con una realtà perlopiù virtuale, come ad esempio Jon Rafman. Egli lavora infatti in un mondo non reale, servendosi di tecniche quanto più tecnologiche e futuristiche possibili, ed è ciò che fanno anche molti altri.
    Penso inoltre che il Coding sarà fondamentale per il futuro e ci permetterà di fare molte più cose, però non potrà mai sovrastare ed eguagliare l’intelligenza umana.

    Rispondi
  50. Rebecca Laba   21 Aprile 2020 at 17:13

    A mio parere anche se come dice Starck vivremo in “spazi vuoti” qualcuno che si occuperà di reinventare e rendere questi spazi dandogli un impronta soggettiva e moderna ci sarà sempre.
    È impensabile che in meno di vent’anni tutti vivremo in spazi vuoti ed uguali non distinguibili.
    Per riallacciarmi a ciò che afferma Marchetti, sono dell’idea che i designer si ritroveranno sempre più a dover far fronte al inesorabile avanzata della tecnologia; come sta avvenendo nell’arte contemporanea dove sempre più artisti fanno uso di competenze digitali.
    Prendo in esempio Rafman che all’ultima Biennale d’arte ha riprodotto virtualmente uno spazio onirico popolato da sue fantasie. Nessuno cinquant’anni fa si sarebbe immaginato che quella sarebbe stata un opera da Biennale eppure eccola lì. Con questo non voglio dire che nel futuro coloro che faranno design o progetteranno vestiti saranno programmatori digitali come ha affermato Marchetti.
    Penso più che come nel caso dell’arte (dove ad oggi gli artisti si servono sia di tecniche innovative sia di tecniche più antiquate) anche i futuri designer a secondo del loro estro e delle loro competenze potranno sentirsi liberi di utilizzare ed integrare il Coding a loro piacimento. Anche perché non dobbiamo dimenticare che a differenza dell’arte il design deve avere una funzione. Quindi sicuramente cambieranno le tecniche con cui verrano realizzati gli oggetti ma è impensabile che macchine vadano a sostituire il lavoro creativo che affonda le sue radici in quella che è la mente umana fatta di percezioni, emozioni e ricordi per dar vita a qualcosa di nuovo

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  51. Alice L   21 Aprile 2020 at 20:46

    Mi sono trovata a leggere questo articolo proprio durante un momento che segnerà profondamente il nostro futuro e che ci lascerà alle spalle la realtà che abbiamo conosciuto fino qualche settimana fa.
    Ormai chiusa in casa da quasi un mese e mezzo, situazione dettata dalla diffusione del Covid-19, non sento altro che discorsi sul futuro e riflessioni su come ci comporteremo e su cosa ci troveremo davanti quando usciremo da questa quarantena.
    Ciò che è certo è che tutti i settori dovranno reinventarsi, compreso il sistema moda.
    Leggendo questo articolo ho riflettuto sul fatto che il coding e l’utilizzo di programmi e software per la produzione e l’ideazione, dopo questa situazione, potrebbero davvero diventare gli strumenti chiave per il cambiamento che questa situazione ci ha imposto.
    Già prima di questa quarantena però era stato chiesto un cambiamento molto importante al sistema moda, ovvero l’adesione alla sostenibilità e il compiere azioni che aiutassero il pianeta nella lotta contro l’inquinamento, processo che era stato influenzato anche dalle aziende del fashion system, che oltre che inquinare tramite l’emissione dei gas serra accumula oltre 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno. Riporto qui una parte di un discorso fatto da Stella McCartney e Gabriela Hearst a Vogue Global conversations che insieme affrontano questo tema.
    Hearst says “We don’t live in an endless cornucopia of natural resources. We have to balance production and consumption.… Waste, at the end of the day, is a design flaw. It doesn’t exist in nature.”
    “We have to stop and consider the waste. It’s spiraled out of control,” McCartney reiterated, pointing to figures that showed that during shutdowns in February, carbon emissions in China lessened by 25%. “We’ve seen in such a short period of time how incredible nature is, how she bounces back so quickly when we just stop for a second. I think that’s so hopeful. Will we ever be able to heal Earth? It looks like we can.… We have to come out with hope. We have to realize we consume too much.”
    Leggendo queste parole ho realizzato che probabilmente il coding, l’uso di programmi e software informatici potrebbero essere una risorsa per affrontare queste problematiche nel suo processo di cambiamento, che ormai dovrà essere obbligatorio. Ma ciò che questa reclusione forzata ha messo in luce è che noi umani siamo fatti per il contatto. Ciò che Starck prevedeva nel nostro futuro era questo: persone chiuse in casa, identità spirituali ed esistenze prive di contatti fisici? Penso proprio che se questa previsione si realizzerà non sarà di certo nel nostro futuro perché ciò che avremo bisogno dopo questo periodo sarà ritrovare ciò che il virus ci ha tolto, ovvero la fisicità. La nostra libertà sarà scandita dal contatto tra i corpi e avremo bisogno di dare voce alle nostre storie, alle nostre realtà e se non è questo allora cos’è la moda?
    Proprio perché avremo bisogno di ridare una voce a noi stessi la creatività e l’inventiva umana torneranno al centro, noi uomini torneremo ad essere al centro e sono convinta che gli strumenti che la tecnologia ci fornirà serviranno solo per amplificare questi concetti.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   21 Aprile 2020 at 22:09

      Intervento che non si può che condividere. Di fronte a Stella McCartney mi tolgo il cappello. Penso sia sincera e seria. Ma di sostenibilità sento parlare troppo e, sospetto ci sia un mare di ipocrisia che viaggia con questa parola. Anche nella moda. Forse dovremmo pensare che il sentimento mieloso della sostenibilità non ci serve più. Crea soltanto illusioni che consentono alle anime belle di continuare con il loro stile di vita.
      Non sono così sicuro che la tecnologia sia la soluzione. Di certo fa parte del problema.

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  52. Dalila L.   22 Aprile 2020 at 16:56

    Il titolo “ La morte del design” racchiude in se concetti pessimisti, ma al contempo fa emergere domande.
    Il coding e il design (delineato in contesto artistico) racchiudono in maniera netta e pungente, due categorie o orientamenti di pensiero e movimenti differenti: il coding è presente nella parte dell’emisfero celebrale sinistro, quello definito dalla razionalità, mentre il design è racchiuso nel l’emisfero di destra e rappresenta la parte delle emozioni e dell’espressione artistica.

    L’espressione di Starck appare pessimista, lasciando anche un po’ di angoscia, se ci si sofferma sul concetto che il coding limita la creatività umana. E’ un argomento che si avvicina alle idee di persone anziane, meno aggiornate. Sono già presenti applicazioni in grado di disegnare, produrre, elaborare tecnologicamente, i progetti, diminuendo i tempi.
    L’opposto si ha con Marchetti che evidenzia la necessità della programmazione nelle aziende industriali aziendali. Più vicino come pensiero ai millennials.
    Entrambi hanno la capacità di affascinare molto con i loro interventi.

    Tempo fa il matematico Turing realizzò la macchina enigma: per decifrare i codici che venivamo mandati durante la guerra, con l’aggiunta dell’invenzione dei codici binari. Lui è stato in grado di lasciare il nome o meglio il segno. Ora gli stilisti attraverso il coding sono più improntati tecnologicamente, capaci di diminuire i tempi di realizzazioni, ma distaccati dal classico lavoro con foglio e matita ed apparentemente meno sensibili alle emozioni.
    Il massimo è saper congiungere arte e tecnologia, per essere in grado di andare oltre, lasciare il proprio segno come svolto da Turing.

    L’uomo non è in grado di diminuire i tempi, la tecnologia non è in grado di provare emozioni, unendole nasce il progresso.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   23 Aprile 2020 at 10:16

      Una precisazione: Enigma era il nome del dispositivo codificante traslato alla macchina dei nazisti, configurato da un crittografo tedesco. Touring riuscì a interpretare i messaggi crittografati costruendo un’altra macchina chiamata “bomba”.
      Un’altro punto di vista (rispetto al tuo finale): problemi + tecnologia non produce progresso ma efficacia/efficienza a loro volta induttori di nuovi problemi.

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  53. SOFIA LABA   23 Aprile 2020 at 11:46

    A mio parere il titolo dell’articolo si contraddice da solo; il Coding è un termine utilizzato in un contesto informatico e significa programmare, ovviamente con nuovi mezzi tecnologici. E questo nuovo metodo di programmazione potrebbe solamente che aiutare il design a migliorarsi. Dire quindi che il design è morto, è un’affermazione un pò eccessiva. Ovviamente nel corso degli anni il design, che si parli sia di design industriale che design della moda, è mutato e grazie all’uso di tecnologie all’avanguardia, è migliorato. Ma secondo me il Coding e il design sono due elementi essenziali. La morte del design è ancora lontana.

    Per quanto riguarda le due affermazioni del designer Starck e dell’imprenditore Marchetti, penso che da una parte dicano delle cose sensate, ma forse (e mi riferisco soprattutto a Marchetti) penso sia troppo affrettato dire che la prossima Coco Chanel sia già nata e che soprattutto faccia la programmatrice informatica.
    Sicuramente questa nuova concezione del Coding e di tutta una tecnologia avanzata, è ancora più vero e realistico oggi, che siamo tutti distanti e che l’unico modo per socializzare sono i social. Ma soprattutto ora durante questa epidemia di Covid-19, l’unico modo per lavorare sono le piattaforme online.
    Quindi da una parte i due protagonisti di questo articolo hanno ben più che ragione, ma forse aspetterei ad affermare che tra qualche anno abiteremo in spazi vuoti e asettici. Anche perché economicamente creare una casa del genere, con riscaldamento, illuminazione e musica inseriti nelle pareti e tutto il resto, non penso sia raggiungibile da tutti.

    Il design della moda però, oltre al Coding e a tutte le tecnologie che aiuteranno sicuramente, a mio parere a bisogno anche del confronto e dell’umanità delle persone. Mi viene pensato a chi fa ricerca e chi lavora negli archivi di moda. E’ fondamentale andare alla ricerca di culture e di nuove ispirazioni in altri paesi. Ovvio abbiamo social che ci fanno girare il mondo in cinque minuti, ma secondo me non è la stessa cosa.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   23 Aprile 2020 at 13:13

      La domanda nascosta che sembra sfuggire ai molti interventi potremmo metterla giù così: a quali condizioni ci può essere una Coco Chanel? Si può “programmare” un fenomeno di questo tipo? La storia dice di no, la scienza (oggi) dice di no, io dico di no. Chi guarda al futuro dice che con le nuove tecnologie tutto sarà possibile.
      Aldilà delle affermazioni o delle fiction che si raccontano, e alle quali eventualmente crediamo, bisognerebbe ogni tanto capire quali sono le assunzioni che consentono di fare delle previsioni.
      Il coding si connette con una teoria della mente fatta di codifiche, informazioni che producono inferenze, canali, elaborazioni di dati.
      Possono questi processi spiegare quel fenomeno così straniante che chiamiamo creatività? Ho dei sacrosanti dubbi.
      Possono questi meccanismi spiegare in modo incontrovertibile la percezione umana e i fenomeni qualitativi emergenti che caratterizzano il design che fa la differenza?

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  54. Agata (L)   23 Aprile 2020 at 16:17

    Sicuramente lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, porterà a un futuro in cui la tecnologia sarà più presente nella nostra vita di quanto già non lo sia. Ma difficilmente rispecchierà il panorama fantascientifico che noi tutti ci immaginiamo, di case cubo e interni bianchi vuoti, se non per gli elementi essenziali, non ci saranno robot che si ribelleranno agli umani e prenderanno il sopravvento. Con l’arrivo di quella che si potrebbe definire una nuova epoca, bisognerà capire come poter inserire al meglio l’aspetto tecnologico nella vita di tutti i giorni, capendo come la macchina potrà affiancare al meglio l’uomo. Personalmente sono più attratta dal periodo carta e penna, ma non si può negare come la scienza tecnologia abbia apportato dei miglioramenti e aumentato il comfort nella nostra quotidianità, penso che stia all’individuo il compito di pensate e capire quanto farne uso e quando fermarsi. Oggi non abbiamo le grandi innovazioni che le persone immaginavano avremmo avuto anni fa, fra macchine volanti e robot che sembrano persone e vivono insieme agli uomini.
    Quindi per quanto nel futuro la tecnologia potrà essere elaborata, sofisticata o “intelligente”, non potrà mai sostituire l’uomo, una macchina non potrà mai elaborare sentimenti o emozioni, credo che sarà difficile e anche improbabile che si arrivi anche solo a un robot che possa sviluppare un proprio pensiero. Perché il prodotto del design, riferito a tutte le sue possibili applicazioni che vanno dall’oggetto, alla moda, alla grafica ecc, riflette pensieri e sentimenti di chi lo ha elaborato. La tecnologia può essere un ottimo supporto, permettendo di costruire elementi sempre più innovativi e performanti, aiutandoci a risolvere dei problemi. Un robot non potrà mai realizzare un quadro che esprima emozioni come una notte stellata di Van Gogh.
    Non concordo con la visione di Philippe Stark, in quanto è un immaginario più da film fantascientico. L’uomo avrà bisogno sempre di trovarsi in uno spazio in cui esprimere se stesso, che non è sicuramente realizzabile all’interno di una stanza vuota e iper tecnologica.

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  55. Sara97   23 Aprile 2020 at 17:15

    Ammiro molto Philippe Starck, lo ritengo un piccolo grande genio che è e riuscirà a dare vita a opere semplici ma geniali. Soffermandomi su queste due parole che ha detto lui stesso “Dematerializzazione” e “Bionismo” mi viene subito in mente “Less is more”, una famosa frase di un grande architetto e designer: Van Der Rohe. Ovvero il meno è il più, anche lui come Starck vedeva il futuro più “pulito”, nascondendo o addirittura eliminando il superfluo.
    Cosa penso del Coding ? Difficile dare una risposta sinceramente, perché è tra noi da quando ci sono tv, computer, macchine e cellulari. Fa parte del mondo che ci siamo costruiti. Personalmente non condivido quello che è stato scritto su Coco Chanel ma soprattutto l’affermazione “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica”. Questo perché sono convinta (essendo un’amante del Design)che il design, in tutte le sue forme e sfumature, non morirà mai poichè ogni cosa che ci circonda è materia di design e di conseguenza siamo noi a crearlo, quindi a tenerlo vivo. In conclusione resto dell’idea che il cervello umano sia la macchina più potente al mondo, se siamo arrivati dove siamo oggi è solo grazie a noi e non alle macchine.

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  56. NoraL   23 Aprile 2020 at 20:53

    Non penso minimante che in futuro il Coding sarebbe in grado di sostituire figure come i creativi. La tecnologia in questi anni ha avuto un’evoluzione pazzesca, ci ha cambiato e continua a cambiarci la nostra vita, sia positivamente, semplificandocela sotto tanti punti di vista, ma anche negativamente, disconnettendoci dalla realtà e tra di noi.
    Siamo sommersi dalla tecnologia, basta pensare alle nostre case, alle nostre cucine, alle nostre tasche; troviamo dispositivi tecnologici anche in spazi verdi e in aree naturali protette, dove persino l’uomo non può accedervi! (con quest’ultima affermazione intendo, che ad esempio nelle riserve naturali integrali in cui è vietata qualsiasi attività antropica, magari vi si potrebbe trovare un animale selvatico con iniettato un microchip).
    Ormai è la tecnologia che abita la Terra, non siamo più noi i suoi abitanti. È lei che domina e dirige il mondo. Addirittura (esasperando),secondo me esistono più articoli di matrice tecnologica, che esseri viventi sulla Terra; infatti solo per i cambiamenti climatici un sacco di animali si stanno estinguendo, foreste e spazi verdi sono stati ridotti in cenere, e l’uomo, il responsabile di tutto ciò, anche lui osserva impotente l’arrivo della sua imminente scomparsa.
    La tecnologia, come precedentemente accennato, ci ha persino semplificato diversi aspetti della nostra vita, ci ha reso multitasking e più scattanti; ma l’unica cosa nella quale l’uomo eclissa la tecnologia, è senz’altro la CREATIVITÀ.
    La mente umana è molto più complessa di un dispositivo tecnologico, non a caso è colei che ha dato vita a quest’ultimo.
    Pertanto con l’affermazione ‘’la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica’’ mi trovo totalmente in disaccordo.
    Sicuramente la tecnologia non reprime la creatività, anzi, può stimolarla, coadiuvarla o accrescerla (un esempio lampante è internet, il quale contiene quasi tutta l’intelligenza umana, da cui possiamo attingere con un semplice click).
    Prendendo d’esempio il mio modestissimo processo creativo, io partendo da un concetto o un’idea, alimentandola con ricerche sul web o semplicemente osservando il contesto attorno a me, elaboro tali informazioni raccolte, per poi successivamente plasmarle in un ipotetico progetto.
    Le macchine perciò, non potrebbero mai realizzare manufatti originali, in quanto sono in grado di realizzare oggetti in serie, ma non oggetti autentici e singolari nel loro genere, mi spiego meglio… non comprendo come una macchina possa essere in grado di produrre abiti esteticamente diversi e originali tra loro, aventi come matrice un programma informatico passivo.
    Non escludo però il fatto, che magari un abito realizzato da una mente Coding possa essere insolito, stravagante e che chissà, forse, potrebbe comunque fare emozionare qualcuno. Ma tutto ciò sarebbe possibile, solo perché l’emozione è legata al soggetto, ossia, che quando noi osserviamo un qualcosa, in essa riflettiamo e trasmettiamo come per osmosi le nostre sensazioni, i nostri interessi, il nostro stato d’animo del momento e il nostro bagaglio culturale. Perciò stando a questo tipo di ragionamento, anche una semplice foglia, un sasso, o un’automobile sarebbero in grado di farci emozionare. Essendo così, l’emozione soggettiva, un ‘abito-coding’ sarebbe anche in grado di fare emozionare una persona, che magari non se ne intenda di moda (ovviamente non sarebbe mai paragonabile ad un abito realizzato da uno stilista).
    In conclusione, sostengo che magari il coding e tutte le nuove tecnologie siano importanti e di grande aiuto durante i processi creativi, e nella progettazione di ipotetici prototipi o schizzi di idee, ma è fondamentale che queste apparecchiature siano affiancate e soprattutto dirette da una mente umana, che sia competente di tale settore.

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  57. Amani Laba   23 Aprile 2020 at 23:15

    Credo che il Coding sia una parte fondamentale della nostra vita come un mezzo che serve per aiutare l’uomo, ma non per stravolgergli la vita.
    Un robot al posto di un fashion designer ??? Assolutamente no, un robot non potrà mai essere all’altezza di un essere umano.
    L’idea di essere sostituiti da macchine programmate può essere utile in alcuni in determinate attività lavorative, ma non in ambiti come la moda, dove l’uomo ha bisogno di toccare, percepire, vedere ciò che li serve per creare o disegnare un abito.
    Non sono d’accordo quindi sull’idea che in un futuro il mondo sia dominato da macchine viventi.
    Supponiamo che tra un paio di anni il Coding domini il mondo e che al posto di un fashion designer ci sia un robot ….. e per quanto riguarda la creatività?? dove stanno i diversi stile caratteristici di ogni singolo stilista ?
    Mah, secondo me si rischierebbe di cadere nell’omologazione e la moda non sarebbe più la stessa.
    Spero che in futuro il Coding non prenda il sopravvento delle nostre vite e spero la creatività.

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  58. emanuele, filosofo ispirato dopo abbondandti bevute (L)   23 Aprile 2020 at 23:27

    Articolo che trovo interessante e articolato. Dunque Dunque…dove iniziamo mmm…sisi allora.
    Direi di dividere in almeno due parti cosi da dare una risposta coeva e funzionale.
    Critica a Starck: Philip come mi cadi in basso. Philip prima di dire ste sparate andiamo a raccogliere dati statistici obiettivi e non mere supposizioni. Allora partiamo da qua ad analizzare il fatturato di aziende orientate al consumatore finale: Kartell che è passata in 10 anni da 120 milioni di euro di fatturato nel 2008 a 88 nel 2017. Nello stesso periodo Alessi è scesa da 80 a 60.Le aziende invece in positivo come per esempio Investindustrial con Flos, B&B e Louis Poulsen e da Cassina/Frau/Cappellini, acquisita nel 2014 dal colosso dell’arredo per ufficio Haworth, aziende che sono orientate al mercato business to business, vendite contract e realizzazioni edilizie. A cosa ci servono questio dati? a dimostrare che il design sta cambiando funzione. Si sta spostando dal retail/ consumatore finale quindi da un target in cui si ha una consumazione dell’oggetto, a una forma più di vicina all’architettura, più fruita che consumata, più apprezzata che scelta. Ciò porta al perdere in parte quella gratificazione/interpretazione nel momento in cui si sceglie/compra un oggetto di design. Ma dire che il design è morto ce ne vuole…sta semplicemente cambiando.
    Coding e “nuova coco chanel”: allora signori; qua la questione si fa ostica; nel design servono componenti umane difficilmente replicabili ossia l’empatia e creatività. il coding aiuta gli algoritmi possono realizzare qualcosa ma non avere empatia. Per chi ha letto Emotional Design o La caffettiera del masochista o qualche libro di Munari la risposta è già qua; per tutti gli altri proseguo. Allora…lo scopo del design è rendere di facile e piacevole utilizzo un determinato oggetto; è la soluzione a determinate problematiche. Ora come ora il coding può aiutarci a risolvere le problematiche, ma non considerare l’empatia che quell’oggetto può generare. Se creo qualcosa che risulti in qualche modo poco piacevole da usare allora ho fallito miseramente anche dando risposte ai problemi posti. In questo momento ne la scienza ne il coding può dare vita a una nuova coco chanel,intesa come una IA. In futuro potremo inserire e insegnare l’empatia a un IA? io resto ancora nel dubbio…ma chissà.

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  59. MartaB LABA   24 Aprile 2020 at 12:09

    Leggendo l’articolo parto dal presupposto che non condivido appieno né il pensiero di Starck, né quello di Marchetti.
    Partendo dal primo citato, il suo pensiero così diverso dalla nostra realtà quotidiana è, a mio parere, parecchio fantascientifico, citando ad esempio film come Ritorno al Futuro del 1989 si è visto che la realtà che avevano immaginato per il 2015 era parecchio diversa dalla realtà che conosciamo noi e penso che di conseguenza lo sarà anche quella del signor Starck, ovvio che il film che ho citato era solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare, un altro film potrebbe essere Blade Runner del 1982 ambientato nel 2019, l’uomo immagina sempre il futuro fatto di essenzialità, spazi bianchi, automi e quant’altro quando ancora oggi, nel 2020, non c’è niente del genere, anzi, siamo talmente “avanti” che si è diffuso un virus in tutto il mondo senza poter riuscire a contenerlo. Citando anche la frase di Starck, “tra vent’anni il design non esisterà più” penso sia a mio malgrado impossibile, si considera il design solo per certi tipi di arredamento quando in realtà anche la sedia più banale e stata realizzata con il pensiero e il design di qualcuno, senza considerare che il suo prototipo di “spazi vuoti” anche quello stesso sia un tipo di design. Spostandosi invece sul pensiero di Marchetti penso che con le nuove tecnologie di oggi gli stilisti e designer di oggi si debbano adattare per forza di cose ai nuovi metodi, l’utilizzo di software a confronto del secolo scorso è un gran passo avanti anche solo per ideare nuove tipologie di arredamento o abbigliamento; un tempo, senza il potere di internet, per avere un po’ di ispirazione si doveva uscire fuori casa, oggi basta accendere il proprio computer e cercare su un qualsiasi sito una serie di immagini per poterne prendere ispirazione, capisco che è molto meglio trarre ispirazione coi propri occhi, magari poter toccare una foglia, una corteccia di un albero o osservare la forma dei petali di un fiore e così via ma almeno la risorsa di internet ci da una grande aiuto se, ad esempio, ne siamo impossibilitati, basta vedere la nostra situazione odierna, internet almeno ci fa un po’ vivere quel quotidiano che ormai da un paio di mesi non viviamo più. Detto questo posso dire che sì, internet e la tecnologia odierna sono essenziali anche per i creativi ma che di sicuro, questi ultimi non potranno mai essere sostituiti da macchine.

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  60. Margherita L.   24 Aprile 2020 at 14:28

    Vorrei fare una premessa e partire dicendo che, ad oggi, definire il design è molto più complesso di quel che sembra. Credo sia un mondo ormai talmente saturo da poter confondere tanti e difficilmente può essere riassunto in una definizione specifica e categorica, essendo enormemente ESPANSO e così FLUIDO da permeare infiniti ambiti legati a volte da un filo molto sottile. Ha assunto ormai un ruolo camaleontico. Sembra che tutto ormai venga etichettato con l’appellativo “di Design”. È ben chiaro come negli anni si sia sempre andati verso una maggiore ricerca estetica lasciando da parte la funzione e sfociando così, talvolta, nell’arte (DesignArt). Credo che la funzionalità sia una caratteristica fondamentale per il Design e proprio come diceva Luis Sullivan concordo che la forma debba seguire, in primis aggiungerei, la funzione. Entrando più nello specifico penso che la dichiarazione di Starck non sia da escludere a priori. Fino a poco tempo fa, osservando lo sviluppo dell’umanità, la sua previsione non sarebbe stata del tutto errata ma, penso, sia comunque abbastanza “spinta”. Inoltre, quante volte è stata annunciata la morte del Design? Già Argan la prefigurava nel 1980 e così tanti altri intellettuali ed esperti dopo di lui, eppure ancora oggi il Design è saldamente presente nella nostra società. Mi chiedo … Morirà mai veramente il Design? Io penso di no … Sicuramente si andrà incontro ad un importante cambiamento nell’intendere il Design ma non penso per forza ad un annullamento totale ed estremo come descrive Philippe Starck. Potrebbe essere più orientato verso l’essenziale e la sua effettiva utilità. Ma ritornare indietro e puntare ad un Design che miri prima alla funzione che all’estetica sarà possibile dopo tutto ciò a cui siamo stati abituati, ai livelli di evoluzione, se così volgiamo chiamarla, alla quale siamo arrivati? Forse potrebbero ribaltarsi le cose, chi lo sa? Sicuramente sarà un’evoluzione come è sempre stato.
    Il futuro, oggi ancora più di ieri, è un’incognita quindi ciò che ci sembrava inimmaginabile magari non lo è poi così tanto. Chi si sarebbe mai aspettato di trovarsi in una situazione come quella attuale, dovuta al Covid19, dove stiamo provando cosa sia l’assenza di contatti umani e chi avrebbe mai immaginato di osservare il passaggio da ambienti pullulanti di folla, che visti dall’alto sembrano un formicaio in piena attività, a città deserte quasi fantasma. Personalmente mi fa riflettere molto tutto questo silenzio che questa situazione ci regala e ribadisco che non necessariamente dovremo andare verso un’estinzione come dice Starck, ma io soprattutto dopo questa pandemia spero (forse ingenuamente, visto l’ingordigia di noi esseri nei confronti del progresso e quindi della tecnologia) che il mondo in tutti i campi “regredisca” e torni a ciò che c’è di essenziale nella vita.
    A tal proposito, riguardo al coding, penso che indubbiamente la tecnologia prenderà ancora più piede ma non potrà mai sostituire la genialità, il guizzo e l’inventiva che sono esclusività umane ed estremamente individuali e soggettive. Si potranno accelerare tempi, numeri ed esemplari di creazioni ma la genialità umana non potrà mai essere rimpiazzata. Il Design è una pratica progettuale che si fonda su un’idea e su un ideale, che trae spesso ispirazione dal passato e nonostante si possa cercare di trasferire tutto ciò ad una intelligenza artificiale non penso che il risultato sia equiparabile al modo ed alla fisicità con i quali un designer o uno stilista arrivano alla propria creazione.
    Torno di nuovo alla dichiarazione di Starck che parla di una società di persone che non hanno più contatti, o comunque estremamente limitati, dove c’è molto isolamento e solitudine e dove anche nelle case vede minimalismo e vede sparire oggetti. Alla luce della situazione di oggi in cui purtroppo noi siamo stati costretti ad un isolamento sociale e ad una reclusione all’interno di spazi, vediamo come la tecnologia in questi giorni è sicuramente un aiuto e non di poco conto (Home working, comunicazione ecc..). Noto però in questo momento di isolamento che paradossalmente abbiamo più bisogno degli oggetti vicino a noi per continuare a sentirci vivi. Interagiamo con oggetti che banalmente potevamo non utilizzare da tanto tempo, come se questo contatto potesse colmare assenze e darci una parvenza di normalità.
    La tecnologia COPIA l’uomo. Siamo noi allora indispensabili ad essa? La robotica tende alla perfezione che mira ad essere in tutto e per tutto uguale all’uomo (sognare, provare sentimenti… EMPATIA).
    Il futuro che vede Starck non è definibile “umano” ma, a mio avviso, richiama piuttosto l’idea di un mondo abitato da robot o da non so quale tipo di essere, forma o entità, dotato di un’intelligenza artificiale che … copia la nostra.
    All’essere umano non potrai mai togliere il sentimento (positivo o negativo che sia), l’anima, la necessità del contatto, di fare cose, di muoversi. Un robot invece esiste anche senz’ anima. Un essere umano solo in un pianeta non può vivere, un robot si…. Aspiriamo a questo? Io no, non penso… mi auguro che nessuno di noi veda come miraggio un mondo di esseri freddi, soli, che non hanno più bisogno di niente intorno a sé perché bastano a sé stessi (solo il pensiero mi rattrista). Sarebbe una sconfitta per tutti e anche per l’uomo che ha creato l’intelligenza artificiale. In fondo questa cos’è se non la ricerca di copiare l’essere umano cercando di eliminarne le imperfezioni… è comunque la nostra umanità che la tecnologia cerca e ambisce di replicare… vorrà pur dire che noi siamo qualcosa di superiore?
    Per quanto tutta la tecnologia, il coding e tutte le tecniche presenti e future potranno migliorare indubbiamente la nostra vita, non potranno, se non in maniera peggiorativa, SOSTITUIRSI all’uomo.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   24 Aprile 2020 at 15:41

      Se posso permettermi a me è piaciuto molto l’intervento di Margherita. Scrittura fluida, leggera senza inutili complicazioni.

      Rispondi
  61. Asia L   24 Aprile 2020 at 15:22

    Ritengo che il coding sia molto importante nella società in cui viviamo oggi , e lo sarà ancora di più nel futuro; è importante conoscerlo e saperlo usare, è molto utile per ampliare le nostre conoscenze e ci permette di risolvere molti problemi in maniera veloce. Anche il coding, però, ha il suo lato negativo, perché se usato in maniera eccessiva può portarci ad un distaccamento della vita reale fatta di relazioni ( credo e spero che avendo vissuto questo periodo ci si è resi conto di quanto sia importante , piacevole e essenziale relazionarsi con il mondo esterno ).
    Sulla frase detta del designer Philippe Starck “ il design non esisterà più” non sono d accordo. In futuro sicuramente ci troveremo davanti oggetti sempre più funzionali e comodi ma dovranno sempre rispondere al carattere estetico. Funzionalità ed estetica dovranno crescere di pari passo; i designer non potranno essere sostituiti dai robot perché questi ultimi sono privi di esperienza , creatività, conoscenza , emozioni e sensazioni , tutte componenti che permettono a un designer di essere tale .

    Rispondi
  62. Eleonora L   25 Aprile 2020 at 20:37

    Trovo questo articolo molto interessante per quel che riguarda uno sguardo su di un possibile futuro che potrebbe riguardare tutti noi; ritengo che i temi affrontati siano molteplici e tutti di pari importanza.
    Personalmente mi trovo in disaccordo con l’affermazione di Starck riportata dall’autore secondo cui parlando del futuro del design “in meno di vent’anni il design non esisterà più”. Trovo infatti che elementi in cui si operi la fusione tra funzionalità e design dello stesso oggetto siano già oggi identificabili all’interno di spazi caratterizzati da un arredamento moderno.
    È possibile notare, infatti, come elementi strutturali e/o funzionali in un ambiente domestico vengano resi parte del design complessivo dei differenti spazi senza che anche ad essi venga attribuito un design proprio; ce ne si può accorgere osservando ad esempio gli apparecchi di riscaldamento che vengono inglobati nella pavimentazione così da mantenerne la funzionalità ma sottraendo ad essi qualsiasi aspetto estetico che darebbe andato ad inficiare il design generale della stanza. Un argomento simile viene trattato dal professore parlando nell’articolo del design proprio delle creazioni di Andrej Meinichenko affermando “guardando i suoi yacht e le sue creazioni Kartell ( per esempio: la trasparenza della sedia Ghost, evoca certo la dematerializzazione ma non cancella l’impronta dell’oggetto) io non penserei mai a prenderli come un sintomo della morte del design. Piuttosto penso il contrario cioè alla sublimazione delle funzionalità di base,…” oltre che da una frase di Starck in cui egli stesso afferma che: “Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.
    Mi trovo dunque totalmente d’accordo con la tesi sviluppata in questo passo dell’articolo, nutro solamente un dubbio sull’utilizzo del termine “dematerializzazione” in tale ambito.
    Nel linguaggio corrente il termine dematerializzazione ha assunto un significato più ampio fino ad indicare, in via generale, il processo e il risultato della perdita di sostrato materiale e di fisicità.
    Personalmente preferirei dunque parlare di una sorta di “mimesi” dell’oggetto in quanto viene reso parte integrante di ciò che col proprio design detta lo stile dell’ambiente in cui viene posizionato, che poi ciò possa venir attuato tramite differenti mezzi (es. posizionamento all’interno di muri, utilizzo di materiale trasparente, ecc.) è solo un espediente di design.
    Per quel che riguarda il bionismo citato da Starck, invece, egli stesso grazie ad esso più di vent’anni fa – in una collaborazione con Luxottica – ha rivoluzionato il design dell’eyewear; infatti tale concetto prende ispirazione dal corpo umano per creare tecnologie sempre più compatibili con l’uomo. Un cammino di innovazione che Luxottica e il marchio capitanato da Starck hanno deciso di proseguire insieme, continuando a collaborare anche nel 2019 e negli anni a venire. “Sono sempre stato interessato al modo in cui un prodotto può intervenire direttamente nel benessere di una persona. L’occhiale è sempre per me stato oggetto di interesse perché è un prodotto necessario. Il bionismo è diventato fondamentale al giorno d’oggi poiché crea un’armonia naturale e continua l’evoluzione della nostra specie. Starck Eyes è la dimostrazione che l’intelligenza può essere elegante, sexy”, commenta Philippe Starck. Dunque la linea Starck Eyes possiede alla base della sua filosofia il Biolink® ovvero un’articolazione biomeccanica brevettata, ispirata alla clavicola umana e presente su tutte le montature. Proprio come la spalla, la clavicola ha libertà di movimento a 360° gradi; questa cerniera assicura dunque flessibilità e massimo comfort. Ritengo dunque che in un modo o nell’altro il design continuerà ad esistere e ad accompagnarci nella vita quotidiana, che noi ne siamo consapevoli o meno, continuando ad essere valore aggiunto per tutto ciò che altrimenti rimarrebbe solamente allo stato immateriale (come ad esempio: emozioni, sensazioni, sensibilità, ecc.); magari non esisterà più il design così come lo concerniamo oggigiorno bensì sarà presente una versione avanzata che risponda ai bisogni ed al gusto della società ad esso contemporanea.
    Un altro argomento trattato nel corso dell’articolo riguarda il tema del coding, molto presente oggigiorno. Programmazione informatica: è questo il significato della parola inglese “coding”; è possibile intenderlo come una nuova lingua che permette di “dialogare” con il computer per assegnargli dei compiti e dei comandi in modo semplice. Grazie ad esso si impara quindi ad usare la logica, a risolvere problemi e a sviluppare il “pensiero computazionale”, ovvero un processo logico-creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti, per affrontarlo più semplicemente un pezzetto alla volta, così da risolvere il problema generale. Con il coding quindi anche i bambini potranno risolvere problemi “da grandi”, e diventare soggetti attivi della tecnologia. Su internet oggigiorno è possibile trovare numerose piattaforme che insegnano a scrivere ed utilizzare il codice di programmazione. In futuro però secondo alcuni il “coding” sarà una materia fondamentale per le nuove generazioni di studenti al pari di materie come la storia, l’inglese e l’italiano. Anche per questo in Italia il Ministero dell’Istruzione (Miur) ha cominciato dal 2014, con il progetto “Programma il Futuro”, a sperimentare nelle scuole l’introduzione di lezioni di programmazione informatica. L’idea è quella di arrivare a sempre più studenti, per introdurli nel mondo di questo linguaggio, alle scuole sono stati infatti consegnati alcuni semplici strumenti per fornire agli studenti i concetti base dell’informatica, attraverso il gioco e le attività di gruppo.
    Ecco dunque che mi trovo a condividere appieno quanto riportato dall’articolo “A scuola di coding e programmazione”, a cura di Guido Mondelli (docente formatore informatico), proposto dal portale Informarsi.net; egli scrive infatti: “Vivendo in un mondo che cambia, si trasforma, evolve sempre più rapidamente, oggi più che mai, è necessario “imparare a imparare”. È essenziale, cioè, acquisire un atteggiamento di “lifelong learning”, ovvero, una attitudine mentale elastica che permetta di affrontare problemi ogni volta diversi e per fare ciò, abbiamo bisogno di una nuova abilità. Il pensiero computazionale aiuta a sviluppare competenze logiche e capacità di risoluzione, migliorando quelle capacità di pensiero che contribuiscono all’apprendimento e alla comprensione e fornisce la capacità di ideare un procedimento concreto e fattivo che conduca al raggiungimento di un obiettivo.”
    A tal proposito viene proposta un’affermazione di Alessandro Marchetti, …, “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani”. Con questo singolo pensiero l’imprenditore in realtà tratta molteplici argomenti che andrebbero analizzati singolarmente.
    Riguardo all’affermazione secondo cui una versione 2.0 di Coco Chanel sia una programmatrice informatica nutro seri dubbi, infatti analizzando l’operato di Coco è possibile osservare come ella, non sapendo cucire, realizzasse i propri capi soltanto tramite la tecnica del moulage, ovvero grazie alla presenza della modella (o della cliente di turno) Chanel andava ad “acconciare” l’abito direttamente sul corpo dell’interessata. È soltanto grazie a questa tipologia di lavoro che la stilista poteva osservare il tessuto, le movenze e le forme del corpo e sancire se l’accoppiata fosse vincente o necessitasse di modifiche (come ad esempio un tessuto più o meno rigido, elastico, ecc.). Ecco dunque che sorge spontanea una critica al pensiero di Marchetti, in particolare da parte mia che studiando Fashion Design mi rendo particolarmente conto di tutto ciò che in realtà sta dietro alla “semplice” confezione di un abito. Il capo finito infatti non è solo risposta a sé stesso bensì è reso tale da un susseguirsi di scelte; infatti già la scelta del tessuto è dettata da molteplici fattori (elasticità, morbidezza, resistenza, ecc.) a cui si aggiungono anche le sensazioni tattili che permettono di provare un’emozione piuttosto che un’altra nei confronti non solo del tessuto ma anche rispetto all’abito finito. Tutti infatti, o perlomeno la maggior parte di essi, prediligono un capo che li faccia sentire a proprio agio col proprio corpo, oltre a far sì che chi lo indossi si senta caldo e comodo; piuttosto che uno confezionato con un tessuto rigido, che trasmette soltanto un senso di freddezza e va ad inficiare i movimenti del corpo. Tali scelte sensoriali ed emozionali però possono venir prese in considerazione dalla stilista, affrontando le scelte che la porteranno alla realizzazione del capo finale, soltanto se lavora in prima persona osservando i tessuti e la loro resa sul corpo. Lavorando solamente col computer, come proposto da Marchetti, verrebbero dunque meno tutta una serie di componenti che detterebbero una qualità differente del prodotto finale. Tramite l’uso del pc, infatti, sebbene grazie allo sviluppo tecnologico sia oggigiorno possibile vedere una versione renderizzata del capo indosso ad un avatar, ciò ancora non permette di osservare il comportamento del tessuto in relazione alle movenze del corpo a cui poi verrebbe sottoposto una volta indossato; ovviamente coi passi in avanti che sta facendo la tecnologia non è negabile che ciò un domani diventi possibile. Tuttavia tramite la progettazione a computer vengono eliminate delle fasi molto importanti dalla procedura che va dall’ideazione al confezionamento del prodotto, quali le emozioni e le sensazioni che chi ancora oggi si reca in un laboratorio sartoriale può provare trovandosi ad affrontare delle scelte inerenti in particolar modo i tessuti più adatti a quello che si desidera ottenere come risultato finale e come questi una volta indossati ricadano sul corpo. Ponendo come premessa che – ad oggi – il nostro sistema informatico non sia in grado di similare, o ancora peggio sostituire, le nostre emozioni e tutti quegli elementi che sono propri di noi umani in qualità di esseri pensanti e che dunque vanno a caratterizzare la nostra intera vita, in quanto ad ora la nostra vita non è condizionata solamente dall’aspetto informatico come invece potrebbe accadere se in un futuro, concordando con il pensiero espresso dall’autore, i nostri pc si evolvessero di pari passo con la società ad essi contemporanea fino ad arrivare al punto in cui l’uno si adatti al modo di “vivere” dell’altro. Solo allora chi si occupa principalmente di coding per lo sviluppo di una nuova moda, sarà in grado di raggiungere livelli tali da essere finora raggiunti soltanto da figure quali Chanel e Dior, che altrimenti sarebbero irraggiungibili col solo utilizzo del mezzo informatico e del coding ad esso collegato.
    Si può quindi concludere affermando che il fashion game, ovvero l’atto di creare uno stile al computer, sia utilizzabile tra vent’anni come oggi soltanto come un mezzo d’espressione ma non possa di per sé dare le competenze e conoscenze ad una programmatrice informatica per diventare la Coco Chanel del nostro futuro. La creatività infatti è una dote innata che ciascuno di noi possiede, chi più e chi meno, non è quindi concepibile che un software piuttosto che un pc possano sostituire come fonte di essa la nostra mente e le nostre emozioni; bisogna in tal senso relegare l’uso di tali sistemi informatici solo ed esclusivamente in qualità di mezzi attraverso cui esprimere in modo agevolato i nostri pensieri, altrimenti se il computer tramite evoluzioni future divenisse in grado di provare emozioni ed elaborare pensieri, dando così vita ad una creatività propria, si arriverebbe ad una totale sostituzione da parte di esso della nostra intera vita.
    Un futuro similare è descritto nel film richiamato alle nostre menti dall’autore, “Equals”, questa tipologia di futuro però per la società odierna è angosciante oltre che impensabile, in quanto comporterebbe una “non più vita” bensì una dematerializzazione vera e propria della stessa oltre che di tutto ciò che la caratterizza. Esistono molteplici film che attraverso narrazioni sulla domotica e sulla realtà aumentata ci permettono di esplorare questa nefanda possibilità, tra i quali è possibile citare:
    – “Il mondo dei replicanti”, film del 2009 con la regia di Jonathan Mostow, ambientato in un futuro in cui la vita quotidiana viene vissuta attraverso i surrogati, androidi in tutto e per tutti simili a noi; le persone trascorrono la loro vita attaccati a una macchina, lasciando che questi robot vivano la vita al posto nostro.
    – “Ready player one”, film del 2018 diretto da Steven Spielberg; la pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo “Player One” del 2010 scritto da Ernest Cline, che ha anche contribuito alla sceneggiatura del film. Ambientato nell’anno 2045, l’inquinamento e la sovrappopolazione hanno rovinato la vita sulla Terra e molte delle sue città sono diventate baraccopoli; come via di fuga dalle loro vite le persone si immergono nel mondo virtuale di OASIS, dove possono prendere parte a numerose attività per lavoro, istruzione e intrattenimento.
    Infine, vediamo dove siamo arrivati nei giorni nostri; oggigiorno, infatti, i robot – programmati dall’uomo – sono sempre più presenti nel mondo industriale e non solo. Ci sono dunque dei rischi di un futuro davvero simile a ciò che finora è soltanto finzione cinematografica?
    Nella parte dell’addenda finale, il professor Cantoni affronta l’argomento dell’attenzione, essa come espresso nel testo è oggetto di ricerca ma allo stesso tempo alquanto difficoltosa da sottoporre a studi e conseguentemente da categorizzare; su di essa infatti esistono ben pochi libri. L’attenzione infatti null’altro è se non una risposta che ciascuno di noi da’ nei confronti di uno stimolo esterno; essendo una caratteristica alquanto personale è possibile dedurne dunque che non sia uguale per tutti; come conseguenza a questa peculiarità è fondamentale ricercare l’attenzione degli altri attraverso differenti metodologie, soprattutto se ci si trova innanzi una moltitudine di differenti personalità. Bisogna inoltre notare che se per qualcuno ha effetto un particolare espediente, lo stesso può sortire un effetto differente se non addirittura nettamente contrario nei confronti di qualcun altro. Ne può essere esempio l’inserimento nel corso di un dialogo esplicativo – quale quello del professore/conferente di fronte al gruppo di auditori – di termini categorizzati come scurrile, metodologia che spesso viene utilizzata come pretesto per aumentare l’attenzione degli studenti ad esempio cercando di rendere più accattivante e “alla loro portata” la spiegazione di una lezione teorica attraverso quello che si ritiene essere lo slang tipico della quotidianità di coloro a cui ci si sta riferendo. Ciò viene svolto, tuttavia, senza pensare al fatto che l’utilizzo di tale terminologia a volte risulta inappropriato e disturbante per alcuni, se non tutti gli ascoltatori, che a volte addirittura sentendosi infastiditi distolgono totalmente anche quella, magari poca, attenzione che fino ad allora avevano posto all’argomento della disquisizione che magari altrimenti sarebbe potuto risultare molto interessante.
    A conclusione di tali ragionamenti mi è possibile affermare che i tratti umani – ad ora – non sono ripetibili da software informatici, ciò però potrebbe essere realizzabile in futuro con l’evolversi informatico; ma personalmente non riesco a quantificare una tempistica necessaria per raggiungere tali livelli, e sinceramente non me l’auguro così rapido in quanto preferirei vivere io stessa la mia vita appieno, ed in particolar modo per quel che riguarda l’ambito artistico e produttivo del Fashion Design, senza demandare il compito ad un’intelligenza artificiale.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   26 Aprile 2020 at 12:53

      Intervento autorevole, ricco di spunti, ben presentato. E, come deve essere un buon commento, non privo di critiche al testo e al fuori testo.
      Sbarazziamoci di una imperfezione: Meinichenko è il committente e non il designer (basta sostituire il “di” del commento con un “per”, e tutto in quello che scrivi risulta più chiaro).
      La collaborazione tra Starck e Luxottica mi pare calzante e indovinata. Le riflessioni sul coding sono da manuale cioè lo presentano seguendo le tracce dell’ideologia informatica dominante che lo ha eletto a linguaggio del futuro.
      Personalmente detesto l’abuso della metafora del linguaggio per ogni dispositivo costruito per far emergere effetti basati su procedure rigide. Di solito l’abuso viene perpetrato da chi non ha mai speso tempo per cercare di comprendere cos’è e come funziona il linguaggio. È vero che possiamo considerare la grammatica della lingua ordinaria come un insieme di procedure, regole rigide. Ma sono regole che permettono, tra le altre cose, l’emersione della poesia. In altre parole, funzionano anche quando non sembrano rispettare le codifiche ordinarie. Qualche volta succede che chiamiamo creativitá questo apparente non-funzionamento. Esiste un software che funziona anche quando non-funziona? Forse sì; forse è sufficiente innestare nell’algoritmo una o più variabili a funzionamento casuale. Ma possiamo chiamarla creatività? Sì, a patto di demarcare una creatività-macchina da una creatività su scala umana. Ed eccoci dunque arrivati a Coco Chanel e al tema centrale del mio articolo, sul quale, mi sembra di capire, siamo sostanzialmente d’accordo. Inutile quindi insistere.
      Invece avrei qualcosa da dire sul modo in cui affronti l’attenzione. Gran parte delle mie lezioni sono state una serrata critica alla teoria stimolo-risposta che tu citi come spiegazione del concetto. Dal mio punto di vista questi aspetti fisiologico, comportamentale ma anche psicologico, in relazioneal contesto nel quale ho inserito il dilemma dell’attenzione, hanno scarso rilievo.
      Per me l’aula è, tra le altre cose, un ambiente percettivo. Ci siete voi, ci sono io, ci sono degli oggetti (i vostri Smart, computer, sedie, tavoli etc.), ci sono dei “rumori” (le vostre voci, la mia voce, etc.). È chiaro che senza una messa in ordine di questo guazzabuglio di percezioni, non può esserci alcuna “lezione”.
      Ecco perché il brancolante tentativo di orchestrarle dei prof è necessario. Una delle poche cose che sappiamo per certo dell’attenzione è che non dura, svanisce, evapora. Ecco perché è poco utile usarla come semplice stimolo. E infatti io parlo di pre-emozione; l’esempio citato nell’addenda è un’interpretazione pubblica che un prof propone (come se in realtà parlasse a tanti se stesso) nei confronti di una tematica estrema (la morte del design). È sottinteso che in alcuni momenti l’interpretazione brancolante scivoli nel brain-storming e in modi espressivi eterogenei. Perché darsi tanto da fare, invece che leggere o ripetere ciò che può essere proiettato su uno schermo? L’idea è che l’attenzione di un pubblico possa essere concepita come l’emersione di “una eccitabilità” a partire da una recita, una messa in scena, un substrato emotivo che nasce nell’ambiente e cambia l’ordine percettivo dell’ambiente.
      Ora, e vengo a ciò che a te interessa, non sempre ci si riesce. E soprattutto gli effetti della recita non sono generalizzabili. Uso il tuo argomento…siamo individui e quindi siamo potenzialmente diversi uno dall’altro. Facciamo un esempio: invece che espressioni didattico/burocratiche mettiamo che in qualche momento della recita il prof usi modi di dire mutuati dal linguaggio dei serial, della letteratura contemporanea non solo d’avanguardia, dai film che tutti vedono… (che notoriamente e per fortuna qualche volta usano parole diverse da quelle consacrate dalle Sacre Scritture, dal “libro “Cuore” e dalla Rai). In aula ci sarà chi ride, chi approva e pure chi come te le rifiuta. Ma che cosa è un rifiuto se non una reazione emotiva? E una reazione non è meglio del sonnambulismo scolastico (rafforzato dai vostri Smart) che da anni considero il nemico estremo della lezione frontale?
      Se poi la reazione produce interventi critici come i tuoi, forse ciò che tu definisci scurrile, ma ti invito a pensare cosa dovrei cancellare nella moda, nell’arte e nella letteratura moderna se ti prendessi alla lettera, se la tua reazione centra qualcosa con il tuo commento, dicevo, allora, mi viene da pensare che non tutto quello che ho detto sia da buttare, comprese le parolacce.
      Comunque so benissimo che con il pudore o qualcosa del genere, non c’è nulla da fare. Se emerge va dritto per la sua strada, punto. Non è questione di razionalità o irrazionalità. Quindi se ti sei risentita per il mio linguaggio posso solo scusarmi e non certo convincerti che forse, non è sbagliato, ogni tanto in aula presentare le cose in una prospettiva diversa, in certi casi più vicina a modalità non del tutto sconosciute nel mondo del lavoro (nei brainstorming aziendali si dice spesso: “liberatevi dalle reticenze e parlate in modo chiaro, diretto, senza alcuna remora…l’importante sono i contenuti”).
      E proprio perché siamo individui diversi è complicato prevedere in anticipo i precisi effetti delle nostre parole sulla sensibilità degli altri. Certo, possiamo scegliere di attenerci rigorosamente nel linguaggio pastorale, quello per le anime belle, si può scegliere la descrizione asettica, denotativa; l’enunciazione piatta, priva di ogni rapporto con le nervature che innestano le astrazioni del linguaggio nella vita concreta. Mi spiace tanto per chi non la pensa come me, ma ho fatto altre scelte espressive. Però il problema dei limiti esiste anche per l’enunciazione. Posso sostenere con certezza di non averli mai attraversati? No! non posso. Ci sono momenti in una lezione nei quali, grazie all’attenzione del pubblico, il linguaggio sembra condurre il parlante aldilà delle sue intenzioni; si entra così in territori discorsivi nei quali è facile inciamparsi, sbagliare. Tuttavia a mio avviso, l’ora di lezione tradizionale se non vuole essere un banale indottrinamento, non può sottrarsi a questa sfida che implica una sospensione del sapere utilitaristico e il costeggiare il rischio di zoppicare un po’.

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      • Eleonora L   27 Aprile 2020 at 13:33

        La ringrazio per la dovuta correzione per quel che riguarda Meinichencko, effettivamente è stato dovuto ad una mia svista.
        Ne approfitto inoltre per farle notare che nel mio commento ho cercato di osservare la situazione descritta dal testo riportato nell’addenda all’articolo attraverso una visione generale e d’insieme e non presentando solo e soltanto una mia visione personale.
        Ecco dunque che le mie parole l’hanno forse tratta in inganno portandola ad attribuirle ad un mio pensiero inerente alle sue lezioni tenute in accademia, non è affatto tale critica ciò che io volevo esprimere.
        Con la mia puntualizzazione volevo solamente presentare entrambe le possibili facce della medaglia prendendo un avvenimento vissuto come esempio da cui partire. Ovviamente non essendomi mai posta dalla parte del professore, che da solo deve tener testa a tutto l’insieme di distrazioni da lei citate per poter raggiungere l’attenzione degli studenti, non saprei quanto questo compito possa risultare difficoltoso e soprattutto non saprei in alcun modo indicare quale potrebbe risultare la metodologia migliore e dunque preferibile per catturare e mantenere per l’intera lezione l’attenzione degli studenti.
        se tale fosse la percezione suscitata dal mio testo non posso far altro che ammettere un “mea culpa” e sostenere che in realtà ciò non fosse assolutamente il mio obiettivo.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   27 Aprile 2020 at 15:03

          Direi che se ti ho frainteso, nondimeno il tuo commento mi è stato utile. Per chi fa il mio mestiere i problemi che mi hai suggerito di mettere a fuoco sono reali e non derogabili.

          Rispondi
  63. Rebecca B (L)   26 Aprile 2020 at 09:43

    Trovo l’articolo estremamente interessante e una frase ha colpito particolarmente la mia attenzione: “È chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel etc…”.
    Concordo in pieno, le creazioni di Chanel erano tutto frutto della sua straordinaria mente creativa e se potessi vorrei tornare ai suoi tempi per apprendere al meglio la vera arte del mestiere.

    Ma andiamo con ordine, l’affermazione di Philippe Starks , una delle figure mondiali dell’estetica contemporanea , dice che : “ in meno di vent’anni il design non esisterà più”. Un’affermazione tosta e un pò inquietante a mio avviso, dato che sto studiando per diventare un futuro designer/progettista.
    Ma facciamo un passo indietro sul termine “design”.

    Design è una parola inglese, si può tradurre con la parola progetto e progettare a sua volta deriva dal latino, e significa gettare avanti e quindi immaginare un futuro.
    Quando penso al mondo del design, penso che ci sia dietro uno studio non solo di progettazione ma soprattutto di creatività, quindi che esso non debba essere solo funzionale.
    Non posso immaginare fra vent’anni una mia futura casa essenzialmente vuota, con tutto incorporato.
    Se penso ad una tipologia di arredamento, alle case future che vorrei progettare, agli spazi da allestire sicuramente non penso ad un incorporazione o integrazione totale al suo interno.
    Prenderei in considerazione la domotica che potrebbe diventare il giusto compromesso per realizzare qualcosa di design ed allo stesso tempo tecnologico.
    Il Design obiettivamente è l’anello di congiunzione tra ingegneria e arte, tra invenzione e stile, tra produzione e mercato.

    Il design non scomparirà ma cambierà, possiamo dire che si sta sempre più contaminando anzi “tecnologizzando”, aprendosi a nuovi mondi.
    Cambieranno le modalità di fare design come cambieranno allo stesso tempo le esigenze delle persone perché il design alla fine è anche consapevolezza.
    Cioè essere consapevoli del presente e immaginare un futuro, dunque il cambiamento è inevitabile e dietro l’angolo.
    Ma questo futuro non lo voglio immaginare come Starks e il design non morirà.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   26 Aprile 2020 at 15:35

      Nulla da dire sul tuo intervento. Però vorrei precisare che l’etimologia Latina di design parte da “signum” cioè “segno”; quindi il significato sarà “disegno”, designatio. Ma in latino abbiamo anche adumbratio che sta per disegno nei termini di abbozzo, schema germinale.
      Non so se possiamo attribuire alla lingua latina il “gettare avanti” e l’immaginare un futuro che proponi per design.
      Prendiamo una frase come: il disegno della Provvidenza…si traduce in Providentiae divinae consilio; ancora, come si traduce: ministro del disegno di Dio? Ministrum consilii a Creatore initi…
      Allora, questo significato del “gettare in avanti” da dove viene?
      Secondo me viene principalmente dall’inglese. Design può essere sostantivo e verbo. Come sostantivo può essere “progetto”, “piano”. Come verbo significherà quindi “progettare”, “architettare”…infatti per esempio si può dire the design of the new building per significare il piano progetto che culminerà in un nuovo edificio.
      Veniamo alle cose serie. Sono molto d’accordo sulla tua correlazione tra “essere consapevoli del presente” e “immaginare un futuro”. Ma la questione è di cosa siamo consapevoli oggi e perché dobbiamo riflettere sul futuro per progettare?

      Rispondi
      • Rebecca B (L)   28 Aprile 2020 at 11:38

        Futuro: ciò che non c’è ancora, che ancora non esiste, ma che giorno per giorno ci immaginiamo, facendo progetti, temendo pericoli e cullando aspettative.
        L’uomo ha questa caratteristica: non sa vivere senza la prospettiva del futuro, non sa vivere senza immaginarsi quel che sarà.

        Per questo motivo abbiamo bisogno di consapevolezza e poter riflettere sul futuro per progettare, è guardando o pensando al futuro che, nella maggior parte dei casi, basiamo i nostri comportamenti del presente.

        Oggi appunto siamo consapevoli di volere adottare nuove misure sempre più Green e che si adattino alle esigenze dell’uomo, per portargli qualsiasi tipo di comfort, cerchiamo sempre di guardare oltre al progettuale perché il nostro è un campo creativo, cerchiamo di poter integrare la parte estetica con quella funzionale.
        In questo modo vogliamo dare sfogo alla nostra creatività e dimostrare le nostre doti.
        È una sorta di lotta alla sopravvivenza nel mondo del design dove vince il più originale.

        Rispondi
  64. Giovanni (L)   27 Aprile 2020 at 15:15

    “il design è avere consapevolezza del presente e immaginare un futuro in cui realizzare le proprie idee”. il design è una disciplina in parte tecnica e scientifica, in parte sociologica e umanistica, è anello di congiunzione tra ingegneria e arte, tra invenzione e stile, tra produzione e mercato. A mio parere, esso sprigiona il suo miglior viso quando messo in atto da menti mature e pertinenti. è inutile pensare al design futuro come uno scenario apocalittico messo in atto da robot e coding vari (naturalmente è chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance, ma che non potrà mai sostituire la mente umana). Tra vent’anni si annuncia la morte del design, a mio parere non ci sarà perché la mente umana ci saprà regalare nuove vite d’uscita minimal o articolate, a seconda “dell’aria che respireremo” nel nostro contesto storico. l’arte, il design, la musica, sono capacità espressive del talento dell’uomo e delle sue emozioni che finché l’uomo stesso esisterà, non potranno mai cessare di esistere.

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  65. Ylenia L   28 Aprile 2020 at 18:41

    In questo articolo si ipotizza che il coding potrà essere la morte del design che c’è stato fino ad oggi, ma se ci soffermiamo a pensare a tutti i cambiamenti sia nell’arte, nella storia e nel mondo quotidiano capiremmo che questa è semplicemente la prossima evoluzione che ci aspetta. E noi possiamo essere d’accordo o essere assolutamente contrari ma non siamo mai riusciti e non potremmo mai fermare l’evoluzione. Durante molti cambiamenti però chi si è opposto o non ha seguito il cambiamento ha perso molto, è rimasto indietro. Ad esempio questo virus e tutto quello che ci ha portato sta facendo capire l’importanza di Internet e a chi si era sempre opposto a ciò oggi si trova isolato e in difficoltà. Invece le persone che già da prima appoggiavano o usavano Internet anche nel lavoro oggi sono i più fortunati perchè il futuro mi dispiace dirlo ma è su questo schermo. Con questo non voglio materializzare i rapporti umani o le attività manuali anzi come nelle scuole di moda fanno bene ad inserire materie di programmazione ma non si dovrebbe perdere il focus di studiare moda in tutte le sue infinite sfaccettature. Non si dovrebbe mai perdere le caratteristiche umane o quello che siamo noi oggi o dimenticarcelo ma non possiamo rimanere ancorati a questo e al passato, dobbiamo evolverci, seguire il cambiamento se no “muori” come molte aziende che non hanno volute stare al passo con i tempi ma rimanere ancorati alla “tradizione” ci hanno rimesso tutto. Quindi io sarò la ragazza che non sostituirà mai un messaggio ad un abbraccio, un’email a una lettera, un articolo a un libro, un disegno su carta a uno su photoshop, o una videochiamata a una serata insieme ma non escludo o nego nessuna delle due alternative e se ne verranno fuori altre mi adeguerò al cambiamento non dimenticandomi mai quello che c’era prima. Non so se sarò la nuova Chanel informatica ma sicuramente il coding non mi fermerà a diventare ciò che sogno, lo imparerò insieme all’inglese.
    Se c’è una cosa certa nella vita oltre la morte è il cambiamento è inevitabile quindi seguilo sempre se no ti si può rivoltare contro.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 Maggio 2020 at 11:14

      Riguardo la tua affermazione sull’inevitabilità del cambiamento vorrei esprimere un paio di precisazioni. Nella vita, così come la conosco, ho osservato che persistenza e cambiamento sono un unico concetto operativo. Si cambia se si ha le idee chiare sulle invarianti di processo. A volte il cambiamento per il cambiamento è uno spreco o addirittura un danno.
      Una situazione come quella che stiamo attraversando, caratterizzata da Sars-Cov-19, è evidente che comporterà un ripensamento dell’ambiente lavoro. Credo che aumenterà co-working, le boutique verranno ridisegnate, aumenteranno gli investimenti intellettuali ed economici nel web. Inserito in questo contesto il coding avrà un notevole sviluppo.
      Ma “l’effetto Chanel” è un’altra cosa. Implica infatti una riflessione su euristiche di lavoro per le quali sarebbe sciocco dimenticare i tratti persistenti legati al passato, legati a una idea di cultura che assomiglia a cespugli di effervescenze storiche e al biologo (un designer è in primo luogo un soggetto che rielabora con l’immaginazione, l’empatia, l’esperienza, dall’interno, un grumo di percezioni legate al suo ambiente creativo allestito da “oggetti” fatti per l’uomo).
      Confondere le idee su cosa possiamo fare con macchine più potenti, con la creatività su scala umana, apre la strada alla mitizzazione cioè alla sopravvalutazione della tecnica. Molti filosofi nel novecento ci hanno allertato sui rischi di un eccesso di fiducia sulla cosificazione del progresso. Gran parte delle riflessioni ecologiche di oggi puntano chiaramente a farcene percepire costi, rischi, esiti mortali per la vita così come la conosciamo.
      Ho scritto il testo che avete commentato, forzando la mano ai due celebri protagonisti, per meta-comunicarvi l’urgenza di una soglia critica che, proprio perché non possiamo smarcarci dalle tecnologie digitali, dobbiamo affinare.
      Nessuno deve fare la guerra al coding; ma nessuno deve pretendere dal coding ciò che il coding non può (ancora) fare e tantomeno deve forzarci a crederci.

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  66. SaraM (L)   1 Maggio 2020 at 15:37

    Inizio affermando che negli ultimi anni ho compreso sempre più che il design è sostanzialmente la capacità di saper progettare qualcosa senza tempo, adattabile quindi a qualsiasi stadio temporale e, di conseguenza, ad un target vasto di persone.
    Penso che per alcuni oggetti di design il tempo non passi mai, questi fondono passato, presente e futuro, rimanendo al passo con l’evoluzione dello spazio che li circonda. Dal momento in cui il design è senza tempo e un occhio al futuro è necessario, il futuro è intrinsecamente fatto del design odierno, passato e futuro.
    Prendendo in considerazione ciò che afferma Philippe Starck in risposta alla domanda postagli sul futuro del design, non voglio negare che questo possa essere costituito di robot e comodità inserite nelle pareti, dato che il design, come molte altre discipline, deve sapersi aggiornare e andare al passo delle innovazioni tecnologiche e culturali. Allo stesso modo non sono d’accordo su quello che Starck afferma riguardo la morte del design, poiché la ritengo alquanto improbabile e utopica, soprattutto se si pensa ad una distanza di meno di vent’anni. Credo che il design morirà solamente in concomitanza alla morte dell’uomo e della sua creatività, che si spera avvenga in un futuro decisamente più lontano.

    «Un buon progetto nasce non dall’ambizione di lasciare un segno, ma dalla volontà di instaurare uno scambio, anche piccolo, con l’ignoto personaggio che userà l’oggetto da voi progettato» Achille Castiglioni

    Voglio proseguire con questa citazione perché enuncia chiaramente quanto il design sia legato alla sostanza: nasce dall’uomo per l’uomo e si sviluppa attraverso scambi diretti di valori e idee. L’essere umano, in quanto tale, ha bisogno di imparare dai propri sbagli per crescere e poter sfruttare al massimo le sue capacità, la memoria diventa dunque una caratteristica fondamentale. Per i motivi elencati non condivido il pensiero di Alessandro Marchetti, poiché ritengo che la tecnologia non potrà mai sostituire la creatività ed esperienza che un uomo possiede, ma che in molti casi possa essere di grande aiuto per facilitare il processo creativo.
    Il coding, quindi, è una risorsa che ci viene messa a disposizione, un linguaggio di notevole importanza che può essere affiancato al processo creativo dell’uomo, per migliorarlo, talvolta semplificarlo e renderlo più chiaro.
    In conclusione penso che il design ben fatto sia senza tempo, nato dalla volontà di instaurare rapporti e scambi, che l’essere umano sia insostituibile, ricco di difetti e in collaborazione con il linguaggio tecnologico.

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  67. ChiaraC LABA   1 Maggio 2020 at 20:32

    Il coding è appunto la programmazione informatica attuata da programmatori, quindi, dall’uomo. Ma l’uomo di cosa di serve per far si che i processi del coding possano essere attuati e sviluppati? Di conoscenza ed esperienza. La conoscenza presuppone la facoltà di percepire e di apprendere ciò che ci circonda, tramite l’esperienza che presuppone a sua volta la conoscenza acquisita mediante il contatto diretto con la realtà, presuppone l’intervento delle sensazioni, ovvero dei sensi; ma per esperienza si intende anche la sensibilità interiore, quindi la percezione di sentimenti ed emozioni. E queste facoltà le possiede solo l’uomo, dunque in qualsiasi attività o processo umano, c’è dell’umano. Non esiste un processo umano disumanizzato. Con l’informatica non facciamo altro che rendere questi processi automatizzati, per semplificarci le cose. Ma sono pur sempre processi umani convertiti e inclusi in una macchina intelligentemente creata dall’uomo sullo stampo di quello che è un ragionamento ed un processo umano. Abbiamo sicuramente superato noi stessi, nel senso che le macchine informatiche contengono di gran lunga più informazioni rispetto a quelle che il cervello umano può contenere, ma sono pur sempre informazioni che noi stessi (esseri umani) abbiamo trasferito sui dispositivi e nei processi informatici stessi. Per quanto riguarda i processi creativi, da creativa posso dire che sui dispositivi elettronici le fonti d’ispirazione sono molte, sono vaste, forse infinite. Potrei tranquillamente fare delle creazioni attenendomi a quello che il mio occhio vede, legge e percepisce attraverso uno schermo. Sarebbe una creazione priva di emozioni? Direi più limitata, perché le emozioni in un modo o nell’altro esistono sempre. Limitata a ciò che in qualche modo già conosco e di cui, in qualche modo, ho già fatto esperienza. Dunque io trasmetto emozioni legate ad esperienze già assimilate e metabolizzate prima dell’atto creativo, prima di ridurmi a guardare delle immagini su uno schermo. Esempio: guardo un’ immagine che raffigura le cascate del Niagara, mi trasmette emozioni? Si, perché sono già stata fisicamente in un luogo simile, e ricordo le emozioni che mi ha dato quel posto. L’immagine non mi dice niente, è la mia esperienza che parla. Magari è una bellissima immagine, evocativa, piena di spunti, nessuno lo mette in dubbio. Ma se non avessi mai avuto un’esperienza simile, non avrei saputo se di fronte ad una cascata io avrei potuto provare paura, stupore, meraviglia, vertigini, ecc. E le emozioni sono non dico importanti, ma fondamentali e basilari per una creazione. Perché attraverso una creazione si esprimono delle idee, dei pensieri, dei concetti, delle emozioni. Il coding può certamente aiutare nei processi creativi per quanto riguarda ricerche, schizzi, plat, anche ispirazioni, perché no. Ma le emozioni si trasmettono solo attraverso esperienze sensoriali, che presuppongono l’utilizzo fondamentale dei sensi. Ecco, la prova che non ci possiamo ridurre al solo utilizzo del coding è che sui dispositivi elettronici gli unici sensi che utilizziamo sono vista e udito. Mancano il tatto, il gusto e l’olfatto. E dove li mettiamo? Possiamo privarcene? No, non saremmo umani, trascureremmo una parte di noi fondamentale, che di conseguenza non trasmetteremmo attraverso quelli che sono i processi del coding. Sul design, posso dire che al disegno manuale si potrebbe benissimo sostituire il disegno digitale, con le tecnologie avanzate che danno la possibilità di essere più precisi e verosimili possibili, anzi, forse i disegni uscirebbero anche meglio. Ma il disegno è soltanto una delle tante attività che vanno a formare l’intero processo creativo. Ciò che più è importante prima del disegno, è l’esperienza personale, il percorso, la ricerca che porta a quel determinato disegno, che necessitano di una realtà che è al di fuori di qualsiasi processo e programma informatico. D’altronde in un processo informatico noi proiettiamo le nostre conoscenze e le nostre esperienze. Il professor Cantoni parlava di un contatto diretto con il corpo, quindi ciò presupponeva l’utilizzo del tatto… che come ho spiegato prima, è fondamentale. Oltre il corpo, è fondamentale toccare i tessuti, riconoscerli, percepirli, sentendoli. Potrei mai associare ad una collezione dei tessuti che non ho mai toccato, di cui non ho esperienza? Basterebbe una descrizione su Wikipedia ed un’immagine allegata per decidere che quel tessuto è adatto alle mie creazioni? Assolutamente no. Cerco di immaginarlo, ma l’immaginazione non può corrispondere alla realtà, per lo meno non può sostituirla. Se un giorno, attraverso un computer, saremmo in grado di entrare in un luogo o in un oggetto o in un cibo sentendolo, odorandolo, toccandolo, o assaggiandolo, allora potrò dire che il coding può sostituire quelli che sono i processi e le esperienze umane. Ma ciò non credo succederà mai, per cui il creativo si limiterà ad utilizzare il coding solo ed esclusivamente per migliorare, velocizzare e semplificare un processo che dev’essere necessariamente umano. Per quanto riguarda il design, anche se penso che il disegno possa venir sostituito da processi digitalizzati, non credo morirà mai. Per fare un esempio concreto: nonostante ad oggi la carta è sostituita dalla carta digitale, poiché i libri esistono in digitale, i registri esistono in digitale, le firme esistono in digitale, i pagamenti esistono in digitale, le lezioni esistono in digitale, i meeting esistono in digitale, ecc ecc, continuano e continueranno sempre ad esistere libri cartacei, firme cartacee, lezioni e meeting reali, pagamenti reali e quant altro. Per lo meno me lo auguro, altrimenti sarebbe un mondo sempre più privo di umanità. Ma non credo che l’uomo sia disposto e capace a spogliarsi di qualsiasi tratto e caratteristica umana, per trasformarsi in una mezza specie di robot.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Maggio 2020 at 10:40

      La dichiarazione che non esistono processi umani disumanizzati è molto forte. Se me lo consenti, vorrei provare a confutarla. Cosa ne dici di un serial killer? Immagina di incontrare Jeffrey Dahmer, il cannibale del Milwaukee (15 vittime accertate, 17 presunte tra i ‘70 e i primi ‘90), il quale dopo i convenevoli del tipo: signorina buongiorno, può aiutarmi a mettere in macchina questo pacco? Botta in testa, corsa in macchina, scotch ultraresistente sulla bocca, ti riprendi saldamente legata a una sedia…Immagina ora che ti dica “ bene, tanto per cominciare, le prelevo un cosciotto per farmi l’arrosto. Definiresti questo comportamento umano?
      Non ti piace l’esempio? Troppo truce? Va bene. Facciamone un’altro. Immagina di incontrare un deficiente che risponde al nome di David Stephenson, fierissimo di spacciarsi come Grande Dragone del Ku Klux Kan che gentilmente, si fa per dire, ti dice: “Signorina lei non è di razza pura, quindi non può che essere inferiore, impura, praticamente una schiava…intanto comincio col mordicchiarla”. Lo definiresti umano? Anche se hai buone letture del tipo La Philosophie dans le boudoir del Marchese Da Sade (1795), un elogio incondizionato degli istinti naturali, oppure, per contro, Il Leviatano di Hobbes (1651), il filosofo che tutti ricordano per Homo homini lupus, ma che in realtà scrisse bellum omnium contra omnes, anche se la metafora del lupo, cara a Plauto, Erasmo, Bacone, Owen, per significare il brutale stato di natura possiamo considerarla almeno implicita nel testo; anche appelandoti a queste letture dicevo, difficilmente potresti negare la plausibilità della disumanizzazione.
      Ritorniamo alle nostre questioni.
      Io distinguerei tra:
      1. Il creatore del software (del coding)
      2. Chi semplicemente impara ad usarlo
      3. Chi crede che usandolo si aprano automaticamente le porte della creatività.
      Dove si arrocca il cretino? Nel punto 3, non c’è dubbio.
      Allora, ogni dichiarazione che spinge i soggetti a pensarsi nel punto 3, è una sciocchezza.
      Come dici tu, c’è dell’umano in tutti e tre le dimensioni dell’agire elencate.
      Ma per me fa una grande differenza la distinzione tra chi concepisce un programma, chi lo sfrutta in vista di determinati scopi e chi usandolo non ne capisce i limiti. Esattamente la differenza che c’è tra le persone intelligenti e i cretini.
      Quindi digitalizziamo pure il digitalizzabile ma facciamolo con senno.
      Cosa dobbiamo apprendere? Più che il coding, le basi logiche della programmazione. Con esse difficilmente ci troveremo a recitare la parte del credulone.

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      • ChiaraC LABA   2 Maggio 2020 at 16:13

        Quando parlo di “umano” non mi riferisco al termine sotto il punto di vista filantropico o magnanimo, per cui non mi riconosco nei suoi esempi che si discostano nettamente dal senso in cui ho inteso la parola “umano”. Mi riferivo a tutto ciò che presenta caratteristiche proprie dell’uomo, in quanto rappresentante di una specie, a tutto ciò che ci distingue dagli altri esseri animati o inanimati ovvero le strutture caratteristiche psico-fisiche dell’essere umano, in questo caso, quindi, all’ agire secondo pensieri e processi logici che trasferiamo di conseguenza su tutto ciò che creiamo con le nostre mani, computer e tecnologia compresi. Non sto dicendo che dei computer abbiano caratteristiche umane, ma che i procedimenti che ci sono dietro la programmazione di un computer e anche al coding, in questo caso, sono procedimenti prettamente umani, pensati dall’uomo e trasferiti su di una macchina che esegue semplicemente i comandi da noi stessi imposti, quindi dell’umano in tutto questo processo c’è. I computer non si programmano da soli, dopo tutto. Per quanto riguarda l’umanità dal punto di vista, oserei dire, magnanimo e filantropico come lei lo ha erroneamente inteso, è un altro discorso. Ma comunque mi permetta di dirle che forse, per lo meno secondo il mio punto di vista, ha una visione fin troppo unilaterale e positiva della parola umano. Se degli esseri umani sono in grado di comportarsi da serial killer, vuol dire che un serial killer ha caratteristiche pur sempre umane, difficilmente incontriamo un gatto per strada che fa una rapina o uccide a sangue freddo. Comunque per umanità ho un concetto molto più vasto, per me può avere accezioni positive o negative, credo che una brava persona devota religiosa con dei valori ed una famiglia possa essere considerata umana quanto un serial killer, perché l’umanità è questa, c’è del buono e c’è del marcio, ma è pur sempre umanità, siamo pur sempre della stessa specie e presentiamo alla base le stesse caratteristiche. Anche un serial killer esce a prendersi un caffè ogni tanto, io credo.

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   2 Maggio 2020 at 20:58

          Sì certo Chiara, anch’io sono convinto che ogni tanto anche un serial killer esce a prendersi un caffè. Arrivo persino a concederti che ogni tanto si faccia persino un bidet. Ma se tu incontrassi un marziano venuto a conoscerci, uno dei famosi omini verdi, e ti chiedesse cos’è che ci rende umani, cosa risponderesti? Che siamo umani perché ogni tanto usciamo per bere un caffè? Non ci credo. Io penso piuttosto che gli parleresti della coscienza, cioè di un meraviglioso dono che emerge con il linguaggio e con le emozioni attivate dal rapporto con i nostri simili. Sono convinto che gli parleresti della costruzione di valori etici e morali che dopo inenarrabili atrocità ci hanno portato a capire che viviamo tutti sullo stesso pianeta e che si vive meglio rispettando gli altri. Spesso abbiamo tra noi dei dissidi, ma abbiamo imparato a negoziare soluzioni incruente. Siamo esseri imperfetti e quindi non sempre riusciamo a mantenere la nostra coscienza coerente con i valori che abbiamo scelto. Ma quando falliamo di solito proviamo vergogna, senso di colpa, desiderio di redenzione…Certo, per evitare che l’omino verde faccia brutti incontri, gli diresti anche che non sempre la coscienza ha il sopravvento sui nostri tumulti interiori. Gli diresti che ci sono persone che agiscono come se la coscienza fosse una lamella talmente sottile da risultare inutilizzabile quando i loro desideri emergono imperiosi. Tuttavia, nel preciso momento nel quale i valori fondamentali vengono travolti dai desideri di individui che vivono cose e persone del mondo come semplici oggetti, a molti umani, me compreso, piace definire questo atteggiamento “disumano”. Non è solo una parola, bensì una linea di confine, un limite, concepito per avere ben chiaro cosa difendere e come agire per preservare la coscienza. Utilizzare la parola disumano ci serve quindi non solo per segnalare la pericolosità delle azioni di alcuni individui o per attivare o rinforzare la catena di eventi che li renderanno inoffensivi. Parlare di disumanità ci serve soprattutto per ricordare a noi stessi quanto la coscienza e i valori fondamentali ad essa connessi, maturati nel tempo per preservare la vita di quante più persone possibile, abbiano bisogno di una costante manutenzione per non essere annichiliti proprio dalle forze dalle quali la coscienza è emersa e dalle quali non può separarsi.

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  68. Elisa L.   2 Maggio 2020 at 12:24

    Ho letto e riletto le parole di Starck e di Marchetti più volte per coglierne bene il significato.
    Tutto cambia, tutto evolve e qui non ci piove, ma per quale motivo il design non dovrebbe più esistere?
    Devo ammettere che la risposta di Starck alla domanda “ come immagina il futuro del design?” mi spaventa un pochino. Sono d’accordo sul fatto che con la dematerializzazione parecchi oggetti andranno a sparire ( basta pensare al fatto che io stia rispondendo ad un articolo scrivendo direttamente sul mio pc e non più con carta e penna), ma allo steso tempo credo che l’essere umano non sia ancora pronto a “sentirsi completamente nudo”, non da qui a 20 anni, penso e spero che se proprio dovrà essere così, ciò avverrà non prima di un secolo.
    Tornando alla frase iniziale “ tutto cambia”, voglio essere positiva e pensare che magari il design del futuro sarà un design completamente diverso, evoluto. Probabilmente avremo a che fare con un design dove il “virtuale” farà da padrone e di conseguenza un bravo designer avrà conoscenze informatiche e digitali molto più approfondite. Mi viene da fare un paragone con l’arte, la quale con l’arrivo della fotografia a metà 800 ha accusato un grosso colpo (crisi della pittura da cavalletto), ma gli artisti si sono “evoluti e reinventati” tenendo sempre alta l’asta della bandiera. Oggigiorno infatti l’arte “si nutre” anche di digitale e virtuale, perché non potrebbe essere così anche per il design?
    Ed è con questa domanda che mi collego invece alle parole di Marchetti “sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani”.
    Mi ritrovo nelle ultime righe, purtroppo o per fortuna (non possiamo ancora dirlo), questa è l’era del digitale e credo sia indispensabile sia per noi che per le generazioni future conoscere questo “nuovo mondo” senza però abbandonare “il vecchio”. L’obiettivo del coding infatti non è formare una generazione di futuri programmatori, ma educare i più piccoli al pensiero computazionale, che è la capacità di risolvere problemi – anche complessi – applicando la logica, ragionando passo passo sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione. Il coding allena le menti dei bambini e dei ragazzi ad usare la logica nella vita di tutti i giorni. Detto ciò credo che la nuova Coco Chanel non debba per forza essere una programmatrice informatica, ma potrebbe benissimo essere anche una stilista/designer (vecchio mondo) con ampie conoscenze informatiche, digitali e virtuali (nuovo mondo).

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  69. Karen L.A.B.A.   3 Maggio 2020 at 16:44

    Letteralmente coding significa «programmazione informatica» ed è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, cioè tutti quei processi mentali che mirano alla risoluzione di problemi combinando metodi caratteristici e strumenti intellettuali (come i giochi interattivi).
    Mentre design significa Ideazione e progettazione di oggetti d’uso da prodursi in serie dall’industria, secondo forme esteticamente valide in rapporto alla funzionalità dell’oggetto.
    Il coding è importante e prossimamente sarà indispensabile, saperlo usare , infatti le scuole primarie italiane si stanno muovendo per far imparare e capire il suo funzionamento ai bambini.
    Ma il design in futuro continuerà ad esserci a mio parere, perché oltre ad essere prerogativa del uomo, anche uno spazio minimale o vuoto può essere considerato design, basta che continui ad avere la sua funzione; ma come da sempre nella storia ci saranno diverse scuole di pensiero, e secondo me alcuni designer useranno il continuo miglioramento delle tecnologie per creare design sempre più particolari, cercando di infrangere le barriere che oggi ancora esistono.

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  70. Asia (L)   3 Maggio 2020 at 17:27

    “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica.”
    Molti guardano alla figura di Coco Chanel come ad una icona della moda e di stile, ma non è stata solo una talentuosa stilista.
    E’ stata un’icona per tutte le donne, cambiando la percezione che il mondo aveva di loro e creando delle visioni innovative dal punto di vista culturale.
    Con questo intendo che il coding non potrà mai sostituire la creatività di una persona e la potenza di una mente, perché quello di cui la creatività si nutre non è la realizzazione di un abito o di un quadro, quello che andiamo cercando è empatia.
    L’empatia ci permette di creare visioni innovative, e contemporaneamente di vedere la bellezza
    In quelle che definiamo opere d’arte

    Inizialmente nell’ambito della moda si utilizzava disegnare a mano, con carta e matita; nel corso degli anni, è entrata la tecnologia nelle nostre vite e abbiamo cambiato strumenti, arrivando a disegnare con software specifici sui device.
    Sicuramente la programmazione digitale porterà dei vantaggi ai designers, rendendo più semplice e veloce la trasformazione da idea ad elaborato finale.
    Ricordiamoci però da dove inizia il processo, Freud diceva: “La creatività è un tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideri insoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogni notturni e quelli a occhi aperti.”
    La parte fondamentale di un artista è il pensiero, l’immaginazione e la creatività fanno parte degli esseri umani da quando dipingevamo le caverne, ora abbiamo solo strumenti più avanzati.

    Sicuramente avere maggiori competenze amplia le possibilità di un’artista, e probabilmente avere le basi per il coding sarà un aspetto molto importante in futuro, ma non quello fondamentale.
    Il mondo si sta evolvendo e con lui anche il modo di viverlo e rappresentarlo, ma non scordiamoci che è l’essere umano a crearlo, a far sì che si realizzi.
    Il coding sarà molto importante nell’ambiente lavorativo del fashion design, come in altri ambiti, ma nessuna innovazione sostituirà mai l’artista e la sua mente creativa.
    Per questo sono in disaccordo con la frase citata sopra e la cambierei con: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà un’artista che avrà acquisito le capacità per la programmazione informatica”

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  71. Francesca C.   4 Maggio 2020 at 11:18

    Credo che nessuno possa essere in grado di fare previsioni riguardanti il futuro, per meglio dire su ciò che noi realizzeremo in futuro. Ma non avendo regole o strade già scritte ci sarà sicuro da sorprenderci. Non sono d’accordo che nei prossimi 20 anni il nostro mondo verrà stravolto come dice Philippe Stark, una visione forse un pò eccessiva. Sicuramente l’evoluzione delle cose si sta anno dopo anno velocizzando, ma il Design non scomparirà, il progresso avverrà solo grazie all’intelligenza umana.
    La moda attuale ci porta verso il minimalismo, senza sovraccaricare gli oggetti di dettagli e parti non essenziali, torniamo alla purezza e alla semplicità, il famoso motto “less is more”, descrive a pieno questo momento. Ma si sa bene che le mode cambiano a vista d’occhio, dal Design alla moda all’arte.
    Per quanto riguarda il Coding credo sia utile integrarlo anche per i più piccoli, stimola la loro curiosità attraverso quello che apparentemente può sembrare solo un gioco. Alla fine è una questione di logica, ragionando passo passo sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione. Allena la mente in modo semplice e intuitivo.
    Sono convinta che la tecnologia faccia sempre più parte di noi e del nostro mondo lavorativo e sia una parte integrante di esso, ma noi non verremo sostituiti, è uno strumento che ci porta a perfezionare e raggiungere la soluzione creativa in maniera più rapida e concreta.

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  72. RebeccaP (L.)   5 Maggio 2020 at 09:53

    Non c’è un vero e proprio modo per definire il design, da quanto ho appreso in questi anni, ognuno può dargli una propria interpretazione, anche se, alla fine, si gira sempre attorno ai concetti di progettazione, innovazione e creatività. Il design, come tutto del resto, si modifica con l’avanzare del tempo e si evolve con l’uso della tecnologia. Si hanno nuovi obbietti, nuove esigenze e nuovi mezzi per portare al termine i vari progetti e tra questi anche il coding. La tecnologia, ma anche la programmazione informatica appena citata, sono elementi che aiutano e semplificano il lavoro di molti e il loro sviluppo è in costante crescita, più di quanto possiamo immaginare. I programmi 3D, ad esempio, ci permettono di creare modellini virtuali che possono far comprendere al meglio le nostre idee e la loro funzione all’interno di uno spazio ma è bene ricordare che tutto parte dalla nostra mente. L’inventiva che ha un essere umano, non è per nulla paragonabile a ciò che potrebbe venir fuori dall’uso esclusivo di una macchina. Come già scritto nell’articolo, la mente umana è un organo estremamente complesso e nessuna macchina potrà mai eguagliarlo, o almeno, non in un futuro relativamente prossimo. Non mi azzarderei a fare delle previsioni in questo ambito e affermare come Philippe Starck che “in meno di vent’anni il design non esiterà più” dal momento che tutto ciò che ci circonda, se non è arte, è design. Posso essere d’accordo sul fatto che riscaldamento, illuminazione e musica, saranno inseriti all’interno di pareti ma anche quelle dovranno essere progettate giusto? Certamente la progettazione tra due decenni non sarà la stessa di ora, ma nemmeno all’inizio degli anni duemila le cose erano uguali quindi si, ci sarà un cambiamento sulla fruizione dello spazio ma qualcosa di tangibile e qualcosa che trasmette emozioni ci sarà sicuramente. Per fare ciò, è indispensabile che quello che viene progettato abbia la stessa “natura” del punto di ricezione, questo vuol dire, come detto in precedenza, che è necessaria una figura umana che progetti articoli per altri umani.
    Passando alle parole di Alessandro Marchetti, posso dire che mi trovo nuovamente in disaccordo poiché una programmatrice informatica e una designer sono due figure distinte. Si, sicuramente la prossima Coco Chanel conoscerà il linguaggio della programmazione ma perché deve essere etichettata come programmatrice? Non voglio sminuire ne una ne l’altra figura, ma una programmatrice avrà una mente diversa da quella di una designer e quindi non potranno svolgere le stesse mansioni nello stesso modo, daranno contributi diversi in modo diverso, e perché no, magari collaboreranno, ma non sono certamente intercambiabili. La tecnologia si sta insinuando anche nell’arte ma non credo sia opportuno definire nessun artista un informatico o cose simili solo perché utilizzano un linguaggio matematico o dei numeri e stessa vale per i designer.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto   5 Maggio 2020 at 13:12

      Tutto molto sensato. Vorrei però aggiungere un pensiero. Parli di 3D e di progettazione in spazi virtuali. Nelle mie lezioni ho sostenuto che il concetto di spazio è troppo astratto. Può interessare un fisico, un matematico. La nostra vita tra gli oggetti (fino a ora) è soprattutto legate all’ambiente percettivo.
      Ragionando in termini di spazio non si possono cogliere tutti gli aspetti che un creativo può far emergere calandosi nella concretezza dei fatti percettivi.
      Quindi, usiamo pure tutto il virtuale che ci è possibile sfruttare, ma non dimentichiamo mai la fonte e la misura del design concreto.

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  73. Bis Anita   7 Maggio 2020 at 21:22

    Vorrei iniziare precisando e sottolineando il fatto che stiamo vivendo in un’epoca in cui ci stiamo già da un pò plasmando e preparando per la tecnologia del futuro ingerendo poco a poco delle pillole di tecnologia che da come ci fanno credere, serviranno a migliorarci la vita. Pensiamo per esempio all’evoluzione che ha subito il mondo della moda: dal momento in cui abbiamo perso il pelo è diventato essenziale cercare qualcos’altro con cui coprirsi, e fin qui tutto chiaro, Ma pensiamo invece ad oggi, a quanti sacrifici facciamo per permetterci magari la maglia Limited Edition del nostro marchio preferito. Si tratta solamente di un banale pezzo di stoffa a cui è stato applicato sopra un nome, ma che ci da la sicurezza di affrontare la società e non sentirci emarginati. Ecco questo è quello che è successo alla tecnologia negli ultimi decenni. Si è evoluta talmente tanto da creare dei dispositivi dal design accattivante che oltre a compiere le banali funzioni di connetterci con il mondo tramite chiamate o sms, ci danno l’opportunità magari di vedere la posizione di colui con cui stiamo parlando in tempo reale, o di creare un avatar che somigli al possessore del dispositivo e interagire con gli altri tramite esso e ricreando le emozioni che stiamo provando nel conversare con lui. La mia è quasi una paura al solo pensiero di come si evolverà la tecnologia fra dieci anni, ma io vivrò ancora o sarò sostituita da un avatar ancora più evoluto che sarà in grado magari di svolgere ancora più funzioni simili a quelle che potrei svolgere io manualmente? E allora siamo sicuri che lo scenario ecologico e puro di cui si parla all’interno dell’articolo sarà “per fortuna, improbabile”?. E’ anche vero però in egual modo però che la creazione di software, sempre citati all’interno dell’articolo, siano stati in grado di favorire la nascita di nuovi creativi sia nel mondo della moda che in tutti gli altri ambiti. Pensiamo solo a quanto questi programmi siano indispensabili per il mondo della grafica: chi riuscirebbe a convincervi in maniera strategica dell’acquisto di un certo prodotto piuttosto che un’altro senza mostrarci prima attraverso la riproduzione digitale del benefico che questo oggetto possa apportare alla nostra quotidianità tramite il suo utilizzo? Ricollegandomi ora all’espressione “La nuova Coco Chanel è già nata e sarà una programmatrice” e trovandomi d’accordo con tale citazione vorrei porre l’attenzione al fatto che, magari non tutti lo sanno, esiste già un marchio in cui gli abiti vengono creati tramite l’utilizzo di un software che si occupa anche di tutto ciò che circonda l’ambito della moda a partire dalle sfilate, ma anche la scelta delle modelle a cui far indossare le creazioni, tutto ovviamente digitalizzato. E’ possibile inoltre acquistare questi pezzi univi (notevolmente costosi) seppur non si avrà mai la possibilità di indossarli personalmente. Questo limite è relativo alla situazione attuale, chissà magari fra un futuro non tanto lontano saremo in grado di cambiare il nostro outfit durante la giornata senza dover necessariamente farlo in prima persona, ma tramite l’utilizzo di un’app. Ovviamente questo ci faciliterà il compito abbattendo ogni possibile ansia causata magari da un’improvvisa macchia di caffè caduta accidentalmente sulla candida camicia bianca prima di un colloquio di lavoro, ma siamo veramente sicuri di tutto ciò? A lungo andare queste pillole di tecnologia che ci stanno somministrando a piccole dosi e che da quanto sostengono ci aiuteranno a semplificarci la vita, a mio parere ci porteranno ad altri stadi di ansia a cui ancora non siamo mai stati sottoposti. Il completo controllo da parte della tecnologia sulle azioni che sappiamo ancora svolgere autonomamente, sebbene già si è riscontrato che la memoria ha subito un grave calo proporzionale all’aumentare di dispositivi che ci ricordano le attività da svolgere o ciò che comprare al posto nostro, ci porterà sicuramente a reprimere alcuni stati d’animo poiché ci sarà sempre qualcosa (e non qualcuno) che risolverà i piccoli problemi odierni al posto nostro.

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  74. Carlotta.F (L)   11 Maggio 2020 at 17:16

    Ho trovato particolarmente interessante questo articolo, in quanto si parla sempre più delle nuove generazioni e tutto quello che andrà a modificare il nostro presente, dal “coding” (una programmazione informatica nonché una disciplina costituita da tutti quei processi mentali che mirano al risolvimento di un problema, che personalmente non mi sento di criticare per il suo fine positivo, in quanto stimola nei più piccoli curiosità avviandoli verso una educazione al pensiero computazionale), fino alle nuove tecnologie e figure robotiche che prenderanno il posto dell’uomo; onestamente credo che nonostante tutto questa evoluzione tecnologica, i dispositivi anche al massimo livello di complessità non potranno mai andare a sostituire la mente umana, emozioni e sentimenti che una macchina anche la più evoluta possibile non può e non potrà mai avere. “Non lo vedo. Ogni cosa nasce, cresce, muore, il design non fa eccezione. È una regola universale”. Un pensiero, quello di Philippe Starck, a parer mio discutibile, nonostante sia ammirevole come designer. Sicuramente risultano molto interessanti le sue opere, delle quali un esempio emblematico è lo spremiagrumi: una forma insolita nella sua applicazione ma molto interessante in quanto esaltazione dell’immortalità del design, che non penso sia destinato a soccombere, probabilmente si andrà a perdere per certi aspetti ma non smetterà mai di esistere, tutto si semplificherà certamente, già vediamo come le nuove invenzioni siano sempre più pulite e minimali e si va sempre più verso una ricercata pulizia della forma ma non per questo si arriverà alla morte del design. Il design si modificherà nel tempo in base alle esigenze di praticità d’uso del soggetto stesso. Probabilmente molti elementi in futuro non occuperanno più uno spazio fisico importante ma saranno armonicamente integrati con l’assetto architettonico. Il design del resto è una ricerca nel tentativo di coniugare varie discipline tra loro, tecnica e scientifica, in parte sociologica e umanistica, costituendosi anche come anello di congiunzione tra ingegneria e arte, tra genio e stile, tra produzione e mercato. Il design svela dunque un connubio tra estetica e funzione.

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  75. Anastasia Ceban Laba   11 Maggio 2020 at 17:42

    Io credo che se negli anni in cui Coco Chanel o altri grandi stilisti o designer avessero posseduto le tecnologie che possediamo noi oggi, la loro immaginazione non sarebbe stata la stessa, sarebbe stata deviata da un eccesso di parole e di immagini che si svuotano di senso, come sta accadendo oggi anche se non ci rendiamo conto.
    E’ chiaro che i tempi cambiano e bisogna adattarsi, ma fino a che punto?
    Tutta l’evoluzione tecnologica e sociologica che sta avvenendo è semplicemente il bisogno dell’uomo di arrivare alla perfezione, ogni anno che passa avviene un perfezionamento in qualsiasi ambito; tecnologia, moda, auto, architettura ecc.. si cercano sempre modi più innovativi di riprodurre la stessa cosa in modo più efficace e più veloce da percepire e da utilizzare, questo comporta a un diminuire sempre maggiore della nostra concentrazione e rielaborazione dei contenuti, infatti la nostra società ha molto meno capacità di concentrazione e di interesse verso le cose rispetto ad anni fa, e questa cosa andrà sempre aumentando.
    Secondo me la tecnologia è un grande dono perchè ad esempio grazie ad essa possiamo estrarre dai funghi la sostanza utile per ottenere tessuti completamente biodegradabili e compostabili se sotterrati, la cui produzione richiede l’uso di poca acqua e zero pesticidi, quindi completamente sostenibili e con un brevissimo ciclo di vita! E questo è solo un esempio su centomila, come ho invece specificato all’inizio di questo commento la tecnologia può rivelarsi abbastanza dannosa per la nostra vita, sta a noi scegliere come gestirla e se opporci a determinate situazioni o continuare a seguire la massa.

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  76. Davide (L.)   11 Maggio 2020 at 19:09

    Il primo approccio con il designer Philippe Starck ricordo che fu molto strano. All’epoca era un nome che avevo visto e sentito centinaia di volte, magari scorrendo qualche progetto o qualche opera, quindi sapevo fosse un nome importante. Così decisi di approfondirlo meglio per conoscerne il pensiero e la filosofia ed ascoltando qualche intervista, tutte le volte che gli chiedevano che cosa ne pensasse del suo lavoro, lui rispondeva: “E’ un lavoro inutile!”, spiegando che alla fine si tratta sempre di prodotti e di consumismo, intendendo che non si salva nessuna vita, come potrebbe avvenire invece per un dottore. E’ evidente che il designer francese debba essere una persona piuttosto umile per fare un’affermazione del genere, ma devo dire che mi trovo pienamente in disaccordo con questa affermazione, anche se dopotutto, chi più di lui, che ha fatto migliaia di progetti in tutto il mondo ed è uno dei designer più rilevanti di questo secolo, può avere credibilità sulle opinioni di questo settore. Però io non la penso così, perché credo che il design sia diventato una parte integrante della vita, sia un elemento che rende la realtà più funzionale, più colorata ed altamente comunicativa, senza contare tutti gli intrecci e le sfaccettature che il design ha preso praticamente in ogni campo esistente. Un concetto che invece mi porto dietro di questo personaggio incredibile, è una metafora che lui ha raccontato per spegare quella che deve essere la visione di un designer/artista/progettista. Ovvero un progettista deve essere esattamente come un’uomo che cammina, egli non deve camminare guarando i piedi, perché rischia di non sapere in che direzione sta camminando , viceversa non deve nemmeno guardare il cielo, perché potrebbe inciampare in un qualche banale ostacolo, egli deve deve camminare con la testa dritta , che gli permetta di guardare la strada avanti, partendo da quella più vicina, fino l’orizzonte, cosi’ facendo potrà muoversi in modo sicuro ed allo stesso tempo raggiungere i propri obbiettivi. Questo per dire che quando progettiamo non dobbiamo essere troppo immersi nel presente, ma neanche essere troppo futuristici, dobbiamo quindi fissare continuamente quel limite che si trova tra la realtà e quello che potrebbe essere la realtà nel giro di poco tempo. Con questo concetto voglio aggrapparmi al minimalismo citato nell’articolo, inteso quindi come modello di riferimento per il futuro, figlio di nuove tecnologie che permetteranno di rimodulare tutte le composizione che possiamo trovare ora, anche dentro le case più innovative. Appunto avremo abitazioni smart, connesse ad internet, dotate di AI e con sicuramente meno oggetti integranti, come televisore o riscaldamento, perché essi saranno già parte delle mura stesse. Questo comporterà sicuramente ad una nuova tendenza minimal tech, che caratterizzerà la casa moderna. Questo fa parte di un processo di cambiamento che secondo me è in costante evoluzione, a causa di tuove tecnologie, ma anche di nuove tendenze, come ci hanno insegnato i periodi storici precedenti dove abbiamo visto l’Art Nouveau, successa poi dal razionalismo, poi dal postmodernismo, che è poi ritornato nel minimalismo nordico. Se stiamo quindi andando verso una tendenza minimal tech, a causa appunto di nuove tecnologie, nessuno potrà poi escludere che le prossime generazioni non saranno annoiate da questa sobrietà esagerata, finendo per ornamentare la casa con le molteplici invenzioni nate da emergenti menti creative. Dobbiamo quindi accettare un continuo cambiamento di tendenze dominate da numerose variabili che renderanno interessanti i prossimi tempi. Per quanto riguarda il concetto di Alessandro Marchetti secondo me occorre fare qualche ragionamento. Prima di tutto, cos’è l’intelligenza? Una delle più rilevanti definizioni attribuite all’intelligenza sta nella capacità di capire. Ora se dobbiamo analizzare l’Intelligenza Artificiale per quello che è la capacità di capire abbiamo avuto più volte la prova di fallimenti. Una caratteristica di questa potenza contemporanea sta nella rapidità con la quale si aggiorna e riesce a ricevere informazioni, che possono arrivare da un bacino di dispositivi enorme e se si pensa comunque a tutta la strada che ha già fatto questo sistema non ci vuole molto a capire che i risultati potrebbero essere mostruosi. Infatti Elon Musk, un personaggio sicuramente del settore (fondatore dei progetti Tesla e SpaceX , quindi di certo non l’ultimo della coda), nel suo dibattito sull’Intelligenza Artificiale tenuto con Jack Ma (fondatore del gruppo Ali Baba), ci dice che forse essa potrà raggiungere una potenza tale che forse l’uomo, pur essendo il suo creatore, non sarà più in grado di controllarla e quindi di fermarla. Fatta questa premessa secondo me dovremmo interrogarci su quanto la tecnologia sia nel mondo della moda e del design già radicata e di quanti cambiamenti essa abbia apportato. Allora potremmo definire i fashion designer attuali sempre fashion designer oppure digitali con competenze anche nel fashion? Quindi dov’è il limite? Penso che la macchina sia radicata ormai nel mondo del fashon più di quanto crediamo e che lo sarà sempre di più. Ora non voglio spingermi oltre nel discorso perché penso che sia impossibile oggi fare una previsione di quello che sarà un futuro troppo lontano. Però ci tengo a dire che secondo me non siamo neanche distanti da un’AI che è capace di elaborare algoritmi su nuove tendenze, basandosi sui dati che può raccogliere da tutti noi consumatori tramite i nostri dispositivi, limitando quindi le menti dei grandi marchi a selezionare ed ufficializzare i risultati meglio riusciti di elaborazioni digitali. Ma siamo sicuri che non sia già così? Che in realtà la tecnologia non abbia già preso la maggior parte del lavoro di quella che è l’industria del fashion?

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  77. Lamberto Cantoni
    Lamberto   12 Maggio 2020 at 12:06

    Per quanto riguarda il finale del tuo script: in effetti è già cosÌ…a che altro servono i cosiddetti big data per le aziende? Tuttavia nessuno ha mai elencato quante cazzate sono state dette e fatte nel nome dei big data. Che certezza abbiamo sulle loro capacità predittive? Qualcuno per favore può elencarmi le intuizioni favolose ottenute con il loro uso?
    Ho la sensazione che per ora, relativamente a faccende umane, i big data, al netto della clamorosa rottura di palle che mi affliggono quando navigo nel web, funzionino più come le profezie che si autoavverano ricordate da Karl Popper, piuttosto che genuine previsioni ammantate di certezza.
    Quando i big data funzionano a meraviglia? Sinora funzionano benissimo quando, per esempio, dobbiamo misurare o calcolare distanze, traiettorie, quantità… Non c’è dubbio sull’aumento di efficacia delle previsioni meteorologiche ottenute attraverso la moltiplicazione delle fonti informative e sulla potenza di calcolo dei computer. Ma l’oggetto di queste previsioni è molto diverso dall’oggetto che mette in moto il desiderio umano (che personalmente vedo connesso con ciò che Aristotele definiva Aitia ovvero l’integrazione delle 4 cause che permettevano alle cose di “essere” e “mutare”: causa formale, materiale, efficiente, finale).
    L’oggetto dell’intelligenza-macchina sono “informazioni quantificabili”. Si tratta di oggetti finiti (0/1), a loro modo perfetti.
    La nostra intelligenza è imperfetta, propensa agli errori ma capace di implementare valori, speranze, sogni, visioni, verità.
    Noi non possiamo definire in modo inequivocabile l’intelligenza, ma possiamo, facendo uno sforzo, riconoscere la stupidità, le sciocchezze…oppure a godere degli effetti di esse. Cosa c’è di più inutile di una vera opera d’arte? Cosa c’è di più stupido e sciocco di un artista che dedica la propria vita a cose prive di utilità? Eppure tutti noi, persino i ritardati mentali, nei momenti in cui estendiamo il concetto di esistenza a qualcosa di impalpabile, ci aggrappiamo ad esse.
    Allora, se è l’inutile a certificare ciò che definiamo desiderio umano, e se AI dovrebbe tendere a farne una copia tecnologica, allora AI dovrebbe imparare ad essere o sentirsi inutile.
    Un bel problema, credo, visto che per ora la tecnologia sembra avere come fine la massimizzazione dell’utile.
    Come il superuomo di Nietsche quale esito della riflessione filosofica sulla fine dei valori, la mitizzazione della tecnica sta producendo il mito della superintelligenza. Il problema che vedo è la focalizzazione emotiva di massa sul prefisso (super) e la cecità su quanto sia attualmente controverso il significato di “intelligenza”. Forse siamo entrati nel tempo delle supercazzate, sorelle gemelle dei nostri sogni superintelligenti.
    Vedi di non equivocarmi. Il tuo commento mi è piaciuto. Le riflessioni che mi hai indotto non sono un giudizio su quanto hai scritto, bensì una semplice conseguenza.

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  78. Sofia   12 Maggio 2020 at 15:01

    Credo che nell’epoca in cui ci troviamo ora tutta la parte tecnologica sia fondamentale per realizzare quasi ogni cosa. Rende il lavoro un po’ più semplice e ci consente di fare molto di più. Non penso si possono fare paragoni con Chanel, erano altri tempi e se avesse avuto le stesse risorse che abbiamo noi ora probabilmente avrebbe riscosso lo stesso successo, magari con un po’ di fatica in meno. Se non si abusa della tecnologia essa ci può essere solo che d’aiuto, come ha scritto lei nell’articolo se la “futura Chanel” integra ad essa anche altre attività forse ha la possibilità di diventare tale. La cultura non la si crea solo via internet, c’è tutta una parte di storia di usi e costumi che va vissuta nel reale. Perciò non credo che la tecnologia vada condannata, ci è d’aiuto e se la si usa con moderazione allora può portare a grandi cose.
    Per quanto riguarda il discorso di Starck invece credo che un po’ abbia esagerato, all’essere umano piace sia possedere cose, almeno alla maggior parte di essi, poi ci sono i minimalisti ma questo è un altro discorso, ma comunque ci sono degli oggetti della vita quotidiana che servono a tutti, come le sedie, ritornando al suo discorso, ecco che quindi il designer fa la differenza, citando quello che lei scrive nell’articolo “il design deve produrre un valore aggiunto immateriale”: cosa ci fa comprare una sedia rispetto ad un altra. E se in un futuro non ci sarà più il bisogno di possedere una sedia, significa che si saranno inventati un altro modo di mangiare avendo una postura corretta, ecco che quindi per me il design non muore, va avanti con i tempi, si inventeranno sempre qualcosa di nuovo, e se come dice Starck le persone staranno in una stanza vuota con tutto nelle pareti, quelle pareti attrezzati le avrà progettate qualcuno.

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  79. Nicole L   25 Maggio 2020 at 19:22

    Letteralmente coding significa «programmazione informatica» ed è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, cioè tutti quei processi mentali che mirano alla risoluzione di problemi combinando metodi caratteristici e strumenti intellettuali.
    Il coding aiuta i più piccoli a pensare meglio e in modo creativo, stimola la loro curiosità attraverso quello che apparentemente può sembrare solo un gioco. Il coding consente di imparare le basi della programmazione informatica, insegna a “dialogare” con il computer, a impartire alla macchina comandi in modo semplice e intuitivo. Il segreto sta tutto nel metodo: poca teoria e tanta pratica.
    Il coding ormai fa parte del nostro presente e del nostro futuro.
    L’esempio più ovvio è lo sviluppo di un proprio gioco, partendo da una semplice idea, fino ad elaborarne obiettivi e funzionamento. Il coding permette però anche di realizzare musica o perfino opere d’arte, esprimendo attraverso il codice la propria sensibilità e personalità.
    Sono assolutamente d’accordo sul fatto che dovrebbe essere insegnato nelle scuole, perché è fondamentale di questi tempi.
    Non penso assolutamente che il Coding possa prendere il sopravvento sull’uomo anche perché siamo noi che lo abbiamo creato, semplicemente per semplificare la vita di tutti i giorni.
    Più passano gli anni, più l’uomo cerca di reinventarsi, ad esempio l’arte prima era basata solo su quadri, poi negli inizi del novecento, grazie all’opera di Dughamp ‘’lo scolabottiglie’’, è diventata anche tanto altro, con sculture, installazioni ecc..
    Sicuramente tra 100 anni il mondo sarà totalmente diverso, pensando solo che in 15 anni, sono stati inventati smartphone, social media e tante altre cose, chissà cosa risarà in un futuro.
    Noi siamo destinati ad evolverci anno dopo anno, ed è possibile che il design potrà essere come dice Stark, anche perché Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti esiste già.
    Anche se non deve essere perfora ‘’design’’ queste cose magari spariranno, però subentreranno altri oggetti di design.
    Fare paragoni con Coco Chanel è inopportuno perché erano totalmente altri tempi, dove c’erano anche altre idee e l’uomo pensava diversamente da come pensa nel ventesimo secolo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   26 Maggio 2020 at 10:25

      Sì è vero: riscaldamento, illuminazione e musica si trovano spesso inseriti nelle pareti, ma questo non ci ha trasformato in spiriti…basta andare nella toilette e controllare.
      Sì è vero che tra 100 anni il mondo sarà totalmente diverso. Ma siamo sicuri che non assomiglierà di più a quello raccontato nella serie Tv “The 100” rispetto al sogno di immaterialità di Starck?

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  80. Samuele laba   5 Settembre 2020 at 12:47

    In fin dei conti la storia ci insegna che una fine segna sempre un nuovo inizio, una fase di passaggio che secondo il mio punto di vista non sarò decisa dal coding, bensì questo strumento resterà presente in futuro indipendentemente dai nuovi stili creativi che nasceranno.
    Potranno cambiare gli strumenti, potranno cambiare le mode ma di certo resterò sempre il gusto personale del designer e il gusto del cliente che prediligerà uno stile più minimalista piuttosto che uno molto più ricco di dettagli.
    Il designer sarà sempre guidato dalle emozioni che potranno cambiare nelle varie fasi della sua vita e che quindi produrranno nuove idee e nuovi progetti sempre diversi dai precedenti: Il design è lo specchio dell’anima. La macchina non ha anima, secondo me non sarà possibile far in modo che un programma o un macchinario possano sostituire totalmente la creatività umana, frutto di sensazioni. Concordo quindi con le conclusioni fatte dall’autore dell’articolo sul fatto che il coding non diventerà sinonimo di intelligenza artificiale.
    Marchetti, pensando ad una Chanel 2.0 in veste di programmatrice, immagina un futuro quasi ovvio, con un’evoluzione della programmazione informatica del tutto prevedibile. Starck invece ipotizza un futuro più estremo ma allo stesso tempo non del tutto surreale. Basta pensare che già oggi la domotica è in continua evoluzione e il design spesso assume forme più semplici e minimali.
    Da qualche anno a questa parte i designer, sia nell’ambito della moda che dell’arredamento, utilizzano programmi grafici molto evoluti e specifici per ogni settore: strumenti entrati ormai a far parte della vita quotidiana che però non sono in grado di comprendere in maniera autonoma il processo creativo e quindi sostituire totalmente il lavoro del designer.
    Anche quando questi strumenti saranno ancora più evoluti resteranno comunque a sostegno di un uomo che svolgerà la funzione anche solo di supervisore finale e che, con le sue manie di controllo, valuterà e correggerà il lavoro di una macchina che si illude di poter essere autonoma.

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  81. Siria Vaselli   13 Novembre 2020 at 16:26

    Mi preme erspimermi sul coding, argomento assiduamente presente nell’articolo.
    Io penso che il coding e tutto ciò che implica la tecnologia e la programmazione svolga un ruolo centrale in quella che è l attualità sia a livello pratico; dove ci consente di eseguire determinare funzioni con una velocità e semplicità uniche che ci fanno guadagnare in termini di tempo e fatica; sia a livello mentale-teorico poiché la serie di ragionamenti, comportamenti e azioni che svolgiamo nella quotidianità sono cambiati propro grazie a questo approccio tecnologico. La nostra velocità di pensiero, il multitasking, l’attenzione sono elementi primariamente modificati dal coding. Ciò non vuol dire che tutte le competenze umane quali l’emotività, il senso logico e la creatività vengano a meno ma bensì abbiano l opportunità di “aggiornarsi” ed adattarsi al coding, non facendo altro che arricchire la nostra componente umana. Non sono d’accordo con la citazione di Starck riferita alla dematerializzazione perché per esempio la realtà aumentata, tipica del coding e della tecnologia attuale invece, tende a dare un unità, se vogliamo, fisica tangibile anche a quello che può essere un pensiero. Siamo capaci di pensare una cosa e con la realtà aumentata fare provare a una qualsiasi altra persona proprio quello che proviamo noi; sebbene la percezione di ognuno possa differire. Ciò vuol dire che come esseri umani abbiamo bisogno di emozioni, oggetti tangibili e design che ci facciano SENTIRE; e le tecnologie non sono altro che uno strumento in più per poterle realizzare.
    Coding non siagnifica automazione, omologazione e apatia. Non siamo macchine, e le macchine, o qualsiasi AI tecnologicamente avanzata non potrà mai sostituirci. Potrà solo arricchire il nostro sapere e implementare le nostre capacità per ultilizzi più ampi.

    Con la citazione di Marchetti sono già più d’accordo ma sottolineiamo che dire che la “Coco” del futuro sarà una programmatrice non esclude che non abbia bisogno di un contatto face to face con ciò che crea, non vuol dire che non abbia bisogno di toccare con mano un corpo; ma solamente che dopo averlo fatto avrà a disposizione una vastità di elementi in più che le permetteranno di realizzarlo, e sarà in grado di fare il tutto in maniera diversa, più performante se vogliamo e più analitica essendo vissuta in un mondo governato dal coding che le ha fatto naturalmente sviluppare e affinare certi parametri mentali.

    Il coding ci modifica, ci migliora (seppure ci siano anche lati negativi in esso, come il calo dell’attenzione ecc) ma non potrà mai tangere il nostro IO e la nostra interiorità. Va anche detto che questa “convivenza” va presa con coscienza e dobbiamo capire ciò che è giusto affinare e cosa evitare del coding perché se il coding viene semplicemente subito e non filtrato può comportare anche ed inevitabilmente conseguenze negative.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Novembre 2020 at 14:19

      Mah! La realtà aumentata potrà donarci quello che sostieni?
      Prova a immaginarti con il tuo principe azzurro. Bene, ti hanno appena regalato un paio di occhiali a “realtà aumentata” tipo gli vedi il nasello grande come una proboscide oppure i puntini neri come fossero un pallone da basket. Ti sentiresti più emozionata? Gli vorresti più bene?
      Siamo d’accordo sul fatto che la tecnologia modifica le nostre percezioni. È intelligente che cominciamo a chiederci cosa ci guadagnano e cosa perdiamo. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticarci che l’ingaggio percettivo in scala umana ha risposte biologiche molto diverse da quelle prodotte da altri dispositivi.

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  82. Fedor Beserra   14 Novembre 2020 at 13:44

    Sicuramente nella società contemporanea il digitale ha un’importanza non indifferente, superando quasi in tutto i tradizionali mezzi usati dagli artisti.
    Ma a parer mio rimane solo questo! Un mezzo, niente di più, si è vero che è più potente e più performante di un banale pezzo di carta, ma se l’artista, il designer, il grafico, lo stilista, non ha la bellezza, nessun computer o robot lo potranno portare in alto, rimarrà sempre mediocre.
    Quindi qui la questione a mio avviso non è se o quando la tecnologia supererà il creativo, come affermano in modo precoce Starck e Marchetti, ma bensì di come essa si integrerà con lui.

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  83. Alice Colombari   14 Novembre 2020 at 13:44

    Starck e Marchetti ci illustrano una visione ‘estremista’ del design e della tecnologia che per certi versi posso comprendere ma credo sia impossibile riuscire a prevedere con certezza quello che accadrà.
    Il design infatti è in continuo cambiamento sempre alla ricerca di nuove soluzioni, in continua evoluzione, ma è difficile pensare ad una vera e propria scomparsa della materia e dell’oggetto.
    La creatività è parte dell’uomo, è la capacità della mente di creare e inventare e finché ci sarà l’uomo questa continuerà ad esistere, forse sempre più legata al mondo digitale, ai programmi informatici ma comunque rimarrà come fondamento e riuscirà a guidare e indirizzare il design e la società del futuro.

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  84. Aurora Verdone, LABA   14 Novembre 2020 at 13:47

    Molto spesso ho come l’impressione che oggi, nell’epoca in cui ci troviamo, molti critici/intellettuali/giornalisti – o comunque li vogliamo chiamare – non hanno ancora una idea ben chiara di cosa significhi fare informatica, perché d’altronde provengono da un’epoca in cui l’informatica stessa era una materia emergente e che SOLO i programmatori che smanettano al computer sapevano padroneggiare. Così in modo un po’ pressapochista finiscono per assumere che ancora oggi “saperne di informatica” significa esclusivamente saper “programmare” scrivendo del gran codice di fronte a uno schermo.

    Oggi avere a che fare con il digitale significa per lo più sapere come funzionano i social media e saperli sfruttare, come funziona un programma per impaginare, per editare foto, per fare video, per creare illustrazioni etc etc. Sicuramente oggi, un’emergente mente geniale, se vuole trovare modo di diffondere e pubblicizzare le proprie idee, sarà estremamente facilitata se conosce tutti questi mezzi. Se invece si mette esclusivamente a parlare alla radio o a scriverle/mostrarle su un quotidiano perché ha un gusto per i media “retrò”, e quindi non digitali, sarà molto più dura farsi notare. Così come sarà quasi impossibile per lei emergere se nasce in un paese del terzo mondo dove internet magari neanche è disponibile.

    Insomma, un genio oggi, cosi come anche nelle epoche passate, può emergere solo se ha le possibilità materiali attorno a sé e solo sfrutta i mezzi giusti per l’epoca in cui si trova, in modo sveglio, con intuito, con un briciolo di carisma, con il duro lavoro. è tutto un insieme di requisiti che devono essere in compresenza, non solo uno riducibile al coding in modo generico (anche perché molto spesso, nello stereotipo comune, i programmatori puri che fanno “coding” puro come li immagino io, hanno proprio una certa carenza di carisma e sono molto chiusi nel loro mondo.)

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  85. Giorgia B.   15 Novembre 2020 at 10:47

    Se andiamo ad analizzare il termine Coding otteniamo come significato “programmazione Informatica”, quindi un pensiero prettamente computazionale, esso si basa su una serie di processi mentali che virano alla risoluzione di problemi utilizzando una serie di strumenti intellettuali. E sotto un certo aspetto possiamo dire che aiuta, quasi fosse un gioco, a sviluppare un pensiero più creativo imparando allo stesso tempo le basi della programmazione informatica, instaura una sorta di dialogo con il computer. E inconsciamente fa già parte del nostro presente. Questo lo possiamo riportare all’arte, alla musica; Ricordiamoci però che a renderlo possibile è stato l’essere umano e non vedo come questo possa prendere il sopravvento sull’uomo, il quale non credo possa diventare solo spirito ma avrà sempre una parte materiale, fisica, starà poi a noi esseri umani a decidere come sfruttarla a nostro favore. La vita fra 100 io me la immagino molto più semplice tramite la computerizzazione, è già successo, ed è anche possibile che alcuni aspetti del design (ma non solo) andranno a sparire, ma come questi spariranno ne nasceranno dei nuovi, tuttavia non sapremo mai se verranno chiamati ancora così.

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  86. Silvia Savioli   15 Novembre 2020 at 15:27

    Il design è sempre stato un settore in continuo cambiamento, nel corso del tempo ha sempre cercato di superare le nuove “sfide” legate all’evoluzione del mondo. Ad esempio l’epoca che stiamo vivendo, è fortemente “ibrida“, basti pensare al fatto che sempre più spesso l’abitazione può coincidere con il luogo di lavoro, proprio in questi giorni di crisi sanitaria tantissime persone hanno iniziato ad operare in Smart Working, allo stesso tempo è sempre più frequente che si creino in casa degli angoli in cui praticare fitness senza doversi recare in palestra.
    Dinanzi a questi cambiamenti, dunque, anche il mondo del design deve saper cogliere nuove sfide, conciliando al meglio le esigenze estetiche con le nuove necessità funzionali che si palesano nella quotidianità domestica. Il boom del settore del design, inoltre, sta trovando nei media una preziosa cassa di risonanza: da un lato questi contenuti trovano sempre più spazio perché la domanda da parte del pubblico è sempre più alta, dall’altro essi stessi contribuiscono ad accrescere l’interesse. In base a questo quindi io penso che sia improbabile la scomparsa di questo settore, ma piuttosto una sua inevitabile evoluzione.

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  87. Lucia Morigi   15 Novembre 2020 at 16:00

    L’uomo ha da sempre immaginato il futuro, in maniera sia individuale che collettiva, per guidare il proprio destino verso quella dimensione utopica chiamata felicità. Pensare al futuro significa rischiare, battere territori sconosciuti, sfidare angosce e ansie, puntare sulle proprie carte con coraggio e intraprendenza.
    Non a caso, la natura dell’uomo, spinge l’uomo stesso a proiettarsi verso il futuro, non a caso molti uomini del passato se non avessero avuto questo tipo di sguardo non avrebbero potuto compiere le scelte che hanno cambiato l’assetto della civiltà in cui viviamo ora.
    Già in passato siamo incappati su questo dilemma, ad esempio in filosofia, parlando di natura umana.
    Il filosofo Jacques Maritain nel suo saggio (1946) differenziò l’uomo Medioevale da quello moderno.
    Primariamente, infatti l’uomo aveva un’idea del reale sbilanciato fortemente sulle realtà divine, non curandosi abbastanza della realtà in cui viveva.
    Proseguendo in ordine cronologico grazie poi alle diverse fasi storiche si arrivò alle rivoluzione industriali dove il pensiero dell’uomo è via via mutato fino ad avere una concezione del reale dove vi era la completa eliminazione dell’immanente e la sua trasformazione in essere puramente naturale.
    La seconda rivoluzione industriale scateno, infatti, un enorme effetto a catena che cambiò l’intera umanità.
    La voglia di propendersi verso il futuro, di vedere sempre avanti, di migliorarsi per, riprendendo parole già citate, migliorare l’individuo ma anche la collettività.
    L’ultimo secolo e mezzo è caratterizzato da grandissime innovazioni, dalla macchina a vapore fino ad oggi con i nuovissimi smartphone.
    Le innovazioni odierne ci hanno portato ad esplorare confini totalmente nuovi, come ad esempio grazie alla comparsa del 5G dare, ipoteticamente, la possibilità ai chirurghi di operare da remoto in caso di emergenza.
    Tutto ciò avrà sì dei risvolti poco piacevoli, come la scarsa comunicazione diretta in favore di quella mediata ma, volente o nolente è una conseguenza del progresso. Si potrà cambiare in futuro ma per ora dobbiamo affrontare tutto ciò con atteggiamento positivo e assennato.

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  88. Beatrice Ricci   15 Novembre 2020 at 17:54

    Personalmente non condivido le previsioni di Starck e Marchetti sul coding e il design nel futuro poiché sono visioni a mio avviso troppo estreme che difficilmente si concretizzeranno.
    Secondo me l’uomo, in quanto essere vivente, sentirà sempre la necessità di rapportarsi con il mondo che lo circonda e per questo la tecnologia non arriverà mai a prevaricare sull’umanità, in quanto essa è uno strumento nato dall’ingegno dell’uomo per poter rendere più facili e veloci diverse azioni e procedimenti all’interno della vita quotidiana e lavorativa.
    Per quanto riguarda il mondo del design e del fashion design il coding e le nuove tecnologie che si svilupperanno non andranno a segnare la “morte” della creatività all’interno di questi ambiti, bensì si potranno rivelare strumenti utili posti al servizio del design e della creatività permettendo di ampliare gli orizzonti dei futuri designer e di creare cose che magari adesso non sarebbe possibile realizzare con i mezzi che attualmente disponiamo.
    Pertanto non credo che nel futuro si assisterà ad una morte del design a causa dell’avanzare dello sviluppo di tecnologie sempre più avanzare, ma probabilmente si svilupperà un modo diverso di esprimere la creatività, progettare e lavorare grazie alla collaborazione tra mente umana e mente artificiale e che l’uomo nonostante ciò non perderà il bisogno di un contatto con il mondo fisico con cui confrontarsi, trovare continui stimoli, emozioni e sensazioni che li permetteranno di alimentare ulteriormente il suo pensiero e la sua inventiva…. tutti elementi che non potranno mai essere sostituiti da un algoritmo o una macchina.

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  89. Rebecca Rizzo   15 Novembre 2020 at 20:26

    Anche il design, come tanti altri ambiti legati alla sfera personale, lavorativa e comunicativa dell’essere umano, si trova a dover affrontare inevitabilmente dei cambiamenti e delle trasformazioni legate alle innovazioni tecnologiche che questa epoca porta con sé, ma non per forza deve essere considerata come una cosa negativa.
    Anzi, penso che una ventata di novità sia sempre una sfida interessante da accettare e da provare a superare, se non addirittura a migliorare. Il coding ha già dato prova e conferma di essere la chiave per il futuro e per questo penso che la sua unione col design possa dare vita a qualcosa di nuovo e diverso, come una nuova forma di concezione dell’arte e del design stesso.
    Con ciò non voglio dire che la creatività debba diventare asservita alla programmazione o perdersi completamente, bensì deve imparare a coesistere ed adattarsi al cambiamento per migliorarsi e migliorarci. La creatività fa parte di noi, è uno stimolo imprescindibile ed in quanto tale resterà sempre presente, ma sicuramente in forme diverse da come ora possiamo immaginarcelo. Sarà il futuro davanti a noi a dirci la verità.

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  90. Francesco Bertozzini   15 Novembre 2020 at 21:23

    Nell’ultimo decennio, la grandiosa evoluzione informatica ha generato un estrema diffusione del Coding in ogni ambito.
    L’uso del Coding in ogni pratica, ha portato ad una ricerca evolutiva continua,
    a patto che, dietro alla codifica, ci sia una mente matura che conosca l’arte del “bello”.
    Detto questo, non condivido ciò che afferma Marchetti.
    Un artista/designer/architetto etc. non potrà mai diventare tale conoscendo soltanto la codifica.

    Stando alle dichiarazioni di Starck, tra 20 anni, si presuppone un estremo minimalismo che porterà ad un’assenza materica. A parer mio questo non accadrà mai, perché l’oggetto non è una semplice forma materiale , bensì un elemento di connessione e interazione con la mente umana, in grado di suscitare ricordi ed emozioni.
    Traendo le conclusioni, l’oggetto sparirà quando la mente umana non esisterà più.
    Impossibile!

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Novembre 2020 at 09:23

      Hai ragione Francesco. Ma nel tuo “impossibile” c’è troppo ottimismo. Immagina una fabbrica completamente robotizzata e auto regolata da un computer-madre che genera ogni 6 mesi oggetti sottoposti, nel processo produttivo, a leggere diversificazioni. A questo punto avremmo in circolazione degli oggetti creati senza il conforto di una mente. Immagina anche l’estinzione dolce della razza umana, per esempio in un futuro non troppo lontano le sempre più frequenti mutazioni di virus generano un infame microrganismo che invece dei polmoni o della gola colpisce gli spermatozoi e ovuli rendendoci sterili. Nell’arco di poco più di una generazione, senza fare troppo rumore, i bipedi parlanti scomparirebbero da pianeta. A questo punto gli oggetti scompariranno insieme a noi? A che condizioni possiamo sostenerlo?

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  91. Aurora Fabbri   15 Novembre 2020 at 22:51

    Possiamo dire che la nostra generazione, può essere considerata una generazione digitale: siamo nati in un periodo ricco di cambiamenti epocali, quali l’avvento di internet che ha cambiato radicalmente il mondo in cui viviamo.
    Ciò ha portato ad un cambiamento strutturale della società e del mondo del lavoro, che si trova ad avere sempre più collaboratori improntati ad avere molta più dimestichezza e un rapporto quotidiano con il digitale.
    Vuoi o non vuoi, l’avvento del digitale ha toccato quasi tutti gli ambiti del sapere e della cultura.
    Focalizzandoci sull’ambito del design e della moda, che è quello che ci tocca maggiormente, possiamo costatare che essi sono in continua evoluzione: i designer sono sempre alla ricerca di nuove idee e innovazioni che possano rendere i loto progetti ‘vincenti’ e attuali, ma possiamo dire che non si può pensare ad una scomparsa totale del materiale fisico che va a costituire l’oggetto per dare spazio al materiale digitale.
    Lo stilista di una grande casa di moda, come il designer di una grande azienda, senza l’emotività che li caratterizza, e il senso di gusto e di bellezza che fa parte del loro bagaglio culturale non potranno arrivare al compimento di un progetto vincente.
    Con questo voglio dire che sì, siamo una generazione sempre già legata al mondo del digitale, che caratterizza assiduamente le nostre vite e che in futuro le andrà sempre più a modificare; ma la creatività che caratterizza la nostra persona continuerà ad essere presente dentro di noi e sarà la forza che ci fare realizzare i nostri progetti più belli. Senza di essa, possiamo conoscere anche il più difficile dei software presenti al momento, ma andremo a realizzare solamente progetti di scarsa qualità.

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  92. Federica Forte   16 Novembre 2020 at 15:58

    Concetti estremamente distanti ma piuttosto vicini che li rendono discutibili. Le caratteristiche in comune sono le costanti, ciò che cambia é la forma espressiva. Appartenenti a due contesti temporali diversi, si sono evolute e modificate in base ai loro elementi vicini e hanno assimilato ciò che é rimasto ancora penetrante oggi. Niente può sostituire e neanche avvicinarsi ai sentimenti autentici, rappresentazioni originali nate da una necessità di voler esprimere qualcosa. Per quanto riguarda il design, non ci possono essere limiti di definizione, limiti che delineano un confine da non oltrepassare, bensì é quasi eccessivamente enorme da essere visibile all’occhio umano; troppo persuasivo da non fonderti e riuscire ad evadere velocemente. Quando però subiamo dei netti contrasti, come può essere un cambio d’epoca, stiamo assistendo ad una mutazione vera e propria così da provocare rotture o frammenti di pezzi.
    E’ cosi che avviene l’evolversi della specie e la riproduzione dei contenuti ampliati verso il cambiamento. Il coding é la nuova forma espressiva che prevede la pratica di alcuni sistemi tecnologici come nel design prevedeva un’aguzza conoscenza di canoni ideali.

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  93. Giorgia Verdini   16 Novembre 2020 at 17:03

    Vedo la citazione di Stark sulla morte del design estremamente estremista dove la presenza di uno eliminerà senza dubbio l’altro. Secono la mia opionione l’uno verrà assistito dall’altro. Il coding sta diventando sempre di più presente nella nostra società in questo essa progredisca di giorno in giorno nel campo della tecnologia ma, personalmete non riesco ad immaginare un futuro senza design, un futuro in cui secondo Stark “Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio”.

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  94. giorgia piastra   16 Novembre 2020 at 18:20

    Il design non morirà, piuttosto sarà vittima di evoluzioni e trasformazioni in base all’epoca in cui si troverà. Credo che l’arma vincente era, è, e sarà per sempre nella mente e nella creatività dell’essere umano, pertanto design e arte muteranno ma non scompariranno. La cosa che cambierà maggiormente, oltre al contesto culturale e sociale, sarà la strumentazione e la metodologia che saranno a disposizione dei nuovi designer, i quali influenzeranno le creazioni e i dettagli annessi. Come ad esempio a Coco Chanel non piaceva disegnare eppure riusciva ad esprimere la sua creatività nell’ambito della moda grazie al suo metodo e ai suoi strumenti, i designer del futuro avranno semplicemente a disposizione, oltre agli strumenti già esistenti ad oggi, anche gli strumenti del domani, e anche se la tesi di Starck fosse vera, la tendenza alla depersonalizzazione e al design “vuoto” saranno semplicemente figli di uno stile di vita diametralmente opposto a quello di adesso, proprio come oggi il design è diverso da quello di vent’anni fa. Gli strumenti dunque saranno solamente una nuova opportunità di mettere in atto la propria creatività, pertanto se venissero utilizzati con inventiva potrebbero essere generati nuovi stili di design innovativi e futuristici. Se non dovessero essere utilizzati con inventiva e creatività, allora sì, assisteremmo alla morte del design, ma quale design è degno di essere chiamato tale se non figlio della creatività stessa?

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  95. Sofia Toccaceli LABA   16 Novembre 2020 at 18:34

    Nella maggior parte delle visioni future a favore dell’espansione e dominio tecnologico si tende ad uno scenario che per noi si rivela angosciante e tendente ad un’atmosfera pressochè distopica, nel quale ci renderemo sempre più bidimensionali ed omologati. Questo mi ha trasmesso il pensiero di Stark.
    Io non penso che il design sia rivolto verso la strada dell’annullamento o fallimento, bensì che la tecnologia ci permetta di fruirlo da tantissime altre persone in più rispetto a prima, sintomo di una circolazione più frequente e densa di idee, contenuti e visuals.
    Si trascende dal fatto che l’uomo abbia dei sentimenti, delle proprie sensazioni irriducibili al digitale, delle preferenze anche nel modo in cui progettare una determinata cosa o con che tecniche ed elementi farlo (che sia un layout grafico, un modello di fashion design o un oggetto di design d’interni).
    È ovvio che oggi possiamo identificare a mala pena soggetti appartenenti alla cultura occidentale, nati nell’era del ventunesimo secolo, che non sappiano almeno dell’esistenza del Coding, perché è ovvio che la tecnologia ormai fa parte di ogni settore e si possono espandere le proprie possibilità progettuali: tutto passa da li, la didattica oggi è resa digitale, le informazioni di ogni genere anche, ed ovviamente con questo anche la progettazione stilistica.
    Però mi voglio comunque augurare che come me ci siano ancora ragazzi a cui piace essere a contato diretto con oggetti, materiali; i quali preferiscono in primis progettare tramite un foglio di carta, all’aria aperta.
    Noi come singoli non possiamo arrestare lo sviluppo tecnologico, ed è per questo che non possiamo neanche dire per certezza ciò che ci aspetterà (che sia l’avvento di forme più elaborate di intelligenza o la distruzione totale alla Riddley Scott), ma di sicuro ognuno di noi può valutare in che modo vivere e sviluppare il proprio lavoro.
    Siamo arrivati fin qui facilitati dal progresso tecnologico, e a questo punto spero sia complice ormai eterno di creazione di nuove idee in nuovi ambiti, senza trascendere l’aspetto umano, anzi fungendogli come aiuto.

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  96. Sara Mascherucci   16 Novembre 2020 at 19:21

    Nell’epoca in cui viviamo si potrebbe dire che non ci manca nulla, anzi abbiamo anche di più di quello che ci serve, al giorno d’oggi la tecnologia penso ci aiuti, ci faciliti nel quotidiano. Molto probabilmente succederà ciò che Philippe Starck ha scritto sul design: “il design non esisterà più”, è possibile perché il nostro sistema è concentrato sul trovare sempre quello che ci manca o migliorare quello che si ha, al punto che non ci accontentiamo neanche di ciò che abbiamo. Siamo sempre alla ricerca di un mondo perfetto che non avremmo mai, perché probabilmente non a tutti piace la perfezione, e forse la perfezione è dovuta anche dalla imperfezione. Il coding è un nuovo linguaggio, che primo o poi tutti dovremmo conoscere, e non vedo perché non utilizzarlo, è un mezzo che ci aiuta e ci risolve problemi, ovviamente come tutte le cose bisogna saper usarla a modo senza esagerare.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Novembre 2020 at 08:05

      Chi ha sostenuto che non bisogna utilizzare il coding? Fuori i nomi! Riguardo al fatto che “non ci manca nulla” mi permetto di raccomandarti più prudenza: una buona metà della popolazione del pianeta reagirebbe male a queste tue parole. Una buona parte dell’altra metà ti risponderebbe dicendoti che tra un po’ ci mancherà il pianeta nel quale viviamo.
      Tieni sotto controllo la “logica del discorso: non è ben chiara la relazione di congruità tra “il design non esisterà più” e il concentrasi su quello che ci manca.

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  97. Silvia Pedrelli   16 Novembre 2020 at 20:22

    La nostra società è mutevole, come lo sono la tecnologia e il design.
    La vita quotidiana è colma di informazioni, frenetica, ha bisogno di semplicità, rapidità, essenzialità e il compito del design è quello di trovare soluzioni alla nostra società.
    Osservare un design semplice che “toglie”, riduce, è un pò come creare uno spazio rilassante per i nostri occhi.
    La rapidità è sempre più essenziale e grazie alle avanzate tecnologie il design sarà in grado di fornire risposte in tempi brevi. Potrà anche integrare nelle nostre mura domestiche aspetti essenziali per la vita di oggi, come spazi adibiti allo smart working. Potrà porgere una particolare attenzione verso gli sprechi, i consumi. Non si tratterà perciò di uno spazio svuotato di oggetti, piuttosto sarà un design che presterà sempre più attenzione ai bisogni futuri.
    Con l’aiuto della tecnologia sarà quindi in grado di risolvere problemi reali basandosi su ciò che è realmente essenziale per la nostra società.

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  98. Enya   16 Novembre 2020 at 21:07

    Indubbiamente il Coding è diventato l’indiscusso protagonista delle nostre più varie quotidianità e con il proseguire del tempo non farà che aumentare prepotentemente la sua imponente presenza.
    Nonostante questo non mi trovo d’accordo con le tesi argomentate nell’articolo che presagiscono la cosiddetta “morte del design”.
    Per quale motivo dovrebbe morire? Nulla nasce dal nulla stesso, per lo stesso motivo il continuo sviluppo del Coding non comporta la morte di ciò che l’ha portato ad arrivare fino a qui oggi.
    Questa visione pessimista e diffidente verso il futuro penso che sia giustificata in quanto visione proveniente da un un Baby Boomers/Generazione X, la quale integrazione con il digitale è stata notevolmente inferiore rispetto ai Millennials/Generazione Z, la cui maggioranza penso che la veda diversamente.
    Ma immaginiamo ora una coesistenza tra il nuovo e il vecchio, la saggezza e l’esperienza “dell’antico” unita alla modernità e allo sviluppo del nuovo…l’innovazione più incredibile mai vista.
    Quindi perché l’uno dovrebbe escludere l’altro quando collaborando potrebbero creare una delle sinergie più riuscite di sempre?
    Per questo dico che l’unica morte a cui il design potrà andare incontro sarà quella dettata da chi si opporrà all’avanzamento tecnologico con una sterile ribellione all’abbraccio di nuovi metodi che potrebbero solo che migliorare ciò che già esiste rendendolo non solo al passo con i tempi ma di conseguenza anche immortale.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Novembre 2020 at 09:12

      Boh! Di ribellione anti-tech ne vedo poca in giro. Tutte le istituzioni premono per digitalizzare quanti più aspetti possibili della nostra vita. Tra un po’ non esisterà più il denaro come lo conoscevamo, i big data sceglieranno cosa dovremmo consumare, le routine di lavoro tradizionali avranno sempre meno bisogno di esseri umani etc. etc. Credo che un po’ più di spirito critico sia necessario. Credo che con il digitale, rischiamo di fare lo stesso errore che abbiamo fatto con la globalizzazione…troppa fretta, troppe mitologie, scarsa visione olistica. Con analisi critiche si nega lo sviluppo tecnologico? Lo può pensare solo chi vive in una bolla impregnata di creduloneria. L’analisi critica ci aiuta a vedere meglio i problemi che ogni trasformazione tecnologica ha sempre prodotto. Cosa significa tutto ciò dal punto di vista del futuro? Significa fondamentalmente che la direzione di un ulteriore perfezionamento tecnologico sarà guidata da esigenze umane e non da scelte opportuniste di multinazionalit fatalmente ancorate a logiche di profitto e di potere.
      Il tuo riferimento all’immortalità non l’ho capito.

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  99. Daniela Panuta   16 Novembre 2020 at 22:02

    Il Coding é una porta accessibile a tutti , non é una disciplina dedita all’insegnamento , né una materia e tanto meno una lezione di informatica; in ambito pedagogico é un metodo didattico basato su “Problem soling” ovvero sulla capacità di risolvere in maniera efficiente ed immediata un problema.
    La società di oggi é fondata sul digitale, poiché a quanto pare oggi tutto si fa attraverso quello strumento, certo la tecnologia ci ha e ci sta cambiando la vita in tutti i sensi, ci facilita tante attività e azioni, ma come per tutte le cose é un’arma a doppio taglio che bisogna sapere come usare.
    Per quanto riguarda il design e il Coding mi sento di dire che le due cose possono benissimo coesistere insieme, la loro unione può essere il risultato di grandi lavorazioni, poiché una cosa viaggia affiancata all’altra; ma se le separassimo che cosa otterremo in un’epoca in cui tutto ormai é realizzato in maniera digitale?
    Mi sento di dire che nessuna cosa prevale sull’altra poiché prima di arrivare alla parte digitale dobbiamo passare dalla parte mentale ed emozionale (ovvero quella che ci contraddistingue dalle macchine), ovvero di tutto ciò che sta al fulcro di un progetto o di una realizzazione, quindi la figura del design senza il digitale resterebbe solo una mente, e il digitale senza il designer resterebbe solo uno strumento, una macchina; ecco che invece le due cose messe insieme sono la fusione di grandi prodotti capaci di suscitare grandi emozioni.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Novembre 2020 at 22:23

      Non è proprio come dici. All’estero, soprattutto negli StatI Uniti è una materia come tutte le altre da parecchio. Il nostro Ministero dell’Istruzione sta discutendo da alcuni anni se inserirla ufficialmente nei percorsi didattici. Nella pratica molte scuole che si considerano all’avanguardia lo hanno già fatto a titolo sperimentale. Molte risorse della Comunità Europea vengono dedicate a corsi di riqualificazione nei quali il coding è una disciplina richiesta per l’approvazione. Le Università più competitive in collaborazione con aziende del settore hanno creato percorsi che vanno in quella direzione. L’idea è sempre la solita: avvicinare la formazione ai bisogni delle aziende che stanno digitalizzando praticamente tutto.
      A parte questa precisazione, quello che scrivi lo condivido. Vorrei però ricordare che la questione che affronto non è la messa in discussione del coding bensì una citazione che sembra ancorare la possibilità di una prossima Coco Chanel essenzialmente a questa tecnica.

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  100. Camilla Zanotti   17 Novembre 2020 at 10:34

    Non può esserci una visione più negativa che dire ‘in meno di vent’anni il design non esisterà più’.
    parto dal presupposto che sia molto facile parlare ‘..tra vent’anni’, nessuno ha certezze e tutti sono convinti della propria opinione in quanto si tratti di un futuro indubbiamente lontano.
    Ciò porta quindi a porsi domande riguardo a tutto, pure a ciò che daremmo per scontato.
    In poche parole ho letto e riletto questo articolo prima di arrivare ad una conclusione, perché la mia mente rispondeva automaticamente a quesiti a cui nessuno in realtà può ancora rispondere.
    In qualcosa, però, tutti ci troviamo d’accordo.
    Il continuo e rapido sviluppo della tecnologia.. tutto nella norma.
    È molto sentito questo discorso, mia mamma ha più paura della dematerializzazione che della morte.
    Eppure queste ‘grandi novità’ già sono state vissute e già sono state superate.
    Si ha sempre questo timore verso un qualcosa mai visto, estremamente nuovo.
    Abbiamo una visione troppo pessimista, ‘’la tecnologia ammazzerà il fattore umano!’’.
    Eppure basterebbe trovare un compromesso, è quello che abbiamo fatto fino ad ora.
    La tecnologia ogni giorno si sviluppa, noi nemmeno ce ne accorgiamo, il fattore umano è presente ma sopratutto necessario.
    Un campo come il design, fashion design richiede tecnologia, anzi è fondamentale.
    Non possiamo negare un qualcosa di così ovvio.
    Ma questo cosa vuol dire? Il computer sostituirà l’essere umano? Assolutamente no.
    La tecnologia ci permette di arricchire tutto ciò che la nostra mente elabora.
    Noi abbiamo idee, pensieri, esperienze, emozioni e la tecnologia ci permette di rappresentarle nei migliori modi possibili.
    Il computer necessita delle nostre istruzioni e noi abbiamo bisogno dei suoi comandi.
    Tutto funziona perfettamente e sono dell’idea che questo equilibro rimarrà così stabile per un bel po’.
    La tecnologia è una conseguenza allo sviluppo della nostra mente e non ci vedo nulla di negativo.
    Quando cominceremo a ragionare come computer, tramite logaritmi e calcoli potrò mettere in dubbio queste mie affermazioni.

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  101. Giorgia Caroni   17 Novembre 2020 at 13:42

    I designer citati nell’articolo, Starck e Marchetti, mostrano, a mio parere, una visione estremizzata di quello che sarà il “design”. Sicuramente sotto un certo punto di vista hanno ragione, ma non credo sia possibile che oggetti di vita quitidiana, basati sul design, scompariranno. Il design, come ogni altro ambito, cercherà sempre di essere al passo con i tempi e di riuscire ad adattarsi alla “moda” e alle necessità che presentano i clienti, quindi è un pò assurdo affermare che una futura scomparsa del design.
    Sicuramente, il coding sarà il nostro futuro e quindi anche la tecnologia, ma finchè l’uomo continuerà ad esistere, design e tecnologia andranno di pari passo.

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  102. Noemi Nevola   17 Novembre 2020 at 15:06

    Le tematiche affrontate nell’articolo “Il Coding e la morte del design” mi hanno fatto riflettere su moltissimi aspetti. Sono giunta ad alcune conclusioni secondo le mie conoscenze e supposizioni, ma in me si sono manifestati innumerevoli dubbi. Non possiamo sapere lo sviluppo ultimo del mondo o almeno possiamo conoscere una determinata percentuale del domani, ma senza averne la concreta certezza di ogni sfaccettatura. La cosa migliore che possiamo fare è creare ipotesi sulla base del nostro passato e presente. Il Coding, come qualsiasi altra cosa, ha i suoi lati negati e quelli positivi. Credo sia un’agevolazione in alcuni ambiti; la velocità con cui produciamo qualcosa è immediata in confronto alla realizzazione concreta, inoltre è facilmente condivisibile e espandibile. L’ambito negativo si presenta nel momento in cui non si riconosce la “materia prima” (nel caso del fashion il corpo che va “vestito”), probabilmente non avendo questo tipo di consapevolezze non possiamo utilizzare nel modo migliore neanche un aiuto così grande come quello del Coding. Parlando del Design… Io credo che un’ambito per rinnovarsi spesso sia costretto a partire da zero andando distrutto e successivamente ricreandosi. Ma per farlo bisogna conoscere quel che è stato prima. Abbiamo nuovi strumenti con cui creare, distruggere e ridipingere il mondo. Sta a noi capire come farlo. Detto questo, il design potrebbe “morire”, ma per avere una sua rinascita e probabilmente un suo nuovo significato. Studiamo diversi ambiti artistici, scientifici e politici, ce li impongono fin da bambini; ci sono state innumerevoli rivoluzioni e innovazioni che hanno creato drastici cambiamenti in tutti gli ambiti. Le visioni di ogni categoria sono cambiate nel tempo, destrutturandosi e ricomponendosi in qualcosa di nuovo, che non ha necessariamente ne una connotazione negativa ne positiva. Semplicemente è un processo che repentino si ripresenta nel nostro mondo e come nel caso del design ne modifica le sue peculiarità, sostituendole e imponendone altre. Detto questo ci saranno nuovi giorni, nuovi anni, ere, periodi… E si formeranno altre importanti figure, in questi “diversi” nuovi ambiti che si verrano a creare. Basti pensare a quanti nuovi posti di lavoro si siano creati in ambito digital che prima neanche esistevano. Probabilmente potrebbe essere uno sviluppo del genere; ci saranno nuove e diverse sfaccettature che possono solo incrementare le nostre conoscenze e la sperimentazione di qualsiasi cosa. Credo comunque che sia importante mantenere un certo collegamento tra ciò che è digitale e ciò che è manuale; oltre a poter coesistere insieme, possono completarsi e agevolarsi entrambe.
    Commentando la citazione di Alessandro Marchetti, sostengo che effettivamente potrebbe diventare fondamentale per noi il Coding, ma non è detto che tutto ciò che ci circonda venga automaticamente spazzato via, che tutto quello che noi ora vediamo come un qualcosa di importante e imprescindibile possa sparire, semplicemente si avranno altre priorità.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Novembre 2020 at 23:48

      Hai ragione, spesso i grandi creativi oltre che visionari sono inconsapevolmente dei grandi distruttori. Il calcolo tra posti di lavoro creati e distrutti è ancora provvisorio. Speriamo che il saldo sia positivo. Ma se lo sarà non vedo alcun merito particolare attribuibile alle macchine digitali bensì alla capacità di adattamento della nostra mente.

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  103. Emanuele Maraldi   17 Novembre 2020 at 18:22

    In questi ultimi anni l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante e gli scienziati affermano che presto i computer saranno dotati di una coscienza capace di portare a termine qualsiasi compito. Alle affermazioni di Stark e Marchetti rispondo con una frase di Federico Faggin, fisico inventore del primo microprocessore:
    “Ho trascorso 30 anni a studiare come sia possibile riprodurre sensazioni e sentimenti a livello meccanico, ma la verità è che la coscienza, ossia la capacità di sperimentare la vita e conoscere noi stessi, è prerogativa dell’uomo”.
    Penso che la consapevolezza non sia una proprietà meccanica appartenente ad un sistema complesso, ma qualcosa di ben superiore che sta alla base della vita e dell’esistenza e che non può essere riprodotta attraverso la stesura di codici di programmazione.
    Le più moderne macchine industriali sono riuscite a riprodurre e a sostituire la manodopera dell’uomo in diversi settori andando ad eliminare molte figure professionali, quello che non potrà mai riprodurre però è la capacità si creare e soprattuto progettare consapevolmente qualcosa di autentico e pensato, la macchina andrebbe semplicemente a creare un prodotto i cui schemi di progettazione gli sono stati dettati tramite delle istruzioni codificate dall’uomo. Da sempre combatterò per un design del futuro dove la tecnologia avrà il potere di servire e arricchire la creatività dell’uomo, e non di sostituirla o di sovrastarla.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Novembre 2020 at 23:20

      Bella la citazione di Faggin. Intervento coinvolgente. Complimenti.

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  104. Martina   18 Novembre 2020 at 21:54

    Il design non è solo materia, é molto di più. La creazione di elementi di design è frutto di esperienza sul campo, empatia, emotività.
    Una macchina non può sostituire queste caratteristiche perché sono proprie dell’uomo. La digitalizzazione è importantissima al giorno d’oggi ed è interessante osservare come essa può essere a servizio delle diverse forme d’arte, ma è un mezzo ed è proprio per la mia affermazione precedente che rimarrà tale perché non potrà mai sostituire questa componente essenziale del design.

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  105. Paolo Teodonno   19 Novembre 2020 at 22:38

    Rileggendo questo articolo molto interessante, ritengo che le affermazioni di Philippe Starck riguardo al fatto che in meno di vent’anni il design non esisterà più, siano azzardate e utopistiche. Molto probabilmente in futuro ci si proietterà verso un design più minimalista di quello attuale, anche per una questione ecologica e di risparmio di materie prime, ma non per questo inesistente. Non si annullerà mai del tutto l’oggetto e la forma in favore della funzione (anche perché abbiamo bisogno di interazioni fisiche e reali con ciò che ci circonda); quest’ultima senza la prima è solo un’idea concettuale.
    Per quanto riguarda il tema della programmazione, invece, avendo avuto una formazione prettamente scientifica e informatica la considero personalmente molto utile da insegnare (in forma di “gioco”) obbligatoriamente, sin dalla scuola primaria, poiché la ricerca di possibili e molteplici soluzioni (algoritmi) scomponendo il problema in piccole parti e la scelta di quella più performante può essere applicata come metodologia di approccio creativo-razionale alla vita quotidiana e non soltanto al campo informatico.
    Detto ciò, gli strumenti tecnologici e informatici sono soltanto un mezzo per raggiungere un fine e non sono determinanti, ma se utilizzati con ingegno possono essere utili, soprattutto in fase di realizzazione di un oggetto di design, per esempio, automatizzandone i processi di produzione.
    Fortunatamente, soprattutto nell’ambito della progettazione e ideazione, le macchine con molta probabilità non saranno in grado di sostituire completamente l’uomo, ma bensì di affiancarlo migliorandone il proprio flusso di lavoro; poiché i processi cognitivi e il bagaglio culturale alla base della creatività sono ancora una prerogativa della mente umana e difficilmente replicabili in delle macchine.

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  106. Marco Caporrino   20 Novembre 2020 at 10:45

    Le dichiarazione dette da Stark e Marchetti a parer mio sono corrette da un lato e azzardate dall’altro, è chiaro che pensandole ad oggi sembrerebbero molto “spinte”, infatti loro si riferiscono al futuro, esattamente nel giro di vent’anni.
    Stark dice che in vent’anni “Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti”. In fondo per alcune cose non è già così?? La Dematerializzazione, come dice lui, in un certo senso è sempre stata alla base del design (sia nell’ambito del Design del prodotto che nel Graphic Design) se per materializzazione intendiamo l’atto di “pulire”, “togliere” il superfluo, ciò che non è legato alla funzione di quello che stiamo progettando.
    “Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio.” Questa parte della sua dichiarazione la trovo un po estrema, sembrerebbe che in futuro alla base di un progetto prevalerà la perte funzionale rispetto a quella estetica e che quindi ci ritroveremo in case modulari e tutte uguali, con tutte le comodità possibili e immaginari ma senza una vera e propria personalità. Se da un lato l’uomo desidera avere tutte queste comodità a portata di mano dall’altro non vuole a rinunciare alla bellezza, perciò penso che questa dichiarazione sia sbagliata, perché io, per esempio, preferirei avere un lampadario di Castiglioni piuttosto che un lampadario che si accende con il comando vocale! Con questo voglio dire che sicuramente il design si evolverà ma non morirà mai!

    Per quanto riguarda la dichiarazione di Marchetti mi sento di dire che in parte sarà vera. Se dicendo che la prossima Coco Chanel è già nata e sarà una programmatrice, intende che il coding farà parte del Fashion Design, che ne aiuterà i processi creativi e realizzativi sono d’accordo. Se invece intendesse dire che con il coding sparirà e che ci sarà un programmatore al posto del designer non penso proprio, perché si, magari sarà anche in gradi di sfornare prodotti in linea con i gusti delle persone, ma non riuscirà mai a creare qualcosa di innnovativo, qualcosa che rivoluzionerà questo campo come hanno fatto i vari stilista da cento anni a questa parte.

    La tecnologia e l’evoluzione sono sempre aspetti positivi e risolutivi, ma deve essere sempre usata insieme alla creatività dell’uomo, che è imprescindibile e innegabile.

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  107. Jessica Mazzola   22 Novembre 2020 at 19:16

    Viviamo in una società dove il rapporto con le creature artificiali è sempre più stretto. La rivoluzione industriale porta ad un grande sviluppo economico e un progresso nel campo delle macchine. Ed è proprio qui che un nuovo protagonista entra a far parte della nostra vita, la macchina.
    C’è chi oggi vive questa innovazione come una minaccia (in primo luogo per i posti lavoro) e chi invece ne coglie tutti i benefici possibili in relazione alla richiesta di nuove competenze. Oggetto di discussione in questi tempi è il rapporto dell’uomo con la sua creazione che ormai è giunta ad un livello di precisione senza precedenti. Ma come la macchina può aiutare il nostro presente? Credo fortemente che nei futuri anni l’impatto con questa innovazione sui posti di lavoro non sarà assolutamente sfavorevole ovviamente se le competenze umane verranno rinnovate in tale modo da affrontare questa sorta di “trasformazione digitale”. Sicuramente tutto ciò è qualcosa di nuovo e quando parlo di macchine non intendo semplicemente i robot grezzi che si stanno avvicinando all’idea di uomo, ma anche si sistemi automatizzati, di mondi virtuali e di dispositivi che possono interagire con il nostro mondo e che possono migliorarlo sfruttandone i punti di forza. Esseri umani e macchine non sono la stessa cosa, possiamo attribuirgli aggettivi adatti a noi, possiamo sostenere che hanno “intelligenza”, che possono “scegliere” e che addirittura possono avere dei “sentimenti”, ma non saranno in grado (almeno per ora) di eguagliare il nostro pensiero, il nostro atto creativo.

    Ciascuno di noi è artefice del proprio destino ecco perché dobbiamo sfruttare al meglio questa nuova etica, questa nuova interazione con qualcosa che può essere difinito simile a tutti noi. È sempre più necessario che le persone ci ragionino su questo nuovo rapporto che si sta formando affrontando il problema del nostro agire in una nuova età tecnologica.

    Ovviamente in tutto ciò, come ho scritto all’inizio del mio commento, vi è la paura che le macchine possano essere definite nostri simili, che vengano trasformate in nostri concorrenti, in competitor che debbano essere temuti per ciò che possono toglierci. Sicuramente le macchine sono più efficienti in tempi minori rispetto a noi esseri umani, ma perché dovere rinunciare alla nostra umanità? La città di domani sarà una partnership con le macchine ed ecco perché, con responsabilità, dovremmo sfruttare al meglio questo momento, sfruttando la nostra intelligenza e traendone tutti i vantaggi.

    L’intelligenza artificiale si espanderà sicuramente molto velocemente ma non potrà superare la nostra creatività, l’uomo è capace di immaginare l’impensabile e per quanto le macchine potranno, e hanno già fatto, eguagliare il nostro talento tecnico non arriveranno a quello artistico.

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  108. Elisa Tito   22 Novembre 2020 at 21:35

    Trovo questo articolo molto interessante e ricco di riflessioni; è stimolante pensare e volgere lo sguardo su quello che potrebbe essere un possibile futuro, anche se, è sempre complicato sapere cosa ne sarà del futuro; anche anni fa le persone pensavano che oggi avremmo avuto macchine volanti.
    Penso che la conoscenza del Coding sia di grande importanza ai giorni d’oggi e per il futuro e quindi credo che sarà una cosa normale e giusta un possibile apprendimento di quest’ultimo ad esempio nelle scuole e che quindi lo spieghi e lo integri come materia.
    Personalmente sostengo che il Coding possa aiutare: ad esempio pensiamo al fatto di poter ricreare qualcosa, un’idea su uno schermo con la possibilità di gestirlo e modificarlo come uno vuole, vedendo in un certo senso un proiezione di risultato finale , lo trovo molto utile !
    Inoltre una frase che mi ha colpito dell’articolo e che la trovo veritiera è: “È chiaro che il Coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel…”; credo che il coding sia solo e deve essere solo un aiuto , un rafforzamento dell’idea e creatività dell’uomo, la macchina non ha cervello , il vero cervello è l’uomo; possiamo quindi considerare il Coding solo un nuovo strumento come lo erano matita, gesso, spilli e forbici per Coco Chanel e Christian Dior.
    Concludo dicendo che nel Coding ci deve essere sempre un’impronta,la creatività, l’immaginazione dell’uomo poichè queste non potranno mai essere sostituite.
    Colgo l’occasione di citare una frase di J.F. Kennedy che ho sempre appoggiato :
    “L’uomo rimane il più straordinario dei computer “
    -John Fitzgerald Kennedy

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  109. Gessica Hima   24 Novembre 2020 at 12:08

    Il Coding è indiscutibilmente la prova che l’uomo non utilizza solo il 10% del proprio cervello. Da sempre cerchiamo di delegare le attività considerate uno spreco di tempo ad altri per poter concentrare le nostre conoscenze in nodi più complessi da districare e ad oggi ci affidiamo a macchine.
    La differenza sostanziale tra l’uomo e la macchina è che quest’ultima registra un numero finito di informazioni, calcolato al servizio che deve offrire. 
    Credere che il design intensifichi l’ingaggio emotivo con l’oggetto per valorizzarne l’uso è un ragionamento giusto ed ampiamente utilizzato; una delle prove lampanti sono i “libri oggetto” che vengono custoditi con estrema cura su contenitori magari vellutati e maneggiati con guanti ovviamente adeguati, spesso mai letti per il timore di esser danneggiati.
    Ipotizzare la fine del design da qui a 20 anni è come credere al futuro distopico che ritroviamo in “Blade runner 2049”: umani di pura intelligenza che si affezionano a ologrammi e replicanti riempiti di ricordi che non hanno mai vissuto, utili però a fargli assumere un tono umano o come direbbe Starck “diventare Dio”.
    Il concetto di dematerializzazione esiste come estensione delle capacità umane e lo ritroviamo nel AR e VR. 
    Per citare un esempio di dematerializzazione vediamo che il sito web Ray-ban nell’ultimo anno ha implementato un sistema che permette di provare virtualmente gli occhiali presenti nel shop online e poter valutare la scelta tenendo conto del fit che hanno sul nostro volto. 
    Ad oggi (così come il Coding) è soltanto uno strumento aggiuntivo che riduce i tempi per lo svolgimento di una determinata attività; ciò che resta indispensabile, e soprattutto insostituibile, è la mente e le sue incalcolabili capacità.
    Riporto qui l’affermazione del Dott. Aguilar (neurologo all’ospedale universitario catalano Mutua de Terrassa, di cui gestisce anche l’osservatorio sulla memoria e le demenze) in merito all’utilizzo del 10% del nostro cervello: “È un classico, quello dello sfruttamento del 10 percento del cervello. Le persone sono un insieme di capacità e in un certo senso non esiste una persona uguale a un’altra. Qui ci sono due cose da prendere in considerazione: una è la localizzazione delle attività—le varie parti hanno determinate funzioni. L’altra è che il cervello è connessione: connettività.
    Ci sono aree che sono più attive di altre, ma il tutto è comunque connesso. Parlare del 10 percento non è corretto. È tutto molto più complicato.”

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  110. sebastiano baratta   24 Novembre 2020 at 12:35

    Trovo questo articolo interessante, ritengo che le affermazioni di Philippe Starck riguardo al fatto che in meno di vent’anni il design non esisterà più non siano del tutto esatte, la macchina sostituirà l’uomo in tutti i tipi di lavoro e questo è un dato di fatto.
    Il design però non è un semplice lavoro che si limita ad eseguire un azione ma dietro c’è tutto un processo mentale, soggettivo, empatico, non è solo un azione ma soprattutto un idea, questa idea inoltre viene influenzata da meccanismi che ancora adesso non riusciamo a comprendere, quindi se ancora noi non riusciamo a comprenderli come possiamo trasferirli su una macchina?

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