Il coding e la morte del design

Il coding e la morte del design

Alcune dichiarazioni inerenti il design di due grandi protagonisti del nostro tempo, recentemente apparse su quotidiani nazionali, hanno attirato la mia attenzione.

La prima che vi presento è di Philippe Starck, senza dubbio uno dei designer più influenti attualmente in circolazione.

Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe).

Vi presento ora la seconda dichiarazione. Il protagonista è Alessandro Marchetti, uno dei nostri top manager/imprenditori meglio posizionati per parlare con cognizioni di causa del domani.

Philippe Starck

Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani” (intervista di Valerio Baroncini, Il Resto del Carlino, 13-12-2019: Mister Yoox, perché assumo giovani talenti).

A suo tempo, subito dopo aver letto le interviste che contenevano le citazioni sopra riportate, ebbi un insight di pensiero nella forma di domanda che, come l’après coup (a colpo avvenuto) di lacaniana memoria, ovvero una riformulazione di qualcosa che mi aveva scosso, vi traduco in questi termini: esiste una struttura di senso che connette le due dichiarazioni? Vi confesso che come risposta pensai immediatamente alle conseguenze del dominio attribuito al paradigma della digitalizzazione dei processi creativi, produttivi e di consumo. Lo spazio svuotato di oggetti (reali) e il riferimento all’essere “nudi” di Starck mi proiettarono di colpo tra le narrazioni sulla domotica, sulla Realtà Aumentata di ogni cosa o processo, sbandierate con la prevedibilissima enfasi da chi ha interesse a venderci l’illusione di un mondo perfetto, manipolando la moltitudine di creduloni che del paradigma digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, maggiore entertainment e libertà.

Naturalmente, non posso nascondervi che tra i pensieri in me suscitati a cascata dalle parole delle interviste in oggetto, ci fosse l’impressione della coglionata totale. Da quando Roland Barthes verso la metà degli anni 70 del 900, pubblicò “La morte dell’autore”, è di moda tra gli intellettuali e artisti parigini dichiarare “morto” o giù di lì, qualsiasi discorso (o personaggio) venuto a noia. Philippe Starck, nato e residente a Parigi, anche se attualmente vive più in Portogallo che in Francia, è il più intellettuale tra i designer che ammiro e quindi il sospetto che nell’intervista esibisse una tipica figura del discorso di stampo parigino mi è venuta spontanea.

Aggiungo che, se osservo per esempio gli Yacht disegnati per il magnate russo Andrej Meinichenko, tutta questa dematerializzazione proprio non la vedo. Il suo design sembra inspirarsi piuttosto alle modernissime navi militari che trovo tutt’altro che dematerializzate.  A meno che non vogliamo intendere con questa parola, l’esasperazione di alcune funzioni, per esempio una profilazione diversa dello scafo efficace per sfuggire ai radar o la riduzione di armi come cannoni di lunga gittata con decine di missili imbricati nello scafo. Anche nella barca disegnata per Steven Jobs non confonderei affatto l’effetto di mimetismo marino e il minimalismo estetico ipertecnologico con l’idea del vuoto dematerializzante. Mi è chiaro che Starck vuole stabilire un forte attrito tra un design-funzione e il design=Entertainment, ma che il primo annunci la scomparsa della materia e conseguentemente dell’oggetto, e che il secondo, visionario finché si vuole, penso a Sottssass, a Pesce, preservi lo statuto di oggetto annullando completamente la ricerca sulla funzionabilità, è una narrazione discutibile. Comunque sia, guardando i suoi yacht e le sue creazioni Kartell ( per esempio: la trasparenza della sedia Ghost, evoca certo la dematerializzazione ma non cancella l’impronta dell’oggetto) io non penserei mai a prenderli come un sintomo della morte del design. Nemmeno Path, la sua famosa casa prefabbricata, pur con la vasta superficie vetrata e l’esasperazione tecnologica in ogni dettaglio progettate nel nome della eco sostenibilità, potrebbe evocarmi seppur in tempi differiti, la scomparsa del design.  Piuttosto mi verrebbe da pensare alla sublimazione delle funzionalità di base, ottenuta attraverso l’estetizzazione integrata con le dimemensioni pregnanti degli elementi dell’oggetto/dispositivo (forme, contorni, colori…e il loro montaggio). Se usiamo come bordo di appoggio per la comprensione del suo stile, la nota formula dell’architetto Louis Sullivan “La forma segue la funzione”, in circolazione tra gli addetti ai lavori da 1915, o giù di lì, direi che per Starck e tanti altri suoi colleghi, potremmo correggerla in: “La funzione viene trasfigurata dalla forma” intendendo con questa espressione il potere del design di intensificare l’ingaggio emotivo con l’oggetto per renderne pregnante l’uso. Trasfigurata non significa negata, bensì messa al servizio dell’oggetto (per fornirgli una identità anti-fragile) secondo i principi della forma di ingaggio percettivo che Gibson avvicinava con il concetto di Affordance. Oppure, se volete dirlo con un’espressione oramai calata tra il senso comune, il design (sia industriale che della moda) deve produrre un valore aggiunto immateriale, orchestrando funzioni, esperienze sensoriali e culturali ancorabili all’oggetto, secondo un registro polarizzato dallo stile di vita del momento.

Per farla breve, ho sempre considerato Philippe Starck un magistrale interprete di trasfigurazioni e prendere atto della sua metamorfosi in profeta della prossima purificazione del design mi ha dato le vertigini (si fa per dire, of course). Anche se nella citazione parla di bionismo, dunque di un design che prende ispirazione dal corpo, le sue parole mi hanno evocato esattamente il contrario. Per esempio, il design sterilizzato di edifici, interni e costumi del mieloso ma intelligente film di fantascienza Equals, del regista Drake Doremus: un futuro nel quale provare emozioni sarà un crimine, il contatto tra corpi rigorosamente proibito, nessuno racconta barzellette, nessuno ride, nessuno tromba. Ebbene il lavoro degli scenografi e dei costumisti del film mi è sembrato la traduzione in immagini della profezia di Starck ovvero uno scenario ecologico talmente puro, pulito, sgrassato da ogni pulsione umana da risultare angosciante. E, per fortuna, improbabile.

Alessandro Marchetti coding
Coding. Alessandro Marchetti

Tuttavia, è chiaro che, spostando il discorso sull’evaporazione del design in avanti di vent’anni rispetto al 2019, Philippe Starck può far sembrare tutto quello che dice vagamente plausibile. Anche le coglionate.

Per quanto riguarda il coding e la Chanel informatica di Alessandro Marchetti, le mie perplessità assumono sfumature leggermente diverse.

Se il nostro geniale top manager, con quelle parole, intendeva enfatizzare le virtuosità operative che il fotonico tip tap algoritmico del computer, tradotto sullo schermo in figure tratte da smisurate banche dati di immagini, figure manipolabili, assemblabili, contestualizzbili, quasi senza limiti…se voleva dire  che questi programmi possono aggiungere alle pratiche del design opportunità tutte da esplorare, allora siamo fondamentalmente d’accordo. Sia nella fase di formazione che nel lavoro, l’integrazione tra protocolli tradizionali e competenze digitali, è una sfida che dobbiamo raccogliere.

Coding significa “programmare” in contesto informatico (da to code ovvero codificare). Il fatto che vi siamo software che per potenza di calcolo possono rendere più veloci e vari gli assemblaggi di forme, colori, taglie implicati nella configurazione di un pattern di moda o di ciò che una volta chiamavamo look, è ben conosciuto dagli addetti ai lavori e, suppongo, utilizzato nelle fasi di progettazione di una collezione o semplicemente di un elemento e/o forma dell’abbigliamento piuttosto che l’altro. Probabilmente nell’attuale processo realizzativo della moda non è ancora una tecnica dominante. Probabilmente dalle scuole di moda che da tempo hanno implementato tra le materie formative il coding, usciranno stilisti che oltre a saper disegnare e costruire un abito, saranno performanti nell’esplorare velocemente le pressoché infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate. Non trascurerei inoltre l’impatto della dimensione Game del coding, per dirla con il bel libro di Alessandro Baricco ( The Game, Einaudi, 2019), ovvero il passaggio dal sistema uomo-matita-forbici a quello uomo-tastiera-schermo con tutte le mutazioni che lo scrittore elenca; anche se, vorrei aggiungere, la fiducia anticipata nelle nuove tecnologie digitali, più che una reazione della prima generazione di informatici alle tragiche brutture novecentesche ipotizzata dall’autore, oggi, soprattutto per i più giovani, a me sembra implicare soprattutto fascino di una creatività diffusa, libera, leggera, inarrestabile, immune alle critiche. Il mito emergente di Fashion Game praticamente infiniti, veloci, senza altri confini che non siano i Big Data raccolti dalle aziende e operativizzati dai dispositivi informatici, i cui algoritmi forniranno metriche ad hoc sullo stato del desiderio degli internauti, lo possiamo facilmente riconoscere nella sopravvalutazione dei blogger di moda e nell’adesione acritica alle logiche dei social da parte di manager che in pochi anni sono passati da un atteggiamento prudente a una fervente adesione a tutto ciò che assapora di virtuale.

Sappiamo tutti che le fasi fortemente innovative legate a un nuovo paradigma tecnologico presuppongono forti dosi di visionarietà e una certa noncuranza sulle conseguenze negative che potrebbero incrinarne l’espansione.

Se le parole di Marchetti intendevano enfatizzare l’inarrestabile “rivoluzione” provocata da Internet, tale per cui sarà molto più divertente studiare moda e, sul lavoro, molto più veloce e piacevole simulare look attraverso il coding, mi sento di aderire alle sue argomentazioni. Se voleva dire che oltre allo studio dell’Arte, dei fenomeni culturali, della storia della moda, l’allenamento per padroneggiare tecnologie digitali, farà parte della cassetta degli strumenti utile per trovare lavoro, sono senz’altro d’accordo. Tra qualche anno probabilmente tutti i lavori o quasi, classificati come “alto artigianato” subiranno una integrazione digitale. Marchetti crede in questo processo vivendolo come un progresso cioè presentandolo come inarrestabile perché ammantato di valori decisivi. Il suo impegno per favorire le giovani generazioni sin dalla fase della loro formazione è fuori discussione. Come tutti i grandi visionari della cosiddetta “rivoluzione digitale”, quando prende la parola, orienta il discorso illuminando più che altro i benefici che discenderanno a cascata dalla scelta del virtuale. Come tutti i grandi visionari, le sue parole pubbliche sono sostanzialmente cieche relativamente agli attriti e costi sociali prodotti dal digitale. Per farla breve, ha sostanzialmente ragione quando ci ricorda le opportunità offerte dalla transizione tecnologica che stiamo attraversando.

Ma tuttavia, l’affermazione “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica” può essere interpretata anche come una sorta di misticismo tecnologico dove al posto del fashion designer come soggetto creativo che, a suo modo e con i suoi mezzi, cerca di dare risposte socialmente e culturalmente innovative al suo tempo, in sua vece dicevo, troviamo il tecnico programmatore che trasforma l’atto creativo in un gioco sempre più condizionato dalla potenza algoritmica del dispositivo e dei software che la rendono spendibile (e aziendabile).

Ma giunti a questo punto, la creatività dove sarebbe collocabile? Verrebbe da rispondere: nella macchina o computer, ovviamente, non solo perché è più potente ma anche per il fatto che in ultima istanza velocizza processi che sono comparabili con quelli che ritroviamo (molti più lenti e limitati) in scala umana, senza le imperfezioni o i corto circuiti di una mente (e del suo sostrato biologico, cioè il cervello).

Quindi, seguendo l’interpretazione hard dell’affermazione di Marchetti, in un certo qual modo il coding annuncerebbe la fine del fashion design (così come l’abbiamo conosciuto).

Mi chiedo: è questa la dimensione della creatività che fa la differenza e che serve alle aziende moda per sentirsi protagoniste?

Rispondo prendendo come esempio la fashion designer citata dal top manager. Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.

Il suo autorevole collega Christian Dior, invece, era pazzo per il disegno. Qualche mese prima delle sfilate, si ritirava in campagna e in poche settimane come divorato da una febbre estatica, produceva centinaia, migliaia di schizzi che progressivamente convergevano sul tema prescelto.

Bene, immaginiamo di poter raggiungere entrambi con una macchina del tempo, per consegnare a essi un computer e i software per il coding. Immaginiamo anche che per magia comincino a farli girare senza problemi, sfruttandone le enormi potenzialità. Potremmo sostenere che il loro ruolo storico nella moda sarebbe rimasto inalterato? Personalmente ho molti dubbi. Non credo che la loro mente avrebbe retroagito agli stimoli della macchina allo stesso modo rispetto alle percezioni che discendono dal contatto col corpo o attraverso la mediazione del disegno. Bisogna capire che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni (di colori, forme, composizioni etc. etc…) e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer. Capita spesso di leggere nelle interviste a grandi stilisti frasi del tipo: io non disegno abiti bensì prefiguro stili di vita, emozioni, sogni. Non sono sicuro di capire fino in fondo cosa significhi. Ma sospetto che vogliano dirci qualcosa di simile a questo: prima di progettare e poi costruire una forma, devo compenetrarmi con qualcosa che trascende ogni cosificazione o performance tecnica, nel senso che rappresenta una mia esperienza mentale connessa al problema che devo risolvere cioè come vestire un corpo che sente, desidera, può emozionarsi.

Da questa connessione tra corpi in stato di attesa (chiamateli pure consumatori) e menti creative che li osservano trasfigurandoli o correggendoli, emerge il fenomeno della valenza emergente di una forma, che conferisce preferenze per certi concetti o idee moda piuttosto che altre.

Quanto di tutto ciò può essere incapsulato in un algoritmo (sistema di calcolo)? Può una programmatrice informatica solo con il coding simulare grazie a sofisticati programmi la complessità delle esperienze che chiamiamo vita, dalla quale discende lo strano ordine estetico che si impone nella mente di un creativo di primo livello? Io credo di no. Tra l’altro pur avendo scoperto tantissime cose, non abbiamo ancora compreso come realmente funziona gran parte della nostra mente, e quindi figuriamoci se ha senso postulare una creatività in scala umana (sensazioni, percezioni, emozioni umane) dominata da programmi informatici.

È chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel, a meno che a un certo punto la programmatrice informatica spenga il computer per fare altre cose del tipo, leggere libri, visitare musei, andare al cinema, a feste, vedere persone, provare emozioni, trovarsi un fidanzato, perderlo etc. etc.

Vorrei fosse chiaro che stimo moltissimo Alessandro Marchetti soprattutto perché lo ritengo persona di rara intelligenza. E quindi immagino che non negherebbe mai le ultime mie parole. Darebbe per scontato che il coding è solo un mezzo per un fine più sofisticato per il quale sinora le macchine non possono accedere (e infatti, come Starck, sposta il discorso avanti di vent’anni). Ma è anche vero che ciò che ho chiamato interpretazione hard delle sue parole, ci annuncia la fine dello stilismo come l’abbiamo vissuto nell’ultimo mezzo secolo e merita di essere esplorata.

Il problema che pongo quindi non è correlato alla validità del coding come innesto formativo per futuri stilisti e tecnica di progettazione, bensì se “l’effetto Coco Chanel” ovvero se uno stile creativo capace di cambiare e allo stesso tempo compenetrarsi con le aspettative del proprio tempo al punto di cambiare la disposizione delle donne più influenti del periodo, può essere affrontato con metriche estetiche dominate da una macchina algoritmica.

Molto di quello che sappiamo della nostra mente suggerisce il contrario. Ma è soprattutto quello che non sappiamo ancora (es.: perché esiste la coscienza?  A cosa serve? Cosa ci guadagna il cervello a far emergere una mente creativa?) a confermarci che il design che cambia la vita delle persone non è programmabile nel senso del coding, ma dipende da tratti umani che difficilmente un algoritmo potrà emulare. Forse ci arriveremo, ma allora la nuova Coco Chanel non sarà affatto una programmatrice informatica. Sarà un robot, una replicante, una AI che sentirà, percepirà, si emozionerà come tutti noi. Ma a questo punto sarà umana e farà parte della nostra vita. Quindi parole e riflessioni come quelle che avete appena letto, non avranno più senso.

 

Il coding e la morte del design. Addenda

Il testo era in origine la parte introduttiva di una mia lezione al LABA (libera Accademia Belle Arti) di Rimini. Nello sviluppo delle mie lezioni di “Teoria della Percezione” per designer e stilisti, stavo per inaugurare il debodamento dell’ingaggio percettivo nei territori delle Neuroscienze. Mi sembrava opportuno proporre ai miei perspicaci studenti una riflessione sul futuro della loro professione. Esasperando l’interpretazione delle parole di Starck e Marchetti, ai quali chiedo umilmente scusa, ho immaginato di favorire il dialogo in aula. In definitiva nelle loro parole echeggiava il particolare punto di vista che Yuval Noah Harari, nel suo bestseller “21 lezioni per il xxi secolo”, ha diffuso con successo in tutto il mondo. Ma in quel preciso momento più che “apprendimento” o “previsioni sul futuro del design” avevo bisogno di stimolare il sentimento di partecipazione dei presenti.

L’attivazione di un dialogo in aula è, tra le altre cose, una tattica utile per stimolare l’attenzione, che considero fondamentale per la didattica. Lo so è una banalità. Lo sanno tutti, anche i prof più sgangherati. Chiunque si trovi impegnato nella presentazione di “qualcosa” davanti a un pubblico, impara subito che senza l’attenzione, le parole che con fatica ha preparato, galleggeranno nel vuoto e il loro posto verrà subito occupato da sbadigli, dalla noia, da gesti imprevedibili come grattarsi da qualche parte. In un’aula la situazione risulta ancora più compromessa: immagino sia piacevolissimo fuggire dall’indottrinamento, vagabondando nei social con il proprio smartphone o nascondensi dietro il portatile, senza che il prof del momento possa farci nulla. Senza l’attenzione, il processo di apprendimento non può funzionare. Ma vorrei farvi notare anche quanto risulti difficile pensare e analizzare l’attenzione. È difficile trovare teorie, libri, che ne illuminino i concetti operativi e suggeriscano pratiche efficaci. Mi sono fatto l’idea che, in aula, il modo migliore di approcciarla è mettersi in gioco e mostrarla. Quindi, per ritornare al contenuto del mio script, l’interrogarmi, davanti ai miei allievi, sui possibili significati delle estrapolazioni in oggetto (le citazioni), aveva la metafunzione di mettere in scena l’attenzione al lavoro, compresi i limiti o se volete le cazzate che rischiamo di dire quando cerchiamo di afferrare con le parole un mondo di fatti di natura complessa. L’idea di fondo è molto semplice da capire: osservare l’implume bipede parlante che chiamiamo prof., brancolare nei dintorni di “oggetti cognitivi” senza la protezione del programma didattico, è percettivamente divertente e quindi stimolante. Qualche volta può succedere che le chiacchiere del prof. su questioni laterali rispetto il “programma”, facciano nascere in chi le ascolta il desiderio di partecipare. A questo punto l’attenzione, da quella pre-emozione che era all’inizio, può  divenire una specie di lampada capace di illuminare sempre più spazio intorno a sè. Mi piace pensare che, da quel preciso momento, grazie alla mente/lampada, tutto ciò che si inscriverà nel territorio mentale illuminato dall’attenzione, possa avere la consistenza che attribuiamo ai veri processi di apprendimento.

Lamberto Cantoni
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