Il coding e la morte del design

Il coding e la morte del design

Alcune dichiarazioni inerenti il design di due grandi protagonisti del nostro tempo, recentemente apparse su quotidiani nazionali, hanno attirato la mia attenzione.


La prima che vi presento è di Philippe Starck, senza dubbio uno dei designer più influenti attualmente in circolazione.

Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe).

Vi presento ora la seconda dichiarazione. Il protagonista è Alessandro Marchetti, uno dei nostri top manager/imprenditori meglio posizionati per parlare con cognizioni di causa del domani.

Philippe Starck

Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani” (intervista di Valerio Baroncini, Il Resto del Carlino, 13-12-2019: Mister Yoox, perché assumo giovani talenti).

A suo tempo, subito dopo aver letto le interviste che contenevano le citazioni sopra riportate, ebbi un insight di pensiero nella forma di domanda che, come l’après coup (a colpo avvenuto) di lacaniana memoria, ovvero una riformulazione di qualcosa che mi aveva scosso, vi traduco in questi termini: esiste una struttura di senso che connette le due dichiarazioni? Vi confesso che come risposta pensai immediatamente alle conseguenze del dominio attribuito al paradigma della digitalizzazione dei processi creativi, produttivi e di consumo. Lo spazio svuotato di oggetti (reali) e il riferimento all’essere “nudi” di Starck mi proiettarono di colpo tra le narrazioni sulla domotica, sulla Realtà Aumentata di ogni cosa o processo, sbandierate con la prevedibilissima enfasi da chi ha interesse a venderci l’illusione di un mondo perfetto, manipolando la moltitudine di creduloni che del paradigma digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, maggiore entertainment e libertà.

Naturalmente, non posso nascondervi che tra i pensieri in me suscitati a cascata dalle parole delle interviste in oggetto, ci fosse l’impressione della coglionata totale. Da quando Roland Barthes verso la metà degli anni 70 del 900, pubblicò “La morte dell’autore”, è di moda tra gli intellettuali e artisti parigini dichiarare “morto” o giù di lì, qualsiasi discorso (o personaggio) venuto a noia. Philippe Starck, nato e residente a Parigi, anche se attualmente vive più in Portogallo che in Francia, è il più intellettuale tra i designer che ammiro e quindi il sospetto che nell’intervista esibisse una tipica figura del discorso di stampo parigino mi è venuta spontanea.

Aggiungo che, se osservo per esempio gli Yacht disegnati per il magnate russo Andrej Meinichenko, tutta questa dematerializzazione proprio non la vedo. Il suo design sembra inspirarsi piuttosto alle modernissime navi militari.  Anche nella barca disegnata per Steven Jobs non confonderei affatto l’effetto di mimetismo marino e il minimalismo estetico ipertecnologico con l’idea del vuoto dematerializzante. Comunque sia, guardando i suoi yacht e le sue creazioni Kartell ( per esempio: la trasparenza della sedia Ghost, evoca certo la dematerializzazione ma non cancella l’impronta dell’oggetto) io non penserei mai a prenderli come un sintomo della morte del design. Piuttosto mi verrebbe da pensare alla sublimazione delle funzionalità di base, ottenuta attraverso l’estetizzazione integrata con le dimemensioni pregnanti degli elementi dell’oggetto/dispositivo (forme, contorni, colori…e il loro montaggio). Se usiamo come bordo di appoggio per la comprensione del suo stile, la nota formula dell’architetto Louis Sullivan “La forma segue la funzione”, in circolazione tra gli addetti ai lavori da 1915, o giù di lì, direi che per Starck e tanti altri suoi colleghi, potremmo correggerla in: “La funzione viene trasfigurata dalla forma” intendendo con questa espressione il potere del design di intensificare l’ingaggio emotivo con l’oggetto per renderne pregnante l’uso. Trasfigurata non significa negata, bensì messa al servizio dell’oggetto (per fornirgli una identità anti-fragile) secondo i principi della forma di ingaggio percettivo che Gibson avvicinava con il concetto di Affordance. Oppure, se volete dirlo con un’espressione oramai calata tra il senso comune, il design (sia industriale che della moda) deve produrre un valore aggiunto immateriale, orchestrando funzioni, esperienze sensoriali e culturali ancorabili all’oggetto, secondo un registro polarizzato dallo stile di vita del momento.

Per farla breve, ho sempre considerato Philippe Starck un magistrale interprete di trasfigurazioni e prendere atto della sua metamorfosi in profeta della prossima purificazione del design mi ha dato le vertigini (si fa per dire, of course). Anche se nella citazione parla di bionismo, dunque di un design che prende ispirazione dal corpo, le sue parole mi hanno evocato esattamente il contrario. Per esempio, il design sterilizzato di edifici, interni e costumi del mieloso ma intelligente film di fantascienza Equals, del regista Drake Doremus: un futuro nel quale provare emozioni sarà un crimine, il contatto tra corpi rigorosamente proibito, nessuno racconta barzellette, nessuno ride, nessuno tromba. Ebbene il lavoro degli scenografi e dei costumisti del film mi è sembrato la traduzione in immagini della profezia di Starck ovvero uno scenario ecologico talmente puro, pulito, sgrassato da ogni pulsione umana da risultare angosciante. E, per fortuna, improbabile.

Alessandro Marchetti coding
Alessandro Marchetti

Tuttavia, è chiaro che, spostando il discorso sull’evaporazione del design in avanti di vent’anni rispetto al 2019, Philippe Starck può far sembrare tutto quello che dice vagamente plausibile. Anche le coglionate.

Per quanto riguarda il coding e la Chanel informatica di Alessandro Marchetti, le mie perplessità assumono sfumature leggermente diverse.

Se il nostro geniale top manager, con quelle parole, intendeva enfatizzare le virtuosità operative che il fotonico tip tap algoritmico del computer, tradotto sullo schermo in figure tratte da smisurate banche dati di immagini, figure manipolabili, assemblabili, contestualizzbili, quasi senza limiti…se voleva dire  che questi programmi possono aggiungere alle pratiche del design opportunità tutte da esplorare, allora siamo fondamentalmente d’accordo. Sia nella fase di formazione che nel lavoro, l’integrazione tra protocolli tradizionali e competenze digitali, è una sfida che dobbiamo raccogliere.

Coding significa “programmare” in contesto informatico (da to code ovvero codificare). Il fatto che vi siamo software che per potenza di calcolo possono rendere più veloci e vari gli assemblaggi di forme, colori, taglie implicati nella configurazione di un pattern di moda o di ciò che una volta chiamavamo look, è ben conosciuto dagli addetti ai lavori e, suppongo, utilizzato nelle fasi di progettazione di una collezione o semplicemente di un elemento e/o forma dell’abbigliamento piuttosto che l’altro. Probabilmente nell’attuale processo realizzativo della moda non è ancora una tecnica dominante. Probabilmente dalle scuole di moda che da tempo hanno implementato tra le materie formative il coding, usciranno stilisti che oltre a saper disegnare e costruire un abito, saranno performanti nell’esplorare velocemente le pressoché infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate. Non trascurerei inoltre l’impatto della dimensione Game del coding, per dirla con il bel libro di Alessandro Baricco ( The Game, Einaudi, 2019), ovvero il passaggio dal sistema uomo-matita-forbici a quello uomo-tastiera-schermo con tutte le mutazioni che lo scrittore elenca; anche se, vorrei aggiungere, la fiducia anticipata nelle nuove tecnologie digitali, più che una reazione della prima generazione di informatici alle tragiche brutture novecentesche ipotizzata dall’autore, oggi, soprattutto per i più giovani, a me sembra implicare soprattutto fascino di una creatività diffusa, libera, leggera, inarrestabile, immune alle critiche. Il mito emergente di Fashion Game praticamente infiniti, veloci, senza altri confini che non siano i Big Data raccolti dalle aziende e operativizzati dai dispositivi informatici, i cui algoritmi forniranno metriche ad hoc sullo stato del desiderio degli internauti, lo possiamo facilmente riconoscere nella sopravvalutazione dei blogger di moda e nell’adesione acritica alle logiche dei social da parte di manager che in pochi anni sono passati da un atteggiamento prudente a una fervente adesione a tutto ciò che assapora di virtuale.

Sappiamo tutti che le fasi fortemente innovative legate a un nuovo paradigma tecnologico presuppongono forti dosi di visionarietà e una certa noncuranza sulle conseguenze negative che potrebbero incrinarne l’espansione.

Se le parole di Marchetti intendevano enfatizzare l’inarrestabile “rivoluzione” provocata da Internet, tale per cui sarà molto più divertente studiare moda e, sul lavoro, molto più veloce e piacevole simulare look attraverso il coding, mi sento di aderire alle sue argomentazioni. Se voleva dire che oltre allo studio dell’Arte, dei fenomeni culturali, della storia della moda, l’allenamento per padroneggiare tecnologie digitali, farà parte della cassetta degli strumenti utile per trovare lavoro, sono senz’altro d’accordo.

Ma tuttavia, l’affermazione “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica” può essere interpretata anche come una sorta di misticismo tecnologico dove al posto del fashion designer come soggetto creativo che, a suo modo e con i suoi mezzi, cerca di dare risposte socialmente e culturalmente innovative al suo tempo, in sua vece dicevo, troviamo il tecnico programmatore che trasforma l’atto creativo in un gioco sempre più condizionato dalla potenza algoritmica del dispositivo e dei software che la rendono spendibile (e aziendabile).

Ma giunti a questo punto, la creatività dove sarebbe collocabile? Verrebbe da rispondere: nella macchina o computer, ovviamente, non solo perché è più potente ma anche per il fatto che in ultima istanza velocizza processi che sono comparabili con quelli che ritroviamo (molti più lenti e limitati) in scala umana, senza le imperfezioni o i corto circuiti di una mente (e del suo sostrato biologico, cioè il cervello).

Quindi, seguendo l’interpretazione hard dell’affermazione di Marchetti, in un certo qual modo il coding annuncerebbe la fine del fashion design (così come l’abbiamo conosciuto).

Mi chiedo: è questa la dimensione della creatività che fa la differenza e che serve alle aziende moda per sentirsi protagoniste?

Rispondo prendendo come esempio la fashion designer citata dal top manager. Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.

Il suo autorevole collega Christian Dior, invece, era pazzo per il disegno. Qualche mese prima delle sfilate, si ritirava in campagna e in poche settimane come divorato da una febbre estatica, produceva centinaia, migliaia di schizzi che progressivamente convergevano sul tema prescelto.

Bene, immaginiamo di poter raggiungere entrambi con una macchina del tempo, per consegnare a essi un computer e i software per il coding. Immaginiamo anche che per magia comincino a farli girare senza problemi, sfruttandone le enormi potenzialità. Potremmo sostenere che il loro ruolo storico nella moda sarebbe rimasto inalterato? Personalmente ho molti dubbi. Non credo che la loro mente avrebbe retroagito agli stimoli della macchina allo stesso modo rispetto alle percezioni che discendono dal contatto col corpo o attraverso la mediazione del disegno. Bisogna capire che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni (di colori, forme, composizioni etc. etc…) e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer. Capita spesso di leggere nelle interviste a grandi stilisti frasi del tipo: io non disegno abiti bensì prefiguro stili di vita, emozioni, sogni. Non sono sicuro di capire fino in fondo cosa significhi. Ma sospetto che vogliano dirci qualcosa di simile a questo: prima di progettare e poi costruire una forma, devo compenetrarmi con qualcosa che trascende ogni cosificazione o performance tecnica, nel senso che rappresenta una mia esperienza mentale connessa al problema che devo risolvere cioè come vestire un corpo che sente, desidera, può emozionarsi.

Da questa connessione tra corpi in stato di attesa (chiamateli pure consumatori) e menti creative che li osservano trasfigurandoli o correggendoli, emerge il fenomeno della valenza emergente di una forma, che conferisce preferenze per certi concetti o idee moda piuttosto che altre.

Quanto di tutto ciò può essere incapsulato in un algoritmo (sistema di calcolo)? Può una programmatrice informatica solo con il coding simulare grazie a sofisticati programmi la complessità delle esperienze che chiamiamo vita, dalla quale discende lo strano ordine estetico che si impone nella mente di un creativo di primo livello? Io credo di no. Tra l’altro pur avendo scoperto tantissime cose, non abbiamo ancora compreso come realmente funziona gran parte della nostra mente, e quindi figuriamoci se ha senso postulare una creatività in scala umana (sensazioni, percezioni, emozioni umane) dominata da programmi informatici.

È chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel, a meno che a un certo punto la programmatrice informatica spenga il computer per fare altre cose del tipo, leggere libri, visitare musei, andare al cinema, a feste, vedere persone, provare emozioni, trovarsi un fidanzato, perderlo etc. etc.

Vorrei fosse chiaro che stimo moltissimo Alessandro Marchetti soprattutto perché lo ritengo persona di rara intelligenza. E quindi immagino che non negherebbe mai le ultime mie parole. Darebbe per scontato che il coding è solo un mezzo per un fine più sofisticato per il quale sinora le macchine non possono accedere (e infatti, come Starck, sposta il discorso avanti di vent’anni). Ma è anche vero che ciò che ho chiamato interpretazione hard delle sue parole, ci annuncia la fine dello stilismo come l’abbiamo vissuto nell’ultimo mezzo secolo e merita di essere esplorata.

Il problema che pongo quindi non è correlato alla validità del coding come innesto formativo per futuri stilisti e tecnica di progettazione, bensì se “l’effetto Coco Chanel” ovvero se uno stile creativo capace di cambiare e allo stesso tempo compenetrarsi con le aspettative del proprio tempo al punto di cambiare la disposizione delle donne più influenti del periodo, può essere affrontato con metriche estetiche dominate da una macchina algoritmica.

Molto di quello che sappiamo della nostra mente suggerisce il contrario. Ma è soprattutto quello che non sappiamo ancora (es.: perché esiste la coscienza?  A cosa serve? Cosa ci guadagna il cervello a far emergere una mente creativa?) a confermarci che il design che cambia la vita delle persone non è programmabile nel senso del coding, ma dipende da tratti umani che difficilmente un algoritmo potrà emulare. Forse ci arriveremo, ma allora la nuova Coco Chanel non sarà affatto una programmatrice informatica. Sarà un robot, una replicante, una AI che sentirà, percepirà, si emozionerà come tutti noi. Ma a questo punto sarà umana e farà parte della nostra vita. Quindi parole e riflessioni come quelle che avete appena letto, non avranno più senso.

 

Addenda

Il testo era in origine la parte introduttiva di una mia lezione al LABA (libera Accademia Belle Arti) di Rimini. Nello sviluppo delle mie lezioni di “Teoria della Percezione” per designer e stilisti, stavo per inaugurare il debodamento dell’ingaggio percettivo nei territori delle Neuroscienze. Mi sembrava opportuno proporre ai miei perspicaci studenti una riflessione sul futuro della loro professione. Esasperando l’interpretazione delle parole di Starck e Marchetti, ai quali chiedo umilmente scusa, ho immaginato di favorire il dialogo in aula. In quel preciso momento più che “apprendimento” avevo bisogno di stimolare il sentimento di partecipazione dei presenti.

L’attivazione di un dialogo in aula è, tra le altre cose, una tattica utile per stimolare l’attenzione, che considero fondamentale per la didattica. Lo so è una banalità. Lo sanno tutti, anche i prof più sgangherati. Chiunque si trovi impegnato nella presentazione di “qualcosa” davanti a un pubblico, impara subito che senza l’attenzione, le parole che con fatica ha preparato, galleggeranno nel vuoto e il loro posto verrà subito occupato da sbadigli, dalla noia, da gesti imprevedibili come grattarsi da qualche parte. In un’aula la situazione risulta ancora più compromessa: immagino sia piacevolissimo fuggire dall’indottrinamento, vagabondando nei social con il proprio smartphone o nascondensi dietro il portatile, senza che il prof del momento possa farci nulla. Senza l’attenzione, il processo di apprendimento non può funzionare. Ma vorrei farvi notare anche quanto risulti difficile pensare e analizzare l’attenzione. È difficile trovare teorie, libri, che ne illuminino i concetti operativi e suggeriscano pratiche efficaci. Mi sono fatto l’idea che, in aula, il modo migliore di approcciarla è mettersi in gioco e mostrarla. Quindi, per ritornare al contenuto del mio script, l’interrogarmi, davanti ai miei allievi, sui possibili significati delle estrapolazioni in oggetto (le citazioni), aveva la metafunzione di mettere in scena l’attenzione al lavoro, compresi i limiti o se volete le cazzate che rischiamo di dire quando cerchiamo di afferrare con le parole un mondo di fatti di natura complessa. L’idea di fondo è molto semplice da capire: osservare l’implume bipede parlante che chiamiamo prof., brancolare nei dintorni di “oggetti cognitivi” senza la protezione del programma didattico, è percettivamente divertente e quindi stimolante. Qualche volta può succedere che le chiacchiere del prof. su questioni laterali rispetto il “programma”, facciano nascere in chi le ascolta il desiderio di partecipare. A questo punto l’attenzione, da quella pre-emozione che era all’inizio, può  divenire una specie di lampada capace di illuminare sempre più spazio intorno a sè. Mi piace pensare che, da quel preciso momento, grazie alla mente/lampada, tutto ciò che si inscriverà nel territorio mentale illuminato dall’attenzione, possa avere la consistenza che attribuiamo ai veri processi di apprendimento.

Lamberto Cantoni

70 Responses to "Il coding e la morte del design"

  1. luc97   7 Febbraio 2020 at 08:49

    Nel design che conta l’estetica deve scontrarsi con la funzione. Altrimenti il manufatto risulta banale. Un minimo di distorsione ci deve essere. Il corsetto o la crinolina non erano di sicuro funzionali eppure per decenni sono stati un assoluto per le donne. Gaudì non ha pensato primariamente alla funzionalità dei suoi edifici. Eppure continuano ancora ad essere abitati. Cosa sarebbe Barcellona senza di essi? Leggendo l’articolo mi è venuto in mente che tutto ciò che è funzionale può essere tradotto in algoritmi, tutto ciò che percepiamo come estetico no! non è solo matematica. Perché? perché l’estetica è un sentimento che provano gli uomini e non le macchine. Quindi, secondo me, il futuro robot creativo potrà solo eventualmente imitare la creatività del passato messa nella sua memoria dal programmatore. Non potrà intuire quella che può dare la scossa alle persone che vivono nel tempo che gli è capitato di vivere.

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  2. mary   7 Febbraio 2020 at 11:18

    Ma perché l’informatica non può restare semplicemente un ingegnoso strumento per apprendere l’essenza del design? Se dovessimo insegnare ai bambini cos’è il design oggi non sarebbe meglio farlo con il computer? Che bisogno c’è di parlare di scenari catastrofici? Mia madre scriveva le lettere con la stilografica io spedisco e mail? Cosa cambia? Se è importante quello che si scrive, inciderlo sulla pietra, illustrare un papiro, scriverlo su un foglio cartaceo, digitalizzarlo…Cosa cambia?
    Sono preoccupata per la confusione tra mezzi e fini che io vedo nell’attuale società. La tecnologia non è un fine ma una strumentazione per aiutarci a lavorare meglio. Per me tra vent’anni non ci sarà nessuna morte del design. I creativi faranno le stesso cose che fanno oggi, con la differenza che saranno viste e create su supporti digitali.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   7 Febbraio 2020 at 13:46

      Scusa tanto Mary, ma secondo te se Dio avesse mandato a Mosè i 10 comandamenti utilizzando l’e-mail non sarebbe cambiato nulla?

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      • mary   7 Febbraio 2020 at 15:28

        Gli avrebbe risparmiato una bella camminata in salita. Comunque ti ricordo che tutti noi abbiamo incontrato i 10 comandamenti scritti e in formato diverso rispetto a quelli scritti sulla pietra. Non mi pare che l’essenziale, cioè il contenuto sia cambiato. Quindi con la tua ironia ti sei incartato da solo, portando acqua al mio mulino. Tiè!

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   7 Febbraio 2020 at 18:28

          Invito Mary e Antonio a rispettare il 2 comandamento. Non riesco proprio a capire cosa c’entri Mosè, la camminata sul monte Sinai…con il mio script. Posso solo aggiungere che l’errore di Mary è pensare che Internet e il digitale siano solo un mezzo ovvero una tecnologia. In realtà dobbiamo prendere atto che per un numero crescente di soggetti ha la stessa evidenza percettiva/esperenziale di un ambiente vitale.

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  3. gennaro   7 Febbraio 2020 at 23:34

    Quesito intrigante che mi motiva a fare il profeta. Tra vent’anni il design sarà di due tipi. Ci sarà il design d’autore fatto da uomini in carne e ossa e ci sarà quello che oggi si chiama design industriale per il quale il coding e il trasferimento a decisioni algoritmiche sarà fondamentale.
    Voglio aggiungere una critica all’autore: trovo stonato buttare lì parole come Affordance senza spiegarle. Anche Gibson andrebbe specificato per non confonderlo con il celebre l’attore.

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  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto   8 Febbraio 2020 at 10:51

    Hai ragione Gennaro. Appena avrò un po’ tempo cercherò di correggere le “stonature”. Nel frattempo ti informo che il Gibson citato non è il bravo Ralph che abbiamo ammirato in Brave Heart nel ruolo di Wallace. Si tratta di James J. Gibson, psicologo, autore di “The Ecological approach to a visual perception” (1979), del quale mi interessa il concetto di “Affordance”.
    Si tratta di una parola inglese dalle molteplici sfumature semantiche: offrire, dare, concedere, disponibilità etc.
    J.J. Gibson l’utilizza per marcare un momento del processo percettivo a mio avviso decisivo. Ovvero quel preciso momento in cui la configurazione di un oggetto fa emergere una qualità o valenza suscettibile di suggerire a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo.
    Potremmo tradurre l’affordance con l’espressione “invito all’uso” e stabilire che ogni oggetto, evento o ambiente non possono non avere la propria Affordance. Perché? L’ipotesi è che questo tipo di relazioni di base siano innestate nella mente umana. In altre parole i sensi possiedono sistemi percettivi particolarmente affinati per cogliere le invarianti di un oggetto o ambiente o evento. La capacità degli oggetti, per come sono configurati, di suggerire le sequenze di azione per il loro uso mi pare un dato di assoluto rilievo per un designer. Se ci spostiamo sul versante della fruizione dell’oggetto, possiamo aggiungere che la percezione visiva di esso, diventa l’attivatore di potenziali “istruzioni per l’uso”. Si possono algoritmizzare queste sofisticate relazioni tra il biologico e i meccanismi percettivi tipicamente umani? Mi pare che avere dei dubbi possa essere legittimo.
    Altra questione. Nel mio testo si parla di una “programmatrice informatica” ovvero, per ora, di un essere umano, quindi in teoria di una mente che può sfruttare in modalità creativa la potenza operativa del coding. Ecco perché la profezia di Marchetti ha il fascino della fantascienza che personalmente a me piace moltissimo come genere cinematografico. Tuttavia, come ho mostrato nell’interpretazione hard della citazione del CEO di Yoox-Net-a-porter (Richmont), è legittimo avanzare dei dubbi sul parallelismo tra una geniale creativa epocale come Coco Chanel e un pur importante ruolo professionale, parallelismo che induce a presupporre che in un futuro prossimo l’innovazione moda efficace dipenderà essenzialmente da qualcosa di tecnologico.

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  5. Ilaria L   8 Febbraio 2020 at 12:41

    Inizio col dire che entro il 2022 sarà obbligatorio per tutte le scuole d’Infanzia e Primarie integrare il coding come materia di studio. Sono pienamente d’accordo con questa scelta poiché credo che esso, non solo aiuti i bambini ad apprendere un linguaggio che sarà necessario ed imprescindibile nel loro futuro, ma che in una mente cosi giovane come quello di un bambino sviluppi anche un buon metodo di problem solving.
    Il coding, come le tecnologie in generale, spesso vengono viste in maniera negativa poiché si pensa che esse ci allontanino dalla realtà o dalla nostra umanità. Io invece non credo gran che alle affermazioni di Starck su dematerializzazione o sull’evoluzione dell’uomo come spirito e pura intelligenza, penso che questo sia solo utopia. A mio parere le nuove tecnologie, la programmazione informatica o la realtà aumentata sono semplicemente il potenziamento dei nostri sensi, poiché create da noi, e credo sia IMPOSSIBILE che questo possa farci diventare spirito perché in quanto umani siamo legati alla nostra fisicità e fin quando di umanità si parlerà, non sarà possibile parlare di dematerializzazione. Al contrario sono convinta che queste nuove tecnologie, in particolare la realtà aumentata, ci riporti molto al nostro essere uomo più antico. Basti pensare che ad oggi i sensi che si sono più sviluppati a discapito degli altri sono l’udito e la vista: un tempo la conoscenza avveniva molto di più tramite l’olfatto e il gusto ma con l’arrivo della civiltà questi hanno subito un regresso. Le nuove tecnologie invece cercano di riportare in auge proprio quei sensi che oggi vengono più trascurati, riportando noi ad avvicinarci al nostro stadio primitivo (un esempio di tecnologia per l’olfatto è la microincapsulazione). L’uomo conosce il mondo tramite percezioni plurisensoriali quindi sono convinta che il coding come tutto ciò che gira attorno ad esso, possa espandere le nostre conoscenze e possa farci avere un’esperienza più completa del mondo, che magari non avremmo potuto avere tramite capacità sensoriali dirette. Certo è che, queste tecnologie, sono come protesi e che come tali dovrebbero essere regolate: la necessita è quella di creare una nuova etica attorno a un nuovo mondo.

    La programmazione allena la mente e stimola la creatività e da quest’ultima affermazione deriva il mio pensiero sul coding stesso legato al sistema fashion, infatti sono convinta che la creatività e il coding siano fortemente in connessione, poiché con esso il cervello viene stimolato e aperto a nuove dimensioni, nuove alternative e nuove possibilità che possono ampliare il mondo della moda e portarlo ad un upgrade.

    Penso che la moda sia un territorio molto fertile per sperimentare il coding o le nuove tecnologie ed è forse ciò che pensava anche Zac Posen quando nel 2015, in collaborazione con Google, debuttò alla Fashion Week di NY con un abito disegnato da lui ma con disegni codificati online da alcune ragazze, realizzando cosi un vestito a LED.
    Inoltre, sono personalmente molto interessata alla moda per quanto riguarda l’ambito del tessuto e in questo campo sono già stati realizzati alcuni esperimenti come tessuti sensibili capaci di cambiare temperatura per adattarsi alla temperatura del corpo che li ospita.
    Nel 2018 è stato inventato un tessuto, ChroMorphus, in grado di cambiare colore con un lieve cambiamento di temperatura ed è possibile cambiare colore o disegno anche tramite il proprio smartphone; ciò è stato possibile grazie all’inserimento di microfili metallici intrecciati nel filamento del tessuto.
    Un altro progetto degno di nota è quello dello studio creativo THE UNSEEN che ha creato un tessuto che cambia colore quando viene colpito dal vento, questo inserendo nel tessuto delle nanotecnologie che riescono a reagire a vento, raggi UV e umidità.

    Il coding è una questione di fondamentale importanza per tutti in quanto prefigura ciò che sarà inevitabilmente il nostro futuro ma credo che per la moda sia ancora più interessante e chi vuole lavorare nel fashion system dovrebbe conoscere molto bene questo ambito.
    Infine, concludo dicendo che secondo me il design non morirà ma subirà un’evoluzione, come succede sempre quando ci si deve adattare ad una nuova epoca. Sono convinta che le tecnologie non siano mai un aspetto negativo bensì positivo e risolutivo ma è innegabile che siano necessarie nuove regole, per vivere in un mondo che non sarà più come quello di oggi. Riprendendo la mia idea a inizio discorso sull’impossibilità della dematerializzione penso che la moda non sarà dominata solo da programmi informatici ma più da programmi informatici uniti alla creatività dell’uomo, che è imprescindibile e necessaria. In fondo senza l’uomo non esisterebbe la tecnologia e non penso che sia possibile il contrario: il segreto alla fine è sempre la cooperazione.

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    • annalisa   9 Febbraio 2020 at 09:11

      Un brava brava a Ilaria. Scritto benissimo e ricco di informazioni. Dopo aver letto Cantoni non avevo una opinione. Ora grazie a Ilaria ce l’ho.

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      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   13 Febbraio 2020 at 11:09

        Negli Stati Uniti, avanti di una generazione tecnologica rispetto a noi, il coding è materia scolastica da vent’anni. Tutte le virtuosità previste dai futurologi ottimisti ancora non si vedono.
        Bisogna ragionare a partire da due contesti principali:
        A. Il digitale è il nuovo standard operativo per le simulazioni d’opera, ovvero è una superficie di proiezione molto più efficace della carta=matita.
        Tutti o quasi, oggi, preferiscono scrivere al computer invece che su carta, ma nessuno sano di mente metterebbe in correlazione la qualità di un grande scrittore con il software che anima il suo computer.
        B. Esistono tante forme di design. Quello industriale sembra più coding rispetto a quello di un grande creativo della moda (o del design di un Gaetano Pesce, tanto per fare un esempio).
        Cosa voglio dire? Vorrei fosse chiara la demarcazione tra una tecnologia che prende il sopravvento su altre perchè viene considerata più efficiente, e il problema della qualità estetica degli oggetti su scala umana.
        Sulla prima c’è poco da dire, tra qualche anno anche la famosa “nonna in carriola” farà la calza col coding e la stampante 3D, forse. Sulla seconda questione ho più che ragionevoli dubbi. La mente computazionale che fa da sfondo alla sovvalutazione del coding è una narrazione cognitivista con evidenti limiti in termini di verità. La nostra mente è un costrutto evolutivo plasmato certo dai problemi che i nostri antenati hanno dovuto risolvere, ma è anche qualcosa che ha creato bellezza, sentimenti, coscienza, empatia. La mente sogna, il computer o si spegne o rimane acceso come gli ebeti, in attesa di istruzioni.
        Ultima questione. Sembra che lo storytelling messo in campo da chi ha tutto l’interesse nel venderci il mondo digitale, voglia farci credere che il bambini, gli studenti che studiano coding diventino più intelligenti e creativi rispetto a chi disegna, scrive con la biro etc. etc…. Che prove abbiamo per sostenerlo? Nessuna.
        Non sarebbe più corretto dire semplicemente: abbiamo un nuovo standard reso desiderabile dall’espansione del mondo digitale. Integriamolo all’approccio umanistico tradizionale che funziona bene da molto più tempo (ovviamente nell’ambito estetico=artistico).Punto. Non mi convincono quelli che invece parlano e agiscono come se tutto il nostro futuro dipendesse dalla adesione totale e acefala alle innovazioni tecnologiche presentate allo stesso modo in cui mago Merlino presentava Excalubur a Re Artù.

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  6. valeria   9 Febbraio 2020 at 14:38

    Dividerei in due il commento all’articolo, il primo commento riguarda “gli spazi”, il secondo la moda. E’ vero, sempre di design si tratta, ma di design riferito a due cose diverse. Per quello che riguarda gli spazi noto che, seppur lentamente, é in atto una “purificazione” degli ambienti, un voler fare a meno di cose inutili (“le belle cose di pessimo gusto”) che riempivano le nostre case. E’ una visione minimalista, più pulita, più funzionale. Questo però a parer mio con significa la cancellazione del design, anzi: meno cose, ma più belle, più appropriate proprio per valorizzare gli spazi (é un periodo storico in cui emotivamente “aneliamo allo spazio”). Poche cose ma belle e funzionali. Siamo quindi alla ricerca di prestazioni funzionali sempre nuove che si devono abbinare costantemente a nuove qualità estetiche che soddisfino il consumatore. E poiché i consumi appaiono orientati sempre più diversamente rispetto al passato il design ha continuamente bisogno di riproporsi sia nei materiali che nell’estetica. Abbandoniamo la storia famosissima di Kartell fissiamoci per un attimo solo su una cosa stupidissima di ogni giorno: le cover dei cellulari, e sorridiamo.
    Per quello invece che riguarda la moda mi sembra che sia avvenuto il processo opposto: la trovo sempre più complessa da tutti i punti di vista :per l a creatività, per i materiali frutto della nuova e sofisticata tecnologia, per le normative vigenti, per le regole di mercato, il tutto dominato dalla rapida fruizione indotta dal nuovo tipo di pubblicità. Si senz’altro il coding aiuterà a studiarla, a simulare look, ad assemblare o addirittura creare colori nuovi, spingerà a sperimentare nuovi materiali, ma la scelta finale apparterà sempre e soltanto all’uomo. Coco Chanel aveva bisogno per creare di toccare il tessuto, di sentire il corpo delle modelle e mi sento tutt’uno con lei: io non comprerei mai nessuna cosa senza poterla toccare, dal tatto prende il via la mia immaginazione, la mia fantasia, mentre per Dior tutto ciò che era creatività prendeva forma dalla vita dei disegni. Il coding sarà quindi un valido aiuto, uno strumento, ma sempre alla fine sono gli spazi sconosciuti della mente che ci aiutano a scegliere, a valorizzare le nostre idee perché é la mente che imprigiona non solo la nostra storia ma una piccola parte della storia di tutti gli altri uomini.

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  7. Emanuele Laba   11 Febbraio 2020 at 12:16

    Sono completamente d’accordo con la sua conclusione.
    La forma deriva della funzione, penso accada spesso il contrario si parte dalla forma per poi dargli una funzione.
    Nel mondo di oggi il computer e i programmi 3D riescono a darti un immediato feedback su quello che hai mente e vuoi rappresentare che spesso non pensiamo alle funzioni che deve svolgere un oggetto ma lo rappresentiamo immediatamente al PC.
    Si pensa esclusivamente alla forma che più attrae il compratore o che più va di “moda” in questo periodo.
    Premetto che sono un fan della Computer Grafica: rappresentare qualcosa che hai in mente e vederlo su uno schermo con la possibilità di cambiare la texture e collocarlo in uno spazio per vedere come interagisce con l’ambiente circostante penso che sia fantastico!
    Stesso discorso per il coding: ci permette di realizzare forme incredibili che forse neanche abbiamo in mente inizialmente, credo che sia fondamentale sapere quello che possiamo fare e quello che possiamo realizzare senza nessun tipo di limite.
    Non penso arriveremo mai a lasciar la parte creativa ad computer perché come è stato scritto nell’articolo viviamo di emozione e ognuno di noi ha una cultura diversa: la cultura asiatica è diversa dalla cultura occidentale che a sua volta è diversa da quella araba; ogni persona nel mondo è diversa dall’altra perché vive esperienze diverse e no potrà mai avere lo stesso pensiero o la stessa vena creativa di un’altra.

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  8. Francesco A Laba   11 Febbraio 2020 at 18:09

    Trovo che già ai giorni nostri sia di notevole importanza la conoscenza del coding, quindi in futuro sarà sicuramente di maggiore importanza esserne a conoscenza. Secondo un mio punto di vista sarà quasi normalità l’apprendimento del coding, probabilmente da quando diventerà obbligatorio per le scuole integrare una materia che lo spieghi e quindi che ne allarghi gli orizzonti alle future generazione. Lo possiamo definire come un principio di adattamento, perché senza di esso diventerà molto difficile muoversi in ambito lavorativo e non solo perché piano piano ormai molte delle nostre abitudini quotidiani vengono plasmate e modificate grazie ad elementi informatici che ci permettono di semplificarci la vita. Talvolta questa semplificazione però ci priva di vivere queste abitudini o esperienze di prima persona ma con il tempo tenderà a diventare solo un pensiero obsoleto. Non dimentichiamo inoltre che l’uomo rimarrà sempre di vitale importanza perché senza di esso nessuna macchina o nessun coding potrebbero funzionare, quindi la creatività si sviluppa solo quando vi è un creativo che utilizza il coding e che lo usa per realizzare la sua idea, quindi è importante la sua conoscenza perché grazie a esso possiamo sviluppare in maniera più esaustiva e chiara la nostra idea o progetto che vogliamo rappresentare. Nel ambito della moda poi trovo di estrema importanza la conoscenza di questi programmi perché possono concretizzare tutto ciò che la nostra mente può immaginare, cosa che senza di essi risulterebbe un processo decisamente più lungo e complesso da svolgere. Riguardo alle affermazioni di Starck, nonostante trovo che sia un designer veramente di grande livello e rilievo nel suo panorama mi trovo a non essere estremamente d’accordo con lui. Secondo me è quasi impossibile considerare la sparizione del design, probabilmente diventerà sempre di più di vitale importanza per la realizzazione degli spazi dove vivremo. Sono invece d’accordo con lui quando afferma “Saremo esseri nudi circondati dalle comodità necessarie” perché è un probabile effetto dell’evoluzione tecnologica ma tutto dipende da come l’uomo saprà sfruttare queste risorse. Estremamente vere e di grande importanza secondo me le parole che ha affermato l’imprenditore Alessandro Marchetti sopratutto quando paragona il coding alla lingua inglese, paragone di estrema verità e precisione perché come ci stiamo adattando al fatto che la lingua inglese vada assolutamente imparata lo stesso identico progetto avverrà con il coding fino a farlo diventare normalità.

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  9. alessia   12 Febbraio 2020 at 09:56

    Alessia Laba

    Personalmente sostengo che il Coding possa aiutare e migliorare tutti i settori della vita che conduciamo.
    Quando si parla di Coding, è come se si stesse parlando di una nuova lingua che permette di dialogare con i computer attraverso degli algoritmi.
    Questa nuova lingua ci permette di mettere in moto processi logici che portano alla risoluzione di problemi che riscontriamo.
    In quest’ultimo periodo si è discusso sull’insegnamento del Coding nelle scuole. A mio parere, penso sia un’ottima iniziativa, poiché è sempre un valore aggiunto, e azzarderei a dire, fondamentale per l’istruzione di un ragazzo.
    L’obiettivo non è formare una generazione di futuri programmatori, ma educare i più piccoli al pensiero computazionale, che consiste nella capacità di risolvere problemi, anche complessi, applicando la logica, ragionando step by step sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione.
    Per quanto mi riguarda il Coding è uno strumento molto valido, e bisogna prestare attenzione quando si pensa, a mio avviso erroneamente, che il Coding possa prendere il sopravvento sull’uomo. Ritengo che quest’ultima affermazione sia improbabile poiché senza la mente dell’uomo il Coding avrebbe vita breve o nulla.
    É la mente dell’uomo che, grazie a processi logici, crea algoritmi capaci di far funzionare questo grande meccanismo che sta, sempre più, trasformando ed evolvendo il nostro stile di vita.
    Quando Philippe Starck parla di Dematerializzazione riferendosi al futuro del design, mi trovo in disaccordo poiché, il Coding penso porti al miglioramento della materia e non alla sua morte, alla sua scomparsa.
    La tematica del Coding ritengo sia molto interessante riversata nell’emisfero moda.
    É grazie a nuovi macchinari, funzionanti tramite il sistema del Coding, che si può, ad esempio, far cambiare il colore della maglia in base alla temperatura corporea.
    Un esempio significativo e, a mio parere eccezionale, di Coding nell’ambito moda, sono le creazioni di Iris Van Herpen, stilista olandese, che nella collezione del 2014, Biopiracy, ha realizzato, con un materiale completamente flessibile a base di poliuretano termoplastico stampato con la tecnologia 3D, una collezione innovativa nata dalla fusione tra moda e tecnologia.
    L’affermazione del manager imprenditoriale Alessandro Marchetti, sulle future generazioni e come saranno da qui a 20 anni, penso sia in parte inesatta, poiché
    da un lato concordo sull’affermazione che non si potrà non conoscere il linguaggio della programmazione un domani, dal momento che sarà alla base della nostra quotidianità , ma dall’altro non ritengo possibile paragonare la creatività dello stilista al sistema Coding, in quanto quest’ultima è la caratteristica innata dell’essere umano, in particolare del designer o del fashion designer e, nonostante la tecnologia faccia progressi smisurati, non penso che questa qualità si possa trasmettere attraverso un algoritmo ad una macchina.

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  10. Luca Ruggiero   12 Febbraio 2020 at 15:15

    Luca R Laba

    Sono del parere che la morte del design sia un’utopia, una visione paranormale del futuro. Concepisco la visione di Philippe Starck plausibile, seppur eccessiva. Il design nel XXI secolo procede verso un’ottica di semplificazione delle forme e ciò inevitabilmente semplifica la funzionalità del prodotto, che si adatta allo spazio circostante, a volte scomparendo del tutto. Procediamo verso una maniacale ricerca del dettaglio e il primo approccio a questa forma di design, l’ho avuta osservando i prodotti Apple, approfondendo la percezione di essi con la lettura di libri che parlano di Steve Jobs e della sua visione del mondo. Un uomo dedito alla ricerca di creazioni che potessero semplificare la vita delle persone, basando il design dei suoi lavori su un’ossessiva ricerca dell’essenziale, eliminando tutto ciò considerato di troppo. Non credete che sia questa la direzione che il mondo del design sta prendendo? Basta prendere in considerazione la cyber track firmata Tesla o le AirPods. Ciò non implica la creazione di spazi vuoti, ma di una visione del design che segue assiduamente il progresso, superando a volte il naturale corso delle cose, dove molti oggetti spariranno come dice Starck, ma a mio parere saranno sostituiti da nuove forme ed oggetti a noi ancora sconosciuti o nascosti nella nostra immaginazione. Subentra poi la visione di Alessandro Marchetti sul coding, strettamente connessa a quella di Starck. Ho avuto l’opportunità di studiare programmazione informatica durante gli anni del liceo, per poi cimentarmi nel campo del fashion design. Due mondi spesso considerati molto distanti tra loro. Il primo basato su Flow chart, numeri, codici e l’assidua ripetizione di 1-0-1-0 (codice binario) ed il secondo sulla libera espressione del mentale, della nostra visione del mondo e delle cose e personalmente reputo i due mondi lontani ma compatibili tra loro. Sono contro alla possibile sostituzione del fare dell’uomo con codici e numeri impostati da una macchina. Il Coding può migliorare e velocizzare alcune pratiche di creazione, ma reputo che la totale sostituzione di esse non potrà mai accadere. Una macchina non potrà mai sostituire tutti i processi di creazione di un prodotto, esso sottende emozioni, percezioni e stimoli del suo creatore, le quali a parer mio possono essere filtrate dal prodotto all’acquirente. Immaginate una macchina che inventa una collezione? Probabilmente l’aspetto estetico potrebbe risultare impeccabile, oltretutto i codici di progettazione verrebbero impostati dall’uomo, ma sarebbe un processo meccanico privo di emozioni, stimoli positivi o negativi che vanno ad impregnare l’oggetto in questione.  Non riesco ad immaginare un grande direttore creativo come Alessandro Michele o Virgil Abloh che si affidano ad un programma per creare una collezione, per esprimere un concept e far sognare milioni di persone. Sono pro al coding, all’insegnamento della programmazione all’interno delle scuole, poichè diventerà inevitabilmente un linguaggio fondamentale in un futuro non troppo lontano, ma come ho già detto credo che esso possa solo rappresentare un estensione della formazione di una persona, che in alcuni casi nel nostro settore può risultare molto utile. Il design come affermato nell’articolo proviene da tratti umani che una macchina difficilmente potrà mai replicare. Se ci soffermiamo sugli sviluppi tecnologici che l’uomo sta creando, direi che il nostro lavoro ha un grande futuro davanti. Le invenzioni e la continua ricerca stanno aprendo nuove frontiere che pongono ogni ramo del design difronte a nuove sfide creative. Oggi ovunque guardiamo abbiamo stimoli percettivi che possono permetterci di avere grandi ispirazioni. Credo che il nostro lavoro sia in continua evoluzione poiché ha bisogno di stare al passo con i tempi e di confrontarsi continuamente con le nuove tecnologie, per questo credo che la figura del designer tra qualche decennio sarà diversa da come la conosciamo oggi, ma conserverà sempre i tratti originali di questo mestiere.

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  11. Andrea Giacani L   12 Febbraio 2020 at 17:18

    [17:17, 12/2/2020] Andrea Giacani: Credo che l’affermazione di Stark sia eccessiva.
    Il design in questi ultimi anni sta avendo una mutazione e così sarà in futuro.
    Un giorno forse  si potrà fondere insieme al coding ma ci sarà sempre l’impronta umana.
    Il design non sta scomparendo, si sta  domotizzando.
    I cambiamenti nel settore della moda sono molti, come i tessuti intelligenti e le stampe 3D.
    A mio parere  non vi è alcuna possibilità che il design posso scomparire, in quanto ogni giorno è possibile sentir parlare di nuove invenzioni dal design innovativo.
    Per quanto mi riguarda questa affermazione non riguarda tutti i campi del design, basti pensare al mondo degli smartphone, nei quali è possibile osservare una ripetizione costante delle forme di telefoni diversi e brand diversi.
    Forse il motivo di questa omologazione è dovuto dal fatto che dopo l’avvenuta del touchscreen e dei comandi vocali non vi sono stati passi avanti.
    Un esempio sostanziale nel campo della moda è l’uso di applicazioni che sono in grado di gestire l’apparenza del tessuto grazie ai dei microchip applicati nelle fibre firmati da Drimlux.
    Sono contro la visione di Marchetti, secondo la quale afferma che i direttori creativi o designer saranno succeduti da dei programmatori informatici, poiché a mio parere la figura del programmatore può essere un membro aggiunto alle spalle di un team di moda ma non può sostituire l’estro di un direttore creativo perché codici e numeri non possono sostituire il fare del nostro settore.

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  12. Michela (L.)   17 Febbraio 2020 at 12:34

    Mi piacerebbe incominciare con la definizione di empatia: si tratta di un coinvolgimento emotivo che permette alle persone di immedesimarsi nelle condizioni di altri, ma la cosa fondamentale è che, come dichiarano le neuroscienze grazie agli studi sui neuroni specchio, l’empatia è sostanzialmente qualcosa di innato nell’essere umano. Detto ciò, mi chiedo come si possa ricreare questa dote, preesistente nell’uomo e creata da forse un Dio o “chissà chi”, nei circuiti di un’intelligenza artificiale.
    Questa premessa è riferita ad entrambe le affermazioni in questione, poiché da un lato Starck è convinto che il design verrà rimpiazzato, probabilmente da robot che racchiuderanno in sé tutte le funzioni dei singoli oggetti, e dall’altro Marchetti ritiene che il percorso creativo di una mente possa essere sostituito da un algoritmo matematico.
    Sebbene sia chiara la mia posizione nei confronti di queste affermazioni, vorrei concentrarmi su ulteriori concetti che la motivino, in particolare prendendo in esame il campo del design, più vicino a me rispetto alla moda.
    Innanzitutto il design nasce per dare risposte alle esigenze delle persone, che solo altre persone, e non esseri artificiali, possono comprendere vivendo la medesima vita, con gli stessi bisogni. Inoltre, per le stesse motivazioni, è fondamentale lo studio dell’ergonomia di un oggetto, che è sicuramente il frutto di una memoria che tenta di migliorare un gesto fatto, intuendo come esso possa essere reso più comodo in base a caratteristiche fisiche, culturali ecc. . Si può ampliare il tutto anche ad un discorso estetico, che è indubbiamente la qualità dell’oggetto che ha più a che fare con la sfera emotiva del soggetto, e proprio per questo è “imprevedibile” in quanto dipende anch’essa da esperienze, cultura, gusti personali. Infine, volendo, possiamo parlare di oggetti come di status symbol, caratterizzanti della propria condizione sociale e culturale. Allo stato dei fatti, di conseguenza a ciò detto sino ad ora, trovo inspiegabile e impossibile che il design possa scomparire o essere sotituito. Il design racchiude in sé molteplici funzioni e significati, necessari all’uomo per la sua esistenza. Ed anzi, penso che nella società odierna, che si distingue per il suo cinico consumismo, il design abbia assunto un valore ancora maggiore. Starck parla di dematerializzazione, sicuramente un concetto affascinante e misterioso, ma che enuncia un’astrattezza a cui l’uomo non è preparato, poiché essa presupporrebbe il termine dell’utilizzo dei sensi, mezzi grazie a cui l’uomo è in grado di vivere.
    Concludo dicendo che non mi trovo in accordo con Philippe Starck, e trovo maggiormente corretto definire il design saturo allo stato attuale, ma è anche vero che si dice che una cosa non esiste finchè non viene inventata, e perciò c’è un infinito margine di creazione all’interno del design, così come nella moda, che troverà ancora più adito con l’avvenire di nuove esigenze date dallo scorrere degli anni.

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  13. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 Febbraio 2020 at 09:29

    Ottimo intervento. Intelligente, preciso, ben articolato. Michela ha preso spunto dalle mie forzature interpretative per mostrarci la sua disinvoltura nell’affrontare discorsi di frontiera sul design.
    A mio avviso ha fatto emergere un aspetto spesso dato per scontato, che provvisoriamente definirei: la vocazione transitiva del design. Il buon design non solo ci mette in contatto (qualità percettive) con l’oggetto per inscrivere l’esperienza che ne facciamo nel quadro delle passioni tipicamente umane, ma ci spinge a classificare questa esperienza. In tal modo l’oggetto diventa significante e entra a far parte di un progetto (o stile di vita).
    Non escludo che nel futuro una macchina algoritmica capace di lavorare con dispositivi di calcolo in parallelo, possa indovinare la fattura dell’oggetto capace di emozionarci. Ma ammesso che questo avvenga come faremo a immaginare che il robot sia cosciente che è proprio quella forma e non un’altra a essere giusta? Sì certo, glielo dirà un operatore. Ma a questo punto la macchina algoritmica sarà semplicemente un dispositivo immensamente più complesso, ma simile a tutti gli altri creati nel corso della storia dei bipedi parlanti, ovvero una sorta di proiezione esterna dello strano modo di funzionare del nostro apparato psichico, bisognoso di ordine ma condannato a provare le emozioni più significative là dove l’ordine si incrina.

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  14. GIADA (L)   18 Febbraio 2020 at 16:13

    “La morte del design” il titolo stesso porta a delle profonde riflessioni su quanto siano labili le certezze umane.
    Trovo che le affermazioni di Stark e Marchetti, pur parlando con condizione di causa, siano sentenze troppo precipitose. Senz’alcun dubbio il concetto di design, come le figure professionali che se ne occupano, hanno una definizione “precaria” per così dire, in continuo mutamento.
    È proprio così, la figura del designer è in continua ricerca verso soluzioni geniali: Arte che si dirama in oggetti, abiti, costruzioni, che hanno come scopo quello di trasmettere una comprensione di ciò che accade nel mondo, la mia visione è all’incirca questa ma so che potrebbe cambiare con il tempo.
    “Cambiamento” è la parola che orbita attorno al design: in fin dei conti quindi non mi sento di condannare le visioni estremiste di Strack e Marchetti, forse perché anche loro stessi volevano trasmettere ai lettori che la tecnologia, se utilizzata in modo corretto, può arricchire ed agevolare lenti e obsoleti processi, ma che allo stesso tempo un uso scorretto ed inadeguato può condurci ad un futuro insapore.
    Il Coding è senza dubbio un sistema che verrà utilizzato nel campo del design perché aspira ad averne lo stesso scopo: ovvero quello di risolvere i problemi, attraverso dei codici. Concetto che riprende le teorie sulla cibernetica di Turing: ovvero lo studio di trasmissione di informazioni in modo più sintetico possibile, arrivando a comprendere che siamo predisposti all’elaborazione di segnali in cambiamento e che la percezione si può sviluppare.
    Il voler risolvere problemi, cercare le risposte non è, da sempre, lo scopo dell’uomo? Ecco che anche un qualcosa che ci appare diverso e lontano da noi, in fin dei conti ci assomiglia più di quanto immaginiamo.
    La tecnologia quindi, ha lo scopo di tentare il raggiungimento di una perfezione a cui l’uomo stesso aspira ma che non possiede: grazie alla quale otteniamo proiezioni digitali molto più efficaci rispetto ai metodi arretrati (anche se ancora pieni di fascino per qualche nicchia della popolazione).
    In fondo sappiamo che le generazioni passate hanno sempre avuto una visone pessimistica della tecnologia (la immagino simile al film Blade Runner del 1977): che in qualche modo potesse superarci, sostituirci, sormontarci. Ma per chi come noi millennials ci è nato e cresciuto, non spaventa, in quanto non è qualcosa fine a se stessa, bensì uno strumento dedito all’uomo… in continuo cambiamento, grazie a l’uomo, e perché no, anche in simbiosi con esso.
    In conclusione se mi chiedeste cos’è che rende l’essere umano nonostante tutto insostituibile, direi senza alcun dubbio che sono proprio i difetti, che generano una serie di fattori irriproducibili quale la sensibilità, la capacità di emozionare ed emozionarsi, di comprendere e intuire messaggi nascosti anche dietro ad un’immagine.
    Come già compreso, non è forse l’inaspettato a produrre una maggiore attenzione negli occhi di chi guarda?
    E così l’arte di stupire, di immaginare ciò che non è stato mai pensato, ci porta ad essere sempre un passo avanti a ciò che esiste

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   18 Febbraio 2020 at 20:46

      Mi è piaciuto l’intervento di Giada. Molto sensato e realista. Se posso permettermi una obiezione leggera leggera, le ricorderei che non esiste solo il design artistico. Esiste anche un design per prodotti di massa che non richiede voli pindarici. È questo tipo di design che verrà colonizzato dal coding.

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  15. Maite (L)   20 Febbraio 2020 at 14:46

    Questo articolo mi ha fatto riflettere su varie tematiche:

    Partiamo prima di tutto dal design come definizione in sé, o meglio, dalla mia personale definizione:
    Quando si parla di design oramai, noi occidentali, pensiamo a mobili, oggetti sofisticati che hanno un valore molto elevato.
    Ne è un esempio la famosa poltrona di Gaetano Pesce che viene a costare 4000 euro circa, oppure la sedia Ghost di Starck, citata precedentemente, che viene a costare 125 euro.
    Una sola sedia.
    Esteticamente e concettualmente hanno portato tanto scalpore ma diciamoci la verità, è un design d’élite.
    Non tutti hanno la possibilità di sfruttare e usufruire dei magnifici oggetti progettati dalle grandi menti.
    Pensiamo all’africa o alla Colombia, una sedia di 2000 euro non è un vero e proprio bisogno.

    Il mio design è un design che mi piace definirlo sociale, creato dall’uomo per l’uomo.
    E proprio per questo, i designer, devono cercare di essere dei ‘’tuttologi’’.
    L’uomo di sé e per se è un essere estremamente complicato e per questo motivo necessita di uno studio approfondito.
    Bisogna essere in grado di progettare unendo 4 macro tematiche:
    – l’arte, che ti permette di interrogarti sul mondo che ci circonda;
    – la scienza, che cerca di rispondere alle domande che l’uomo si pone;
    – la tecnologia, che tenta di mettere in pratica ciò che l’uomo pensa;
    – e l’ambito umanistico, che ‘’umanizza’’ tutti gli oggetti creati secondo l’uomo.

    In poche parole, vedo il Design come LA soluzione a problemi seri e gravi, come povertà, fame ecc. che possono essere risolti intelligentemente e saggiamente.

    Vorrei definire anche cosa significa per me essere intelligenti e saggi : una persona intelligente è una persona che è in grado di risolvere un problema in maniera furba e logica; una persona saggia, invece è una persona che ha fatto/ ha esperienza in vari settori e che è in grado di trovare soluzioni giuste.

    Difatti, il mio pensiero coincide in parte con il discorso sull’empatia di Michela.
    E posso affermare con certezza che il design non potrà mai morire definitivamente.
    L’uomo è spinto a muoversi dai suoi bisogni i quali devono essere soddisfatti.

    Parliamo ora del design odierno: siamo in uno stallo in cui i creativi non hanno un vero e proprio movimento o filone da seguire, esiste solamente un grande punto interrogativo.
    Certo, in questo ultimo periodo si sta sviluppando un design green ed eco ma a livello concettuale trovo nel mondo ancora molta confusione.

    Per quanto riguarda il futuro, Starck afferma che il design verrà rimpiazzato dai robot che racchiuderanno tutte le funzioni dei singoli oggetti, mentre Marchetti ritiene che il processo creativo sarà sostituito da un algoritmo matematico.

    Tragica e drammatica l’affermazione di Starck, ma non penso sia corretta.
    La tecnologia è uno strumento che noi designer sfruttiamo al massimo.
    Certo, oramai la tecnologia è capace di aiutarci a sviluppare oggetti che siano in grado di soddisfare l’uomo, ma non prenderanno mai il sopravvento.
    Il design nasce da menti creative che sappiano vedere oltre l’orizzonte.
    Le macchine o i robot questo non lo sanno fare.

    Ricollegandomi anche alla affermazione di Marchetti, bisogna ricordarsi che la creatività nasce da uno tsunami di idee innate, lampi di genio che si manifestano in ordine casuale e di diversa intensità/ importanza.
    Successivamente si organizzano attraverso una selezione logica e prevalentemente corretta delle idee migliori.
    Al contrario, un computer nasce, nel vero senso della parola, da codici ( codice binario ), importati dalle nostre menti umane, che hanno già una loro organizzazione e un loro ordine logico.

    Ricapitolando: l’uomo parte dal disordine per arrivare all’ordine, mentre la macchine dall’ordine potrebbero arrivare al disordine, che comunque è programmato.

    Infatti, come ha scritto il professore nel suo articolo: non siamo in grado neppure noi umani a capire il mistero dei nostri processi cognitivi, figuriamoci un robot che alla fin fine è creato da noi stessi.

    Rispondi
  16. james   22 Febbraio 2020 at 15:27

    Il design sociale al quale aspira Maite è molto più importante di tutte le chiacchiere che ho letto compreso l’intervento dell’autore. Forse verrà il giorno in cui saremo oberati da algoritmi ma spero che nessuno ci impedirà di scegliere secondo la nostra natura.

    Rispondi
    • ann   22 Febbraio 2020 at 18:16

      Sono d’accordo. Il rilievo di Maite sull’importanza del design sociale anche in un’ottica anti-algortimo è giusto.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   23 Febbraio 2020 at 15:56

        In un certo senso tutto il design è sociale. È la natura transitiva dell’oggetto creato per uno scopo a creare questa funzione complementare.

        Rispondi
        • maite   24 Febbraio 2020 at 10:32

          Forse sarebbe più corretto definirlo come design SUPERsociale, indirizzato quindi a specifici bisogni, di prima necessità.

          Rispondi
          • Antonio Bramclet
            Antonio   24 Febbraio 2020 at 14:01

            Il design Supersociale mi piace. Però che cosa significa? Togliere tutto il superfluo dai prodotti di massa? Non si rischia di banalizzarli?

          • Maite   24 Febbraio 2020 at 15:26

            rispondo ad Antonio: il design Supersociale non per forza deve essere ”l’unico” design al mondo.
            Questa ricordo che è comunque una mia visione.
            il Superdesign è un design specializzato nella risoluzione di bisogni primari in maniera intelligente per permettere alla gente della classe medio-bassa/bassa di usufruire dei prodotti.
            Mi immagino di applicarlo soprattutto in un luogo con problematiche gravi, come il terzo mondo.
            Ovviamente in occidente questo design è meno richiesto ma forse in qualche caso potrebbe essere utile.
            Per esempio, per rispondere alla domanda sul superfluo, si potrebbe trovare una soluzione per i prodotti per capelli i quali, invece che essere realizzati di plastica, sono realizzati in bambù.
            Non è un togliere tutto ciò che è superfluo, ma analizzare i problemi più critici e trovare una soluzione intelligente che non abbia un grosso impatto economico.
            Questo non mi sembra ”banalizzare un oggetto” anzi, lo si rende migliore sia dal punto di vista ambientale, prendendo come esempio il flacone per i capelli, sia dal punto di vista del compratore che acquista un prodotto che sa che non inquina e moralmente si sente sollevato.

  17. MelitaL   24 Febbraio 2020 at 10:50

    Arrivati al 2020 ovviamente le differenze con i decenni e secoli precedenti, si fanno sentire e sono molto più evidenti. Alcune caratteristiche sul futuro, sulle quali si è costruito storie e intere correnti di pensiero, si stanno affermando e altre smentendo. Di sicuro il mondo del 2100 sarà in parte come ce lo siamo immaginato, ma dovremmo risolvere alcuni problemi, che invece avevamo tralasciato nelle nostre visioni: come il surriscaldamento globale. È anche vero che l’eco sistema cambia e si evolve: c’è e ci sarà bisogno di lottare per la nostra sopravvivenza, dell’umanità.
    Con l’avvento delle tecnologie nel secolo precedente e la loro rapida evoluzione, espansione all’interno della società mondiale, tutti i vari sistemi che la caratterizzano si sono sviluppati di conseguenza e intrecciandosi con il mondo digitale. L’arte e il design sono state, possiamo dire, quelle realtà che più ne hanno risentito e che più stanno manifestando l’avvento e l’evoluzione dell’era tecnologica.
    Perché? Se ci riflettiamo un attimo, l’arte e il design, nelle loro molteplici varianti, sono quelle manifestazioni dirette e non filtrate della mente della persona, nei confronti di come vive la realtà. È uno sfogo o un metodo di comunicazione universale e diverso, che permette di rendere i problemi e esperienze dell’artista o designer, accessibili a tutti.
    In questo caso, in questo articolo, sono stati nominati due visionari molto diversi tra loro. Il primo è Philippe Starck, uno dei più grandi e conosciuti designer di tutti i tempi. Non si è mai accontentato di lavorare in una sola direzione, con un solo metodo. Più di diecimila oggetti portano la sua firma; tra varie collaborazioni e progetti, troviamo quelli più famosi come le sedie per la Kartell o lo spremiagrumi per Alessi. Il materiale a cui tiene di più e per il quale è conosciuto è la plastica. In varie interviste afferma che è da sempre coinvolto nell’ecologia, nel risparmio dei materiali e energie, impiegate per la costruzione di un oggetto di design: come lui pochi altri artisti e designer possono affermare con tale sicurezza di riuscire a lavorare, in linea con i bisogni dell’ambiente. Penso che questo sia un grande ed evidente segno di un design e pensiero proiettati verso un futuro lontano: anche se messo in pratica da molto tempo, il fatto di creare e pensare al proprio lavoro, come qualcosa che debba rispettare l’altro e la natura, cercando sempre materiali e metodi di creazione alternativi, sia già di per sé futuristico e visionario.
    Ma nell’intervista che anche il prof. Cantoni prende in considerazione, si parla no di futuro in generale e neanche di pensiero futurista, ma proprio di cosa succederà al design in un’epoca che forse noi, non avremmo neanche il piacere di vedere. Lui parla di dematerializzazione, dell’umanità e degli oggetti che costruiscono la nostra vita: come vivere e soddisfare i nostri bisogni materialistici con il minimo dei materiali e delle energie, rinnovabili e alternative ovviamente.
    È difficile fare per me un commento corposo e ricco di miei pensieri, quando sono così tanto d’accordo con quello, che l’artista Starck sostiene. L’unico pensiero che mi ronza nella mente, è che nella contemporaneità siamo così legati ai materiali e agli oggetti, che ci sta portando all’esagerazione. In un tempo futuro, quando per colpa di questo abuso dei materiali presenti in natura e quelli che ne ricaviamo da essa, verranno a mancare, entreremo in una crisi senza precedenti. Sarà in quel momento che vedremo gli oggetti non più soltanto come realtà semplici, composte da materiali e senza vita, ma come insieme di nostre emozioni, ricordi e sensazioni.
    A questo punto mi viene in mente la presentazione di una mia amica e compagna di corso all’università. Durante le lezioni di arte lei presenta quest’artista e la sua opera, che meglio traduce e rappresenta tutto questo lungo e esasperante discorso: Joseph Kosuth è un artista dell’arte concettuale, se la definiamo come corrente. In sostanza l’arte dal XX secolo, non è soltanto un processo creativo dotato di abilità manuali, ma la genialità e la diversità che fa di una persona, un artista, sta nel pensiero che sta dietro alle creazioni. Queste sono solo la manifestazione. Lui, come tanti altri, togliendo il superfluo arriva prima e più direttamente ai processi mentali: questo perché gli oggetti che fa, non sono legati alla realtà io cui viviamo, quindi i nostri sensi non funzionano in maniera convenzionale e vanno in crisi. Riprendendo Joseph Kosuth e il suo riduzionismo (come quello di cui parla Starck), possiamo osservare la sua opera 1 e 3 sedie, dove va a rappresentare la sedia in tre diversi modi: con l’oggetto reale, la sua rappresentazione fotografica e quella verbale. Cosa centra vi chiederete? In questo modo lui non porta in primo piano l’oggetto in sé, ma i processi mentali che ci sono dietro. L’oggetto, i materiali e la sua manifestazione passano in secondo piano, in primo piano invece porta quello che è quell’oggetto per noi.

    Nel commento invece del secondo personaggio citato nell’articolo, mi trovo meno in difficoltà. Marchetti, direttore e manager di YOOX, il sito e-commerce che ha portato ad una visione nuova della moda: quella attraverso la vendita e l’acquisto online. All’inizio questi due mondi sembravano troppo distanti, ma lui riuscì a farli convivere e a costruire un nuovo pensiero, che ha rafforzato e evoluto un mondo, come quello della moda che è così tanto legato e in connessione, con i cambiamenti della società e del mondo. Cosa afferma però? Un algoritmo sarà in grado di sostituire la mente e la mano dello stilista. Posso dire che quest’affermazione è tanto vera quanto spaventosa. Frequentando un’accademia d’arte sto sentendo e provando cosa vuol dire fare moda nella contemporaneità: per le nostre collezioni e creazioni non utilizziamo soltanto carta, matita e colori. Il mondo digitale si intrufola sempre in qualche modo: o in parte, come completamento e come caratteristica in più, positiva e che rafforza la creazione e la concezione della nostra creatività e abilità, agli occhi degli altri; o del tutto. Infatti ci sono molti stilisti che utilizzano soltanto il computer per la creazione e il disegno dei capi d’abbigliamento.
    Tutto questo è però diverso da quello che ha affermato Marchetti. L’impatto che hanno avuto gli stilisti del passato, sulla società e sulla storia, è stato perché avevano una connessione con il corpo umano e con l’epoca in cui questo corpo esisteva, unica e diversa. Che gli ha portati ad essere i grandi, i rivoluzionari: parlo non soltanto di Chanel e Dior, ma di brand come Comme de Garcons, Margiela, McQueen, Paco Rabanne, YSL, Mugler, Westwood, Balenciaga, ecc.
    Le emozioni e la mente umana non si trova ancora in una macchina digitale. L’impatto che avrebbe una creazione per l’uomo, fatta attraverso un codice/algoritmo, non potrà mai essere così forte dal punto di vista emozionale, come quella realizzata dalla mente umana stessa. Soltanto una persona prova, sente e si emoziona come un’altra persona, che invece di creare fruisce l’oggetto. L’impatto quindi non sarà mai lo stesso, questo non vuol dire che sarà per forza negativo: soltanto diverso.

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    • maurizio   25 Febbraio 2020 at 08:23

      Questo dibattito mi interessa molto e ho apprezzato tutti commenti. Ma questo non significa che io sia d’accordo al 100 % su tutto. Per esempio come fa Melita a non accorgersi della contraddizione di Stark il plasticone? Dematerializzare con la plastica? Ma lo sapete quanti danni all’ambiente produce la plastica? E poi vorrei chiedere a Melita: se sei stanca e vuoi sederti su una sedia, cosa fai? prendi il dizionario e leggi la definizione? e se la sedia ha uno spuntone sul sedile o una gamba più corta, ti senti sicura perché hai letto che è una sedia o cominci a capire che il “come” viene fatta vale di più delle parole?

      Rispondi
      • MelitaL   26 Febbraio 2020 at 09:22

        Inizio a rispondere a tutte le tue domande, anche se alcune le trovo buttate la giusto per. Intanto la dematerializzazione di stark non è legata soltanto alla plastica come materiale, ma alle sue caratteristiche. Come per esempio la sedia di stark, semplice lineare e trasparente. Che ci fa soltanto ricordare che è una sedia e ci permette di sederci. Ma in realtà in uno spazio tutto bianco quasi non si vede.
        Altra cosa importante che nel mio commento ho accennato, è che stark utilizza una lavorazione completamente in linea con l’ambiente e con un impatto minimo. E lo fa ormai da decenni. Questo secondo te lo porta ad usare la plastica normale? Sarebbe un po’ una contraddizione. Come ben saprai, visto che sai anche che la plastica inquina, esiste un tipo di plastica chiamato bioplastica. Oppure come anche lui a dichiarato il suo uso della plastica è minimo, economico come anche i processi di lavorazione. In questo modo si usa meno materiale, meno energia per produrlo e si producono oggetti che utilizzano meno materiali. Comunque se vai a cercarti le varie opere che ha fatto ne troverai sia quelle di plastica, sia quelle di metallo, che quelle anche fatte di materiali riciclati.
        Comunque altra questione da te sollevata. La mia analisi finale sul concetto è non l’oggetto, come anche te hai capito ma ti piaceva fare un commento diverso, era in risposta all’articolo sul coding; era una riflessione sul concetto significato dell’oggetto e l’oggetto stesso. Ho riportato delle informazioni anche dal mondo dell’arte, che da Duchamp (dall’inizio del 900), il significato che sta dietro nel mondo della psiche, è importante o più importante dell’oggetto reale. E penso che dicendo sedia, soltanto grazie ai processi mentali e al significato che per noi ha questa parola, riconosciamo quell’oggetto come sedia (che poi ogni cultura e parte del mondo ha la sua manifestazione reale di questo concetto – sedia, è un altro discorso). QUELLO CHE VOLEVO DIRE IO, È CHE È GRAZIE AL SIGNIFICATO E ALLE SENSAZIONI LEGATE AD UN OGGETTO SPECIFICO CHE QUESTO VIENE RICONOSCIUTO DALLA NOSTRA PERCEZIONE.

        Rispondi
        • maurizio   26 Febbraio 2020 at 10:16

          Peccato che la tua bioplastica NON SIA BIODEGRADABILE in modo così scontato come fai intendere. E poi toglie spazio all’agricoltura che ci serve per mangiare, a meno che Starck il plasticone non inventi la sedia che non si vede, però la puoi mangiare. Inoltre a me risulta che le bioplastiche siano in effettiva circolazione da una decina di anni. Starck plastifica il mondo da mezzo secolo. Se oggi parla di ecologia mi tolgo il cappello. Ma chi osa dire il contrario? potrebbe vendere? Ma il dire è molto diverso dal fare.
          Citi Duchamp. Se ben ricordo nel suo quadro con la pipa, scrisse “Ceci ne pas une pippe”. Ma questo non significa esattamente il contrario di quello che sostieni tu? Il significato verbale produce un mondo suo e non corrisponde a ciò che percepiamo.

          Rispondi
          • MelitaL   27 Febbraio 2020 at 00:29

            Il tuo commento quasi reggeva.
            Prima di scrivere accertati che le tue affermazioni siano corrette/giuste… Di chi è il dipinto”ceci ne pas una pipe”?

          • maurizio   27 Febbraio 2020 at 10:39

            M…a! mi sono fregato da solo. Chiedo scusa a Magritte, a Melita e a Mywhere.

          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   27 Febbraio 2020 at 11:01

            Il quadro si intitola “Ceci n’est pas une pipe”, quindi avete sbagliato entrambi. I contenuti critici che avete messo in gioco sono molto intriganti. Direi che il match, espresso in termini calcistici, potrebbe essere numerato con un 3 a 2 per Melita.

          • ann   28 Febbraio 2020 at 09:14

            Per me Melita non si è sbagliata. Ha voluto ironizzare anche sull’errore di scrittura di Maurizio, storpiando lei stessa il titolo. Quindi per me vince 4 a 0.

          • james   29 Febbraio 2020 at 09:47

            Io preferisco il basket. Vince Melita 101 a 66.

          • Mario   29 Febbraio 2020 at 10:29

            Meglio il tennis. E’ più elegante. 6-1,6-2,6-2 per Melita.

          • Antonio Bramclet
            Antonio   2 Marzo 2020 at 14:07

            Come siete spiritosi! Ci manca solo il Ping pong e poi Maurizio è sistemato. Però io ritengo che dovreste motivare perché Melita vi ha straconvinto.

          • Mario   3 Marzo 2020 at 10:41

            L’intervento di Melita è di qualità superiore. Maurizio anche senza considerare l’errore di aver confuso Duchamp con Magritte, cosa dice? Accusa Starck di essere un plasticone e niente di più!

      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   4 Marzo 2020 at 09:55

        Non sono d’accordo. L’intervento di Maurizio, aldilà delle note critiche sulla plastica, si articola su una questione che avete sottovalutato. Melita, nel suo travolgente testo a un certo punto cita un artista concettuale ovvero Joseph Kosuth. In particolare descrive una delle sue opere più conosciute: una e tre sedie, cioè una sedia fisica (al centro), la sua fotografia (a sinistra di chi guarda), una definizione tratta da un dizionario (sulla destra). Cosa vuole dirci Kosuth? Senza dubbio intende ridimensionare l’ossessione dell’arte per questioni formali, mettendo in una posizione di privilegio il “concetto”. Detta come vuol detta, la questione suona così: prima viene il concetto poi la forma. È questa la tesi che Melita sembra sposare e che Maurizio mette sotto osservazione. Sostanzialmente le dice: guarda che se vuoi sederti comodamente o vuoi provare il sentimento di bellezza nella sedia che hai comprato, la definizione cioè l’essenza/concetto/idea, ti servono fino a un certo punto. In questo caso la forma domina il concetto e non viceversa. Niente male come intervento critico. In relazione al testo di partenza sorge una domanda: ma a noi cosa ce ne frega? È semplice: il concetto interpretato come l’essenza di qualcosa è integrabile al coding, gli effetti delle forme molto meno.

        Rispondi
        • MelitaL   5 Marzo 2020 at 19:55

          Nel mio intervento volevo dire che l’idea e il concetto di un oggetto, quindi il suo significato, emotivo e non, per noi persone, ha una forte influenza sulla nostra percezione, creazione e visione di un oggetto. Dal punto di vista dle coding, si può collegare con il fatto che ci mettemmo sempre qualcosa di umano nella creazione di qualcosa, quindi secondo me permetteremmo fino ad un certo punto, alle macchine di prendere il nostro posto.

          Rispondi
  18. Mario L   25 Febbraio 2020 at 16:23

    Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.

    Vorrei partire dalla prima risposta data, alla domanda che viene fatta a Philippe Starck.
    Io credo che ciò che Philippe ha detto e affermato, sia da una parte vero e dall’altra un pò meno.
    Per quale motivo? semplicemente perché forse, molte persone, ad una risposta del genere o a delle domande come questa, si creano già un film mentale, che ridà a tutte quelle creazioni cinematografiche “fantasy”, dove i mondi sono pieni di tecnologia, macchine volanti, oggetti di Design assurdi e improbabili da poter pensare e realizzare.
    Ma è anche vero, che per poter realizzare una cosa del genere, come un film, ci vuole una fantasia e una mente di alto livello, quindi non metto in dubbio, che forse, un’indomani, si possa arrivare ad un mondo di quel tipo, ma sicuramente NON sviluppato come quello che vediamo nei film.
    Riprendendo quindi il discorso del Design, creato dalla mente umana, con delle basi solide alle quali ci si sofferma per la creazione di un nuovo oggetto, o qualsiasi altra cosa che sia anche un edificio e quant’altro non potrà mai scomparire e sicuramente non potrà mai essere sostituito da menti artificiali o corpi artificiali.
    Si parla quindi anche di “coding” è sicuramente qualcosa di interessante al quale tutti prima o poi dovremmo soffermarci e studiare, perché comunque il mondo è sempre in piena evoluzione, ma non si può dire che il Design morira’, per questo motivo, non mi sento pienamente d’accordo con Philippe Starck, ma sicuramente sono d’accordo sul fatto che molti oggetti, o realizzazioni di Design saranno ad un livello altissimo di sviluppo al quale solo poche menti, di cui alcune messe insieme, saranno in grado di poter realizzare.

    Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani”.

    Rispondendo a ciò che Marchetti afferma, penso che si sbagli alla grande.
    Per un semplice motivo, rispondendo solamente con “Emozionale”, non potrà mai accadere che qualcosa realizzato da menti artificiali, possa sostituire l’emotività delle persone, che solamente con la mente umana si può dare.
    A meno che la nostra mente non venga trasformata in qualcosa di Bionico che ci farà amare solo quello che si vuole da qualcun’altra, ma non credo che succederà.
    Sicuramente delle menti artificiali ci saranno, ma come d’altronde esiste già, e lo vediamo in semplici cose, che vengono realizzate per creare altro ed essere inserire nella nostra società.
    Ormai la tecnologia e gli sviluppi ci stanno mangiando e massacrando contemporaneamente, basta vedere delle semplici foto che girano in rete, o alzare un secondo della nostra vita la testa da un semplice schermo e vedere come tutte le nostre menti vengano mangiate.
    Ancora sto sperando in un piccolo cambiamento, in un cambiamento dove tutte le persone possano capire l’importanza di poter tornare a leggere un libro, o fare attività che non comprendano la tecnologia.
    Sicuramente ne sono affetto anche io da questa cosa, non lo metto in dubbio, oramai la tecnologia serve molto, per essere a contatto con altre persone, per lavoro, per svago, cosa alla quale mi appoggio perché mi serve e sono nato in un’epoca che si sta sviluppando cosi, ma comunque bisogna starne un pò alla larga.
    E se non siamo noi i primi a capirlo, nessuno lo farà mai.

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  19. Alex B Laba   29 Febbraio 2020 at 12:55

    Credo che discorsi di questo genere siano sempre esistiti, e sempre esisteranno. Ci interrogheremo sempre su come sarà inteso il design ”tra vent’anni”; sarà successo sicuramente durante le due rivoluzioni industriali o durante la diffusione dei primi computer. Ovviamente tale quesito, dal quale nasceranno delle previsioni su tempi futuri, suscita sempre estremo scalpore ed interesse, e da esso fuoriescono sensazioni prevalentemente negative nei confronti di ciò verrà.
    Questo perchè una gran parte della società ha sempre avuto un atteggiamento di timore riguardo al futuro e alle sue tecnologie. Osservo come molte persone siano tristemente ancorate al benessere attuale, alle abitudini del presente, senza la minima curiosità o fiducia nel futuro.
    Sembra che tutto ciò che ci sarà nei prossimi anni rappresenti un ostacolo per la vita dell’uomo, che il design e la tecnologia non miglioreranno l’esistenza umana, anzi, la spingeranno ulteriormente verso il baratro.
    Forse non tengono in considerazione il fatto che, proprio come la tecnologia, anche la percezione dell’uomo in confronto di essa sia in continuo mutamento/progresso.
    E’ ovvio che se si immagina un futuro (in cui la maggior parte delle funzioni saranno svolte tramite l’utilizzo del coding), e lo si fa rimanendo percettivamente legati ad un presente (in cui ancora la componente manuale all’interno del processo progettuale occupa un importante spazio) si rischia di rimanere scioccati, intorpiditi.
    Pensare al futuro richiede sempre uno sforzo mentale non banale, in quanto tale azione induce ad un doppio salto temporale; da un lato a livello tecnologico, dall’altro a livello percettivo, o meglio come l’uomo percepirà mentalmente la sua futura quotidianità.
    Quindi se l’evoluzione del design prevede come step successivo quello della programmazione, significa che estetica e creatività si adegueranno ad essa, o viceversa; di certo non svaniranno nel nulla, anzi, continueranno sicuramente a giocare un ruolo fondamentale.

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  20. Giuliana LABA   1 Marzo 2020 at 20:30

    Parlando di futuro, o forse di presente, non possiamo non parlare di coding!

    Il coding è a tutti gli effetti da intendere come la nuova lingua, che permette di “dialogare” con il computer per assegnargli dei compiti e dei comandi in modo semplice.
    Non a caso verrà infatti inserita a breve nelle scuole, già dalle elementari.

    Giocando a programmare si impara ad usare la logica, a risolvere problemi e a sviluppare il “pensiero computazionale”, un processo logico-creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti, per affrontarlo più semplicemente un pezzetto alla volta, così da risolvere il problema generale.
    Da questa semplice definizione, si può già intuire che il coding è e sarà il protagonista del secolo.
    Per i cosiddetti conservatori, abituati a vedere sempre gli aspetti negativi del progresso, e per quelli del “era meglio una volta”, questa storia di progresso mette quasi paura.
    Se non si accetta positivamente e quasi “disinteressatamente” il presente, si rischia di rimanere intrappolati in alcuni schemi di pensiero poco funzionali. Si vive nel passato, e si spera in un folle ritorno alle origini.
    Ma per le menti aperte, pronte ad accettare l’evoluzione, le cose positive da vedere sono innumerevoli. Non sto però negando che, ovviamente, come ogni cosa nuova, innovazione o progresso, ci siano due facce della medaglia. E che quindi di fianco agli aspetti positivi ci siano anche delle cose negative.
    È tuttavia insensato vivere in quella malsana nostalgia, che fa ripensare al passato con il nodo in gola. Ciò che ne è stato del passato, è ormai passato.
    E se vi è stata un’evoluzione, vi è per forza un aspetto positivo.
    Oltre i conservatori e i realisti, vi è però un’altra categoria un po’ folle, che accetta sì l’evoluzione, ma ciò che non accetta, o oserei dire non vede, sono gli aspetti negativi. Questa categoria omette, per assurdo, tutto il resto. Vedono il progresso, l’evoluzione, e si dimenticano del resto, come se non servisse più e si potesse eliminare!
    Prendo l’evoluzione tecnologica, piuttosto che il coding, o concetti come il bionismo, e la dematerializzazione, pongo il focus su di essi, mi esalto per tutti i loro aspetti positivi e mi dimentico del resto, come se tutto ciò che è venuto prima smettesse di esistere.
    E questo è un po’ quello che vi è dietro i pensieri di Phlippe Starck, e di Marchetti.
    Certo, vi sono sicuramente delle cose che, evolvendosi, possono essere eliminate o sostituite da altre. Ma ve ne sono altre, da non sottovalutare. E senza le quali nulla avrebbe quasi senso.

    Che il coding sia il protagonista indiscusso del secolo, non ci sono dubbi. Ma non dobbiamo perciò eliminare o mettere da parte le emozioni, o il design.

    Se immaginiamo un mondo, o anche solo una stanza, “nuda”, senza oggetti, con il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti, stiamo sicuramente parlando di un mondo o una stanza rivoluzionaria e nuova ai nostri occhi. Siamo nel futuro, nell’evoluzione. Ma anche in quel caso, quel nuovo mondo o quella nuova stanza, avrà un suo design. Che sia un design nudo e povero, o che sia “trasparente”, sarà pur sempre un design, un gusto stilistico, che lascerà inevitabilmente delle emozioni.

    Non si può prescindere dalle emozioni. E perciò, non si può prescindere dal design.
    Magari lo chiameranno design nudo, o coding design. Ma sarà pur sempre design.
    Saranno pur sempre emozioni. Senza emozioni, noi saremmo già morti. E vi sono un sacco di esperimenti a riguardo, che si potrebbero citare.

    Quindi pensare di poter sopravvivere senza emozioni è una follia. Sarebbe una sorta di autodistruzione. O, forse, chi arriva a pensarla così, lo fa perché sta sottovalutando qualcosa alla base, o perché ha paura, o perché pensa ed ha la pretesa di poter controllare le emozioni stesse, non rendendosi conto che così facendo finisce solo per schiantarsi contro un muro.
    Ci si annoia dei personaggi, dei lavori, delle situazioni, e persino delle emozioni, ma ciò non vuol dire che esse siano morte. Dichiararle morte vuol dire far finta che non esistano e credersi più forte delle leggi stesse della natura.
    Si pensa di comprare l’idea o l’illusione di un mondo perfetto, dove l’uomo è padrone di tutto, manipolando le teste della massa che del mondo digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, controllo e libertà.

    Il progresso tecnologico e le rivoluzioni che l’uomo sta attuando, sono senz’altro potenti ed affascinanti, ma sono a mio avviso un qualcosa in più. Non tutto è sostituibile dalle macchine o da un computer. La presenza di una mente brillante, di un’idea, di un’emozione che da valore a quell’idea, sono e saranno ancora fondamentali.

    “La funzione viene trasfigurata dalla forma”. Ed è proprio vero secondo me. La connessione mentale ed emozionale non si può trascurare. Se ciò accadesse l’umanità sarebbe in pericolo, e il suo declino, più che veloce.

    Per concludere voglio sperare che, per quanto riguarda le affermazioni dei due designer, queste siano state fatte, in realtà, con un velo di provocazione e di sfida verso la società. Che ci sia forse poca o tanta consapevolezza sotto, non so dirlo, però, se per loro tali frasi avessero un fondo di verità, su questo, ne sono quasi sicura! Ma su questo, sarà solo il tempo ad averne l’ultima parola!

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Marzo 2020 at 13:54

      Dici cose corrette. Il gioco dell’articolo non è focalizzato sull’utilità del coding, ma fino a che punto possiamo far dipendere esperienze complesse come quella di Coco Chanel, dalla programmazione.
      Poi non capisco tutta questa enfasi sul “nuovo linguaggio”. La programmazione esiste da mezzo secolo, il computer a scuola c’è da vent’anni. Siamo sicuri che i giovani siano più “logici” e razionali rispetto al passato?

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      • Giuliana LABA   27 Marzo 2020 at 10:02

        Certo, esiste da un po’, però finché una cosa non non si diffonde e diventa alla portata di tutti, non penso si possa parlare ancora di linguaggio, o nuova lingua. Finché una cosa non si radica nella società, è purtroppo dedicata a pochi élite. E per diffondere non intendo però il “sentito parlare”. Perciò, che esista o no da tempo, è in questo presente che viene considerata nuova lingua e che sarà presto introdotta in tutte le scuole.

        Per quanto riguarda il “fino a che punto possiamo far dipendere esperienze complesse come quella di Coco Chanel dalla programmazione”, pensavo di essermi espressa, ma forse non è arrivato del tutto il mio messaggio.
        In tutte le cose serve un equilibrio, quindi che possa nascere una Coco Chanel programmatrice, e che possa dipendere da una programmatrice un’esperienza complessa come quella della nota stilista, non è da escludere, finché non si esclude anche un certo equilibrio. In tutto serve equilibrio. E a parer mio, tra le cose fondamentali per reggere questo equilibrio, vi devono essere le emozioni. Anche, dietro con computer. Anche dietro un programma. Se vi sono anche quelle, allora perché no..

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        • Antonio Bramclet
          Antonio   27 Marzo 2020 at 12:00

          Un programma o un computer che si emoziona non l’ho mai visto. Il software è logica e matematica. Producono calcoli e sequenze di entità astratte. La nostra mente ha creato i presupposti computazionali del computer ma non è solo questo. Il computer non ha mai creato nessuna mente, nemmeno la propria, dal momento che per funzionare ha bisogno di istruzioni, del,e nostre istruzioni.

          Rispondi
  21. Angelica (L)   2 Marzo 2020 at 12:40

    Il design, almeno per come lo intendo io, è un mezzo che utilizziamo per un fine comune, ovvero il connubio tra funzionalità ed estetica, ora penso che i canoni di estetici e funzionali si siano un pò rivoluzionati e si sono improntati verso una visione d’avanguardia e futurista. Capita sempre più spesso di vedere oggetti e abiti dal design assurdo, quasi inconcepibile, eppure la maggior parte delle volte è ciò che sembra inaccettabile a catturare la nostra attenzione e ad avere maggior successo. Il design, concepito in tutti i suoi molteplici aspetti è in continua evoluzione e cambiamento, basta pensare alla velocità in cui vengono create nuove tecnologie, alla trasformazione della moda di stagione in stagione. Ritengo che per comprendere e proporre il design più avvincente sia necessario un accurato studio dei bisogni e dei consumi della società, trovo limitativo il dover ridurre tutto all’utilizzo di macchine che ci sostituiscano. Il design, è una forma d’arte ed è espressione diretta di emozioni. Credo che vada di pari passo con l’evoluzione e se per migliorarlo sono necessarie nuove tecnologie e avanguardie non vedo dove sia il problema. Non ritengo con ciò che una macchina algoritmica possa sostituire il lavoro di stilisti e designer di qualsiasi settore si operi, il carburante per mantenere vivo il design è proprio la mente umana, che attraverso la creatività conquista le persone.

    Prendendo in esame le parole di Philippe Starck e soffermandomi sulle parole chiave da lui citate Dematerializzazione e Bionismo. Per Dematerializzazione si intende l’attività informatica che consiste nella realizzazione di ogni documento in formato digitale, finalizzata alla distruzione della precedente materialità cartacea degli stessi documenti. Questo concetto lo comprendo, in quanto oggi siamo sempre improntati verso ciò che ci rimane più semplice ed è alla portata di tutti in qualsiasi momento si voglia, non nego allo stesso tempo che questo sviluppo mi turba, pensare che libri, giornali, riviste vengano ridotti ESCLUSIVAMENTE ad uno schermo. In prima persona per comodità e per necessità mi trovo la maggior parte delle volte ad avvalermi della tecnologia per accedere a qualsiasi notizia o ricerca io necessiti, ma allo stesso tempo utilizzo libri e riviste cartacei. Mi rimane difficile pensare ad una totale dematerializzazione. Per quanto riguarda l’altro aspetto toccato da Starck, il bionismo, ovvero un concetto che prende ispirazione dal corpo umano per creare tecnologie sempre più compatibili con l’uomo. Sono pro a questo pensiero in quanto l’uomo è sempre alle ricerca di innovazione e le necessità aumentano sempre di più, quindi ritengo corretto avvalersi di quanti più mezzi creativi possibili per incrementare lo sviluppo.

    Il coding in fondo credo che sia, imparare un nuovo linguaggio. Penso sia fondamentale studiarlo e sia corretto utilizzarlo nella giusta maniera, è una risorsa che abbiamo a disposizione perché non utilizzarla come mezzo per aumentare in maniera intelligente le prestazioni servendosene come risorsa di ottimizzazione. La programmazione non deve essere considerata un lavoro riservato a un esclusivo gruppo di programmatori, ma un linguaggio accessibile a tutti.

    Non ritengo che il Design possa morire, certamente subirà cambiamenti e sviluppi, come le variazioni che subiamo tutti i giorni, le esigenze sociali, le tecnologie, le risorse, i mezzi, i consumi. L’intelligenza umana sta nel saper cogliere al meglio tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per uno sviluppo intelligente evitando di ridurci a macchine che ragionano e operino al posto nostro. Il design in tutti i suoi aspetti è alimentato da emozioni, come può essere sostituita un’emozione? Penso non vi sia soluzione che tenga. La tecnologia oggi, fa parte di noi, è intrinseca con la nostra quotidianità, ed è inevitabile avvalersene, ritengo pero che come tutte in le cose un abuso possa essere nocivo e ci possa portare ad una sorta di plasmazione emotiva generale.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   2 Marzo 2020 at 14:00

      Se per “plasmazione emotiva generale” volevi dire che stiamo mitizzando il coding, siamo d’accordo.

      Rispondi
  22. Luca.M. LABA   2 Marzo 2020 at 18:21

    Il Coding (programmazione informatica), si fonda su processi mentali finalizzati a 2 scopi ben precisi:
    – Comprensione e risoluzione di problemi
    – Sviluppo di idee
    In che modo viene portato all’interno delle scuole primarie? Attraverso l’utilizzo di principi di programmazione (per scrivere software), il tutto però posto in maniera intuitiva e applicati in contesti che non sono quelli tipici della programmazione. Gli studenti imparano quindi a programmare divertendosi, tramite una serie di giochi ed esercizi interattivi. A mio avviso questa nuova metodologia credo che possa essere un valore aggiunto in quanto potrebbe portare le nuove generazioni a livelli di intelligenza molto alti, ovviamente come in ogni cosa ci deve essere la giusta misura di utilizzo; i ragazzi non devono cioè farsi assorbire dalla macchina stando 24 ore su 24, giorno e notte davanti ad essa, devono si, trarne vantaggio, riuscendo però a non diventarne succubi. È questo secondo me il lieve confine tra una metodologia che può portare da un lato ad una evoluzione dall’altro invece che porti soltanto ad una vera e propria regressione. Quindi se affiancata alla giuste materie, se viene utilizzata nei modi e nelle misure corrette il coding a mio parere può essere una vera e propria risorsa per le generazioni emergenti.
    Passiamo invece alle affermazioni fatte dal designer e architetto francese Philippe Starck e dal top manager italiano Alessandro Marchetti.
    Stark afferma che in meno di 20 anni il design non esisterà più, in quanto la maggior parte degli oggetti saranno integrati altrove. Mi sono subito venuti in mente gli arredi del brand italiano “LAGO” uno dei primi a concepire arredi integrati, tecnologici e all’avanguardia. Tavoli che integrano i fornelli e assolvono quindi alla due funzioni di cucina e convivialità. Con lo smartphone invece ci si può connettere con tutti coloro che hanno lo stesso tavolo per scambiarsi ricette e inviti a cena. Questo secondo me é il tipo di design a cui fa riferimento Starck, un design apparentemente minimale che cela però funzionalità all’avanguardia. Per questo motivo trovo controproducente e non corretto affermare che il design in meno di 20 anni non esisterà più, esisterà e come. L’estetica virerà sempre di più sul minimalismo e sull’essenzialità ma al contempo la funzionalità di tali oggetti, apparentemente privi di reali funzioni, celeranno una miriade di potenzialità tali per cui non se potrà più fare a meno. Vi lascio in allegato, al termine del commento, le fotografie del tavolo di “LAGO” a cui mi riferivo precedentemente.
    Per quanto riguarda l’affermazione di Marchetti, “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica…” mi trovo anche qui in disaccordo. Se penso a Chanel penso alla sua estetica minimale, raffinata e di grande eleganza, penso al suo tubino nero, alle sue giacche in tweed con bottoni dorati, alla sua borsa in pelle matelassé nera 2.55, al suo iconico profumo “N.5”, non posso pensare ad una programmatrice informatica che esegue calcoli al computer in maniera ripetitiva per sfornare abiti. Il suo successo é stato proprio il modo di relazionarsi tra il circolo di persone altolocate dentro il quale é stata catapultata dopo essersi fidanzata con il suo primo amore Balsan, pur venendo da una realtà molto dura ( in quanto fu cresciuta in un ospizio per poveri), é riuscita comunque a distinguersi e a distaccarsi da un mondo che non le apparteneva, cogliendo solo il meglio per realizzare abiti e accessori rivolti al “popolo”, non a caso fu soprannominata la regina del “genre pauvre”. É stato proprio questo ciò che le ha permesso di distinguersi, le relazioni amorose che ha vissuto, i viaggi che ha intrapreso, la conoscenza con Misia Sert (conosciuta per il suo salotto artistico parigino, frequentato dall’elite culturale degli intellettuali d’avanguardia) che le permise di entrare in contatto con figure come Paul Morand, Pablo Picasso, Max Jacob, Igor Stravinsky e Jean Cocteau, il suo modo di affermare la propria femminilità attraverso la rivisitazione di abiti maschili… Trovo dunque difficile immaginare la stilista che, attraverso l’utilizzo del coding, fosse riuscita a dare sfogo alla sua creatività, realizzando capi della stessa valenza di quelli che conosciamo oggi. Proprio perché ciò che avrebbe creato con il coding sarebbe risultato magari a livello estetico sensazionale, in quanto é sempre riuscita a realizzare capolavori pur partendo dal nulla, a livello di contenuto però, molto probabilmente, sarebbero risultati vuoti, privi di un anima, non riuscendo così ad arrivare al pubblico tanto quanto la vera Coco Chanel armata di sesto senso riuscì a fare. Credo quindi nella validità del coding come mezzo per dare forma concreta alla creatività di noi artisti emergenti, anche in questo caso però, sempre e solo se viene affiancato alle classiche tecniche di sviluppo di un idea ( ricerca, lettura, informazione, sperimentazione materica…). Dobbiamo dunque essere sempre assetati di conoscenza nonostante le scorciatoie che ci vengono proposte, per riuscire a sviluppare idee dalle basi solide e con un messaggio da comunicare.

    Foto tavolo “LAGO”: ( https://www.lago.it/nectar_slider/prodotti-cucina-air-fornelli-bambini/cucina-rotonda-air-fornelli-a-induzione/ )

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  23. Riccardo L   3 Marzo 2020 at 10:35

    Personalmente, credo di poter comprendere la previsione annunciata dal noto designer Philippe Stark sul concetto di “Morte del design”. Basti pensare come dai primi 15 anni del terzo millennio ad oggi, l’avanzamento tecnologico, scientifico e informatico si sia evoluto e come tutt’ora stia avanzando ad una velocità smisurata. Il design ha già annunciato l’ascesa verso territori più immateriali, la domotica per esempio, ovvero quelle tecnologie volte al miglioramento degli ambienti antropizzati per cui, più che dire “vivremo in spazi vuoti”, come Stark afferma, direi io: “li stiamo già vivendo”. Mi preme però scindere l’idea che ho di design in quanto non rappresenta (per me) un’unica cosa. Anzitutto ritengo che, nonostante il design sia l’opposto di arte, rappresenta comunque una forma artistica. Lo schizzo di un designer è una forma d’arte, dietro c’è una visione, un progetto ed uno studio sia fisico che mentale e anche estetico, ciò crea l’oggetto di design. Parlando di “oggetto” mi riferisco a tutto ciò che assume una forma materiale, tangibile su cui il consumatore può fare esperienza. D’altra parte, l’ulteriore idea che ho sul concetto di design rappresenta la tecnologia che l’essere umano progetta per poter soddisfare i bisogni immateriali delle persone che a parer mio va oltre il concetto di design, la vedrei più una trascendenza. Fatte queste precisazioni dico che il futuro sarà fatto di tecnologia. Stiamo già vivendo l’era del superamento del concetto di umano, pensiamo alle aziende di robotica e al loro approccio verso le intelligenze artificiali, la cosa che ci separa dalla macchina è la coscienza, anche se ormai quel limite tra uomo e macchina è diventato veramente sottile. Tra 20 anni? Credo che la velocità con cui si svilupperà la tecnologia da qui a 20 anni viaggerà il doppio dei 20 anni precedenti, a questo punto è probabile che le due tipologie di design potranno un giorno fondersi tra le mani di un robot.

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  24. Caterina (L.)   6 Marzo 2020 at 11:17

    Personalmente penso che il coding sia fondamentale per il futuro e per la società di oggi.
    Penso sia utile inserirlo come materia di studio, perché insegna già ai piccoli una giusta interazione tra uomo/macchina.
    Anche se lo reputo uno dei miglior designer al mondo, non mi trovo d’accordo con l’affermazione di Philippe Starck, ovvero “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto”.
    Si, probabilmente fra vent’anni l’era tecnologica sarà ancora più sviluppata, ma non penso che essa possa sostituirci.
    Tra vent’anni, probabilmente riusciremo a fare cose che nemmeno oggi riusciamo a pensare, ma questo è solo grazie all’intelligenza umana.
    Per questo, appunto, è importante conoscere ed esplorare il coding, perché è un mezzo che potrà servirci a realizzare grandi cose ed ampliare le nostre conoscenze.
    Starck afferma che nel futuro saremo circondati dalle comodità necessarie, e allora mi sorgono due domande: al giorno d’oggi quindi da cosa siamo circondati? Non è forse la comodità una risposta del design?
    Mi sembra che la società di oggi sia già piena di comodità, e questo è grazie al design, perché design significa progettare, ricreare, migliorare, e di certo non si progettano oggetti non funzionali.
    I robot e la tecnologia non potranno mai sostituire l’essere umano, la sua esperienza e la sua percezione, perché è grazie all’esperienza che sorgono domande e starà all’uomo a trovare le risposte attraverso i mezzi che ha a disposizione.

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  25. Anna Chiara (L)   9 Marzo 2020 at 17:09

    Avendo letto l’articolo mi sono fatta un idea ben precisa riguardo all’argomento. Sono sicura che l’evoluzione, digitale informatica nel corso degli anni prenderà sempre più campo come già dimostratosi nell’ultimo decennio, il che è una cosa che ci piaccia o meno inevitabile. Penso che l’avanzamento digitale sia una cosa buona, importante, e che permetta di sfiorare sfere professionali lavorative mai raggiunte prima e di arrivare a livelli di perfezione sempre più alti (essendo questi “programmi” basati su regole matematiche algoritmi e dunque calcoli ben precisi). E fin qua ci siamo, nulla in contrario alla digitalizzazione nei vari settori anche in quello del design e delle sue varie ramificazioni. In fin dei conti è il normale evolversi delle cose. Di una cosa non sono assolutamente certa, che il Coding, ovvero questi processi matematici informatici possano sostituire il lavoro del designer, del creativo.
    Essendo macchine, da quali esperienze, sensazioni, emozioni possono prendere spunto per creare qualcosa che coinvolga emotivamente il fruitore? Che creino un legame con la mente, le parti vive di lui? Su cosa farà breccia il prodotto che ne uscirà fuori? sull’aspetto? Sul packaging? Ma poi tra l’altro questi aspetti non sono un passaggio sottinteso, sempre derivato dall’emozioni e dalle percezioni di chi lo crea?
    Il creativo grazie alle molteplici impressioni, grazie alla cultura di cui si nutre riesce a raggiungere una certa profondità nella sua creazione, ad arrivare al cuore ed ai sentimenti delle persone alle quali è destinato quell’oggetto/prodotto.
    Sono dell’idea che nel processo dell’evoluzione sia inevitabile un ruolo sempre più attivo da parte della tecnologia, ma credo anche che resti unicamente uno strumento del quale l’artista/creativo possa servirsi per creare e perfezionare il suo prodotto, il suo messaggio e non una “soluzione conclusiva” alla fase creativa.
    Penso che se un domani vivessimo in un mondo governato dalla robotica, dalla digitalizzazione, in un contesto dove l’anima umana venisse completamente repressa da questi processi matematici, se si iniziassero ad eliminare gli oggetti del design, che circondano il nostro quotidiano vivere, attraverso una semplificazione sempre più acuta, la specie umana avrebbe un esistenza limitata, ovvero; se si iniziano ad eliminare le cose che ci circondano create da un flusso interno di emozioni, che a sua volta generano nuove emozioni a chi le possiede, si passerebbe ad una semplificazione sempre più esaustiva e non solo negli oggetti che ci circondano ma in tutto ciò che ci circonda, fino alla non riproduzione, dunque all’estinzione del genere umano.Tutto questo, forse esagerato e catastrofico pensiero per dire che a mio avviso il Coding non sarebbe solo la morte del design, ma dell’intera specie umana, non fraintendetemi, non parlo del Coding in sé per sé, ma della sua eventuale applicazione senza mezze misure e senza l’intervento vivo dell’uomo.
    Credo e voglio sperare che il lavoro del creativo continui ad esistere ed ad animare le nostre vite, con gli strumenti della digitalizzazione come supplemento e mezzo per migliorare, ma senza il potere di assorbire completamente il processo creativo. Aggiungo che il Design negli ultimi tempi sta decisamente semplificando le sue forme, arrivandone appunto a una forma sempre più sintetica ma questo non significa che questo processo di semplificazione debba includere il fatto che sia una progressione verso l’annullamento del design stesso.
    Concludo dicendo che il creativo, e il suo lavoro non moriranno mai, ma si servirà del Coding , come strumento di semplificazione per raggiungere forme sempre più elevate ed efficaci, in fondo come siamo passati dai calcoli a mente alla calcolatrice, dalla scrittura manuale a quella elettronica, perché non aiutarci con processi digitalizzati per produrre gli oggetti che “allestiscono” e “riempono” le nostre vite?

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  26. Lorenzo LABA   11 Marzo 2020 at 22:05

    Leggendo il seguente articolo, posso dedurre che nella parte iniziale dell’articolo vengono citati due grandi artisti che affermano due importanti concetti. Il primo è quello che il design non esisterà più, frase errata secondo i miei gusti, poiché questo è sempre esistito, la società di oggi lo rende vivo ancora più di prima e la società del domani lo potenzierà ancora di più. Probabilmente ci sarà un processo di minimalizzazione del design, sia nel senso teorico che pratico. Come il design tutti i campi verranno digitalizzati oppure faranno parte di un “coding”, a parer mio. L’informatica probabilmente sarà l’estensione della mente del creativo, così da poter modificare senza limiti le proprie creazioni, concetto fondamentale di un’artista contemporaneo. Più che morte del design parlerei di una limitazione del design, in senso visivo..
    Una frase più corretta è quella che concerne l’idea di “dematerializzazione” dell’oggetto, che è molto lontana dall’idea della morte dell’oggetto. Per quanto riguarda il coding invece, che è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, cioè tutti quei processi mentali che mirano alla risoluzione di problemi combinando metodi caratteristici e strumenti intellettuali, sia di immenso contributo a tutti i creativi di oggi e del domani, alla società attuale e futura. Il coding a parer mio non sostituirà affatto il lavoro del creativo, poiché manca l’elemento principale che da sempre appartiene all’uomo e mai all’informatica: l’emozione, la creatività e l’esperienza. Concludo dicendo che possiamo teorizzare e basta quello che sarà tra 20 anni, alla fine non sarà mai quello che avremmo pensato… Alla fine anche 20 anni fa pensavamo che nel 2020 le macchine volassero, e la cosa mi pare totalmente diversa…Sbaglio?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Marzo 2020 at 10:55

      Cosa ne dici dei droni? Qualsiasi macchina se vogliamo può volare. Non è questa la funzione che può demarcare ciò che è umano da ciò che avrà l’impronta di qualcosa di artificiale. Chanel è stata un personaggio fondamentale per le caratteristiche tipicamente umane delle sue risposte alle sfide della vita, errori compresi. Non certo perché aveva o meno le ali.

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      • Lorenzo LABA   17 Marzo 2020 at 15:30

        Nella parte finale del mio commento volevo intendere di come il futuro non è certo come crediamo, certo ci sono macchine volanti come dice lei… i droni…. ma intendevo fare un esempio il più pratico possibile… parlavo di automobili, per intenderci… Il mio concetto era quello che non si può dare un commento preciso, giusto o sbagliato, di una condizione futura, sopratutto nel campo del design, o comunque sia quello artistico.

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  27. Lucia C (LABA)   12 Marzo 2020 at 11:35

    Lucia C (LABA)
    Al giorno d’oggi la tecnologia è sempre più importante, è parte del mondo in cui viviamo ed è un qualcosa che le generazioni successive erediteranno. Ma poniamoci sin da subito una domanda, quali sono le differenze tra informatica e pensiero computazionale?
    Innanzi tutto è necessario sapere che l’espressione ‘’pensiero computazionale’’ si intende un processo di formulazione di problemi e di soluzioni in una forma che sia eseguibile da un agente che processi informazioni. (Definizione di Jeannette Wing, direttrice del Dipartimento di informatica della Canergie Mellon University)
    Come si può ben notare nella definizione non è in alcun modo nominata la tecnologia. Il pensiero computazionale, e allo stesso modo il coding, possono essere anche indipendenti dalle tecnologie. Il loro scopo non è quello di ridurre il pensiero creativo umano alle modalità di un computer, ma serve a far capire all’uomo le capacità del proprio cervello.
    Il pensiero computazionale viene messo in atto attraverso il coding che può ssere realizzato attraverso strumenti visivi, ludici, didattici e tanto altro. Esso ci pone davanti dei quesiti o dei progetti da risolvere tramite istruzioni. Impariamo dalla nostra stessa esperienza commettendo e correggendo i errori e sviluppando così nuove capacità logiche e mentali che, a mio parere, sarebbero utili a ognuno di noi e non solamente alle nuove generazioni.
    Dunque non sono per niente d’accordo con l’affermazione che questo tipo di approccio possa limitare o addirittura eliminare l’immaginazione e la creatività.
    Il nostro mondo è da sempre soggetto a evoluzione. Nell’800 qualcuno avrebbe mai pensato che la moda si sarebbe trasformata da qualcosa di sartoriale in qualcosa di prodotto in serie (prêt-à-porter)? O pittori come Leonardo da Vinci avrebbero mai immaginato che nel nuovo secolo i dipinti avrebbero potuto essere realizzati tramite una tavoletta grafica o un computer? Io non credo. Eppure in questo modo la creatività non è in alcun modo stata scalfita o arrotondata, ma al contrario è stata data la possibilità a un numero maggiore di persone di potersi esprimere.
    Quanti nuovi designer vediamo oggi e quanti nuovi creativi che grazie all’avvento della tecnologia hanno trovato il loro modo di esprimersi. Chi non era in grado di disegnare manualmente ha trovato nel computer un nuovo mezzo di espressione; o chi non essendo artigiano e non essendo quindi in grado di realizzare oggetti di design ha trovato nelle tecnologie attuali nuovi metodi di progettazione.
    Non dobbiamo essere spaventati dall’evoluzione, non dobbiamo avere paura che il design scompaia o che la nostra immaginazione possa essere limitata in quanto i nuovi mezzi tecnologici creati non hanno l’eliminazione del pensiero creativo come fine ultimo, al contrario avranno il compito di spingere l’individuo aldilà dei suoi limiti mentali.

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  28. Damiano L   12 Marzo 2020 at 16:37

    Per iniziare mi concentrerei su fare chiarezza dal mio punto di vista sulle due affermazioni date da Starck e da Marchetti. Entrambi propongono l’idee questo futuro sulla creatività non più umano o non più per mezzo di una umanità, che lentamente verrà sostituita da un vuoto sia fisico (come gli spazi intesi da Starck) e uno mentale (mediante una serie di codici detti da Marchetti). Lasciando ben intendere che il tipo di approccio al lavoro muterà in punti in cui la nostra stessa spontanetà ed emotività verrà poi scaricata via da questi sistemi più “puri” (se così vogliamo intendere) senza la presenza del limite umano che siamo e che ci è stato fatto dono di essere. essendo il mio intento quello di concentrarmi nel futuro nel design del prodotto mi soffermerò maggiormente su questo rispetto a quello della moda (me ne scuso). Confermando per l’ennesima volta che il design nasce per dare risposte alle esigenze delle persone, cercando sempre un perenne collegamento fra l’umano (io e la persona – io e tu – tu ed io) di quello che sono i reciproci bisogni e desideri. Pertanto nel raggiungere questo scopo, noi futuri designer abbiamo il compito di seguire perennemente gli eventuali studi per rispondere alle domande che queste bisogni ed esigenze richiedono.
    Per tanto trovo immaginabile che il design e il suo futuro verra del tutto inglobato in quel pensiero asettico detto da Starck vi chiedo scuso, ma lo trovo che con quella definizione oltre alla fine del design ci possa essere la morte vera e propria di quello che è essere umani.
    Dopo una serie di ragionamenti posso affermare con certezza che il design è il mezzo per cui passiamo noi, in continuo cambiamento e allo stesso tempo, immersi nella costante evoluzione e creatività. In tutto questo devo far notare di essere d’accordo con il commento di Michela e di condividere molto di quello da lei scritto trovandolo molto di ispirazione.
    Concludo dicendo che il design non potrà scemare o omologare per poi spegnersi, ma anzi tutto il contrario dando origine a cose sempre più incredibili.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   16 Marzo 2020 at 09:12

      Sono d’accordo con Damiano. È ormai certo che ci sono software molto più potenti del nostro cervello a fare calcoli. Ma essere umani non è un algoritmo matematico. Anzi la maggioranza delle persone non si trova a proprio agio con i numeri e i calcoli. Per me il design ha più a che fare con la biologia, con il corpo, con le nostre esperienze.

      Rispondi
  29. Elena L   16 Marzo 2020 at 00:53

    Il coding essendo una programmazione informatica ed è una disciplina che ha come base il pensiero computazionale, permette di dialogare con i computer attraverso degli algoritmi. Senza dubbio sarà un sistema che verrà utilizzato nel campo del design perché aspira ad averne lo stesso scopo: ovvero quello di risolvere i problemi, attraverso dei codici. Il voler risolvere problemi, cercare le risposte non è, da sempre, lo scopo dell’uomo? Ecco che anche un qualcosa che ci appare diverso e lontano da noi, in fin dei conti ci assomiglia più di quanto immaginiamo. Il mondo digitale si intrufola sempre in qualche modo: o in parte o del tutto. Infatti ci sono molti stilisti che utilizzano soltanto il computer per la creazione e il disegno dei capi di abbigliamento. Tutti noi oggi ci esaltiamo per i loro aspetti positivi e ci dimentichiamo del resto, come se tutto ciò che è venuto prima smettesse di esistere.
    E questo è un po’ quello che vi è dietro i pensieri di Phlippe Starck, e di Marchetti. Nel settore della moda in effetti possiamo dimenticare la storia dell’haute couture per far spazio a questi nuovi stilisti e alle loro nuove invenzioni. Quindi possiamo dire in conclusione che il coding sia il protagonista indiscusso del secolo, su questo non ci sono dubbi. Ma non dobbiamo perciò eliminare o mettere da parte le emozioni, o soprattutto il design. Non si può prescindere dalle emozioni. E perciò, non si può prescindere dal design.
    Magari lo chiameranno design nudo, o coding design. Ma sarà pur sempre design. Penso non vi sia soluzione che tenga. La tecnologia oggi, fa parte di noi, è intrinseca con la nostra quotidianità, ed è inevitabile avvalersene. Possiamo dire che già oggi stiamo vivendo il superamento della tecnologia quindi come ogni era ci si chiede come sarà tra 20 anni il mondo?

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  30. ChiaraBLaba   16 Marzo 2020 at 10:11

    Considerando il designer, l’artista, lo scrittore, il poeta sullo stesso piano, si possono chiaramente distinguere due forze che spingano in due direzioni non per forza coincidenti. Da una parte il successo (o quantomeno la sopravvivenza) sul mercato risulta imprescindibile, d’altra parte per essere ricordato ai posteri non si può rinunciare alla ricerca dell’ideale del “bello” e del “buon gusto” avvicinando le proprie creazioni, se vogliamo, a qualcosa di ultra terreno.

    Durante un’intervista a Raf Simons, alla domanda posta su quale sia il ruolo odierno dello stilista, risponde mettendo in primo piano il processo creativo e sostenendo che ancora oggi il suo principale obiettivo deve essere quello di “creare desiderio”. Per lo stilista belga le questioni del marketing e l’imperativo assoluto di crescere hanno avuto la precedenza sulla sartorialità e sulla lavorazione artigianale, condannando i marchi ad una continua rincorsa commerciale. È proprio questo il problema odierno produrre in tempi rapidi per adeguarsi alle esigenze, ai gusti mutevoli dei consumatori.

    Le nuove donne e i nuovi uomini che vorranno entrare a fare parte del gotha artistico e culturale del nuovo millennio non dovranno per forza possedere grandi doti tecniche, ma essere in grado di sfruttare la tecnica e la tecnologia al servizio della propria sensibilità ed umanità. La macchina non toglierà spazio all’uomo, ma al contrario lo porrà ancora più al centro della scena per via delle infinite possibilità di esprimersi e dell’immensa complessità del mondo a venire.
    Già tante aziende, per scegliere le figure chiave all’interno dei propri organigrammi, prestano attenzione a esperienze non convenzionali, percorsi di studio umanistici, attività “extra-curricolari”.

    Non credo che tra vent’anni il mondo sarà come ha provocatoriamente predetto Starck. La mia idea è che la tecnologia possa fare gradi passi avanti, ma l’adozione dei nuovi strumenti da parte della maggioranza della popolazione, la quale si trova a dover affrontare altre questioni che esulano dal contesto informatico, rallenterà la visione del mondo del designer.
    L’uomo non può essere sostituibile, perciò quello che mi auguro per il futuro è che possa riconoscere i limiti all’importanza delle macchine e al contempo attribuire maggior valore alle azioni umane.

    Rispondi
  31. Chiara B. LABA   16 Marzo 2020 at 16:55

    Dopo aver letto il seguente articolo posso dire che questi due grandi designer parlano di concetti
    importanti che fanno pensare tanto.
    Sono del parere che l’affermazione di Philippe Starck, quando parla della “morte” del design, sia troppo eccessiva, in quanto il design da sempre viene sempre più potenziato, grazie ad aggiornamenti e a nuove ricerche, per questo sono dell’idea che il design non darà mai noia.
    Quando si parla di Coding, nuova lingua che permette di far dialogare computer grazie ad algoritmi, secondo me è uno strumento molto utile e valido, però bisogna stare attenti a non esagerare. Secondo me se si fa buon uso, è molto utile, anche perché in questi ultimi decenni, la maggior parte delle case di moda, hanno creato dei capolavori sperimentando nuovi materiali, nuove tecniche utilizzando tecnologie moderne. Mi permetto di citare una grande stilista come Iris Van Herpen in quanto sia stata la prima ad esplorare questa tecnologia nel mondo della moda e di creare capi spettacolari, con forme totalmente nuove, irraggiungibili in un modo tradizionale. Nelle sue creazioni combina il lavoro manuale con l’uso delle tecnologie innovative come ad esempio il 3D il quale fa rafforzare il suo stile. Il coding può aiutare a sperimentare nuove modalità di creazione ma non potrà mai sostituire la creatività del direttore artistico.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Marzo 2020 at 20:20

      Scusami tento Chiara, ma chi sono i due designer? Marchetti è un top manager, imprenditore e amministratore delegato. Grazie per la citazione di Iris Van Herpen, non sapevo fosse stata la prima ad utilizzare il coding. Controllerò con interesse.

      Rispondi
  32. Matilde L   17 Marzo 2020 at 15:51

    Nel momento in cui svolgiamo un compito in maniera logica, sulla base di regole di comportamento, stiamo eseguendo un codice di programmazione: il musicista che esegue un brano, un medico che effettua una diagnosi, un cuoco che prepara un piatto, un calciatore che esegue uno schema, stanno tutti eseguendo le istruzioni di un programma, stanno “facendo coding”.
    Non nego che il coding possa aiutare il desing, ma a mio parere non lo può sostituire. Questo perché il design sia industriale che della moda trasmette un emozione, esperienza sensoriale ma anche cultura, un valore aggiunto immateriale, che non può nascere sulla base di regole.
    “Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.”
    Proprio questo voglio affermare che quello che provava Coco Chanel, durante la realizzazione di un abito, come il bisogno di toccare, immaginare, fantasticare, sognare, lavorare direttamente sul corpo, ancora oggi sia fondamentale per il design e che tutto ciò non può essere sostituito nel tempo, dalla tecnologia, da una semplice programmazione.
    Perché che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni come colori, forme, composizioni e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer.
    Certo nasceranno stilisti, che saranno performanti nell’esplorare velocemente le infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate, ma che non saranno dominanti nella realizzazione dell’opera d’arte, perché proprio come l’arte, il design ha più definizioni, il design può essere arte, estetica, moda, tutto ciò che trasmette un emozione, un sentimento.
    Il design è così semplice e così complicato.
    Progettare un prodotto è progettare una relazione. – Steve Rogers – Quindi un algoritmo senza sentimenti non può realizzare design.
    Il mestiere che farò potrà durare a lungo?
    Alla fine di questa riflessione posso affermare che il mio mestiere potrà durare a lungo purché in quello che realizziamo nasca quella relazione tra sentimenti, emozioni e materiali.

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  33. Alberto L   18 Marzo 2020 at 12:38

    Mi fa sorridere scrivere questo articolo proprio in tempo di Covid-19, dove le distanze vengono divorate dall’etere per renderci tutti un po’ più vicini. Cercherò di utilizzare questa metafora, premettendo come le due dichiarazioni oggetto dell’articolo siano a mio parere delle provocazioni, che hanno delle solide fondamenta su cui poggiarsi, ma comunque provocazioni per rendere al meglio il concetto di quello che pare essere il futuro. Mi piace però immaginare gli autori delle dichiarazioni, seduti sui loro splendidi cessi o nei loro comodi divani o passeggiando tra gli alberi e le siepi dei loro giardini con i loro nasi spiaccicati sulla telecamera frontale intraprendendo videoconversazioni di lavoro o facendo quelli che potrebbero definirsi “aperitivi digitali” con i propri conoscenti, i propri amici. E me le immagino queste conversazioni in cui si parla di cose, di soldi, di situazioni nere in cui ci troviamo costretti a vivere oggi. Me le immagino. E potrebbero andare avanti ore e giorni, e li vedo ridere, scherzare, ubriacarsi, piangere, distrarsi e preoccuparsi. Mi piace poi pensare che si arriverà al momento dei saluti, al fatidico momento in cui, premendo il tasto rosso, la telecamera si spegne e… il pensiero è lampante e non ammette repliche: “si stava meglio al bar.”

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  34. Eleonora LABA   21 Marzo 2020 at 09:52

    La morte del design arriverà quando l’uomo si estinguerà, il design si evolverà come si evolverà l’uomo. L’uomo di adesso non è come l’uomo di 50 anni idem il design. Oggi massimo possiamo riprendere le forme, i colori e magari qualche oggetto rivisitato come il modo di vestire, riprendendo uno stile e rivisitarlo. Ai giorni nostri siamo così attaccati al passato che lo stiamo riportando alla moda. Non c’è nessuna morte solo evoluzione, ogni generazione di essere umani è diversa così come il design. Entrambi lasciano qualcosa in più in questo mondo. Non si sa in che tipo di forma o evento, ma lasciano una traccia. Ovvero quel punto in cui la prossima generazione può partire o semplicemente decidere di partire da un’altra parte. Siamo una specie, che come viene riportata nell’articolo nella parte del coding “non abbiamo compreso come realmente funzionerà gran parte della nostra mente” viviamo un momento in cui l’uomo per andare avanti deve ritrovarsi, è proprio dalla crisi che si vedono i veri sviluppi. In più dobbiamo ricordarci che la tecnologia l’abbiamo inventata noi e credo che sia l’unica cosa su questa terra di cui abbiamo il potere e possiamo decidere se fermarla oppure continuare a farla crescere. Alcune persone sono legate alla tradizione, alla fede altre allo sviluppo. Se ci sono buone fondamenta ci sarà un futuro migliore, e ritornando al design e al coding non c’è nessuna morte solo sviluppo e figure lavorative diverse da quelle di un tempo. E credo che Christian Dior e Coco Chanel non avrebbero mai acceso quel computer.

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  35. ELENA S. LABA   24 Marzo 2020 at 19:18

    Mi trovo fondamentalmente in disaccordo con le parole di Starck “Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie.” per diverse ragioni. Innanzitutto, perché il desiderio di possesso è uno degli stimoli fondamentali dell’essere umano. In un mondo capitalista come quello in cui viviamo, a maggior ragione, la facilità di acquisto e il marketing hanno facilitato l’accumulo di oggetti, al limite del collezionismo compulsivo. Il bisogno di possesso, ordine e conservazione sono delle tendenze che fanno parte dell’uomo naturalmente sin dall’infanzia. E queste tendenze danno sicurezza di sé e gratificazione, per questo è così difficile farne a meno: a livello psicologico, usiamo gli oggetti nuovi per costruire la nostra identità  e ne compriamo altri per sentirci coerenti. La nostra naturale tendenza è quella di accumulare e consumare di più, non viceversa. In più, il sistema economico capitalista sa servirsi di diversi mezzi per portare l’individuo a continuare a consumare. Per capitalismo si intende il sistema economico, dominante dalla rivoluzione industriale ad oggi, fondato sull’impiego di un insieme di denaro e beni materiali (il capitale) al fine di sviluppare le attività dirette alla produzione di beni, fornendo un profitto ai capitalisti, ovvero coloro che hanno impiegato il suddetto capitale.
    Un fenomeno comodo al capitalismo molto interessante, ad esempio, è l’effetto Diderot, un meccanismo secondo il quale quando acquistiamo qualche oggetto nuovo ciò che già possediamo ci appare improvvisamente vecchio e stonato. Questa sensazione (ben nota al marketing) ci fa cadere in una spirale consumistica che ci spinge a comprare altre cose nuove in cambio di quelle vecchie. L’espressione “effetto Diderot” trae origine da uno scritto intitolato “Rimpianti sopra la mia vecchia veste da camera” del filosofo Denis Diderot, nel quale racconta che un giorno ricevette in regalo da un amico una splendida veste da camera. Quando la indossò si accorse che stonava con i suoi indumenti usuali, facendoli sembrare vecchi e consunti. Fu così che cominciò a comprarne di nuovi per sostituirli e, sostituzione dopo sostituzione, arrivò perfino a cambiare tutto il mobilio della casa! E’ proprio questo che fa dell’effetto Diderot un meccanismo davvero comodo al capitalismo: la soddisfazione dei bisogni, per l’ essere umano, è un desiderio perfettamente naturale. Tuttavia, le persone tendono a cadere nella trappola psicologica dell’effetto Diderot, consumando sempre di più e comprando cose inutili, poiché bramano comprare sempre più cose nuove per sentirsi più ricchi, più belli, migliori.
    E’ anche vero, certo, che negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un ritorno tra le tendenze del minimalismo. Il minimalismo era stato di tendenza già una ventina di anni fa, ma oggi più che mai siamo testimoni di un suo ritorno. Allora come oggi ci troviamo in un’epoca di abbondanza, nella quale ci ritroviamo tutto a portata di mano. Ed è proprio in momenti come questi che prende piede l’idea che “less is more”. Oggi, ad esempio, vediamo in tendenza video e articoli di anti-haul, oppure di decluttering in stile Marie Kondo, che sembrano voler introdurre una tendenza di anti-capitalismo limitando i consumi. Ma questo alone anti-capitalista è soltanto un’apparenza, ed ecco perché:
    Il minimalismo che vediamo oggi nei social e nelle riviste è qualcosa che ci dice di smettere di spendere soldi per tanti articoli di basso costo, optando invece per pochi articoli, ma molto più pregiati e anche molto più costosi! Le influencer minimaliste spesso ci dicono cose di questo tipo: “Smettete di spendere soldi per tutte quelle cianfrusaglie di IKEA! con questo tavolo da 2000 $ fatto a mano da un artigiano in Scandinavia non avrai più bisogno di altri mobili per il tuo soggiorno!”. Questo atteggiamento, semplicemente, significa avere abbastanza disponibilità economica per potersi permettere di “investire” nel proprio guardaroba, arredamento, ecc. E’ un’altra forma di consumo evidente, un modo per dire al mondo “Guardatemi! Guardate tutte le cose che mi sono rifiutato di acquistare e invece i rari articoli incredibilmente costosi che ho ritenuto meritevoli!”. E anche in questo caso il rischio di cadere preda dell’effetto Diderot è dietro l’angolo. Insomma, l’attuale trend del minimalismo non sembra proprio essere un vero antidoto al capitalismo iper-consumista, ma piuttosto una sua variante decisamente più snob e costosa: il design, ancora, non è sul punto di morire. Senz’altro si sta evolvendo, come si sta evolvendo l’umanità stessa: è probabile che si stia andando verso un nuovo design di tipo concettuale, un tipo di design in cui il concetto ha più peso della materia (pensiamo ad esempio alla ghost chair, di Kartell). Possiamo credere in questo tipo di smaterializzazione, e in questo caso diamo credito a Starck, ma non penso proprio che l’ipotesi di spazi vuoti e di morte del design sia credibile, perlomeno per ora.

    Per quanto riguarda l’aspetto del coding, invece, trovo che la riflessione di Alessandro Marchetti sia davvero interessante.
    In effetti, senz’ombra di dubbio la codifica e l’alfabetizzazione con i codici possono essere considerate una delle competenze più importanti per le generazioni attuali e future. Molti hanno sostenuto che dovrebbe far parte di un curriculum nazionale alla pari con la lingua madre, le scienze e la matematica.
    Siamo circondati da dispositivi elettronici, che eseguono software e dipendono da codici di qualche tipo, ed il nostro mondo moderno dipende fortemente da Internet, con un mercato del lavoro che richiede sempre più conoscenze informatiche ogni anno che passa. Conoscere e saper usare il coding è quindi importante per guadagnarsi da vivere al giorno d’oggi, allo stesso modo di una buona conoscenza della grammatica, dell’ortografia e della numerazione.
    E’ quindi plausibile pensare che “la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica.”. A dire il vero, vediamo già alcuni casi in cui si potrebbe dire che questa ipotesi si sia già avverata. E’ il caso, per esempio, di Iris Van Herpen, una delle stiliste più in voga del momento. È considerata una dei precursori nell’utilizzo della stampa 3D come modo di creare vestiti, come sostituto o come aggiunta alla stoffa comune. Ha fondato il suo marchio personale nel 2010 e sin dagli esordi ha sempre cercato di sperimentare, di creare nuove forme e di provare nuovi materiali. Pensiamo ad esempio alla sfilata primavera-estate 2018/19, tenutasi presso la Galerie de Minérologie et de Géologie, all’interno della quale Iris ha presentato la collezione di abiti “Foliage Dress”. Il risultato è una collezione di abiti fluenti dai colori marroncini e verdi pastello. Gli abiti della collezione non sembrano i classici abiti plasticosi realizzati con la tecnologia 3D. Infatti è stato realizzato attraverso un nuovo metodo di stampa 3D ibrida, lanciato da Van Herpen in collaborazione con un team di scienziati dell’Università di tecnologia di Delft, nei Paesi Bassi. La particolare tecnologia ibrida ha permesso alla stilista di creare sottili variazioni nel colore e nella trasparenza di materiale. L’abito ha richiesto oltre 260 ore di stampa e 60 ore di lavoro manuale per essere completato. E’ evidente che il lavoro della stilista è basato proprio sull’uso e sulla comprensione delle nuove tecnologie e necessiti dunque di una buona conoscenza del coding.
    Inoltre, interpretando in un altro modo le parole di Marchetti, potremmo ricondurre la sua affermazione alla creazione e allo sviluppo delle intelligenze artificiali. Dati i continui cambiamenti nella moda e nel design, i brand devono essere costantemente al passo con le tendenze più attuali e prevedere le preferenze dei consumatori per la prossima stagione. Tradizionalmente, i rivenditori basano la loro stima delle vendite dell’anno in corso sui dati dell’anno precedente, ma si tratta di un metodo non sempre accurato poiché le vendite possono essere influenzate da innumerevoli fattori. E’ proprio qui che entrano in gioco le intelligenze artificiali: infatti gli approcci basati sull’intelligenza artificiale per la proiezione della domanda possono ridurre gli errori di previsione fino al 50 percento. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per assistere i progetti o per prevedere varie tendenze. E’ eccezionale la rapidità con cui i designer si adattano all’uso di queste nuove tecnologie scoprendo sempre nuovi modi per rivoluzionare i loro progetti per ottenere risultati straordinari. La recente collaborazione di Tommy Hilfiger con IBM e FIT (The Fashion Institute of Technology) è una grande mossa verso un nuovo mondo della moda che lega la tecnologia dell’intelligenza artificiale al design.
    Con il progetto chiamato Reimagine Retail, l’obiettivo di IBM era offrire uno strumento in più al settore della moda, per andare incontro alle esigenze di stilisti in carne e ossa e delle aziende, che si trovano a dare risposte in tempi sempre più brevi ai consumatori e ai loro gusti che cambiano. IBM ha lavorato unendo l’intelligenza artificiale al lavoro degli studenti in una procedura di progettazione basata sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per capire le tendenze del settore della moda in tempo reale. L’intelligenza artificiale ha analizzato 15 mila immagini di prodotti Tommy Hilfiger, circa 600 mila immagini di ciò che è stato portato in questi anni sulle passerelle, e quasi 100 mila tipi di tessuti. Dopo una veloce rielaborazione, è stata in grado di creare colori, stampe e modelli nuovi che potrebbero ispirare i disegni degli studenti.
    “Come marchio, — scrive Avery Baker, direttrice del marchio Tommy Hilfiger, sul blog di IBM – siamo interessati a spingerci oltre i limiti di ciò che è possibile e puntiamo sulla forza dirompente dell’innovazione”. Questo progetto è una ulteriore conferma di come tecnologie di intelligenza artificiale possano essere usate con successo per accrescere le capacità umane.
    Un altro progetto interessante che combina tecnologia ed estro creativo umano è quello di Huawei, che ha usato i chipset e gli algoritmi montati sul suo ultimo smartphone top di gamma, il P30, per il progetto “Fashion Flair”, con lo scopo di dare vita ad una collezione di moda originale ed unica partendo dagli input generati dall’intelligenza artificiale. Insieme ad un’equipe di sviluppatori italiani, Huawei ha creato l’app “Fashion Flair”, che è stata addestrata con decine di migliaia di iconiche immagini di moda degli ultimi 100 anni. L’applicazione, utilizzando la doppia unità di calcolo neurale (NPU) presente all’interno dei dispositivi, è così in grado di creare una proposta di outfit seguendo gli input e i filtri impostati dal designer.
    Una volta rielaborate queste informazioni, l’applicazione restituisce una serie di proposte di outfit, potenzialmente infinite, che rappresentano un punto di partenza da cui iniziare il disegno di un capo, uno spunto ulteriore per il processo creativo dell’artista, che lo completerà poi con il suo tocco.
    In definitiva, è evidente che ci stiamo muovendo nella direzione individuata da Alessandro Marchetti, anche se devo dire che trovo molto più plausibile l’idea di un mondo in cui l’uomo – il fashion designer in questo caso – è aiutato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale nello svolgimento del suo lavoro, come negli esempi discussi sopra, piuttosto che uno scenario in cui l’intelligenza artificiale ha il monopolio sulla creazione di moda, perlomeno per quanto riguarda il prossimo futuro.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   27 Marzo 2020 at 13:19

      Intervento autorevole e intelligente che mi ha indotto alcune riflessioni.
      McCracker propose l’effetto Diderot verso la fine degli anni ottanta. Aldilà della etichetta verbale io credo che intendesse modellizzare un processo formato da quattro fasi: a. Di solito compriamo oggetti secondo una logica e/o uno stile coerenti; b. Quando nella nostra nicchia estetica privata entra un nuovo oggetto incoerente con la serie di somiglianze di famiglia che danno ad essa (alla nicchia, voglio dire) una logica, percepiamo qualcosa che non va, percepiamo l’inquietudine causata dalla rottura del contesto armonioso nel quale viviamo e interagiamo; c. Spesso succede che, dopo (a) e (b) sentiamo una forte spinta interiore per ripristinare un nuovo ordine; d. Per fare questo, siamo costretti ad effettuare nuovi acquisti. A questo punto possiamo facilmente perdere il controllo e avviarci ad una spirale di consumi.
      Più o meno è quello che capitò al filosofo D.Diderot, utilizzato da McCracker per categorizzare il suo modello di comportamento al consumo, brillantemente ricordato da Elena nel suo script.
      La domanda ora è: quali sono i limiti di questo modello oggi? La metto giù così: da almeno vent’anni parliamo di consumi trasversali. All’inizio sembravano una anomalia poi si sono trasformati in “fatti o azioni” dominanti.
      I consumi trasversali sono un mix e remix di tendenze, stili, qualità, incoerenti, eterogenee, disarmoniche (faccio un esempio personale: oggi ho raggiunto il mio ufficio vestito con una elegantissima giacca di velluto bordot fatta a mano da uno dei più bravi sarti bolognesi, indossata con una tuta H&M e una felpa militare di seconda mano, scarpe da montagna. Piove, quindi ho messo in testa un cappello da pescatore di plastica gialla che ho visto indossare da pensionati pescatori dalla faccia ustionata dal sole a Portoferraio (probabilmente l’ho comprato lì, anche se non lo ricordo: se avessi visto per strada, vent’anni fa, una persona vestita in questo modo avrei pensato che poverino non era del tutto a posto).
      È chiaro che coerenza e armonia sono state narcotizzate. Di conseguenza anche l’effetto Diderot perde di efficacia. Ho inventato l’effetto Arcimboldo per modellizzare l’attuale nostra disposizione a scegliere incoerenza, asimmetrie, imperfezioni, disarmonie. Ovviamente non viene esclusa la spirale consumistica. Ma almeno l’eventuale nuovo oggetto non annulla la presa di tutti gli altri.
      Questa propensione all’effetto Arcimboldo (penso ai Millennial) rafforza la percezione di libertà espressiva e nello stesso tempo autorizza a dare sempre più importanza al coding, ovvero ad una sterminata creazione di una molteplicità di oggetti, look, sperimentazioni di stilizzazioni.
      Quindi, penso, esattamente il rovescio di tutto ciò che possiamo ancorare al Grande Stile come è stato il fenomeno Chanel.
      Da queste considerazioni, saltando dei passaggi dal momento che mi è venuta voglia di farmi un caffè, arrivo a pensare che il coding non c’entra nulla con le scelte creative di Coco e, proseguendo il ragionamento, l’evento storico Chanel non possa essere trasformato in un algoritmo.
      La mente di Coco non era un computer. La nostra mente non è un computer. Un computer non ha una mente ma un software e può funzionare solo se una mente lo istruisce e lo alimenta con dati.
      Sto forse dicendo che il coding non serve a nulla? No! Probabilmente diverrà uno standard come in passato lo era il sistema carta-matita-forbici. Ma da qui a farne la conditio sine qua non della creatività e del colpo estetico epocale, ce ne passa…Elena, mi hai fatto venire altre idee, ma ora ho bisogno di caffè. È il mio modo di reagire al virus di merda che sta alterando i ritmi quotidiani. Uso la tecnica di starmene il più possibile incazzato come antidepressivo.

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  36. EsmeL   27 Marzo 2020 at 01:59

    Secondo me il coding al giorno d’oggi è già un tipo di linguaggio e se non si viene a conoscenza si risulta come una persona intellettuale, figuriamoci nel futuro cosa può essere il termine coding.
    Notiamo che i bambini del giorno d’oggi non sono come i bambini di una decina di anni fa, ovvero l’infanzia del giorno d’oggi è tutta basata sui social,al contrario dei contatti che si avevano con i giocattoli e il rapporto che si aveva con i genitori. Al giorno d’oggi tutto ciò non esiste quasi più , perché oggi un bambino vive la sua quotidianità in modo differente passando il proprio tempo sul telefono o sul iPad. A parer mio il coding può avere dei lati positivi ma anche negativi: quello positivo consiste nella semplificazione di tantissime cose quindi di conseguenza rende la vita più immediata, mentre quella negativa è che a mano a mano che il coding diventa il protagonista noi diventiamo più pigri ovvero in una visione futuristica a pensar di esercitare forza saranno i robot e non sentiremo più quell’emozione nel provare a far un abito sopra ad una modella come Coco Chanel . Diventeremo associali senza contatti diretti con le persone ma sempre di più tramite i social e altre tecnologie. Inoltre sono imparagonabile un abito cucito, ricamato a mano e un abito industriale, a parer mio quest’ultimo non ha caratteristiche personali e non può trasmettere le stesse emozioni di un abito artigianale, bensì è più scienza e tecnologia.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   30 Marzo 2020 at 11:52

      La tua visione è piena di buon senso. Mi hai fatto ricordare un episodio della mia infanzia. Ogni settimana mia madre mi portava a casa di una sua grande amica, Mentre facevano conversazione, noi bambini dovevamo giocare e ovviamente stare buoni. I figli dell’amica erano stati addestrati a giocare al Lego, perché così sarebbero diventati più intelligenti. Io mi rompevo le palle con il Lego e quindi presi l’abitudine di portarmi dietro i miei soldatini preferiti. Quando mia madre scoprì che invece del gioco “intelligente” avevo coinvolto i miei coetanei in fantasiose avventure tra cattivissimi indiani e eroiche giacche azzurre, mi sgridò di brutto: non diventerai mai intelligente, diceva, i tuoi stupidi giochi sono privi di logica, sono inutili, diventerai cattivo…Guarda come sono bravi invece X e Y! Ma io tenni duro e quei pomeriggi finirono presto. Probabilmente l’amica non voleva che i figli venissero contaminati da giochi sanguinari o qualcosa del genere (non voleva nemmeno che guardassero la televisione). Sono passati tanti anni e devo dire che oggi mi dispiace di aver contribuito alle frustrazioni di mia madre. Potevo facilmente fare finta che mi piacesse il Lego. Però posso dire che X e Y non sono diventati de fenomeni. Tutt’altro credo.
      Cosa voglio dire con l’apologo che ho tratteggiato? l’urgenza del mondo dei grandi di far sì che i bambini siano più intelligenti c’è sempre stata. Oggi al posto del Lego troviamo il coding. In un mondo digitalizzato sembra una scelta formativa obbligata. Ma siamo sicuri che diventeranno più intelligenti? E poi mi rode un’altra domanda: è proprio il coding il problema per le prossime generazioni di adulti? Non sarà il riscaldamento climatico? Perché non esistono ancora moduli formativi che addestrino i bambini a prepararsi ad affrontare problemi la cui posta in gioco è vivere o morire?

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