Il coding e la morte del design

Il coding e la morte del design

Alcune dichiarazioni inerenti il design di due grandi protagonisti del nostro tempo, recentemente apparse su quotidiani nazionali, hanno attirato la mia attenzione.

La prima che vi presento è di Philippe Starck, senza dubbio uno dei designer più influenti attualmente in circolazione.

Alla domanda posta dalla giornalista Stefania Cubello, come immagina il futuro del design?, Philippe Starck risponde: “in meno di vent’anni il design non esisterà più. Vivremo in spazi vuoti dove la maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento, l’illuminazione e la musica inseriti nelle pareti. Se devo immaginare come saremo penso a esseri nudi circondati dalle comodità necessarie. Diventeremo spiriti, pura intelligenza, e raggiungeremo uno dei nostri obiettivi, diventare Dio. Le parole chiave in questo momento per me sono Dematerializzazione e Bionismo e interessano ogni mio progetto” (la Repubblica, 13 dicembre 2019, Così parlò il profeta Philippe).

Vi presento ora la seconda dichiarazione. Il protagonista è Alessandro Marchetti, uno dei nostri top manager/imprenditori meglio posizionati per parlare con cognizioni di causa del domani.

Philippe Starck

Alla domanda, come vede le future generazioni tra 20 anni, risponde: “Sono convinto che la prossima Coco Chanel sia già nata e sarà una programmatrice informatica. Il coding è come parlare una nuova lingua, come non si può prescindere dalla lingua inglese oggi, non si potrà fare a meno di conoscere il linguaggio della programmazione domani” (intervista di Valerio Baroncini, Il Resto del Carlino, 13-12-2019: Mister Yoox, perché assumo giovani talenti).

A suo tempo, subito dopo aver letto le interviste che contenevano le citazioni sopra riportate, ebbi un insight di pensiero nella forma di domanda che, come l’après coup (a colpo avvenuto) di lacaniana memoria, ovvero una riformulazione di qualcosa che mi aveva scosso, vi traduco in questi termini: esiste una struttura di senso che connette le due dichiarazioni? Vi confesso che come risposta pensai immediatamente alle conseguenze del dominio attribuito al paradigma della digitalizzazione dei processi creativi, produttivi e di consumo. Lo spazio svuotato di oggetti (reali) e il riferimento all’essere “nudi” di Starck mi proiettarono di colpo tra le narrazioni sulla domotica, sulla Realtà Aumentata di ogni cosa o processo, sbandierate con la prevedibilissima enfasi da chi ha interesse a venderci l’illusione di un mondo perfetto, manipolando la moltitudine di creduloni che del paradigma digitale si ostinano a vedere solo le promesse di leggerezza, maggiore entertainment e libertà.

Naturalmente, non posso nascondervi che tra i pensieri in me suscitati a cascata dalle parole delle interviste in oggetto, ci fosse l’impressione della coglionata totale. Da quando Roland Barthes verso la metà degli anni 70 del 900, pubblicò “La morte dell’autore”, è di moda tra gli intellettuali e artisti parigini dichiarare “morto” o giù di lì, qualsiasi discorso (o personaggio) venuto a noia. Philippe Starck, nato e residente a Parigi, anche se attualmente vive più in Portogallo che in Francia, è il più intellettuale tra i designer che ammiro e quindi il sospetto che nell’intervista esibisse una tipica figura del discorso di stampo parigino mi è venuta spontanea.

Aggiungo che, se osservo per esempio gli Yacht disegnati per il magnate russo Andrej Meinichenko, tutta questa dematerializzazione proprio non la vedo. Il suo design sembra inspirarsi piuttosto alle modernissime navi militari.  Anche nella barca disegnata per Steven Jobs non confonderei affatto l’effetto di mimetismo marino e il minimalismo estetico ipertecnologico con l’idea del vuoto dematerializzante. Comunque sia, guardando i suoi yacht e le sue creazioni Kartell ( per esempio: la trasparenza della sedia Ghost, evoca certo la dematerializzazione ma non cancella l’impronta dell’oggetto) io non penserei mai a prenderli come un sintomo della morte del design. Piuttosto penso il contrario cioè alla sublimazione delle funzionalità di base, ottenuta attraverso l’estetizzazione integrata con le dimemensioni pregnanti degli elementi dell’oggetto/dispositivo (forme, contorni, colori…e il loro montaggio). Se usiamo come bordo di appoggio per la comprensione del suo stile, la nota formula dell’architetto Louis Sullivan “La forma segue la funzione”, in circolazione tra gli addetti ai lavori da 1915, o giù di lì, direi che per Starck e tanti altri suoi colleghi, potremmo correggerla in: “La funzione viene trasfigurata dalla forma” intendendo con questa espressione il potere del design di intensificare l’ingaggio emotivo con l’oggetto per renderne pregnante l’uso. Trasfigurata non significa negata, bensì messa al servizio dell’oggetto (per fornirgli una identità anti-fragile) secondo i principi della forma di ingaggio percettivo che Gibson avvicinava con il concetto di Affordance. Oppure, se volete dirlo con un’espressione oramai calata tra il senso comune, il design (sia industriale che della moda) deve produrre un valore aggiunto immateriale, orchestrando funzioni, esperienze sensoriali e culturali ancorabili all’oggetto, secondo un registro polarizzato dallo stile di vita del momento.

Per farla breve, ho sempre considerato Philippe Starck un magistrale interprete di trasfigurazioni e prendere atto della sua metamorfosi in profeta della prossima purificazione del design mi ha dato le vertigini (si fa per dire, of course). Anche se nella citazione parla di bionismo, dunque di un design che prende ispirazione dal corpo, le sue parole mi hanno evocato il esattamente il contrario. Per esempio il design sterilizzato di edifici, interni e costumi del mieloso ma intelligente film di fantascienza Equals, del regista Drake Doremus: un futuro nel quale provare emozioni sarà un crimine, il contatto tra corpi rigorosamente proibito, nessuno racconta barzellette, nessuno ride, nessuno tromba. Ebbene il lavoro degli scenografi e dei costumisti del film mi è sembrato la traduzione in immagini della profezia di Starck ovvero uno scenario ecologico talmente puro, pulito, sgrassato da ogni pulsione umana da risultare angosciante. E, per fortuna, improbabile.

Alessandro Marchetti coding
Alessandro Marchetti

Tuttavia, è chiaro che, spostando il discorso sull’evaporazione del design in avanti di vent’anni rispetto al 2019, Philippe Starck può far sembrare tutto quello che dice vagamente plausibile. Anche le coglionate.

Per quanto riguarda il coding e la Chanel informatica di Alessandro Marchetti, le mie perplessità assumono sfumature leggermente diverse.

Se il nostro geniale top manager, con quelle parole, intendeva enfatizzare le virtuosità operative che il fotonico tip tap algoritmico del computer, tradotto sullo schermo in figure tratte da smisurate banche dati di immagini, figure manipolabili, assemblabili, contestualizzbili, quasi senza limiti…se voleva dire  che questi programmi possono aggiungere alle pratiche del design opportunità tutte da esplorare, allora siamo fondamentalmente d’accordo. Sia nella fase di formazione che nel lavoro, l’integrazione tra protocolli tradizionali e competenze digitali, è una sfida che dobbiamo raccogliere.

Coding significa “programmare”. Il fatto che vi siamo software che per potenza di calcolo possono rendere più veloci e vari gli assemblaggi di forme, colori, taglie implicati nella configurazione di un pattern di moda o di ciò che una volta chiamavamo look, è ben conosciuto dagli addetti ai lavori e, suppongo, utilizzato nelle fasi di progettazione di una collezione o semplicemente di un elemento e/o forma dell’abbigliamento piuttosto che l’altro. Probabilmente nell’attuale processo realizzativo della moda non è ancora una tecnica dominante. Probabilmente dalle scuole di moda che da tempo hanno implementato tra le materie formative il coding, usciranno stilisti che oltre a saper disegnare e costruire un abito, saranno performanti nell’esplorare velocemente le pressoché infinite composizioni espressive rese possibili dall’incrocio di banche dati e le operazioni permesse dalla manipolazione di forme digitalizzate. Non trascurerei inoltre l’impatto della dimensione Game del coding, per dirla con il bel libro di Alessandro Baricco ( The Game, Einaudi, 2019), ovvero il passaggio dal sistema uomo-matita-forbici a quello uomo-tastiera-schermo con tutte le mutazioni che lo scrittore elenca; anche se, vorrei aggiungere, la fiducia anticipata nelle nuove tecnologie digitali, più che una reazione della prima generazione di informatici alle tragiche brutture novecentesche ipotizzata dall’autore, oggi, soprattutto per i più giovani, a me sembra implicare soprattutto fascino di una creatività diffusa, libera, leggera, inarrestabile, immune alle critiche. Il mito emergente di Fashion Game praticamente infiniti, veloci, senza altri confini che non siano i Big Data raccolti dalle aziende e operativizzati dai dispositivi informatici, i cui algoritmi forniranno metriche ad hoc sullo stato del desiderio degli internauti, lo possiamo facilmente riconoscere nella sopravvalutazione dei blogger di moda e nell’adesione acritica alle logiche dei social da parte di manager che in pochi anni sono passati da un atteggiamento prudente a una fervente adesione a tutto ciò che assapora di virtuale.

Sappiamo tutti che le fasi fortemente innovative legate a un nuovo paradigma tecnologico presuppongono forti dosi di visionarietà e una certa noncuranza sulle conseguenze negative che potrebbero incrinarne l’espansione.

Se le parole di Marchetti intendevano enfatizzare l’inarrestabile “rivoluzione” provocata da Internet, tale per cui sarà molto più divertente studiare moda e, sul lavoro, molto più veloce e piacevole simulare look attraverso il coding, mi sento di aderire alle sue argomentazioni. Se voleva dire che oltre allo studio dell’Arte, dei fenomeni culturali, della storia della moda, l’allenamento per padroneggiare tecnologie digitali, farà parte della cassetta degli strumenti utile per trovare lavoro, sono senz’altro d’accordo.

Ma tuttavia, l’affermazione “la prossima Chanel è già nata e sarà una programmatrice informatica” può essere interpretata anche come una sorta di misticismo tecnologico dove al posto del fashion designer come soggetto creativo che, a suo modo e con i suoi mezzi, cerca di dare risposte socialmente e culturalmente innovative al suo tempo, in sua vece dicevo, troviamo il tecnico programmatore che trasforma l’atto creativo in un gioco sempre più condizionato dalla potenza algoritmica del dispositivo e dei software che la rendono spendibile (e aziendabile).

Ma giunti a questo punto, la creatività dove sarebbe collocabile? Verrebbe da rispondere: nella macchina o computer, ovviamente, non solo perché è più potente ma anche per il fatto che in ultima istanza velocizza processi che sono comparabili con quelli che ritroviamo (molti più lenti e limitati) in scala umana, senza le imperfezioni o i corto circuiti di una mente (e del suo sostrato biologico, cioè il cervello).

Quindi, seguendo l’interpretazione hard dell’affermazione di Marchetti, in un certo qual modo il coding annuncerebbe la fine del fashion design (così come l’abbiamo conosciuto).

Mi chiedo: è questa la dimensione della creatività che fa la differenza e che serve alle aziende moda per sentirsi protagoniste?

Rispondo prendendo come esempio la fashion designer citata dal top manager. Coco Chanel non sapeva o non amava disegnare. Creava le sue forme direttamente sul corpo delle modelle, lavorando con mani, spilli, forbici, mettiamoci pure qualche tratto di gesso e poco altro. La sua immaginazione aveva bisogno di sentire il corpo, di toccarlo. Questo ingaggio percettivo era fondamentale per materializzare l’idea o concetto moda che gesto dopo gesto veniva a realizzarsi in una forma.

Il suo autorevole collega Christian Dior, invece, era pazzo per il disegno. Qualche mese prima delle sfilate, si ritirava in campagna e in poche settimane come divorato da una febbre estatica, produceva centinaia, migliaia di schizzi che progressivamente convergevano sul tema prescelto.

Bene, immaginiamo di poter raggiungere entrambi con una macchina del tempo, per consegnare a essi un computer e i software per il coding. Immaginiamo anche che per magia comincino a farli girare senza problemi, sfruttandone le enormi potenzialità. Potremmo sostenere che il loro ruolo storico nella moda sarebbe rimasto inalterato? Personalmente ho molti dubbi. Non credo che la loro mente avrebbe retroagito agli stimoli della macchina allo stesso modo rispetto alle percezioni che discendono dal contatto col corpo o attraverso la mediazione del disegno. Bisogna capire che c’è una grande differenza tra l’esplorazione di un numero potenzialmente infinito di variazioni (di colori, forme, composizioni etc. etc…) e la creatività che siamo soliti attribuire a un bravo stilista o designer. Capita spesso di leggere nelle interviste a grandi stilisti frasi del tipo: io non disegno abiti bensì prefiguro stili di vita, emozioni, sogni. Non sono sicuro di capire fino in fondo cosa significhi. Ma sospetto che vogliano dirci qualcosa di simile a questo: prima di progettare e poi costruire una forma, devo compenetrarmi con qualcosa che trascende ogni cosificazione o performance tecnica, nel senso che rappresenta una mia esperienza mentale connessa al problema che devo risolvere cioè come vestire un corpo che sente, desidera, può emozionarsi.

Da questa connessione tra corpi in stato di attesa (chiamateli pure consumatori) e menti creative che li osservano trasfigurandoli o correggendoli, emerge il fenomeno della valenza emergente di una forma, che conferisce preferenze per certi concetti o idee moda piuttosto che altre.

Quanto di tutto ciò può essere incapsulato in un algoritmo (sistema di calcolo)? Può una programmatrice informatica solo con il coding simulare grazie a sofisticati programmi la complessità delle esperienze che chiamiamo vita, dalla quale discende lo strano ordine estetico che si impone nella mente di un creativo di primo livello? Io credo di no. Tra l’altro pur avendo scoperto tantissime cose, non abbiamo ancora compreso come realmente funziona gran parte della nostra mente, e quindi figuriamoci se ha senso postulare una creatività in scala umana (sensazioni, percezioni, emozioni umane) dominata da programmi informatici.

È chiaro che il coding è una tecnica che può promettere notevoli performance. Ma non potrà mai di per sé donarci una Coco Chanel, a meno che a un certo punto la programmatrice informatica spenga il computer per fare altre cose del tipo, leggere libri, visitare musei, andare al cinema, a feste, vedere persone, provare emozioni, trovarsi un fidanzato, perderlo etc. etc.

Vorrei fosse chiaro che stimo moltissimo Alessandro Marchetti soprattutto perché lo ritengo persona di rara intelligenza. E quindi immagino che non negherebbe mai le ultime mie parole. Darebbe per scontato che il coding è solo un mezzo per un fine più sofisticato per il quale sinora le macchine non possono accedere (e infatti, come Starck, sposta il discorso avanti di vent’anni). Ma è anche vero che ciò che ho chiamato interpretazione hard delle sue parole, ci annuncia la fine dello stilismo come l’abbiamo vissuto nell’ultimo mezzo secolo e merita di essere esplorata.

Il problema che pongo quindi non è correlato alla validità del coding come innesto formativo per futuri stilisti e tecnica di progettazione, bensì se “l’effetto Coco Chanel” ovvero se uno stile creativo capace di cambiare e allo stesso tempo compenetrarsi con le aspettative del proprio tempo al punto di cambiare la disposizione delle donne più influenti del periodo, può essere affrontato con metriche estetiche dominate da una macchina algoritmica.

Molto di quello che sappiamo della nostra mente suggerisce il contrario. Ma è soprattutto quello che non sappiamo ancora (es.: perché esiste la coscienza?  A cosa serve? Cosa ci guadagna il cervello a far emergere una mente creativa?) a confermarci che il design che cambia la vita delle persone non è programmabile nel senso del coding, ma dipende da tratti umani che difficilmente un algoritmo potrà emulare. Forse ci arriveremo, ma allora la nuova Coco Chanel non sarà affatto una programmatrice informatica. Sarà un robot, una replicante, una AI che sentirà, percepirà, si emozionerà come tutti noi. Ma a questo punto sarà umana e farà parte della nostra vita. Quindi parole e riflessioni come quelle che avete appena letto, non avranno più senso.

 

Addenda

Il testo era in origine la parte introduttiva di una mia lezione al LABA (libera Accademia Belle Arti) di Rimini. Nello sviluppo delle mie lezioni di “Teoria della Percezione” per designer e stilisti, stavo per inaugurare il debodamento dell’ingaggio percettivo nei territori delle Neuroscienze. Mi sembrava opportuno proporre ai miei perspicaci studenti una riflessione sul futuro della loro professione. Esasperando l’interpretazione delle parole di Starck e Marchetti, ai quali chiedo umilmente scusa, ho immaginato di favorire il dialogo in aula. In quel preciso momento più che “apprendimento” avevo bisogno di stimolare il sentimento di partecipazione dei presenti.

L’attivazione di un dialogo in aula è, tra le altre cose, una tattica utile per stimolare l’attenzione, che considero fondamentale per la didattica. Lo so è una banalità. Lo sanno tutti, anche i prof più sgangherati. Chiunque si trovi impegnato nella presentazione di “qualcosa” davanti a un pubblico, impara subito che senza l’attenzione, le parole che con fatica ha preparato, galleggeranno nel vuoto e il loro posto verrà subito occupato da sbadigli, dalla noia, da gesti imprevedibili come grattarsi da qualche parte. In un’aula la situazione risulta ancora più compromessa: immagino sia piacevolissimo fuggire dall’indottrinamento, vagabondando nei social con il proprio smartphone o nascondensi dietro il portatile, senza che il prof del momento possa farci nulla. Senza l’attenzione, il processo di apprendimento non può funzionare. Ma vorrei farvi notare anche quanto risulti difficile pensare e analizzare l’attenzione. È difficile trovare teorie, libri, che ne illuminino i concetti operativi e suggeriscano pratiche efficaci. Mi sono fatto l’idea che, in aula, il modo migliore di approcciarla è mettersi in gioco e mostrarla. Quindi, per ritornare al contenuto del mio script, l’interrogarmi sui possibili significati delle estrapolazioni in oggetto (le citazioni), aveva la metafunzione di mettere in scena l’attenzione al lavoro interpretativo, compresi i limiti o se volete le cazzate che rischiamo di dire quando cerchiamo di afferrare con le parole un mondo di fatti di natura complessa. L’idea di fondo è molto semplice da capire: osservare l’implume bipede parlante che chiamiamo prof., brancolare nei dintorni di “oggetti cognitivi” senza la protezione del programma didattico, è percettivamente divertente e quindi stimolante. Qualche volta può succedere che nasca il desiderio di partecipare. A questo punto l’attenzione, da quella pre-emozione che era all’inizio, può  divenire una specie di lampada capace di illuminare sempre più spazio intorno a sè. Mi piace pensare che, in quel preciso momento, grazie alla mente/lampada, tutto ciò che si inscriverà nel territorio mentale illuminato dall’attenzione, possa avere la consistenza che attribuiamo ai veri processi di apprendimento.

Lamberto Cantoni

28 Responses to "Il coding e la morte del design"

  1. luc97   7 Febbraio 2020 at 08:49

    Nel design che conta l’estetica deve scontrarsi con la funzione. Altrimenti il manufatto risulta banale. Un minimo di distorsione ci deve essere. Il corsetto o la crinolina non erano di sicuro funzionali eppure per decenni sono stati un assoluto per le donne. Gaudì non ha pensato primariamente alla funzionalità dei suoi edifici. Eppure continuano ancora ad essere abitati. Cosa sarebbe Barcellona senza di essi? Leggendo l’articolo mi è venuto in mente che tutto ciò che è funzionale può essere tradotto in algoritmi, tutto ciò che percepiamo come estetico no! non è solo matematica. Perché? perché l’estetica è un sentimento che provano gli uomini e non le macchine. Quindi, secondo me, il futuro robot creativo potrà solo eventualmente imitare la creatività del passato messa nella sua memoria dal programmatore. Non potrà intuire quella che può dare la scossa alle persone che vivono nel tempo che gli è capitato di vivere.

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  2. mary   7 Febbraio 2020 at 11:18

    Ma perché l’informatica non può restare semplicemente un ingegnoso strumento per apprendere l’essenza del design? Se dovessimo insegnare ai bambini cos’è il design oggi non sarebbe meglio farlo con il computer? Che bisogno c’è di parlare di scenari catastrofici? Mia madre scriveva le lettere con la stilografica io spedisco e mail? Cosa cambia? Se è importante quello che si scrive, inciderlo sulla pietra, illustrare un papiro, scriverlo su un foglio cartaceo, digitalizzarlo…Cosa cambia?
    Sono preoccupata per la confusione tra mezzi e fini che io vedo nell’attuale società. La tecnologia non è un fine ma una strumentazione per aiutarci a lavorare meglio. Per me tra vent’anni non ci sarà nessuna morte del design. I creativi faranno le stesso cose che fanno oggi, con la differenza che saranno viste e create su supporti digitali.

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   7 Febbraio 2020 at 13:46

      Scusa tanto Mary, ma secondo te se Dio avesse mandato a Mosè i 10 comandamenti utilizzando l’e-mail non sarebbe cambiato nulla?

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      • mary   7 Febbraio 2020 at 15:28

        Gli avrebbe risparmiato una bella camminata in salita. Comunque ti ricordo che tutti noi abbiamo incontrato i 10 comandamenti scritti e in formato diverso rispetto a quelli scritti sulla pietra. Non mi pare che l’essenziale, cioè il contenuto sia cambiato. Quindi con la tua ironia ti sei incartato da solo, portando acqua al mio mulino. Tiè!

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        • Lamberto Cantoni
          Lamberto Cantoni   7 Febbraio 2020 at 18:28

          Invito Mary e Antonio a rispettare il 2 comandamento. Non riesco proprio a capire cosa c’entri Mosè, la camminata sul monte Sinai…con il mio script. Posso solo aggiungere che l’errore di Mary è pensare che Internet e il digitale siano solo un mezzo ovvero una tecnologia. In realtà dobbiamo prendere atto che per un numero crescente di soggetti ha la stessa evidenza percettiva/esperenziale di un ambiente vitale.

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  3. gennaro   7 Febbraio 2020 at 23:34

    Quesito intrigante che mi motiva a fare il profeta. Tra vent’anni il design sarà di due tipi. Ci sarà il design d’autore fatto da uomini in carne e ossa e ci sarà quello che oggi si chiama design industriale per il quale il coding e il trasferimento a decisioni algoritmiche sarà fondamentale.
    Voglio aggiungere una critica all’autore: trovo stonato buttare lì parole come Affordance senza spiegarle. Anche Gibson andrebbe specificato per non confonderlo con il celebre l’attore.

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  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto   8 Febbraio 2020 at 10:51

    Hai ragione Gennaro. Appena avrò un po’ tempo cercherò di correggere le “stonature”. Nel frattempo ti informo che il Gibson citato non è il bravo Ralph che abbiamo ammirato in Brave Heart nel ruolo di Wallace. Si tratta di James J. Gibson, psicologo, autore di “The Ecological approach to a visual perception” (1979), del quale mi interessa il concetto di “Affordance”.
    Si tratta di una parola inglese dalle molteplici sfumature semantiche: offrire, dare, concedere, disponibilità etc.
    J.J. Gibson l’utilizza per marcare un momento del processo percettivo a mio avviso decisivo. Ovvero quel preciso momento in cui la configurazione di un oggetto fa emergere una qualità o valenza suscettibile di suggerire a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo.
    Potremmo tradurre l’affordance con l’espressione “invito all’uso” e stabilire che ogni oggetto, evento o ambiente non possono non avere la propria Affordance. Perché? L’ipotesi è che questo tipo di relazioni di base siano innestate nella mente umana. In altre parole i sensi possiedono sistemi percettivi particolarmente affinati per cogliere le invarianti di un oggetto o ambiente o evento. La capacità degli oggetti, per come sono configurati, di suggerire le sequenze di azione per il loro uso mi pare un dato di assoluto rilievo per un designer. Se ci spostiamo sul versante della fruizione dell’oggetto, possiamo aggiungere che la percezione visiva di esso, diventa l’attivatore di potenziali “istruzioni per l’uso”. Si possono algoritmizzare queste sofisticate relazioni tra il biologico e i meccanismi percettivi tipicamente umani? Mi pare che avere dei dubbi possa essere legittimo.
    Altra questione. Nel mio testo si parla di una “programmatrice informatica” ovvero, per ora, di un essere umano, quindi in teoria di una mente che può sfruttare in modalità creativa la potenza operativa del coding. Ecco perché la profezia di Marchetti ha il fascino della fantascienza che personalmente a me piace moltissimo come genere cinematografico. Tuttavia, come ho mostrato nell’interpretazione hard della citazione del CEO di Yoox-Net-a-porter (Richmont), è legittimo avanzare dei dubbi sul parallelismo tra una geniale creativa epocale come Coco Chanel e un pur importante ruolo professionale, parallelismo che induce a presupporre che in un futuro prossimo l’innovazione moda efficace dipenderà essenzialmente da qualcosa di tecnologico.

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  5. Ilaria L   8 Febbraio 2020 at 12:41

    Inizio col dire che entro il 2022 sarà obbligatorio per tutte le scuole d’Infanzia e Primarie integrare il coding come materia di studio. Sono pienamente d’accordo con questa scelta poiché credo che esso, non solo aiuti i bambini ad apprendere un linguaggio che sarà necessario ed imprescindibile nel loro futuro, ma che in una mente cosi giovane come quello di un bambino sviluppi anche un buon metodo di problem solving.
    Il coding, come le tecnologie in generale, spesso vengono viste in maniera negativa poiché si pensa che esse ci allontanino dalla realtà o dalla nostra umanità. Io invece non credo gran che alle affermazioni di Starck su dematerializzazione o sull’evoluzione dell’uomo come spirito e pura intelligenza, penso che questo sia solo utopia. A mio parere le nuove tecnologie, la programmazione informatica o la realtà aumentata sono semplicemente il potenziamento dei nostri sensi, poiché create da noi, e credo sia IMPOSSIBILE che questo possa farci diventare spirito perché in quanto umani siamo legati alla nostra fisicità e fin quando di umanità si parlerà, non sarà possibile parlare di dematerializzazione. Al contrario sono convinta che queste nuove tecnologie, in particolare la realtà aumentata, ci riporti molto al nostro essere uomo più antico. Basti pensare che ad oggi i sensi che si sono più sviluppati a discapito degli altri sono l’udito e la vista: un tempo la conoscenza avveniva molto di più tramite l’olfatto e il gusto ma con l’arrivo della civiltà questi hanno subito un regresso. Le nuove tecnologie invece cercano di riportare in auge proprio quei sensi che oggi vengono più trascurati, riportando noi ad avvicinarci al nostro stadio primitivo (un esempio di tecnologia per l’olfatto è la microincapsulazione). L’uomo conosce il mondo tramite percezioni plurisensoriali quindi sono convinta che il coding come tutto ciò che gira attorno ad esso, possa espandere le nostre conoscenze e possa farci avere un’esperienza più completa del mondo, che magari non avremmo potuto avere tramite capacità sensoriali dirette. Certo è che, queste tecnologie, sono come protesi e che come tali dovrebbero essere regolate: la necessita è quella di creare una nuova etica attorno a un nuovo mondo.

    La programmazione allena la mente e stimola la creatività e da quest’ultima affermazione deriva il mio pensiero sul coding stesso legato al sistema fashion, infatti sono convinta che la creatività e il coding siano fortemente in connessione, poiché con esso il cervello viene stimolato e aperto a nuove dimensioni, nuove alternative e nuove possibilità che possono ampliare il mondo della moda e portarlo ad un upgrade.

    Penso che la moda sia un territorio molto fertile per sperimentare il coding o le nuove tecnologie ed è forse ciò che pensava anche Zac Posen quando nel 2015, in collaborazione con Google, debuttò alla Fashion Week di NY con un abito disegnato da lui ma con disegni codificati online da alcune ragazze, realizzando cosi un vestito a LED.
    Inoltre, sono personalmente molto interessata alla moda per quanto riguarda l’ambito del tessuto e in questo campo sono già stati realizzati alcuni esperimenti come tessuti sensibili capaci di cambiare temperatura per adattarsi alla temperatura del corpo che li ospita.
    Nel 2018 è stato inventato un tessuto, ChroMorphus, in grado di cambiare colore con un lieve cambiamento di temperatura ed è possibile cambiare colore o disegno anche tramite il proprio smartphone; ciò è stato possibile grazie all’inserimento di microfili metallici intrecciati nel filamento del tessuto.
    Un altro progetto degno di nota è quello dello studio creativo THE UNSEEN che ha creato un tessuto che cambia colore quando viene colpito dal vento, questo inserendo nel tessuto delle nanotecnologie che riescono a reagire a vento, raggi UV e umidità.

    Il coding è una questione di fondamentale importanza per tutti in quanto prefigura ciò che sarà inevitabilmente il nostro futuro ma credo che per la moda sia ancora più interessante e chi vuole lavorare nel fashion system dovrebbe conoscere molto bene questo ambito.
    Infine, concludo dicendo che secondo me il design non morirà ma subirà un’evoluzione, come succede sempre quando ci si deve adattare ad una nuova epoca. Sono convinta che le tecnologie non siano mai un aspetto negativo bensì positivo e risolutivo ma è innegabile che siano necessarie nuove regole, per vivere in un mondo che non sarà più come quello di oggi. Riprendendo la mia idea a inizio discorso sull’impossibilità della dematerializzione penso che la moda non sarà dominata solo da programmi informatici ma più da programmi informatici uniti alla creatività dell’uomo, che è imprescindibile e necessaria. In fondo senza l’uomo non esisterebbe la tecnologia e non penso che sia possibile il contrario: il segreto alla fine è sempre la cooperazione.

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    • annalisa   9 Febbraio 2020 at 09:11

      Un brava brava a Ilaria. Scritto benissimo e ricco di informazioni. Dopo aver letto Cantoni non avevo una opinione. Ora grazie a Ilaria ce l’ho.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto   13 Febbraio 2020 at 11:09

        Negli Stati Uniti, avanti di una generazione tecnologica rispetto a noi, il coding è materia scolastica da vent’anni. Tutte le virtuosità previste dai futurologi ottimisti ancora non si vedono.
        Bisogna ragionare a partire da due contesti principali:
        A. Il digitale è il nuovo standard operativo per le simulazioni d’opera, ovvero è una superficie di proiezione molto più efficace della carta=matita.
        Tutti o quasi, oggi, preferiscono scrivere al computer invece che su carta, ma nessuno sano di mente metterebbe in correlazione la qualità di un grande scrittore con il software che anima il suo computer.
        B. Esistono tante forme di design. Quello industriale sembra più coding rispetto a quello di un grande creativo della moda (o del design di un Gaetano Pesce, tanto per fare un esempio).
        Cosa voglio dire? Vorrei fosse chiara la demarcazione tra una tecnologia che prende il sopravvento su altre perchè viene considerata più efficiente, e il problema della qualità estetica degli oggetti su scala umana.
        Sulla prima c’è poco da dire, tra qualche anno anche la famosa “nonna in carriola” farà la calza col coding e la stampante 3D, forse. Sulla seconda questione ho più che ragionevoli dubbi. La mente computazionale che fa da sfondo alla sovvalutazione del coding è una narrazione cognitivista con evidenti limiti in termini di verità. La nostra mente è un costrutto evolutivo plasmato certo dai problemi che i nostri antenati hanno dovuto risolvere, ma è anche qualcosa che ha creato bellezza, sentimenti, coscienza, empatia. La mente sogna, il computer o si spegne o rimane acceso come gli ebeti, in attesa di istruzioni.
        Ultima questione. Sembra che lo storytelling messo in campo da chi ha tutto l’interesse nel venderci il mondo digitale, voglia farci credere che il bambini, gli studenti che studiano coding diventino più intelligenti e creativi rispetto a chi disegna, scrive con la biro etc. etc…. Che prove abbiamo per sostenerlo? Nessuna.
        Non sarebbe più corretto dire semplicemente: abbiamo un nuovo standard reso desiderabile dall’espansione del mondo digitale. Integriamolo all’approccio umanistico tradizionale che funziona bene da molto più tempo (ovviamente nell’ambito estetico=artistico).Punto. Non mi convincono quelli che invece parlano e agiscono come se tutto il nostro futuro dipendesse dalla adesione totale e acefala alle innovazioni tecnologiche presentate allo stesso modo in cui mago Merlino presentava Excalubur a Re Artù.

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  6. valeria   9 Febbraio 2020 at 14:38

    Dividerei in due il commento all’articolo, il primo commento riguarda “gli spazi”, il secondo la moda. E’ vero, sempre di design si tratta, ma di design riferito a due cose diverse. Per quello che riguarda gli spazi noto che, seppur lentamente, é in atto una “purificazione” degli ambienti, un voler fare a meno di cose inutili (“le belle cose di pessimo gusto”) che riempivano le nostre case. E’ una visione minimalista, più pulita, più funzionale. Questo però a parer mio con significa la cancellazione del design, anzi: meno cose, ma più belle, più appropriate proprio per valorizzare gli spazi (é un periodo storico in cui emotivamente “aneliamo allo spazio”). Poche cose ma belle e funzionali. Siamo quindi alla ricerca di prestazioni funzionali sempre nuove che si devono abbinare costantemente a nuove qualità estetiche che soddisfino il consumatore. E poiché i consumi appaiono orientati sempre più diversamente rispetto al passato il design ha continuamente bisogno di riproporsi sia nei materiali che nell’estetica. Abbandoniamo la storia famosissima di Kartell fissiamoci per un attimo solo su una cosa stupidissima di ogni giorno: le cover dei cellulari, e sorridiamo.
    Per quello invece che riguarda la moda mi sembra che sia avvenuto il processo opposto: la trovo sempre più complessa da tutti i punti di vista :per l a creatività, per i materiali frutto della nuova e sofisticata tecnologia, per le normative vigenti, per le regole di mercato, il tutto dominato dalla rapida fruizione indotta dal nuovo tipo di pubblicità. Si senz’altro il coding aiuterà a studiarla, a simulare look, ad assemblare o addirittura creare colori nuovi, spingerà a sperimentare nuovi materiali, ma la scelta finale apparterà sempre e soltanto all’uomo. Coco Chanel aveva bisogno per creare di toccare il tessuto, di sentire il corpo delle modelle e mi sento tutt’uno con lei: io non comprerei mai nessuna cosa senza poterla toccare, dal tatto prende il via la mia immaginazione, la mia fantasia, mentre per Dior tutto ciò che era creatività prendeva forma dalla vita dei disegni. Il coding sarà quindi un valido aiuto, uno strumento, ma sempre alla fine sono gli spazi sconosciuti della mente che ci aiutano a scegliere, a valorizzare le nostre idee perché é la mente che imprigiona non solo la nostra storia ma una piccola parte della storia di tutti gli altri uomini.

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  7. Emanuele Laba   11 Febbraio 2020 at 12:16

    Sono completamente d’accordo con la sua conclusione.
    La forma deriva della funzione, penso accada spesso il contrario si parte dalla forma per poi dargli una funzione.
    Nel mondo di oggi il computer e i programmi 3D riescono a darti un immediato feedback su quello che hai mente e vuoi rappresentare che spesso non pensiamo alle funzioni che deve svolgere un oggetto ma lo rappresentiamo immediatamente al PC.
    Si pensa esclusivamente alla forma che più attrae il compratore o che più va di “moda” in questo periodo.
    Premetto che sono un fan della Computer Grafica: rappresentare qualcosa che hai in mente e vederlo su uno schermo con la possibilità di cambiare la texture e collocarlo in uno spazio per vedere come interagisce con l’ambiente circostante penso che sia fantastico!
    Stesso discorso per il coding: ci permette di realizzare forme incredibili che forse neanche abbiamo in mente inizialmente, credo che sia fondamentale sapere quello che possiamo fare e quello che possiamo realizzare senza nessun tipo di limite.
    Non penso arriveremo mai a lasciar la parte creativa ad computer perché come è stato scritto nell’articolo viviamo di emozione e ognuno di noi ha una cultura diversa: la cultura asiatica è diversa dalla cultura occidentale che a sua volta è diversa da quella araba; ogni persona nel mondo è diversa dall’altra perché vive esperienze diverse e no potrà mai avere lo stesso pensiero o la stessa vena creativa di un’altra.

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  8. Francesco A Laba   11 Febbraio 2020 at 18:09

    Trovo che già ai giorni nostri sia di notevole importanza la conoscenza del coding, quindi in futuro sarà sicuramente di maggiore importanza esserne a conoscenza. Secondo un mio punto di vista sarà quasi normalità l’apprendimento del coding, probabilmente da quando diventerà obbligatorio per le scuole integrare una materia che lo spieghi e quindi che ne allarghi gli orizzonti alle future generazione. Lo possiamo definire come un principio di adattamento, perché senza di esso diventerà molto difficile muoversi in ambito lavorativo e non solo perché piano piano ormai molte delle nostre abitudini quotidiani vengono plasmate e modificate grazie ad elementi informatici che ci permettono di semplificarci la vita. Talvolta questa semplificazione però ci priva di vivere queste abitudini o esperienze di prima persona ma con il tempo tenderà a diventare solo un pensiero obsoleto. Non dimentichiamo inoltre che l’uomo rimarrà sempre di vitale importanza perché senza di esso nessuna macchina o nessun coding potrebbero funzionare, quindi la creatività si sviluppa solo quando vi è un creativo che utilizza il coding e che lo usa per realizzare la sua idea, quindi è importante la sua conoscenza perché grazie a esso possiamo sviluppare in maniera più esaustiva e chiara la nostra idea o progetto che vogliamo rappresentare. Nel ambito della moda poi trovo di estrema importanza la conoscenza di questi programmi perché possono concretizzare tutto ciò che la nostra mente può immaginare, cosa che senza di essi risulterebbe un processo decisamente più lungo e complesso da svolgere. Riguardo alle affermazioni di Starck, nonostante trovo che sia un designer veramente di grande livello e rilievo nel suo panorama mi trovo a non essere estremamente d’accordo con lui. Secondo me è quasi impossibile considerare la sparizione del design, probabilmente diventerà sempre di più di vitale importanza per la realizzazione degli spazi dove vivremo. Sono invece d’accordo con lui quando afferma “Saremo esseri nudi circondati dalle comodità necessarie” perché è un probabile effetto dell’evoluzione tecnologica ma tutto dipende da come l’uomo saprà sfruttare queste risorse. Estremamente vere e di grande importanza secondo me le parole che ha affermato l’imprenditore Alessandro Marchetti sopratutto quando paragona il coding alla lingua inglese, paragone di estrema verità e precisione perché come ci stiamo adattando al fatto che la lingua inglese vada assolutamente imparata lo stesso identico progetto avverrà con il coding fino a farlo diventare normalità.

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  9. alessia   12 Febbraio 2020 at 09:56

    Alessia Laba

    Personalmente sostengo che il Coding possa aiutare e migliorare tutti i settori della vita che conduciamo.
    Quando si parla di Coding, è come se si stesse parlando di una nuova lingua che permette di dialogare con i computer attraverso degli algoritmi.
    Questa nuova lingua ci permette di mettere in moto processi logici che portano alla risoluzione di problemi che riscontriamo.
    In quest’ultimo periodo si è discusso sull’insegnamento del Coding nelle scuole. A mio parere, penso sia un’ottima iniziativa, poiché è sempre un valore aggiunto, e azzarderei a dire, fondamentale per l’istruzione di un ragazzo.
    L’obiettivo non è formare una generazione di futuri programmatori, ma educare i più piccoli al pensiero computazionale, che consiste nella capacità di risolvere problemi, anche complessi, applicando la logica, ragionando step by step sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione.
    Per quanto mi riguarda il Coding è uno strumento molto valido, e bisogna prestare attenzione quando si pensa, a mio avviso erroneamente, che il Coding possa prendere il sopravvento sull’uomo. Ritengo che quest’ultima affermazione sia improbabile poiché senza la mente dell’uomo il Coding avrebbe vita breve o nulla.
    É la mente dell’uomo che, grazie a processi logici, crea algoritmi capaci di far funzionare questo grande meccanismo che sta, sempre più, trasformando ed evolvendo il nostro stile di vita.
    Quando Philippe Starck parla di Dematerializzazione riferendosi al futuro del design, mi trovo in disaccordo poiché, il Coding penso porti al miglioramento della materia e non alla sua morte, alla sua scomparsa.
    La tematica del Coding ritengo sia molto interessante riversata nell’emisfero moda.
    É grazie a nuovi macchinari, funzionanti tramite il sistema del Coding, che si può, ad esempio, far cambiare il colore della maglia in base alla temperatura corporea.
    Un esempio significativo e, a mio parere eccezionale, di Coding nell’ambito moda, sono le creazioni di Iris Van Herpen, stilista olandese, che nella collezione del 2014, Biopiracy, ha realizzato, con un materiale completamente flessibile a base di poliuretano termoplastico stampato con la tecnologia 3D, una collezione innovativa nata dalla fusione tra moda e tecnologia.
    L’affermazione del manager imprenditoriale Alessandro Marchetti, sulle future generazioni e come saranno da qui a 20 anni, penso sia in parte inesatta, poiché
    da un lato concordo sull’affermazione che non si potrà non conoscere il linguaggio della programmazione un domani, dal momento che sarà alla base della nostra quotidianità , ma dall’altro non ritengo possibile paragonare la creatività dello stilista al sistema Coding, in quanto quest’ultima è la caratteristica innata dell’essere umano, in particolare del designer o del fashion designer e, nonostante la tecnologia faccia progressi smisurati, non penso che questa qualità si possa trasmettere attraverso un algoritmo ad una macchina.

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  10. Luca Ruggiero   12 Febbraio 2020 at 15:15

    Luca R Laba

    Sono del parere che la morte del design sia un’utopia, una visione paranormale del futuro. Concepisco la visione di Philippe Starck plausibile, seppur eccessiva. Il design nel XXI secolo procede verso un’ottica di semplificazione delle forme e ciò inevitabilmente semplifica la funzionalità del prodotto, che si adatta allo spazio circostante, a volte scomparendo del tutto. Procediamo verso una maniacale ricerca del dettaglio e il primo approccio a questa forma di design, l’ho avuta osservando i prodotti Apple, approfondendo la percezione di essi con la lettura di libri che parlano di Steve Jobs e della sua visione del mondo. Un uomo dedito alla ricerca di creazioni che potessero semplificare la vita delle persone, basando il design dei suoi lavori su un’ossessiva ricerca dell’essenziale, eliminando tutto ciò considerato di troppo. Non credete che sia questa la direzione che il mondo del design sta prendendo? Basta prendere in considerazione la cyber track firmata Tesla o le AirPods. Ciò non implica la creazione di spazi vuoti, ma di una visione del design che segue assiduamente il progresso, superando a volte il naturale corso delle cose, dove molti oggetti spariranno come dice Starck, ma a mio parere saranno sostituiti da nuove forme ed oggetti a noi ancora sconosciuti o nascosti nella nostra immaginazione. Subentra poi la visione di Alessandro Marchetti sul coding, strettamente connessa a quella di Starck. Ho avuto l’opportunità di studiare programmazione informatica durante gli anni del liceo, per poi cimentarmi nel campo del fashion design. Due mondi spesso considerati molto distanti tra loro. Il primo basato su Flow chart, numeri, codici e l’assidua ripetizione di 1-0-1-0 (codice binario) ed il secondo sulla libera espressione del mentale, della nostra visione del mondo e delle cose e personalmente reputo i due mondi lontani ma compatibili tra loro. Sono contro alla possibile sostituzione del fare dell’uomo con codici e numeri impostati da una macchina. Il Coding può migliorare e velocizzare alcune pratiche di creazione, ma reputo che la totale sostituzione di esse non potrà mai accadere. Una macchina non potrà mai sostituire tutti i processi di creazione di un prodotto, esso sottende emozioni, percezioni e stimoli del suo creatore, le quali a parer mio possono essere filtrate dal prodotto all’acquirente. Immaginate una macchina che inventa una collezione? Probabilmente l’aspetto estetico potrebbe risultare impeccabile, oltretutto i codici di progettazione verrebbero impostati dall’uomo, ma sarebbe un processo meccanico privo di emozioni, stimoli positivi o negativi che vanno ad impregnare l’oggetto in questione.  Non riesco ad immaginare un grande direttore creativo come Alessandro Michele o Virgil Abloh che si affidano ad un programma per creare una collezione, per esprimere un concept e far sognare milioni di persone. Sono pro al coding, all’insegnamento della programmazione all’interno delle scuole, poichè diventerà inevitabilmente un linguaggio fondamentale in un futuro non troppo lontano, ma come ho già detto credo che esso possa solo rappresentare un estensione della formazione di una persona, che in alcuni casi nel nostro settore può risultare molto utile. Il design come affermato nell’articolo proviene da tratti umani che una macchina difficilmente potrà mai replicare. Se ci soffermiamo sugli sviluppi tecnologici che l’uomo sta creando, direi che il nostro lavoro ha un grande futuro davanti. Le invenzioni e la continua ricerca stanno aprendo nuove frontiere che pongono ogni ramo del design difronte a nuove sfide creative. Oggi ovunque guardiamo abbiamo stimoli percettivi che possono permetterci di avere grandi ispirazioni. Credo che il nostro lavoro sia in continua evoluzione poiché ha bisogno di stare al passo con i tempi e di confrontarsi continuamente con le nuove tecnologie, per questo credo che la figura del designer tra qualche decennio sarà diversa da come la conosciamo oggi, ma conserverà sempre i tratti originali di questo mestiere.

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  11. Andrea Giacani L   12 Febbraio 2020 at 17:18

    [17:17, 12/2/2020] Andrea Giacani: Credo che l’affermazione di Stark sia eccessiva.
    Il design in questi ultimi anni sta avendo una mutazione e così sarà in futuro.
    Un giorno forse  si potrà fondere insieme al coding ma ci sarà sempre l’impronta umana.
    Il design non sta scomparendo, si sta  domotizzando.
    I cambiamenti nel settore della moda sono molti, come i tessuti intelligenti e le stampe 3D.
    A mio parere  non vi è alcuna possibilità che il design posso scomparire, in quanto ogni giorno è possibile sentir parlare di nuove invenzioni dal design innovativo.
    Per quanto mi riguarda questa affermazione non riguarda tutti i campi del design, basti pensare al mondo degli smartphone, nei quali è possibile osservare una ripetizione costante delle forme di telefoni diversi e brand diversi.
    Forse il motivo di questa omologazione è dovuto dal fatto che dopo l’avvenuta del touchscreen e dei comandi vocali non vi sono stati passi avanti.
    Un esempio sostanziale nel campo della moda è l’uso di applicazioni che sono in grado di gestire l’apparenza del tessuto grazie ai dei microchip applicati nelle fibre firmati da Drimlux.
    Sono contro la visione di Marchetti, secondo la quale afferma che i direttori creativi o designer saranno succeduti da dei programmatori informatici, poiché a mio parere la figura del programmatore può essere un membro aggiunto alle spalle di un team di moda ma non può sostituire l’estro di un direttore creativo perché codici e numeri non possono sostituire il fare del nostro settore.

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  12. Michela (L.)   17 Febbraio 2020 at 12:34

    Mi piacerebbe incominciare con la definizione di empatia: si tratta di un coinvolgimento emotivo che permette alle persone di immedesimarsi nelle condizioni di altri, ma la cosa fondamentale è che, come dichiarano le neuroscienze grazie agli studi sui neuroni specchio, l’empatia è sostanzialmente qualcosa di innato nell’essere umano. Detto ciò, mi chiedo come si possa ricreare questa dote, preesistente nell’uomo e creata da forse un Dio o “chissà chi”, nei circuiti di un’intelligenza artificiale.
    Questa premessa è riferita ad entrambe le affermazioni in questione, poiché da un lato Starck è convinto che il design verrà rimpiazzato, probabilmente da robot che racchiuderanno in sé tutte le funzioni dei singoli oggetti, e dall’altro Marchetti ritiene che il percorso creativo di una mente possa essere sostituito da un algoritmo matematico.
    Sebbene sia chiara la mia posizione nei confronti di queste affermazioni, vorrei concentrarmi su ulteriori concetti che la motivino, in particolare prendendo in esame il campo del design, più vicino a me rispetto alla moda.
    Innanzitutto il design nasce per dare risposte alle esigenze delle persone, che solo altre persone, e non esseri artificiali, possono comprendere vivendo la medesima vita, con gli stessi bisogni. Inoltre, per le stesse motivazioni, è fondamentale lo studio dell’ergonomia di un oggetto, che è sicuramente il frutto di una memoria che tenta di migliorare un gesto fatto, intuendo come esso possa essere reso più comodo in base a caratteristiche fisiche, culturali ecc. . Si può ampliare il tutto anche ad un discorso estetico, che è indubbiamente la qualità dell’oggetto che ha più a che fare con la sfera emotiva del soggetto, e proprio per questo è “imprevedibile” in quanto dipende anch’essa da esperienze, cultura, gusti personali. Infine, volendo, possiamo parlare di oggetti come di status symbol, caratterizzanti della propria condizione sociale e culturale. Allo stato dei fatti, di conseguenza a ciò detto sino ad ora, trovo inspiegabile e impossibile che il design possa scomparire o essere sotituito. Il design racchiude in sé molteplici funzioni e significati, necessari all’uomo per la sua esistenza. Ed anzi, penso che nella società odierna, che si distingue per il suo cinico consumismo, il design abbia assunto un valore ancora maggiore. Starck parla di dematerializzazione, sicuramente un concetto affascinante e misterioso, ma che enuncia un’astrattezza a cui l’uomo non è preparato, poiché essa presupporrebbe il termine dell’utilizzo dei sensi, mezzi grazie a cui l’uomo è in grado di vivere.
    Concludo dicendo che non mi trovo in accordo con Philippe Starck, e trovo maggiormente corretto definire il design saturo allo stato attuale, ma è anche vero che si dice che una cosa non esiste finchè non viene inventata, e perciò c’è un infinito margine di creazione all’interno del design, così come nella moda, che troverà ancora più adito con l’avvenire di nuove esigenze date dallo scorrere degli anni.

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  13. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   18 Febbraio 2020 at 09:29

    Ottimo intervento. Intelligente, preciso, ben articolato. Michela ha preso spunto dalle mie forzature interpretative per mostrarci la sua disinvoltura nell’affrontare discorsi di frontiera sul design.
    A mio avviso ha fatto emergere un aspetto spesso dato per scontato, che provvisoriamente definirei: la vocazione transitiva del design. Il buon design non solo ci mette in contatto (qualità percettive) con l’oggetto per inscrivere l’esperienza che ne facciamo nel quadro delle passioni tipicamente umane, ma ci spinge a classificare questa esperienza. In tal modo l’oggetto diventa significante e entra a far parte di un progetto (o stile di vita).
    Non escludo che nel futuro una macchina algoritmica capace di lavorare con dispositivi di calcolo in parallelo, possa indovinare la fattura dell’oggetto capace di emozionarci. Ma ammesso che questo avvenga come faremo a immaginare che il robot sia cosciente che è proprio quella forma e non un’altra a essere giusta? Sì certo, glielo dirà un operatore. Ma a questo punto la macchina algoritmica sarà semplicemente un dispositivo immensamente più complesso, ma simile a tutti gli altri creati nel corso della storia dei bipedi parlanti, ovvero una sorta di proiezione esterna dello strano modo di funzionare del nostro apparato psichico, bisognoso di ordine ma condannato a provare le emozioni più significative là dove l’ordine si incrina.

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  14. GIADA (L)   18 Febbraio 2020 at 16:13

    “La morte del design” il titolo stesso porta a delle profonde riflessioni su quanto siano labili le certezze umane.
    Trovo che le affermazioni di Stark e Marchetti, pur parlando con condizione di causa, siano sentenze troppo precipitose. Senz’alcun dubbio il concetto di design, come le figure professionali che se ne occupano, hanno una definizione “precaria” per così dire, in continuo mutamento.
    È proprio così, la figura del designer è in continua ricerca verso soluzioni geniali: Arte che si dirama in oggetti, abiti, costruzioni, che hanno come scopo quello di trasmettere una comprensione di ciò che accade nel mondo, la mia visione è all’incirca questa ma so che potrebbe cambiare con il tempo.
    “Cambiamento” è la parola che orbita attorno al design: in fin dei conti quindi non mi sento di condannare le visioni estremiste di Strack e Marchetti, forse perché anche loro stessi volevano trasmettere ai lettori che la tecnologia, se utilizzata in modo corretto, può arricchire ed agevolare lenti e obsoleti processi, ma che allo stesso tempo un uso scorretto ed inadeguato può condurci ad un futuro insapore.
    Il Coding è senza dubbio un sistema che verrà utilizzato nel campo del design perché aspira ad averne lo stesso scopo: ovvero quello di risolvere i problemi, attraverso dei codici. Concetto che riprende le teorie sulla cibernetica di Turing: ovvero lo studio di trasmissione di informazioni in modo più sintetico possibile, arrivando a comprendere che siamo predisposti all’elaborazione di segnali in cambiamento e che la percezione si può sviluppare.
    Il voler risolvere problemi, cercare le risposte non è, da sempre, lo scopo dell’uomo? Ecco che anche un qualcosa che ci appare diverso e lontano da noi, in fin dei conti ci assomiglia più di quanto immaginiamo.
    La tecnologia quindi, ha lo scopo di tentare il raggiungimento di una perfezione a cui l’uomo stesso aspira ma che non possiede: grazie alla quale otteniamo proiezioni digitali molto più efficaci rispetto ai metodi arretrati (anche se ancora pieni di fascino per qualche nicchia della popolazione).
    In fondo sappiamo che le generazioni passate hanno sempre avuto una visone pessimistica della tecnologia (la immagino simile al film Blade Runner del 1977): che in qualche modo potesse superarci, sostituirci, sormontarci. Ma per chi come noi millennials ci è nato e cresciuto, non spaventa, in quanto non è qualcosa fine a se stessa, bensì uno strumento dedito all’uomo… in continuo cambiamento, grazie a l’uomo, e perché no, anche in simbiosi con esso.
    In conclusione se mi chiedeste cos’è che rende l’essere umano nonostante tutto insostituibile, direi senza alcun dubbio che sono proprio i difetti, che generano una serie di fattori irriproducibili quale la sensibilità, la capacità di emozionare ed emozionarsi, di comprendere e intuire messaggi nascosti anche dietro ad un’immagine.
    Come già compreso, non è forse l’inaspettato a produrre una maggiore attenzione negli occhi di chi guarda?
    E così l’arte di stupire, di immaginare ciò che non è stato mai pensato, ci porta ad essere sempre un passo avanti a ciò che esiste

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    • Antonio Bramclet
      Antonio   18 Febbraio 2020 at 20:46

      Mi è piaciuto l’intervento di Giada. Molto sensato e realista. Se posso permettermi una obiezione leggera leggera, le ricorderei che non esiste solo il design artistico. Esiste anche un design per prodotti di massa che non richiede voli pindarici. È questo tipo di design che verrà colonizzato dal coding.

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  15. Maite (L)   20 Febbraio 2020 at 14:46

    Questo articolo mi ha fatto riflettere su varie tematiche:

    Partiamo prima di tutto dal design come definizione in sé, o meglio, dalla mia personale definizione:
    Quando si parla di design oramai, noi occidentali, pensiamo a mobili, oggetti sofisticati che hanno un valore molto elevato.
    Ne è un esempio la famosa poltrona di Gaetano Pesce che viene a costare 4000 euro circa, oppure la sedia Ghost di Starck, citata precedentemente, che viene a costare 125 euro.
    Una sola sedia.
    Esteticamente e concettualmente hanno portato tanto scalpore ma diciamoci la verità, è un design d’élite.
    Non tutti hanno la possibilità di sfruttare e usufruire dei magnifici oggetti progettati dalle grandi menti.
    Pensiamo all’africa o alla Colombia, una sedia di 2000 euro non è un vero e proprio bisogno.

    Il mio design è un design che mi piace definirlo sociale, creato dall’uomo per l’uomo.
    E proprio per questo, i designer, devono cercare di essere dei ‘’tuttologi’’.
    L’uomo di sé e per se è un essere estremamente complicato e per questo motivo necessita di uno studio approfondito.
    Bisogna essere in grado di progettare unendo 4 macro tematiche:
    – l’arte, che ti permette di interrogarti sul mondo che ci circonda;
    – la scienza, che cerca di rispondere alle domande che l’uomo si pone;
    – la tecnologia, che tenta di mettere in pratica ciò che l’uomo pensa;
    – e l’ambito umanistico, che ‘’umanizza’’ tutti gli oggetti creati secondo l’uomo.

    In poche parole, vedo il Design come LA soluzione a problemi seri e gravi, come povertà, fame ecc. che possono essere risolti intelligentemente e saggiamente.

    Vorrei definire anche cosa significa per me essere intelligenti e saggi : una persona intelligente è una persona che è in grado di risolvere un problema in maniera furba e logica; una persona saggia, invece è una persona che ha fatto/ ha esperienza in vari settori e che è in grado di trovare soluzioni giuste.

    Difatti, il mio pensiero coincide in parte con il discorso sull’empatia di Michela.
    E posso affermare con certezza che il design non potrà mai morire definitivamente.
    L’uomo è spinto a muoversi dai suoi bisogni i quali devono essere soddisfatti.

    Parliamo ora del design odierno: siamo in uno stallo in cui i creativi non hanno un vero e proprio movimento o filone da seguire, esiste solamente un grande punto interrogativo.
    Certo, in questo ultimo periodo si sta sviluppando un design green ed eco ma a livello concettuale trovo nel mondo ancora molta confusione.

    Per quanto riguarda il futuro, Starck afferma che il design verrà rimpiazzato dai robot che racchiuderanno tutte le funzioni dei singoli oggetti, mentre Marchetti ritiene che il processo creativo sarà sostituito da un algoritmo matematico.

    Tragica e drammatica l’affermazione di Starck, ma non penso sia corretta.
    La tecnologia è uno strumento che noi designer sfruttiamo al massimo.
    Certo, oramai la tecnologia è capace di aiutarci a sviluppare oggetti che siano in grado di soddisfare l’uomo, ma non prenderanno mai il sopravvento.
    Il design nasce da menti creative che sappiano vedere oltre l’orizzonte.
    Le macchine o i robot questo non lo sanno fare.

    Ricollegandomi anche alla affermazione di Marchetti, bisogna ricordarsi che la creatività nasce da uno tsunami di idee innate, lampi di genio che si manifestano in ordine casuale e di diversa intensità/ importanza.
    Successivamente si organizzano attraverso una selezione logica e prevalentemente corretta delle idee migliori.
    Al contrario, un computer nasce, nel vero senso della parola, da codici ( codice binario ), importati dalle nostre menti umane, che hanno già una loro organizzazione e un loro ordine logico.

    Ricapitolando: l’uomo parte dal disordine per arrivare all’ordine, mentre la macchine dall’ordine potrebbero arrivare al disordine, che comunque è programmato.

    Infatti, come ha scritto il professore nel suo articolo: non siamo in grado neppure noi umani a capire il mistero dei nostri processi cognitivi, figuriamoci un robot che alla fin fine è creato da noi stessi.

    Rispondi
  16. james   22 Febbraio 2020 at 15:27

    Il design sociale al quale aspira Maite è molto più importante di tutte le chiacchiere che ho letto compreso l’intervento dell’autore. Forse verrà il giorno in cui saremo oberati da algoritmi ma spero che nessuno ci impedirà di scegliere secondo la nostra natura.

    Rispondi
    • ann   22 Febbraio 2020 at 18:16

      Sono d’accordo. Il rilievo di Maite sull’importanza del design sociale anche in un’ottica anti-algortimo è giusto.

      Rispondi
      • Lamberto Cantoni
        Lamberto Cantoni   23 Febbraio 2020 at 15:56

        In un certo senso tutto il design è sociale. È la natura transitiva dell’oggetto creato per uno scopo a creare questa funzione complementare.

        Rispondi
        • maite   24 Febbraio 2020 at 10:32

          Forse sarebbe più corretto definirlo come design SUPERsociale, indirizzato quindi a specifici bisogni, di prima necessità.

          Rispondi
          • Antonio Bramclet
            Antonio   24 Febbraio 2020 at 14:01

            Il design Supersociale mi piace. Però che cosa significa? Togliere tutto il superfluo dai prodotti di massa? Non si rischia di banalizzarli?

          • Maite   24 Febbraio 2020 at 15:26

            rispondo ad Antonio: il design Supersociale non per forza deve essere ”l’unico” design al mondo.
            Questa ricordo che è comunque una mia visione.
            il Superdesign è un design specializzato nella risoluzione di bisogni primari in maniera intelligente per permettere alla gente della classe medio-bassa/bassa di usufruire dei prodotti.
            Mi immagino di applicarlo soprattutto in un luogo con problematiche gravi, come il terzo mondo.
            Ovviamente in occidente questo design è meno richiesto ma forse in qualche caso potrebbe essere utile.
            Per esempio, per rispondere alla domanda sul superfluo, si potrebbe trovare una soluzione per i prodotti per capelli i quali, invece che essere realizzati di plastica, sono realizzati in bambù.
            Non è un togliere tutto ciò che è superfluo, ma analizzare i problemi più critici e trovare una soluzione intelligente che non abbia un grosso impatto economico.
            Questo non mi sembra ”banalizzare un oggetto” anzi, lo si rende migliore sia dal punto di vista ambientale, prendendo come esempio il flacone per i capelli, sia dal punto di vista del compratore che acquista un prodotto che sa che non inquina e moralmente si sente sollevato.

  17. MelitaL   24 Febbraio 2020 at 10:50

    Arrivati al 2020 ovviamente le differenze con i decenni e secoli precedenti, si fanno sentire e sono molto più evidenti. Alcune caratteristiche sul futuro, sulle quali si è costruito storie e intere correnti di pensiero, si stanno affermando e altre smentendo. Di sicuro il mondo del 2100 sarà in parte come ce lo siamo immaginato, ma dovremmo risolvere alcuni problemi, che invece avevamo tralasciato nelle nostre visioni: come il surriscaldamento globale. È anche vero che l’eco sistema cambia e si evolve: c’è e ci sarà bisogno di lottare per la nostra sopravvivenza, dell’umanità.
    Con l’avvento delle tecnologie nel secolo precedente e la loro rapida evoluzione, espansione all’interno della società mondiale, tutti i vari sistemi che la caratterizzano si sono sviluppati di conseguenza e intrecciandosi con il mondo digitale. L’arte e il design sono state, possiamo dire, quelle realtà che più ne hanno risentito e che più stanno manifestando l’avvento e l’evoluzione dell’era tecnologica.
    Perché? Se ci riflettiamo un attimo, l’arte e il design, nelle loro molteplici varianti, sono quelle manifestazioni dirette e non filtrate della mente della persona, nei confronti di come vive la realtà. È uno sfogo o un metodo di comunicazione universale e diverso, che permette di rendere i problemi e esperienze dell’artista o designer, accessibili a tutti.
    In questo caso, in questo articolo, sono stati nominati due visionari molto diversi tra loro. Il primo è Philippe Starck, uno dei più grandi e conosciuti designer di tutti i tempi. Non si è mai accontentato di lavorare in una sola direzione, con un solo metodo. Più di diecimila oggetti portano la sua firma; tra varie collaborazioni e progetti, troviamo quelli più famosi come le sedie per la Kartell o lo spremiagrumi per Alessi. Il materiale a cui tiene di più e per il quale è conosciuto è la plastica. In varie interviste afferma che è da sempre coinvolto nell’ecologia, nel risparmio dei materiali e energie, impiegate per la costruzione di un oggetto di design: come lui pochi altri artisti e designer possono affermare con tale sicurezza di riuscire a lavorare, in linea con i bisogni dell’ambiente. Penso che questo sia un grande ed evidente segno di un design e pensiero proiettati verso un futuro lontano: anche se messo in pratica da molto tempo, il fatto di creare e pensare al proprio lavoro, come qualcosa che debba rispettare l’altro e la natura, cercando sempre materiali e metodi di creazione alternativi, sia già di per sé futuristico e visionario.
    Ma nell’intervista che anche il prof. Cantoni prende in considerazione, si parla no di futuro in generale e neanche di pensiero futurista, ma proprio di cosa succederà al design in un’epoca che forse noi, non avremmo neanche il piacere di vedere. Lui parla di dematerializzazione, dell’umanità e degli oggetti che costruiscono la nostra vita: come vivere e soddisfare i nostri bisogni materialistici con il minimo dei materiali e delle energie, rinnovabili e alternative ovviamente.
    È difficile fare per me un commento corposo e ricco di miei pensieri, quando sono così tanto d’accordo con quello, che l’artista Starck sostiene. L’unico pensiero che mi ronza nella mente, è che nella contemporaneità siamo così legati ai materiali e agli oggetti, che ci sta portando all’esagerazione. In un tempo futuro, quando per colpa di questo abuso dei materiali presenti in natura e quelli che ne ricaviamo da essa, verranno a mancare, entreremo in una crisi senza precedenti. Sarà in quel momento che vedremo gli oggetti non più soltanto come realtà semplici, composte da materiali e senza vita, ma come insieme di nostre emozioni, ricordi e sensazioni.
    A questo punto mi viene in mente la presentazione di una mia amica e compagna di corso all’università. Durante le lezioni di arte lei presenta quest’artista e la sua opera, che meglio traduce e rappresenta tutto questo lungo e esasperante discorso: Joseph Kosuth è un artista dell’arte concettuale, se la definiamo come corrente. In sostanza l’arte dal XX secolo, non è soltanto un processo creativo dotato di abilità manuali, ma la genialità e la diversità che fa di una persona, un artista, sta nel pensiero che sta dietro alle creazioni. Queste sono solo la manifestazione. Lui, come tanti altri, togliendo il superfluo arriva prima e più direttamente ai processi mentali: questo perché gli oggetti che fa, non sono legati alla realtà io cui viviamo, quindi i nostri sensi non funzionano in maniera convenzionale e vanno in crisi. Riprendendo Joseph Kosuth e il suo riduzionismo (come quello di cui parla Starck), possiamo osservare la sua opera 1 e 3 sedie, dove va a rappresentare la sedia in tre diversi modi: con l’oggetto reale, la sua rappresentazione fotografica e quella verbale. Cosa centra vi chiederete? In questo modo lui non porta in primo piano l’oggetto in sé, ma i processi mentali che ci sono dietro. L’oggetto, i materiali e la sua manifestazione passano in secondo piano, in primo piano invece porta quello che è quell’oggetto per noi.

    Nel commento invece del secondo personaggio citato nell’articolo, mi trovo meno in difficoltà. Marchetti, direttore e manager di YOOX, il sito e-commerce che ha portato ad una visione nuova della moda: quella attraverso la vendita e l’acquisto online. All’inizio questi due mondi sembravano troppo distanti, ma lui riuscì a farli convivere e a costruire un nuovo pensiero, che ha rafforzato e evoluto un mondo, come quello della moda che è così tanto legato e in connessione, con i cambiamenti della società e del mondo. Cosa afferma però? Un algoritmo sarà in grado di sostituire la mente e la mano dello stilista. Posso dire che quest’affermazione è tanto vera quanto spaventosa. Frequentando un’accademia d’arte sto sentendo e provando cosa vuol dire fare moda nella contemporaneità: per le nostre collezioni e creazioni non utilizziamo soltanto carta, matita e colori. Il mondo digitale si intrufola sempre in qualche modo: o in parte, come completamento e come caratteristica in più, positiva e che rafforza la creazione e la concezione della nostra creatività e abilità, agli occhi degli altri; o del tutto. Infatti ci sono molti stilisti che utilizzano soltanto il computer per la creazione e il disegno dei capi d’abbigliamento.
    Tutto questo è però diverso da quello che ha affermato Marchetti. L’impatto che hanno avuto gli stilisti del passato, sulla società e sulla storia, è stato perché avevano una connessione con il corpo umano e con l’epoca in cui questo corpo esisteva, unica e diversa. Che gli ha portati ad essere i grandi, i rivoluzionari: parlo non soltanto di Chanel e Dior, ma di brand come Comme de Garcons, Margiela, McQueen, Paco Rabanne, YSL, Mugler, Westwood, Balenciaga, ecc.
    Le emozioni e la mente umana non si trova ancora in una macchina digitale. L’impatto che avrebbe una creazione per l’uomo, fatta attraverso un codice/algoritmo, non potrà mai essere così forte dal punto di vista emozionale, come quella realizzata dalla mente umana stessa. Soltanto una persona prova, sente e si emoziona come un’altra persona, che invece di creare fruisce l’oggetto. L’impatto quindi non sarà mai lo stesso, questo non vuol dire che sarà per forza negativo: soltanto diverso.

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